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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/01/2026

Siria - Gli USA forzano l’accordo: le FDS arretrano, ma i Drusi si separano

La scadenza di fine anno per l’implementazione dell’accordo del 10 marzo 2025 fra autorità di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) e Forze Democratiche Siriane (FDS) non era, evidentemente, solo formale.

Da allora, infatti, gli USA hanno incrementato le proprie pressioni affinché si giunga ad un accordo e lo stanno facendo esaudendo parte delle richieste delle autorità qaediste. Dopo aver, infatti, dato il via libera ad HTS all’occupazione definitiva dei quartieri a maggioranza curda della città di Aleppo, con tutto il corredo di atrocità settarie messe in atto dalle truppe di Damasco, gli USA stanno costringendo le FDS a fare ulteriori concessioni. 

“Sulla base degli inviti da parte di paesi amici e mediatori, e a dimostrazione della nostra buona fede nel completare il processo di fusione e del nostro impegno nell’attuazione delle disposizioni dell’accordo del 10 marzo, abbiamo deciso di ritirare le nostre forze domani mattina alle 7:00 dalle attuali linee contese a est di Aleppo, aree che sono state sotto attacco negli ultimi due giorni, e di ridistribuirle nelle aree a est dell’Eufrate”, ha annunciato il capo militare delle FDS Mazloum Abdi il 16 gennaio.

In cambio, Al-Jolani ha emesso un decreto in cui si stabilisce che il curdo è riconosciuto come lingua nazionale, da inserire nei curricula scolastici, ed il newroz è considerato festa nazionale in tutta la Siria; inoltre viene riconosciuta piena cittadinanza ad alcune popolazioni curde che in precedenza avevano lo status di immigrati da decenni.

Anche questi provvedimenti non sono certo farina del sacco di Al-Jolani, ma sono verosimilmente risultato delle pressioni statunitensi.

Ovviamente queste mosse non precorrono ad una pacificazione; anzi, l’autoproclamanto presidente siriano sta cercando di sfruttare queste aperture per dividere la popolazione curda dalle FDS, ponendosi come baluardo della loro integrazione nello stato.

Le FDS vengono descritte come espressione di un’agenda separatista esterna, espressione di un’organizzazione terroristica, il PKK. Questo slittamento linguistico è anch’esso indice di aumento delle tensioni: le due parti hanno ricominciato a definirisi reciprocamente “terroristi”, come non accadeva da prima della caduta del regime baathista.

I richiami all’integrazione, inoltre, ribadiscono il no di Damasco alla concessione di una regione autonoma curda, a favore di un modello di stato centralizzato, riecheggiando i termini del processo di pace in corso in Turchia fra stato e PKK.

Le concessioni fatte in Siria sulla lingua curda potrebbero, quindi, essere un anticipo di quello che è disposto a concedere il governo turco, il quale vorrebbe che i due processi procedessero in parallelo. Pertanto spinge per chiudere la partita nel giro di pochi mesi, quando è prevista la fine del processo di disarmo del PKK.

Ovviamente le FDS, dopo essere state costrette a perdere terreno, prevedibilmente non molleranno e si metteranno di traverso rispetto ai disegni tesi ad eliminare l’amministrazione autonoma del nord-est. Infatti sono in corso dei combattimenti la cui evoluzione è cruciale per il futuro del paese.

HTS, infatti, vuole espandere il proprio controllo anche sulle città a maggioranza sunnita poste a est dell’Eufrate, quali Raqqa, e sulle aree dove insistono i maggiori giacimenti petrolifero del paese.

Per farlo, avrebbe bisogno dell’aiuto diretto della Turchia; tuttavia Ankara, per il momento, sta riuscendo ad avere un ruolo invisibile nei combattimenti, se non nell’apparecchiatura militare utilizzata da FDS, in maniera tale da non provocare rivolte fra le proprie popolazioni curde.

Quindi è possibile che la tattica adottata sia far leva sul malcontento diffuso fra le tribù locali sunnite attualmente affiliate alla FDS per tentare di fare breccia.

Il Governo Regionale Curdo dell’Iraq è impegnato a mediare fra le parti, ospitando i principali incontri ad alto livello.

Si tratta, indubbiamente, del momento più delicato per le FDS dalla caduta del regime baathista, anche perché è quasi tutto nelle mani dell’“alleato” statunitense e dei suoi apparati, dalle cui decisioni passa molto della sopravvivenza dell’amministrazione del nord-est, nonché della sua estensione territoriale.

Mentre l’Amministrazione Trump ed il suo inviato Barrack spingono per chiudere la partita su una mediazione più favorevole alle esigenze turche – come contropartita per l’impegno di Ankara sul disarmo di Hamas nell’ambito della fase due a Gaza – il Pentagono, Israele e alcuni membri del Congresso continuano a ribadire che le FDS sono i partner più affidabili e hanno diritto a conservare l’autonomia amministrativa; ad esempio, il senatore neoconservatore Lindsey Graham ha affermato che dovrà essere ristabilito il Caesar Act se HTS continua ad attaccare.

Sul fronte sud, invece, le cose non vanno bene per HTS. Le atrocità settarie perpetrate nei mesi scorsi nei confronti della minoranza drusa, stanno spingendo i maggiori referenti di quest’ultima definitivamente nelle braccia di Israele.

Intervistato a Ynet, lo sceicco Hikmat al-Hijri ha affermato: “Non è un segreto che Israele sia stato l’unico Paese al mondo ad intervenire militarmente e a salvarci dal genocidio in corso. Ciò è stato fatto attraverso attacchi aerei che hanno davvero fermato il massacro... Ci consideriamo parte integrante del quadro strategico di Israele, un braccio armato alleato con Israele. Il rapporto è internazionale e significativo. Israele è l’unico attore responsabile e competente per gli accordi futuri”.

La milizia locale drusa fondata da Hikmat al-Hijri, denominata “guardia nazionale”, dunque, non ha in progetto di integrarsi con Damasco. Anzi, nella stesso intervista egli rivendica addirittura l’indipendenza: “Chiediamo non solo l’autogoverno, ma anche una regione drusa indipendente”.

Al momento, l’Amministrazione USA non è ancora intervenuta in maniera incisiva sul capitolo druso, come sta facendo su quello curdo. In ogni caso le regioni meridionali sono designate per essere aree d’influenza sionista, il cui controllo è necessario a Tel Aviv per evitare la ripresa di rifornimenti di armi verso Hezbollah.

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18/09/2025

Siria - Rimandate le elezioni farsa, mentre l’ex al-Qaeda Ahmad al-Sharaa è atteso all’ONU

Questa settimana avrebbe dovuto rappresentare il ritorno della Siria nell’alveo della ‘comunità internazionale’. Ovviamente, nell’accezione che gli viene data alle nostre latitudini, ovvero il ristretto gruppo dei paesi occidentali e i loro alleati, fintamente democratici o genocidiari che siano. Il combinato disposto di elezioni e ritorno all’ONU avrebbe sancito questo grande passo.

Solo metà di questo piano troverà realizzazione. Infatti, la tornata elettorale per un rinnovato Parlamento di Damasco, che avrebbe dovuto svolgersi tra il 15 e il 20 settembre, è stata rinviata a data da destinarsi. Dopo 9 mesi dalla caduta di Assad a detenere il potere in un paese ancora dilaniato dagli scontri interni è l’ex qaedista Ahmad al-Sharaa, conosciuto precedentemente col nome di battaglia al-Jolani.

Non che si trattasse di un processo davvero democratico quello delle legislative previste per questa settimana, nemmeno secondo i labili canoni dei governi occidentali (che si sono guardati bene dal denunciare la truffa della tornata elettorale imminente). Dei 210 seggi della nuova Aula, 70 erano fuori dall’agone elettorale perché già selezionati personalmente da al-Sharaa.

Anche gli altri 140, ad ogni modo, non sarebbero stati eletti direttamente e liberamente dal popolo. I votanti avrebbero potuto scegliere tra una rosa di candidati selezionata da comitati elettorali locali, a loro volta composti dalla Commissione Elettorale Suprema. La quale è, in sostanza, in mano al presidente ad interim al-Sharaa e al suo entourage più fedele.

Si sarebbe trattato – e si tratterà, se queste elezioni verranno espletate entro questo mese, come promesso – della semplice saldatura di un gruppo dirigente islamista alla guida del paese. Il mantenimento dello status quo, nel tentativo di rafforzare la tenuta degli ex qaedisti alla testa della Siria. Perché, nei fatti, il paese è ancora ben lontano dalla pacificazione.

La farsa di queste elezioni è confermata dal fatto che non c’è un dato preciso di quanti siano gli elettori effettivamente chiamati al voto. È del resto anche difficile immaginare uno svolgimento ordinato delle procedure in zone come quelle di Tartus e Latakia, dove le forze di sicurezza del regime e bande collegate avrebbero ucciso, si stima, oltre 1.500 civili alawiti negli ultimi mesi.

