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14/12/2025

Benin - Il golpe sventato grazie all’intervento della Francia e dell’Ecowas

Sembra essere tornata la calma in Benin dopo il tentato colpo di Stato di domenica scorsa, 7 dicembre, che per alcune ore aveva fatto temere un’altra presa del potere da parte di una giunta militare, dopo quelle avvenute con successo nei vicini Mali, Guinea, Burkina Faso e Niger.

Contrariamente a quanto era avvenuto nei precedenti golpe in altri paesi del Sahel, decisivo è stato in questo caso l’intervento della “Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale” (Cedeao in francese, Ecowas in inglese), il blocco regionale sostenuto dalla Francia che si è mosso immediatamente per impedire il successo del putsch, organizzato formalmente per liberare il paese dalla “dittatura” del presidente Patrice Talon.

Da quando è stato eletto nel 2016, il leader sostenuto dalla Francia ha accentuato gradualmente il proprio autoritarismo senza riuscire a garantire la sicurezza delle regioni del nord minacciate dalla violenza dei gruppi jihadisti. Recentemente il governo ha escluso dalle prossime elezioni presidenziali, previste nel 2026, il principale partito di opposizione, e il potere dovrebbe passare da Talon al suo attuale ministro delle finanze Romuald Wadagni.

A guidare la risposta regionale al tentativo di golpe è stata la Nigeria, la cui presidenza ha confermato l’invio in Benin di alcuni caccia per prendere il controllo dello spazio aereo del paese. Gli aerei da guerra nigeriani hanno anche compiuto alcuni bombardamenti, distruggendo alcuni veicoli blindati schierati nelle strade dai golpisti.

Abuja ha inoltre fatto sapere di aver inviato anche truppe di terra a supporto delle forze armate del Benin rimaste fedeli al presidente.

Il rapido intervento militare della Nigeria può essere letto come un segnale inviato a Washington sull’efficienza e sulla capacità delle proprie forze armate di operare a livello regionale, dopo che nelle scorse settimane il presidente americano aveva duramente attaccato il governo del paese, accusato di non fare nulla per impedire “il massacro dei cristiani” da parte dei gruppi jihadisti.

In Benin sono giunti anche altri militari appartenenti alla cosiddetta “forza di riserva” della “Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale” provenienti da Sierra Leone, Costa d’Avorio e Ghana per “sostenere il governo e l’esercito repubblicano del Benin nel preservare l’ordine costituzionale e l’integrità territoriale”.

Già prima dell’arrivo a Cotonou delle truppe dell’ECOWAS, comunque, alcuni reparti dell’esercito fedeli al governo hanno attaccato la base militare di Togbin dove erano riuniti i soldati ribelli. Secondo quanto riportato in un comunicato ufficiale, durante l’incursione è stata uccisa la moglie di Bertin Bada, capo di Stato maggiore di Talon, mentre il generale è riuscito a fuggire. Non si avrebbero notizie neanche del capo dei golpisti, Tigri Pascal leader del “Comitato per la rifondazione militare” che sarebbe riuscito a far perdere le proprie tracce.

L’intervento militare del blocco regionale vicino alla Francia ha ovviamente irritato i Paesi membri della “Confederazione degli Stati del Sahel” (Aes), vale a dire Burkina Faso, Mali e Niger, i quali hanno denunciato la violazione del proprio spazio aereo dopo che un velivolo militare nigeriano è atterrato in Burkina Faso.

In una dichiarazione congiunta trasmessa sui canali televisivi dei tre Paesi, la Confederazione – un’alleanza strategica fondata nel 2023 dalle rispettive giunte militari che hanno espulso le truppe francesi e statunitensi e si sono avvicinate a Mosca – ha fatto sapere che “un aereo di tipo C-130 appartenente all’Aeronautica militare della Repubblica federale della Nigeria è stato costretto ad atterrare a Bobo-Dioulasso, in Burkina Faso, a seguito di una situazione di emergenza”. Un’indagine “ha rivelato che questo aereo militare non era autorizzato a sorvolare il Burkina Faso”, si legge nella dichiarazione, letta dal ministro della Sicurezza e della Protezione civile del Mali, Daoud Aly Mohammedine, che ha “condannato con la massima fermezza questa violazione del suo spazio aereo e della sovranità dei suoi Stati membri” ed ha annunciato la messa in stato di allerta delle difese aeree e antiaeree dello spazio aereo della Confederazione.

Con il passare dei giorni è apparso chiaro che il tentativo di golpe è stato sventato grazie all’intervento diretto da parte della Francia, sponsor principale del presidente Talon e preoccupata per le conseguenze che la sua rimozione dal potere avrebbe potuto avere su ciò che resta della sua influenza nella regione del Sahel.

L’intervento della Cedeao, come ha confermato l’Eliseo, ha ottenuto il sostegno logistico di Parigi, che ha fornito supporto “in termini di sorveglianza, osservazione e logistica” alle forze armate del Benin.

Secondo alcuni media un aereo specializzato in operazioni di intelligence, immatricolato in Francia, ha a lungo sorvolato Cotonou – sede del governo del Benin – per varie ore proprio nel corso del tentato golpe.

Francia e Benin sono legati da accordi di cooperazione militare sin dal 1977. Dopo l’aggravarsi della minaccia jihadista nella regione questa collaborazione si è rafforzata. Con la fine dell’operazione Barkhane in Mali e la perdita delle basi militari in tutti i paesi dell’Alleanza degli stati del Sahel la Francia ha ulteriormente rafforzato i suoi legami con il Benin, anche se formalmente nel paese non può contare sulla presenza di una base militare a disposizione delle proprie truppe.

La presenza militare francese in Benin – che ufficialmente non può contare sulla disponibilità di una vera e propria base – è peraltro finita in passato nel mirino delle giunte golpiste del Sahel, e in particolare di quella del vicino Niger, che nel dicembre 2023 ha accusato le autorità beninesi – d’intesa con Parigi – di addestrare terroristi sul loro territorio, circostanza negata dal governo di Cotonou.

Il Benin è rimasto ormai uno degli ultimi alleati della Francia nel Sahel, e un suo eventuale scivolamento nell’orbita russa significherebbe per Parigi una battuta d’arresto decisiva in una regione in cui l’influenza francese è stata negli ultimi anni fortemente ridimensionata.

Nel continente africano Parigi mantiene una presenta militare fissa in soli cinque paesi: Ciad, Senegal, Costa d’Avorio, Gabon e Gibuti.

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25/01/2025

L’Alleanza degli Stati del Sahel annuncia una forza militare congiunta

È passato oltre un anno dalla formazione della Alleanza degli Stati del Sahel (AES, secondo l’acronimo in francese), e oltre ad aver segnato una netta cesura con il passato coloniale, i governi di Mali, Niger e Burkina Faso ora hanno deciso di fare un passo ulteriore rispetto alla cooperazione militare.

