Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/12/2024

Con la Turchia a Damasco, per Israele c’è un problema in più

Quando infili un bastone in un nido di serpenti, tutto si mette in moto e molto difficilmente l’autore dell'azione può tenere sotto controllo il caos che ne deriva.

Vediamo in questi giorni che in Siria, conquistata in un batter d’occhio dal proxy turco Al Jolani, alla guida di una sezione mediorientale di Al Qaeda – formazione nutrita inizialmente da Usa e Arabia Saudita in funzione antisovietica – inizia a prender forma il nuovo equilibrio di poteri, anche se crescono i conflitti all’interno del paese (gli alawiti, fuggito Assad, provano a resistere nelle loro storiche roccaforti, mentre i cristiani provano a marcare la loro presenza e i curdi a mantenere i loro territori).

Nel frattempo, a sud Israele occupa ben più del solo Golan e bombarda ogni deposito militare del disciolto esercito siriano, nel tentativo di ridurre al minimo le potenzialità militari di chiunque emerga nel prossimo futuro come nuovo padrone di ciò che resta della Siria.

Ovvio, in questo contesto, che Israele e gli Usa appaiano come i vincitori del risiko mediorientale.

C’è, tuttavia, un però. Non sono questi gli unici protagonisti di peso sulla pelle dei popoli palestinese, siriano e libanese. E il puzzle si complica parecchio guardando quel che accade al di fuori dei riflettori miopi dell’informazione occidentale.

Per esempio. Nel governo di Al Jolani ha inaspettatamente trovato posto anche una donna. E quando se ne accorgeranno i fanfalucchi della stampa mainstream probabilmente apprezzeranno la mossa, dipingendola come un furbo tentativo del nuovo potere di scrollarsi di dosso l’immagine del jihadista trinariciuto in stile talebano, che effettivamente gli calza come un pennello.

A guidare il ministero degli affari femminili è stata però chiamata Ayse Seyidoglu, una funzionaria di alto livello ad Ankara ma con doppia cittadinanza. Un modo non equivoco di far vedere chi è che ora comanda a Damasco.

Lo stesso Jolani, dopo un incontro con il capo del MIT (l’agenzia di intelligence turca), ha poi ospitato il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, già direttore del MIT.

Durante l’incontro, Jolani ha accompagnato Fidan in un giro per Damasco, visitando i luoghi principali e sorseggiando caffè insieme dalla cima del Monte Qasioun, con vista sulla capitale.

Al di là degli aspetti folkloristici (agli occhi di un occidentale), si tratta di un omaggio a chi ha voluto e reso possibile il cambio di regime in Siria.

Secondo diversi rapporti la Turchia starebbe peraltro consolidando la propria presenza inviando consiglieri militari per addestrare il nuovo esercito siriano presso le accademie di Aleppo e Damasco (come scrive la testata turca ClashReport).

Inoltre, si moltiplicano le voci circa un possibile dispiegamento di un’unità dell’esercito turco a Homs per addestrare operatori della difesa aerea. E non ci sono molti soggetti esterni che stiano ancora bombardando la Siria.

Una conferma arriva sul piano strettamente politico. Bilal Erdogan, figlio del presidente turco, appare in un video in cui invita a una grande manifestazione pro-Palestina sul ponte di Galata a Istanbul per il 1° gennaio.

Nulla di nuovo, era accaduto anche lo scorso anno. E tutti gli osservatori, anche interni, attribuiscono la sconfitta di Erdogan alle ultime elezioni amministrative proprio allo scarso impegno concreto a favore della Palestina.

Ovvio, insomma, che ora cerchi di cavalcare la sensibilità dei musulmani su questo fronte, strumentalizzando cinicamente le sofferenze del popolo palestinese.

La differenza sta tutta nel nuovo slogan adottato per la manifestazione che sarà ancora una volta prevedibilmente enorme:

“Ieri Santa Sofia, oggi la Moschea degli Omayyadi (Damasco), domani Al-Aqsa (Gerusalemme)”.

Questa frase, riportata anche su manifesti ufficiali dell’evento, segnala la crescente retorica nazionalista verso la “riconquista” di Gerusalemme.

Un’ambizione neo-ottomana che, per quanto propagandistica possa essere, non può lasciare sereno il governo genocida e suprematista di Tel Aviv. Ancora non ha finito di “eliminare” (linguaggio usato da Netanyahu) Hamas ed Hezbollah, ha appena aperto la “pratica” con lo Yemen, ha nel mirino il ben più corposo ed indigesto boccone iraniano... che già gli si presenta sui confini (che – unico stato al mondo – Israele non ha mai voluto né fissare né riconoscere) un altro e pesantissimo potenziale avversario.

Stiamo parlando di un nazionalismo militaresco e nostalgico, memore dell’“impero” che ancora all’inizio del Novecento comprendeva Siria, Iraq, la Palestina e quindi anche l’attuale Israele, l’Egitto, la Libia e l’Arabia, parte dell’Algeria, la Tunisia, i Balcani, ecc.

Altro che un Vecchio Testamento di 3.000 anni fa, di dubbia origine e molto elastica interpretazione...

Soprattutto stiamo parlando di un paese industrializzato (come lo è anche l’Iran, del resto), pesantemente armato e per di più anche membro della Nato. Il che pone parecchi problemi a tutti (Israele e Usa, per non dire dell’Europa polverizzata attuale), all’interno stesso dell’alleanza che stupidamente ancora immagina di poter comandare sul resto del mondo.

Con il crescente controllo turco in Siria tramite il proxy qaedista (che fin qui si è sempre guardato bene dall’infastidire in qualsiasi modo Tel Aviv), Israele potrebbe insomma trovarsi presto a fronteggiare una nuova pressione diretta ai suoi confini. Del resto è fatale che due nazionalismi votati ad allargare la propria area di controllo esclusivo si guardino in cagnesco quando arrivano a contatto...

Da qui in poi si aprono tutti gli scenari possibili. È plausibile infatti che la Turchia sia costretta o tentata di rafforzare i legami con Russia e Iran come contromisure. Come è possibile anche, al contrario, che gli Usa riescano ancora una volta ad agire come regolatori ex cathedra di tensioni ed interessi divergenti all’interno del “proprio campo di influenza”.

La Russia, dal canto suo, è invece già in procinto di firmare un ampio accordo di partenariato strategico con l’Iran il 17 gennaio, simile a quello recentemente stipulato con la Corea del Nord, e dopo averne firmato un altro più limitato proprio con Tehran.

