Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Kemalismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Kemalismo. Mostra tutti i post

06/11/2016

Cosa sta succedendo in Turchia? Genealogia di un fascismo

Riceviamo e pubblichiamo in due puntate una lunga analisi sulla Turchia governata da Recep Tayyip Erdoğan, sul suo governo dittatoriale, sulla pulizia etnica nei confronti delle minoranze. E di come questo si interseca con gli interessi statunitensi, russi ed europei.

La Turchia di Erdogan tra islamo-nazionalismo e colonialità del potere: il fascismo più preoccupante del XXI secolo

Nello scenario geopolitico del Medio Oriente è oggi in corso una guerra mondiale che coinvolge e concentra nella regione le maggiori potenze internazionali e i loro interessi strategici. Il preoccupante ruolo ricoperto dalle politiche della Turchia di Erdoğan, con la quale al contempo gli Stati Uniti, gli Stati dell’Unione Europea, l’Iran, il Qatar, l’Arabia Saudita, Israele, e la Russia tessono legami, sembra essere sottovalutato nel genocidio fisico e culturale che sta attualmente compiendo attraverso atroci mire politiche razziste e islamo-nazionaliste.

Pericolose visioni normalizzanti

Rispetto alla guerra mondiale in corso in Siria, il punto d’inizio delle analisi che vengono diffuse sul Medio Oriente è spesso mediaticamente rappresentato in ambito occidentale da una linea interpretativa che mette in risalto gli accordi sul campo presi tra le potenze mondiali. Si guarda alla situazione presente e ai suoi possibili sviluppi futuri in un ordine discorsivo situato già dall’ottica del potere di chi detiene sulla regione degli interessi specifici, il raggiungimento dei quali avviene per mezzo di alleanze strategiche sul campo diplomatico del visibile. Ma isolando i fenomeni politici e sociali dal loro contesto e tenendo in conto da una prospettiva eurocentrica solo gli interessi statali particolari si perde la possibilità di una visione d’insieme, organica, di uno sguardo storico critico più ampio e complesso. Così se nel tentativo di comprendere la guerra mondiale in corso oggi in Siria si svolge una mera analisi della politica governativa ufficiale, prendendo in considerazione solo gli accordi tra Stati-Nazione a seconda dei rapporti di forza noti e consolidati, non si scorge la possibilità di andare alle fondamenta dei problemi, dei conflitti e della loro posta in gioco, né si scorge possibilità di porre in atto una discussione critica dell’ordine esistente.

Spesso in stretti bilanci analitici, lo scacchiere che viene disegnato impone a chi lo osserva uno sguardo legato a schemi astratti, in una macroanalisi geopolitica che a volte equivale a una visione settoriale e presentificata: allora si ripropone, nella mera descrizione acritica, uno status quo. Avviene così una narrazione normalizzante del conflitto e dello scenario di guerra di fronte al quale ci troviamo.

I quotidiani e le riviste si riempiono ora di dati e compilazioni asettiche, poi di pietismo: procedono ad una deresponsabilizzazione collettiva, come se ci si potesse abituare alle invasioni illegittime, alle continue morti, al genocidio, alla distruzione di intere città, nella reiterata visione di immagini di devastazione, nella lettura ripetuta dei numeri dei bilanci, arrivando ad uccidere ogni coscienza e presa di posizione. Si tratta di un processo di normalizzazione, che porta a percepire la più pericolosa banalità del male: questo avviene se le analisi sviluppate non hanno lo scopo di restituire in profondità una comprensione critica degli sviluppi storici della guerra in corso, che ne evidenzino il suo legame con il potere, tenendo in conto elementi del passato per comprendere la fase storica presente.

