Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
07/02/2026
Accordo sulle basi russe in Siria
Certo, il salto da capo-tribù a uomo di Stato può sembrare ardito, ma con i giusti incastri del destino a volte diventa fattibile. È il ruolo che si è ritagliato il nuovo uomo forte siriano, Ahmed al-Sharaa, letteralmente catapultato al potere dalle ultime convulsioni della rivolta anti-Assad. Leader di uno dei tanti gruppi ribelli in lotta, Al-Sharaa ha approfittato di una sorta di congiunzione astrale, che ha visto schierati dal suo lato turchi, israeliani e americani. In tal modo è riuscito a liquidare in una settimana Bashar al-Assad, ‘mollato’ anche dai suoi alleati russi. Questo, però, non gli ha fatto prendere delle decisioni di appiattimento diplomatico sulle posizioni occidentali. Anzi. Nonostante la Siria abbia disperato bisogno dei capitali americani e di quelli del Fondo monetario internazionale, ha cercato di tenersi le mani libere per non irritare l’orso russo. In fondo, una presenza bilanciata e non ostile delle due superpotenze può fare il gioco di in Paese come la Siria abituato già da secoli a fare da ‘campo neutro’ della storia.
A Mosca da Putin
Detto fatto. Ahmed al-Sharaa proprio in questi giorni si è recato a Mosca per incontrarsi con Vladimir Putin. Un vero tour de force diplomatico quello del Presidente siriano, che arriva dopo la buona intesa raggiunta con la Casa Bianca e con le milizie curde, per la progressiva integrazione di queste ultime nel nuovo esercito nazionale di Damasco. Naturalmente, l’area interessata dall’accordo, quella del nord-est controllata dalle SDF (Syrian Democratic Forces), è una regione particolare, sia per la presenza dell’Isis e anche per l’esistenza di una base elicotteristica di Mosca. Bene, proprio Amberin Zaman, del think tank al-Monitor, ha rivelato per prima che i russi hanno finito di smantellare, in questi giorni, tutte le infrastrutture e le facilities relative all’impianto militare di Qamishli, nella provincia di Hasakah.
Tartous non si tocca
Nel presentare il vertice ai giornalisti, dando un tocco di solennità inusuale per eventi di questa portata, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha anticipato che i colloqui avrebbero riguardato, tra le altre cose, il destino delle basi militari russe in Siria. Proprio per dare maggiore autorevolezza alla sua visita, Sharaa era accompagnato da una folta delegazione di alto livello, tra cui il Ministro degli Esteri Asaad al-Shibani e il Ministro della Difesa Marhaf Abu Qasra. Da quello che trapela sul campo, sembra che un accordo sia stato raggiunto sulla base del trasferimento (e della chiusura) dell’impianto di Qamishli. Infatti, sostiene al-Monitor, «fonti siriane hanno riferito che le forze russe avevano iniziato un graduale ritiro dalla base all’interno dell’aeroporto internazionale di Qamishli, a fronte del deterioramento della situazione della sicurezza, con veicoli militari e armamenti pesanti russi trasferiti alla base aerea russa di Hmeimim, sulla costa mediterranea». Durante l’incontro, Putin ha affermato: «Spero che l’integrazione della regione dell’Eufrate rappresenti senza dubbio un passo importante e contribuisca al ripristino complessivo dell’integrità territoriale della Siria». Il Presidente russo ha così voluto sottolineare l’importanza del ritorno dell’esercito di Damasco nelle regioni curde.
La Russia sul Mediterraneo
«La Russia – ricorda al-Monitor – ha istituito la sua base militare all’interno dell’aeroporto di Qamishli nel novembre 2019, costruendo un impianto per elicotteri e installando armi avanzate e dispositivi di tracciamento radar. La base ospitava ufficiali della polizia militare, personale medico ed elicotteri. Con circa 200 militari russi a Qamishli prima del ritiro, la base era più piccola delle altre due principali basi russe in Siria, che ospitarono decine di migliaia di militari russi durante la guerra civile siriana. Secondo il servizio russo della BBC, si ritiene che circa 7.500 militari russi siano rimasti in Siria dopo la caduta di Assad. Queste basi costituiscono gli unici avamposti militari ufficiali della Russia in Medio Oriente». Ovviamente, la decisione di convivere con i russi forse andrà di traverso a Trump, ma come ha ribadito lo stesso al-Sharaa, «la Siria non si può certo permettere di andare allo scontro con Mosca». D’altro canto, per Putin, la Siria (dopo che Obama lo ha fatto rientrare in gioco in Medio Oriente), ha un’importanza strategica di primo piano.
Da Assad a Sharaa
“La base navale di Tartous – sostengono gli analisti di al-Monitor – fornisce l’unico accesso russo allo strategico Mar Mediterraneo, consentendo alla sua marina di rifornire e manutenere le navi. Nel 2017, la Russia e l’ex governo di Assad hanno firmato un accordo che consente alla Russia di espandere e utilizzare la base navale di Tartous per un periodo di 49 anni. La base aerea russa di Hmeimim è stata istituita nel 2015 nell’ambito del suo intervento militare nel Paese. Queste basi facilitano il movimento di forze e attrezzature russe attraverso il Medio Oriente e in Africa, compresi la Libia e il Mar Rosso”.
Fonte
01/01/2026
Siria - Come è nata e cresciuta l'economia sommersa
L’autoproclamato Presidente siriano Ahmad al-Sharaa (precedentemente noto come Abu Muhammad al-Julani quando era un capo di Al-Qaeda) ha emanato decreti che istituiscono un nuovo reticolo di organismi economici sotto la sua diretta autorità o sotto la “Segreteria Generale della Presidenza”, guidata da suo fratello Maher al-Sharaa.
Tra questi figurano il Comitato Nazionale per l’Importazione e l’Esportazione, l’Autorità Generale per i Valichi di Frontiera e le Dogane, un fondo sovrano, il Fondo di Sviluppo e l’Autorità Generale per l’Aviazione Civile. Alcuni sono entità ricostituite, un tempo appartenenti ai Ministeri dei Trasporti, dell’Economia o delle Finanze; altri sono invenzioni del nuovo regime. Tutti ora trasferiscono potere verso l’alto nella struttura di comando della famiglia Sharaa.
Sulla carta, l’economia è supervisionata dal Ministro dell’Economia e dell’Industria Mohamed Nidal al-Shaar, dal Ministro delle Finanze Mohamed Yasar Barniyya e dal Governatore della Banca Centrale Abdel Qader al-Hasriyya.
Eppure, uomini d’affari, tecnocrati e addetti ai lavori descrivono un sistema in cui questi funzionari fungono in gran parte da facciata. Il processo decisionale si basa su un “deep state economico” gestito dai fratelli del Presidente e imposto da una figura inaspettata: Ibrahim Sukkarieh, noto all’interno del sistema come Abu Maryam al-Australi.
Il tutore
L’ascesa di Sukkarieh, o “Abu Maryam l’Australiano”, nato in Australia da padre libanese di Akkar e madre australiana, e cresciuto a Brisbane, è diventata una delle storie più rivelatrici della trasformazione della Siria post-Assad.
Arrivò in Siria nel 2013, in un momento di profonda agitazione e in circostanze che sarebbero diventate chiare solo in seguito. Lasciò l’Australia il giorno prima che suo fratello Ahmed compisse un attentato suicida con un’autobomba nella campagna di Damasco, un attentato che rese Ahmed il primo attentatore suicida australiano di cui si abbia notizia.
Un altro fratello, Omar, è stato condannato a quattro anni e mezzo in Australia nel 2016 per aver finanziato il precursore di HTS, il Fronte al-Nusra, ponendo la famiglia sotto il controllo dei servizi segreti in entrambe le parti del mondo.
A Idlib, Ibrahim si è inizialmente creato un profilo come commentatore di lingua inglese, apparendo su programmi Web e social media per discutere del governo della Regione. Usando nomi come “Ibrahim Massoud” e “Ibrahim bin Massoud”, si è presentato come ricercatore e analista, arrivando persino a definirsi scherzosamente su alcune piattaforme come “uomo d’affari, amante del cricket, amante dello shawarma” (una pietanza di carne mediorientale). Eppure, dietro questa immagine costruita ad arte, si nascondeva una storia diversa.
Secondo fonti siriane e molteplici rapporti interni, Sukkarieh ha ricoperto incarichi militari e organizzativi all’interno di HTS, ricoprendo il ruolo di emiro di settore prima del 2020. Nell’ottobre 2022, è entrato a far parte del “comitato di monitoraggio generale” del gruppo, guidato da Abd al-Rahim Attoun, l’ex mufti di HTS che ora dirige l'“ufficio di consultazione religiosa” della presidenza.
Accanto a questi ruoli, Sukkarieh ha gestito E-Clean, un’azienda di igiene strettamente legata al Governo di Salvezza di Idlib, posizionandosi all’intersezione tra l’amministrazione economica e il braccio operativo di HTS. In seguito, nell’ottobre 2023, ha assunto la responsabilità del dossier tecnologico e delle comunicazioni dell’autorità, succedendo ad Abu Talha al-Halabi ed espandendo la sua influenza all’interno delle reti burocratiche di HTS.
Nel corso di tutti questi anni, le autorità australiane lo hanno tenuto nella lista delle persone sanzionate per finanziamento del terrorismo, una designazione che Canberra continua a sostenere, anche se Sukkarieh è passato dai circuiti degli insorti a una sfera decisamente più importante: il palazzo.
Il comitato ombra e la nascita di un’economia parallela
Informazioni internazionali e informazioni trapelate hanno poi rivelato che, dopo il crollo del governo di Assad, Sukkarieh ha assunto un ruolo centrale all’interno del palazzo presidenziale, collaborando direttamente con il fratello maggiore del Presidente siriano, Hazem al-Sharaa, per ristrutturare l’economia siriana.
Indagini giornalistiche lo descrivono come il capo di un “Comitato Ombra” responsabile di orchestrare il sequestro di beni un tempo detenuti da imprenditori dell’era Assad. Secondo fonti a conoscenza delle sue attività, il Comitato ha preso il controllo di circa 1,6 miliardi di dollari (1.363 milioni di euro) in proprietà, portafogli di investimento e partecipazioni nel settore delle telecomunicazioni, inclusi circa 1,5 miliardi di dollari (1,278 miliardi di euro) legati a tre potenti imprenditori affiliati al precedente governo.
Secondo la pubblicazione francese Intelligence Online, Abu Maryam attualmente presiede il comitato presidenziale, in una politica descritta da alcune fonti come “perdono in cambio di denaro”.
Invece di procedure giudiziarie, il Comitato si affida a “accordi”, negoziati che lasciano all’imprenditore preso di mira una frazione dei suoi averi in cambio di pagamenti in denaro, lealtà politica o entrambi. Gran parte della ricchezza recuperata è stata trasferita a un fondo sovrano di recente istituzione, sotto la supervisione presidenziale.
Lo stesso rapporto francese rileva che in precedenza l’uomo ha ricoperto ruoli di supervisione economica all’interno di strutture HTS e che attualmente è coinvolto nella gestione di sistemi finanziari digitali come Sham Cash.