La notizia è stata pubblicata da Newsweek, che vi vede un tentativo dei due paesi di “unire le forze” in risposta al loro – molto immaginario – “isolamento sulla scena mondiale.” In realtà, guardando un mappamondo, si vede l’esatto opposto, anche in termini di dimensioni delle popolazioni...

A fine ottobre, il Ministro degli Esteri russo Lavrov aveva dichiarato che l’accordo con l’Iran sarebbe stato pronto per la firma e avrebbe “formalizzato l’impegno delle parti a una stretta cooperazione in materia di difesa, e a un’interazione volta a promuovere la pace e la sicurezza regionale e globale”.

Il nuovo accordo bilaterale dovrebbe sostituire quello strategico ventennale firmato tra i due paesi nel 2001 e rinnovato nel 2020. Esso includerà promesse di cooperazione nei settori dell’energia, della produzione, dei trasporti e dell’agricoltura.

Il Presidente Pezeshkian si recherà personalmente a Mosca per firmarlo nella data prevista.

Si comprende quindi anche la fretta con cui Israele passa da un fronte all’altro, senza un attimo di respiro e senza un retroterra adeguato. Sta infatti provando ad indebolire l’Iran il più possibile, anche colpendo brutalmente lo Yemen negli ultimi giorni, nella speranza che Trump dia il suo benestare per un attacco alle strutture nucleari iraniane dopo il suo insediamento.

Una volta che l’alleanza tra Tehran e Mosca avesse assunto caratteristiche in qualche misura simili all’art. 5 della Nato, infatti, una mossa del genere sarebbe molto più rischiosa (Israele, del resto, non potrebbe invocare quell’articolo, non facendone ufficialmente parte).

Tanto più se un membro della Nato con il peso politico-militare di Ankara fosse interessato a lasciare Tel Aviv in mezzo al caos che essa stessa ha creato.

Il 2025 non sarà un buon anno, dicevamo.

Fonte

09/07/2022

Il nuovo disordine mondiale/ ieri e oggi: la jihad imperialista

di Sandro Moiso

Peter Hopkirk, Servizi segreti a oriente di Costantinopoli, Edizioni Settecolori, Milano 2022, pp. 566, 32 euro

Arriva in libreria l’unica opera fino ad ora non ancora tradotta in italiano dello storico e giornalista inglese Peter Hopkirk (1930-2014) e dedicata, come tutte le sue precedentemente pubblicate da Adelphi, Mimesis e la stessa Settecolori, al Grande gioco, ovvero al confronto tra grandi potenze e imperi per il controllo dei territori ad oriente della Turchia fino all’Asia Centrale e all’India, vero cuore pulsante dell’impero inglese fino alla seconda guerra mondiale.

Hopkirk, che ha sempre affermato di aver iniziato a scrivere sul Grande gioco a partire dalla lettura di Kim, il capolavoro letterario-avventuroso di Rudyard Kipling, ancora una volta non smentisce la sua abilità nel trattare la materia in esame sia dal punto di vista documentario che da quello letterario, dando vita ad una narrazione in cui storia politico-militare e avventura si fondono in pagine che sicuramente non permettono al lettore di separarsi facilmente dalle stesse.

In questo caso si tratta di analizzare e raccontare lo sforzo che la Germania guglielmina, sul fare e nel corso della Prima Guerra Mondiale, mise in atto per poter scalzare, con l’aiuto dell’allora ancor parzialmente vivo impero ottomano e il richiamo all’islamismo più intransigente, la presenza britannica dai territori del Vicino Oriente, andando però ben oltre i confini e i territori compresi nello stesso.

Organizzata da Berlino, ma scatenata da Costantinopoli, la Guerra Santa era una nuova e più sinistra versione del vecchio Grande Gioco. Combattuta tra i servizi segreti di Re, Kaiser, Sultano e Zar, doveva avere un camppo di battaglia che si estendeva da Costantinopoli a est fino a Kabul e Kashgar, fino alla Persia, al Caucaso e all’Asia centrale russa. Doveva poi allargarsi a tutta l’India britannica e alla Birmania, dove Berlino sperava, con l’aiuto di armi e fondi di contrabbando, di fomentare violente rivolte rivoluzionarie tra le popolazioni locali ribelli, fossero esse musulmane, sikh o indù. Ma i sinuosi tentacoli della cospirazione si protendevano ben oltre le frontiere dell’Asia. Il grande progetto di Berlino comprendeva trafficanti d’armi negli Stati Uniti, un’isola remota al largo della costa sull’Oceano Pacifico del Messico e un poligono di tiro nell’affollata Tottenham Court di Londra, da dove venivano pianificati (e provati) assassini politici. Avrebbe coinvolto golette cariche di una quantità di armi sufficiente a far scoppiare di nuovo la Rivolta Indiana1 e casse di letteratura rivoluzionaria contrabbandate in India con innocue false copertine di classici inglesi2.

Naturalmente gli agenti tedeschi destinati portare a termine un’operazione così ampia, ambiziosa e “rivoluzionaria” dovettero scontrarsi sul campo sia con la determinazione inglese a mantenere il proprio vantaggio, se non di ampliarlo ai danni dell’impero ottomano attraverso l’azione di agenti altrettanto determinati e ambiziosi, quali ad esempio il notissimo colonnello Lawrence meglio noto come Lawrence d’Arabia3, sia con un evento inaspettato come quello rappresentato dalla Rivoluzione russa e dalle sue conseguenze anche su quella parte del continente asiatico4 oltre che con la diffidenza del mondo musulmano per questa ennesima intrusione del mondo cristiano nelle aree in cui il primo era prevalente.

Quel desiderio imperiale dovette poi ancora fare i conti con l’opposizione armena ai desideri di espansione che i tedeschi alimentavano nell’impero ottomano e nei suoi rappresentanti come Enver Pascià, già a capo dei Giovani Turchi e in gran parte responsabile del genocidio armeno (perpetrato tra il 1915 e il 1916) oltre che di quello dei Greci del Ponto (tra il 1914 e il 1923), che suscitò tra la popolazione armena superstite e ancora ben presente in città come Baku la tendenza ad allearsi con i bolscevichi in funzione di difesa nazionale ancor prima che di sollevazione rivoluzionaria. Oppure facendo sì che desiderio di rivalsa e simpatia per il bolscevismo si fondessero in un’unica causa (come nel caso del bagno di sangue a Baku nel 1918, in cui fu distrutta la Divisione Selvaggia turca insieme agli alleati Tartari, ben descritto nel libro di Hopkirk). Motivo per cui lo stesso Ismail Enver, conosciuto anche come Enver Bey, finì i suoi giorni cadendo in combattimento contro il battaglione armeno dell’Armata Rossa bolscevica comandato da Hagop Melkumian il 4 agosto 1922 presso Baldžuan, nella Repubblica Sovietica Popolare di Bukhara (odierno Uzbekistan), durante la rivolta dei Basmachi.

