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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/03/2025

Siria - HTS ridiventa “Al-Nusra”

Mentre Al-Jolani e i suoi “ministri” erano in giro per il mondo a partecipare ai summit dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica e ad altre riunioni in Europa, da giovedì, 6 marzo, la costa siriana, ovvero le province di Tartous e Latakia, sono scosse da una serie di azioni militari portate avanti da una galassia di milizie afferenti al disciolto esercito baathista e dai conseguenti pogrom anti-minoranze portati avanti da HTS.

Un’ondata di attacchi coordinati a posti di blocco, caserme e altri obiettivi strategici di HTS a Tartous, Latakia, Jableh, Qardaha ed altre località ha inferto un gran numero di morti e feriti alle “nuove autorità”. Le milizie ribelli avrebbero addirittura preso, per qualche tempo, il controllo di parti della città di Jableh e del porto di Latakia.

Le aree interessate, come noto, sono caratterizzate da una forte presenza delle minoranze alawita e cristiana, bastioni del regime baathista e, pertanto, oggetto di punizioni collettive da parte del nuovo regime salafita.

Fra la galassia dei rivoltosi, comprendente la “Resistenza Nazionale Siriana”, la “Brigata Scudo della Costa”, è emersa una nuova sigla, denominata “Consiglio militare per la Liberazione della Siria”, che sarebbe guidata da Gaith Dallah, ex-generale della Quarta Divisione dell’esercito baathista, fino all’8 dicembre comandata da Maher al-Assad.

Tale componente della resistenza anti-HTS ha rilasciato un lungo comunicato, in cui afferma il proprio intento di rovesciare le nuove autorità:
“Per la patria e per i cittadini ci sacrifichiamo.

Nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso.

‘O figli del nobile popolo siriano, ‘o nostri coraggiosi soldati che avete ingoiato la vostra rabbia, dopo mesi di ingiustizia, oppressione, rapimenti ed eliminazioni fisiche secondo visioni ideologiche etniche o religiose, e dopo che il regime terroristico estremista jihadista, il quale si è impadronito della nostra patria con il sostegno di forze esterne e sta attualmente attuando una politica del fatto compiuto senza alcuna giustificazione legale o costituzionale, ha fallito ed è stato completamente incapace di proteggere la patria e i cittadini, e le condizioni di sicurezza, economiche e umanitarie si sono deteriorate a livelli senza precedenti nella storia del paese, e dopo che la nostra terra è stata violata da forze esterne, noi, leader delle forze armate nazionali siriane, annunciamo l’istituzione di un Consiglio militare per la liberazione della Siria.

Questo consiglio rappresenta la volontà del popolo siriano nazionale libero e si propone di raggiungere i seguenti obiettivi:

– Liberare tutto il territorio siriano da tutte le forze occupanti e terroristiche.

– Rovesciare il regime esistente e smantellare il suo abominevole apparato oppressivo settario.

– Proteggere la vita e la proprietà di tutti i cittadini siriani.

– Ricostruire le istituzioni statali su basi nazionali e democratiche.

– Preparare le condizioni per il ritorno dei rifugiati e degli sfollati alle loro case.

Creare uno stato siriano unificato e sovrano che rispetti i diritti umani e garantisca giustizia e uguaglianza per tutti i suoi cittadini. Assicuriamo al nostro popolo che non stiamo cercando il potere e che il nostro unico obiettivo è liberare la Siria e costruire un futuro migliore per il suo popolo. Invitiamo tutti i siriani, di diverse sette, regioni ed etnie, a unirsi alle nostre fila e a stare con noi in questa fase storica.

Invitiamo inoltre la comunità internazionale a sostenere la volontà del popolo siriano di liberarsi dall’ingiustizia e dalla tirannia mascherate da termini vaghi e a sostenerci nel raggiungimento dei nostri nobili obiettivi.

Crediamo che la vittoria sarà nostra e che la Siria tornerà libera e orgogliosa, godendo di sicurezza, stabilità e prosperità. Che Dio protegga la Siria e il suo popolo”.
Nella nottata di giovedì si sono diffusi anche una serie di altri comunicati, alcuni dei quali chiedevano l’intervento diretto della Russia, attraverso il personale militare presente delle sue basi, al fianco della rivolta. Russia che, insieme all’Iran, è chiamata in ballo dai sostenitori di HTS come burattinaio delle azioni militari; Mosca, tuttavia, pare più impegnata a negoziare con HTS per il mantenimento della basi stesse, che a fomentare rivolte. Sembra, tuttavia, che centinaia di civili in fuga dai massacri abbiano trovato rifugio nella base aerea di Hmeimim.

HTS sta reagendo da par suo, rivelandosi per quello che è, ovvero il ramo siriano di Al-Qaeda.

Lo stesso Al Jolani ha ridismesso l’identità “placida” di Al-Shaara, minacciando: “Avete attaccato i Siriani ed avete commesso un errore imperdonabile. La risposta è arrivata e non siete in grado di resistere. Posate le armi prima che sia troppo tardi”.

L’Osservatorio siriano per i diritti umani, che non è centro favorevole ai rivoltosi, ha segnalato che 340 civili alawiti sono stati uccisi per vendetta da HTS da giovedì, durante i rastrellamenti e gli scontri. Una miriade di evidenze video sono comparse su X e su Telegram a dimostrare pubbliche esecuzioni nei confronti di persone in abiti civili appartenenti alla minoranza alawita; inoltre, sulle porte di alcuni appartamenti sono apparse scritte minacciose nei confronti delle minoranze, “affinché si accontentino di rimanere minoranze per non dover diventare rarità”.

In maniera ancora più inquietante, alcuni influencer residenti all’estero, giornalisti e quant’altro, sostenitori di HTS, stanno pubblicando post e articoli in cui danno fiato all’idea che in effetti un po’ le minoranze “se la stiano cercando”.

Secondo le agenzie governative, la situazione attualmente sarebbe sotto controllo, centinaia di rivoltosi si sarebbero arresi e molti sarebbero stati arrestati, fra cui Ibrahim Huweija, generale “accusato di centinaia di omicidi” sotto Hafez al-Assad. Tuttavia, migliaia di truppe continuano ad affluire nell’area ed i combattimenti urbani non sarebbero cessati.