Accordi, sequestri e minacce
Secondo due uomini d’affari, ognuno dei quali ha comunicato personalmente con Abu Maryam al-Australi, la prima fonte, un noto uomo d’affari che ha lasciato Damasco dopo la caduta del governo, afferma: “Abu Maryam al-Australi mi ha chiamato e mi ha proposto un accordo in base al quale avrei rinunciato all’80% dei miei beni. Dopo il mio rifiuto, sono stato minacciato di sequestro di tutti i miei beni mobili e immobili. In seguito abbiamo raggiunto un accordo che mi imponeva di pagare per impedire il sequestro. Dopo aver pagato, mi hanno contattato di nuovo mesi dopo e mi hanno nuovamente estorto denaro. Quando mi sono rifiutato di pagare, i miei beni sono stati sequestrati”.
Conferma di aver contattato il Ministro delle Finanze Barniyya, un vecchio amico, ma il ministro gli ha detto: “Quello che sta accadendo non è legale” e che nessuna legge consente un simile sequestro, eppure non ha l’autorità di fermarlo. Spiega di aver parlato con Abu Maryam solo una volta. In seguito, qualcuno dell’ufficio di Abu Maryam si è occupato del resto. Il primo pagamento, afferma, è stato effettuato in contanti perché si sono rifiutati di accettare qualsiasi bonifico bancario che potesse in seguito fungere da prova.
Il secondo uomo d’affari conferma che, sotto incessanti pressioni e continue estorsioni, è stato costretto a cedere l’80% dei suoi beni, sottolineando che le pressioni provenivano direttamente da Abu Maryam in coordinamento con Hazem al-Sharaa.
Un’altra fonte riferisce che l’uomo d’affari siriano Samir Hassan è stato arrestato a settembre dai servizi di sicurezza del governo di transizione nonostante le promesse del governo di non arrestarlo in seguito al suo accordo con Abu Maryam e Hazem al-Sharaa e al pagamento della somma richiesta.
L’economista siriano Mohammed Olabi afferma che oggi l’economia siriana “è divisa in tre sistemi paralleli: l’economia statale, l’economia del Nord-ovest con sede a Idlib e l’economia dell’Eufrate Orientale”, spiegando che ognuna ha “le proprie strutture finanziarie, doganali e operative”, rendendo l’economia, come ha affermato, “priva di un centro unificato” e rendendo “qualsiasi politica nazionale ostaggio di zone di influenza parallele al di fuori dell’autorità di un singolo Stato”.
Per quanto riguarda i poteri ministeriali ed economici, Olabi ha affermato che l’attuale panorama “rende difficile affermare che i ministri possiedano una reale autorità decisionale”, osservando che “la maggior parte delle decisioni economiche vengono prese al di fuori del quadro ministeriale”, redatte “nella cerchia ristretta della presidenza o attraverso comitati economici non ufficiali che controllano i fascicoli di investimento, le banche, gli accordi e persino le decisioni in materia di import/export”.
Tre economie parallele
Olabi osserva che un ministro “non definisce le politiche quanto piuttosto le esegue” e che il suo ruolo è spesso “tecnico o mediatico piuttosto che decisionale”. Persino la Banca Centrale Siriana, che dovrebbe essere la più indipendente, “opera entro limiti stabiliti da centri di potere paralleli che supervisionano la politica monetaria e la gestione della liquidità”.
L’economista Younes Karim descrive una gerarchia a tre livelli: la Segreteria Presidenziale sotto la guida di Maher al-Sharaa; il Consiglio Economico Supremo sotto la guida di Hazem al-Sharaa; e le reti clerico-di sicurezza di figure di HTS la cui influenza è tollerata perché garantisce la lealtà.
Spiega che Maher al-Sharaa “è diventato un centro decisionale chiave e l’architetto della politica economica”, perché “ogni decisione amministrativa o economica rientra nelle sue competenze”. Il secondo centro di potere è il “Consiglio Supremo Economico” guidato da Hazem al-Sharaa, il cui ruolo è diventato “il sostituto della Camera di Commercio”, precedentemente gestita di fatto dalla moglie dell’ex Presidente Assad.
Karim afferma che il Segretariato è diventato “un gabinetto parallelo”, che emette decisioni con l’immediatezza un tempo associata a un primo ministro o persino a un vicepresidente. Descrive una dualità emergente: uno “Stato dei poveri”, rappresentato dai ministeri, e uno “Stato sovracostituzionale”, composto da organismi d’élite legati alla famiglia Sharaa.
All’interno di questo ordinamento, Sukkarieh dirige l’ala di attuazione economica, mentre Mustafa Kadeed, noto come Abu Abdel Rahman, gestisce i flussi finanziari. Descrive Hazem come l’incarnazione dell'“economia sommersa”, mentre Maher rappresenta l'“economia ufficiale”.
Karim mette in guardia dal “crollo del concetto di Stato”, dalla “cancellazione dell’identità istituzionale della Siria” e dall'“imminente scontro” tra centri di potere concorrenti. “La lotta è iniziata”, dice. “Ogni fazione sta definendo il proprio spazio. Lo scontro è alle porte”.
All’interno della nuova rete di potere
L’architettura dell’autorità in Siria oggi è costruita attorno a un’unica famiglia allargata e agli agenti che la servono.
A capo di essa siede Ahmad al-Sharaa, Presidente della repubblica, mentre suo fratello Maher, segretario generale della presidenza, funge da vero e proprio comando esecutivo. L’altro fratello, Hazem, presiede il Consiglio Economico Supremo e plasma l’economia sommersa che ora eclissa quella formale. Al loro fianco lavora Ibrahim Sukkarieh, o Abu Maryam al-Australi, l’agente nato all’estero che fa rispettare gli accordi, negozia i trasferimenti di beni e supervisiona il meccanismo della ristrutturazione economica coercitiva.
Altri parenti occupano posizioni strategiche: il nipote del Presidente, Owais al-Sharaa, il cui mandato preciso rimane oscuro; Ahmad al-Droubi, suo cognato che controlla la tesoreria della Banca Centrale Siriana; e Maher Marwan, un altro cognato nominato Governatore di Damasco. Persino il fratello del Presidente, Jamal al-Sharaa, un tempo parte di questa costellazione, è stato messo da parte dopo che il Presidente ha sigillato il suo ufficio a Damasco con ceralacca rossa e gli ha vietato i rapporti ufficiali.
Nel complesso, queste posizioni equivalgono a un consolidamento del potere senza precedenti persino sotto il governo di Assad: autorità economica, supervisione amministrativa, influenza sulla sicurezza e liquidità finanziaria concentrate in una sola famiglia e in un unico estraneo di fiducia che è diventato indispensabile per il suo governo.
Uno stato che esiste sulla carta e una rete che governa nella pratica
Invece di procedere verso una ricostruzione istituzionale dopo la guerra, la Siria è sprofondata sempre più in un sistema di governo interconnesso in cui gli organi ufficiali fungono principalmente da facciata. I ministeri emanano ancora decreti, ma l’autorità che li sostiene è scarsa; i comitati timbrano i documenti, ma le vere decisioni vengono prese altrove. Il potere ora si muove attraverso canali privati e reti familiari, ancorate al Comitato Ombra guidato da Hazem al-Sharaa e Abu Maryam al-Australi.
Governi stranieri, investitori e gli stessi siriani si trovano di fronte a uno Stato i cui contorni rimangono intatti, ma il cui nucleo operativo è stato sostituito da una piccola rete interconnessa di familiari, lealisti e un agente di origine straniera, la cui traiettoria da commentatore legato ai militanti a personaggio interno al palazzo ora definisce la transizione.
La domanda irrisolta, sia per i siriani che per gli stranieri, è semplice: come può un Paese ricostruirsi quando le sue istituzioni sono vuote, la sua economia è gestita da reti private e il suo futuro dipende dalle decisioni di individui che operano al di sopra dello Stato piuttosto che al suo interno?
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15/12/2025
Siria - Attentato contro soldati USA. Al Jolani rimane inaffidabile
Parliamo di una zona desertica situata al centro della Siria, nel governatorato di Homs, in cui è schierata la settantesima divisione dell’esercito siriano, ex Esercito Siriano Libero, formata e addestrata proprio dagli USA nella base di Al-Tanf dal 2016.
Il bilancio finale è di tre statunitensi morti, due militari ed un civile (che faceva l’interprete) e cinque feriti, due soldati siriani e tre statunitensi. Anche l’attentatore è stato ucciso sul posto.
Si tratta delle prime perdite per gli USA, dalla caduta del regime baathista.
Immediatamente Trump ha scritto un post su Truth in cui ha incolpato l’Isis e si è mostrato benevolo verso Al-Jolani, descrivendolo come “estremamente arrabbiato e turbato da questo attacco”; il tycoon ha però, dovuto ammettere che le forze siriane “non controllano pienamente” l’area dove è avvenuto il fatto. Ovviamente, ha concluso che “ci saranno gravi ritorsioni”.
Ma contro chi? Dopo qualche tira e molla informativo, le autorità qaediste hanno dovuto ammettere che l’attentatore fosse un membro delle proprie forze di sicurezza interne. Che, però, “stava per essere licenziato a causa delle sue visioni estremiste”. Così ha provato a cavarsela il Ministero dell’Interno di Damasco.
Anche a Washington l’imbarazzo è evidente. Mentre si cerca di dipingere il governo siriano come affidabile e come risultato di un modello di cambio di regime che collima con le priorità strategiche attuali, non avendo implicato un intervento diretto, ecco che emergono gli “scheletri nell’armadio”: buona parte delle milizie che formano le forze armate delle nuove autorità di Damasco agiscono ancora secondo i dettami della loro ideologia estremista salafita, forse conservando anche legami organizzativi con l’Isis.
In tal senso, si ricorda che uno dei “risultati” della visita effettuata da Al-Jolani alla Casa Bianca non più tardi di un mese fa è stato l’ingresso formale della Siria nella rediviva “coalizione internazionale anti-Isis a guida USA”.
Il colpo per la credibilità di Damasco è forte e potenzialmente disastroso specialmente alla luce del fatto che nei giorni precedenti era arrivata la prima, vera vittoria al Congresso: la Camera dei Rappresentanti, infatti, aveva votato per la rimozione del Caesar Act, senza inserire alcuna condizione di reintroduzione automatica, come, invece, chiedono Israele e le Forze Democratiche Siriane (FDS), secondo i quali, appunto, la revoca delle sanzioni dovrebbe essere subordinata all’adesione reale di Damasco alla lotta ai residui dello stato islamico e al rispetto delle minoranze (anche se fa un pò ridere che quest’ultima richiesta provenga da uno stato di apartheid come Israele).
Ora è prevedibile che la lobby sionista torni alla carica al Senato per apportare delle modifiche al provvedimento.
In tal senso, il solito Jerusalem Post, in un articolo di analisi quasi gongolante per quanto accaduto a Palmira, si sofferma sulla presenza, nell’esercito siriano, di ufficiali già in passato sanzionati dagli USA per la loro condotta estremistica, provenienti specialmente dalle milizie filoturche, ed invita ad “imparare la lezione”, privilegiando la collaborazione con le FDS.
L’attentato di Palmira e, in generale, la continua dimostrazione di inaffidabilità da parte di Damasco potrebbero avere conseguenze proprio sulla questione dell’integrazione delle FDS nelle strutture centrali siriane.