Ma la frattura del paese è resa ancora più esplicita dal fatto che dalla tornata elettorale erano già stati esclusi il governatorato di Suwayda, quello di Hasakah e anche quello di Raqqa. In questi ultimi due abitano le comunità curde, escluse per quelli che sono stati definiti come “problemi di sicurezza”. Di nuovo, è difficile immaginare una stabilizzazione dei rapporti in questo modo.

Nel primo governatorato, invece, sono diffusi i drusi, che hanno ricevuto lo stesso trattamento riservato agli alawiti, e sono poi diventati il capro espiatorio per le incursioni di Israele alla ricerca di un’espansione dell’occupazione sulle alture del Golan. Ma proprio per il ruolo giocato nello scenario fondamentale della guerra regionale aperta da Israele, Suwayda è stata al centro di altri accordi.

Lo stesso giorno in cui sarebbero dovute partire le elezioni, Siria, Stati Uniti e Giordania si sono accordati per la co-gestione della regione. Suwayda rimane formalmente sotto l’autorità di Damasco, ma le sue forze non potranno entrare nell’area, la cui sicurezza sarà affidata a una milizia locale. Un’altra limitazione della sovranità siriana, non l’affermazione di un nuovo corso dopo Assad.

Secondo alcuni analisti questo compromesso è stato cercato da Washington per rispondere agli interessi di Israele, che si è sempre opposto alla presenza di militari siriani nella zona, a ridosso del Golan. Che ciò sia davvero in linea con la volontà di Tel Aviv, e non un tentativo statunitense di tamponarne l’ormai evidente fame espansionistica, è ancora da verificare.

Al-Sharaa sarà il primo presidente siriano a parlare all’Assemblea Generale dell’ONU dal 1967, e il suo regime fondamentalista otterrà così quella ‘legittimazione’, almeno sulla carta, che i paesi occidentali gli vogliono riconoscere. Allo stesso tempo, però, il ministro della Diaspora israeliano ha definito pubblicamente Turchia, Siria e Qatar il nuovo “asse del male”.

Considerato che questa è la definizione da sempre data all’Iran e ai suoi alleati, ci si deve aspettare che le operazioni militari in questo scenario siano ancora lontano dall’essere concluse.

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02/08/2025

Israele e la guerra della droga in Siria

Le tensioni nel sud della Siria sono aumentate quando, il 16 luglio 2025, aerei da guerra israeliani hanno bombardato il Ministero della Difesa a Damasco, le aree intorno al palazzo presidenziale e alcuni villaggi di As-Suwayda, uccidendo almeno duecentocinquanta siriani.

Le autorità transitorie siriane, guidate dall’ex capo di al-Qaeda, Ahmed al-Sharaa, hanno condannato gli attacchi, che Israele ha giustificato come necessari per fermare gli scontri tra le forze siriane, le improvvisate Quwwat al-Badu (o Forze Beduine) e il gruppo druso Harakat Rijal al-Karama (Uomini della Dignità).

Nel dicembre 2024, gli Uomini della Dignità, le Sheikh al-Karama Forces e la Liwa al-Jabal (Brigata della Montagna) si unirono nella zona di As-Suwayda per formare il gruppo Ghurfat ‘Amaliyyat al-Janub (Operazioni del Sud), con l’obiettivo di difendere la regione dalle incursioni israeliane e dal nuovo governo siriano.

Tuttavia, il gruppo si è diviso all’inizio di quest’anno, indebolendo la sua capacità di respingere l’avanzata israeliana oltre l’occupazione delle alture del Golan, controllate da Israele dal 1967. Da allora, Israele ha ampliato il suo controllo verso l’area di As-Suwayda ed è stato accusato dalle forze locali di interferire nelle dispute interne per giustificare ulteriori incursioni militari.

Dal 2012, l’autorità centrale dello Stato siriano si è indebolita in una fascia che va dal confine del Golan, passando per la città di Daraa, fino ai villaggi di As-Suwayda, lungo il confine meridionale con la Giordania. Le forze militari siriane erano ancora presenti, ma la loro legittimità era al minimo storico, portando alla nascita di numerosi gruppi armati.

Nel 2013, la comunità drusa, guidata da Sheikh Wahid al-Bal’ous, formò gli Uomini della Dignità, mentre un’alleanza di combattenti capeggiata da Murhij Hussein al-Jarmani (noto come Abu Ghaith) creò l’anno successivo la Brigata della Montagna.

Questi gruppi nacquero per difendere i drusi dagli attacchi di Jabhat al-Nusra (Fronte della Vittoria), affiliato ad al-Qaeda, che si stava spostando a sud dalle montagne del Qalamoun, apparentemente con l’aiuto dei servizi segreti e delle forze militari israeliane.

Con il declino dell’esercito siriano, gli Uomini della Dignità e la Brigata della Montagna assunsero un ruolo politico e militare sempre più importante, respingendo sia al-Qaeda che l’ISIS, oltre agli attacchi israeliani.

La rete del fentanyl nel sud della Siria

Già nel 2012, quando incontrai l’esercito siriano vicino alle montagne del Qalamoun, era chiaro che il loro morale oscillava tra estrema sicurezza e totale esaurimento a causa della natura logorante della guerra. Senza il supporto aereo di USA e Israele, i ribelli – in particolare al-Qaeda – non avrebbero potuto prevalere, e questo dava all’esercito siriano la convinzione di poterli respingere.

Tuttavia, ogni avanzata richiedeva bombardamenti massicci e violenza contro obiettivi civili, erodendo la superiorità morale dell’esercito e distruggendo l’economia siriana. Con un’economia al collasso e uno Stato in declino, il morale delle truppe crollò.

Dal 2013, tutte le fazioni nel conflitto mantennero alta la combattività non con la politica o l’ideologia, ma con l’uso massiccio di anfetamine, note in Siria come Captagon e Tramadol, o, come le chiamavano i combattenti, “le pillole bianche della morte”.

Nell’area di As-Suwayda, vicino al confine giordano, iniziarono le prime produzioni su larga scala di queste pillole. Ex militari si associarono a cartelli della droga internazionali. Circolavano voci sul ruolo del generale Wafiq Nasser nella creazione di una rete di produzione e distribuzione attraverso i villaggi di As-Suwayda. Nasser collaborò con Abu Yassin Ahmad Jaafar e Jamil al-Balaas per costruire un sistema di fattorie tra Busra al-Sham e al-Qurayya, a circa venti chilometri dalla Giordania.

Insieme a Marei al-Ramthan e Raji Falhout, sfruttarono il crollo dello Stato siriano, corrompendo funzionari giordani e libanesi, e dominando il traffico di anfetamine in tutta la regione, compreso Israele, dove venivano usate a scopo ricreativo.

Le tensioni tra le milizie di autodifesa (soprattutto gli Uomini della Dignità) e i trafficanti di droga aumentarono quando i primi cercarono di impedire la vendita di anfetamine alla popolazione locale. Nel 2015, un’autobomba a As-Suwayda uccise Wahid al-Bal’ous, leader degli Uomini della Dignità. Si sospettò del governo siriano e di al-Qaeda (dopo l’arresto di un uomo di nome Wafi Abu Trabi), ma era chiaro che al-Bal’ous fosse una vittima della guerra della droga.

Tre anni dopo, gli Uomini della Dignità catturarono Abu Yassin Ahmad Jaafar, che in una confessione filmata ammise il suo ruolo nell’omicidio e di essere uno dei principali narcotrafficanti della zona. Jaafar fu poi giustiziato.

Nella confessione, Jaafar rivelò che Marei al-Ramthan aveva reclutato giovani beduini per il contrabbando di droga in Giordania. Al-Ramthan, un ex pastore entrato nel narcotraffico nel 2006, divenne il più grande trasportatore di droga del Levante. Nonostante le condanne dei tribunali giordani, non fu mai arrestato.

La guerra della droga

Con il crollo dello Stato siriano, le autorità locali divennero padrone del traffico di droga. Nel 2018, il maggiore generale Kifah al-Mulhim sostituì Nasser. Inizialmente, si sperò in una repressione delle reti narcotiche, ma gli eventi successivi delusero: nel 2021, lo Stato arrestò Raji Falhout, ma lo rilasciò poche ore dopo.

Nel luglio 2022, funzionari statali e gli Uomini della Dignità scoprirono un laboratorio di Captagon nella sua fattoria. A dicembre, al-Ramthan fu arrestato e poi rilasciato. Lo stesso anno, l’esercito siriano e la Brigata della Montagna sconfissero i gruppi armati di Falhout vicino al confine giordano.

Da gennaio a marzo 2024, l’aeronautica giordana bombardò diverse fattorie di Captagon nella campagna di As-Suwayda, uccidendo civili e spingendo gli Uomini della Dignità a chiedere la fine dei raid. L’esercito siriano rimase in silenzio.