La Resistenza, dunque, non molla, anche se agisce ancora in maniera relativamente isolata, all’interno, però, di un quadro di violenze settarie che le danno forza e legittimità.

Sul piano delle reazioni internazionali, l’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia hanno, ovviamente condannato le azioni militari della Resistenza.

“Lo Stato del Qatar condanna con la massima fermezza i crimini commessi da gruppi fuorilegge e i loro attacchi alle forze di sicurezza nella sorella Siria. Affermiamo la solidarietà dello Stato del Qatar e il suo sostegno al governo siriano in tutte le misure che adotta per consolidare la pace civile e mantenere la sicurezza e la stabilità nel paese”, così il Qatar.

Mentre la Turchia “La tensione a Latakia e nei dintorni, così come gli attacchi alle forze di sicurezza, potrebbero minare gli sforzi per guidare la Siria verso un futuro di unità e solidarietà”. L’Arabia Saudita, invece, parla di “gruppi fuorilegge a minare la stabilità della Siria”.

Hezbollah, da parte sua, respinge ogni coinvolgimento al fianco della Resistenza: “Hezbollah nega chiaramente e categoricamente le accuse di coinvolgimento nel conflitto in corso in Siria e invita i media a non lasciarsi ingannare da campagne di disinformazione che servono a scopi politici e a sospetti programmi esteri”.

Significativa anche la dichiarazione rilasciata da parte dell’Amministrazione Autonoma del Nord-Est siriano, che nei giorni precedenti aveva stretto un accordo sulla commercializzazione delle risorse petrolifere con HTS e, anche dopo la dichiarazione di Ocalan, sembrava molto orientata a cercare un un accordo definitivo con Al-Jolani.

Di fronte a queste circostanze, tuttavia, la responsabilità viene fatta ricadere su Damasco:
“Noi, Amministrazione autonoma della Siria settentrionale e orientale, mentre esprimiamo la nostra profonda preoccupazione e il nostro dolore per gli eventi nella regione costiera, sottolineiamo che la causa principale di questa escalation è la cattiva interpretazione della realtà sul campo da parte delle autorità siriane e la loro incapacità di considerare la delicatezza della situazione in Siria, in particolare le sue diverse componenti e comunità.
Questa escalation sta trascinando il nostro paese sull’orlo del disastro e potrebbe portare a massacri contro il nostro popolo siriano. Invitiamo tutte le parti ad agire con saggezza, a esercitare moderazione e a fermare questa escalation, che non farà altro che approfondire le divisioni tra le forze nazionali siriane. In definitiva, sarà il popolo siriano a sopportare il costo di queste contraddizioni”.
Sullo sfondo di tutto, c’è sempre il regime sionista, desideroso di sfruttare le discriminazioni subite dalle minoranze, fra le quali sta tentando d’infiltrasi, creando sigle politiche e militari di comodo, a vantaggio delle proprie strategie espansionistiche.

L’immagine stabilizzatrice e pluralista di HTS, costruita ad arte dalla potenza mediatica qatariota, appare messa inesorabilmente in crisi da questi tumulti nelle aree costiere, i quali dimostrano la condizione ancora di sostanziale instabilità in cui si trova il paese.

Fonte

17/07/2024

Africa. L’Alleanza del Sahel diventa Confederazione e sfida la Cedeao

Si consolida l’alleanza tra le giunte militari al potere in Mali, Niger e Burkina Faso, intenzionate a “federarsi” creando un blocco alternativo alla Comunità economica dei Paesi dell’Africa sub-sahariana (Cedeao o Ecowas), organismo regionale accusato di essere uno strumento delle ex potenze coloniali occidentali, in particolare della Francia.

L’Alleanza del Sahel diventa Confederazione
Dopo l’avvio di una stretta collaborazione militare che ha portato all’espulsione della maggior parte delle truppe occidentali presenti nel Sahel e all’avvio di una strategia comune contro l’insorgenza jihadista, i tre paesi ora accelerano anche sulla cooperazione sul fronte economico, sanitario, dell’istruzione e delle infrastrutture. Il 6 luglio, infatti, i tre paesi hanno annunciato la creazione della “Confederazione degli Stati del Sahel”, evoluzione della precedente “Alleanza del Sahel” formalizzata a settembre.

A guidare la neonata Confederazione sarà il presidente “di transizione” del Mali, colonnello Assimi Goita, nominato presidente di turno dell’organizzazione con un mandato di un anno.

Riuniti a Niamey, capitale del Niger, i capi dei tre governi golpisti hanno formalizzato la creazione di una banca di investimento comune e di un fondo di stabilizzazione, già annunciati a novembre. Assimi Goita, Ibrahim Traoré (Burkina Faso) e Abdourahamane Tiani (Niger) hanno poi deciso di creare una “Forza Unificata del Sahel” per rafforzare la lotta contro i ribelli islamisti.

I tre paesi continuano ad approfondire la possibilità di abbandonare il Franco Cfa – legato alla valuta di Parigi – con l’intenzione di adottare una propria moneta comune. Infine, i capi delle tre giunte militari hanno incaricato i ministri competenti di elaborare urgentemente i protocolli per affrontare le implicazioni legate al ritiro dalla Cedeao, deciso a partire dal 2025.

La Cedeao in allarme
La creazione della “Confederazione del Sahel” ha ovviamente allarmato l’organismo regionale, che ha tenuto un vertice straordinario ad Abuja (Nigeria) il 7 luglio. Con la fuoriuscita di Mali, Niger e Burkina Faso, infatti, la Cedeao perderebbe più del 12% del Pil e il 16% della popolazione, oltre che tre paesi ricchi di risorse minerarie e strategici sul piano geopolitico.

In caso di ritiro, ha detto il presidente della commissione di coordinamento dell’organismo regionale in vita ormai da mezzo secolo, Omar Touray, i tre paesi del Sahel potrebbero perdere finanziamenti per più di 500 milioni di dollari. Per Touray la regione si trova di fronte al rischio di una disintegrazione della Cedeao che interromperebbe la libertà di movimento per i suoi 400 milioni di abitanti e peggiorerebbe la sicurezza.

