Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/06/2025
Egitto - Jirian, il progetto faraonico di El Sisi rischia di aggravare la crisi idrica
La nuova città, chiamata Jirian, sorgerà a 42 km a ovest del Cairo, coprendo un’area di 6,8 milioni di metri quadrati. Ogni giorno, 10 milioni di metri cubi d’acqua del Nilo verranno convogliati verso questa zona, alimentando non solo le abitazioni di lusso con facciate in vetro, ma anche il progetto agricolo “New Delta”, che si estenderà per 2,28 milioni di acri.
Il progetto è gestito da tre sviluppatori privati, in collaborazione con Mostakbal Misr per lo Sviluppo Sostenibile, un’agenzia legata all’esercito. Oltre alle residenze, Jirian includerà aree commerciali, un porto turistico e una zona franca per incentivare gli investimenti.
L’Egitto però affronta una grave carenza idrica, con il Nilo che fornisce il 97% dell’acqua dolce del Paese. La deviazione di una parte significativa del fiume verso Jirian potrebbe aggravare la situazione, soprattutto nel Delta del Nilo, dove l’agricoltura è già minacciata da salinizzazione e siccità. Inoltre, il Paese sta già lottando con blackout energetici frequenti, un’inflazione galoppante (oltre il 30% nel 2023) e un debito pubblico insostenibile.
Il governo sostiene che Jirian aumenterà il valore dei beni statali e attirerà investitori stranieri, ma alcuni esperti temono che si tratti di un progetto elitario, che beneficerà pochi a scapito delle necessità idriche di milioni di egiziani. Perciò il dibattito è aperto: questa città rappresenta una svolta economica o un azzardo ambientale? Con la popolazione in crescita e le risorse idriche in diminuzione, non sarà semplice per le autorità bilanciare innovazione e sostenibilità.
Fonte
13/01/2024
Etiopia-Sudan-Egitto: le ragioni per un conflitto latente
Questa mega-costruzione sul Nilo Azzurro, alta 145 metri e larga 260 nella regione di Benishangul-Gumuz, a circa 30 chilometri dal confine sudanese, ha ovviamente fatto scattare un campanello d’allarme sia al Cairo che a Khartoum, che hanno ovvie ragioni per ritenere che la parziale interruzione del flusso del fiume possa avere un impatto diretto sulle loro economie, soprattutto perché le successive tornate negoziali tra i tre Paesi interessati (Etiopia, Sudan ed Egitto) e monitorate dagli Stati Uniti, data la grande capacità di stoccaggio del bacino, potrebbero avere ripercussioni su entrambi i Paesi a valle, il che è molto pericoloso, avverte un negoziatore sudanese.
Il Sudan, dove si incontrano il Nilo Azzurro e il Nilo Bianco, è il più colpito. In primo luogo, perché la regolazione del flusso del fiume impedirà le inondazioni stagionali, che sono parte integrante del modello agricolo locale.
Finora tutti i round negoziali per ottenere l’impegno dell’Etiopia ad accettare le condizioni per il riempimento del bacino sono falliti, compreso l’ultimo che si è concluso il 19 dicembre, pertanto le tensioni continuano a crescere in una regione che probabilmente non tollererà altre crisi e dove la possibilità di un conflitto armato non solo nelle tre nazioni coinvolte, ma anche in diverse nazioni limitrofe, non è una questione così remota.
In questo contesto di tensione è importante notare che tutti e tre i Paesi coinvolti, per ragioni diverse, sono sull’orlo del collasso.
Il Sudan, con una guerra civile che infuria ormai da quasi nove mesi e anche se sembra delinearsi un possibile vincitore, le Rapid Support Forces (RSF), la banda paramilitare a cui risponde Mohamed “Hemetti” Dagalo, oltre a sconfiggere le Sudanese Armed Forces (SAF) del generale Abdel Fattah al-Burhan su diversi fronti chiave del conflitto, continuano a incrementare il genocidio in Darfur, che sembra che nessuno voglia riconoscere, fermare o anche solo condannare.
Indipendentemente dalla parte vincitrice, il fatto è che il Paese è già devastato dalla distruzione di infrastrutture, strade, ponti, centrali elettriche, aeroporti e altri edifici vitali, oltre a migliaia di case e centinaia di ospedali e scuole.
L’Egitto, impantanato in una crisi economica monumentale, chiederà al neoeletto presidente – per la terza volta consecutiva – Abdel Fattah al-Sisi, di intensificare le misure per contenere i disordini sociali e porre finalmente fine alla guerra interna contro il terrorismo fondamentalista nel Sinai, che dura da cinque anni.
Ma nulla di tutto ciò è paragonabile alla massiccia crisi umanitaria che potrebbe scatenarsi se gli Stati Uniti non fermeranno la pulizia etnica di Gaza guidata dai sionisti, che mira chiaramente a costringere gli oltre due milioni di gazawi a lasciare la loro terra e a fuggire attraverso il valico di Rafah nel Sinai settentrionale, dove il generale al-Sisi dovrà prendere in mano la situazione fino a quando le Nazioni Unite non si occuperanno finalemente, se gli Stati Uniti e i sionisti lo permetteranno, dei palestinesi sfollati.
E infine l’Etiopia, che deve ancora riprendersi dalla guerra di due anni (2020-2022) contro le forze separatiste dello Stato del Tigray e sta già contenendo a stento i tentativi di secessione dello Stato Amhara e che, se non ci riuscirà, precipiterà in una serie di guerre regionali che potrebbero finire per far esplodere la sempre minacciata unità nazionale.
Sebbene né l’Egitto né il Sudan siano stati colpiti dall’inizio del riempimento del bacino nel 2020, poiché l’acqua viene trattenuta durante la stagione delle piogge, la tensione non è diminuita, anzi.
Le due nazioni attraversano il corso del Nilo Azzurro, che a Khartoum si unisce al Nilo Bianco, per proseguire verso il Mediterraneo, attraversando tutto l’Egitto fino a raggiungere il Mediterraneo.
Inutile ricordare l’importanza fondamentale del Nilo per l’esistenza dell’Egitto fin dall’inizio dei tempi, in quanto sua unica fonte d’acqua, per cui il declino si ripercuoterebbe sull’importante produzione agricola che dipende dalle piene annuali e dall’arretramento del fiume per fertilizzare le sue terre, nonché su industrie elementari come la produzione di mattoni, per mancanza della materia prima, attività fiorente da secoli, a nord di Khartoum, che non raggiunge più nemmeno la metà del milione di unità che venivano prodotte fino a tre anni fa.
In un recente comunicato stampa diffuso dal Cairo dopo il fallimento dei negoziati, le autorità egiziane hanno affermato che il fallimento deriva dal “persistente rifiuto dell’Etiopia di accettare qualsiasi soluzione di compromesso tecnico o legale che salvaguardi gli interessi dei tre Paesi”.