Al-Mulhim era probabilmente coinvolto nella rete del narcotraffico o non aveva il potere per ripulire la regione. Alla fine del governo Assad, fu trasferito a Baghdad come direttore dell’Ufficio per la Sicurezza Nazionale siriano. Gli USA lo avevano sanzionato per il suo ruolo nel regime, ma dopo la caduta di Assad, le sanzioni furono revocate.

La fine del governo Assad nel dicembre 2024 fu causata da diversi fattori: la guerra israeliana in Libano (che indebolì Hezbollah), i bombardamenti sulle postazioni siriane e un’offensiva lampo delle ex forze di al-Qaeda da Idlib a Damasco. Israele, approfittando del caos, si espanse oltre il Golan occupato verso As-Suwayda, sostenendo di voler proteggere la minoranza drusa. Ma era solo un pretesto.

Nel luglio 2025, Israele colpì obiettivi governativi a Damasco, ma non le fattorie di droga, sostenendo ancora una volta di voler difendere i drusi. Tuttavia, leader drusi come Sheikh Sami Abi al-Muna respinsero questa protezione, sottolineando che il genocidio israeliano contro i palestinesi smascherava la loro ipocrisia. In realtà, gli attacchi miravano a esercitare pressioni su Ahmed al-Sharaa, presidente transitorio della Siria (già sanzionato dagli USA, ma riabilitato il 30 giugno 2025).

Al-Sharaa non ha ancora soddisfatto le richieste israeliane, come il riconoscimento ufficiale di Israele. Ha espulso leader del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e di Hamas e arrestato esponenti della Jihad Islamica, ma non basta. Israele continuerà a usare ogni scusa per piegare la Siria.

Non sono né la droga né i drusi a preoccupare Israele, ma il fatto che al-Sharaa non abbia rinnegato la storia filo-palestinese della Siria ai piedi del regime israeliano.

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19/07/2025

Riesplode la Siria, Al-Golani alle corde

“Abbiamo deciso che le fazioni locali e gli sceicchi saggi si assumeranno la responsabilità del mantenimento della sicurezza a Sweida. Avevamo due opzioni: una guerra aperta con l’entità israeliana a spese del nostro popolo druso, della sua sicurezza e della stabilità della Siria e dell’intera regione, oppure dare agli anziani drusi e agli sceicchi l’opportunità di tornare in sé e dare priorità all’interesse nazionale”.

È un Al-Golani dimesso, ma che cerca, come al solito, di darsi un’immagine saggia e moderata quello che annuncia di aver alzato bandiera bianca e ritirarsi dal sud del paese.

Come ormai noto, tutto era partito dagli attacchi settari contro i civili delle comunità druse della provincia di Sweida, da parte di milizie beduine ideologicamente affini e organizzativamente legate a doppio filo con la stessa Hayat Tahrir al-Sham (HTS) o con l’Isis. Dopo la risposta delle milizie delle tribù druse, la stessa HTS, come nel gioco delle tre carte, ha indossato la veste governativa e ha preteso di porsi come forza terza atta a ristabilire l’ordine, inviando truppe nella provincia di Sweida.

Tale mossa ha incontrato, ovviamente, l’ostilità dei clan drusi, refrattari a considerare come un aiuto quello proveniente da altri qaedisti da Damasco, ed ha offerto il pretesto per l’intervento sionista, che ha bombardato alcuni convogli di HTS diretti verso la zona degli scontri, il Ministero della difesa e addirittura il Palazzo Presidenziale nella capitale.

In questo caso, vi era anche la scusa ulteriore della richiesta dei drusi con cittadinanza israeliana (non esentati dal servizio militare, diversamente dagli altri Palestinesi del 1948) di “aiutare i loro fratelli” al di là del confine.

Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, il bilancio totale degli scontri è di più di 350 morti, marcando una nuova ripresa della guerra civile dopo le ondate di attacchi settari sulla costa del marzo scorso, in realtà mai placatasi. Sostanzialmente, la Siria attuale registra un tasso di violenza e di scontri interni maggiore rispetto agli ultimi anni del precedente regime, quando il conflitto era rimasto per lo più congelato.

A svolgere il ruolo di finto difensore delle autorità centrali siriane, anche qui in un imbroglio che somiglia al gioco delle tre carte, è stata niente poco di meno che l’Amministrazione USA, la quale ha invitato alla moderazione l’alleato sionista.

Parlando con i giornalisti alla presenza di Trump, Rubio ha derubricato i bombardamenti su Damasco ad un malinteso. “Si tratta di rivalità storiche di lunga data tra diversi gruppi nel sud-ovest della Siria – ha affermato, riferendosi agli scontri tra i drusi e i beduini – E questo ha portato a una situazione spiacevole e a un’incomprensione, a quanto pare, tra la parte israeliana e quella siriana”.

Successivamente, lo stesso Rubio ha dichiarato chiusi gli scontri scrivendo su X: “Abbiamo concordato misure specifiche che porranno fine a questa situazione inquietante e orribile stasera”.

Tali misure specifiche consistono, come abbiamo visto nelle dichiarazioni dello stesso Al-Golani, nel ritiro di quelle che dovrebbero essere in teoria le milizie governative, le quali erano riuscite a prendere il controllo del territorio nonostante i bombardamenti aerei subiti, a favore delle milizie druse locali, con queste ultime che vengono, quindi, riconosciute di fatto.

Ciò potrebbe costituire il prodromo per il riconoscimento di una regione autonoma drusa del sud semi-indipendente, la quale andrebbe ad affiancarsi all’Amministrazione Autonoma del Nord-Est, a guida curda.

A proposito di quest’ultima, i colloqui a quattro della scorsa settimana, tenuti da Forze Democratiche Siriane (SDF), HTS, USA e Francia, non hanno fatto segnare alcun progresso nel processo d’integrazione fra nord-est e Damasco. Anche qui, gli USA si sono verbalmente posti come i maggiori sostenitori della centralizzazione a favore delle autorità di HTS, incontrando le rimostranze delle SDF.

Fattivamente, però, non si parla di ritiro delle truppe americane dai territori del nord-est, quindi l’appoggio statunitense alle SDF rimane immutato.

Ne viene fuori un quadro frammentato, dove gli unici che non riescono ad organizzarsi a sufficienza e ad ottenere margini di autonomia sono gli alawiti della costa che, insieme ai cristiani, continuano a subire politiche di stampo genocidario da parte di HTS.

In generale, il potere di Al-Golani e soci appare al suo minimo storico, poiché l’unico risultato apparente conquistato sono stati vari annunci di sospensione delle sanzioni da parte degli USA, la cui veridicità ed utilità è tutta ancora da riscontrare nei prossimi mesi.

Per il resto, il regime sionista pone condizioni sempre più restrittive per la pacificazione: non basta la persecuzione delle organizzazioni palestinesi e la messa in discussione del loro status di rifugiati in Siria, ma è necessario garantire anche il riconoscimento dei territori sui quali si sono espansi da dopo la caduta di Assad in poi, una sostanziale smilitarizzazione del paese, il riconoscimento delle aree autonome drusa e curda.

Una capitolazione totale, insomma. Altrimenti sarà guerra continua.

Altro soggetto che sta subendo una capitolazione più o meno totale è la Turchia: autoesaltatasi come la principale regista e beneficiaria del cambio di regime il dicembre scorso, sta completamente fallendo nel suo scopo minimo di limitare l’influenza delle SDF, nonché in quello superiore di garantire un quadro unitario e centralizzato alla Siria sotto la sua ala.

Attualmente Ankara sostiene ancora l’apparato burocratico del nuovo stato solo per evitarne il collasso definitivo e sostiene le milizie del cosiddetto Esercito Nazionale Siriano, la cui funzione non è chiara. Un aggravio poderoso che, però, non porta nemmeno risultati maggiori di quelli che avrebbe portato la permanenza di Assad al potere. Un perfetto autogol per il regime neo-ottomano che, di fatti, sullo scenario siriano ha “lavorato per il re di Prussia”.

Questa debacle potrebbe anche influenzare seriamente il fronte interno: c’è da capire, infatti, se la cristallizzazione nel tempo dell’Amministrazione del Nord-est come stato di fatto del tutto autonomo da Damasco, magari con il crescente sostegno sionista, non metta per la seconda volta a rischio il processo di pace con il PKK, dato il collegamento fra quest’ultimo e le SDF.

Si attende, in tal senso, un pronunciamento più chiaro di Ocalan in merito alle SDF che potrebbe influenzare non poco gli eventi. Secondo Ankara, queste ultime dovrebbero disarmarsi, ma è altamente improbabile vista la condotta di HTS nei confronti delle minoranze.

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16/07/2025

Israele bombarda Damasco. Interessi geopolitici dietro la difesa dei drusi

Dopo giorni di scontri sanguinosi nella provincia siriana di Sweida e una serie di attacchi aerei israeliani senza precedenti su Damasco e il sud del paese, le forze governative e le milizie druse hanno concordato un nuovo cessate il fuoco. L’annuncio è giunto nelle stesse ore in cui jet israeliani hanno colpito pesantemente la capitale siriana, prendendo di mira il ministero della Difesa, il quartier generale militare e un obiettivo vicino al palazzo presidenziale. Le bombe hanno ucciso tre persone e ferito altre 34, secondo i dati del ministero della sanità siriano.

