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martedì 30 gennaio 2018

I comunisti, l’Unione Europea e l’autodeterminazione dei popoli

Contributo inviato al seminario organizzato dalla Rete dei Comunisti il 13 gennaio 2017

Cari compagni,

in prima battuta intendiamo ringraziarvi d'averci invitato a questo seminario. Per il nostro collettivo è un onore confrontarci con voi su una questione di livello così dirimente.

Pur avendo avuto esperienza diretta dei fatti attraverso lo stretto contatto con alcuni compagni catalani da una parte e la nostra partecipazione a iniziative di solidarietà reale con i compagni del Donbass, non crediamo di poter vantare la conoscenza minuziosa dei numerosi scenari in cui la questione nazionale si è rivelata dirimente tanto all'interno dei rapporti capitalistici, quanto per quelli di classe. Tuttavia, pensiamo di poter affermare che essa, proprio in questi anni, sia assurta nuovamente a chiave di volta delle relazioni politiche su scala globale.

Gli avvenimenti in catalogna, quelli in Donbass, la rinnovata recrudescenza della lotta di emancipazione del popolo palestinese su Gerusalemme, la questione curda, la Brexit, crediamo rappresentino la lapide con cui seppellire una narrazione trentennale in cui la questione nazionale è stata sistematicamente declinata in chiave antitetica alle "magnifiche e progressive sorti" del capitalismo finanziario nuovamente globalizzato, che avrebbe diffuso lo "sviluppo" occidentale in ogni angolo del globo.

Oggi, possiamo affermare senza indugio che quella retorica, oltre a essere viziata da una visione che scambiava l'occidente con l'intero mondo, era esclusivamente funzionale a promuovere nelle società che ne avrebbero scontato le conseguenze – tra cui le nostre – l'ineluttabile necessità della riorganizzazione su scala planetaria delle filiere produttive capitaliste.

Come abbiamo avuto modi di verificare plasticamente da un decennio a questa parte, il combinato disposto tra questi due fattori ha generato, letteralmente, mostri.

Da un lato, la pretesa dell'occidente capitalista di ergersi a unico modello globale ha condotto le classi dirigenti uscite "vittoriose" dal confronto con il socialismo a incancrenirsi su se stesse, divenendo del tutto incapaci non solo di risolvere, ma anche solo governare le contraddizioni generate dal modo di produzione di riferimento in questo emisfero.

Dall'altro lato, in quello delle classi subalterne – ceto medio incluso – il venir meno del riferimento "nazionale", sia declinato in chiave culturale, ma soprattutto economica, ha lasciato il posto a un vuoto al momento parzialmente occupato soltanto da nauseabondi rigurgiti reazionari, i cui frutti peggiori sono: a livello collettivo le guerre tra poveri e a livello di singolarità l'alienazione e l'interiorizzazione di qualsivoglia problema, che diviene "sconfitta" personale slegata dalle condizioni sistemiche entro cui si è consumata.

Sia chiaro che non è nostra intenzione riproporre la visione nazionalista come panacea di alcun male. Nella storia anche recente abbiamo conosciuto nazionalismi feroci con le classi subalterne, basti pensare alle sconfitte del movimento operaio inglese sotto la guida di Margaret Thatcher.

Intendiamo piuttosto riferirci a condizioni in cui il conflitto di classe può incidere sulle politiche complessive e far valere la propria forza. D'altra parte, se non abbiamo inteso male, la declinazione sul “no sociale” che abbiamo tenuto durante la battaglia referendaria del 2016 alludeva anche a questo.

Il fine ultimo della controriforma Renzi non era, infatti, la farsesca abolizione del Senato ma l'avvio di un processo in cui ogni lotta sociale sarebbe stata ulteriormente depotenziata, rafforzando un esecutivo blindato, capace di resistere indipendentemente dal consenso effettivo ed eliminando ogni possibilità di intervento locale e nazionale sacrificati sull’altare dell’europeismo.

La sinistra, in tutte le sue varie sfumature, ha purtroppo dato prova di essere facilmente permeabile alla narrazione dominante, confondendo il cosmopolitismo borghese con la nuova frontiera dell'internazionalismo. I danni di questo assorbimento acritico pensiamo siano sotto gli occhi di tutti sia a livello politico con la rivendicazione di diritti civili per le minoranze nei fatti inesigibili perché scollegati dalle rivendicazioni sociali che li rendono effettivi, sia economico per cui si seguita a non comprendere i motivi che hanno spinto fasce considerevoli di proletari impoveriti dalla crisi a identificare nel migrante un concorrente da combattere come un nemico.

Siamo quindi convinti che per una sinistra autenticamente rivoluzionaria, in questi tempi, sia dirimente un approccio dialettico alla questione nazionale che non la releghi ad anticaglia buona per i fascisti nostalgici dell'autarchia; ma piuttosto che sia in grado di attualizzarne gli aspetti progressivi, che sappia porre l'accento sulla fattualità per cui l'ambito nazionale è al momento quello più a portata per la modifica radicale dello stato di cose presenti e che, di conseguenza, tutte le architetture sovranazionali che ci sono state imposte dal capitale negli ultimi decenni - nel nostro continente ci riferiamo, ovviamente all'Unione Europea, e alla NATO - siano da considerare nemici verso cui è unicamente percorribile una strada che concorra esclusivamente al loro disfacimento.

Ci riferiamo, per fare solo un cenno, alla questione catalana dove sappiamo bene che all'interno del movimento indipendentista si sia giocata una dura partita interna. E' ben diverso infatti l'atteggiamento di chi, come i compagni della CUP, proponeva una indipendenza come recupero della sovranità schiacciata non solo dal fascismo spagnolo ma anche dalla dittatura tecnocratica della UE e chi invece si caratterizzava per le continue richieste di aiuto a una Unione Europea che taceva o simpatizzava apertamente con Rajoy. Crediamo infatti che l'autodeterminazione del popolo catalano fosse, almeno in gran parte, un esempio di quelle lotte che devono unire rivendicazioni interne ad altre più generali.

Nulla di nuovo del resto: si può declamare d’essere internazionalisti sulla carta ma ciò che possono fattivamente fare i singoli compagni è combattere l'imperialismo all'interno del proprio spazio di riferimento con uno sguardo che deve, ovviamente, travalicare il particolare per divenire generale.

Qualsiasi altro approccio sulla questione lo consideriamo nella migliore delle ipotesi spurio, nella peggiore del tutto assimilabile dalla retorica capitalistica sulla modernità della globalizzazione.

Abbiamo quindi necessità di sviluppare una profonda conoscenza di questi fenomeni e crediamo che occasioni come queste ci possano essere di grande aiuto. Siamo immersi in una cultura in cui il nemico di classe impone un pensiero unilaterale. Ci hanno detto che la Brexit era espressione di un sentimento razzista, egoista e di destra. Ci hanno raccontato che gli inglesi erano rancorosi e gretti. Ecco, più che interessarci al reale pensiero di Corbyn e del Labour in quella fase, ragioniamo sul fatto che laddove la Brexit ha stravinto poi, qualche mese dopo, Corbyn ha ottenuto risultati straordinari. Cerchiamo cioè di cogliere l'analisi di fase liberandoci da quelle sovrastrutture ideologiche che il nemico ci impone. Evidentemente questo ci racconta qualcosa sulla classe più che sui suoi rappresentanti reali o presunti.

Comprendere questi fatti ci aiuterà a uscire da una situazione di stallo in cui siamo tutt'ora immersi e da cui stiamo provando a liberarci. Per il momento abbiamo le idee un po' più chiare. Non è molto, ma è già un inizio.

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