Il rischio di una disintegrazione della Cedeao è stato paventato anche dal presidente del Senegal Bassirou Diomaye Faye, il quale ha però citato la necessità di liberare l’organismo «dagli stereotipi che la dipingono come un’organizzazione soggetta alle influenze di poteri esterni e distante dalle popolazioni». Faye ha anche criticato le sanzioni imposte dalla Cedeao ai tre paesi “ribelli” dopo i rispettivi colpi di stato – già alleggerite a febbraio – denunciando le conseguenze sulle rispettive popolazioni.

Il Burkina Faso accusa Costa d’Avorio e Benin di ospitare basi francesi segrete
Intanto nel suo ultimo discorso il capitano Ibraihim Traoré, al potere in Burkina Faso dal golpe del 30 settembre 2022 e che nel giugno scorso ha sventato un tentativo di ribellione da parte di alcuni reparti dell’esercito, ha alzato i toni nei confronti di Costa d’Avorio e Benin, accusati di essere strumenti dell’ingerenza di Parigi nella regione.

«Non abbiamo nulla contro il popolo ivoriano. Ma abbiamo qualcosa contro chi governa la Costa d’Avorio. Esiste infatti un centro operativo ad Abidjan per destabilizzare il nostro Paese» ha dichiarato il leader della giunta, che poi ha accusato il Benin di ospitare due installazioni militari francesi segrete, a suo dire utilizzate per addestrare terroristi da utilizzare con il Burkina Faso.

È la prima volta che Traoré accusa esplicitamente la Costa d’Avorio, paese ancora saldamente nell’orbita politica, economica e militare di Parigi.

Alle esternazioni di Traoré ha risposto il portavoce del governo del Benin che le ha definite «nauseante disinformazione che alimenta il risentimento delle popolazioni e minaccia la coesistenza pacifica». Il Benin ha un conflitto aperto anche con il Niger dopo che questo ha bloccato il trasporto di petrolio da un oleodotto cinese verso il porto di Cotonou, dove viene imbarcato sulle petroliere.

Traoré annuncia la nazionalizzazione delle risorse minerarie
Nel suo discorso, il capo della giunta del Burkina ha annunciato la volontà di rimanere al potere nei prossimi cinque anni, informando sull’approvazione di un disegno di legge a tutela delle risorse minerarie del paese attraverso un processo di nazionalizzazione dei giacimenti – soprattutto di oro – e il ritiro di numerosi permessi di estrazione finora concessi ad alcune multinazionali straniere.

A novembre la giunta militare burkinabé ha avviato la costruzione di una raffineria d’oro, mentre a gennaio ha inaugurato il primo impianto per la lavorazione dei residui minerari (principalmente carbone fino, scorie, concentrati acidi e ceneri), sottolineando la volontà di avere maggior controllo sul loro trattamento e di smettere di esportarli. La fabbrica, costruita nella zona industriale di Kossodo alla periferia di Ouagadougou, è di proprietà di una società privata locale, la Golden Hand, di cui lo stato controlla il 40%.

D’ora in poi gli unici attori stranieri che saranno autorizzati a sfruttare il settore minerario del paese, ha detto Traoré, saranno «i sinceri partner che accettano di sostenerci» nella lotta contro l’insorgenza jihadista, spesso legata ad Al Qaeda o a Daesh. Un implicito richiamo alle relazioni commerciali avviate con Mosca in cambio di un sostegno militare che però finora non ha sortito gli effetti sperati.
Lo scorso 11 giugno, ad esempio, un gruppo di combattenti islamisti ha attaccato la cittadina settentrionale di Mansila, uccidendo 107 soldati e prendendone in ostaggio altri 7.

Tasse per finanziare l’esercito
Per finanziare l’espansione delle forze armate e le operazioni dei cosiddetti “Volontari della Patria” (ausiliari civili dell’esercito) contro le milizie jihadiste e l’acquisto di attrezzature militari moderne, la giunta ha avviato un sistema specifico di misure fiscali.

Dal luglio del 2023 si applica una tassa del 5% sull’acquisto di servizi di telefonia che diventa del 10% per gli abbonamenti alle catene televisive private, mentre un’imposta dell’1% grava sulla cessione di terreni. Altre tasse sono state imposte su bevande alcoliche e tabacchi.

La giunta burkinabé criminalizza l’omosessualità
Recentemente, invece, la giunta militare burkinabé ha adottato la bozza di un nuovo codice sulla famiglia che criminalizza l’omosessualità. Finora il paese dell’Africa Occidentale era tra i 22 paesi del continente che consentiva le relazioni tra persone dello stesso sesso, punite invece con la morte o lunghe pene detentive in altri stati.

«D’ora in poi, l’omosessualità e le pratiche correlate saranno proibite e punibili dalla legge», ha affermato il ministro della Giustizia ad interim Edasso Rodrique Bayala. Affinché la legge entri in vigore, dovrà superare il voto parlamentare e poi essere promulgata da Traoré.

Da parte sua, invece, la giunta militare del Mali, al potere dal 2021, ha revocato nei giorni scorsi la sospensione dell’attività dei partiti politici che era stata varata ad aprile per “tutelare l’ordine pubblico”.

Al tempo stesso, però, la giunta golpista ha rinnegato la promessa di indire libere elezioni, rinviando il voto a tempo indeterminato per “motivi tecnici”. Le veementi proteste di molti partiti politici, che reclamavano il ritorno all’ordine costituzionale, avevano convinto i militari a bloccarne l’attività.

Fonte

18/09/2023

La lotta tra il campo patriottico e quello neocoloniale in Africa e la questione della democrazia

Mentre in Senegal, dopo la Repubblica Centrafricana, la seconda fase della liberazione nazionale ha assunto la forma di una lotta elettorale aperta tra il campo patriottico e quello neocoloniale, in Mali, Burkina Faso e Niger è l’esercito a condurre al potere l’opzione patriottica espressa dalla mobilitazione popolare contro la sanguinosa repressione delle potenze neocoloniali.