Si rafforza, infatti, la posizione di quanti, specialmente all’interno del Pentagono, premono affinché la presenza militare nel nord-est continui ad essere finanziata anziché venire diminuita drasticamente – come chiedono gli esponenti più vicini a Trump, quali Tom Barrack – in quanto le FDS continuano a dimostrarsi le milizie più affidabili.
Di riflesso, si rafforzano anche le rivendicazioni di decentramento molto spinto da parte delle FDS stesse, in contrapposizione alle spinte centraliste provenienti specialmente da Ankara, che teme l’emersione di analoghe rivendicazioni autonomiste nelle aree curde all’interno dei propri confini.
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11/11/2025
Al Qaeda entra alla Casa Bianca
Un quarto di secolo dopo l’abbattimento delle Torri Gemelle e l’avvio della “guerra infinita contro il terrorismo” (slogan di George W. Bush), Al Qaeda entra col tappeto rosso alla Casa Bianca.
Ieri l’ex “terrorista” Al Jolani, tornato al suo vero nome – Ahmed al-Shara – è stato ricevuto da Donald Trump nello studio ovale in qualità di presidente della “nuova Siria”, dopo la fuga di Assad.
Solo 11 mesi fa Al Jolani – già sulla poltrona più alta di Damasco – era ancora inseguito con una taglia da 10 milioni di dollari stanziata proprio dagli Stati Uniti in quanto capo riconosciuto dell’ala siriana di Al Qaeda, che aveva organizzato su incarico di Al Baghdadi (poi ucciso in Iraq).
Il suo nome è stato cancellato dalla lista ufficiale dei “terroristi” solo pochi giorni fa, quando stava in pratica salendo sull’aereo per gli Stati Uniti (dove peraltro era già stato senza problemi, parlando all’Onu).
Prima dell’ingresso alla Casa Bianca, come propaganda vuole, Al Jolani si è anche fatto riprendere mentre finge di giocare a basket insieme ai generali Brad Cooper (capo del Comando Centrale degli Stati Uniti) e Kevin Lambert (comandante della coalizione internazionale anti-ISIS in Iraq), che per anni gli avevano ufficialmente “dato la caccia”, ma in realtà lo avevano rifornito e finanziato – insieme ad Erdogan – come pilastro della destabilizzazione del regime alawita, sostenuto dalla Russia.
L’incontro sembra confermare le voci secondo cui si starebbero da qualche tempo svolgendo negoziati USA-Siria per stabilire una presenza aerea all’aeroporto internazionale di Damasco, per aiutare a monitorare il corridoio Israele-Siria. Evidente il vantaggio reciproco: l’aeronautica statunitense guadagna una base importante e il nuovo regime siriano incassa una polizza assicurativa contro possibili nuovi attacchi israeliani (Tel Aviv non segue pedissequamente la diplomazia Usa e continua a bombardare chi vuole).
Garanzia ballerina, certo, come è stato dimostrato di recente con l’attacco israeliano in Qatar, dove pure c’è una grandissima base statunitense, poco prima del “cessate il fuoco” a Gaza, nel fallito tentativo di eliminare la delegazione di Hamas ai negoziati (una specialità esclusiva dei sionisti: far fuori quelli con cui si sta discutendo di “pace”).
Le foto dell’incontro, in ogni caso, dimostrano che la definizione di “terrorista” è sempre stata un’etichetta altamente elastica, da affibbiare – o togliere – ai “nemici”. Poi, quando per qualche motivo, ri-diventano “alleati”... scurdammece o’ passato.
È appena il caso di ricordare che Al Qaeda – fondata da Osama Bin Laden con finanziamenti sauditi e statunitensi per condurre la guerra anti-sovietica in Afghanistan negli anni '80 – era diventata ad un certo punto il “nemico esistenziale” di Washington e dell’Occidente, giustificando così l’intervento militare in Afghanistan (per venti anni, fino alla ingloriosa fuga da Kabul) e in molti altri paesi musulmani.
Ma niente è per sempre. Ascoltare i cronisti italioti chiamare ora l’esperienza passata di Al Jolani come quella di un “guerrigliero”, non ha prezzo...
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20/10/2025
Bistrattato dagli “alleati”, Al-Golani va in Russia
Gli Usa, dal canto loro, nonostante le promesse, sembrano aver alleviato in maniera molto relativa il regime sanzionatorio. La Turchia e l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est continuano a strattonare le autorità di Damasco, tenendola, di fatto, nel mezzo dello scontro fra di loro.
Così, con una mossa che ha sorpreso molti osservatori, l’autoproclamato Presidente Al-Golani si è recato in visita a Mosca, dove è stato accolto dalle massime autorità russe.
La retorica antirussa delle primissime ore della caduta del regime baathista è solo un ricordo lontano. “La Siria vuole rispettare tutti gli accordi in essere con la Russia”, ha dichiarato Al-Golani a Mosca, lasciandosi poi scappare che “una parte significativa del nostro settore energetico dipende dalle loro competenze tecniche”.
Ciò significa che i “nuovi alleati”, in più di 10 mesi non hanno nemmeno provveduto a sostituire Russia ed Iran nel tenere in piedi le reti di rifornimento energetico del paese.
Entrambe le parti hanno ridiscusso la presenza militare russa nel paese, principalmente la base navale di Tartus e la base aerea di Khmeimim, non più destinate allo smantellamento o a rimanere sotto costante assedio, come sembrava nei primissimi giorni d’insediamento delle autorità qaediste; le quali, anzi, ora sembrano vederle come un utile contrappeso rispetto al perdurante interventismo espansionista israeliano ed anche rispetto alla scomoda tutela militare che la Turchia vuole imporre, per cercare di ricavare qualche risultato dall’appoggio offerto negli anni scorsi ad HTS e alle milizie collegate. Pertanto, la presenza militare russa potrebbe addirittura espandersi.
Al-Golani, inoltre, avrebbe richiesto formalmente la consegna di Assad e degli altri dirigenti politici e militari del deposto regime baathista rifugiati in Russia; in realtà, più che riaverli indietro, lo scopo realistico è ottenere garanzie circa il fatto che non verranno scatenati contro le nuove autorità a fini destabilizzatori.
È emerso, infatti, che Mosca, dietro le quinte, tollera o sostiene l’attività all’estero di alcuni di questi oppositori baathisti (addirittura, pare che Maher al-Assad, fratello dell’ex-Presidente, giri con uno speciale passaporto russo).
Dopo l’incontro, Putin ha accettato di farsi fotografare con Al-Golani, pur non essendo ancora arrivato il suo riconoscimento formale come legittimo presidente della Siria, ed ha descritto il processo elettorale tenuto nel paese qualche giorno prima come un “grande successo”, utile a “rafforzare i legami e l’interazione tra tutte le forze politiche in Siria”.
In realtà, al contrario, tale processo elettorale è stato tenuto solo nei territori controllati da HTS ed ha coinvolto solo personale nominato da Al-Golani, in maniera più simile ad un emirato islamico che ad un’istituzione repubblicana, quale dichiara di essere la nuova Siria.
Fra i non coinvolti da queste elezioni, c’è ovviamente l’area a guida curda del nord-est. Su questo fronte, nei giorni scorsi ci sono stati dei colloqui fra le autorità di HTS e le Forze Democratiche Siriane (FDS), mediati dagli USA.
Nonostante in alcune dichiarazioni pubbliche l’inviato USA Tom Barrack sembri favorevole ad una centralizzazione verso Damasco, l’esito, stando a quanto dichiarato da Mazloum Abdi, capo militare e capo negoziatore delle SDF, sembra essere stato opposto: “Il punto più importante è aver raggiunto un accordo preliminare sul meccanismo di integrazione delle SDF e delle Forze di sicurezza interna (curde) nel quadro dei ministeri della difesa e degli interni ... Queste forze [le SDF] non possono unirsi all’esercito siriano individualmente, come altre piccole fazioni. Piuttosto, si uniranno a grandi formazioni militari, formate secondo le regole del Ministero della Difesa”1.
In sostanza, le SDF e la polizia dell’area del nord-est si uniranno nelle strutture dello stato centrale conservando la propria struttura interna, come sempre chiesto dai dirigenti curdi; nei fatti cambieranno solo nome e continueranno ad operare autonomamente esattamente come fanno ora e nelle zone controllate attualmente, non ritirandosi nemmeno dalle aree a maggioranza araba. “Il ritiro da Raqqa o Deir ez-Zor non è negoziabile”2, ha affermato perentoriamente Abdi.
Sempre Secondo Abdi, la parte di HTS si è mostrata aperta anche sul punto dell’assetto federale da dare allo stato, anche se persistono punti discordanti su come implementarlo. Per quanto riguarda, invece, lo sfruttamento delle risorse petrolifere, attualmente in mano quasi interamente alle SDF, “non se ne è parlato, se ne parlerà nei prossimi incontri”.
Da Damasco non arrivano conferme rispetto a questa versione degli esiti dei colloqui, che se venisse confermata, presumibilmente manderebbe su tutte le furie l’alleato turco, che di nuovo forzerebbe HTS a far salire la tensione con le FDS.
In definitiva, è in queste dinamiche internazionali e nello scarso controllo effettivo del territorio siriano da parte delle nuove autorità qaediste che va iscritta la richiesta di aiuto da parte di Al-Golani nei confronti della Russia, che sempre più, a fari spenti, si riaccredita come attore decisivo anche sullo scenario mediorientale, dopo la disfatta del regime baathista.
Note
[1] https://apnews.com/article/syria-kurds-sdf-mazloum-abdi-army-merger-alsharaa-8de0ee121b7a475fbbc27cbe46784f32
[2] https://www.kurdistan24.net/en/story/868936/mazloum-abdi-sdf-and-syrian-army-reach-initial-understanding-on-integration
Fonte
04/10/2025
La Russia cerca un ruolo nella nuova Siria
Dalla guerra civile al dialogo
Nei giorni in cui cadeva il decimo anniversario dell’intervento russo nella guerra civile siriana a fianco di Assad, tra il 30 settembre e l’1 ottobre, funzionari del ministero della Difesa siriano e delle nuove forze armate, sorte dopo l’ascesa al potere di Al-Sharaa e del suo gruppo militante Hayat Tahrir al-Sham, hanno visitato Mosca per incontri d’alto profilo con le controparti russe. In quell’occasione Asim Gliyun, portavoce della Difesa siriana, ha postato sui social un selfie con un sistema anti-aereo S-400, proclamando che è operativo “oggi in Russia, prossimamente in Siria”.
Un segnale di una possibile vendita di questo asset strategico? Una rondine non fa primavera ma è chiaro che nella danza delle potenze per proiettare influenza sulla nuova Siria c’è anche la Russia. E dato che l’agenda internazionale di al-Sharaa, tolti i punti fermi del solido sostegno della Turchia e del patronage del Qatar, è un cantiere aperto, Mosca prova a muoversi per contenere i danni della caduta di Assad, se non programmare di trasformare la sconfitta in vittoria. Un primo passo potrebbe essere cercare di ottenere una proroga della disponibilità delle basi nel Paese, quella navale di Tartus e quella aerea di Hmeimim, entrambe nell’Ovest costiero della Siria, magari a canone rialzato rispetto alle condizioni favorevoli precedenti.