Proprio la guerra mondiale scoppiata in Medio Oriente, guidata dagli interessi della Turchia nel suo tentativo di conquista coloniale, attraverso guerre d’aggressione con la violazione dei confini in Siria, in spregio ai diritti umani e al diritto internazionale, nella riproposizione di un progetto ottomanista, ha infatti tra i suoi tentativi esattamente quello di cancellare ogni memoria storica e ogni capacità critica che faccia agire un’opposizione democratica diffusa al suo operato. Dichiarando di voler invadere anche l’Iraq nell’operazione militare di Mosul, Erdoğan, dopo aver già invaso militarmente il nord della Siria con l’esplicita collaborazione delle bande jihadiste e con il beneplacito delle potenze mondiali, e dopo aver distrutto intere città nel sudest della Turchia, vuole costruire il suo progetto di espansionismo sunnita attraverso una politica razzista e settaria di pulizia etnica, guadagnando il controllo oltre che in Siria anche in Iraq, prendendo di mira in primo luogo quella parte curda dell’opposizione democratica che ha costruito in questi anni un sistema di autogoverno democratico per mezzo di una rivoluzione sociale conosciuta in tutto il mondo come un'alternativa reale della modernità democratica, in atto nel Kurdistan del nord e dopo le Rivoluzioni Arabe nel sistema cantonale e comunale del Rojava, basato sull’autogoverno, sull’ecologia, sull’economia sociale, sulla parità tra i generi e sull’autodifesa¹.

In questo momento in Turchia, avviene un controllo totale dell’informazione, con la soppressione della stampa, con l’oscuramento di internet e dei canali tv di opposizione: il progetto dittatoriale di Erdoğan mira a eliminare culturalmente e fisicamente ogni dissenso, impedendo così una comprensione diffusa dell’attuale e reale gravità del momento.

Sembra allora quanto mai urgente riuscire ad avere gli strumenti per comprendere il momento delicato che oggi viviamo. E’ un dovere intellettuale ma prima di tutto morale opporsi e non sottovalutare il regime dittatoriale che lo stato turco di Erdoğan sta oggi portando avanti, sino alle più estreme conseguenze per l’intero pianeta. Altrimenti, il rischio che si corre, è di non rendersi conto della portata degli avvenimenti in atto e di lasciare morire ogni giorno, insieme a migliaia di civili e a chi lotta per un’alternativa democratica, ogni memoria storica, ogni coscienza e pensiero critico. Appelli più recenti, come quello della studiosa Judith Butler nella rivista “The Cairo Review of Global Affairs”, dal significativo titolo “Global Trouble²” che esprimono la preoccupazione per la situazione della libertà accademica in Turchia, sono importanti e rappresentano uno stimolo di analisi, ma richiedono anche un approfondimento, condiviso in ogni ambito della società, con tutta la capacità di coinvolgimento, di dissenso e di riflessione di cui si è oggi capaci.

Ottomanismo, repressione kemalista e colpi di stato in Turchia

E’ stato il XIII secolo a vedere la nascita dell’Impero Ottomano. Una piccola tribù turca guidata dal condottiero Osman avviò allora la conquista dell’Asia Minore. Nel 1299 Osman si attribuì il ruolo di Sultano. Dopo di lui dagli Ottomani sarebbero venuti importanti califfi o sultani – l’ultimo dei quali è stato destituito dai kemalisti nel 1922 – che dando l’impressione di rinnovarsi secondo linee democratiche, condussero in realtà spedizioni punitive contro ogni minoranza, in particolare contro la popolazione curda, instaurando regimi di terrore. Al modello d’Impero Ottomano nell'unificazione islamica si rifà oggi il governo di Recep Tayyp Erdoğan. L’impero ottomano è noto per aver compiuto tra il 1915 e il 1916 il genocidio del popolo armeno, con deportazioni che causarono circa 1,5 milioni di morti. Di questo genocidio della storia portato avanti dal nazionalismo ottomanista dei “Giovani Turchi”, Erdoğan ha pubblicamente negato l’esistenza.