Questa polarizzazione segue l’emergere di una ribellione patriottica tra i giovani sia civili che militari, in particolare tra gli intellettuali, che inizialmente avevano creduto alle sirene della ri-globalizzazione liberale nata dalla sconfitta del campo socialista in Europa, che millantava l’illusione della “fine della storia”, dell’“effetto a cascata del successo individuale”, dell’“aiuto allo sviluppo” attraverso l’imprigionamento di Stati, nazioni e popoli nel sistema del debito e dei piani liberali di aggiustamento strutturale sotto la guida del FMI e della Banca Mondiale.

I diktat liberali sono stati accompagnati dall’imposizione del “pensiero unico” che sostiene la “democrazia pluralista ed elettorale” e persino “l’alternanza democratica” tra liberali, social-liberali e persino comunisti di sinistra riconvertiti al liberalismo.

Ma alla fine di questi esperimenti tutti si rendono conto che la “democrazia” è servita solo come copertura per l’arricchimento spudorato di una borghesia nazionale burocratica asservita alla Françafrique, all’Eurafrique e all’Usafrique.

Il neocolonialismo non ha prodotto solo parole inconsce come “quando finirà l’indipendenza?”, mentre la “democrazia” del saccheggio dei fondi pubblici produrrà parole come “la democrazia, non la mangiamo, abbiamo fame” e persino “quando finirà la democrazia?”

La realtà socio-economica era in contraddizione inconciliabile con l’ideologia e la politica degli imperialisti, a cui hanno fatto eco la borghesia burocratica e la cosiddetta intellighenzia, che hanno dichiarato che “l’Africa ha bisogno di istituzioni forti, non di uomini forti”, un’aberrazione terribile che nega la dialettica per cui sono gli esseri umani a elaborare e applicare le leggi e a gestire le istituzioni in qualsiasi società che abbia definito regole comuni per se stessa.

È quindi rassicurante che si torni a parlare della necessità di sovranità nazionale e di democrazia al servizio della liberazione nazionale e panafricana. Il legame tra sovranità, democrazia e sviluppo nazionale in una prospettiva panafricana si sta facendo strada tra i ranghi della gioventù patriottica civile e militare dell’Africa.

Per questo motivo è importante che queste nozioni vengano chiarite, in modo da spogliarle di tutte le trappole concettuali e pratiche escogitate dalla borghesia imperialista e dai suoi scagnozzi borghesi nelle nostre neocolonie.

Anche se le alleanze strategiche e/o tattiche sono spesso necessarie nella lotta per l’emancipazione sociale e nazionale, sovranità, democrazia, panafricanismo e internazionalismo non sfuggono alla dimensione della lotta di classe. Il contenuto di questi concetti non è lo stesso per la borghesia, i feudatari, la classe operaia o le classi lavoratrici.

Ecco perché stiamo rivisitando questi concetti attraverso le lotte attualmente in corso da parte dei lavoratori e dei popoli.

La “democrazia” non è il potere del popolo, ma quello delle classi sociali

Formata dall’egemonia ideologica imperialista della democrazia formale, la condanna a priori dei colpi di Stato in linea di principio è sistematica.

Il caso Sankara contraddice questa impostura, frutto dell’ingiunzione del capitalismo imperialista sacralizzata dall’ormai famoso detto di Winston Churchill: “La democrazia è il peggior sistema di governo, ad esclusione di tutti gli altri che sono stati sperimentati nella storia”.

La democrazia formale repubblicana o parlamentare è stata storicamente il fondamento ideologico del rovesciamento del feudalesimo nei Paesi in cui è nato il capitalismo. La rivoluzione borghese ha rovesciato la monarchia assoluta, che rappresentava politicamente il potere di classe della nobiltà e dell’aristocrazia terriera.

La sacralizzazione della “democrazia” con la formula che “la democrazia è un cattivo sistema, ma è il meno cattivo di tutti i sistemi” fa di un sistema multipartitico (in realtà spesso bipartitico), di giostre elettorali, di urne e di istituzioni borghesi repubblicane o monarchiche, presidenziali o parlamentari, soggette alle lobby dei miliardari, l’alfa e l’omega di una “democrazia pura” la cui caratteristica fondamentale è quella di essere separata dalla sua base economica e sociale.

Il processo consiste nel nascondere l’intrinseco legame pratico tra la sovrastruttura politico-ideologica e la realtà socio-economica.

È così che la democrazia, definita come “potere del popolo”, è stata usata impropriamente per camuffare, separando la sfera politica da quella economica della società, il controllo dello Stato da parte dei ricchi, dei capitalisti, degli imperialisti e della loro estensione neocoloniale, della borghesia burocratica associata alla borghesia “import-import”, cioè agli “operatori economici” locali improduttivi che sono appendici del commercio mondiale nelle semicolonie e nei Paesi dipendenti.

Il potere esecutivo, legislativo, giudiziario e mediatico, al di là delle elezioni per le quali il popolo è invitato a votare, si svolge attraverso un meccanismo in cui il denaro, attraverso il lobbismo, gioca il ruolo decisivo a vantaggio degli azionisti miliardari che detengono il capitale finanziario e industriale.

Quando questo sistema è in crisi e il suo inganno viene smascherato, la borghesia si spoglia del suo piumaggio democratico a favore del fascismo totalitario.

La borghesia burocratica detiene il potere politico nelle neocolonie. Utilizza il potere statale per perpetuare il dominio economico dell’imperialismo sull’economia nazionale e quindi per prolungare, sotto i colori della bandiera nazionale e delle istituzioni nazionali, l’oppressione economica imperialista che, attraverso l’estroflessione economica, rallenta e impedisce l’uscita dal sottosviluppo.