E’ una storia dalle tinte forti, a tratti fosche, quella che ci narra ancora una volta Hopkirk attraverso le pagine di questo libro e, allo stesso tempo, di avventure e di uomini che sembrano usciti dalle pagine di movimentatissimi romanzi di spionaggio. Come lo stesso autore ci suggerisce citando un autore di genere come John Buchan che nel 1916, proprio intorno a quegli eventi, aveva intrecciato quello che è da considerarsi come un thriller immortale: Greenmantle, il secondo di cinque romanzi di John Buchan con protagonista Richard Hannay.

Richard Hannay è uno dei primi eroi seriali dello spionaggio, ben prima dell’esuberante 007 di Ian Fleming o del grigio George Smiley di John le Carré, e di solito si accompagna ad un collega di nome Ludovic “Sandy” Gustavus Arbuthnot che, ci rivela Hopkirk, sembra ritagliato sulla figura del Capitano Edward Noel, uno dei veri protagonisti dell’azione dei servizi segreti inglesi nella regione caucasica e transcaucasica. Che nel libro di Hopkirk è proprio al centro delle vicende che si svolgono a Baku, prima, durante e dopo il cosiddetto “bagno di sangue” cui si è accennato prima.

Così, nel libro di Buchan, Hannay è chiamato a indagare sulle voci di una rivolta nel mondo musulmano e intraprende un pericoloso viaggio attraverso il territorio nemico per incontrare il suo amico Sandy a Costantinopoli. Una volta lì, lui e i suoi amici devono contrastare i piani dei tedeschi di usare la religione per vincere la guerra. Sforzi che raggiungeranno il culmine nel corso dell’offensiva di Erzurum. Durante tale offensiva, portata avanti tra il 10 gennaio 1916 e il 16 febbraio dello stesso anno dall’esercito imperiale russo, le forze dell’Impero ottomano, sorprese nei quartieri invernali, subirono una serie di sconfitte che portarono ad una decisiva vittoria russa.

Il libro di Hopkirk è, ancora una volta, densissimo di fatti, riferimenti, personaggi e documenti; tali da impedire al recensore una narrazione completa degli eventi narrati senza togliere al lettore il piacere della lettura e della progressiva scoperta delle conseguenze di azioni portate avanti da individui che, da soli o in gruppo, attraversano deserti e lande desolate e selvagge a piedi, a cavallo, su sgangherati mezzi di trasporto a motore o a trazione animale o in treno. Oppure che agiscono tra palazzi, ambasciate, uffici dei servizi segreti o vie di città europee o orientali in cui il tradimento e il doppio gioco sono sempre all’ordine del giorno. Ma ciò che appare al recensore attuale particolarmente importante sono alcune riflessioni, direttamente o indirettamente, stimolate dalla lettura dello stesso.

La prima è data dal rapporto tra avventura e imperialismo e colonialismo. Giunti infatti al termine della serie di libri di Hopkirk dedicati al Grande Gioco in tutte le sue sfaccettature, che l’autore stesso dichiara di aver sviluppato a partire dalla lettura di Kim, diventa impossibile non rilevare come proprio il genere avventuroso, in letteratura prima e nel cinema o nelle serie televisive poi, oltre che nei fumetti, affondi le sue radici nell’avventura delle imprese coloniali e imperiali che l’uomo bianco, con la sua cultura, i suoi “nobili ideali” e gli enormi e insaziabili appetiti economici, portò a termine tra il XVIII e il XX secolo ai danni di altri uomini, diversamente colorati, di diversa religione, cultura e interessi economici o organizzazione sociale opposta. I quali, insieme alle loro etnie e società, quando queste non furono del tutto distrutte, ai loro governi, alle loro famiglie, tribù o clan vissero, e ricordano ancora oggi, gli stessi eventi senza l’aura dell’impresa eroica ma soltanto attraverso l’esperienza e il ricordo del sangue e della tragedia. Cosa di cui, oggi, l’occidente sta iniziando a pagare il conto sotto forma di guerre incontrollabili, rivolte sempre più ampie, migrazioni epocali e crisi del proprio sistema economico e politico su scala globale.

Rimanendo ancora per un attimo sul piano della letteratura è allora impossibile non ritornare con la mente a quanto già scrisse profeticamente Ugo Foscolo nel suo romanzo epistolare Ultime lettere di Jacopo Ortis, ancora all’alba del XIX secolo:

Oh quanto fumo di umani roghi ingombrò il Cielo della America, oh quanto sangue di innumerabili popoli che né timore né invidia recavano agli Europei, fu dall’Oceano portato a contaminare d’infamia le nostre spiagge! Ma quel sangue sarà un dì vendicato e si rovescierà su i figli degli Europei! Tutte le nazioni hanno la loro età. Oggi son tiranne, per maturare la propria schiavitù di domani: e quei che pagavano dianzi vilente il tributo, lo imporranno un giorno col ferro e col fuoco5.

Eppure, eppure…
A distanza di un secolo, oppure anche di secoli, nulla è cambiato.
Come cieche ruote dell’oriuolo gli ingranaggi dei servizi di intelligence (come si usa denominare oggi lo sporco lavoro degli agenti segreti) continuano a macinare intrighi, a programmare assassinii, a giocare sulle divisioni etniche, culturali e religiose per far guadagnare alle diverse potenze in campo qualche fonte di materie prime in più, qualche spostamento di baricentro del potere in Europa o negli altri continenti, a preparare rivolgimenti che, esattamente come un tempo, potrebbero avvenire con risultati ben diversi da quelli sperati.

Mentre i teorici del complotto e del super-imperialismo continuano a discettare della capacità statunitense di dirigere a proprio vantaggio gli affari economici e militari del pianeta, la Storia continua a dimostrare che dirigerla è impossibile, magari prevederla sì, utilizzando i giusti strumenti di analisi e riferimenti di classe, ma non determinarne il corso. E a far le spese di questo gioco incontrollabile sono proprio i presunti artefici dello stesso, in particolare i vari governi susseguitisi negli Stati Uniti dalla caduta del Muro in poi, ma anche prima.