Secondo un funzionario dell’esercito israeliano, l’attacco su Damasco e altre località ha avuto lo scopo di «impedire lo spostamento di truppe del regime jihadista verso il sud» e di «proteggere la comunità drusa».

L’intervento israeliano ha rappresentato una brusca escalation, in un momento in cui l’autoproclamato presidente Ahmad Sharaa – un ex comandante qaedista che ora vanta legami diretti con Washington – si è impegnato in un processo di normalizzazione dei rapporti con Tel Aviv. Nonostante i contatti in materia di sicurezza tra il governo Sharaa e Israele, quest’ultimo ha descritto la nuova amministrazione siriana come composta da “jihadisti mal mascherati” e ha fatto capire di voler creare una vasta zona cuscinetto nel sud della Siria con evidenti implicazioni strategiche oltre il confine nord-orientale.

La situazione si è ulteriormente aggravata con gli scontri violenti a Sweida e nei villaggi limitrofi, teatro da alcuni giorni di combattimenti tra miliziani drusi, forze governative e gruppi armati beduini. Secondo la Rete siriana per i diritti umani, almeno 169 persone hanno perso la vita, ma fonti della sicurezza stimano che il numero reale possa superare i 300. Il leader spirituale druso, Hikmat Hijri, ha denunciato «un attacco barbaro» delle forze governative contro la propria comunità.

La tensione è talmente alta che centinaia di cittadini drusi israeliani hanno attraversato illegalmente il confine per unirsi ai loro parenti e correligionari sul lato siriano.

Gli Stati Uniti hanno esortato alla moderazione, ma non hanno condannato i raid aerei né le dichiarazioni di Tel Aviv, che continua a invocare il dovere morale di «evitare un massacro della comunità drusa» in Siria.

A Sweida, intanto, la popolazione vive nel terrore. Raggiunti telefonicamente, alcuni residenti hanno raccontato di essere barricati in casa, mentre gli spari e le esplosioni si susseguono a ogni ora del giorno. «Siamo circondati e sentiamo le urla dei combattenti... siamo così spaventati», ha detto un abitante, chiedendo di non essere identificato. Un altro ha mostrato a un giornalista il corpo del fratello, colpito alla testa all’interno della propria abitazione. Media locali ha riferito di avere assistito a saccheggi e incendi di abitazioni da parte delle forze governative.

Il cessate il fuoco annunciato oggi è l’ennesimo tentativo di fermare il ciclo di violenza, ma le prospettive restano incerte. Le cause profonde del conflitto – rivalità settarie, sfiducia verso l’autorità centrale e interferenze straniere – sono lontane dall’essere risolte. La minoranza drusa, che segue una religione derivata dall’Islam e si distribuisce tra Siria, Libano e Israele, teme di diventare il bersaglio degli attacchi di jihadisti vecchi e nuovi.

Sharaa promette di «proteggere tutte le minoranze», ma le uccisioni di massa della comunità alawita avvenute a marzo pesano come un macigno sulla sua credibilità. Il conflitto interno, amplificato dall’interventismo israeliano e dal silenzio complice delle potenze occidentali, rischia ora di aprire un nuovo e pericoloso fronte regionale.

Israele, da parte sua, continua a dichiararsi paladino della minoranza drusa, ma osservatori e attivisti temono che dietro la “protezione” promessa si celi un progetto geopolitico ben più ambizioso: disegnare una nuova architettura di sicurezza in Siria meridionale, anche a costo di ridefinire – unilateralmente – i confini e gli equilibri etnici dell’area.

Fonte

04/05/2025

Siria - Drusi in trappola tra la violenza settaria e le manovre israeliane

Nei giorni scorsi, in particolare a Jaramana e Sahnaya, ma anche nei pressi del governatorato di Suwayda si sono registrati oltre 100 morti, e numerosi feriti tra cui civili e membri delle forze di sicurezza. La situazione ha evidenziato la fragilità della nuova leadership siriana, dominata da gruppi che giustificano le aggressioni militari in nome di una ideologia religiosa.

In ogni caso i bombardamenti di Israele – che si autoproclama, con le sue forze armate, “protettore dei drusi” siriani – anche la scorsa notte, sono stati accolto con forte scetticismo da parte della leadership drusa siriana che ha espresso preoccupazione per le strumentalizzazioni esterne.

La comunità drusa si trova intrappolata tra la violenza settaria interna e le manovre geopolitiche esterne. Ma la domanda che oggi si impone è più inquietante: davvero il governo siriano di Ahmad Al Sharaa è solo incapace di fronteggiare l’ondata di violenza? O si tratta piuttosto di una deliberata ambiguità, un calcolo politico che evita lo scontro con le frange più radicali, oggi sempre più presenti negli apparati del potere?

Possiamo parlare ancora solo di impotenza statale, oppure è lecito sollevare dubbi più gravi circa la mancanza di volontà reale di operare una cesura netta con le ideologie settarie? Sembra che i fantasmi del fanatismo, che in passato hanno caratterizzato il gruppo qaedista Hay’at Tahrir Sham – che ha preso il potere a Damasco dopo la caduta di Bashar Assad – e altre milizie ad esso collegate, stiano lentamente riprendendo forma, legittimati da silenzi colpevoli e complicità occulte.

In questo contesto, l’azione esterna – come quella di Israele – appare ancor più pericolosa, perché sfrutta una falla interna ancora non chiarita e sanata. Il rischio è che la Siria torni a essere un campo di battaglia per ideologie incompatibili con la sua natura storicamente plurale e multiconfessionale. Si stanno verificando divisioni all’interno della stessa comunità drusa sui tentativi di trovare un accordo con il governo centrale che possa prevenire altre escalation oppure di scegliere il male minore.

La posta in gioco oggi non è solo la salvezza della comunità drusa, ma la possibilità stessa di una Siria inclusiva, sovrana e pacificata. Questa posta in gioco è anche responsabilità nostra.

Fonte

01/05/2025

Siria - Dopo gli alawiti, ora sotto attacco sono i drusi. E Israele sfrutta l’occasione

Dopo la strage nei giorni scorsi di 11 alawiti a Homs da parte di forze governative, seguita al massacro di almeno 1700 civili della stessa comunità sulla costa mediterranea, l’aggressione delle forze governative islamiste agli ordini del presidente autoproclamato Ahmad Sharaa e dei loro alleati, si è abbattuta su Jaramana, quartiere a maggioranza drusa alla periferia di Damasco. Almeno 22 persone sono state uccise tra drusi e miliziani islamisti sunniti a Jaramana e altre località.

Il ministero degli Interni nel frattempo ha inviato rinforzi per riprendere il controllo della zona di Ashrafieh Sahnaya, nella campagna di Damasco dopo gli agguati a posti di blocco militari avvenuti martedì sera.

Gli attuali governanti, con radici nel jihadismo legato ad al-Qaeda, cercano di convincere la comunità internazionale di voler costruire un Paese inclusivo e pluralista. Ma i fatti sul terreno dicono l’opposto e gli episodi di violenza settaria, come quello di Jaramana, gettano altre ombre sul futuro.

Gli scontri, raccontano fonti locali e l’Osservatorio siriano per i diritti umani, sono esplosi dopo che una clip audio, contenente insulti al profeta Maometto, ha cominciato a circolare sui social media. L’audio è stato attribuito a un religioso druso, ma lo stesso Marwan Kiwan ha smentito con decisione ogni coinvolgimento: “Nego categoricamente che l’audio sia stato realizzato da me. Non l’ho detto, e chiunque l’abbia realizzato è un uomo malvagio che vuole fomentare conflitti tra diverse componenti del popolo siriano”.

Le sue parole non sono bastate a placare la rabbia e si è scatenata la rappresaglia da parte delle milizie legate al nuovo governo di Damasco. Le strade si sono trasformate in campi di battaglia, i quartieri si sono svuotati. “Eravamo intrappolati nelle nostre case mentre continuavamo a sentire il rumore intermittente degli spari”, ha raccontato un residente all’agenzia AFP. “I bambini non sono andati a scuola e le strade del nostro quartiere sono vuote questa mattina. Temo che la situazione possa degenerare ulteriormente”, ha detto Riham Waqqaf, operatrice umanitaria e madre di due bambini. A Jaramana i negozi sono ancora chiusi e la paura aleggia dietro le finestre. I corpi degli aggressori, riferisce Rayan Maarouf, caporedattore della testata locale Suwayda24, sono stati trattenuti per ore dai miliziani locali.

La leadership religiosa drusa di Jaramana ha preso posizione con parole dure, definendo “ingiustificato” l’attacco armato che ha “preso di mira civili innocenti e terrorizzato i residenti”. Pur condannando fermamente ogni insulto al profeta Maometto – “la registrazione audio è un tentativo di seminare conflitti e divisioni” – i religiosi hanno puntato il dito contro le autorità siriane: “Hanno la piena responsabilità dell’incidente e di qualsiasi peggioramento della crisi”.