Secondo la dichiarazione, l’Egitto ha compiuto sforzi e si è impegnato attivamente con i due Paesi a valle per risolvere le principali differenze e raggiungere un accordo amichevole.
Nel frattempo, Addis Abeba continua ad accusare l’Egitto di voler imporre il suo pregiudizio colonialista inventando impedimenti al raggiungimento di un accordo. Il Sudan è stato meno incisivo nelle sue dichiarazioni, data la guerra civile in corso, e si è mostrato più moderato nelle sue posizioni, pur mantenendo le stesse obiezioni.
Un’altra delle richieste del Cairo è che l’Etiopia si astenga dal costruire altre dighe sul Nilo Azzurro, una possibilità che, data la mancanza di accordi preliminari su questa realtà, potrebbe essere perfettamente realizzabile, dando ad Addis Abeba un significativo vantaggio politico e geopolitico nella regione, dove l’elettricità scarseggia, per qualsiasi tipo di sviluppo.
L’istinto indipendentista dell’Etiopia l’ha portata a diventare l’unico Paese del continente che è riuscito a rimanere fuori dall’era coloniale, al di là dell’interregno italiano (1936-1941), mentre nel corso della sua storia e praticamente fino ai giorni nostri ha combattuto diverse guerre per mantenere questo status, con l’Eritrea tra il 1961-1991 e il 1998-2000.
Arbitrariamente, il Regno Unito, durante l’occupazione di Egitto e Sudan, interessati a diversi progetti idrici, concesse alle sue colonie, in pratica, il controllo sull’intero bacino del Nilo, cosa che non è mai stata accettata dall’Etiopia, la cui posizione è sempre stata quella di non poter rivendicare il possesso esclusivo del fiume.
Un altro dei benefici collaterali che il GERD porta all’Etiopia è la formazione di oltre 70 isole dal lago artificiale, che saranno utilizzate per il turismo, oltre alla creazione intorno al lago di stabilimenti legati all’industria della pesca.
Un accordo comune tra le tre nazioni potrebbe essere una situazione vantaggiosa per tutti, in quanto esiste la possibilità concreta di investimenti internazionali per progetti nazionali e internazionali, ma è improbabile nell’immediato futuro nel contesto di instabilità dei tre Paesi, che sono stati tormentati da guerre, crisi politiche ed economiche.
Nel frattempo, il livello del Nilo continua a scendere ed è già un dato di fatto che non trasporta più i sedimenti che hanno arricchito le sue sponde per milioni di anni, ma solo sabbia.
La diga, oltre a ridurre la quantità di limo e di sostanze nutritive, aumenterà la salinità delle acque del Nilo, diminuendo la concentrazione di plancton, alterando la temperatura dell’acqua e riducendo il contenuto di ossigeno, che finirà per influenzare la migrazione e la riproduzione dei pesci.
Inoltre, il Sudan potrebbe perdere 84.000 ettari di colture, mentre la perdita di sostanze nutritive aumenterà la necessità di fertilizzanti, con ripercussioni non solo sui costi di produzione, ma anche sull’ambiente e sulla salute pubblica.
Il Presidente al-Sisi, nel tentativo di ribaltare la posizione del Primo Ministro etiope Abey Ahmed, più di tre anni fa ha chiesto che la questione del bacino idrico fosse inserita nell’agenda della Lega Araba e dell’Unione Africana, senza successo.
Nel luglio 2021 al-Sisi aveva chiesto, senza ancora ottenere alcuna reazione, l’intervento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che più di una volta prelude all’inizio di un conflitto armato che ha tutte le ragioni per divampare.
Fonte
24/02/2022
L’Etiopia accende la diga sul Nilo e irrita l’Egitto
Domenica il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha presenziato alla cerimonia che ha ufficialmente avviato la produzione di energia elettrica nella centrale collegata alla Grande Diga della Rinascita (Grand Ethiopian Renaissance Dam, GERD), realizzata da Addis Abeba sul Nilo Azzurro, nella regione nord-occidentale di Benishangul-Gumuz, a 15 km dal confine con il Sudan.
Un progetto faraonico
La Grande Diga, i cui lavori sono iniziati nel 2011, è destinata a diventare la più grande infrastruttura idroelettrica del continente africano; anche se il progetto iniziale puntava a una potenza massima di 6400 megawatt, a regime l’opera sarà in grado di produrne circa 5200 raddoppiando comunque l’attuale produzione dell’Etiopia, che mira a diventare un paese esportatore. Per ora la centrale ha iniziato a generare 375 megawatt di elettricità da una delle 13 turbine previste una volta ultimata, ma Addis Abeba è già in trattativa con il Kenya per la fornitura di elettricità.
Il sistema di dighe – che hanno creato un bacino di quasi 1900 km quadrati – e di centrali idroelettriche è costato finora 3,5 miliardi di euro; realizzata dalla “WeBuild Group” (ex Salini Impregilo Costruttori) in collaborazione con l’impresa statale Ethiopian Electric Power, la mastodontica infrastruttura è lunga circa 1800 metri e alta 150, e il suo bacino ha una capacità totale di 74 miliardi di metri cubi di acqua.
Il progetto della GERD è stato avviato durante l’era dell’ex primo ministro etiope Meles Zenawi, che ha governato il paese dal 1991 fino alla sua morte nel 2012, ma la sua realizzazione è stata accelerata negli ultimi anni, dopo l’ascesa al potere dell’attuale premier Abiy Ahmed Ali nel 2018. Al momento, secondo il governo di Addis Abeba, l’infrastruttura è stata completata all’84% e serviranno altri due o tre anni per ultimarla.
Per la realizzazione della faraonica grande opera il paese si è speso molto: i dipendenti pubblici hanno contribuito donando un mese di stipendio e, ogni anno, Addis Abeba ha emesso dei titoli di stato per finanziare la costruzione di quella che è considerata una straordinaria opportunità di sviluppo e un motivo di orgoglio nazionale. La GERD dovrebbe infatti consentire l’accesso alla rete elettrica a decine di milioni di etiopi, funzionando da volano per l’economia e lo sviluppo di vaste aree del paese. Attualmente l’Etiopia, che è il secondo paese più popoloso del continente, secondo la Banca Mondiale non riesce ad assicurare l’utilizzo della rete elettrica a più di metà dei circa 110 milioni di abitanti.
L’enorme bacino, inoltre, dovrebbe anche consentire di irrigare e rendere quindi produttivi milioni di ettari di terre attualmente incolte o soggette alle piene del Nilo, frequenti durante la stagione delle piogge, riducendo inoltre danni provocati dalle alluvioni.