In fragile equilibrio tra potenze emergenti sempre più aggressive e determinate, alcune delle quali ancora esattamente dislocate sui territori già in palio nel Grande Gioco, talvolta imprevedibili nelle scelte e scaltre nel destreggiarsi tra i differenti ruoli che sembrano essere stati assegnati loro da un croupier piuttosto distratto e disordinato (si pensi solo alla Turchia di Erdogan e ai paesi arabi, sempre apparentemente in bilico tra Occidente e Oriente ma sempre più determinati a seguire una propria politica di potenza), gli Stati Uniti sembrano condannati a ripetere non solo gli errori di un passato che ancora li preoccupa (ad esempio la guerra in Vietnam), ma anche quelli altrui.

Come, ad esempio, proprio con la scelta di scatenare una jihad islamica contro i russi, in Afghanistan, che poi si rivolse contro di loro (a partire dalle Torri Gemelle) e contro l’intero Occidente, fino alla catastrofica uscita e disordinata dalla ventennale guerra nello stesso paese, in cui, nel periodo “migliore” riuscirono a mettere al governo un individuo come Hamid Karzai, meglio noto, al di là delle ruberie e della corruzione che lo hanno contraddistinto, come “sindaco di Kabul” più che come presidente di uno stato riformato in chiave moderna. In una storia in cui a farla da padrone è stato l’avventurismo, più che l’avventura.

Ciechi ingranaggi che girano e girano, spesso a vuoto, ma altre volte macinando vite, sangue e risorse, determinati da elementi che vanno ben al di là della volontà dei singoli governi o dei singolo, per quanto spregiudicati, individui. Come anche Lawrence d’Arabia, insieme a molti personaggi di differente nazionalità riproposti da Hopkirk nelle sue ricerche, ebbe modo di scoprire.

Il suicidio dell’Occidente (imperiale e coloniale) passa da lì e la lettura di Hopkirk, anche se indirettamente, ci aiuta a comprenderlo meglio. A patto di saper leggere e studiare invece di vaneggiare di volontà individuale, libertà di scelta, complotti, difesa della patria e svariate altre amenità diversamente proposte dai media mainstream e dalla propaganda politico-ideologica di ogni, nefasto, colore. Soprattutto oggi, in occasione della guerra in Ucraina.

Note

  1. Rivolta antibritannica scoppiata in India nel 1857 che vide protagonisti i cosiddetti sepoy della Bengal Army, ovvero i soldati di origine indiana arruolati nell’esercito inglese – Nota nel Testo. Si veda anche: William Dalrymple, L’assedio di Delhi, Rizzoli, Milano 2007  

  2. Peter Hopkirk, Servizi segreti a oriente di Costantinopoli, Edizioni Settecolori, Milano 2022, p. 17  

  3. Cui le edizioni Settecolori hanno già dedicato un libro (recensito qui)  

  4. Si veda ancora qui  

  5. Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis (edizione definitiva del 1817), (a cura di Mario Puppo), Mursia 1965, decima ristampa 1994, pp. 110-111  

Fonte

02/11/2017

Cento anni dalla dichiarazione Balfour. L’inizio della tragedia per i palestinesi


Un convegno a Roma e manifestazioni alle ambasciate britanniche in tutto il mondo, ricorderanno giovedi 2 novembre il 100° anniversario della Dichiarazione Balfour: data nefasta per milioni di palestinesi. A Roma il sit in sarà dalle 12 alle 13.00 a Porta Pia nei pressi dell’ambasciata inglese. Nel pomeriggio dalle 17.00 ci sarà invece un convegno presso l’Ateneo Valdese (via Cossa 42). Il focolare sionista concesso dall’impero britannico il 2 novembre del 1917, divenne la leva per l’escalation del colonialismo israeliano nel 1948.

Sono passati 100 anni dalla dichiarazione di sostegno al progetto sionista di una “homeland”, una patria per gli ebrei sionisti in Palestina, dichiarazione rilasciata da sir Balfour, ministro britannico degli Affari Esteri, al barone Rothschild, massimo rappresentante del sionismo inglese.

La dichiarazione non fu un grazioso quanto improprio scambio di omaggi tra due nobiluomini, ma fu preparata nei dettagli, sottoposta al controllo degli USA che ancora non erano entrati in guerra e di cui si auspicava l’intervento a favore dell’Impero britannico che rischiava di uscirne sconfitto.

Non fu neanche un regalo (di terra altrui) motivato da comprensione verso gli ebrei sparsi nel mondo che, secondo il progetto sionista dell’austriaco Theodor Herzl, desideravano avere un proprio stato.

La dichiarazione Balfour fu un compromesso tra un ministro della Corona, paradossalmente antisemita, e un rappresentante del sionismo in grado di portare finanze e aiuto statunitense per vincere la Prima guerra mondiale.

Essa fu l’incontro di due interessi entrambi di natura coloniale: per l’Impero britannico significava avere un piede ben posato verso l’Oriente e il controllo sui giacimenti petroliferi del Medio Oriente. Per il progetto sionista significava appropriarsi di una terra che – meglio di altre già prese in considerazione in altre zone del mondo – potesse richiamare, grazie alla narrazione biblica, gli ebrei sparsi nel mondo anche se questi nulla avevano da spartire con gli ebrei palestinesi ed arabi in genere, a parte il credo religioso.

Era il 2 novembre del 1917 quando, dopo vari aggiustamenti, venne stabilita la forma definitiva che la dichiarazione, di fatto “la promessa”, avrebbe avuto.

Quella dichiarazione garantì all’Impero britannico i necessari finanziamenti da parte di potenti lobbisti inglesi ed americani e, soprattutto, garantì l’intervento bellico degli Usa che avrebbe cambiato le sorti della Prima guerra mondiale a favore della Corona e avrebbe consentito agli stessi Stati Uniti – in cui le lobbies sioniste avevano avuto forte voce in capitolo – di agganciare al Medio Oriente i propri interessi.

Cominciò così l’arrivo MASSICCIO in Palestina di decine di migliaia di ebrei provenienti da tutte le parti del mondo.

La fine della Prima guerra mondiale segnò lo smembramento dell’Impero ottomano, come desiderato dall’Occidente, ma non certo in nome di una maggior libertà dei popoli che ne facevano parte. Del resto, già nel 1916, i rappresentanti delle due potenze europee, Francia e Regno Unito, avevano firmato gli accordi di appropriazione e spartizione dell’intero Medio Oriente in caso di uscita vittoriosa dalla Prima guerra mondiale, i cosiddetti accordi Sykes-Picot dal nome dei due rappresentanti delle rispettive superpotenze.