Già lo scorso settembre, infatti, in occasione del primo anniversario dell’alleanza, il presidente maliano Assimi Goita aveva annunciato varie iniziative di collaborazione tra i tre paesi: un passaporto biometrico e una stazione televisiva condivisa, e appunto un’unità militare comune.

Salifou Mody, ministro della Difesa del Niger, ha dichiarato che “la forza unificata AES è quasi pronta, contando 5 mila persone”. Tale forza potrà contare anche sull’appoggio aereo e dell’intelligence dei tre alleati.

Il primo obiettivo è quello di arginare il terrorismo delle organizzazioni jihadiste di quell’area, che hanno legami con Al Qaeda e l’Isis. Ma gli equilibri della regione si intersecano con dinamiche più ampie, globali, ce lo ricorda il coinvolgimento di Kiev in alcuni scontri avvenuti in Mali durante la scorsa estate.

Non c’è un’alleanza organica tra Mosca e le giunte militari del Sahel, ma certamente gli interessi di questi paesi convergono nella comune ostilità verso l’imperialismo euroatlantico. E dunque il braccio di ferro tra la NATO e il mondo multipolare coinvolge in parte anche la fascia africana sotto al Sahara.

Inoltre, il prossimo 29 gennaio Mali, Niger e Burkina Faso usciranno definitivamente dall’Ecowas, cioè la Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale, accusata di essere sostanzialmente sottomessa agli interessi degli ex padroni coloniali. Ma che, almeno, ha deciso di non rispondere ai desideri di Parigi, che voleva un intervento militare contro Niamey.

I legami tra i paesi dell’Africa occidentale sono infatti tanti e fondamentali per la vita e l’economia di tutti gli attori regionali. Non a caso, oltre un mese fa una dichiarazione del Collegio dei capi di Stato dell’AES ha confermato che i cittadini dei paesi dell’Ecowas potranno entrare nei tre paesi del Sahel senza visto.

“I cittadini dell’Ecowas – si legge in un comunicato di Goita – hanno il diritto di entrare, circolare, risiedere, stabilirsi e uscire dal territorio degli Stati membri della Confederazione degli Stati del Sahel”, e lo stesso sarà per i mezzi immatricolati in quei paesi.

Di certo tutto ciò mostra la consapevolezza da parte dei vertici dell’AES del proprio ruolo e dei pericolo che corre la loro esperienza, ma anche l’importanza dei legami da mantenere nella regione. Forse per questo l’Ecowas spera che Mali, Niger e Burkina Faso tornino nel suo alveo, e per questo hanno dato ai tre paesi una proroga fino al 29 luglio per la decisione finale.

Ma non sembra proprio che siano disposti a fare passi indietro.

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17/07/2024

Africa. L’Alleanza del Sahel diventa Confederazione e sfida la Cedeao

Si consolida l’alleanza tra le giunte militari al potere in Mali, Niger e Burkina Faso, intenzionate a “federarsi” creando un blocco alternativo alla Comunità economica dei Paesi dell’Africa sub-sahariana (Cedeao o Ecowas), organismo regionale accusato di essere uno strumento delle ex potenze coloniali occidentali, in particolare della Francia.

L’Alleanza del Sahel diventa Confederazione
Dopo l’avvio di una stretta collaborazione militare che ha portato all’espulsione della maggior parte delle truppe occidentali presenti nel Sahel e all’avvio di una strategia comune contro l’insorgenza jihadista, i tre paesi ora accelerano anche sulla cooperazione sul fronte economico, sanitario, dell’istruzione e delle infrastrutture. Il 6 luglio, infatti, i tre paesi hanno annunciato la creazione della “Confederazione degli Stati del Sahel”, evoluzione della precedente “Alleanza del Sahel” formalizzata a settembre.

A guidare la neonata Confederazione sarà il presidente “di transizione” del Mali, colonnello Assimi Goita, nominato presidente di turno dell’organizzazione con un mandato di un anno.

Riuniti a Niamey, capitale del Niger, i capi dei tre governi golpisti hanno formalizzato la creazione di una banca di investimento comune e di un fondo di stabilizzazione, già annunciati a novembre. Assimi Goita, Ibrahim Traoré (Burkina Faso) e Abdourahamane Tiani (Niger) hanno poi deciso di creare una “Forza Unificata del Sahel” per rafforzare la lotta contro i ribelli islamisti.

I tre paesi continuano ad approfondire la possibilità di abbandonare il Franco Cfa – legato alla valuta di Parigi – con l’intenzione di adottare una propria moneta comune. Infine, i capi delle tre giunte militari hanno incaricato i ministri competenti di elaborare urgentemente i protocolli per affrontare le implicazioni legate al ritiro dalla Cedeao, deciso a partire dal 2025.

La Cedeao in allarme
La creazione della “Confederazione del Sahel” ha ovviamente allarmato l’organismo regionale, che ha tenuto un vertice straordinario ad Abuja (Nigeria) il 7 luglio. Con la fuoriuscita di Mali, Niger e Burkina Faso, infatti, la Cedeao perderebbe più del 12% del Pil e il 16% della popolazione, oltre che tre paesi ricchi di risorse minerarie e strategici sul piano geopolitico.

In caso di ritiro, ha detto il presidente della commissione di coordinamento dell’organismo regionale in vita ormai da mezzo secolo, Omar Touray, i tre paesi del Sahel potrebbero perdere finanziamenti per più di 500 milioni di dollari. Per Touray la regione si trova di fronte al rischio di una disintegrazione della Cedeao che interromperebbe la libertà di movimento per i suoi 400 milioni di abitanti e peggiorerebbe la sicurezza.

Il rischio di una disintegrazione della Cedeao è stato paventato anche dal presidente del Senegal Bassirou Diomaye Faye, il quale ha però citato la necessità di liberare l’organismo «dagli stereotipi che la dipingono come un’organizzazione soggetta alle influenze di poteri esterni e distante dalle popolazioni». Faye ha anche criticato le sanzioni imposte dalla Cedeao ai tre paesi “ribelli” dopo i rispettivi colpi di stato – già alleggerite a febbraio – denunciando le conseguenze sulle rispettive popolazioni.

Il Burkina Faso accusa Costa d’Avorio e Benin di ospitare basi francesi segrete
Intanto nel suo ultimo discorso il capitano Ibraihim Traoré, al potere in Burkina Faso dal golpe del 30 settembre 2022 e che nel giugno scorso ha sventato un tentativo di ribellione da parte di alcuni reparti dell’esercito, ha alzato i toni nei confronti di Costa d’Avorio e Benin, accusati di essere strumenti dell’ingerenza di Parigi nella regione.

«Non abbiamo nulla contro il popolo ivoriano. Ma abbiamo qualcosa contro chi governa la Costa d’Avorio. Esiste infatti un centro operativo ad Abidjan per destabilizzare il nostro Paese» ha dichiarato il leader della giunta, che poi ha accusato il Benin di ospitare due installazioni militari francesi segrete, a suo dire utilizzate per addestrare terroristi da utilizzare con il Burkina Faso.