È per questo che Engels sintetizza che
“lo Stato… è piuttosto un prodotto della società in un determinato stadio del suo sviluppo; è l’ammissione che questa società è impigliata in una contraddizione insolubile con se stessa, essendosi divisa in opposizioni inconciliabili che è impotente a scongiurare.
Ma se gli antagonisti, le classi con interessi economici contrapposti, non vogliono consumare se stessi e la società in una lotta sterile, sorge la necessità di un potere che, apparentemente posto al di sopra della società, deve smorzare il conflitto, mantenerlo entro i limiti dell’“ordine”; e questo potere, nato dalla società, ma posto al di sopra di essa e che le diventa sempre più estraneo, è lo Stato” (da “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”).
È importante, quindi, ritornare all’approccio di classe a questo concetto di “democrazia”, spogliandolo dell’ampio inganno di cui Nina Andreeva, la prima oppositrice comunista sovietica della Perestrojka e della Glasnost, ha parlato come segue:
“L’esacerbazione della coscienza della lotta di classe fino al riconoscimento della dittatura del proletariato era stata considerata da Lenin una delle conquiste fondamentali di Marx ed Engels. Stalin non fece che confermare e mantenere questa posizione.

È proprio questa parte dell’insegnamento marxista-leninista che è stata sempre più attaccata da politici e ideologi borghesi e che alla fine è quasi scomparsa dal programma di tutta una serie di partiti comunisti.

Non è una questione terminologica, ma di contenuto, il contenuto di questo concetto. Ogni Stato è una dittatura, la dittatura di una classe o di un’altra. Una classe che esercita il potere economico.

Tuttavia, non dobbiamo confondere il contenuto del potere – cioè nell’interesse di chi il potere di classe viene applicato e difeso – con la forma, i mezzi e il regime di esecuzione di tale potere. Il fascismo è quindi una forma terroristica di dittatura borghese. Il fascismo nasce quando il capitale è costretto ad abbandonare le forme democratiche di governo a favore di un regime di sottomissione diretta e brutale dei lavoratori.

La dittatura del proletariato è garantita dalla classe dei lavoratori e dai loro alleati. La dittatura del proletariato può manifestarsi in forme di potere estremamente diverse. I lavoratori vogliono che questo metodo di attuazione del loro potere sia democratico. Tuttavia, come la storia ha dimostrato, questa possibilità non dipende sempre dai lavoratori stessi. L’opposizione alla borghesia può richiedere forme di potere molto più brutali. La rivoluzione deve essere in grado di difendersi per sopravvivere.

Gli ideologi e gli opportunisti borghesi confondono deliberatamente il contenuto della dittatura del proletariato, come sostanza di classe del potere statale proletario, con i metodi e le forme della sua applicazione. Questo per identificare socialismo e fascismo in modo da disorientare i lavoratori. I socialdemocratici e l’“eurocomunismo” hanno intrapreso questa strada. La cosa spiacevole è che alcuni comunisti non la vedono nemmeno come una trappola.

Tuttavia, non dobbiamo opporre dittatura e democrazia in termini di contenuto del potere. La dittatura e la democrazia si possono opporre solo dal punto di vista della forma, dei mezzi, delle modalità di attuazione del potere da parte di una classe o dell’altra. Questa è la sostanza dell’opposizione tra dittatura e democrazia.

Il leitmotiv degli opportunisti di Gorbaciov nel PCUS era la pace civile nel momento in cui la controrivoluzione attaccava le vittorie del socialismo nel Paese.

L’esperienza degli ultimi tre o quattro decenni di storia dell’URSS ha dimostrato che il principale nemico della gestione stalinista, l’opportunismo, porta inevitabilmente all’aperta restaurazione del capitalismo. L’isteria antistalinista ha fatto da schermo al rafforzamento della campagna antileninista e anticomunista” (dalla Conferenza stampa del 2 maggio 1992 a Bruxelles, pubblicata sul quotidiano belga Solidaire n. 823 del 27 maggio 1992).
Le principali tappe delle lotte dei popoli africani per la democrazia

Le lotte dei popoli africani per l’indipendenza nazionale hanno assunto varie forme: lotte armate (Algeria, Angola, Mozambico, Guinea Bissau, Zimbabwe, Sudafrica, Sahara, ecc.), lotte politiche (Guinea Conakry, Ghana, Mali, RDC, ecc.).

In molti Paesi, la decolonizzazione ha assunto molto rapidamente la forma di un accordo concertato chiamato “accordi di cooperazione” per organizzare la transizione da colonie a neocolonie (Senegal, Costa d’Avorio, Marocco, Tunisia, Benin, Togo, ecc.).

In altri Paesi, gli imperialisti hanno assassinato i leader e massacrato i popoli in rivolta per imporre l’indipendenza neocoloniale (Madagascar, Camerun, ecc.). I tentativi post-indipendenza di svincolarsi dagli “accordi di cooperazione” sono stati bloccati da colpi di Stato che hanno riportato questi Paesi al “cortile di casa” franco-africano (Togo, Gabon, Benin, Congo, Mali, Niger, Ciad, Repubblica Centrafricana, Comore, ecc.).

Le “conferenze nazionali” degli anni ‘90 hanno ristrutturato la dominazione franco-africana per frenare e recuperare le rivolte popolari, nonostante gli innegabili guadagni in termini di progresso democratico. L’Africa del franco coloniale CFA è stata così integrata nella dissoluzione monetaria delle monete nazionali europee nell’euro, una tappa della graduale evoluzione della Françafrique verso l’Eurafrique.

L’epoca nota come “vento orientale di democratizzazione” è stata segnata dalla svalutazione del franco CFA dopo oltre un decennio di imposizione di piani liberali di aggiustamento strutturale per ripagare l’iniquo debito.

La svalutazione ha aperto la strada alla privatizzazione e alla svendita di settori economici strategici (acqua, elettricità, telecomunicazioni, porti, ferrovie, aeroporti, miniere, terreni, ecc.) precedentemente detenuti dagli Stati africani per ripagare, in base ai leonini “accordi di cooperazione”, la potenza coloniale di un presunto “debito” coloniale per la costruzione di infrastrutture durante l’era coloniale.

Questo processo di spoliazione è identico al risarcimento pagato agli schiavisti al momento dell’abolizione della tratta degli schiavi e della schiavitù nera nel XIX secolo.