Lo sceicco Hikmat al-Hajri, uno dei principali leader religiosi drusi, ha parlato apertamente di “attacchi terroristici” e ha accusato le nuove autorità di voler emarginare la comunità drusa, così come faceva il regime precedente.

Un accordo di tregua raggiunto nella notte prevede la cessazione immediata delle ostilità, il risarcimento alle famiglie delle vittime e l’impegno a perseguire i responsabili. Ma il clima rimane teso e molti dubitano che la tregua possa reggere. Già si segnalano violenze in altre località.

Non è la prima volta che Jaramana diventa teatro di scontri. Già a febbraio, un membro delle forze di sicurezza era stato ucciso dopo aver aperto il fuoco in aria. Il giorno seguente, un gruppo armato proveniente da Mleiha – altro sobborgo della capitale – aveva fatto irruzione nel quartiere druso, innescando un nuovo scontro a fuoco con morti e feriti.

Intanto Israele cerca di sfruttare a suo vantaggio la situazione, spinto anche dai suoi cittadini drusi in Galilea, che chiedono di “proteggere i loro fratelli in Siria”. In uno sviluppo significativo, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yisrael Katz hanno annunciato in una dichiarazione congiunta che l’esercito di occupazione israeliano ha condotto una “operazione di avvertimento” prendendo di mira un gruppo che si starebbe preparando ad attaccare i drusi siriani ad Ashrafieh Sahnaya. Hanno dichiarato di aver inviato un messaggio al governo di Damasco chiedendogli di intervenire e impedire qualsiasi danno ai drusi.

Il bombardamento israeliano ha fatto almeno un morto.

Alla fine di marzo, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz aveva messo in guardia le autorità siriane dal “danneggiare la minoranza drusa” e avvertito che Israele potrebbe intervenire militarmente. Tel Aviv dopo la caduta di Assad a dicembre ha occupato almeno 500 kmq di territorio siriano a ridosso del Golan e preme per la frammentazione ulteriore della Siria con la creazione di una entità autonoma o indipendente drusa. Ma i leader drusi siriani hanno condannato queste interferenze e ribadito di essere cittadini fedeli della Siria.

La comunità drusa – circa un milione di fedeli nel mondo, di cui oltre la metà in Siria – affonda le proprie radici nel X secolo, come derivazione dell’islamismo sciita. Nei lunghi anni di conflitto in Siria dal 2011, i drusi hanno cercato di mantenere una posizione neutrale, organizzando forze di autodifesa nelle proprie aree.

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18/03/2025

Siria in subbuglio: HTS cerca lo scontro con Hezbollah, i Drusi si dividono

Mentre Al-Jolani e soci cercano il sostegno internazionale dell’Unione Europea, trovando diverse voci all’interno dell’avventurista compagine europea pronte ad assecondarli, il loro controllo del paese risulta sempre precario, inducendoli a cercare diversivi.

L’ultimo è il tentativo di suscitare a tutti i costi una risposta armata di Hezbollah, prendendo di mira villaggi sciiti di confine; lo scopo evidente è farne scaturire una controrisposta diplomatica internazionale da parte dei paesi del Golfo e dell’Occidente che intensifichi ancora una volta la pressione sull’organizzazione sciita, distraendo l’attenzione dai problemi interni alla Siria, compreso il tentativo di genocidio in corso contro gli Alawiti.

Sul fronte meridionale, invece, come purtroppo prevedibile, i tentativi d’infiltrazione da parte dell’occupazione sionista stanno riuscendo a dividere la comunità drusa di Sweida, all’interno della quale alcuni esponenti di rilevo spingono per normalizzare i rapporti con l’occupazione, mentre altri aprono maggiormente alle autorità di HTS.

La balcanizzazione del paese si concretizza sempre di più.

Ecco due articoli di Al-Akbar a riguardo.

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Tensioni crescenti al confine tra Libano e Siria: implicazioni politiche e di sicurezza

Mentre crescono le tensioni lungo il confine tra Libano e Siria, la nuova amministrazione siriana ha intensificato la sua retorica contro Hezbollah, accusando il gruppo di “diffondere il caos” nella regione. Ciò avviene in seguito all’uccisione di tre miliziani siriani, infiltratisi nel territorio libanese per scontrarsi con i pastori ad Al-Qasr, nella Bekaa settentrionale.

Il Ministero della Difesa siriano ha rilasciato una dichiarazione in cui accusa Hezbollah di aver rapito ed ucciso “tre soldati dell’esercito siriano” vicino alla diga di Zeita, nella parte occidentale di Homs, avvertendo che Damasco avrebbe preso “tutte le misure necessarie” in risposta a quella che ha definito una “pericolosa escalation” da parte di Hezbollah.

Tuttavia, l’ufficio stampa di Hezbollah ha negato qualsiasi coinvolgimento, ribadendo che il gruppo non ha “alcuna connessione con gli eventi che si verificano all’interno del territorio siriano”.

Nonostante le comunicazioni aperte tra l’esercito libanese e i funzionari siriani, le tensioni sono rapidamente aumentate. Le forze armate siriane hanno risposto con artiglieria indiscriminata e razzi, prendendo di mira le città di Al-Mushrifa, Mazraat Beit Al-Tashm, la periferia di Hawsh Al-Sayyid Ali e i villaggi di Qanatif e Al-Qasr. Gli attacchi hanno causato l’uccisione di un bambino, il ferimento di altri quattro e hanno innescato lo sfollamento, con i residenti fuggivano verso Hermel.

In risposta, l’esercito libanese ha rafforzato le sue posizioni lungo il confine e ha iniziato a monitorare i movimenti dei militanti sul lato siriano con droni di sorveglianza. Tuttavia, dopo che le città e i villaggi libanesi sono stati attaccati dal territorio siriano, l’esercito ha reagito prendendo di mira le fonti di fuoco usando “armi appropriate”, rafforzando il suo dispiegamento e ripristinando la sicurezza nell’area.

L’esercito ha anche condotto un’intensa comunicazione notturna con la parte siriana per de-escalare la situazione e ha consegnato i tre corpi. Sono in corso discussioni tra l’esercito libanese e le autorità siriane per mantenere la stabilità lungo il confine.

Nel frattempo, fonti a Damasco hanno indicato che “figure all’interno della nuova leadership siriana stanno spingendo per uno scontro con il Libano, usando Hezbollah come pretesto, per consolidare il sostegno interno fra crescente instabilità, rapimenti e assassinii”.

Le fonti hanno suggerito che la nuova amministrazione cerca un accordo di sicurezza libanese-siriano sotto la sponsorizzazione internazionale, riecheggiando i passati sforzi sostenuti da Stati Uniti e Israele per espandere la giurisdizione delle forze internazionali all’intero confine orientale del Libano; una mossa, quest’ultima che ha innescato crescenti preoccupazioni politiche e di sicurezza in Libano.

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I drusi di Sweyda divisi sulla nuova leadership siriana

Hayan Darwish

Le tensioni a Sweyda stanno aumentando dopo che il leader spirituale druso Sheikh Hikmat al-Hijri ha condannato la dichiarazione costituzionale firmata da Ahmad al-Sharaa, che gli garantisce un’autorità incondizionata sulla Siria per cinque anni.

In un video, al-Hijri ha denunciato il nuovo governo come “estremista e ricercato a livello internazionale”, avvertendo: “Siamo a un bivio: o esistiamo o smettiamo di esistere”. Ha accusato le fazioni che si impegnano con Damasco di “vendere il sangue e la dignità del loro popolo sulla costa”, esponendo una crescente frattura all’interno della comunità drusa.

Fonti druse a Suwayda hanno detto ad Al-Akhbar che al-Hijri in precedenza aveva mantenuto stretti legami con tutte le fazioni della provincia, ma le tensioni sono aumentate dopo che alcuni leader hanno cercato di normalizzare le relazioni con il governo siriano. “Non c’è spazio per l’appeasement”, ha dichiarato al-Hijri, sottolineando che “gli interessi drusi vengono prima”.

La sua posizione è stata vista come una sfida diretta ai leader della fazione Yahya al-Hajjar e Laith al-Balous, entrambi tra i primi ad entrare a Damasco dopo la caduta di Bashar al-Assad. Sabato, i sostenitori di al-Hijri si sono riuniti a Darat Qanawat, dove hanno ribadito che “i drusi sono uomini di pace e non possono essere separati dal tessuto siriano”.

Più tardi, nella piazza Dignity di Sweyda, hanno protestato contro Al-Sharaa e il governatore Mustafa Bakour, chiedendone la rimozione. I dimostranti hanno sostituito la bandiera dell’edificio provinciale con lo striscione del Tawhid druso, per poi vedere i sostenitori di Hajjar e Balous strapparla e issare un’altra volta la nuova bandiera di stato.