È la prima volta che Traoré accusa esplicitamente la Costa d’Avorio, paese ancora saldamente nell’orbita politica, economica e militare di Parigi.

Alle esternazioni di Traoré ha risposto il portavoce del governo del Benin che le ha definite «nauseante disinformazione che alimenta il risentimento delle popolazioni e minaccia la coesistenza pacifica». Il Benin ha un conflitto aperto anche con il Niger dopo che questo ha bloccato il trasporto di petrolio da un oleodotto cinese verso il porto di Cotonou, dove viene imbarcato sulle petroliere.

Traoré annuncia la nazionalizzazione delle risorse minerarie
Nel suo discorso, il capo della giunta del Burkina ha annunciato la volontà di rimanere al potere nei prossimi cinque anni, informando sull’approvazione di un disegno di legge a tutela delle risorse minerarie del paese attraverso un processo di nazionalizzazione dei giacimenti – soprattutto di oro – e il ritiro di numerosi permessi di estrazione finora concessi ad alcune multinazionali straniere.

A novembre la giunta militare burkinabé ha avviato la costruzione di una raffineria d’oro, mentre a gennaio ha inaugurato il primo impianto per la lavorazione dei residui minerari (principalmente carbone fino, scorie, concentrati acidi e ceneri), sottolineando la volontà di avere maggior controllo sul loro trattamento e di smettere di esportarli. La fabbrica, costruita nella zona industriale di Kossodo alla periferia di Ouagadougou, è di proprietà di una società privata locale, la Golden Hand, di cui lo stato controlla il 40%.

D’ora in poi gli unici attori stranieri che saranno autorizzati a sfruttare il settore minerario del paese, ha detto Traoré, saranno «i sinceri partner che accettano di sostenerci» nella lotta contro l’insorgenza jihadista, spesso legata ad Al Qaeda o a Daesh. Un implicito richiamo alle relazioni commerciali avviate con Mosca in cambio di un sostegno militare che però finora non ha sortito gli effetti sperati.
Lo scorso 11 giugno, ad esempio, un gruppo di combattenti islamisti ha attaccato la cittadina settentrionale di Mansila, uccidendo 107 soldati e prendendone in ostaggio altri 7.

Tasse per finanziare l’esercito
Per finanziare l’espansione delle forze armate e le operazioni dei cosiddetti “Volontari della Patria” (ausiliari civili dell’esercito) contro le milizie jihadiste e l’acquisto di attrezzature militari moderne, la giunta ha avviato un sistema specifico di misure fiscali.

Dal luglio del 2023 si applica una tassa del 5% sull’acquisto di servizi di telefonia che diventa del 10% per gli abbonamenti alle catene televisive private, mentre un’imposta dell’1% grava sulla cessione di terreni. Altre tasse sono state imposte su bevande alcoliche e tabacchi.

La giunta burkinabé criminalizza l’omosessualità
Recentemente, invece, la giunta militare burkinabé ha adottato la bozza di un nuovo codice sulla famiglia che criminalizza l’omosessualità. Finora il paese dell’Africa Occidentale era tra i 22 paesi del continente che consentiva le relazioni tra persone dello stesso sesso, punite invece con la morte o lunghe pene detentive in altri stati.

«D’ora in poi, l’omosessualità e le pratiche correlate saranno proibite e punibili dalla legge», ha affermato il ministro della Giustizia ad interim Edasso Rodrique Bayala. Affinché la legge entri in vigore, dovrà superare il voto parlamentare e poi essere promulgata da Traoré.

Da parte sua, invece, la giunta militare del Mali, al potere dal 2021, ha revocato nei giorni scorsi la sospensione dell’attività dei partiti politici che era stata varata ad aprile per “tutelare l’ordine pubblico”.

Al tempo stesso, però, la giunta golpista ha rinnegato la promessa di indire libere elezioni, rinviando il voto a tempo indeterminato per “motivi tecnici”. Le veementi proteste di molti partiti politici, che reclamavano il ritorno all’ordine costituzionale, avevano convinto i militari a bloccarne l’attività.

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01/02/2024

Nel Sahel va in frantumi la “gabbia” neo-coloniale

In un messaggio televisivo, diffuso il 28 gennaio, il Mali, insieme a Burkina Faso e Niger, ha annunciato la propria uscita unilaterale dalla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, CEDEAO nell’acronimo francese, ECOWAS in quello inglese.

La decisione, per i te leader africani, ha effetto immediato.

Nel comunicato congiunto i militari hanno usato parole molto dure definendo la CEDEAO: «una minaccia per i suoi stati membri e per le sue popolazioni», perché agisce «sotto l’influenza delle potenze straniere».

È il punto di arrivo di un mese di tensioni conclusosi con il viaggio inconcludente di una delegazione dell’organizzazione sub-regionale a Niamey in Niger, questo 25 gennaio.

Abdoulaye Seydou, coordinatore del M62, un movimento della società civile nigerina ha affermato: «è assolutamente normale che i dirigenti abbiano preso questa decisione che, al netto delle difficoltà che si possono immaginare, trova il consenso delle popolazioni».

È un rafforzamento dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) firmata il 16 dicembre scorso tra Bamako, Ouagadougou e Niamey, che va oltre la semplice alleanza militare anti-jihadista per dar vita ad una cooperazione di stampo diplomatico, politico ed economico che va prendendo forma.

Come dimostra anche l’annuncio congiunto dei tre Primi Ministri a Niamey, a fine dicembre, di voler procedere verso progetti comuni nel campo delle infrastrutture stradali e ferroviarie. L’aeroporto della capitale del Mali, si “vocifera” , potrebbe divenire un hub per i tre paesi dell’Alleanza.

È un vero e proprio terremoto per gli assetti neo-coloniali del Sahel, l’ennesimo schiaffo alla Francia e all’imperialismo dell’Unione Europea in genere.

La CEDEAO, che è una cornice politico-economica con un profilo militare, fondata nel 1975, ne esce con le ossa rotte, riducendosi dai 15 Stati – 16, prima dell’uscita della Mauritania nel 2000 – agli attuali 13.

Dopo l’annunciato e mai realizzato intervento militare congiunto che doveva concretizzarsi ai danni del Niger in seguito al “Colpo di Stato patriottico” della scorsa estate, è l’ennesimo schiaffo a questo traballante strumento della cosiddetta FrançeAfrique.

Le sospensioni e le sanzioni che hanno colpito questi tre Stati non solo non hanno portato a più miti consigli i “militari patriottici” che ne guidano il nuovo corso politico, ma li hanno spinti da un lato a relazioni reciproche più strette, nonché ad un maggiore sganciamento dall’Occidente e dai suoi protegé locali con il crescente consenso delle popolazioni.

Questa rottura potrebbe logicamente andare ancora oltre, lasciando l’Unione economica e monetaria dell’Africa Occidentale, e “rinunciando” – per così dire – al franco CFA, la moneta degli otto paesi membri della UEMOA: odiato simbolo della servitù economico-militare all’Euro oggi ed al Franco francese prima.