Il contenzioso con Egitto e Sudan
«Non abbiamo intenzione di danneggiare in alcun modo Egitto e Sudan e le nostre relazioni con i due popoli sono basate sui principi di fratellanza» ha dichiarato il primo ministro Ahmed durante l’inaugurazione, aggiungendo che il beneficio prodotto dalla Grande Diga sarà esteso anche ai paesi a valle: «Le acque del Nilo continueranno a fluire verso l’Egitto e il Sudan, e non vi sarà alcuna conseguenza per loro».
Ma l’infrastruttura è oggetto di una disputa con i paesi confinanti che dura ormai dal 2011 e che si è intensificata man mano che i lavori di realizzazione procedevano. Egitto e Sudan considerano infatti l’utilizzo delle acque del Nilo per produrre elettricità una grave minaccia alla loro sicurezza. Soprattutto l’Egitto dipende dalle acque del fiume per coprire il 97% del fabbisogno idrico destinato all’irrigazione e ai rifornimenti di acqua potabile.
Il Sudan da un lato spera che l’infrastruttura diminuisca l’impatto delle distruttive inondazioni annuali, ma dall’altro teme una riduzione della portata del fiume che danneggerebbe gravemente l’agricoltura e provocherebbe un calo della produzione di elettricità da parte delle sue centrali idroelettriche. I rapporti tra Etiopia e Sudan, negli ultimi anni, sono peggiorati a causa delle conseguenze del conflitto tra il governo centrale di Addis Abeba e la guerriglia tigrina del TPLF, in un clima reso già “caldo” dal contenzioso sul possesso del “triangolo di Fashaqa”, una regione frontaliera contesa tra i due paesi.
Alternando minacce e offerte di dialogo, l’Egitto e il Sudan hanno esercitato forti pressioni sull’Etiopia per ottenere la realizzazione di un accordo vincolante sul tasso di riempimento della diga e sul suo funzionamento, ma i tentativi di mediazione intentati dall’Unione Africana e dalle Nazioni Unite non hanno sortito alcun effetto. Nei mesi scorsi il regime egiziano ha anche provato a creare una sorta di alleanza africana antietiope, coinvolgendo Ruanda, Kenya, Burundi e Uganda – oltre al Sudan – in una rete di relazioni basata su accordi militari e cooperazione economica.
Addis Abeba, però, ha tirato dritto mettendo di volta in volta i suoi vicini di fronte al fatto compiuto ed alla strategia di isolamento dell’Egitto ha opposto il rafforzamento delle relazioni economiche e militari con l’Eritrea e il Sud Sudan. La propaganda del governo etiope, del resto, dipinge la diga come il frutto di un “grande sforzo patriottico” che attori stranieri starebbero cercando di frenare.
La politica del fatto compiuto
Com’era prevedibile, sia il Cairo sia Karthum hanno reagito con stizza all’avvio della turbina. In un comunicato stampa, il ministero degli Affari esteri egiziano denuncia che il passo di domenica è stato annunciato “unilateralmente” come del resto è già avvenuto in occasione del primo e del secondo riempimento della diga avvenuti nel 2020 e nel 2021. Il regime di Al Sisi, inoltre, ha definito l’inizio della produzione di energia da parte del governo etiope una violazione della Dichiarazione dei Principi firmata tra Etiopia, Egitto e Sudan nel 2015. Il DOP aveva concesso infatti all’Etiopia il consenso degli altri due paesi alla costruzione della GERD in cambio però dell’impegno, da parte di Addis Abeba, a non arrecare alcun danno agli stati a valle del Nilo. Il Cairo si richiama anche ad altri due accordi internazionali, uno siglato in epoca coloniale (nel 1929) con il Sudan e l’altro risalente al 1959. Mentre il primo concede all’Egitto il potere di veto sulla realizzazione di infrastrutture lungo il corso del Nilo, il secondo accordo sancisce l’appartenenza al Cairo del 66% delle acque del fiume, mentre a Karthum spetterebbe il 22%. L’Etiopia però non riconosce questi due accordi non essendo stata coinvolta nella loro approvazione.
Il Cairo spera in Washington
Solo pochi giorni prima dell’avvio della centrale il ministro degli Esteri etiope, Redwan Hussein, aveva esortato tramite un comunicato Sudan ed Egitto a superare la loro tradizionale opposizione alla Grande Diga in considerazione del fatto che gli etiopi non «aspetteranno all’infinito». Hussein si era poi lamentato del fatto che Il Cairo e Khartum avevano lasciato cadere nel vuoto le diverse alternative presentate dall’Etiopia ai due paesi affinché potessero beneficiare della diga.
Il regime egiziano continua a spingere per il raggiungimento di un accordo legalmente vincolante sulla gestione dell’infrastruttura e spera nel sostegno degli Stati Uniti, che nei mesi scorsi hanno già imposto delle sanzioni all’Etiopia dopo la recrudescenza del conflitto tra esercito regolare e la guerriglia del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray ed altre milizie di opposizione. Washington, in particolare, non gradisce l’ampio supporto concesso ad Addis Abeba dalla Cina sul fronte economico ma anche militare.
Ma attualmente l’amministrazione Biden sembra particolarmente concentrata sullo scontro con Mosca nel dossier ucraino e il suo intervento potrebbe essere blando e non risolutivo. Intanto molti media regionali sottolineano con preoccupazione la militarizzazione del contenzioso: l’Egitto avrebbe ottenuto dal Sudan l’autorizzazione a schierare alcune batterie di missili puntati verso il Gerd mentre Addis Abeba avrebbe affidato la protezione della diga a circa 2 mila militari, coadiuvati da alcune batterie antimissile.
Fonte
05/06/2021
Egitto - Accordi militari per isolare l'Etiopia
di Marco Santopadre
La strategia del Generale al Sisi punta decisamente sulla tessitura di una vasta rete di accordi militari con vecchi e nuovi partner al fine di rafforzare il ruolo regionale del Cairo e isolare quanto più possibile l’Etiopia di Abiy Ahmed Ali. L’ultimo dei paesi interessati dal lavorio del Cairo è stato il Ruanda, dove dal 27 al 29 maggio si è recato in visita il capo di Stato maggiore delle Forze Armate egiziane. Il generale Mohamed Farid e la sua delegazione hanno avuto colloqui bilaterali con il capo di Stato maggiore delle forze di difesa del Ruanda (Rdf), generale Bosco Kazura e altri alti funzionari della sicurezza a Kigali.Le discussioni sono state incentrate sul rafforzamento della cooperazione militare tra i due paesi. Prima di lasciare il Ruanda il generale si è recato al Gisozi Genocide Memorial prima per rendere omaggio alle vittime del genocidio del 1994 contro i Tutsi. Nei giorni precedenti il capo di Stato maggiore dell’Esercito egiziano si era recato in Kenya allo scopo di siglare un accordo di cooperazione militare con il Ministero della Difesa di Nairobi. Nei mesi precedenti il Cairo aveva già siglato analoghi accordi con il Burundi, l’Uganda e il Sudan. Il patto con Khartoum è stato concluso a marzo, mentre ad aprile l’Egitto ha firmato un memorandum d’intesa con l’Uganda sullo scambio di informazioni di intelligence militare.