Domenica, i dimostranti hanno portato cartelli che condannavano la dichiarazione costituzionale come “una via verso la dittatura religiosa” e denunciavano “l’uccisione di massa degli alawiti sulla costa”.

La leadership drusa si divide su Israele e la nuova amministrazione siriana

La fazione dei Mountain Lions, che si allinea con al-Hijri, si è impegnata a difendere Sweyda dall’interferenza del nuovo governo siriano. “Ogni tentativo di interferire in Sweyda avrà gravi conseguenze”, ha detto ad Al-Akhbar il leader della fazione Tariq al-Mutawash, descrivendo la posizione di al-Hijri come “una posizione per la dignità siriana a cui nessun druso dovrebbe opporsi”.

Nel frattempo, fonti vicine ad al-Hijri e agli alti prelati drusi Sheikh Yusuf Jarbou e Sheikh Hammoud Hannawi hanno detto ad Al-Akhbar che, sebbene condividano l’obiettivo di al-Hijri di proteggere la comunità drusa, differiscono sulla strategia. “Siamo d’accordo sulla salvaguardia del nostro popolo, ma dobbiamo evitare inutili scontri”, ha affermato una fonte vicina a Jarbou. Tutti e tre i religiosi sostengono un “governo civile pluralistico”, ma le loro posizioni divergono su questioni chiave.

Una delle principali linee di frattura è la loro posizione su “Israele”. Al-Hijri ha preso provvedimenti per normalizzare i legami con l’occupazione israeliana, approvando una recente visita di 60 drusi siriani al santuario di Nabi Shu’ayb nella Palestina occupata e accettando gli aiuti umanitari in seguito rivendicati da “Israele”.

Al contrario, Jarbou ha rifiutato qualsiasi impegno e fonti confermano che ha reciso i legami con il leader druso legato a Israele, Mowaffaq Tarif, dopo la caduta di Assad. In un’intervista con Sky News, Jarbou ha espresso “apertura” verso il governo di Al-Sharaa, ma ha chiarito che la “mancanza di fiducia” in esso è “legata al suo background religioso”, chiedendo “uno stato civile e una costituzione che protegga i diritti di tutti”. Ha inoltre criticato la dichiarazione costituzionale, affermando che “non realizza le aspirazioni del popolo siriano, che rimane monocromatico”.

Nel frattempo, Hannawi ha respinto le richieste di disarmo, insistendo: “Le armi sono per l’autodifesa, non per l’aggressione”. Ha aggiunto: “Non siamo ancora pronti a consegnarle, ma è una posizione temporanea”.

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09/01/2025

Siria - Il sud del Paese è la spina nel fianco di Al-Julani

di Michele Giorgio 

«Abbiamo discusso della questione del confine, dei pericoli della droga, delle armi e del terrorismo, e dei tentativi dell’Isis di ristabilire una presenza. Lavoreremo insieme», assicurava ieri il ministro degli Esteri giordano, Ayman Safadi, stringendo la mano all’omologo siriano Asaad Shaibani. «La Siria diventerà una fonte di sicurezza e stabilità», ha replicato Shaibani, membro di spicco dell’esecutivo guidato da Ahmed Sharaa (Al Julani), leader del gruppo jihadista Hay’at Tahrir al Sham (HTS) oggi al potere, e dal premier Mohammed Bashir.

La priorità di Amman è mettere fine al traffico di stupefacenti che parte dalla Siria meridionale e attraversa la frontiera. Tuttavia, è difficile che l’esecutivo jihadista di Al Julani possa rispettare gli impegni con la Giordania se prima l’Amministrazione delle operazioni militari (Aom) di Damasco non prenderà il pieno controllo del sud della Siria. L’avanzata delle truppe israeliane, dopo la caduta di Assad, oltre le linee di armistizio del Golan, fino ad occupare almeno altri 600 kmq di territorio siriano e la decisione di Al Julani e Bashir di lasciarle fare, favorisce indirettamente gruppi e fazioni nella Siria meridionale che non si piegano alla nuova Damasco. I vertici della cosiddetta «Cabina delle operazioni del sud», la principale coalizione di gruppi armati siriani al confine con la Giordania, intende rimanere una entità armata autonoma e non consegnare le armi alle milizie jihadiste filo-turche che hanno preso il potere l’8 dicembre scorso. La «Cabina» da più di dieci anni ha rapporti privilegiati con i servizi di sicurezza giordani e controlla buona parte delle regioni di Daraa. In sostanza vorrebbe replicare, almeno in parte, l’autonomia curda nel nord-est della Siria.

La spina nel fianco di Al Julani nel sud del paese non è tanto la «Cabina», quanto Mohsen Al Haimed e i suoi miliziani, una milizia pro-Assad che ha dimostrato la sua forza nei giorni scorsi lanciando attacchi letali contro affiliati e simpatizzanti di HTS. Per sgominare Al Haimed – dipinto dai nuovi media siriani come un «criminale e assassino» ed ex membro dell’Isis passato poi ai governativi – l’Aom ha dovuto inviare 2mila uomini a Daraa, la capitale del sud. Un paradosso se si considera che questa città è stata una roccaforte dell’opposizione contro Assad. Le sue campagne restano un terreno minato per i governativi di ogni specie. E, sempre nel sud, non può essere dimenticato il «no», fino ad oggi, dei drusi guidati da Sheikh Hikmat Al- Hijri all’ingresso dell’Aom nella loro roccaforte Suwaida. Al Hijri chiede vuole garanzie da Al Julani: i drusi non pretendono l’autonomia, ma dopo aver lottato per anni contro le infiltrazioni nel loro governatorato dell’Isis e aver contestato negli ultimi due anni Bashar Assad, non hanno alcuna intenzione di ritrovarsi ora sotto un dominio jihadista.

Tensione e scontri anche a Homs dove dal 2 gennaio è in corso un’altra operazione di sicurezza contro ex ufficiali dell’esercito rimasti fedeli al presidente deposto. I rastrellamenti proseguono ed è stato arrestato Muhammad Shalhoum, presunto addetto alle telecamere di sorveglianza della prigione di Sednaya. «Gli spari sono continui, i bambini sono terrorizzati e molti uomini sono stati arrestati in modo indiscriminato», ha raccontato un testimone, Maher Saleh, a media locali. Alcuni uomini della sicurezza, ha aggiunto, hanno distrutto «strumenti musicali e narghilè, bottiglie di alcolici» e costretto «alcuni detenuti ad abbaiare e ragliare», tra insulti e frasi settarie.

Intanto il Qatar, sponsor dei Fratelli Musulmani, organizzazione islamista molto influente nella società siriana con cui Al Julani (un salafita) presto dovrà fare politicamente i conti, fa sentire il suo peso nel futuro della Siria inviando aiuti, inclusa una nave per la produzione di energia elettrica (altrettanto ha fatto la Turchia alleata di Al Julani). Il governo Bashir ha accolto con soddisfazione questo sviluppi così come il rafforzamento della lira siriana nei confronti del dollaro dopo l’annuncio da parte di Washington di un allentamento a scopo umanitario delle sanzioni che colpiscono la Siria (Damasco con Assad al potere invece era stata tenuta sotto dure sanzioni per 13 anni con grave danno per milioni di civili siriani). Novità alle quali il governo Bashir ha però risposto con una decisione che preoccupa. Ha rinviato sine die il congresso nazionale siriano, previsto entro gennaio, che avrebbe dovuto gettare le basi per la discussione sul futuro democratico del paese. Prima sarà formato un comitato preparatorio di cui però si ignora la composizione. Alla fine dello scorso anno Al Julani aveva parlato di elezioni solo fra quattro anni.

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17/12/2020

Golan - Drusi contro le pale eoliche, è un progetto per rafforzare l'occupazione

di Michele Giorgio – il Manifesto

Dopo anni di contestazioni, i drusi del Golan scendono in strada per riaffermare l’opposizione ai tre parchi eolici che Israele costruirà vicino ai loro villaggi. Mercoledì mattina in 300 hanno bloccato i lavori avviati dalla Energix e altre aziende israeliane su 430 ettari, quasi un quarto del terreno agricolo che controllano i 22mila drusi che vivono nell’area. Dieci dimostranti sono stati feriti dalla polizia, altri arrestati durante scontri avvenuti nei celebri frutteti del Golan e andati avanti per tre ore (la polizia riferisce di alcuni agenti rimasti contusi). In quei momenti nei villaggi di Majdal Shams, Buqata, Ein Qenia, Ghajar e Masaada si è fermato tutto, i negozi hanno abbassato le saracinesche, le scuole hanno chiuso i cancelli. Una manifestazione per la liberazione degli arrestati è stata poi organizzata davanti alla stazione di polizia della zona ed è andata avanti fino a ieri. La tensione è alta.