Come ha ricordato il ricercatore Fahiraman Rodrigue Koné, in una intervista al quotidiano francese Le Monde, i tre leader africani hanno descritto tale valuta: «una moneta di servitù neo-coloniale che impedisce lo sviluppo economico dei loro paesi».

Il primo paese ad essere sospeso e sanzionato è stato il Mali quando, nel 2020, una giunta militare ha destituito Ibrahim Boubacar Keita (IBK) dopo che mobilitazioni popolari – fortemente represse nel sangue – ne avevano chiesto le dimissioni.

Nel 2021 un altro colpo di mano militare dava vita ad un governo di transizione militare con il sostegno popolare, un supporto che si è consolidato con la decisione di Goita di ordinare alle truppe francesi di lasciare il territorio nazionale, nel febbraio del 2022.

Nel gennaio del 2022, con una dinamica simile, veniva deposto Roch Marc Christian Kaboré nel vicino Burkina Faso. Subito seguita da un’azione manu militari del capitano Ibrahim Traore, che nel settembre formava un governo di transizione militare con un forte sostegno popolare.

Anche qui, nel gennaio dello scorso anno, veniva imposta la partenza delle truppe militari francesi, completata nel febbraio del 2023.

Il 26 luglio dello scorso anno, in Niger, il presidente Mohamed Bazoum veniva a sua volta deposto dal generale Abdourahmane Tchiani.

La CEDEAO questa volta non si era accontentata della sospensione e delle sanzioni ma aveva minacciato l’intervento militare, e la Francia aveva iniziato un vero e proprio “braccio di ferro” che ha però visto Parigi perdere.

La Francia si era infatti rifiutata di riconoscere la nuova autorità, non voleva che il suo ambasciatore – dichiarata persona non grata – lasciasse il paese e non voleva far partire il proprio contingente militare.

Il 3 agosto migliaia di persone scendevano nelle strade del Niger in sostegno alla richiesta della giunta militare alla Francia di ritirare le sue truppe.

L’annunciato intervento militare della CEDEAO – anche se fortemente sostenuta da Parigi – ne ha dimostrato la natura di “tigre di carta”, con il Senato della Nigeria che ha bocciato l’ipotesi di azione militare esterna, al pari dell’Unione Africana.

Ma soprattutto dava impulso alla creazione di un’alleanza militare tra i 3 paesi – con Mali e Burkina Faso – che erano dichiaratamente pronti ad intervenire a fianco del Niger in caso di un’azione di forza della CEDEAO.

L’Alleanza degli Stati del Sahel è stata poi formalizzata, come abbiamo ricordato, a metà settembre.

La Francia completerà le operazioni di partenza dal Niger a fine dicembre, mese in cui anche il Burkina Faso ed il Niger hanno deciso di lasciare il G5 del Sahel, di fatto provocando la “dissoluzione” di quest’altro strumento neo-coloniale francese.

Il 6 dicembre i due paesi rimanenti, che non sono tra l’altro membri della CEDEAO – cioè Mauritania e Ciad – hanno formalmente sciolto il G5.

Il 2023 è stato l’anno della fuga di Parigi dal Sahel, dove nel picco delle sue operazioni militari aveva raggiunto le 5.500 unità. Un migliaio sono ora di stanza nel Ciad.

La loro cacciata è un fatto storico che permette a quei paesi di riprendere quel corso politico interrotto ben presto, e non per tutti, con la conquista della loro libertà formale, con la sola parziale eccezione dell’esperienza del Burkina Faso di Thomas Sankara.

Il combinato disposto neo-coloniale di occupazione militare, dominazione politica, sfruttamento economico ed assoggettamento culturale con cui l’Unione Europea, attraverso la Francia, ha imposto la propria supremazia al Sahel, è così definitivamente al tramonto.

E la strategia di de-connessione scelta dai tre paesi del Sahel conferma la cesura geo-strategica che si sta disegnando in Africa occidentale, dentro un mercato mondiale sempre più frammentato.

La formidabile intuizione di Samir Amin – il de-linking – diviene lo sbocco politico pratico dei paesi che riaffermano la propria sovranità popolare.

Fonte

24/09/2023

Siamo alla fine del neocolonialismo francese in Africa?

Il 16 settembre, a Bamako, in Mali, i governi di Burkina Faso, Mali e Niger hanno creato l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES).

Su X, la piattaforma di social media un tempo nota come Twitter, il colonnello Assimi Goïta, capo del governo di transizione del Mali, ha scritto che la Carta di Liptako-Gourma che ha creato l’AES stabilirà “un’architettura di difesa collettiva e di assistenza reciproca a beneficio delle nostre popolazioni”.

L’esigenza di una simile cooperazione regionale risale al periodo in cui la Francia pose fine al suo dominio coloniale. Tra il 1958 e il 1963, Ghana e Guinea hanno fatto parte dell’Unione degli Stati africani, che avrebbe dovuto essere il seme di una più ampia unità panafricana. Anche il Mali ne ha fatto parte tra il 1961 e il 1963.

Ma, più di recente, questi tre Paesi – e altri della regione del Sahel, come il Niger – hanno lottato con problemi comuni, come la presenza delle forze radicali islamiche scatenata dalla guerra del 2011 della NATO contro la Libia.

La rabbia contro i francesi è stata così intensa da provocare almeno sette colpi di Stato in Africa (due in Burkina Faso, due in Mali, uno in Guinea, uno in Niger e uno in Gabon) e scatenare manifestazioni di massa dall’Algeria al Congo e, più recentemente, in Benin.

La frustrazione nei confronti della Francia è tale che le sue truppe sono state espulse dal Sahel, il Mali ha declassato il francese dallo status di lingua ufficiale e l’ambasciatore francese in Niger (Sylvain Itté) è stato di fatto tenuto “in ostaggio” – come ha detto il presidente francese Emmanuel Macron – da persone profondamente irritate dal comportamento francese nella regione.

Philippe Toyo Noudjenoume, presidente dell’Organizzazione dei popoli dell’Africa occidentale, ha spiegato le basi di questo sentimento antifrancese a cascata nella regione. Il colonialismo francese, ha detto, “è rimasto in vigore dal 1960”. La Francia detiene le entrate delle sue ex colonie nella Banque de France a Parigi.

La politica francese, nota come Françafrique, prevedeva la presenza di basi militari francesi da Gibuti al Senegal, dalla Costa d’Avorio al Gabon. “Di tutte le ex potenze coloniali in Africa”, ci ha detto Noudjenoume, “è la Francia che è intervenuta militarmente almeno sessanta volte per rovesciare governi, come quello di Modibo Keïta in Mali (1968), o assassinare leader patriottici, come Félix-Roland Moumié (1960) ed Ernest Ouandié (1971) in Camerun, Sylvanus Olympio in Togo nel 1963, Thomas Sankara in Burkina Faso nel 1987 e altri”.