Quest’epoca di democrazia multipartitica è succeduta all’epoca dei colpi di Stato civili e militari neocoloniali e delle dittature civili neocoloniali (Senegal, Costa d’Avorio) e militari in altre parti del mondo negli anni ‘60/’70/’80, segnati dall’insediamento ovunque del potere di partiti filoimperialisti singoli o unificati di destra o di “sinistra” socialista.

Imbrigliata da politiche economiche liberali neocoloniali, la “democratizzazione” africana degli anni ‘90 si è impantanata in un’esplosione esponenziale di corruzione che ha travolto liberali, social-liberali e persino la sinistra rivoluzionaria storica, o addirittura i comunisti, nella palude del nepotismo, della cattiva gestione e dell’arricchimento illecito.

La sfera della borghesia burocratica si è così estesa alla maggior parte della classe politica. Fare “politica”, diventare ministro, è diventata la via più breve per diventare miliardario nelle neocolonie, dove la maggior parte dell’attività economica è divisa tra il settore formale, detenuto principalmente dalle imprese imperialiste, e il settore informale, dove lottano gli imprenditori nazionali.

Tutti questi sviluppi predatori in Africa riflettono a livello locale l’aggravarsi della crisi sistemica di sovrapproduzione e sovraccumulazione del capitale globalizzato, che genererà una resistenza sociale all’interno dei Paesi imperialisti e una resistenza nazionale nei Paesi dominati.

I Paesi sopravvissuti nel campo socialista, come la Cina Popolare, il Vietnam, la Corea del Nord e Cuba socialista, saranno in prima linea nella resistenza al diktat del pensiero unico liberale, sviluppando un’alternativa socio-economica e politica che ha reso la Cina Popolare la prima economia mondiale, il Vietnam una potenza in divenire, la Corea del Nord una potenza nucleare difensiva e Cuba una potenza medica internazionalista.

Anche altri Paesi capitalisti come l’India, il Brasile e la Russia stanno combinando protezionismo e liberismo economico per crescere di potere.

L’imperialismo occidentale negli Stati Uniti e nell’Unione Europea si imbarcherà in un nuovo ciclo di guerre volte a controllare le fonti di materie prime in tutto il mondo per contrastare i Paesi emergenti, che stanno concentrando sempre più la maggior parte della produzione mondiale di beni e servizi.

Questo è il motivo per cui gli imperialisti (NATO/USA/UE) hanno lanciato la famosa “guerra al terrorismo”.

Non appena la strategia imperialista della “guerra al terrorismo” è stata estesa all’Africa, in concomitanza con la “crisi migratoria”, la rivolta dei giovani in cerca di una vita migliore in patria è divenuta una realtà forte.

Il sottosviluppo imposto costringe i figli dell’Africa a seguire il percorso delle materie prime per fuggire dalla miseria verso il chimerico “El Dorado” europeo o americano, dove vengono maltrattati come “schiavi senza documenti” che alimentano l’economia sommersa capitalista dei Paesi imperialisti.

L’equazione si riduce quindi a scegliere la morte nell’attraversare il deserto o il mare, o i maltrattamenti razzisti all’arrivo negli Stati Uniti o in Europa, oppure rimanere a casa e lottare per cambiare il Paese e conquistare una vita migliore.

In tutta l’Africa, i giovani sono sempre più inoculati contro le illusioni della “globalizzazione liberale per tutti”, di “un mondo che è diventato un villaggio globale per tutti”, della “globalizzazione dell’arricchimento individuale che si riversa sulla collettività”, del “fare della globalizzazione un’opportunità per tutti e per ogni Paese”, sta gradualmente scoprendo la realtà dello sfruttamento di classe e dell’oppressione dei popoli e sta cercando di rinnovare la lotta patriottica collettiva contro l’egemonia secolare dell’imperialismo NATO/USA/UE.

A seconda dei Paesi, le lotte popolari assumono la forma di un colpo di Stato patriottico come culmine temporaneo e provvisorio della mobilitazione popolare, come in Mali, Burkina Faso e Niger, oppure assumono la forma della conquista del potere attraverso le urne, come nella Repubblica Centrafricana o come sta per accadere in Senegal e altrove.

Questi colpi di Stato, come l’ascesa al potere di Sankara, non sono in alcun modo paragonabili ai putsch franco-africani degli anni ‘60 e ‘70.

L’attuale ingerenza militarista nella scena politica è il risultato del crescente bisogno di sicurezza di fronte al terrorismo jihadista, della crescente consapevolezza del doppio gioco della cosiddetta “lotta al terrorismo” dell’imperialismo, delle rivolte popolari fallite e selvaggiamente represse e del discredito della classe politica civile altamente corrotta.

Questi fattori oggettivi stanno favorendo una crescente consapevolezza tra i giovani e l’esercito – che è in prima linea contro il “terrorismo jihadista” – della necessità di sovranità nazionale, del panafricanismo patriottico e dell’opportunità di capitalizzare il graduale avvento di un mondo multipolare guidato dall’opposizione delle potenze in ascesa alla secolare egemonia dell’imperialismo occidentale.

Questi fattori stanno politicizzando non solo i giovani ma anche gli eserciti nazionali, come diceva giustamente Sankara: “Un soldato senza formazione politica è un potenziale criminale”.

I colpi di Stato di oggi in Mali, Burkina Faso e Niger hanno quindi un significato politico diverso dai colpi di Stato franco-africani degli anni ‘60 e ‘70 e dal colpo di Stato in Mali del 1991, recuperato e integrato nella strategia di “democratizzazione multipartitica delle conferenze nazionali” lanciata dal vertice franco-africano di La Baule presieduto dal socialista Mitterrand.

La democratizzazione multipartitica è una conquista delle lotte popolari, ma è stata dirottata dall’integrazione della classe politica, di destra e di sinistra, nella globalizzazione dell’unica mentalità liberale, che proclama a parole libertà individuali e collettive escludendo nella pratica la maggioranza povera della popolazione.

Questa è la democrazia dell’inganno, in cui i poveri, i lavoratori e il popolo sono invitati a votare per l’uomo o la donna che governerà al servizio dei profitti dei ricchi.