Gli accordi Sykes-Picot mettevano in chiara evidenza che la precedente promessa (1915-1916) che l’alto commissario britannico Mac Mahon aveva fatto al leader hashemita Al Hussein di consentire la nascita di una nazione panaraba in cambio di una rivolta contro l’impero ottomano era solo una chiacchiera per garantirsi l’alleanza araba contro gli ottomani. Era, insomma, un imbroglio.

Il 2 novembre 1917 pose il punto su tutta la questione rispetto al passato ed al tempo stesso aprì la porta al futuro sfacelo del Medio Oriente e alla tragedia che il popolo palestinese sta ancora vivendo.

Iniziò quindi – ben prima che i nazisti fornissero con il loro immondo crimine la giustificazione dell’olocausto – una politica coloniale che si sarebbe fatta sempre più repressiva nei confronti degli abitanti autoctoni palestinesi quale che fosse la loro religione, e a tutto vantaggio di interessi occidentali. Purtroppo con la tolleranza o l’accondiscendenza di alcuni paesi arabi.

Quando, dopo la fine della Prima guerra mondiale, la Gran Bretagna ottenne il mandato sulla Palestina, i palestinesi si ritrovarono oppressi, segregati, imprigionati dagli inglesi per trent’anni, cioè fino all’abbandono del mandato nel '48 che li vedrà ancor più oppressi, segregati, torturati, uccisi, espulsi o costretti a fuggire verso i paesi arabi limitrofi, a centinaia di migliaia grazie alla fondazione dello Stato di Israele, autoproclamatosi il 14 maggio del '48, addirittura un giorno prima della fine del mandato britannico, come a dire “noi ebrei siamo al di sopra della legalità internazionale”.

La scelta che l’impero britannico fece quel 2 novembre 1917 diede quindi inizio a una tragedia senza fine e che tuttora sembra senza soluzione a causa della cecità dell’Occidente che si ostina, per debolezza, per senso di colpa, per calcolo politico di potere e di controllo economico a non voler risolvere secondo giustizia.

Ad oggi, dopo 100 anni da quell’infausta dichiarazione, i Palestinesi sono sempre più oppressi, imprigionati, perseguitati, feriti, uccisi, espropriati delle loro terre e cacciati dalle loro case, occupate o demolite a decine di migliaia. Privati del diritto basilare di ogni umano: la libertà, e uccisi come mosche, senza neanche processo, spesso per capriccio dei soldati che li opprimono, e tutto ciò senza che Israele venga neanche sanzionato, pur essendo uno Stato che esercita quotidianamente il crimine.

Decine e decine le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite giacciono inapplicate ponendo Israele, di fatto, come dimostrato dal momento stesso della sua nascita, al di sopra della legalità internazionale la quale, schiava delle lobbies di potere, china la testa e non applica sanzioni neanche a tutela dei basilari diritti umani violati quotidianamente.

Oggi, dopo 100 anni da quel giorno che segnò l’inizio della tragedia di un intero popolo,
i palestinesi rivendicano il diritto alle scuse da parte del governo britannico
il quale, ignorando ogni pudore, si accinge a festeggiare il centenario della vergogna.

Il Regno Unito ha una macchia indelebile e lo sa ma, nell’impossibilità di tornare allo status quo ante, che almeno provi ad affievolire il peso della sua responsabilità adoperandosi per il rispetto della legalità internazionale. E’ il minimo che possa fare, invece di festeggiare invitando alla sua tavola i governanti israeliani colpevoli di crimini che vanno ben oltre quanto previsto nella stessa dichiarazione che ha dato il via alla tragedia.

Il testo in italiano della dichiarazione:
Foreingn Office 2 novembre 1917
Egregio Lord Rothschild, è mio piacere fornirle, in nome del governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di simpatia per le aspirazioni dell’ebraismo sionista che sono state presentate, e approvate, dal governo.
“Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adoprerà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, ne’ i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni”. Le sarò grato se vorrà portare questa dichiarazione a conoscenza della federazione sionista.
Con sinceri saluti
Artur James Balfour
Fonte

06/11/2016

Cosa sta succedendo in Turchia? Genealogia di un fascismo

Riceviamo e pubblichiamo in due puntate una lunga analisi sulla Turchia governata da Recep Tayyip Erdoğan, sul suo governo dittatoriale, sulla pulizia etnica nei confronti delle minoranze. E di come questo si interseca con gli interessi statunitensi, russi ed europei.

La Turchia di Erdogan tra islamo-nazionalismo e colonialità del potere: il fascismo più preoccupante del XXI secolo

Nello scenario geopolitico del Medio Oriente è oggi in corso una guerra mondiale che coinvolge e concentra nella regione le maggiori potenze internazionali e i loro interessi strategici. Il preoccupante ruolo ricoperto dalle politiche della Turchia di Erdoğan, con la quale al contempo gli Stati Uniti, gli Stati dell’Unione Europea, l’Iran, il Qatar, l’Arabia Saudita, Israele, e la Russia tessono legami, sembra essere sottovalutato nel genocidio fisico e culturale che sta attualmente compiendo attraverso atroci mire politiche razziste e islamo-nazionaliste.

Pericolose visioni normalizzanti

Rispetto alla guerra mondiale in corso in Siria, il punto d’inizio delle analisi che vengono diffuse sul Medio Oriente è spesso mediaticamente rappresentato in ambito occidentale da una linea interpretativa che mette in risalto gli accordi sul campo presi tra le potenze mondiali. Si guarda alla situazione presente e ai suoi possibili sviluppi futuri in un ordine discorsivo situato già dall’ottica del potere di chi detiene sulla regione degli interessi specifici, il raggiungimento dei quali avviene per mezzo di alleanze strategiche sul campo diplomatico del visibile. Ma isolando i fenomeni politici e sociali dal loro contesto e tenendo in conto da una prospettiva eurocentrica solo gli interessi statali particolari si perde la possibilità di una visione d’insieme, organica, di uno sguardo storico critico più ampio e complesso. Così se nel tentativo di comprendere la guerra mondiale in corso oggi in Siria si svolge una mera analisi della politica governativa ufficiale, prendendo in considerazione solo gli accordi tra Stati-Nazione a seconda dei rapporti di forza noti e consolidati, non si scorge la possibilità di andare alle fondamenta dei problemi, dei conflitti e della loro posta in gioco, né si scorge possibilità di porre in atto una discussione critica dell’ordine esistente.