Tra il 1997 e il 2002, durante la presidenza di Jacque Chirac, la Francia è intervenuta militarmente 33 volte nel continente africano (a titolo di confronto, tra il 1962 e il 1995, la Francia è intervenuta militarmente 19 volte negli Stati africani). La Francia non ha mai veramente sospeso la sua presa coloniale o le sue ambizioni coloniali.

La rottura della schiena del cammello

Due eventi nell’ultimo decennio hanno “rotto la schiena del cammello”, ha detto Noudjenoume: la guerra della NATO in Libia, guidata dalla Francia, nel marzo 2011, e l’intervento francese per rimuovere Koudou Gbagbo Laurent dalla presidenza della Costa d’Avorio nell’aprile 2011.

“Per anni”, ha detto, “questi eventi hanno imposto un forte sentimento anti-francese, in particolare tra i giovani. Questo sentimento non si è sviluppato solo nel Sahel, ma in tutta l’Africa francofona. È vero che è nel Sahel che attualmente si esprime più apertamente. Ma in tutta l’Africa francofona questo sentimento è forte”.

Le proteste di massa contro la presenza francese sono ormai evidenti in tutte le ex colonie francesi in Africa. Queste proteste non sono state in grado di sfociare in semplici transizioni civili di potere, soprattutto perché l’apparato politico di questi Paesi è stato eroso da cleptocrazie di lunga data sostenute dalla Francia (come la famiglia Bongo, che ha governato il Gabon dal 1967 al 2023, e che ha saccheggiato le ricchezze petrolifere del Gabon per il proprio tornaconto personale; quando Omar Bongo è morto nel 2009, la politica francese Eva Joly ha detto che governava per conto della Francia e non dei suoi cittadini).

Nonostante la repressione sostenuta dalla Francia in questi Paesi, i sindacati, le organizzazioni contadine e i partiti di sinistra non sono stati in grado di guidare l’ondata di patriottismo antifrancese, anche se sono riusciti ad affermarsi.

La Francia è intervenuta militarmente in Mali nel 2013 per cercare di controllare le forze che aveva scatenato con la guerra della NATO in Libia due anni prima. Queste forze islamiste radicali hanno conquistato metà del territorio del Mali e poi, nel 2015, hanno attaccato il Burkina Faso. La Francia è intervenuta, ma ha poi mandato i soldati degli eserciti di questi Paesi del Sahel a morire contro le forze islamiste radicali che aveva appoggiato in Libia. Questo ha creato molta animosità tra i soldati, ci ha detto Noudjenoume, ed è per questo che settori patriottici dei soldati si sono ribellati ai governi e li hanno rovesciati.

Lo schieramento anti-intervento militare

Dopo il colpo di Stato in Niger, l’Occidente sperava di inviare una forza di interposizione – guidata dalla Commissione economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) – ma i leader militari africani hanno rifiutato.

In tutta la regione, la popolazione ha creato comitati di solidarietà per difendere il popolo nigerino da qualsiasi attacco, con la minaccia di provocare “rivolta e indignazione tra le popolazioni”, ha spiegato Noudjenoume.

Il presidente nigeriano Bola Ahmed Tinubu è stato persino costretto a ritirarsi dalla crociata dell’ECOWAS quando il Congresso del suo Paese ha respinto la misura e si sono verificate proteste di massa contro l’intervento militare nel Paese vicino. Allo scadere degli ultimatum dell’ECOWAS per ripristinare il deposto leader nigeriano Mohamed Bazoum, divenne chiaro che la sua minaccia era vuota.

Nel frattempo, non solo è emerso che il popolo nigerino avrebbe resistito a qualsiasi intervento militare, ma il Burkina Faso e il Mali hanno immediatamente promesso di difendere il Niger da qualsiasi intervento di questo tipo. La nuova AES è il prodotto di questa solidarietà reciproca.

Ma l’AES non è solo un patto militare o di sicurezza. Alla cerimonia della firma, il ministro della Difesa del Mali Abdoulaye Diop ha dichiarato ai giornalisti: “Questa alleanza sarà una combinazione di sforzi militari ed economici [tra]… i tre Paesi”. Si baserà sull’accordo del febbraio 2023 tra Burkina Faso, Guinea e Mali per collaborare a uno scambio di carburante ed elettricità, per costruire reti di trasporto, per collaborare nella vendita di risorse minerarie, per costruire un progetto di sviluppo agricolo regionale e per aumentare il commercio all’interno del Sahel.

È da vedere se questi Paesi saranno in grado di sviluppare un’agenda economica a beneficio dei loro popoli e quindi di garantire che la Francia non abbia i mezzi per esercitare la sua autorità sulla regione.

Fonte

12/09/2023

Niger - La giunta accusa la Francia di preparare un intervento militare

La giunta militare al potere in Niger ha accusato la Francia di “dispiegare le sue forze” in diversi Paesi dell’Africa occidentale in vista di una “aggressione” contro il Niger.

Un membro della giunta, il colonnello-maggiore Amadou Abdramane, ha dichiarato in un comunicato che “la Francia continua a dispiegare le sue forze in diversi Paesi dell’ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, ndr) in preparazione di un’aggressione contro il Niger, che sta valutando in collaborazione con questa organizzazione comunitaria“.

Quest’ultima ha fatto sapere che: “Abbiamo deciso che questo colpo di Stato è uno di troppo per la regione. Questa volta lo fermeremo”, ha detto Abdel-Fatau Musah, commissario dell’Ecowas per le questioni politiche, la sicurezza e la pace. “Stiamo tracciando una linea nella sabbia. Abbiamo anche deciso un D-Day, ma non riveleremo la data”.

Nella dichiarazione letta alla televisione, il portavoce della giunta militare del Niger ha affermato che dal 1 settembre “due aerei da trasporto militare A400M e un Dornier 328 sono stati dispiegati in Costa d’Avorio“, e che “due elicotteri multiruolo Super Puma” e “una quarantina di blindati” sono dispiegati “a Kandi e Malanville in Benin“.

“Il 7 settembre 2023, una nave militare francese ha attraccato a Cotonou (Benin) con personale e mezzi militari a bordo“, ha aggiunto.

Il portavoce della giunta al potere il Niger riferisce anche di “un centinaio di aerei cargo militari che hanno scaricato grandi quantità di materiale ed equipaggiamento bellico in Senegal, Costa d’Avorio e Benin, solo per citarne alcuni“.

“L’obiettivo di queste manovre – hanno dichiarato – era quello di portare a termine con successo un intervento militare contro il nostro Paese“.

In una conferenza stampa dopo il vertice del G20 a New Delhi, il presidente francese Emmanuel Macron ha affermato che “Non riconosciamo alcuna legittimità alle dichiarazioni dei golpisti“, mentre una fonte militare francese ha negato fermamente qualsiasi piano di intervento.

“Nulla di tutto questo è stato preparato o pianificato. Non c’è nessun intervento, nessun attacco pianificato contro il Niger“. Ma il presidente francese non ha aggiunto altro sulla questione.