Mentre nei Paesi imperialisti il potere è direttamente o indirettamente al servizio dei grandi azionisti borghesi, nelle neocolonie le cariche ministeriali o a capo dell’alta amministrazione sono la strada maestra per l’arricchimento illecito della borghesia burocratica, che è anche il mezzo con cui il “politico” riempie il suo portafoglio di poveri elettori per le elezioni.

Le elezioni possono essere “una trappola per cretini”, come dicono i nostri cugini politici anarchici, ma sono anche un momento in cui noi comunisti possiamo misurare il grado di coscienza delle classi lavoratrici.

È quindi un criterio importante, ma non sufficiente per elogiare la democrazia borghese al capolinea. Lo stesso vale per il sistema multipartitico e per il monopolio dei miliardari sulla stampa d’opinione.

La democrazia è di per sé una dittatura di classe, che può assumere forme democratiche o fasciste (e quindi terroristiche). La forma, il metodo di attuazione, le istituzioni, le leggi sono determinate dall’equilibrio di potere tra le classi sociali di un Paese, di una nazione.

Colpi di Stato, democrazia multipartitica e sovranità nazionale

Questi colpi di Stato avvengono in un contesto in cui ci sono due questioni immediate da risolvere se vogliamo iniziare a prevedere la liberazione nazionale africana: liberarsi dell’occupazione militare da parte dell’imperialismo francese, africano, euro-africano e statunitense-africano, un’occupazione che avevamo previsto in un articolo del 2010 dal titolo “Ostaggi, Areva, Total, Africom: la posta in gioco nascosta dell’occupazione militare del Sahel”, e sconfiggere l’aggressione jihadista-terroristica fomentata dalla distruzione dello Stato nazionale libico da parte dell’imperialismo.

Ecco cosa scrivevamo all’epoca:
“Sempre più ostaggi vengono presi nel Sahel. Dopo la liberazione di P. Camatte in cambio di denaro, Michel Germaneau è stato ucciso in seguito a un attacco militare franco-mauritano in territorio maliano in condizioni ancora poco chiare secondo i giornali africani (Algeria, Mali, ecc.). Altri sette sono stati rapiti in Niger.

Ogni rapimento è stato l’occasione per aumentare la presenza militare francese, che ora è supportata da truppe d’élite e dalla tecnologia di sorveglianza spaziale statunitense. Viene da chiedersi se, persa la battaglia di Algeri, i terroristi islamico-fascisti armati che hanno insanguinato l’Algeria negli anni ‘90, questi ‘combattenti per la libertà’ finanziati, armati e addestrati dagli USA contro l’Afghanistan laico e progressista sostenuto dall’URSS, non si siano ritirati nei Paesi del Sahel?

Ma la presa in ostaggio ad Arlit in Niger dei dipendenti del monopolio capitalista franco-africano AREVA non ha forse sollevato un angolo di velo sul ventre nascosto della stampa borghese imperialista?”.
Altre tappe da conquistare devono combinare questi compiti immediati e urgenti del momento o farli susseguire a seconda dell’evoluzione dei rapporti di forza a livello nazionale, africano e internazionale tra il campo patriottico e quello neocoloniale: la sovranità monetaria, di bilancio, diplomatica, militare e di sicurezza sulle ricchezze nazionali e la ricostruzione di una democrazia elettiva che rispetti realmente sia la separazione dei poteri, sia il ruolo regolatore e sanzionatorio degli organi di controllo dello Stato, sia la democrazia popolare partecipativa.

Contro la dipendenza secolare che è stata inflitta alla nostra amata terra d’Africa, non dovremmo definire il rispetto della sovranità nazionale costituzionale come uno dei criteri democratici per il riconoscimento dei partiti politici?

Questo criterio si ritrova, ad esempio, nella Cina popolare, nel Vietnam socialista e nella Cuba socialista, che legalizzano solo i partiti o i movimenti che hanno partecipato alla liberazione nazionale e non i partiti apolidi filo-imperialisti. Questi partiti apolidi sono formalmente vietati.

Dobbiamo davvero porre fine al totalitarismo ideologico del preteso “universalismo” del cosiddetto ‘modello democratico’ nato dagli esperimenti rivoluzionari antifeudali in Europa che hanno dato origine alla repubblica borghese e alla monarchia parlamentare, o alla repubblica nordamericana – indipendente ma schiavista – che il feudalesimo ha lasciato in eredità al capitalismo nascente.

L’antitesi storica democratica dell’esperienza statunitense è la rivoluzione di Haiti, con la sua indipendenza e l’abolizione della tratta degli schiavi e della schiavitù nera.

Nonostante le conquiste democratiche del movimento antirazzista per i diritti civili contro l’apartheid statunitense, “la più grande democrazia” che si suppone essere gli Stati Uniti porta ancora le cicatrici di un razzismo endemico, come si può vedere dal macabro conteggio delle persone di colore uccise e dal fatto che i neri costituiscono il 90% della popolazione carceraria degli USA (13% della popolazione).

Inoltre, c’è un lavoro di decolonizzazione mentale da fare sulla nozione, sul concetto di democrazia e sulla sua operatività in evoluzione, integrando i valori positivi ante-coloniali o pre-coloniali della democratizzazione africana, come quello di Thierno Souleymane Baal nel 1776 e la Carta di Mandé nel XIII secolo.

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26/10/2020

La miccia del Karabakh e la polveriera del Caucaso

Il conflitto che nel Caucaso meridionale si protrae da trent’anni vedendo contrapposti Armenia ed Azerbaigian è entrato in nuova fase attiva nelle ultime settimane. La crisi odierna che riguarda il Nagorno-Karabakh è la più grave dal 1993-94, e in relazione al contesto regionale rischia di aggravarsi ulteriormente.

Quella del Nagorno-Karabakh è una delle tante guerre innescate dal crollo dell’Unione Sovietica e dalla sua onda lunga. Tra le ragioni che hanno prodotto questa nuova crisi ci sono sia elementi geopolitici sia identitari. Venendo meno il multiculturalismo di cui l’Unione Sovietica si faceva giocoforza garante, le tendenze all’esasperazione identitaria ‒ nazionalista o religiosa ‒ hanno avuto la meglio sulla convivenza pacifica tra culture diverse.