Spesso in stretti bilanci analitici, lo scacchiere che viene disegnato impone a chi lo osserva uno sguardo legato a schemi astratti, in una macroanalisi geopolitica che a volte equivale a una visione settoriale e presentificata: allora si ripropone, nella mera descrizione acritica, uno status quo. Avviene così una narrazione normalizzante del conflitto e dello scenario di guerra di fronte al quale ci troviamo.

I quotidiani e le riviste si riempiono ora di dati e compilazioni asettiche, poi di pietismo: procedono ad una deresponsabilizzazione collettiva, come se ci si potesse abituare alle invasioni illegittime, alle continue morti, al genocidio, alla distruzione di intere città, nella reiterata visione di immagini di devastazione, nella lettura ripetuta dei numeri dei bilanci, arrivando ad uccidere ogni coscienza e presa di posizione. Si tratta di un processo di normalizzazione, che porta a percepire la più pericolosa banalità del male: questo avviene se le analisi sviluppate non hanno lo scopo di restituire in profondità una comprensione critica degli sviluppi storici della guerra in corso, che ne evidenzino il suo legame con il potere, tenendo in conto elementi del passato per comprendere la fase storica presente.

Proprio la guerra mondiale scoppiata in Medio Oriente, guidata dagli interessi della Turchia nel suo tentativo di conquista coloniale, attraverso guerre d’aggressione con la violazione dei confini in Siria, in spregio ai diritti umani e al diritto internazionale, nella riproposizione di un progetto ottomanista, ha infatti tra i suoi tentativi esattamente quello di cancellare ogni memoria storica e ogni capacità critica che faccia agire un’opposizione democratica diffusa al suo operato. Dichiarando di voler invadere anche l’Iraq nell’operazione militare di Mosul, Erdoğan, dopo aver già invaso militarmente il nord della Siria con l’esplicita collaborazione delle bande jihadiste e con il beneplacito delle potenze mondiali, e dopo aver distrutto intere città nel sudest della Turchia, vuole costruire il suo progetto di espansionismo sunnita attraverso una politica razzista e settaria di pulizia etnica, guadagnando il controllo oltre che in Siria anche in Iraq, prendendo di mira in primo luogo quella parte curda dell’opposizione democratica che ha costruito in questi anni un sistema di autogoverno democratico per mezzo di una rivoluzione sociale conosciuta in tutto il mondo come un'alternativa reale della modernità democratica, in atto nel Kurdistan del nord e dopo le Rivoluzioni Arabe nel sistema cantonale e comunale del Rojava, basato sull’autogoverno, sull’ecologia, sull’economia sociale, sulla parità tra i generi e sull’autodifesa¹.

In questo momento in Turchia, avviene un controllo totale dell’informazione, con la soppressione della stampa, con l’oscuramento di internet e dei canali tv di opposizione: il progetto dittatoriale di Erdoğan mira a eliminare culturalmente e fisicamente ogni dissenso, impedendo così una comprensione diffusa dell’attuale e reale gravità del momento.

Sembra allora quanto mai urgente riuscire ad avere gli strumenti per comprendere il momento delicato che oggi viviamo. E’ un dovere intellettuale ma prima di tutto morale opporsi e non sottovalutare il regime dittatoriale che lo stato turco di Erdoğan sta oggi portando avanti, sino alle più estreme conseguenze per l’intero pianeta. Altrimenti, il rischio che si corre, è di non rendersi conto della portata degli avvenimenti in atto e di lasciare morire ogni giorno, insieme a migliaia di civili e a chi lotta per un’alternativa democratica, ogni memoria storica, ogni coscienza e pensiero critico. Appelli più recenti, come quello della studiosa Judith Butler nella rivista “The Cairo Review of Global Affairs”, dal significativo titolo “Global Trouble²” che esprimono la preoccupazione per la situazione della libertà accademica in Turchia, sono importanti e rappresentano uno stimolo di analisi, ma richiedono anche un approfondimento, condiviso in ogni ambito della società, con tutta la capacità di coinvolgimento, di dissenso e di riflessione di cui si è oggi capaci.

Ottomanismo, repressione kemalista e colpi di stato in Turchia

E’ stato il XIII secolo a vedere la nascita dell’Impero Ottomano. Una piccola tribù turca guidata dal condottiero Osman avviò allora la conquista dell’Asia Minore. Nel 1299 Osman si attribuì il ruolo di Sultano. Dopo di lui dagli Ottomani sarebbero venuti importanti califfi o sultani – l’ultimo dei quali è stato destituito dai kemalisti nel 1922 – che dando l’impressione di rinnovarsi secondo linee democratiche, condussero in realtà spedizioni punitive contro ogni minoranza, in particolare contro la popolazione curda, instaurando regimi di terrore. Al modello d’Impero Ottomano nell'unificazione islamica si rifà oggi il governo di Recep Tayyp Erdoğan. L’impero ottomano è noto per aver compiuto tra il 1915 e il 1916 il genocidio del popolo armeno, con deportazioni che causarono circa 1,5 milioni di morti. Di questo genocidio della storia portato avanti dal nazionalismo ottomanista dei “Giovani Turchi”, Erdoğan ha pubblicamente negato l’esistenza.

Dal 1923 quando, dopo i trattati di Losanna, fu proclamata la Repubblica Turca, si praticò sempre con maggior chiarezza la centralità del nazionalismo turco come asse portante del nuovo Stato. Fu sciolta l’Assemblea Nazionale, e molti dei 74 dei deputati curdi che prima ne erano parte, furono impiccati. Furono da allora dichiarati nulli tutti i trattati che tutelavano i diritti della popolazione curda, chiuse le scuole e vietate le pubblicazioni; anche la lingua curda fu bandita: in uno Stato fondato sull’ideologia dell’unità nazionale la presenza nel territorio di un’altra comunità nazionale si configurava di per sé come tradimento dello Stato. Si apriva così la strada a una politica in Turchia di sistematico annichilimento di chi non volesse riconoscersi come cittadino turco. Da quel momento in poi il Paese ha conosciuto una guerra sistematica che doveva essere occultata altrettanto sistematicamente. Si ebbero massacri e sollevazioni e rivolte sin dai tempi in cui, nel 1930, il ministro della Giustizia Mahmut Esat Bozhurt proclamò nel quotidiano Milliyet che tutti coloro che non potevano vantare “un’ascendenza puramente turca avevano un solo diritto: quello di servire e essere schiavi”.