Certamente un elemento da segnalare è l’apertura di Al-Sharaa, che con intelligenza politica e tattica si è ben guardato dal sovrapporre i proclami per la destituzione del regime di Assad con un’analoga rivendicazione anti-russa. L’ex jihadista divenuto leader politico non vuole crearsi nemici e a luglio ha detto di sperare per il bene della Siria che Mosca resti “dalla sua parte”.
Siria e Russia si cercano
Il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani si è recato a Mosca e ha incontrato Sergej Lavrov il 31 luglio scorso nel primo contatto ad alti livelli tra i due Paesi dopo la telefonata tra Al-Sharaa e il presidente russo Vladimir Putin di febbraio. Per la Siria, poter ottenere un’intesa cordiale con la Russia significa al contempo, a prezzo della rinuncia a vendette postume contro la figura di Assad (in esilio proprio a Mosca), poter coprire il fianco dall’ipotesi che i lealisti del deposto regime possano essere utilizzati da Mosca contro Al-Sharaa/al-Jolani e poter avere un partner ulteriore su cui contare per commercio e forniture militari.
Gli S-400, in tal senso, fanno molto gola di fronte all’avanzamento dell’operatività militare di Israele nel Paese dopo la caduta di Assad, nel quadro di un vero e proprio braccio di ferro a distanza con la Turchia patrona di Damasco. Per Mosca, il pragmatico compromesso aiuterebbe a tenere i piedi in Medio Oriente. Recenti casi, come l’avaria di un sottomarino classe Kilo II nel Mediterraneo Orientale, mostrano l’importanza di basi d’appoggio e scali logistici funzionanti nella regione. La Siria resta però affollata. Forti e presenti i turchi e i qatarioti, vi puntano con attenzione gli Usa, vi operano gli israeliani, vi guardano da vicino molti Paesi arabi. La Siria resta un prisma complesso dove chiunque mira a portare acqua al proprio mulino.
Le prospettive del dialogo
“Negoziando sulle sue basi, la Russia ha ricordato alla Siria il supporto che può offrire. In primavera, la Russia ha spedito petrolio, gasolio e grano alla Siria”, scrive Foreign Affairs, aggiungendo che “la società russa Goznak, soggetta a sanzioni britanniche, dell’Unione Europea e degli Stati Uniti e che da tempo stampa la valuta siriana, emetterà le nuove banconote del Paese. Con il suo veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Russia potrebbe contribuire a rimuovere le designazioni terroristiche dell’Onu, che comportano divieti di viaggio e congelamento dei beni, su Sharaa e altre persone a lui vicine”. L’opportunità è ghiotta per tutti. Anche la Siria è contendibile e non ancora in una precisa zona d’influenza.
Da capire, in prospettiva, se il 15 ottobre Al-Sharaa sarà a Mosca per l’annuale summit Russia-Lega Araba. Qualora così fosse, l’ipotesi di un bilaterale con Putin non è da escludere. E potrebbe fare molta chiarezza su tali scenari.
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24/09/2025
L’ex Isis oggi lavora per l'Occidente
Eccolo giulivo proprio a New York, a godersi lo skyline dov’erano le Torri Gemelle, che i suoi di al Qaeda hanno tirato giù.
In un’intervista alla PBS americana al Jolani è stato schiettissimo. Alla domanda del “cos’ha pensato e provato l’11 settembre?”, lui risponde: “Chiunque nel mondo arabo o islamico vi dica che non era contento, mente”.
Libero della taglia da 10 milioni di dollari, le mani lorde del sangue delle migliaia di siriani e iracheni decapitati, insediato al potere a Damasco, al Jolani pronuncerà, nientemeno, un discorso dalla tribuna dell’ONU.
Alla fine di agosto gli Stati Uniti hanno revocato i visti al presidente palestinese Mahmoud Abbas e ad altri 80 funzionari in vista della riunione di alto livello dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, un passo che contravviene al diritto internazionale.
Mahmoud Abbas interverrà al dibattito di alto livello di questa settimana tramite un video pre-registrato.
La trasmissione del suo intervento via video ha richiesto una risoluzione approvata con 145 voti a favore, cinque contrari (Israele, Nauru, Palau, Paraguay e Stati Uniti) e sei astensioni (Albania, Fiji, Ungheria, Macedonia del Nord, Panama e Papua Nuova Guinea).
Il rifiuto degli Stati Uniti di concedere i visti alla delegazione palestinese ha riacceso dibattiti di lunga data sull’idoneità della sede delle Nazioni Unite a New York, istituita nel 1952 su un terreno donato dalla famiglia Rockefeller lungo l’East River.
Le operazioni e l’accesso alle Nazioni Unite non possono essere ostaggio delle decisioni statunitensi che violano l’Accordo sulla sede delle Nazioni Unite del 1947 tra gli Stati Uniti e le Nazioni Unite.
Gli Stati Uniti – in quanto nazione ospitante – devono garantire “accesso libero e illimitato” ai rappresentanti delle Nazioni Unite, inclusi quelli di stati osservatori come la Palestina, “indipendentemente dalle relazioni” tra gli Stati Uniti e i loro governi.
La questione non riguarda solo i visti. Si tratta di capire se New York possa incarnare le aspirazioni universali delle Nazioni Unite o se sia tempo di una nuova sede.
Nel caso ve lo stiate chiedendo, l’ex leader delle filiali di al Qaeda e ISIS in Siria, Abu Mohammad al Jolani, non ha problemi di visto. Come presidente ad interim della Siria, ora si trova a New York, pronto a presentare la sua proposta all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: revocare le sanzioni, rimpatriare i rifugiati e integrare la Siria nell’economia globale.
P.S. redazionale. Tutti, intervenendo all’Assemblea, hanno stigmatizzato Hamas, il 7 ottobre, ecc. Nessuno ha indicato nell’ex capo dell’Isis e di Al Qaeda in Siria un pericoloso “terrorista” con cui “non si può trattare”. Si vede che certe definizioni sono decisamente “elastiche”...
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09/05/2025
Siria - Il presidente conferma il dialogo con Israele
Durante la conferenza stampa a Parigi, seguita all’incontro di ieri con il presidente francese Emmanuel Macron, Sharaa ha dichiarato che “l’intervento di Israele (che, dopo la caduta di Bashar al-Assad all’inizio di dicembre, ha occupato centinaia di km² di territorio siriano, ndr) costituisce una violazione dell’accordo del 1974” tra Israele e Siria, che – ha affermato – il suo governo si è impegnato a rispettare sin dal suo insediamento.
Sharaa – conosciuto fino allo scorso anno come Abu Mohammad Al Julani, capo del gruppo qaedista Hay’at Tahir al Sham – ha aggiunto che il suo esecutivo sta contattando tutti i Paesi che hanno legami con Israele, nel tentativo di fare pressione su Tel Aviv affinché ponga fine agli attacchi in Siria. Israele, oltre ad occupare ampie porzioni del territorio meridionale siriano, ha compiuto centinaia di attacchi aerei negli ultimi mesi.
Prima del viaggio del presidente siriano a Parigi, l’agenzia Reuters e fonti arabe avevano riferito che gli Emirati – dopo la visita di Sharaa ad Abu Dhabi il 13 aprile – avevano aperto un canale di dialogo segreto tra Gerusalemme e Damasco, incentrato su questioni di sicurezza e intelligence e sul rafforzamento della fiducia tra i due Stati, che non intrattengono relazioni diplomatiche. Gli Emirati hanno smentito ogni coinvolgimento.
Va notato che, nei giorni scorsi, le autorità islamiste al potere in Siria hanno fatto arrestare due dirigenti del Jihad islamico palestinese e un esponente di spicco del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale. Secondo i media locali, gli arresti sarebbero legati alle condizioni poste dagli Stati Uniti per la revoca delle sanzioni economiche alla Siria, tra cui l’interruzione dei rapporti con le organizzazioni palestinesi. Durante i decenni in cui è stata al potere la famiglia Assad, i palestinesi avevano invece trovato appoggio e accoglienza in Siria.
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17/03/2025
Conferenza UE sulla Siria, sostegno promesso ai tagliagole di Damasco
La motivazione propagandata dagli alti vertici europei è quella di raccogliere il sostegno internazionale per favorire “il buon esito della transizione”, come recita il titolo dell’evento ministeriale che verrà presieduto dall’Alta rappresentante per gli Esteri Kaja Kallas e dalle due Commissarie europee Dubravka Šuica e Hadja Lahbib.
Transizione che è stata raccontata dai media occidentali come la vittoria del popolo siriano sul regime di Assad, ma che con le violenze perpetrate negli scorsi giorni lungo la costa del paese contro le milizie baathiste e i civili di varie etnie e religioni ha mostrato il vero volto delle forze che hanno preso il controllo di Damasco.
L’accordo stretto tra l’HTS e l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est ha permesso al governo di Al Jolani di tirare il fiato rispetto alla riconflagrazione del conflitto, che dimostra come, ad ogni modo, la situazione siriana sia tutt’altro che stabilizzata. La UE vuole subito approfittarne per giocare un ruolo geopolitico centrale sul Mediterraneo.
Alla conferenza di Bruxelles sono state invitate le autorità siriane ad interim, rappresentanti delle Nazioni Unite e degli stati confinanti con la Siria, nonché altri partner regionali. Al centro ci sarà la ricostruzione del paese, la sua ripresa socio-economica e gli aiuti umanitari che devono continuare ad arrivare.
Già lo scorso 24 febbraio era stata decisa la sospensione “graduale e reversibile” delle sanzioni poste su Damasco riguardo ad alcuni settori chiave quali energia, trasporti e transazioni bancarie. Il processo di cancellazione definitiva (per cui ieri ha intercesso la Turchia) di questi provvedimenti è stato formalmente collegato al rispetto di dettami democratici e dei diritti umani e civili.
La realtà, ovviamente, è ben diversa. Di fronte ai crimini commessi recentemente dai nuovi alleati, Kallas ha diramato un comunicato in cui ha condannato con fermezza gli attacchi delle milizie legate al precedente governo, mentre per quanto riguarda il massacro dei civili ha detto che solo “presumibilmente” sono responsabilità di forze legate alle autorità di transizione.
Il giorno dopo, 12 marzo, il Parlamento Europeo ha approvato a larghissima maggioranza una risoluzione che spinge i paesi UE ad aiutare nel processo di transizione e ricostruzione della Siria, anche usando gli assets di Assad congelati sul territorio comunitario. Il solito doppio standard occidentale che qui si presenta in maniera plastica.
Qualche violazione della narrazione democratica che l’ideologia UE vuole propinare può essere accettata se questo permetterà di ottenere una posizione di vantaggio nella competizione globale. Infatti, nella risoluzione si legge chiaro e tondo che l’appoggio o meno al governo di Al Jolani è legato più alle alleanze internazionali che al rispetto dei diritti umani e civili.
La UE “chiede a Damasco di porre fine alle alleanze storiche con Teheran e Mosca”, e lo scrive subito nella risoluzione, per mettere in chiaro quale sia la vera posta in gioco. L’obiettivo di Bruxelles è quello di mettere a segno un duro colpo rispetto al peso che Iran e Russia possono far valere sul Mediterraneo, e di trovare nella ricostruzione siriana un grande affare.