Nel frattempo i militari statunitensi presenti in Niger stanno spostando alcune strutture nel paese come mossa preventiva per motivi di sicurezza. Secondo il Pentagono attualmente non risultano minacce verso le forze armate statunitensi, ma c’è sempre il rischio di un’escalation improvvisa.

Di conseguenza, verrà abbandonata la base sita presso l’aeroporto internazionale Diori Hamani di Niamey (Base Aerienne 101) per spostarsi ad Agadez, in un’infrastruttura (Air Base 201) usata anche dall’intelligence statunitense per attività nella regione, ma anche aeroporto per i droni.

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02/09/2023

Gabon, la Francia in un angolo

Nel cuore della notte di mercoledì 30 agosto, poco dopo l’annuncio della vittoria elettorale del presidente in carica, Ali Bongo Ondimba (in carica dal 2009 e giunto così al terzo mandato, discendente della famiglia che comanda da più di mezzo secolo nel paese), è stato deposto e tratto in arresto da un gruppo di membri delle forze armate. Il gruppo degli insorti è composto da membri della Guardia Repubblicana, l’élite protettiva presidenziale, insieme a soldati dell’esercito regolare e agenti di polizia. Il fatto che il comando della guardia repubblicana, finora fedelissima a Bongo, ribaltasse la situazione, era piuttosto inaspettato. Ma quanto successo si spiega alla luce di una situazione economico-sociale che non cessa di deteriorarsi, di una corruzione rampante, e di un’esasperazione popolare.

In un messaggio televisivo, letto sul canale televisivo statale Gabon 24, i rivoltosi hanno annunciato l’annullamento dell’esito delle elezioni, la sospensione del Parlamento e la chiusura a tempo indeterminato dei confini nazionali con il Congo, la Guinea equatoriale e il Camerun. Il capo dello stato provvisorio è stato indicato nella persona del generale Nguema, responsabile della Guardia Repubblicana. I militari, che hanno annunciato l’intenzione di “difendere la pace”, denunciano una gestione statale che definiscono “irresponsabile e imprevedibile“, con conseguenze dirette sulla coesione sociale del paese e temono che il continuo deterioramento delle condizioni interne possa precipitare il Gabon nel caos. Di conseguenza, hanno deciso di agire per “porre fine all’attuale regime” invitando contemporaneamente la popolazione alla calma.

Il Gabon, nazione di poco più di due milioni di abitanti, è uno dei maggiori produttori africani di petrolio, membro dell’OPEC, con un sottosuolo ricco di carbone. È ricco di uranio, legname, cacao e manganese. Le ricchezze naturali e le nuove tasse imposte sull’industria estrattiva fanno del Gabon un Paese dotato di una ricchezza considerevole. I ricavi del petrolio rappresentano il 46% del bilancio del governo, il 43% del PIL e l’81% delle esportazioni. È dunque tra i Paesi più ricchi dell’Africa in termini di PIL, ma oltre un terzo dei suoi due milioni e mezzo circa di abitanti vive in condizioni di povertà. La disoccupazione sfiora il 30% della popolazione attiva.

Il Gabon è indipendente dalla Francia dal 1960, ma l’indipendenza è un aspetto più formale che sostanziale, dato che Parigi ha continuato imperterrita e con l’assenso della famiglia presidenziale Ali Bongo (il 64enne presidente appena deposto viene da una dinastia ininterrottamente al potere da 56 anni, suo padre Omar Bongo governò dal 1967 al 2009) nella sua ingerenza negli affari interni a tutela dei suoi interessi, che sono difesi da una base militare, con circa 400 soldati di stanza, presente nella capitale del Paese, Libreville. In Francia, peraltro, si trovano 28 proprietà di lusso (21 a Parigi e 7 in Costa Azzurra, valore minimo 85 milioni di euro) acquisite dalla famiglia Bongo grazie alla corruzione, sulle quali finge di indagare la giustizia francese. L’insurrezione dei militari, che sembrano godere delle simpatie della popolazione, truffata dai brogli elettorali, è dunque un ulteriore colpo agli interessi economici francesi nelle ex colonie africane, soprattutto per quanto riguarda l’estrazione del petrolio.

Insieme a quello francese c’è poi da segnalare un altro fallimento che si sta consumando: quello della comunità economica dell’Africa Occidentale, l’Ecowas. Sotto la leadership della nazione più importante di tutto il continente, la Nigeria, l’Ecowas aveva promesso/minacciato un intervento militare multinazionale per ripristinare il legittimo governo civile in Niger. Poi l’Ecowas si è impaurita dalla reazione di Mali e Burkina-Faso, pronte ad intervenire militarmente a sostegno del Niger, (che ha appena votato in Parlamento l’autorizzazione all’ingresso delle truppe dei due paesi amici), vuoi perché all’interno della stessa Nigeria sono cresciute le resistenze verso il ruolo di maggiordomo coloniale dei francesi.

Ormai solo Bruxelles assegna all’Ecowas un qualche ruolo, non perché gli riconosca una capacità di influenza ma nella speranza che, se necessario, possa fornirgli il quadro giuridico per un possibile intervento militare di ripristino dell’ordine europeo.

Il nuovo Gabon è un ulteriore duro colpo per la Francia e la sua influenza politica ed economica nel continente, che ha visto già altri sette paesi francofoni cambiare regime dietro a insurrezioni di natura indipendentista ed anticoloniale. Lo stesso Gabon è stato a lungo uno dei Paesi più rappresentativi della cosiddetta Françafrique, commistione coloniale tra politica e affari dalla quale la Francia, ex potenza dominatrice in larga parte dell’Africa, ha tratto vantaggi inusitati per decenni. Proprio in Gabon, il 2 marzo scorso, il presidente Macron durante un discorso nella capitale Libreville, aveva proclamato che “l’era della Françafrique è finita”.

Magari pensava semplicemente ad una attività di modernariato politico, all’insostenibilità politica di una presenza visibilmente resasi insopportabile da sempre, ad una uscita negoziata dalla porta posteriore dell’Africa, ad un modo per ridurre l’influenza politica mantenendo però i lucrosi affari. Ma la scintilla della ribellione africana sembra avere una energia contagiosa. I processi indipendentisti che hanno dato vita a nuovi governi in Guinea, nel Burkina-Faso, in Mali, in Niger (che hanno espulso i contingenti militari francesi presenti nei rispettivi paesi), sembrano rappresentare la pietra tombale del neocolonialismo francese, appoggiato dall’Unione Europea e sostenuto a distanza dagli USA, che memori della disfatta somala si guardano bene dal rimettersi direttamente in gioco in Africa e che cercano di ricavarsi un loro spazio anche alle spalle degli europei.