Nello stesso mese, gli eserciti di Egitto e Burundi hanno concluso un accordo di cooperazione militare nei settori delle esercitazioni congiunte. I cinque stati che hanno firmato accordi di difesa con l’Egitto si trovano nel Corno d’Africa o a ridosso di esso, in una regione in cui la tensione tra Egitto ed Etiopia è in aumento a causa della realizzazione della Grande diga della Rinascita etiope (Gerd), un progetto di enormi dimensioni che secondo i paesi a valle – Egitto e Sudan – minaccia le risorse idriche del Nilo e di conseguenza la loro economia e la stessa stabilità sociale.
Nella strategia egiziana di accerchiamento di Addis Abeba va del resto inquadrato il viaggio dello stesso Abdel Fattah al Sisi nel piccolo ma strategico Gibuti sempre alla fine di maggio, per discutere con l’omologo Ismail Omar Guelleh del rafforzamento della cooperazione e delle relazioni bilaterali, in particolare al livello di sicurezza, militare ed economico. Proprio in contemporanea con l’arrivo nel piccolo stato di al Sisi, due aerei militari egiziani scaricavano un ingente quantitativo di medicinali, forniture mediche e generi alimentari donati dall’Egitto.
Secondo la stampa somala i due leader avrebbero discusso in particolare delle previste elezioni in Somalia, del conflitto con l’Etiopia e della situazione nel Tigray dopo la fine della guerra scatenata in autunno da Addis Abeba contro la regione ribelle settentrionale. Secondo alcune fonti, al centro dei colloqui ci sarebbe stato il progetto di formare una coalizione contro il presidente uscente somalo Mohamed Abdullahi “Farmajo” – esponente delle Fratellanza Musulmana basata al potere in Turchia e in Qatar – sostenuto proprio dall’Etiopia, dall’Eritrea e dal Sud Sudan. Insieme all’Egitto della coalizione dovrebbero far parte, nelle intenzioni di al Sisi, il Sudan, Gibuti, il Kenya e l’Uganda.
Che le attenzioni del Cairo siano concentrate sul rivale etiope è confermato dalla partecipazione di uomini e mezzi delle forze armate egiziane all’esercitazione militare congiunta denominata “Protettori del Nilo”, realizzata in Sudan sempre nei giorni scorsi. All’inizio di aprile, inoltre, si erano tenute altre esercitazioni congiunte, questa volta delle due aviazioni militari, ribattezzate “Nile Eagle 2″, organizzate presso la base sudanese di Merowe, situata 380 km a nord di Khartoum. Le manovre militari, programmate dopo la firma di un trattato di cooperazione con Khartoum, mirano a rafforzare l’integrazione tra i due eserciti proprio in vista di un conflitto con Addis Abeba che tutte le dichiarazioni degli attori in campo continuano a smentire e ad esorcizzare ma che rimane sullo sfondo come un’opzione possibile tra quelle in campo per la soluzione del contenzioso sulla Grande Diga sul Nilo Azzurro che l’Etiopia pretende di gestire in maniera unilaterale. Da mesi, ormai, le autorità egiziane e sudanesi hanno definito le risorse idriche una questione “di sicurezza nazionale”.
«La nostra acqua è una linea rossa e toccarla comprometterebbe la stabilità dell’intera regione» aveva avvisato al Sisi nelle scorse settimane. Il monito del capo dello stato egiziano era giunto dopo che i media del Cairo avevano riferito che Addis Abeba aveva rimosso circa 5000 ettari di terreno nell’ambito della seconda fase del riempimento della Grande Diga della Rinascita. Un ulteriore riempimento del bacino idrico previsto a luglio, che riguarda circa 13,5 miliardi di metri cubi d’acqua, potrebbe portare ad una vera e propria escalation nelle relazioni tra i due fronti. «Dico ai nostri fratelli etiopi che non devono toccare una sola goccia dell’acqua che spetta all’Egitto, perché tutte le opzioni sono aperte. È meglio cooperare» aveva minacciato al Sisi dopo il fallimento di un ennesimo round di colloqui realizzati a Kinshasa, a causa dei contrasti tra Addis Abeba da una parte e Il Cairo e Khartoum dall’altro sul ruolo da attribuire, nella mediazione, agli osservatori del Sudafrica, degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, da affiancare a quelli dell’Unione Africana.
Intanto, proprio in questi giorni – dal 31 maggio al 6 giugno – l’inviato speciale di Washington per il Corno d’Africa, Jeffrey Feltman, è impegnato in una serie di incontri in Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Kenya al fine di tentare di dirimere il contenzioso sulla Gerd.
11/03/2021
Guerra per l'acqua: Egitto e Sudan fanno quadrato contro l'Etiopia
di Marco Santopadre
Lo scorso 6 marzo il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi ha compiuto una visita in Sudan insieme a una delegazione di alto livello. A Khartoum Al Sisi ha incontrato il generale Abdel Fatah al Burhan, presidente del Consiglio militare di Transizione, di fatto il governo del paese africano, e poi il primo ministro, il generale Mohamed Daklu.
La visita segna un ulteriore avvicinamento tra i due paesi sul fronte diplomatico, politico e anche militare. Pochi giorni prima, infatti, Egitto e Sudan hanno firmato un accordo di cooperazione militare che include attività di formazione, addestramento e scambio di esperienze allo scopo di rafforzare la sicurezza dei confini e la sicurezza nazionale dei due paesi.
L’accordo di cooperazione militare prevede lo svolgimento di esercitazioni congiunte, la “riabilitazione” e il controllo delle frontiere e la condivisione di esperienze militari e di sicurezza. In passato gli eserciti di Sudan ed Egitto sono stati strettamente legati da diversi accordi di difesa, tuttavia il deterioramento delle relazioni avvenuto durante gli anni della presidenza di Omar al Bashir – destituito nel 2019 da un golpe militare preceduto da mesi di proteste popolari – ha allontanato Khartoum dal Cairo.
A riavvicinare i due paesi, ora, la situazione in Libia e le tensioni tra Sudan ed Egitto da una parte e l’Etiopia dall’altra per la gestione delle acque del Nilo. Addis Abeba sembra infatti decisa a procedere ad un riempimento unilaterale del bacino della Grande Diga della Rinascita (Gerd) che potrebbe ridurre in maniera significativa la portata d’acqua del fiume con gravi ricadute sull’approvvigionamento idrico civile ed agricolo in Sudan ed Egitto.