Un alto funzionario della UE ha detto ad Euronews che il sistema di aiuti umanitari si è basato fino ad oggi sulla UE e sugli Stati Uniti. Con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, molti di questi sostegni sono stati tagliati o sospesi. Per Bruxelles significa l’opportunità di assumere un ruolo autonomo nell’area, e non vuole farselo scappare.
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11/03/2025
Siria - Accordo HTS-SDF. Al-Jolani prende fiato
Ecco il testo dell’accordo, mediato dagli USA e da altre forze curde, pubblicato dall’agenzia ANF news:
1- Garantire i diritti di tutti i siriani alla rappresentanza e alla partecipazione al processo politico e a tutte le istituzioni statali in base alla competenza, indipendentemente dal loro background religioso ed etnico.Come si vede, il testo, oltre a comprendere dichiarazioni di principio “pluraliste”, che Al-Jolani ripete a vuoto dall’8 dicembre scorso, non contiene nessun elemento di dettaglio e lascia inevase le questioni principali alla base delle controversie fra Amministrazione Autonoma del Nord-Est e Damasco, come l’ordinamento federale o centralizzato del nuovo assetto statuale della Siria, nonché le modalità di scioglimento delle Forze Democratiche Siriane all’interno dell’esercito centrale, ovvero come un corpo d’armata autonomo o sparpagliandosi all’interno degli altri corpi.
2- La comunità curda è una comunità indigena nello stato siriano e lo stato siriano garantisce il suo diritto alla cittadinanza e tutti i suoi diritti costituzionali.
3- Un cessate il fuoco su tutti i territori siriani.
4- Integrare tutte le istituzioni civili e militari della Siria nord-orientale nell’amministrazione dello stato siriano, compresi i valichi di frontiera, l’aeroporto e i giacimenti di petrolio e gas.
5- Garantire il ritorno di tutti i siriani sfollati nelle loro città e nei loro villaggi e garantire loro la protezione dello stato siriano.
6- Sostenere lo stato siriano nella sua lotta contro i resti di Assad e tutte le minacce alla sua sicurezza e unità.
7- Rifiutare le richieste di divisione, i discorsi d’odio e i tentativi di diffondere discordia tra tutte le componenti della società siriana.
8- I comitati esecutivi stanno lavorando e si stanno impegnando per attuare l’accordo entro la fine dell’anno.
L’unico punto veramente chiaro è il numero 6, ovvero la cooperazione contro “i resti di Assad”, cioè contro la “Resistenza Nazionale Siriana”, la “Brigata Scudo della Costa”, il “Consiglio Militare per la Liberazione della Siria”, le varie sigle che stanno dando vita alla Resistenza anti HTS sulla costa e hanno effettuato azioni anche contro l’occupazione sionista.
Tali forze, effettivamente capeggiate da esponenti del disciolto esercito baathista, hanno dato nei giorni scorsi filo da torcere, come mai accaduto dall’8 dicembre scorso, ad HTS, risvegliandone anche gli istinti settari più beceri e genocidi.
Sicuramente, tale accordo, anche grazie alla sua vaghezza, potrebbe costituire un modello da utilizzare anche nei confronti di altre regioni riluttanti a centralizzare le proprie strutture con Damasco, ovvero quelle del sud, rilanciando l’immagine pluralista delle nuove autorità.
Fonti delle Forze Democratiche Siriane rivendicano che presto verrà consentito il ritorno a casa degli abitanti curdi di Afrin, sfollati dal 2018, e che prossimamente comincerà un’azione militare congiunta HTS-SDF contro le cellule dell’Isis. Immagini di festeggiamenti si segnalano in diverse province del paese.
Reazioni positive sono già giunte da Qatar, Arabia Saudita, Giordania e Unione Patriottica del Kurdistan (PUK). Presto ne arriveranno altre.
Da capire se e quanto quest’accordo placherà la Turchia e le sue velleità di porre fine all’Amministrazione del nord-est, per dare vita ad una Siria centralizzata sotto il tallone delle milizie salafite.
Di sicuro, occorre dirlo, si tratta di una manna dal cielo per le nuove autorità di Damasco, che stavano subendo una pressione internazionale senza precedenti a causa delle atrocità commesse nei confronti delle minoranze da parte delle proprie milizie. USA e Russia, ad esempio, avevano chiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
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02/02/2025
Al Golani ringhia, ma la Siria è in subbuglio
Inoltre, le nuove sedicenti autorità pretendono anche di dissolvere per decreto tutte le milizie armate del paese, dichiarando legale solo il loro esercito, nel quale tutte dovrebbero sciogliersi.
Nel discorso di autoproclamazione, Al Golani non ha risparmiato le solite chiacchiere sulla necessità di costruire “conferenze nazionali inclusive”, alle quali, però, non crede più nessuno. “Nei prossimi giorni annunceremo un comitato incaricato di preparare la conferenza di dialogo nazionale, una piattaforma diretta di discussione, per ascoltare i diversi punti di vista sul nostro futuro programma politico. Inoltre perseguiremo i criminali che hanno versato sangue siriano e commesso massacri e crimini”.
Questi proclami seguono di un paio di giorni un teso incontro fra lo stesso Al Golani ed il diplomatico russo Mikhail Bogdanov con al centro il destino delle basi russe presenti in Siria, che sono state già in parte smantellate; in quella sede, la parte siriana avrebbe messo sul piatto delle trattative anche la consegna di Assad e il pagamento di un risarcimento, da parte della Russia, per averlo appoggiato.
Parallelamente, va avanti il programma di privatizzazione e di licenziamenti nel settore pubblico, in coerenza con gli annunci, fatti sin dalle prime ore successive alla caduta di del regime baathista, di voler istituire un regime economico di libero mercato. Lo ha denunciato, in un comunicato, il Partito Comunista Siriano Unificato, che ora è fra i destinatari del provvedimento di messa al bando, avendo fatto parte del Fronte Nazionale Progressista.
A questa arroganza da parte delle nuove autorità, non corrisponde però un controllo altrettanto ferreo del paese.
La nuova Amministrazione USA non si sta comportando come la Turchia, il vero burattinaio di Al Golani, si sarebbe aspettata. Al momento, infatti, non si parla di un ritiro USA dal nord-est del paese e il nuovo Segretario di Stato Marco Rubio ha lanciato ripetutamente messaggi positivi alle milizie curde Ypg circa la prosecuzione dell’appoggio statunitense.
Già prima di entrare ufficialmente in carica Rubio aveva affermato: “Penso che dobbiamo riconoscere che ci sarebbero delle implicazioni nell’abbandonare partner che hanno fatto un grande sacrificio. Sappiamo che la Turchia ha legittime preoccupazioni per la sicurezza lungo quel confine. I cittadini turchi, le città turche, sono state attaccate da terroristi provenienti da oltre quel confine... Tuttavia non vogliamo che i nostri partner delle Forze Democratiche Siriane sia costrette a concentrarsi su altre cose, che non sull’Isis”.
Ha rincarato ulteriormente la dose Tulsi Gabbard, contestatissima candidata di Trump a direttrice di tutte le agenzie d’intelligence: “La Siria è ora controllata da HTS, un’affiliata di al-Qaeda gestita da un jihadista che ha ballato per le strade l’11 settembre ed è responsabile dell’uccisione di molti soldati americani”.
Si ricordi che l’area nord-est, attualmente sotto controllo dell’Amministrazione Autonoma filo-curda, è anche quella che comprende i terreni più fertili e le risorse petrolifere del paese; pertanto, le nuove autorità centrali rischiano di fare la fine delle precedenti se in qualche modo non dovessero riuscire a mettere le mani su tali asset economici.
In tal senso è in corso un’attività diplomatica con il difficile compito di trovare un punto d’incontro fra tutti gli attori locali ed internazionali in gioco, aventi al centro, come mediatori, il governo iracheno e le autorità della regione autonoma curdo-irachena.
In particolare, Masoud Barzani, il capo storico del Partito Democratico del Kurdistan, al governo nel Kurdistan iracheno, è stato impegnato in una serie di incontri diplomatici con i vertici delle Ypg e con rappresentanti di USA e Francia.
Essendo in buoni rapporti anche con la Turchia, Barzani può costituire il vero punto d’incontro fra i vari attori e giocare un ruolo centrale nel riassetto del governo di un’eventuale regione autonoma curda nel nord-est della Siria. Il vero nodo insoluto è costituito dal destino delle milizie Ypg: le autorità di Damasco e la Turchia sostengono che dovranno sciogliersi del tutto e i suoi combattenti dovranno essere sparpagliati nelle varie unità del costituendo esercito centrale, mentre l’amministrazione attuale del nord-est sostiene che dovranno sì entrare nell’esercito unitario, ma tenendo in piedi la loro attuale conformazione e gerarchia, costituendo un’unità al suo interno.
Intanto, però, le Forze Democratiche Siriane non sono state invitate nei vari comitati costituzionali “inclusivi” di Al Golani.
Il governo iracheno, intanto, dopo aver nei giorni scorsi ricevuto il Ministro degli esteri turco Fidan, dal quale continua a ricevere pressioni affinché inserisca il PKK nella lista delle organizzazioni terroristiche dell’Iraq e collabori nello smantellare le sue basi nei monti del Qandil, si è impegnato a costruire una conferenza regionale sulla Siria, con il coinvolgimento di tutti. A Baghdad sono molto preoccupati per un possibile riattivarsi di cellule dell’Isis.
Ma ci sono anche altre aree che Damasco non tiene del tutto sotto controllo, ovvero le regioni del sud, in parte occupate dal regime sionista e in parte controllate da milizie druse che si rifiutano di consegnare le armi, le province di Tartous e Latakia e ovviamente tutte le zone a maggioranza alawita.
Il capo dei drusi Hikmat al-Hijri, dopo essere riuscito a fermare, per il momento, l’espansionismo sionista è stato anch’egli impegnato in una serie d’incontri politici sia con l’amministrazione del nord-est, sia con alcuni partiti laici e progressisti per discutere del riassetto del paese in senso laico e federale, rifiutando le derive centraliste e settarie in corso.
Aumentano, infatti, le esecuzioni e i rapimenti extra-giudiziari o travestiti da operazioni di polizia “contro i resti del regime di Assad”, effettuati dai miliziani di Hayat Tahrir al-Sham “in libera uscita”, che si accaniscono essenzialmente sulle minoranze.
Nei giorni scorsi, sono state segnalate sui social vari manifestazioni settarie nelle aree a maggioranza sciita della provincia di Homs in cui si urlavano slogan quali: “Homs è dei sunniti, se ne vadano tutti gli sciiti”.
Intanto, le azioni militari portate dalla “Resistenza Nazionale Siriana”, costituita dalle forze militari di elites del dissolto esercito baathista, continuano a dare filo da torcere ad HTS, specialmente nelle aree di Tartous e Latakia, rivendicando diverse azioni dai loro canali di comunicazione.
La prova della gravità della situazione è data dal fatto che l’esercito turco sia in procinto di intervenire direttamente costruendo una base militare nella provincia di Latakia.