Dal 1923 quando, dopo i trattati di Losanna, fu proclamata la Repubblica Turca, si praticò sempre con maggior chiarezza la centralità del nazionalismo turco come asse portante del nuovo Stato. Fu sciolta l’Assemblea Nazionale, e molti dei 74 dei deputati curdi che prima ne erano parte, furono impiccati. Furono da allora dichiarati nulli tutti i trattati che tutelavano i diritti della popolazione curda, chiuse le scuole e vietate le pubblicazioni; anche la lingua curda fu bandita: in uno Stato fondato sull’ideologia dell’unità nazionale la presenza nel territorio di un’altra comunità nazionale si configurava di per sé come tradimento dello Stato. Si apriva così la strada a una politica in Turchia di sistematico annichilimento di chi non volesse riconoscersi come cittadino turco. Da quel momento in poi il Paese ha conosciuto una guerra sistematica che doveva essere occultata altrettanto sistematicamente. Si ebbero massacri e sollevazioni e rivolte sin dai tempi in cui, nel 1930, il ministro della Giustizia Mahmut Esat Bozhurt proclamò nel quotidiano Milliyet che tutti coloro che non potevano vantare “un’ascendenza puramente turca avevano un solo diritto: quello di servire e essere schiavi”.

Seguirono gli anni del massacro di Dersim (tuchizzata con il nome di Tunceli) nel 1932 e poi gli anni della sua ribellione e resistenza tra il 1937 e il 1938. Non è difficile scorgere una continuità ideologica, con le tendenze che hanno attraversato l’Europa durante le politiche del nazismo e del fascismo. E d’altronde i legami ideologici continuativi con la politica del nazismo non sono stati negati da Erdogan, ma anzi di recente confermati pubblicamente: quando è stato accusato dalle opposizioni di voler stabilire un sistema presidenziale forte nel paese, durante un discorso di fine anno, il 31 dicembre 2015, Erdogan ha difeso il suo proposito citando come un buon esempio di sistema presidenziale la Germania nazista di Adolf Hitler: “Ci sono esempi nel passato, se si pensa alla Germania di Hitler, è possibile vederlo”.

Nel periodo della Guerra Fredda, nel 1952 la Turchia fu annessa alla NATO in funzione antisovietica. Due anni più tardi gli USA hanno realizzato lì un avamposto che tuttora riserva loro strategicamente molte basi militari. I quasi cinque miliardi e mezzo di dollari americani ricevuti all’ora come aiuto economico dalla NATO non furono utilizzati dal governo turco per aggiustare la grave situazione economica in cui versava in quel momento il Paese, ma per incrementare l’apparato militare. Dal 1958 in poi il Primo Ministro Menderes, in seguito al malcontento generale e alla grande povertà, arresterà, anche con l’obiettivo di distogliere dalla grave situazione economica, diversi intellettuali dissidenti. La Turchia ha una storia consolidata di colpi di Stato: il 27 Maggio 1960 Menderes viene impiccato dopo un golpe e la nuova giunta di militari che si rifà al kemalismo nazionalista di Ataturk inizia allora ad avviare la sua spietata politica anticurda.

La giunta al potere procedette alla turchizzazione dei nomi delle città e dei villaggi curdi e il regime promulgò una legge che consentiva il trasferimento forzoso degli abitanti verso altre zone del territorio nazionale, applicandola, con il pretesto di “comportamenti pregiudizievoli per l’interesse nazionale”, solo alla popolazione curda. Durante gli anni ‘60 del governo di Kemal Gursel, la polizia turca disciolse con violenza le manifestazioni uccidendo un gran numero di partecipanti con un bilancio amaro che ha portato a più di mille uccisioni in pochi mesi compresi tra Mardin e Diyarbakir³.

******
Note
1. Per approfondire si rimanda allo studio inedito sulla rivoluzione sociale in Siria di Michael Knapp, Ercan Abyoga, Anja Flach, Laboratorio Rojava. Redstar Press, Roma, 2016

2. Per l’intervista completa a Judith Butler si rimanda al sito https://www.thecairoreview.com/q-a/global-trouble/

3. Namo Aziz, Kurdistan. Storia di un popolo e della sua lotta, Manifestolibri, Roma, 2000

Fonte

07/04/2015

Il sogno democratico turco, oltre Islam politico e kemalismo - Intervista a Sibel Güler

Sibel Güler è una giornalista turca. Ha iniziato giovanissima a collaborare con la testata Ozgir Gunden, finita costantemente sotto attacco di vari governi. Nel periodo buio del conflitto interno, compreso fra il 1990 e il 1998, settanta reporter di Ozgir Gunden persero la vita in un attentato. Per le continue pressioni subìte Güler dal 2006 si trasferisce a Londra, rientrando in Turchia nel 2010. Nel 2011 viene arrestata assieme a 33 colleghi perché sospettata di far parte del Pkk. Rimane reclusa per trenta mesi senza capi d’imputazione, quindi è scarcerata. Continua a lavorare fra Londra e Istanbul.