Seguirono gli anni del massacro di Dersim (tuchizzata con il nome di Tunceli) nel 1932 e poi gli anni della sua ribellione e resistenza tra il 1937 e il 1938. Non è difficile scorgere una continuità ideologica, con le tendenze che hanno attraversato l’Europa durante le politiche del nazismo e del fascismo. E d’altronde i legami ideologici continuativi con la politica del nazismo non sono stati negati da Erdogan, ma anzi di recente confermati pubblicamente: quando è stato accusato dalle opposizioni di voler stabilire un sistema presidenziale forte nel paese, durante un discorso di fine anno, il 31 dicembre 2015, Erdogan ha difeso il suo proposito citando come un buon esempio di sistema presidenziale la Germania nazista di Adolf Hitler: “Ci sono esempi nel passato, se si pensa alla Germania di Hitler, è possibile vederlo”.

Nel periodo della Guerra Fredda, nel 1952 la Turchia fu annessa alla NATO in funzione antisovietica. Due anni più tardi gli USA hanno realizzato lì un avamposto che tuttora riserva loro strategicamente molte basi militari. I quasi cinque miliardi e mezzo di dollari americani ricevuti all’ora come aiuto economico dalla NATO non furono utilizzati dal governo turco per aggiustare la grave situazione economica in cui versava in quel momento il Paese, ma per incrementare l’apparato militare. Dal 1958 in poi il Primo Ministro Menderes, in seguito al malcontento generale e alla grande povertà, arresterà, anche con l’obiettivo di distogliere dalla grave situazione economica, diversi intellettuali dissidenti. La Turchia ha una storia consolidata di colpi di Stato: il 27 Maggio 1960 Menderes viene impiccato dopo un golpe e la nuova giunta di militari che si rifà al kemalismo nazionalista di Ataturk inizia allora ad avviare la sua spietata politica anticurda.

La giunta al potere procedette alla turchizzazione dei nomi delle città e dei villaggi curdi e il regime promulgò una legge che consentiva il trasferimento forzoso degli abitanti verso altre zone del territorio nazionale, applicandola, con il pretesto di “comportamenti pregiudizievoli per l’interesse nazionale”, solo alla popolazione curda. Durante gli anni ‘60 del governo di Kemal Gursel, la polizia turca disciolse con violenza le manifestazioni uccidendo un gran numero di partecipanti con un bilancio amaro che ha portato a più di mille uccisioni in pochi mesi compresi tra Mardin e Diyarbakir³.

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Note
1. Per approfondire si rimanda allo studio inedito sulla rivoluzione sociale in Siria di Michael Knapp, Ercan Abyoga, Anja Flach, Laboratorio Rojava. Redstar Press, Roma, 2016

2. Per l’intervista completa a Judith Butler si rimanda al sito https://www.thecairoreview.com/q-a/global-trouble/

3. Namo Aziz, Kurdistan. Storia di un popolo e della sua lotta, Manifestolibri, Roma, 2000

Fonte

19/09/2016

Consigli (o sconsigli) per gli acquisti: Lawrence d’Arabia e l’invenzione del Medio Oriente

Medio Oriente è una definizione inventata dal colonialismo anglosassone agli inizi del ‘900, precisamente nel 1902 (sebbene la locuzione sia stata coniata da un analista statunitense per una rivista londinese). Prima di questa data, la parola stessa non aveva alcun significato né per gli europei né, tantomeno, per le popolazioni asiatiche che lì vivevano effettivamente. Una definizione che voleva circoscrivere quell’insieme di territori, dalle caratteristiche geografiche, culturali, linguistiche, etniche, sociali, economiche e politiche affatto differenti, che si situavano tra l’Egitto e l’India, cioè tra i due principali possedimenti britannici d’inizio Novecento. Uno sterminato territorio che costituiva però l’anello debole del sistema coloniale inglese, perché al centro dei progetti espansionistici di Germania e Russia. Un territorio per gran parte amministrato dal decrepito Impero Ottomano, uno Stato multinazionale a guida turca, di fatto fallito da decenni ma tenuto in piedi dagli interessi contrapposti di Inghilterra e Germania, ambedue preoccupate del possibile espansionismo reciproco, ed entrambe preoccupatissime dell’influenza russa nella regione. Questo uno dei passaggi chiave del testo di Fabio Amodeo e Mario José Cereghino, due autori al di sopra di ogni sospetta simpatia antimperialista (non va più di moda oggi), e che però ha il notevole pregio di rimettere i fatti nel loro ordine, senza aggiustamenti ideologici, ma senza neanche celare una verità storica che in questi anni sta facendo sentire tutto il suo peso negli eventi globali. La bomba sociale esplosa nel 2003 a seguito dell’invasione statunitense in Iraq covava un risentimento storico datato almeno un secolo prima. E’ la Prima guerra mondiale il detonatore che avvia la catena di tragici eventi.

La Grande guerra è stata sempre storicamente studiata e valutata dal punto di vista franco-tedesco. Il “fronte occidentale” è sempre stato al centro degli interessi storici, tutto il resto a fare da contorno. Più che marginale fu l’attenzione data alla Rivolta araba e alla disgregazione dell’Impero Ottomano. Un secolo dopo, possiamo affermare al contrario che le vicende arabe occuparono un posto decisivo, e la gestione di quelle vicende un problema colossale che si riverbera ancora oggi. In questi ultimi anni anche i meno attenti hanno dovuto rapidamente ripassare la storia di quegli eventi. Il libro in questione ripercorre la storia di T.H. Lawrence, con l’obiettivo di smontare molta della mitologia suscitata dal suo libro e, soprattutto, dal celeberrimo film di David Lean, Lawrence d’Arabia. Lawrence, come assodato da tempo, non era lo sprovveduto e romantico paladino della causa araba che emerge dall’agiografia cinematografica, quanto un eminente, ancorché onesto ed emotivamente coinvolto, dirigente colonialista che da tempo andava effettuando lavori di spionaggio nelle terre arabe per conto del Colonial Office britannico. Il sostegno inglese alla Rivolta araba fu l’ultimo e faticoso passaggio nel tentativo britannico di smembrare l’Impero Ottomano senza farlo cadere in mani russe (che ambiva al controllo degli stretti tra il Mediterraneo e il mar Nero) ma, al contempo, senza neanche regalarlo alle popolazioni arabe nel frattempo fomentate nella rivolta nazionalista e poco disposte a farsi da parte una volta terminato il lavoro sporco per conto terzi. Un gioco pericoloso ma necessario perché, nonostante il “fronte occidentale” fagocitò le energie degli Stati in guerra, era nei territori mediorientali che si giocava la partita economica decisiva per il futuro. Nelle terre arabe erano presenti infatti i due principali asset che avrebbero determinato l’egemonia imperialista dall’immediato dopoguerra: il Canale di Suez, attraverso cui veniva esercitato il controllo della maggiore via di comunicazione commerciale globale; e il petrolio, che proprio in quegli anni andava sostituendo il carbone come principale combustibile per l’industria e il commercio. Il controllo di quelle terre permetteva alla Gran Bretagna di assicurarsi la difesa dei suoi maggiori domini coloniali, l’Egitto e l’India, di garantirsi l’accesso quasi esclusivo alle riserve petrolifere arabe, di controllare lo stretto di Hormuz da cui passa ancora oggi gran parte del traffico petrolifero iracheno e iraniano, sottraendo al contempo queste decisive risorse alla Russia, nel frattempo uscita fuori dai giochi a causa della Rivoluzione del 1917. Dopo aver fomentato, finanziato e supportato la Rivolta araba nonché promesso l’autonomia politica alle popolazioni insorte sotto la guida dello Sceriffo della Mecca Ibn Ali Hussein, gli inglesi, come arcinoto, si accordarono segretamente con la Francia attraverso il patto denominato Sykes-Picot, accordo smascherato proprio dalla Russia rivoluzionaria.