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09/01/2025
Siria - Il sud del Paese è la spina nel fianco di Al-Julani
di Michele Giorgio
«Abbiamo discusso della questione del confine, dei pericoli della droga, delle armi e del terrorismo, e dei tentativi dell’Isis di ristabilire una presenza. Lavoreremo insieme», assicurava ieri il ministro degli Esteri giordano, Ayman Safadi, stringendo la mano all’omologo siriano Asaad Shaibani. «La Siria diventerà una fonte di sicurezza e stabilità», ha replicato Shaibani, membro di spicco dell’esecutivo guidato da Ahmed Sharaa (Al Julani), leader del gruppo jihadista Hay’at Tahrir al Sham (HTS) oggi al potere, e dal premier Mohammed Bashir.
La priorità di Amman è mettere fine al traffico di stupefacenti che parte dalla Siria meridionale e attraversa la frontiera. Tuttavia, è difficile che l’esecutivo jihadista di Al Julani possa rispettare gli impegni con la Giordania se prima l’Amministrazione delle operazioni militari (Aom) di Damasco non prenderà il pieno controllo del sud della Siria. L’avanzata delle truppe israeliane, dopo la caduta di Assad, oltre le linee di armistizio del Golan, fino ad occupare almeno altri 600 kmq di territorio siriano e la decisione di Al Julani e Bashir di lasciarle fare, favorisce indirettamente gruppi e fazioni nella Siria meridionale che non si piegano alla nuova Damasco. I vertici della cosiddetta «Cabina delle operazioni del sud», la principale coalizione di gruppi armati siriani al confine con la Giordania, intende rimanere una entità armata autonoma e non consegnare le armi alle milizie jihadiste filo-turche che hanno preso il potere l’8 dicembre scorso. La «Cabina» da più di dieci anni ha rapporti privilegiati con i servizi di sicurezza giordani e controlla buona parte delle regioni di Daraa. In sostanza vorrebbe replicare, almeno in parte, l’autonomia curda nel nord-est della Siria.
La spina nel fianco di Al Julani nel sud del paese non è tanto la «Cabina», quanto Mohsen Al Haimed e i suoi miliziani, una milizia pro-Assad che ha dimostrato la sua forza nei giorni scorsi lanciando attacchi letali contro affiliati e simpatizzanti di HTS. Per sgominare Al Haimed – dipinto dai nuovi media siriani come un «criminale e assassino» ed ex membro dell’Isis passato poi ai governativi – l’Aom ha dovuto inviare 2mila uomini a Daraa, la capitale del sud. Un paradosso se si considera che questa città è stata una roccaforte dell’opposizione contro Assad. Le sue campagne restano un terreno minato per i governativi di ogni specie. E, sempre nel sud, non può essere dimenticato il «no», fino ad oggi, dei drusi guidati da Sheikh Hikmat Al- Hijri all’ingresso dell’Aom nella loro roccaforte Suwaida. Al Hijri chiede vuole garanzie da Al Julani: i drusi non pretendono l’autonomia, ma dopo aver lottato per anni contro le infiltrazioni nel loro governatorato dell’Isis e aver contestato negli ultimi due anni Bashar Assad, non hanno alcuna intenzione di ritrovarsi ora sotto un dominio jihadista.
Tensione e scontri anche a Homs dove dal 2 gennaio è in corso un’altra operazione di sicurezza contro ex ufficiali dell’esercito rimasti fedeli al presidente deposto. I rastrellamenti proseguono ed è stato arrestato Muhammad Shalhoum, presunto addetto alle telecamere di sorveglianza della prigione di Sednaya. «Gli spari sono continui, i bambini sono terrorizzati e molti uomini sono stati arrestati in modo indiscriminato», ha raccontato un testimone, Maher Saleh, a media locali. Alcuni uomini della sicurezza, ha aggiunto, hanno distrutto «strumenti musicali e narghilè, bottiglie di alcolici» e costretto «alcuni detenuti ad abbaiare e ragliare», tra insulti e frasi settarie.
Intanto il Qatar, sponsor dei Fratelli Musulmani, organizzazione islamista molto influente nella società siriana con cui Al Julani (un salafita) presto dovrà fare politicamente i conti, fa sentire il suo peso nel futuro della Siria inviando aiuti, inclusa una nave per la produzione di energia elettrica (altrettanto ha fatto la Turchia alleata di Al Julani). Il governo Bashir ha accolto con soddisfazione questo sviluppi così come il rafforzamento della lira siriana nei confronti del dollaro dopo l’annuncio da parte di Washington di un allentamento a scopo umanitario delle sanzioni che colpiscono la Siria (Damasco con Assad al potere invece era stata tenuta sotto dure sanzioni per 13 anni con grave danno per milioni di civili siriani). Novità alle quali il governo Bashir ha però risposto con una decisione che preoccupa. Ha rinviato sine die il congresso nazionale siriano, previsto entro gennaio, che avrebbe dovuto gettare le basi per la discussione sul futuro democratico del paese. Prima sarà formato un comitato preparatorio di cui però si ignora la composizione. Alla fine dello scorso anno Al Julani aveva parlato di elezioni solo fra quattro anni.
28/12/2024
Con la Turchia a Damasco, per Israele c’è un problema in più
Quando infili un bastone in un nido di serpenti, tutto si mette in moto e molto difficilmente l’autore dell'azione può tenere sotto controllo il caos che ne deriva.
Vediamo in questi giorni che in Siria, conquistata in un batter d’occhio dal proxy turco Al Jolani, alla guida di una sezione mediorientale di Al Qaeda – formazione nutrita inizialmente da Usa e Arabia Saudita in funzione antisovietica – inizia a prender forma il nuovo equilibrio di poteri, anche se crescono i conflitti all’interno del paese (gli alawiti, fuggito Assad, provano a resistere nelle loro storiche roccaforti, mentre i cristiani provano a marcare la loro presenza e i curdi a mantenere i loro territori).
Nel frattempo, a sud Israele occupa ben più del solo Golan e bombarda ogni deposito militare del disciolto esercito siriano, nel tentativo di ridurre al minimo le potenzialità militari di chiunque emerga nel prossimo futuro come nuovo padrone di ciò che resta della Siria.
Ovvio, in questo contesto, che Israele e gli Usa appaiano come i vincitori del risiko mediorientale.
C’è, tuttavia, un però. Non sono questi gli unici protagonisti di peso sulla pelle dei popoli palestinese, siriano e libanese. E il puzzle si complica parecchio guardando quel che accade al di fuori dei riflettori miopi dell’informazione occidentale.
Per esempio. Nel governo di Al Jolani ha inaspettatamente trovato posto anche una donna. E quando se ne accorgeranno i fanfalucchi della stampa mainstream probabilmente apprezzeranno la mossa, dipingendola come un furbo tentativo del nuovo potere di scrollarsi di dosso l’immagine del jihadista trinariciuto in stile talebano, che effettivamente gli calza come un pennello.
A guidare il ministero degli affari femminili è stata però chiamata Ayse Seyidoglu, una funzionaria di alto livello ad Ankara ma con doppia cittadinanza. Un modo non equivoco di far vedere chi è che ora comanda a Damasco.
Lo stesso Jolani, dopo un incontro con il capo del MIT (l’agenzia di intelligence turca), ha poi ospitato il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, già direttore del MIT.
Durante l’incontro, Jolani ha accompagnato Fidan in un giro per Damasco, visitando i luoghi principali e sorseggiando caffè insieme dalla cima del Monte Qasioun, con vista sulla capitale.
Al di là degli aspetti folkloristici (agli occhi di un occidentale), si tratta di un omaggio a chi ha voluto e reso possibile il cambio di regime in Siria.
Secondo diversi rapporti la Turchia starebbe peraltro consolidando la propria presenza inviando consiglieri militari per addestrare il nuovo esercito siriano presso le accademie di Aleppo e Damasco (come scrive la testata turca ClashReport).
Inoltre, si moltiplicano le voci circa un possibile dispiegamento di un’unità dell’esercito turco a Homs per addestrare operatori della difesa aerea. E non ci sono molti soggetti esterni che stiano ancora bombardando la Siria.
Una conferma arriva sul piano strettamente politico. Bilal Erdogan, figlio del presidente turco, appare in un video in cui invita a una grande manifestazione pro-Palestina sul ponte di Galata a Istanbul per il 1° gennaio.
Nulla di nuovo, era accaduto anche lo scorso anno. E tutti gli osservatori, anche interni, attribuiscono la sconfitta di Erdogan alle ultime elezioni amministrative proprio allo scarso impegno concreto a favore della Palestina.
Ovvio, insomma, che ora cerchi di cavalcare la sensibilità dei musulmani su questo fronte, strumentalizzando cinicamente le sofferenze del popolo palestinese.
La differenza sta tutta nel nuovo slogan adottato per la manifestazione che sarà ancora una volta prevedibilmente enorme:
“Ieri Santa Sofia, oggi la Moschea degli Omayyadi (Damasco), domani Al-Aqsa (Gerusalemme)”.
Questa frase, riportata anche su manifesti ufficiali dell’evento, segnala la crescente retorica nazionalista verso la “riconquista” di Gerusalemme.
Un’ambizione neo-ottomana che, per quanto propagandistica possa essere, non può lasciare sereno il governo genocida e suprematista di Tel Aviv. Ancora non ha finito di “eliminare” (linguaggio usato da Netanyahu) Hamas ed Hezbollah, ha appena aperto la “pratica” con lo Yemen, ha nel mirino il ben più corposo ed indigesto boccone iraniano... che già gli si presenta sui confini (che – unico stato al mondo – Israele non ha mai voluto né fissare né riconoscere) un altro e pesantissimo potenziale avversario.
Stiamo parlando di un nazionalismo militaresco e nostalgico, memore dell’“impero” che ancora all’inizio del Novecento comprendeva Siria, Iraq, la Palestina e quindi anche l’attuale Israele, l’Egitto, la Libia e l’Arabia, parte dell’Algeria, la Tunisia, i Balcani, ecc.
Altro che un Vecchio Testamento di 3.000 anni fa, di dubbia origine e molto elastica interpretazione...
Soprattutto stiamo parlando di un paese industrializzato (come lo è anche l’Iran, del resto), pesantemente armato e per di più anche membro della Nato. Il che pone parecchi problemi a tutti (Israele e Usa, per non dire dell’Europa polverizzata attuale), all’interno stesso dell’alleanza che stupidamente ancora immagina di poter comandare sul resto del mondo.
Con il crescente controllo turco in Siria tramite il proxy qaedista (che fin qui si è sempre guardato bene dall’infastidire in qualsiasi modo Tel Aviv), Israele potrebbe insomma trovarsi presto a fronteggiare una nuova pressione diretta ai suoi confini. Del resto è fatale che due nazionalismi votati ad allargare la propria area di controllo esclusivo si guardino in cagnesco quando arrivano a contatto...
Da qui in poi si aprono tutti gli scenari possibili. È plausibile infatti che la Turchia sia costretta o tentata di rafforzare i legami con Russia e Iran come contromisure. Come è possibile anche, al contrario, che gli Usa riescano ancora una volta ad agire come regolatori ex cathedra di tensioni ed interessi divergenti all’interno del “proprio campo di influenza”.
