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giovedì 25 gennaio 2018

Fake news a chi?

Sepolti sotto la valanga di fatti che ne smentiscono quotidianamente le menzogne – la globalizzazione regala prosperità a tutti, l’austerità è l’unica via per rilanciare la crescita, i tagli alla spesa pubblica e le privatizzazioni creano nuove opportunità di lavoro, per citarne solo alcune – gli agit prop del pensiero unico neoliberista richiamano all’ordine i media: il loro tasso di asservimento agli interessi delle élite, ancorché elevato, non basta, devono fare di più e di meglio, devono far sì che nella mente della gente vi sia spazio solo per le verità di regime. E, con l’avvicinarsi delle elezioni, i toni salgono ulteriormente.

Così Mario Monti, in un editoriale dal titolo “Promesse e debiti (nostri)” (Corriere della Sera del 22 gennaio), paragona le promesse elettorali che prevedono una qualche forma di allentamento della linea del rigore imposta dalla Ue a trazione tedesca a una specie di “voto di scambio” mafioso. Chiunque affermi la possibilità di adottare politiche economiche alternative, sostiene, mente sapendo di mentire, diffonde fake news. Non fatevi ingannare, tuona, le promesse sono dei partiti, ma il debito è nostro. Affermazione paradossale, visto che qualche riga sopra tesse le lodi del divorzio fra Banca d’Italia e Tesoro, evento che, come ogni economista onesto sa, è la prima se non l’unica causa di aumento del nostro debito pubblico. Ma Monti non riconosce a tesi diverse dalla sua la dignità di argomentazioni scientifiche: qui non si tratta infatti di discussioni scientifiche, bensì di una guerra civile in cui il nemico va annientato. E in questa guerra, si rallegra, per fortuna non siamo disarmati, perché mai come questa volta i media stanno facendo un lavoro serio. Ha ragione: il richiamo all’ordine di cui sopra ha funzionato. La campagna sulle cosiddette fake news coincide, di fatto, con il lancio d’una battaglia propagandistica come quelle messe in atto dagli schieramenti nemici durante le grandi guerre mondiali del secolo scorso.

Ancora più dell’articolo di Monti, ce lo fa capire quello di Maurizio Caprara nel taglio basso sulla stessa pagina del Corriere, dedicato a quello che è ormai un altro leitmotiv di regime: la denuncia della sistematica azione di disinformazione che la Russia starebbe mettendo in atto ai danni dei Paesi occidentali (il comunismo è finito, ma l’odio antirusso non si placa, del resto l’invenzione di nemici esterni è la via regia per distrarre l’attenzione dei cittadini dai loro guai interni). La morale è sempre quella: spetta al giornalismo indipendente (come ascoltare tale aggettivo senza che scappi da ridere?) contrastare la propaganda nemica, perciò il giornalismo di qualità deve essere sostenuto dai governi e dalla Ue. Alcune batoste elettorali subite negli ultimi anni hanno rivelato come i media mainstream siano sempre meno capaci di orientare un’opinione pubblica che misura sulla propria pelle lo scarto fra fatti e verità di governo; da qui l’esigenza, da un lato di demonizzazione dei nuovi media, meno controllabili, dall’altro lato di assicurarsi che i vecchi parlino un’unica (neo)lingua.

Un piccolo inciso conclusivo: fino a che punto siano flessibili e malleabili le verità di regime, lo si può dedurre dalle cronache degli incontri di Davos. L’anno scorso si era inneggiato al presidente cinese – promosso da tiranno a difensore dell’economia aperta – quest’anno si plaude a Trump che, dopo avere tagliato le tasse all’1% dei frequentatori del prestigioso forum elvetico, si è a sua volta trasformato da minaccia neofascista a salvatore dell’economia mondiale. Pecunia non olet.

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