*****

Sibel, i sanguinosi eventi degli ultimi giorni mostrano un forte disagio nel Paese. Lo strapotere del presidente-sultano vacilla?
Erdoğan vuole riconfermare a tutti i costi la sua leadership ed è probabile che ci riesca con l’ennesimo successo elettorale. Tuttavia i sondaggi indicano un Akp in calo. Inoltre c’è una spaccatura interna, diversi deputati non approvano la linea presidenziale. Fra costoro due fondatori del partito islamico: il vicepremier Bülent Arinç che l’ha più volte criticato pubblicamente; e l’ex presidente Abdullah Gül, figura ancora molto influente nel Parlamento, che ha comunque deciso di non candidarsi alle elezioni del 7 giugno. Nelle presidenziali della scorsa estate Erdoğan aveva ottenuto il 51.9% dei voti, mentre il candidato dell’Hdp e attuale co-presidente, Selahattin Demirtas, raggiungeva un lusinghiero 9.7%. Ora, la possibilità per l’Akp di replicare il consenso plebiscitario delle ultime consultazioni si fa meno sicuro, il partito difficilmente riuscirà a ottenere in Parlamento i 400 seggi necessari per trasformare in senso presidenziale la Costituzione. Erdoğan è iroso perché non esercita più il controllo assoluto d’un tempo. Effettivamente il suo trono vacilla e certe crepe sono palesi.

Negli ultimi attentati quant’è reale la teoria della provocazione governativa o all’inverso del complotto anti erdoğaniano?
Il quadro è complicato: innanzitutto, è necessario conoscere la storia del Fronte rivoluzionario di liberazione del popolo (Dhkp-c il gruppo che ha compiuto il sequestro del procuratore Kiraz, ndr). Quest’organizzazione, d’ispirazione marxista-leninista, è nata nel 1994 dalla spaccatura della Sinistra Rivoluzionaria, Dev Sol, e si è via via caratterizzata con azioni spesso discutibili e sospette. I numerosi attacchi a ufficiali e militari turchi e le varie proteste compiute hanno da sempre diviso l’opinione pubblica. Un esempio: lo sciopero della fame nelle carceri turche promosso nel 1997 da diversi gruppi di estrema sinistra (fra i quali il Dhkp-c) per contestare le nuove misure di sicurezza, condusse alla morte decine di detenuti. Un altro caso rimasto oscuro fu nel 1993 il rapimento di Karataş - fondatore della Sinistra Rivoluzionaria Dev Sol e del Dhkp-c - per mano del secondo uomo dell’organizzazione stessa, Bedri Yağan. Seguito nel ’96 - periodo in cui la questione kurda era sul tavolo delle trattative - dall’uccisione del prominente uomo d’affari Ozdemir Sabanci. Quest’attentato e altri di simile natura hanno puntualmente indebolito i negoziati fra i kurdi e il governo. Il tempismo del Dhkp-c nel compiere azioni armate lascia dubbi e sospetti, quasi si volesse compromettere ogni tentativo di sciogliere il nodo kurdo. Personalmente non condivido la pratica del Dhkp-c, valuto i loro agguati tutt’altro che rivoluzionari. Certo, l’obiettivo annunciato è l’abbattimento del regime di Erdoğan sostenuto da americani e Nato, ma ripeto: quelle azioni lasciano molti punti interrogativi e appaiono piene di contraddizioni. Invece non penso che dietro gli ultimi atti di Istanbul ci sia la mano dell’Akp.