È un misto di lotta politica e ambientalismo. «Protestiamo contro un progetto che di facciata vuole produrre energia pulita e che in realtà rafforza l’occupazione israeliana del Golan e ci strappa terreni agricoli, deturpando un territorio che è noto per la bellezza della natura e il suo paesaggio mozzafiato», spiega al manifesto Wael Taraibeh, uno degli attivisti della protesta e portavoce della ong Marsad che tutela i diritti della comunità drusa. «L’energia pulita di cui parlano è destinata alle colonie israeliane che vogliono espandere – aggiunge Taraibeh – dopo il riconoscimento delle Alture del Golan come territorio israeliano fatto da Donald Trump (al quale sarà dedicata una nuova colonia, ndr), il governo Netanyahu fa come meglio crede ma per il diritto internazionale quest’area era e resta un territorio siriano. I drusi si sentono siriani e rifiutano la cittadinanza israeliana». In seguito all’occupazione del Golan nel 1967 la popolazione siriana venne espulsa o costretta a scappare e 340 centri abitati furono distrutti. Vennero risparmiati i cinque villaggi drusi intorno ai quali sono stati costruiti 36 insediamenti dove vivono circa 26mila coloni israeliani. Decenni dopo, il 25 marzo 2019, Trump ha proclamato a nome degli Stati Uniti il Golan come parte di Israele, violando le risoluzioni internazionali.

Il progetto prevede tre parchi eolici nel nord e nel centro del Golan soprannominati Valley of Tears, Valley of Winds e Valley of God. Solo il primo è operativo. Con il via libera delle autorità la Energix domenica scorsa ha iniziato i lavori preparatori delle perforazioni di terreni vicino a Masadeh e Majdal Shams per la costruzione di 31 delle 52 pale eoliche previste – dal costo di 700 milioni di shekel, circa 215 milioni di dollari – alcune delle quali sorgeranno a poche centinaia di metri di distanza dalle case dei drusi. «Il progetto Energix è il più ampio, avrà gravi conseguenze per la salute e la sicurezza delle comunità (druse) siriane e colpirà la nostra tradizionale economia agricola. E tre dei nostri villaggi (Majdal Shams, Buqata e Masada) non potranno espandersi», dice Emil Masaud, contadino tra i leader della protesta. Un piccolo parco eolico esiste già, sulla collina di Al-Asaniya, che gli israeliani chiamato il Monte dei Bnei Rasan. Le sue dieci pale, issate nel 1992, saranno sostituite da sei nuove pale alte 80 metri.

La Energix difende l’importanza del progetto, parte del piano nazionale approvato nel 2009 con l’obiettivo fissato al 10% di energia pulita rinnovabile a disposizione del paese. La compagnia inoltre afferma di aver raggiunto, negli anni scorsi, un accordo con diversi contadini drusi per poter alzare le pale sui loro terreni. «Alcune di quelle persone accettarono le offerte ricevute perché – afferma Taraibeh – la Energix non spiegò il progetto nella sua interezza. Quei proprietari si sentono ingannati, hanno compreso la pericolosità delle iniziative israeliane e chiedono di rescindere l’accordo raggiunto con la compagnia». «Anche i coloni sono contrari al progetto» conclude l’attivista «ma noi respingiamo la loro richiesta di unire le forze, i coloni sono una parte fondamentale dell’occupazione del Golan».

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02/08/2018

Israele - I drusi si scoprono uguali agli altri arabi, cittadini di serie B

di Michele Giorgio – Il Manifesto

«Questa legge colpisce i cittadini non ebrei di Israele. Mi sento discriminato, perciò lascio le Forze armate». Safa Mansour, druso e medico militare della 91esima divisione dell’esercito, ai microfoni della radio statale ha condannato pubblicamente la legge approvata lo scorso 19 luglio dalla Knesset che definisce Israele come ”Stato nazione del popolo ebraico” e descrive la biblica “Eretz Israel”, la Palestina storica, come una terra appartenente agli ebrei. Il testo peraltro non contiene riferimenti espliciti all’uguaglianza tra ebrei e non ebrei e ha declassato l’arabo, fino a qualche giorno fa lingua ufficiale di Israele come l’ebraico. Per un milione e mezzo di arabo israeliani, i palestinesi cittadini d’Israele, la legge non è una sorpresa. La contestano con forza, ne comprendono i suoi pericolosi risvolti futuri ma allo stesso tempo la vedono come un atto nero su bianco che ufficializza le discriminazioni alle quali sono soggetti sin dalla fondazione di Israele, 70 anni fa. 

Per 130mila drusi, o gran parte di essi, invece è stato uno choc. Si sentono traditi, ingannati, messi sullo stesso piano degli arabo israeliani. Sono l’unica minoranza non ebraica che fa il servizio militare obbligatorio. I drusi combattono e talvolta muoiono per Israele. Nei Territori palestinesi occupati reprimono con violenza, arrestano, fanno il lavoro sporco e adesso scoprono di essere cittadini di serie B. Il brit damim, il “patto di sangue” che dal 1948 li legherebbe agli israeliani ebrei, si è rivelato una frase su un foglio di carta. Gli “arabi modello” a conti fatti sono soltanto degli arabi.

Un colpo al quale Safa Mansour e altri due ufficiali drusi hanno risposto annunciando di non voler più far parte delle Forze armate. Altri potrebbero seguire il loro gesto. Uno dei tre, Amir Jamal, è stato sospeso per 15 giorni e il capo di stato maggiore Eisenkot ha fatto la voce grossa esortando i militari drusi a mettere da parte la politica e a credere nella piena uguaglianza nei ranghi dell’esercito dove, a suo dire, non esisterebbero differenze tra fedi ed etnie diverse. Un appello analogo è giunto anche dal generale di brigata Ghassan Alian, l’ufficiale druso più alto in grado. 

Parole che forse non basteranno, è probabile che la legge approvata dalla Knesset favorisca l’aumento del numero degli obiettori tra i giovani drusi già in atto da alcuni anni. «Sono convinto che tanti nostri giovani adesso sceglieranno di non fare il servizio di leva, nonostante le sanzioni previste dalla legge‎ – dice al manifesto Samer Sweid, un attivista della compagna per l’obiezione di coscienza Da anni lavoriamo per questo e la nuova legge appena spingerà tanti ragazzi a ripensare al proprio status nella società israeliana e al loro ruolo nelle forze armate di Israele».

L’alleanza tra Israele e i drusi – fede religiosa di origine sciita-ismailita divenuta nel corso dei secoli di fatto anche una etnia, in ragione della spiccata tendenza nella comunità all’endogamia – risale a prima della nascita dello Stato ebraico. Il movimento sionista e i più importanti leader religiosi drusi in Galilea avviarono rapporti stretti a danno del nazionalismo palestinese. Rapporti che dopo la fondazione di Israele sfociarono nella definizione di uno status speciale per i cittadini drusi, molti dei quali rimarcano la “differenza” dai palestinesi. Oggi diverse migliaia di drusi si proclamano “sionisti”. Un loro rappresentante, il ministro Ayoub Kara, è noto per i suoi toni sempre accesi contro gli arabi. Allo stesso tempo non tutta la minoranza drusa appoggia l’integrazione totale nel sistema israeliano e la partecipazione alle Forze armate. Due celebri intellettuali drusi, entrambi scomparsi qualche anno fa, come il poeta Samih al Qassem e lo scrittore Salman Natour, si sono sempre dichiarati parte della nazione palestinese. I drusi del Golan, territorio occupato da Israele nel 1967, a differenza dei loro fratelli in Galilea si proclamano con orgoglio cittadini siriani.

Sabato migliaia di drusi israeliani parteciperanno a Tel Aviv a una manifestazione in cui invocheranno un emendamento a loro favore della legge su Israele Stato nazionale del popolo ebraico che dovrebbe essere ripresa in esame l’8 agosto dalla Knesset. Il governo comunque resta compatto nella difesa della legge malgrado le critiche espresse dal capo dello stato Rivlin e da decine di artisti, intellettuali e scrittori ebrei. La giornalista di Haifa Nahed Dirbas crede che la protesta drusa sia destinata a scemare nelle prossime settimane.‎ «Aumenteranno gli obiettori ma alla fine a decidere per tutta la comunità drusa saranno come sempre i capi religiosi» ci dice «e con ogni probabilità si accontenteranno delle rassicurazioni del governo».

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10/07/2018

Siria - Lungo l'autostrada M5 la vittoria di Assad da Aleppo a Deraa

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Chi volesse misurare in un modo originale l’andamento della guerra in Siria dovrebbe considerare il controllo che l’esercito siriano ha ripreso, pezzo dopo pezzo, dei 450 km dalla M5, l’autostrada che attraversa il paese da nord a sud, da Aleppo al confine con la Giordania. Un’arteria di comunicazione vitale che i siriani chiamano “strada internazionale”, che attraversa regioni rurali, aree industriali e quattro grandi città. Seguendo questa strada, le forze armate governative hanno strappato alle formazioni islamiste e jihadiste “ribelli” gran parte della Siria. «Appare chiaro che l’approccio militare è stato rivolto alla riconquista della M5‎», spiegava qualche giorno fa all’agenzia Afp Emile Hokayem dell’International Institute for Strategic Studies. ‎«La principale ricchezza, le aree industriali, infrastrutturali e urbane si trovano lungo questa linea... (Damasco) ha sempre voluto mantenere il controllo di tutti questi nodi‎». E se alla fine del 2016 era stata la liberazione di Aleppo a segnare la svolta a favore di Damasco, ora è Deraa a delimitare dall’altra parte del paese l’ampiezza della vittoria militare ottenuta dal presidente Bashar Assad.