Inoltre negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli scontri in alcune aree di confine tra Sudan ed Etiopia, in particolare nel “triangolo di Fashqa” rivendicato e più volte occupato dalle forze di Addis Abeba. Il governo di Khartoum – secondo quanto riporta l’agenzia ufficiale Suna – ha anche accusato quello etiope di aver fornito armi e munizioni al gruppo ribelle sudanese denominato “Movimento di liberazione del popolo sudanese-Nord”, per attaccare la città di confine di Yabous, nello Stato del Nilo Azzurro.
La situazione si è fatta così tesa che la visita di Al Sisi a Khartoum ha alimentato speculazioni su una possibile e imminente azione militare congiunta dei due paesi contro Addis Abeba nonostante, nell’incontro con Al Burhan, il capo dello Stato egiziano abbia definito “inevitabile” un ritorno “urgente” al tavolo delle trattative sulla Gerd “per raggiungere un accordo giuridicamente vincolante prima della stagione delle piogge”, mediato dall’Unione Africana, dall’Onu, dall’Unione Europea e dagli Usa.
In un recente incontro, i ministri degli Esteri di Egitto e Sudan hanno avvertito che qualsiasi riempimento unilaterale della Grande diga da parte dell’Etiopia rappresenterebbe una minaccia diretta contro la sicurezza idrica di entrambi i paesi e quindi le condizioni di vita di decine di milioni di persone, oltre che una grave violazione della “Dichiarazione dei principi” che i tre paesi hanno firmato il 23 marzo 2015.
Recentemente l’Egitto ha incassato anche il sostegno della Lega Araba nel contenzioso con l’Etiopia che si è detta disponibile a continuare le trattative con Khartoum e il Cairo, ribadendo però il suo rifiuto di internazionalizzare il dossier. Il problema è che le trattative mediate lo scorso anno dall’Unione Africana sono sostanzialmente approdate a un nulla di fatto mentre Addis Abeba ha già iniziato, nel 2020, a riempire la diga.
La “Grand Ethiopian Renaissance Dam”, la cui realizzazione è iniziata nel 2011 a soli 20 km dalla frontiera col Sudan, è ormai conclusa da tempo e il sospetto di Sudan ed Egitto è che il presidente etiopico Abiy Ahmed stia mandando per le lunghe la trattativa proprio per mettere i vicini davanti al fatto compiuto. L’opera, lunga 1780 metri e alta 155, è costata finora quasi 4,7 miliardi di dollari e a pieno regime potrebbe alimentare una enorme centrale idroelettrica in grado di produrre ben 6500 MegaWatt di energia elettrica che il paese potrebbe in parte esportare. La diga realizzata sul Nilo Azzurro potrebbe inoltre permettere all’Etiopia di irrigare e rendere quindi fertili milioni di ettari di territorio.
Ma l’Egitto, paese prevalentemente desertico di più di 100 milioni di abitanti, fa affidamento sulle acque del fiume per il 90% del suo fabbisogno idrico e una contrazione della portata potrebbe causare conseguenze disastrose non solo sull’agricoltura ma anche sull’approvvigionamento di acqua potabile e sulla produzione di elettricità da parte delle centrali collegate alla diga di Assuan.
Di fatto il 95% dell’intera popolazione egiziana vive sulle due sponde del fiume o nella zona del delta, e un’alterazione del corso d’acqua preoccupa enormemente le autorità del paese. Sicuramente il governo egiziano utilizza il conflitto con l’Etiopia per fini propagandistici interni e per alimentare il collante nazionalista, ma è pur vero che secondo vari studi – citati dalla tv satellitare al Jazeera– se la Gerd fosse riempita in dieci anni, l’Egitto potrebbe perdere fino al 14% dell’acqua e il 18% dei terreni coltivabili; se invece il riempimento avvenisse in sette anni il danno salirebbe rispettivamente al 22 e al 33%; se il riempimento avvenisse in soli cinque anni, potrebbero sparire fino al 50% delle terre agricole insieme a più di un milione di posti di lavoro.
Se non si arriverà velocemente ad un accordo equo l’opzione di un conflitto tra Egitto (e Sudan) ed Etiopia potrebbe affermarsi come l’unica considerata risolutiva.
30/10/2020
Sulla GERD, Trump si schiera con l'Egitto, rabbia in Etiopia
di Michele Giorgio – il Manifesto
C’è la volontà di affermare una posizione unita del Cairo e Khartum dietro l’incontro che ieri mattina il presidente Abdel Fattah El Sisi ha tenuto al Cairo con il capo del Consiglio sudanese Abdel Fattah al Burhan. Una prova di forza prima della videoconferenza che qualche ora dopo ha segnato la ripresa dei negoziati tra Egitto, Etiopia e Sudan sulle operazioni di riempimento della Grand Ethiopian Renaissance Dam (Gerd), l’imponente diga che Addis Abeba sta costruendo sul Nilo tra le preoccupazioni del Cairo e di Khartum.
L’Unione africana insiste affinché si arrivi a un compromesso. Ma il clima è più cupo dopo la sortita di Donald Trump. Venerdì scorso il presidente americano, parlando a un gruppo di giornalisti, ha detto che la Gerd è una questione «veramente pericolosa perché l’Egitto non sarà in grado di vivere così... finirà che loro faranno saltare in aria la diga». E in una telefonata con il primo ministro sudanese Abdalla Hamdok ha aggiunto che gli etiopi «hanno costruito una diga che impedisce all’acqua del Nilo di scorrere. Non puoi incolpare l’Egitto perché è un po’ sconvolto, giusto?». Parole al quale l’ufficio del premier etiope Abiy Ahmed ha risposto sostenendo che Addis Abeba «non cederà ad aggressioni di alcun tipo». Per l’Etiopia, Trump ha dato una giustificazione in anticipo a un possibile attacco militare egiziano alla diga. E il ministro degli esteri Gedu Andargachew ha subito convocato l’ambasciatore statunitense, Michael Raynor, per avere chiarimenti.
La tensione tra Washington e Addis Abeba è alta già da un mese, da quando l’Amministrazione Usa ha annunciato la sospensione di parte degli aiuti finanziari all’Etiopia per la mancanza di progressi nei negoziati sulla Gerd. Secondo Rashid Abdi, analista del Corno d’Africa, la scelta a favore dell’Egitto operata da Trump ha avuto l’effetto di una violenta picconata sul fragile negoziato in corso sulla diga. «L’Etiopia sta rafforzando la sicurezza intorno alla diga», riferisce Abdi «le sue misure difensive includono la dichiarazione della regione di Benishangul-Gumuz, dove si trova la Gerd, come di uno spazio aereo interdetto e ci sono anche notizie secondo cui (l’Etiopia) sta installando batterie antiaeree intorno alla diga». L’Etiopia, aggiunge Abdi, «si sente tradita dall’America e Trump ora è una figura odiosa per molti etiopi che sperano in una vittoria di Joe Biden il 3 novembre».