I gruppi marxisti turchi persistono nella lotta armata, una via che altre nazioni, ad esempio in Europa, hanno conosciuto negli anni Settanta. E che non ha pagato.
Da noi l’epoca della lotta armata è conclusa. Tuttavia, dopo l’11 Settembre, gli attacchi sporadici di gruppi legati alla guerriglia urbana hanno provocato forti reazioni tra l’opinione pubblica. L’ideologia di queste organizzazioni che, come il Fronte di liberazione del popolo, si definiscono rivoluzionarie è arcaica e poco s’adatta alle dinamiche politiche attuali. Però non tutte le organizzazioni che si richiamano al marxismo-leninismo sono uguali: il partito Mlkp, anch’esso nella lista dei gruppi terroristici in Turchia, da oltre trent’anni è riuscito a stringere legami col Pkk. Di recente molti dei suoi militanti si sono arruolati nelle Unità di difesa del popolo a Kobanê. In generale le organizzazioni di estrema sinistra non sono state in grado di leggere e analizzare l’odierno contesto mediorientale, di comunicare in maniera efficace i propri programmi e l’ideologia alla popolazione. L’incapacità di raggiungere e coinvolgere il popolo turco - in difesa del quale dichiarano di agire - li ha spinti verso una graduale marginalizzazione. Io penso che le armi siano necessarie per l’auto-difesa, ma rappresentano un mezzo non il fine. Bisogna coinvolgere la gente nella pratica politica quotidiana e non agire in sua vece. In Turchia, qualunque piano politico per risultare efficace ed essere accettato dal popolo dev’essere comunicato con efficacia. Partecipazione e comunicazione sono gli elementi chiave della buona politica. In tal senso i gruppi cosiddetti rivoluzionari hanno fallito.

Negli ultimi anni il movimento kurdo ha spostato la tattica dallo scontro armato al confronto elettorale. Come vedi le prossime politiche, l’Hdp toccherà una percentuale a  doppia cifra?
Mi auguro che l’Hdp riesca a raggiungere la soglia del 10%. Il partito filo-kurdo sta riscuotendo sempre più consensi sebbene l’Akp stia facendo di tutto per ostacolarne la presenza in Parlamento. Un esempio: la stampa turca ha completamente manipolato il messaggio di Öcalan dello scorso febbraio che presentava dieci condizioni che il governo turco deve accettare per continuare i colloqui di pace. Fra queste c’è la creazione d’una commissione di monitoraggio delle trattative stesse. I media hanno omesso l’esistenza dei dieci punti e hanno annunciato la decisione del leader detenuto di deporre le armi. L’Akp, da sempre contrario a questa commissione così come a una soluzione della questione kurda, continua a ignorare le richieste di Öcalan.

Erdoğan tiene molto a queste elezioni, il numero dei seggi gli serve per la mutazione in senso presidenziale la Repubblica e spera in un aiuto dei deputati kurdi.
Non so se avverranno accordi segreti, io non credo all’ipotesi. Vedo due possibili scenari. Il primo: l’Hdp fa segnare il 10%, ottenendo altri 50-55 nuovi seggi che si aggiungerebbero agli attuali 27 scaturiti dalle candidature singole delle scorse elezioni. Quei 50 scranni attualmente sono occupati dall’Akp. Ciò sottrarrebbe al governo i numeri per proporre le modifiche costituzionali in senso presidenziale. Seconda ipotesi: l’Hdp non supera il 10% e non consegue rappresentanza parlamentare. I suoi seggi  passerebbero quasi sicuramente all’Akp che avrebbe, dunque, la possibilità di attuare riforme costituzionali. Fra esse, il sistema presidenziale conferirebbe a Erdoğan ulteriore potere personale e controllo politico. Questo complicherebbe non poco il processo di pace, e in mancanza di soluzioni lo scontro fra governo e Pkk potrebbe riaccendersi.