Per completezza d’analisi va detto che alcuni osservatori ritengono che il golpe sia stato ispirato, se non addirittura promosso, dagli USA, anche considerando che alcuni degli ufficiali golpisti sono stati formati ed addestrati negli USA. Questo però vale anche per i militari che in Niger e Burkina-Faso hanno deposto i regimi filo-occidentali, dunque la questione della loro formazione, pur importante, non pare decisiva. Ora, sebbene l’insurrezione abbia tutti i caratteri di un processo autoctono, in applicazione alla volontà popolare di porre fine al regime di Ali Bongo, non è da escludere un appoggio indiretto degli USA agli insorti, con l’intenzione di preparare il terreno per rilevare le ricche esportazioni del Paese sottraendole alle tre grandi industrie estrattive francesi. In fondo l’Occidente non ha amici ma interessi. E che la volontà politica statunitense sia determinante nel dettare le mosse europee è chiaro.

Del resto l’impossibilità militare e l’insostenibilità politica di una guerra di aggressione in Africa, proprio mentre si combatte al fianco del governo nazista in Ucraina, è elemento non di poco conto nella valutazione che fanno le giunte militari del Sahel circa il rischio di un intervento militare occidentale.

La palla sembra dunque rimanere nel campo europeo, con il pagliaccesco Borrell che annunciando il solito pacchetto di sanzioni, isteriche quanto inutili, definisce la caduta del regime in Gabon “un grosso problema per l’Europa”. Perché lo sarebbe? Perché la catena dei paesi che si disfano dell’ipoteca asfissiante di Parigi investe zone strategiche per l’Europa, sia come giacimenti di risorse energetiche e minerarie che come origini di flussi migratori. C’è poi la fobia della geopolitica a completare le ansie di Bruxelles, che vede penetrazioni di Cina, Russia, o anche altri attori come Arabia Saudita e Turchia in quella che considera una sua “zona d’influenza”.

Ma se a Bruxelles montano pruriti neo coloniali tardo-novecenteschi, se ritengono che l’Africa sia ancora territorio di pertinenza europea e preferiscono interpretare come fosse un risiko geopolitico quello che, con tutta evidenza, è un processo di liberazione regionale che potrebbe evolversi in continentale, significa che della geografia sanno nulla, dalla storia sanno poco e dalla politica ancora meno.

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28/08/2023

Niger - La posta in gioco

Le attuali autorità del Niger – il Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria (CNSP) formatosi dopo il colpo di Stato del 26 luglio – venerdì 25 agosto hanno chiesto la partenza entro 48 ore dell’attuale ambasciatore francese a Niamey, Sylvain Itté, comunicando che gli verranno tolte le credenziali diplomatiche.

Nella lettera al Quai d’Orsay inviata dall’attuale ministro degli esteri nigerino le autorità legittimano tale scelta a causa del «rifiuto dell’ambasciatore di rispondere all’invito del ministro» e per «altre iniziative del governo francese, contrarie agli interessi del Niger».

Il Ministero degli Esteri francese ha rigettato la richiesta affermando che «gli autori del putsch non hanno l’autorità per fare questa richiesta, e l’agrément dell’ambasciatore deriva dalle sole autorità nigerine legittimamente elette».

Una dichiarazione che non può che gettare ulteriore benzina sul fuoco in un contesto già esplosivo.

Mercoledì, lo stesso Emmanuel Macron era intervenuto, facendo appello per un «ripristino dell’ordinamento costituzionale», e la liberazione dell’ormai ex presidente Bazoum.

Ha rincarato la dose affermando che «questo colpo di Stato è un colpo contro la democrazia in Niger, contro il popolo nigerino e contro la lotta al terrorismo».

Una linea che con ogni probabilità ribadirà anche lunedì 28 agosto alla conferenza annuale degli ambasciatori francesi a Parigi.

Si apre quindi, un ennesimo capitolo nello scontro tra Parigi e Niamey, che aveva già chiesto la partenza, entro un mese, dei 1500 militari francesi presenti in Niger dal 2013, dopo la messa in discussione degli accordi di cooperazione militare intercorsi dal 1977 a oggi.

Il Paese, è bene ricordalo, è stato al centro della strategia di ridispiegamento delle truppe francesi dopo la fine dell’operazione «Barkhane» in Mali, e poco dopo il ritiro delle forze speciali stazionate in Burkina Faso (la task force «Sabre»), entrambi paesi teatro di colpi di stato che hanno portato al potere giunte di militari “patriottici”.

I quali, negli ultimi giorni, hanno ribadito la propria volontà di dare man forte a Niamey in caso di un intervento armato delle truppe della Comunità degli Stati dell’Africa dell’Ovest (CEDEAO).

Le organizzazioni che da tempo si battono contro la presenza di truppe militari straniere in Niger – cui il presidente deposto aveva di fatto annullato l’agibilità politica – hanno annunciato che intendono manifestare, a partire dal 3 settembre, di fronte alla base militare francese di Niamey per esigere la partenza dei soldati dell’Esagono.

Intanto, sabato 26 agosto, circa 20 mila persone – secondo quanto riporta Le Monde – si sono ritrovate allo stadio Seyni Kountché, il più grande del paese, in sostegno del CNSP.

Si tratta della seconda mobilitazione del genere ad un mese dal golpe.

Un membro del CNSP, il colonnello Ibro Amadou, ha arringato le folle dichiarando: «la battaglia non si fermerà fino a quando non ci sarà più alcun militare francese in Niger». Ha aggiunto «siete voi che li caccerete».

Mentre i rapporti con Parigi sembrano essere al punto zero, vanno avanti i tentativi diplomatici, mentre incombe l’ipotesi dell’opzione bellica della CEDEAO, per cui un contingente multinazionale sarebbe pronto ed “in attesa”, e sarebbe già stata decisa l’“ora X” per l’intervento.

In una intervista concessa alla BBC Abdulsalami Abubakar, l‘ex-presidente della Nigeria nonché alla testa della delegazione della mediazione diplomatica della CEDEAO con le attuali autorità nigerine, ha detto che i militari restano fermi rispetto alla decisione di non ripristinare nel suo incarico il presidente deposto.

La delegazione della CEDEAO era giunta a Niamey il 19 agosto, alla fine della scorsa settimana, e secondo quando riporta Abubakar, «Hanno sottolineato che hanno già destituito il presidente Bazoum e che la questione del suo ritorno al potere non sarà possibile».

Si tratta di una conferma di quello che era emerso nel discorso televisivo che il capo della CSNP, Tiani, aveva pronunciato il 19 sera, in cui ha parlato di una transizione di 3 anni e della istituzione di un “dialogo nazionale” per delinearne i tratti.

Come riporta Mali Actu: «i militari hanno indicato che erano disposti a discutere della durata della transizione», ma non del ritorno allo status quo ante.

LA CEDEAO aveva già espresso la contrarietà a tale proposta con parole piuttosto dure.

Ed è chiaro che nulla sembra far intravedere un superamento dell’attuale stallo tra Niger (insieme a Mali e Burkina Faso) e la CEDEAO, se non l’opzione militare al prezzo quindi di una sorta di guerra civile nel Sahel, che diventerebbe così la seconda “guerra mondiale dell’Africa” dopo quella in Congo.