Che il Nilo sia la linfa vitale dell’Egitto non è un mistero, è così da migliaia di anni. Il paese delle piramidi ottiene dal fiume più lungo al mondo circa il 97% della sua acqua e vede nella Gerd – alta 170 metri e lunga 1,8 km, dal costo di 4,5 miliardi di dollari, partecipa alla sua costruzione anche la italiana Impregilo – una minaccia alla propria esistenza. Soprattutto per la velocità con cui Addis Abeba vorrebbe riempirla, un paio di anni al massimo contro i 10-15 che propone il Cairo per continuare ad assicurarsi un flusso adeguato di acqua per i bisogni della sua popolazione di oltre 100 milioni di abitanti che vive quasi interamente lungo le rive del Nilo. Il Sudan è meno preoccupato ma guarda ugualmente con sospetto e timore alle intenzioni degli etiopi che potrebbero danneggiarlo non poco se saranno realizzate unilateralmente. Ma la diga è vitale anche per lo sviluppo dell’Etiopia. Rappresenta il più grande progetto idroelettrico dell’Africa e servirà a distribuire energia elettrica a 70 milioni di etiopi attualmente senza corrente.
Addis Abeba ha perduto l’appoggio di Washington ma pare aver portato dalla sua parte gli ex nemici eritrei che sulla Gerd avevano sempre appoggiato l’Egitto. Durante la sua visita, il 13 ottobre, al sito della diga, il presidente dell’Eritrea Isaias Afwerki ha espresso posizioni oltremodo concilianti. Si vocifera che in cambio del sostegno eritreo al riempimento della Gerd, l’Etiopia darà una mano ad Asmara contro il Fronte di liberazione del popolo del Tigray.Fonte
17/07/2020
Nilo - Il sogno etiope diventa l'incubo egiziano
di Michele Giorgio – il Manifesto
La tv di stato etiope ieri si è scusata: un malinteso, ha spiegato, è all’origine dell’annuncio (due giorni fa) dell’avvio unilaterale del riempimento del bacino Gerd, la Diga etiope del Gran Rinascimento sul Nilo Azzurro. E il ministro delle risorse idriche, dell’irrigazione e dell’energia Sileshi Bekele ha ribadito che la via del negoziato con Egitto e Sudan resta fondamentale per risolvere le divergenze tra i tre paesi. Addis Abeba getta acqua sul fuoco, vuole placare la rabbia di egiziani e sudanesi già forte dopo gli ulteriori colloqui trilaterali privi di esito. Riempire la diga senza un accordo, ha avvertito il ministro degli esteri egiziano, Sameh Shoukry, «aumenterebbe le tensioni e potrebbe provocare crisi e conflitti che destabilizzano ulteriormente una regione già in difficoltà».
Un giro di parole per dire che il Cairo non esclude una guerra pur di difendere il suo accesso all’acqua del Nilo. Khartoum preferisce la diplomazia ma è schierata con l’Egitto, a maggior ragione dopo la caduta di Omar al Bashir che ha posto il Sudan nell’orbita di Arabia Saudita ed Emirati arabi, alleati del Cairo. Ma il fronte comune Egitto-Sudan non ha prodotto risultati. Addis Abeba, forte anche della protezione silenziosa di un alleato potente, Israele, ha continuato per la sua strada mentre resta impalpabile la mediazione dell’Unione africana. E a gettare un’ombra sulla sincerità delle rassicurazioni degli etiopi ci sono le recenti immagini satellitari che mostrano un incremento dell’acqua nel bacino della Gerd.
Nel 2011, approfittando delle fasi caotiche seguite alla rivoluzione anti-Mubarak in Egitto, l’Etiopia annunciò che avrebbe costruito sul Nilo, non lontano dal confine con il Sudan, la più grande diga dell’Africa – copre un’area di 1700 kmq ed è costata quasi 5 miliardi di dollari, ai lavori ha partecipato anche il gruppo industriale italiano Salini Impregilo – cruciale per il proprio sviluppo economico e per le forniture di elettricità a decine di milioni di cittadini. La Gerd aggiungerà 6500 megawatt di energia ai circa 4000 disponibili al momento e farà dell’Etiopia un paese esportatore di energia. Invece per gli egiziani, che hanno sollecitato invano pressioni statunitensi su Addis Abeba, la diga è un incubo. Il Nilo è l’Egitto, lo pensano i vertici del potere e i semplici cittadini. Da millenni, dai Faraoni ai nostri giorni. E hanno un po’ ragione a pensarlo visto che nell’immaginario globale e nelle scuole di ogni parte del mondo, quel fiume che scorre da sud verso nord, è visto come la salvezza e la ricchezza dell’Egitto, paese quasi tutto desertico dove in un anno cadono mediamente 18 mm di pioggia (848 in Etiopia) e dove 100 milioni di esseri umani vivono in appena il 7% del territorio, lungo le rive del Nilo e nel fertile Delta. L’impero coloniale britannico aveva riconosciuto il sigillo egiziano sul Nilo. E così è stato con gli accordi del 1959 che assegnarono all’Egitto 55,5 miliardi di metri cubi d’acqua (al Sudan 18,5). Una quota all’epoca enorme ma oggi insufficiente. Ne servono 80 per dissetare la popolazione egiziana e garantire livelli adeguati di produzione agricola. Le intese del 2015 tra Egitto, Sudan ed Etiopia non hanno risolto nulla.
Mai come ora appare ridimensionato il progetto nasseriano della diga di Aswan che rese celebre l’Egitto nel mondo. Il Nilo non è più solo egiziano. Appartiene a una decina di paesi che, in misura e modi diversi, hanno bisogno delle sue acque. E alcuni di questi, Etiopia in testa, ora fanno valere la loro forza e quella delle loro alleanze. Per il presidente egiziano Abdel Fattah el Sisi la Gerd è una sfida eccezionale, che minaccia la stabilità del suo potere fondato sulla repressione di ogni voce dissidente e l’odio diffuso per i Fratelli musulmani. El Sisi ha promesso che «nessun egiziano soffrirà la sete». Le previsioni scientifiche non lo rassicurano. La trattativa con l’Etiopia ruota intorno ai tempi di riempimento della diga. Addis Abeba ha fretta, vorrebbe farlo in due anni. Egitto e Sudan respingono totalmente questa idea. I calcoli fatti da esperti intervistati dalla tv satellitare al Jazeera dicono che se la Gerd sarà riempita in dieci anni, l’Egitto perderà il 14% dell’acqua e il 18% dei terreni coltivabili. Se il riempimento avverrà in sette anni perderà rispettivamente il 22% e 33%.