La Russia, dal canto suo, è invece già in procinto di firmare un ampio accordo di partenariato strategico con l’Iran il 17 gennaio, simile a quello recentemente stipulato con la Corea del Nord, e dopo averne firmato un altro più limitato proprio con Tehran.
La notizia è stata pubblicata da Newsweek, che vi vede un tentativo dei due paesi di “unire le forze” in risposta al loro – molto immaginario – “isolamento sulla scena mondiale.” In realtà, guardando un mappamondo, si vede l’esatto opposto, anche in termini di dimensioni delle popolazioni...
A fine ottobre, il Ministro degli Esteri russo Lavrov aveva dichiarato che l’accordo con l’Iran sarebbe stato pronto per la firma e avrebbe “formalizzato l’impegno delle parti a una stretta cooperazione in materia di difesa, e a un’interazione volta a promuovere la pace e la sicurezza regionale e globale”.
Il nuovo accordo bilaterale dovrebbe sostituire quello strategico ventennale firmato tra i due paesi nel 2001 e rinnovato nel 2020. Esso includerà promesse di cooperazione nei settori dell’energia, della produzione, dei trasporti e dell’agricoltura.
Il Presidente Pezeshkian si recherà personalmente a Mosca per firmarlo nella data prevista.
Si comprende quindi anche la fretta con cui Israele passa da un fronte all’altro, senza un attimo di respiro e senza un retroterra adeguato. Sta infatti provando ad indebolire l’Iran il più possibile, anche colpendo brutalmente lo Yemen negli ultimi giorni, nella speranza che Trump dia il suo benestare per un attacco alle strutture nucleari iraniane dopo il suo insediamento.
Una volta che l’alleanza tra Tehran e Mosca avesse assunto caratteristiche in qualche misura simili all’art. 5 della Nato, infatti, una mossa del genere sarebbe molto più rischiosa (Israele, del resto, non potrebbe invocare quell’articolo, non facendone ufficialmente parte).
Tanto più se un membro della Nato con il peso politico-militare di Ankara fosse interessato a lasciare Tel Aviv in mezzo al caos che essa stessa ha creato.
Il 2025 non sarà un buon anno, dicevamo.
24/12/2024
[Contributo al dibattito] - I gruppi che provano a convivere nella nuova Siria
Coalizione disomogenea: non tutti ma di tutto
‘Hayat Tahrir al Sham’, fino a un mese fa, era quello che rimaneva della variegata coalizione che nel 2011 si era sollevata contro la dittatura di Assad. Nato come gruppo jihadista, prima come prestanome dello Stato Islamico, poi come gruppo affiliato ad al Qaida, nel 2017 HTS si era ridotto a controllare la provincia di Idlib, assediato dall’esercito assadista. A Idlib però HTS aveva avviato un percorso di moderazione ideologica e istituzionale, e oggi Ahmed al Sharaa – Al Jolani sta cercando di presentarsi come un leader affidabile e laico col sostegno al momento apparentemente unitario della Nato. Turchia a parte.
Primo ma non l’unico
HTS è di gran lunga il principale gruppo degli insorti, ma non è l’unico, avverte il Post. Alla prima offensiva di queste settimane, quella che ha portato alla conquista di Aleppo, hanno partecipato assieme a HTS numerosi altri gruppi armati, più piccoli e meno influenti ma comunque capaci di mobilitare migliaia di miliziani. Tra questi ci sono il Fronte di liberazione nazionale, una coalizione attiva a Idlib, il gruppo jihadista Ahrar al Sham, e altre formazioni come Jaish al Izza e il movimento Nur Eddin Zinki, originario di Aleppo. Tutti questi gruppi alleati fra loro, sono costantemente in contatto e riconoscono almeno al momento la leadership di Al Jolani.
Ribelli del sud
Un altro gruppo di insorti importante è il cosiddetto ‘Fronte del sud’, una coalizione con più di una cinquantina di fazioni che operava nella provincia di Daraa, nella punta sud-ovest della Siria. Negli ultimi anni questi ribelli erano passati attraverso un processo di cosiddetta «riconciliazione» con il regime e avevano accettato di deporre le armi in cambio della libertà: di fatto controllavano in autonomia il 70 per cento della provincia, senza essere troppo disturbati dal regime. Ma quando, a nord, è partita l’offensiva di Aleppo, anche il Fronte del sud ha cominciato a muoversi: e sono stati i primi ad arrivare alla capitale Damasco, prima di quelli di HTS.
I curdi
Nel nord-est del paese più del 30 per cento del territorio siriano è controllato dai curdi, che durante la guerra civile sono riusciti a ritagliarsi un ampio spazio di autonomia nel ‘Rojava Kurdistan’ (cioè “Kurdistan occidentale”), e in altre zone limitrofe. Di fatto si governano come entità autonoma, con proprie leggi e istituzioni. Durante la guerra i curdi siriani costituirono un proprio esercito, le Forze democratiche siriane (SDF), con i principali gruppi armati curdi (lo YPG, Unità di protezione popolare, la più famosa milizia curda), sia altre milizie locali in molti casi formate da arabi. Le SDF dei curdi siriani e iracheni, sostenute dagli Stati Uniti, sono le forze che hanno sconfitto sul campo lo Stato Islamico negli anni del Califfato tra Siria e Iraq.
America sospetta tra curdi e Turchia
In questo momento i curdi si trovano però in seria difficoltà, minacciati dalla Turchia (che li considera vicini al PKK, il gruppo indipendentista e terroristico dei curdi turchi) e dalle milizie che la Turchia controlla e sostiene. Non è nemmeno chiaro in che modo si svilupperanno i rapporti con HTS e il governo di Damasco. La Turchia teme la presenza di un’ampia area governata da curdi vicini al PKK a ridosso dei suoi confini, e negli scorsi anni ha adottato due misure principali. Ha creato lungo il confine delle “zone cuscinetto”, la più importante nel 2019 con un’invasione del Rojava, e soprattutto ha finanziato, armato e sostenuto milizie siriane che le sono fedeli.
’Esercito nazionale siriano’ agli ordini di Ankara
La più importante tra queste milizie filo-turche è l’Esercito nazionale siriano, l’SNA, un gruppo armato che risponde agli ordini della Turchia (anche altri gruppi, compreso HTS, hanno rapporti di collaborazione con la Turchia, ma nessuno così stretto). L’SNA nacque come ‘Esercito siriano libero’ (FSA) nel 2011 da un gruppo di ufficiali ribelli dell’esercito siriano. L’FSA fu la principale forza armata dell’opposizione siriana laica, ma con gli anni fu indebolito sia dall’esercito assadista sia dai gruppi islamisti e jihadisti. Nel 2016 quel che rimaneva dell’FSA fu precettato dalla Turchia. Cambio di sigla, e dopo la caduta del regime di Assad, SNA sta attaccando le postazioni curde lungo tutto il confine nord della Siria.
Lo Stato Islamico
Lo Stato Islamico, che un tempo fu il più aggressivo gruppo terroristico al mondo, fu sconfitto dal punto di vista territoriale nel 2019 da una coalizione a sostegno statunitense che aveva come principale forza di terra i guerrieri curdi siriani e iracheni. Ma cellule e gruppi dello Stato Islamico sono ancora attivi nelle zone desertiche nell’oriente siriano, in particolare nelle province di Deir Ezzor e Raqqa. La loro attività sta aumentando: come ha scritto Le Monde, tra gennaio e giugno del 2024 le cellule dello Stato Islamico hanno rivendicato 153 attacchi armati tra Siria e Iraq, e se anche nella seconda metà dell’anno gli attacchi continueranno allo stesso ritmo potrebbero essere il doppio di quelli rivendicati nel 2023.
Stati Uniti solo da lontano
A contrastare lo Stato Islamico ci pensano soprattutto gli Stati Uniti, che hanno ancora circa 900 soldati in Siria, divisi tra la base militare di Al Tanf, a sud, e le zone curde, a nord. Il giorno della caduta del regime gli Stati Uniti annunciarono di aver fatto decine di bombardamenti contro postazioni dello Stato Islamico, per impedire che i terroristi approfittassero del caos per prendere terreno. Quasi 100 incursioni aeree, che sono nulla a confronto delle molte centinaia dei raid di Israele mirati a distruggere di fatto la sostanza dell’esercito siriano che, in un prossimo futuro potrebbe contestarle l’altro pezzo di Golan rubato, e cercare di riprenderselo.
Le minoranze etnico religiose
La Siria è a maggioranza sunnita, ma nel paese esistono ampie minoranze religiose, anche armate. Una delle più importanti è quella dei drusi, meno del 5 per cento della popolazione ma con una forte base di potere attorno alla città di Sweida, a sud. Durante l’insurrezione di HTS anche i drusi di Sweida hanno attaccato le forze del regime assadista, scacciandole dalla città. Altra grossa minoranza è quella degli alawiti, costola dell’islam sciita seguito da circa il 10 per cento della popolazione siriana. Gli alawiti erano i siriani più vicini al regime, perché anche la famiglia Assad è alawita e aveva scelto tra gli alawiti i suoi collaboratori più fedeli. Alcuni gruppi minori di alawiti, però, hanno partecipato alle insurrezioni.
Fonte
22/12/2024
Siria - I giochi di potere israelo-turco-americani
Monte Hermon, Israele si prende l’acqua
Gli israeliani hanno occupato la vetta del Monte Hermon, il “serbatoio d’acqua” di tutta la regione, e non la molleranno più. Le loro truppe, inoltre, hanno invaso tutto il Golan siriano fino alla pianura e guardano verso Quneitra. ‘Autodifesa’, dice Netanyahu. Ma di questo passo arriveranno fino a Damasco, tra l’assordante silenzio di un servile Occidente, complice nell’assistere al massacro del diritto internazionale. Perché, se tutti gioiscono per la caduta del regime di Assad, oppressivo e sanguinario, pochi si chiedono se ciò che verrà dopo non sarà paradossalmente più ‘problematico’. In futuro, potrebbero esplodere definitivamente i fragili equilibri di una vasta area di formidabile importanza strategica, che lega il Mediterraneo al Golfo Persico. In questo caso, le onde d’urto geopolitiche affosserebbero mezzo pianeta, perché sarebbero foriere di conflitti più estesi.
La prossima Libia mediorientale, o Libano
Attenzione dunque, perché proprio la Siria può essere (anzi, lo è già) la prossima ‘Libia’ del Medio Oriente. O il prossimo ‘Libano’; fate voi. Insomma, una regione ad altissimo instabilità, dove con la scusa di una rivoluzione-flash posticcia, organizzata a tavolino, in molti ingenuamente pensano che possa essere arrivato un refolo di libertà, accompagnato da un periodo di stabilità. Invece, è meglio dirlo subito per non crearsi facili illusioni, la situazione si presenta come assolutamente indecifrabile. E decisamente preoccupante. Dietro il crollo di schianto del regime di Bashar al-Assad non c’è certo una napoleonica offensiva dei fondamentalisti islamici dell’HTS. No, c’è molto di più: esiste una cointeressenza di obiettivi che ha messo sullo stesso binario potenze diverse, le quali hanno raggiunto un’intesa di massima.