La resa, non completa, nel sud del paese di quella galassia di gruppi e formazioni che i governi occidentali si sono ostinati a descrivere per sette anni come “ribelli al regime di Assad”, senza considerare la loro ideologia e la loro idea della Siria futura, ha riconsegnato al governo centrale più di 2/3 della Siria. Certo la guerra non è finita, le sacche di resistenza dell’Isis, ad esempio, sono una spina nel fianco del governo, ma il suo corso è segnato. Ha vinto Damasco con l’aiuto determinante della Russia e dei combattenti sciiti libanesi di Hezbollah e il contributo dell’Iran. Francia, Usa e le monarchie sunnite del Golfo hanno investito invano risorse finanziarie immense per far crollare Bashar Assad che invece sette anni dopo è al suo posto. Israele gioca ancora la sua partita, nel sud della Siria, ma è svanito il suo sogno di poter usare i “ribelli” per il controllo di una zona-cuscinetto a protezione del Golan (territorio siriano che occupa dal 1967). Per tre anni, da quando Mosca è intervenuta in Siria, Benyamin Netanyahu ha provato a persuadere Vladimir Putin a garantirgli una Siria meridionale senza “forze ostili” iraniane a ridosso del Golan. E ha rischiato anche di scatenare una guerra regionale nei mesi scorsi lanciando continui attacchi in Siria contro presunte postazioni dell’Iran e del movimento sciita libanese. Adesso che Assad controlla tutta la M5 fino al confine di Nassib con la Giordania – un valico strategico per la ripresa dei commerci tra Siria e Giordania –, il premier israeliano deve accontentarsi di vedere nel sud della Siria solo l’esercito governativo. E può solo sperare che a fargli questo regalo siano Putin e Trump nel corso del vertice che avranno a metà mese.

Decine di migliaia dei circa 320mila siriani, sfollati nelle scorse settimane in seguito all’offensiva dell’esercito a Deraa e nel sud, sono tornati a casa in 13 diverse località riprese dai governativi. Un rientro, destinato ad intensificarsi, che è stato possibile grazie alla tregua e all’accordo, mediato dai russi e da attuare in tre fasi, tra forze governative e gruppi jihadisti e islamisti che si stanno arrendendo e che sono pronti a consegnare le loro armi pesanti. Sarà la polizia locale a garantire la sicurezza delle aree liberate. I “ribelli” che rifiutano l’accordo potranno andare con le loro famiglie nella provincia di Idlib dove si sono già diretti i miliziani sconfitti nei mesi scorsi dall’esercito a Ghouta e in altri sobborghi di Damasco.

Resta il nodo della ripresa di Quneitra, a ridosso del Golan. Israele potrebbe prendere di mira di nuovo l’esercito siriano accusandolo di essersi avvicinato troppo alle linee armistiziali. Mentre è risolto quello di Sweida e di altri centri popolati da siriani drusi, rimasti fuori dal conflitto ma di fatto alleati del governo. L’esercito avrà il controllo pieno di quelle aree, in cambio i drusi riceveranno l’amministrazione civile dei loro centri. Continuano anche le trattative tra Damasco e i curdi decisi a sganciarsi dagli Usa dopo il sostegno di Washington all’offensiva turca contro Afrin e il Rojava. Secondo il quotidiano al Watan i curdi avrebbero accettato di trasferire al governo i giacimenti petroliferi settentrionali che controllano e la città di Raqqa. In cambio riceveranno uno status politico e l’autonomia del Rojava, i loro combattenti saranno riconosciuti e associati all’esercito siriano e la loro lingua sarà insegnata nelle scuole pubbliche nelle aree curde. Da parte curda però non ci sono ancora conferme.

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16/06/2015

Siria. I curdi strappano Tal Abyad allo Stato Islamico. Drusi sotto tiro

Le milizie curde hanno annunciato nelle scorse ore che, dopo una feroce battaglia, sono riuscite a cacciare i jihadisti dello Stato Islamico dalla maggior parte dei quartieri di Tal Abyar, città siriana al confine con la Turchia da tempo nelle mani di Daesh che subisce ora un duro colpo. Sacche di resistenza sono ancora segnalate in alcune zone e nei villaggi ad est della città di confine ma i curdi e la brigata dell’Esercito Siriano Libero che da alcuni mesi combatte al fianco delle Unità di Protezione del Popolo e delle Unità di Protezione delle Donne hanno conquistato il valico di frontiera con la Turchia, quello di Akçakale. Nelle ore precedenti, i combattenti avevano conquistato anche la strada principale da cui passano i rifornimenti destinati allo Stato islamico verso Raqqa, la roccaforte dei jihadisti in Siria, ad una ottantina di km più a sud.

Ora i jihadisti, molti dei quali si sono consegnati all'esercito turco o sono fuggiti a sud, controllano un solo valico di frontiera con una Turchia dove il regime di Erdogan, dopo la sconfitta alle elezioni del 7 giugno, ha non poche difficoltà a continuare a sostenere i fondamentalisti che lottano per rovesciare il governo di Assad e per indebolire l’autogoverno creato dai partiti curdi siriani insieme alle rappresentanze delle altre etnie e minoranze che vivono nel Rojava. Tal Abyad era finora unanimemente considerata la via di passaggio preferenziale delle armi e del petrolio destinati al gruppo Stato islamico e la principale via di fuga dei jihadisti verso il territorio turco. Con la conquista di Tal Abyad la resistenza curda ha potuto ricongiungere i territori liberati ad est e ad ovest e finora interrotti proprio a ridosso della località di frontiera con la Turchia.

I combattimenti lungo la frontiera, i bombardamenti della coalizione a guida statunitense e anche la pressione delle milizie islamiste che hanno tentato di usare la popolazione locale – per lo più sunnita – come scudo umano e per rallentare l’avanzata delle Ypg hanno provocato negli ultimi giorni un vero e proprio esodo di abitanti di Tal Abyad e dei villaggi circostanti verso il confine con la Turchia. Nel corso degli ultimi giorni, secondo l'Agenzia dell'Onu per i rifugiati, circa 23 mila profughi, per lo più donne, bambini e anziani, sono riusciti ad attraversare una frontiera che Ankara ha a lungo sigillato anche con l’uso di idranti e gas lacrimogeni e che apre a singhiozzo quando la pressione sulle recinzioni diventa troppo forte. Tra i profughi arrivati in Turchia ci sono, informa l'Onu, anche duemila iracheni fuggiti dalle città di Mosul, Ramadi e Falluja.

Intanto però una decina di gruppi armati della ‘opposizione siriana’ –manovrata dalle petromonarchie, dall’Occidente e dalla stessa Turchia – ha accusato le milizie curde di aver compiuto alcuni atti di ‘pulizia etnica’ ai danni della popolazione araba e turcomanna delle regioni del nord della Siria recentemente conquistate. In un documento firmato tra gli altri da gruppi integralisti islamici come Ahrar al Sham e Jaish al Islam – e naturalmente subito rilanciato da Ankara – si accusano i curdi di avere compiuto violenze durante l'avanzata compiuta negli ultimi mesi nella provincia a maggioranza curda di Hassake e nella regione di Tal Abyad. Anche Abdülhakim Ayhan, sindaco della città turca di Akçakale, ha accusato i ribelli curdi di «spingere alla fuga arabi e turcomanni» sfruttando la battaglia anti-Isis «a fini di pulizia etnica». L’accusa è stata risolutamente respinta dalle Ypg che accusa i gruppi dell’opposizione islamista siriana di fare il gioco delle potenze straniere.

Più a sud invece è allarme per il possibile esodo di massa della popolazione drusa – circa 700 mila persone – che si sente minacciata dalle milizie dello Stato Islamico, oltre che da quelle di Al Nusra, che negli ultimi giorni hanno preso di mira alcune comunità della minoranza etnica tradizionalmente fedele al governo di Damasco e schierata contro gli integralisti. L’epicentro della nuova crisi umanitaria è la regione del Monte Druso, a 60 km dalla Giordania e 50 da Israele, paesi verso i quali potrebbero riversarsi decine o centinaia di migliaia di profughi drusi se la persecuzione di Daesh nei loro confronti dovesse continuare dopo che un raid jihadista contro un villaggio ha già causato alcune decine di vittime. In allarme ci sono soprattutto le comunità druse del vicino Libano, che si stanno già adoperando per formare una milizia che intervenga a protezione dei loro fratelli siriani “per evitare un genocidio”.

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