[La linea tracciata sulla sabbia da Mark Sykes e Georges Picot, una frontiera anti-storica, illegittima, avulsa da qualsiasi considerazione d'ordine linguistico, etnico, religioso o culturale. Nella fretta(!), gli inglesi lasciarono originariamente la zona di Mosul- ricca di pozzi di petrolio - ai francesi, questione che venne poi ridefinita nella successiva Conferenza di Sanremo del 1920.]
 
Gli effetti di quell’accordo sono tutt’oggi al centro dello scontro politico in Medioriente. Paradossalmente, la richiesta dell’Isis di uno Stato unitario sunnita tra Siria e Iraq va incontro alle necessità storiche di quelle popolazioni, ma questo è proprio ciò che per più di un secolo le potenze imperialiste hanno cercato in tutti i modi di evitare secondo l’antico adagio del divide et impera. Purtroppo il panarabismo d’ispirazione socialista è stato raccolto in forma deleteria e reazionaria dall’islamismo salafita, su presupposti religiosi regressivi, ma ciò non toglie che la complessità di queste vicende richiedono uno sforzo di comprensione che mal si adatta a certe reductio ideologiche, per quanto rincuoranti. La tensione araba, nonostante tutte le interferenze interessate dall’esterno e dall’interno, è quella di procedere eliminando i confini, e non aggiungendoli. Con dovuta perizia di fonti, il libro descrive egregiamente, seppure in forma sintetica e fruibile al pubblico più vasto, tutti i particolari connessi alla Rivolta araba e alla politica britannica in Medioriente, soprattutto l’intreccio indissolubile tra la politica e le prime società petrolifere. Uno strumento in più per capire da dove viene lo scontro in corso oggi, e per tentare di abbozzare una possibile soluzione, che però non potrà che venire dalla stessa società araba, vittima delle politiche occidentali e in prima linea nella resistenza all’Isis e ai suoi mandanti più o meno occulti.

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27/02/2015

Turchia: voglia di Impero Ottomano e speculazione


Nella Turchia del presidente Recep Tayyip Erdogan anche in politica ormai 'ottomano é bello': cosi diversi candidati onorevoli alle politiche di giugno del partito islamista Akp appaiono già sui manifesti elettorali vestiti da sultani o visir, con tanto di baffi posticci a manubrio.

Il quotidiano Hurriyet ha riprodotto i manifesti elettorali di diversi candidati alle politiche - con il logo della lampadina dell'Akp di Erdogan - in posa con vestiti da dignitari della Sublime Porta. Psman Yavuz, candidato a Konya, ha scelto un colbacco di pelo di lupo, barba e pelliccia selgiudiche, sotto lo slogan "Hep Birlikte Yeni Turkiye", "Tutti insieme per la nuova Turchia", quella di Erdogan. Ad Ankara Cihangir Tahir ha scelto turbante e caffettano blu-shoking, e un enorme paio di baffi tradozionali. Ersin Karababa a Tokat, nel nord, ha optato per un abito rosso e oro da sultano del Seicento. Il virus ha contagiato anche le aspiranti onorevoli. Nalan Aktas a Istanbul appare semivelata, vestita da favorita del sultano. Le candidate per la prima volta dal 1923 possono presentarsi velate.

Erdogan, 'il Sultano', é un grande ammiratore del glorioso passato imperiale della Turchia. Non perde un'occasione per rendere omaggio alla 'grandeur' ottomana. E vuole riportare il paese a un ruolo di potenza regionale perduto con il crollo nel 1923 dell'Impero ottomano e islamico, sulle cui rovine Mustafa Kemal Ataturk costruì una repubblica nazionalista e autoritaria ma laica. Il presidente islamista predica per un ritorno ai 'valori' e all'ispirazione religiosa dei secoli ottomani, ha riprisitinato il velo islamico, consiglia pudore e almeno tre figli alle donne turche, "affidate da Dio all'uomo" ha detto di recente. Sotto Erdogan l'architettuitra neo-ottomana, o selgiudiche, cioé pre-ottomana, dilaga nell'edilizia pubblica. Il 'sultano' di Ankara si é fatto costruire in stile selgiudiche un faraonico nuovo palazzo presidenziale di 1.150 stanze costato quasi mezzo miliardo di euro e che solo di bolletta elettrica dilapida centinaia di migliaia di euro.

E' apparso nelle ultime settimane in mezzo ad una guardia d'onore costituita da 16 soldati vestiti come i guerrieri dei '16 imperi turchi' degli ultimi due millenni. E in stile selgiuchide sarà edificata la nuova città di mezzo milione di abitanti all'imbocco dell'ultimo 'progetto pazzo' lanciato da Erdogan, il canale artificiale che sdoppierà il Bosforo facendo della parte europea di Istanbul un'isola.

Per il 'sultano', accusato dall'opposizione di trasformare il paese in uno stato islamico autoritario, le prossime elezioni politiche sono cruciali. Vuole 400 deputati, i due terzi del parlamento, per cambiare la costituzione e istituire un regime presidenziale che gli dia pieni poteri. La deputata islamica Tulay Babuscu avverte, l'impero ottomano sta per tornare, grazie alla "sublime saggezza del nostro grande presidente". "La pausa pubblicitaria di 90 anni (di repubblica) per un impero di sei secoli - ha previsto - é finita".

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Questi sono pazzi da legare.