Obiettivi comuni di potenze diverse
Fatto sta che a ‘benedire’ l’HTS di al-Jolani, oltre alla Turchia, sembra sempre più evidente il coinvolgimento (a posteriori?) degli israeliani e, per la proprietà transitiva, del binomio Biden-Blinken, che stanno avvelenando i pozzi prima che arrivi Trump. O che forse non sono capaci di mantenerli ‘potabili’. Comunque sia, i forti sospetti che la longa manus di Netanyahu sia arrivata fino a Damasco sono confermati dalle vicende sul campo di battaglia e dalle analisi che della crisi fanno gli stessi giornali israeliani. Patrick Kingsley, di Haaretz, dice che “Israele rivendica il merito della cacciata di Assad”. La continua guerra di logoramento contro le milizie sciite che appoggiavano il regime. Haaretz fa notare anche la soddisfazione del governo Netanyahu per il successo dell’HTS islamista, perché la sua caratterizzazione sunnita costituisce un argine eccellente all’espansione iraniana.
Rivelazioni eclatanti
In due giorni gli aerei israeliani “hanno distrutto almeno il 70% di tutta la forza militare governativa siriana”. Ci si riferisce, in particolare, a basi, infrastrutture e armi di qualsiasi tipo. Impressionante e soprattutto fatto in modalità ‘silenziosa’. Certo, a Tel Aviv non sono ingenui come gli americani che hanno sdoganato un ex tagliagole di al-Nusra come al-Jolani, pur di fare un dispetto a Putin. Ma Netanyahu, che già ha stracciato tutti i trattati sottoscritti nel 1974 e ha occupato militarmente parti della Siria, vuole entrare pure lui nella spartizione del bottino. Sono già stati avviati contatti con i ribelli curdi che controllano la Siria nord-orientale, scrive Haaretz, citando il Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar. “Il signor Sa’ar ha rifiutato di fornire maggiori dettagli – prosegue il giornale – ma gli analisti affermano che si è trattato molto probabilmente di un tentativo per aumentare l’influenza di Israele nella Siria del dopoguerra. Le forze guidate dai curdi formano un’alleanza laica, sostenuta dagli Stati Uniti, che ha svolto un ruolo di primo piano nella sconfitta dei gruppi jihadisti in Siria nell’ultimo decennio”.
Ambizioni turco-israeliane e frustrazioni americane
Haaretz rivela quello che già si sospettava: l’eterogenea e multicolore controffensiva ‘rivoluzionaria’ scatenata da un mix di ambizioni turco-israeliane e dal solito bagaglio di frustrazioni americane. Non badate, per essere chiari, a ciò che dice ufficialmente l’attuale inquilino della Casa Bianca, perché Biden in Siria c’è dentro fino al collo. Il Daily Telegraph ha intervistato Bashar al-Mashadani, capo del Comando Rivoluzionario (RCA), il quale ha rivelato che gli americani lo hanno avvisato con largo anticipo dell’attacco ribelle. “Ci hanno riuniti nella loro base di al-Tanf, al confine con l’Iraq – ha ribadito il capo jihadista – dicendoci di stare pronti”. Non solo. Gli alti ufficiali Usa hanno fatto in modo che la brigata Abu Kathab aumentasse i suoi effettivi fino a 3000 uomini. “E poi l’hanno fatta collegare – aggiunge al-Mashadani – al grosso delle forze HTS (Hayat Tahrir al-Sham), il gruppo del nuovo ‘leader supremo’ al-Jolani”.
‘Complotto’ a lunga gestazione e corsa a chi arriva prima
I fondamentalisti dell’HTS “complottavano da lungo tempo”, sostiene il britannico “Guardian” in un’intervista esclusiva concessa dal capo politico del gruppo islamico, Abu Hassan al-Hamwi. Dunque, il leader arabo, già seguace di bin Laden (e ora ‘protetto’ dagli americani), rivela alcuni particolari della rivolta che dimostrano, abbastanza chiaramente, il coinvolgimento di Washington. Al-Hamwi dice che l’attacco è stato coordinato con le forze rivoltose che agiscono in tutto il meridione della Siria, a partire dall’area di Daraa.
Solo che aggiunge un dettaglio cruciale: la maggior parte di quei gruppi ribelli siriani era stanziata in Giordania, un posto cioè dove gli Stati Uniti controllano tutto quello che si muove. Quindi, l’attacco a sud ha avuto un’altra paternità, rispetto a quello HTS a nord, sponsorizzato dai turchi. Una prova? Al-Hamwi si lascia sfuggire un’autocritica. Qualcosa è andato storto, perché i gruppi a sud (quelli che venivano dalla Giordania) non hanno rispettato i patti e hanno accelerato, per entrare velocemente a Damasco. È stata una corsa sfrenata a chi arrivava prima, vinta dagli “amici” di Biden. Per ora.
Fonte
Siria - I ceti laici e la sinistra provano ad organizzarsi
Grandi manifestazioni si sono registrate specialmente a Damasco e Latakia (ex-roccaforte del baathismo), aventi come rivendicazioni il pluralismo politico, uno stato laico, inclusivo e non settario e, soprattutto, i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere.
Altri timori sono legati alla scarsa sicurezza delle città durante la notte, quando ancora si verificano episodi di rapina e sciacallaggio, rispetto ai quali molti quartieri si stanno organizzando autonomamente.
Un esempio di queste organizzazioni della società civile è costituita dall’iniziativa “Civil Youth Gathering”: secondo un organizzatore che ha parlato col giornale Al-Akhbar, si tratta di “un movimento sorto grazie ai social media, volto a unire tutti i segmenti della società siriana sotto una visione pluralistica e inclusiva. L’organizzatore sottolinea l’importanza di cogliere l’attuale transizione per allontanarsi dal militarismo e impedire a un nuovo regime di adottare pratiche escludenti o autoritarie”.
Anche altre voci dalla piazza vanno in tal senso. “Siamo qui in un’azione pacifica per salvaguardare le conquiste della rivoluzione che ci ha permesso di stare qui oggi in completa libertà”, ha dichiarato Ayham Hamsho, 48 anni, un manifestante presentato come un produttore di protesi.
“Per più di 50 anni siamo stati sotto un governo tirannico che ha bloccato l’attività politica e dei partiti nel paese. Oggi cerchiamo di organizzare i nostri affari per realizzare uno Stato laico, civile e democratico, il cui governo si decida alle urne”.
A fare da amplificazione mediatica a queste manifestazioni vi sono anche una serie di dichiarazioni rilasciate da cantanti, attori e personaggi famosi, dello stesso tenore di quelle provenienti dalle piazze.
Si tratta, dunque, dei medesimi strati sociali che animarono le prime manifestazioni cittadine del 2011, avvenute sulla scia delle cosiddette primavere arabe; ovvero dei ceti laici e istruiti, i quali, da un lato, si sono sviluppati grazie al secolarismo progressista e modernizzatore del regime baathista, ma dall’altro hanno contribuito ad affossarlo.
Quel regime, infatti, come hanno espresso anche le piazze, costituiva, dal loro punto di vista, una “camicia di forza” militarista, che ne opprimeva le esigenze politiche e sociali. Oltre ad essere, aggiungiamo noi, fin troppo sanzionato per permettere di soddisfare le loro aspirazioni economiche.
Si tratta, ovviamente, solo di una parte della società siriana, sicuramente non la più povera, che non ne riflette tutte le varie sfaccettature; significativo che l’articolo di Al-Akhbar chiosi opportunamente: “Tuttavia, molti mettono in guardia [i manifestanti] dall’adottare ciecamente modelli di società civile occidentali senza considerare le dinamiche economiche, sociali e politiche uniche della Siria”.
Da rimarcare, inoltre, che, al netto di alcune kefiah apparse nelle piazze, l’opposizione all’espansionismo sionista in Siria non è al centro di questi movimenti.
Contrasto all’espansionismo sionista che, invece, è al centro delle rivendicazioni di un altro filone di potenziale opposizione ad HTS, composto da forze organizzate e singoli, afferenti al campo politico comunista, laico e di sinistra, che prova ad organizzarsi dopo la disfatta baathista.
Riportiamo in coda una dichiarazione congiunta, firmata sia da esponenti di partiti che facevano parte del “Fronte Nazionale Progressista” (ovvero la coalizione a guida Baath al governo fino all’8 dicembre scorso), come ad esempio il Partito Comunista Siriano Unificato, sia da esponenti di partiti precedentemente all’opposizione, sia da indipendenti.
Come si vede dalla dichiarazione, queste formazioni condividono con il fronte dei “sinceri democratici” la rivendicazione di uno stato laico e non settario. Rivendicazioni che coincidono anche con i principi enunciati dalle forze curde Ypg/Ypj, seppure queste ultime hanno un’accentuazione più federalista che non è detto venga accolta dalle altre componenti politiche.
Da capire quanto riusciranno a strappare in termini di agibilità politica, tenendo presente che gli attori principali nel riassetto del paese sono sempre le milizie salafite e quelli internazionali, ovvero Turchia, USA, regime sionista e, in minima parte, Russia; a maggior ragione ora che lo stato siriano è praticamente un guscio vuoto, senza disponibilità finanziarie e senza la possibilità di costruire autonomamente un esercito degno di questo nome.
Il rischio sempre presente è che, quando verranno spente le telecamere e Al-Golani dismetterà la camicia e la cravatta, determinate voci verranno messe a tacere con la forza.
FonteDichiarazione di esponenti interni alla nazione siriana
Noi, esponenti interni alla nazione siriana, in rappresentanza di alcuni partiti nazionali, organizzazioni della società civile e personalità influenti negli eventi siriani in corso, rilasciamo la seguente dichiarazione:
Primo: Per quanto riguarda la massiccia aggressione israeliana contro il territorio siriano e la sua occupazione di varie aree e la distruzione delle capacità dell’esercito siriano, condanniamo questa aggressione, che consideriamo un pericolo immediato. Condanniamo anche, allo stesso tempo, il silenzio interno ed esterno di alcune forze pubbliche nei confronti di questa aggressione israeliana.
Secondo: per quanto riguarda la soluzione politica in Siria, chiediamo l’attuazione della Risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in conformità con quanto imposto dalla nuova realtà che richiede il coinvolgimento di tutte le forze nazionali all’interno della Siria – partiti nazionali, organizzazioni della società civile e figure influenti e attive.
Terzo: chiediamo ai Paesi arabi che hanno a cuore l’unità della Siria – sia della terra che del popolo – di affrontare l’aggressione israeliana nel sud della Siria con tutti i mezzi possibili, compreso l’invio di forze arabe per impedire questa occupazione.
Quarto: le dichiarazioni di Ahmad al-Shara (capo delle operazioni militari) che affermano:
– l’unità del territorio siriano;
– la conservazione delle istituzioni statali;
– che la Siria è uno Stato non settario;
– il divieto di incitamento settario;
– la sacralità del sangue siriano;
e la richiesta di cessazione dei combattimenti in tutto il territorio siriano, mantenendo la sicurezza e la pace civile e preservando le libertà, richiedono un’attuazione pratica attraverso misure chiare e annunciate, al fine di alleviare timori e preoccupazioni tra la gente causati da alcune violazioni e da alcune pratiche poste in atto in varie aree che contraddicono questa dichiarazione.
Damasco 11/12/2024