Se il riempimento avverrà in cinque anni sparirà il 50% delle terre agricole. Svaniranno anche 1,2 milioni di posti di lavoro in agricoltura e il tasso di disoccupazione salirà pericolosamente. Previsioni troppo pessimistiche, sostiene qualcuno. Realistiche per altri. «Numeri a parte El Sisi e l’Egitto arrivano a questo appuntamento impreparati e senza aver programmato contromisure adeguate» spiega al manifesto l’analista arabo Mouin Rabbani. «Il Cairo deve rendersi conto che non è più come un tempo» aggiunge Rabbani «quando alzava la voce e il resto del mondo arabo e buona parte dell’Africa chinavano il capo. Quell’era è finita e oggi l’Egitto deve impegnarsi a fondo per far valere il suo peso con esiti che non sono scontati».
Più si riempirà la diga etiope e più aumenteranno le difficoltà dell’Egitto che già ora importa circa il 50% del grano e non ha avviato una riparazione seria della rete idrica nazionale, notoriamente un colabrodo. I segnali di ripresa economica – inflazione dal 33% del 2017 al 7,5% attuale, aumento delle riserve in valuta estera da 12 miliardi di dollari nel 2011 a 45 miliardi, riduzione del deficit di bilancio dall’11,4 % all’8,5 % – non devono trarre in inganno. Circa il 30% degli egiziani vive al di sotto della soglia di povertà e ad essi si aggiungerà un altro 30% in conseguenza della crisi che innescherà la Gerd. «Non dimentichiamo – conclude Mouin Rabbani – che El Sisi oltre alla questione della diga etiope deve fronteggiare in questa fase anche (il leader turco) Erdogan, suo nemico, deciso a creare roccaforti in Libia, alla porta occidentale dell’Egitto, con l’appoggio di formazioni islamiste (libiche) vicine alla Fratellanza. Una tenaglia che rischia di schiacciare El Sisi e l’Egitto».
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06/01/2018
L'Etiopia sfida un Egitto empre più debole
Non è mai stato così evidente come in questo periodo il declino dell’Egitto in politica estera. Martoriato da attentati a danno dei civili e da attacchi alle sue forze armate da parte dei jihadisti. In affanno per la debolezza dell’economia e largamente dipendente dall’aiuto finanziario dall’estero, in particolare dall’Arabia Saudita, l’Egitto ha perduto buona parte dell’autorevolezza che aveva costruito negli anni del nasserismo e conservato anche dopo la firma del trattato di pace con Israele che lo aveva isolato nel mondo arabo. I suoi avversari ormai se ne rendono conto.
Anatemi, proteste e persino la minaccia di un bombardamento aereo non sono riusciti a imporre la posizione egiziana sulla diga Rinascita – faraonica, diventerà la più grande d’Africa – che l’Etiopia sta costruendo sul Nilo (con l’aiuto della italiana Salini Impregilo, un progetto da 3,4 miliardi di euro). L’idea di amministrare insieme la preziosa acqua del Nilo, in modo da non farla mancare a nessuno, non interessa ad Addis Abeba che tratta, discute e nel frattempo completa la diga.
«Addis Abeba applica la stessa politica del fatto compiuto applicata da Israele su Gerusalemme» diceva un paio di giorni fa il direttore del “Centro studi di Alessandria”, Mustafa al Faqi, intervistato da al Masry al Youm. «È chiaro che l’Etiopia con l’aiuto del Sudan vuole mettere l’Egitto davanti al fatto compiuto», spiegava al Faqi ammonendo che «il Cairo non resterà con le mani in mano e non permetterà che il suo popolo venga assetato». L’Egitto, ha concluso, «ha sopportato già tanto l’Etiopia. Il suo governo sta facendo come Israele, da un lato tratta e dall’altro va avanti coi lavori».
Non ha cambiato le carte in tavolo il recente viaggio ad Addis Abeba del ministro degli esteri Sameh Shoukry che ora si prepara a proporre alla Banca Mondiale di partecipare come parte neutrale ai negoziati del “Comitato nazionale tripartito”. Non servirà a molto se si considera che Addis Abeba ha già messo in chiaro che accetterà solo compromessi limitati ai suoi piani per la costruzione della Rinascita e di altre dighe.
I 90 milioni di etiopi nel 2050 diventeranno 187 milioni secondo le stime delle Nazioni Unite e buona parte della popolazione non ha elettricità. Le dighe sono la sola soluzione che il governo etiope ha in mente per produrre energia.
«Il peso politico e diplomatico dell’Egitto nella regione era diminuito già negli ultimi anni di Hosni Mubarak al potere, segnati dalla secessione dal Sudan del Sud Sudan in cui il Cairo non ha avuto alcun ruolo in un senso o in un altro», dice al manifesto l’analista Mouin Rabbani «Quindi è riemersa la questione del Nilo. I vari Paesi bagnati dal fiume si sono ribellati all’accordo che da decenni assegna all’Egitto la porzione più ampia dell’acqua del fiume. È potuto accadere perché quei Paesi avevano compreso che il Cairo contava di meno». L’utilizzo delle acque del Nilo è regolato da un accordo del 1959 grazie al quale l’Egitto ottiene 55,5 miliardi di metri cubi di acqua l’anno, mentre il Sudan 18,5 miliardi. Dal 2014 in poi l’Egitto ha partecipato con Sudan ed Etiopia a discussioni ma lo scorso novembre Addis Abeba ha respinto gli studi tecnici condotti da società francesi che avvertivano dell’impatto negativo della diga Rinascita sul flusso dell’acqua del Nilo in Egitto e sulla produttività della diga di Aswan.
«L’instabilità del Paese e la crisi economica e finanziaria stanno indebolendo l’Egitto agli occhi degli altri Paesi della regione – aggiunge Rabbani – e lo rendono sempre più dipendente dagli altri con effetti immediati sulla sua capacità di svolgere una politica estera autonoma». Certo, prosegue l’analista, «non si può sostenere che l’Egitto sia solo la ruota di scorta per i sauditi o uno strumento nelle mani di Israele, però è più vulnerabile e molto meno influente».
