Per la prima volta ieri il co-presidente del partito turco di
opposizione Hdp, Selahattin Demirtas, è apparso di fronte al tribunale
di Istanbul. Dal 4 novembre 2016, quando fu arrestato insieme alla
co-presidente Yuksekdag e a altri dieci deputati del partito, non ha mai
presenziato ad alcun udienza dei 20 processi che pesano sulla sua
testa.
Accolto come un eroe da un migliaio di sostenitori, Demirtas è
arrivato nel tribunale di Bakirkoy circondato dai gendarmi per
assistere all’udienza del caso che lo vede accusato di insulti al
presidente Erdogan: nel dicembre 2015 durante un comizio “osò”
criticare la presidenza sul caso del caccia russo abbattuto
dall’esercito turco e la rottura dei rapporti con la Russia. “Demirtas è
il nostro onore”, “Spalla a spalla contro il fascismo”, ha gridato la
folla al “capo Selo”, il suo soprannome.
Una volta dentro l’aula, Demirtas è andato all’attacco
accusando la corte di avergli impedito di difendersi e soprattutto
insistendo sull’immunità parlamentare di cui dovrebbe godere se il
parlamento turco non l’avesse cancellata nel maggio 2016 –
pochi mesi prima il suo arresto, tempistica perfetta – su richiesta di
Erdogan e con il chiaro scopo di ripulire gli scranni parlamentari della
presenza delle voci critiche e dell’opposizione più pericolosa per il
partito di governo Akp. Ovvero l’Hdp, il solo a non scendere mai ad
alcun compromesso e il solo in grado di mettere insieme le tante istanze
della sinistra turca e curda, dei movimenti di base e dello spirito di
Gezi Park.
Ai giudici Demirtas ha chiesto ieri il rilascio condizionato. Con un mezzo successo: la
corte ha stabilito che tale richiesta richiede un più “attento esame” e
ha rinviato tutto al 17 maggio, ma non ha rigettato l’appello.
Resterà dunque in carcere altri quattro mesi, una situazione sempre più
assurda dal punto di vista legale che però non attira troppo
l’attenzione europea: con 10 deputati di opposizione in carcere
da un anno e due mesi e 55 parlamentari Hdp su 59 sotto inchiesta, le
voci che si sollevano per protestare contro la repressione governativa
turca sono pressoché inesistenti. Eppure Demirtas rischia un secolo e mezzo di carcere: tra le accuse pendenti c’è quella di terrorismo, per appartenenza al Pkk.
Restano in prigione anche i giornalisti Sahin Alpay e Mehmet
Altan, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale che giovedì ne
ha imposto il rilascio per violazione dei loro diritti. A bloccarla è
stata una corte di Istanbul che ha sfidato l’Alta Corte in un caso senza
precedenti: i giudici costituzionali non avevano mai emesso
una sentenza simile dal 15 luglio 2016, dal fallito golpe. Le ragioni
dello stop al rilascio non sono state date, anche se fonti interne al
tribunale di Istanbul parlano della mancata notifica formale dell’ordine
di scarcerazione.
Alpay e Altan sono due dei 151 giornalisti detenuti in Turchia nel
corso dell’ultimo anno e mezzo. Il primo è editorialista per il
quotidiano Zaman, considerato vicino alla rete dell’imam Gulen,
accusato dal governo di essere la mente dietro al tentato colpo di
Stato. Altan è autore di numerosi articoli e libri sulla politica turca e
fratello dello scrittore Ahmet, anche lui detenuto.
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