Anche Öcalan chiede un cambiamento della Carta costituzionale per conseguire alcuni traguardi (riconoscimento delle minoranze, parità fra uomo e donna, autogoverno dei cantoni kurdi, garanzie di libertà e diritti fra cui quello di stampa e manifestazione) quale di questi potrebbe essere accolto? 
Erdoğan non accetterà nessuno dei dieci punti di Öcalan. Lui è un elemento pericoloso, sta utilizzando i trattati di pace esclusivamente per rafforzare il proprio potere, non ha alcun interesse a risolvere la questione kurda. Le sue dichiarazioni cambiano repentinamente: un giorno dice di essere colui che risolverà ogni contrasto, l’indomani dichiara che il problema kurdo non è mai esistito, che la commissione di monitoraggio dei negoziati non sarà stabilita e via blaterando. Vuole accreditarsi come lo statista che ha posto fine ai combattimenti con la guerriglia kurda. Se dopo il 7 giugno le trattative di pace non riprenderanno anche la mediazione di Öcalan varrà poco. Sarà il Pkk a decidere se rilanciare il conflitto.

Non c’è possibilità che il sistema dell’Akp consideri l’entourage politico kurdo un possibile alleato tattico?
Per Erdoğan può giungere il momento di chiedere il sostegno dell’Hdp,  se lo farà è probabile che non sarà una richiesta diretta anche perché non è restìo a fare concessioni. Tuttavia il vertice dell’Hdp non accetterà alleanze col partito-regime. Un simile passo non sarebbe compreso dagli elettori e il gruppo perderebbe consensi, i suoi princìpi democratici non gli consentono di decidere sulla testa della gente. Inoltre la piattaforma dell’Hdp - che riunisce sindacati, movimenti e partiti di sinistra in rappresentanza di diritti di minoranze religiose ed etniche, di donne e delle nuove generazioni - non prevede aperture a un islamismo, nazionalista e conservatore.

Quindi un’alleanza tattica con l’Akp è da escludere?
Assolutamente sì. Se l’Hdp non raggiungerà il 10% resterà fuori dal Parlamento. Nel caso in cui riuscisse a superare quella soglia, potrebbe contare su circa 80 deputati. Quale spazio avranno si vedrà.

Con chi potrebbe cercare sponda il partito del presidente?
In questi anni l’Akp s’è complicato la vita con la politica estera, i cui risvolti, come dovunque, contano in politica interna. E l’ha complicata alla nazione che ora nel contesto mediorientale si trova isolata. Agli occhi statunitensi la leadership turca appare come il classico bambino viziato: vuole tutto, alle sue condizioni e senza compromessi. Vuole decidere sul destino d’una regione dove le criticità sono cresciute. Gli Usa cercano anche un’alternativa alla conduzione dell’Akp. Sostituzione non semplice. L’unico partito di peso sono i repubblicani del Chp, attualmente al 29%, i laici che il presidente vuole mettere ai margini. Però non è escluso che con un proprio ridimensionamento elettorale Erdoğan non tenti un avvicinamento tattico.

Dopo la liberazione di Kobanê qual è il futuro del Rojava nello scontro con lo Stato Islamico? I grandi del mondo, occidentali e orientali, lo snobbano?
La regione del Rojava ha bisogno di sostegno militare delle potenze straniere democratiche. Kabanê è stata liberata, ma lo Stato Islamico non è sconfitto del tutto, continua a ricevere aiuti da Turchia, Arabia Saudita, Qatar e dagli Stati Uniti. In moltissimi villaggi attorno all’ex città assediata gli scontri proseguono. Pkk, Yph, Pyd non escludono la possibilità di nuovi attacchi.

Un ultimo quesito: quant’è difficile essere giornalisti nella Turchia di Erdoğan? Lo era altrettanto col kemalismo di Ecevit o simili?
E’ difficile fare un paragone: vent’anni fa venivamo uccisi per la nostra professione. Nel 1990 abbiamo perso 70 colleghi del nostro giornale, quel governo ci aveva preso di mira. L’attuale ci arresta. Ovviamente è meglio che essere uccisi. Magra consolazione, ma tant’è.

Si ringrazia della collaborazione Gloria Geretto.
Fonte