Se ne rende conto anche Recep Tayyip Erdogan avversario dell’Egitto e sponsor dei Fratelli musulmani proclamati terroristi dal regime di Abdel Fattah el Sisi. Il presidente turco, in un colpo solo, è riuscito a far innervosire gli egiziani e far preoccupare i regnanti sauditi annunciando, alla fine dello scorso anno, un accordo con il Sudan per riutilizzare l’isola di Suakin, nel Mar Rosso, scelta dal sultano ottomano Salim I nel 1517 come base nella zona, distrutta dai britannici nel 1899 dopo la costruzione di Port Said. Dovrebbe servire al transito dei pellegrini turchi diretti alla Mecca ma con ogni probabilità diventerà anche un presidio militare per le ambizioni di Erdogan. Oltre a dover digerire la presenza della rivale Turchia, l’Egitto paga anche la rinuncia, a favore dell’Arabia Saudita, delle isole di Tiran e Sanafir con una diminuzione della sua presenza strategica nel Mar Rosso.
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12/11/2013
La diga etiope e i timori dei contadini egiziani
Cresce la paura tra i contadini egiziani del Delta del Nilo dopo l'annuncio dell'accordo tra Il Cairo e l'Etiopia sulla costruzione della Diga del Rinascimento: scarsità d'acqua per l'agricoltura e seguente crollo della produzione, questo il timore che sta imperversando tra le comunità agricole egiziane.
"Vogliamo coltivare la nostra terra, abbiamo bisogno d'acqua - ha detto Saeed El-Simari all'AFP - È già difficile con l'acqua che abbiamo, immaginate quando non ne avremo più". Secondo i calcoli degli esperti, già nella prima fase dei lavori, l'Egitto perderà 15 miliardi di metri cubi d'acqua all'anno dei 70 miliardi di riserva attuali. Non solo: a preoccupare gli agricoltori non è solo la mancanza di acqua, ma la mancanza dell'acqua del Nilo, nota fin dall'antichità per gli alti livelli di nutrienti in grado di rendere le terre particolarmente fertili.
Saeed non è il solo ad esprimere i suoi timori: dopo l'annuncio dell'avvio dei lavori per la Diga del Rinascimento (un'opera da 3,2 miliardi di euro), l'opinione pubblica egiziana si è divisa con parte della stampa e della politica che descrivono il progetto una minaccia alla sicurezza nazionale. A preoccupare gli esperti è il probabile calo delle riserve idriche, già scarse nel Paese a causa della crescita demografica degli ultimi decenni: "La media di acqua usata a persona in Egitto è di 620 metri cubi l'anno - spiega Alaa El-Zawahry, membro della commissione governativa che sta studiando l'impatto della diga etiope - Siamo già sotto il livello medio, che dovrebbe essere di mille metri cubi l'anno".
L'Etiopia prosegue comunque con il suo progetto, la cui prima fase dovrebbe essere completata entro il 2016 e permettere la produzione di 700 megawatt di elettricità (saranno seimila a opera finita). Dal 2011 ad oggi la questione ha provocato tensioni tra Addis Abeba e Il Cairo, sia per le conseguenze economiche che per quelle ambientali. Eppure poche settimane fa l'Egitto si è detto pronto al dialogo per trovare una soluzione concordata.
L'obiettivo è evitare una crisi economica drammatica nel Delta del Nilo: dopo la caduta di Mubarak, le condizioni socio-economiche di gran parte della popolazione egiziana non sono affatto migliorate, anche a causa dell'immobilismo del regime dei Fratelli Musulmani, più attenti a rispettare i diktat del Fondo Monetario Internazionale che a venire incontro alle legittime richieste popolari.
Oggi nel mirino di un'opera faraonica straniera finiscono i contadini, una delle classi più povere del Paese.
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30/10/2013
Egitto-Etiopia, nuovo accordo idrico?
A sorpresa, dopo lunghe e forti tensioni, Egitto ed Etiopia sembrano essere giunte ad un accordo condiviso in merito alla costruzione della tanto discussa diga sul Nilo. La diga del grande Rinascimento dell'Etiopia, questo il nome - di certo non casuale - scelto da Addis Abeba per indicare quest'opera faraonica da oltre 4,8 milioni di dollari destinata alla produzione di energia idroelettrica.
Un progetto, che, fin da quando è stato annunciato, nel marzo 2011, ha provocato dure critiche da parte di ambientalisti ed autorità egiziane. Un danno irrimediabile per il delicato ecosistema africano, secondo i primi; una vera e propria minaccia per la sopravvivenza idrica del Paese per i secondi.
Di certo erano in molti a pensare che la costruzione della diga del Rinascimento avrebbe potuto costituire un casus belli per il controllo delle risorse idriche da parte delle potenze regionali. Invece, a sorpresa, nelle ultime settimane, l'Egitto - che all'inizio aveva aspramente criticato il progetto ed aveva persino minacciato di sabotarlo - ha dimostrato apertura e disponibilità al dialogo. "L'Egitto contribuirà assieme al governo dell'Etiopia alla costruzione della diga per favorire lo sviluppo del popolo etiope", ha dichiarato Mohamed Abdul Muttalib, il ministro egiziano per le Risorse Idriche e l'Irrigazione, aggiungendo però che nell'accordo che verrà firmato tra i due Paesi dovranno essere specificate le modalità e l'impatto dei lavori. All'inizio di novembre i ministri delle Risorse Idriche di Egitto, Etiopia e Sudan si incontreranno a Khartoum per trovare delle linee guida condivise sul tema.
La negoziazione tra i due Paesi sarà tuttavia molto lunga e delicata. Le questioni da risolvere sono molteplici e stratificate nel tempo, dato che la spartizione idrica è il risultato di una divisione arbitraria fatta in epoca coloniale (1929) che ha dato il monopolio idrico all'Egitto e al Sudan. Una spartizione che negli ultimi anni è stata sfidata da sei Paesi che si trovano nell'alto corso del Nilo e che fanno parte dell'Iniziativa del Bacino del Nilo. Il Kenya, il Burundi, l'Etiopia, il Ruanda, la Tanzania e l'Uganda, a maggio 2010, hanno firmato un nuovo accordo per la spartizione delle acque, accordo che l'Egitto non ha riconosciuto. Poco dopo, a marzo 2011, l'Etiopia ha annunciato unilateralmente la costruzione della Diga del Rinascimento che prevede la deviazione di parte del Nilo Azzurro per la creazione di un bacino idrico di 63 miliardi di metri cubi di acqua.
Ancora poco chiare sono le conseguenze che ci saranno per l'Egitto, già fortemente piegato dall'instabilità politica, dalla crisi economica e dalle sanguinose vicende degli ultimi mesi. Un'ulteriore diminuzione della portata del fiume sarebbe catastrofica per la già debole agricoltura nazionale. Eppure per il momento lo spettro di una guerra per il controllo delle risorse idriche sembra scongiurato e l'Egitto sembra aver compreso che solo una maggior apertura al dialogo può condurre ad una risoluzione pacifica della delicata questione idrica.
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