Oggi l’Artsakh è una sorta di protettorato armeno de facto indipendente dal 1992, privo di riconoscimento internazionale e rivendicato dall’Azerbaigian. Si trova in territorio quasi del tutto montuoso, con una superficie pari grossomodo a quella dell’Abruzzo, abitato da circa 150 mila persone, in larga maggioranza armeni. Gli azeri, sostenendo le proprie rivendicazioni a partire dall’appartenenza della Repubblica Autonoma del Nagorno-Karabakh alla ex Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaigian, denunciano che negli ultimi decenni molte famiglie azere siano state allontanate dall’Artsakh. Gli armeni, dal canto loro, sostengono che la cessione dell’Artsakh all’Azerbaigian favorirebbe le strategie panturche conducendo l’Armenia ad un nuovo Medz Yeghern (l’espressione con cui gli armeni si riferiscono al genocidio del 1915-16).

Il conflitto tra Armenia ed Azerbaigian si è riacceso a neppure ventiquattro ore dalla conclusione delle esercitazioni “Kavkaz 2020” ‒ svoltesi nella porzione meridionale della Federazione Russa compresa tra il Mar Nero, il Caucaso del Nord ed il Mar Caspio e condotte congiuntamente dalle forze armate russe, cinesi, bielorusse, iraniane, armene, pakistane e birmane: ben 80 mila gli uomini complessivamente impiegati. Negli ultimi mesi la Turchia ha consegnato all’Azerbaigian droni, missili ed altro armamento oltre ad aver organizzato esercitazioni congiunte tra proprie forze armate e quelle di Baku. Circa 1000 miliziani della “divisione Hamza” sarebbero stati trasferiti dalla Siria all’Azerbaigian con il sostegno turco. Questi ultimi, secondo l’ambasciatore armeno a Mosca Vardan Toganian, sarebbero addirittura 4 mila.

L’arrivo – ormai accertato – dei miliziani d’ispirazione jihadista rappresenta una questione assai seria. La loro presenza tra le file azere potrebbe rivelarsi un problema per la stabilità dello stesso Azerbaigian, che come la Federazione Russa a partire dagli anni Novanta si è trovato a dover fare i conti con il fenomeno della radicalizzazione islamica. Ad aggravare il quadro, c’è il confine settentrionale con il Daghestan, la turbolenta regione autonoma della Federazione Russa che rimane tutt’oggi una delle regioni della galassia postsovietica più interessate dalla violenza di ispirazione jihadista.

L’oltranzismo della Turchia, principale sostenitrice di Baku, sembra addirittura più intransigente di quello azero e nient’affatto propenso al compromesso. L’Armenia, verso Oriente, rappresenta uno dei principali ostacoli ai progetti sulla scorta dei quali si muovono le strategie di Ankara. Al di là delle responsabilità militari di entrambe le parti, l’Armenia si trova in una condizione di oggettivo svantaggio. Con un terzo degli abitanti dell’Azerbaigian – circa 3 milioni contro circa 10 milioni – l’Armenia ha un’economia che vale grossomodo un quarto di quella azera – con un PIL da circa 12 miliardi di dollari contro un PIL da 46 miliardi di dollari.

Il neottomanesimo ed il panturchismo che connotano la politica di Erdoğan sembrano da leggersi in stretta correlazione con la fase di crisi strategica con cui gli Stati Uniti si trovano a dover fare i conti, soprattutto nel Vicino Oriente. Certamente negli ultimi anni i contrasti tra Ankara e Washington non sono mancati: tuttavia, dal Mediterraneo orientale allo Xinjiang, così come dal Corno d’Africa al Caucaso, le proiezioni di Ankara appaiono complementari alla strategia di contenimento antirussa e anticinese promossa dagli Stati Uniti.

Ad apparire verosimile è il nesso tra le nuove tensioni del Caucaso e la strategia di Ankara verso Oriente ‒ “Asia Anew” ‒ presentata lo scorso dicembre dal ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu. Lo stesso Çavuşoğlu, alcune settimane fa aveva addirittura ventilato la possibilità di un intervento diretto di Ankara in sostegno alle truppe di Baku.

Il significato delle recenti dichiarazioni del segretario di Stato Mike Pompeo in favore di Erevan si può rintracciare nell’intento da parte dell’amministrazione Trump di non mettersi contro la comunità armena presente negli Stati Uniti, specie all’alba della tornata elettorale. Nel disegno strategico di Washington il fattore turco si pone come un elemento di controllo indiretto ‒ sul Mediterraneo, sull’Heartland e sul Rimland ‒ e di pressione sui rivali di Pechino e di Mosca.

Il primo cessate il fuoco, mediato dal ministro degli Esteri della Federazione Russa e sottoscritto dai suoi omologhi di Armenia ed Azerbaigian, non ha retto. A distanza di una settimana dall’entrata in vigore del primo, ne è stato sottoscritto un nuovo mediato dal Gruppo di Minsk, la cui tenuta è stata risibile, con reciproci scambi di accuse tra le parti. Dopo di questo, è stato sottoscritto un terzo accordo per il cessate il fuoco, mediato e sostenuto dagli Stati Uniti ed entrato in vigore dalla mattina del 26 ottobre.

Per Mosca la necessità di mantenere una sostanziale equidistanza tra Baku ed Erevan è più complicata che negli scorsi decenni. E non solo per il cordone ombelicale che lega l’Armenia alla Federazione Russa o per la presenza stabile di migliaia di militari russi in territorio armeno.

Nel nuovo Grande gioco per l’egemonia sul Caucaso e sull’Asia Centrale pesano il ruolo degli attori regionali – come la Turchia – così quello delle altre crisi postsovietiche – Bielorussia, Ucraina e Kirghizistan – che Mosca si trova a dover fronteggiare simultaneamente.

Mancando i presupposti concreti per una soluzione politica, la risoluzione del conflitto del Karabakh resta lontana. Mentre sul fronte del Karabakh si continuano a registrare combattimenti si attende un nuovo vertice moscovita tra il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e quello azero Ilham Aliyev, a cui starebbe lavorando la diplomazia del Cremlino.

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