La posizione di Capo Verde dentro la CEDEAO, disposta ad accettare il nuovo status quo a Niamey e a trattare rispetto alla transizione, sembra essere piuttosto isolata.

I dirigenti di Nigeria, Senegal, Costa d’Avorio e Ghana, tra gli altri, sembrano essere i più propensi ad imbarcarsi in una avventura militare dagli esiti molto incerti.

L’Unione Africana, in un difficile esercizio di equilibrismo diplomatico ha preso atto delle decisioni della CEDEAO ed ha sospeso il Niger, ma ha indicato la via preferenziale della soluzione diplomatica e auspicato che le dure sanzioni approvate celermente nei confronti di Niamey non colpiscano la popolazione.

L’Algeria – che è un ‘pezzo da novanta’ dell’UA – ha più volte ribadito la sua contrarietà all’intervento armato in Niger da parte della CEDEAO, e prosegue i suoi sforzi diplomatici con propri emissari ora in Sahel.

Ed anche il Ciad, che non fa parte della CEDEAO, è dello stesso avviso.

Il Ministro degli Esteri algerino, Ahmed Attaf, aveva annunciato la scorsa settimana che si sarebbe recato in tre paesi della CEDEAO per fare visita ai propri omologhi ed iniziare dei negoziati con il fine di dare una soluzione politica alla crisi in atto, che «eviterà a questo paese e a tutta la regione le conseguenze di una eventuale escalation militare», afferma il comunicato ufficiale.

La delegazione diplomatica algerina si recherà in Nigeria, Benin e Ghana.

Il presidente algerino Abdelmadjdid Tebboune, ha incaricato il Segretario generale del ministero degli esteri, Lounes Magramane, di una missione in Niger, iniziata con il suo viaggio in aereo a Niamey lo scorso giovedì.

Secondo quanto scrive il sito d’informazione Tsa Algerie, riportando i contenuti di una trasmissione di Radio Algérienne di lunedì scorso, Algeri avrebbe rifiutato la richiesta formulata dalla Francia di sorvolo dei propri cieli da parte di aerei militari francesi, aggiungendo che avrebbe poi sollecitato – ed ottenuto – una risposta positiva anche dal Marocco.

La Francia ha smentito la richiesta il giorno successivo con un comunicato attraverso l’agenzia stampa Reuters.

Ma è chiaro che tra Algeri e Parigi da tempo non scorre buon sangue, e che la dirigenza algerina mal tollera questa ennesima “chiamata alle armi” da parte della leadership francese.

Sabato scorso il Segretario di Stato aggiunto statunitense, incaricato degli affari africani – Molly Phee – ha incontrato nuovamente i responsabili della CEDEAO a Abuja, la capitale della Nigeria, che ne assicura attualmente la presidenza.

Secondo quanto riferisce il Dipartimento di Stato USA la Phee tra il 25 ed il 29 agosto si recherà in Nigeria, Ciad e Ghana e si consulterà anche con i senior officials in Benin, Costa d’Avorio, Senegal e Togo.

Gli USA hanno due basi militari in territorio nigerino – tra cui la propria seconda base più importante nel continente – ed un contingente di 1.100 soldati. Sembrano più inclini alla soluzione diplomatica, e per il ritorno dello status quo ante, ma contemporaneamente stanno studiando anche lo scenario di un disimpegno dal Niger.

Come abbiamo più volte fatto notare, non sappiamo quale saranno gli eventuali sviluppi della crisi in Sahel, ma appare chiaro che nella regione un ciclo politico – durato circa una decina d’anni – è decisamente finito.

La destabilizzazione della Jamahiriya in Libia nel 2011 e l’assassinio di Muammar Gheddafi sembravano avere “spianato la strada” alla riconquista neo-coloniale del Sahel da parte dell’Occidente senza incontrare sostanziali ostacoli, oltre ad avere contribuito alla diffusione “a macchia d’olio” dell’insorgenza jihadista.

I risultati dell’intervento della NATO nel marzo del 2011, ora, sono sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere; ed i sogni occidentale di “nuova spartizione” di una parte del continente africano sono sfumati, anche per opera di potenti competitor (Russia, Cina e Turchia).

È chiaro che una convergenza di interessi portò allora a “sbarazzarsi” del leader che maggiormente auspicava l’unità africana e che aveva usato la carica di presidente dell’UA per far compiere un passo in avanti alla sua agenda politica, insieme ad una serie di altre scelte in chiave pan-africanista.

Da tre anni a questa parte la situazione è però mutata.

In un contesto in cui la democrazia è solo una formula superficiale e le elezioni sono spesso una partita truccata; dove i movimenti per un cambiamento di orientamento sono stati duramente repressi nel sangue; ed in cui l’”aiuto occidentale” contro le bande dell’estremismo islamico non ha sortito nessun effetto, si è concretamente prodotta una rottura degli assetti politici attraverso golpe militari che hanno trovato un notevole sostegno popolare.

Eventi che hanno segnato l’inizio di processi di transizione in cui la presenza militare dell’ex colonizzatore – la Francia, ma non solo – è apparsa subito come una delle contraddizioni principali ed una mutilazione della propria sovranità.

In questo contesto gli assetti politici internazionali stanno mutando in maniera abbastanza repentina, con rapporti di forza sempre meno favorevoli all’Occidente, ed in Sahel un gruppo di tre Stati si stanno coordinando (quattro, se aggiungiamo la Guinea) per dare filo da torcere ai novelli harkis pronti a fare la guerra al proprio popolo per conto degli imperialisti.

Il tutto mentre le opinioni pubbliche dei paesi più inclini all’intervento militare si esprimono contro di esso.

Le difficoltà di Francia – della intera UE – e Stati Uniti nel gestire questa crisi sono lo specchio del piano inclinato che ha imboccato l’Occidente in Africa.

La partita che si sta giocando in Niger, quindi, va oltre la sua proiezione regionale ed oltre il solito equilibrio tra grandi potenze.

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26/08/2023

Le truppe del Mali e del Burkina Faso al fianco del Niger

Il leader della giunta militare al potere in Niger, Abdourahamane Tchiani, ha firmato un’ordinanza che autorizza i governi di Mali e Burkina Faso ad inviare le loro truppe nel Paese per aiutarlo a difendersi in caso di attacco armato. L’annuncio, riferiscono i media nigerini, segue la visita conclusa ieri a Niamey dei ministri degli Esteri del Mali e del Burkina Faso.

La Comunità economica dei Paesi dell’Africa occidentale (Cedeao) ha minacciato di intervenire militarmente in Niger per reinsediare il presidente filoccidentale Mohamed Bazoum, deposto dai militari che hanno preso il potere lo scorso 26 luglio. Sebbene le iniziative diplomatiche stiano proseguendo, la Cedeao ha avvertito di essere pronta ad inviare le truppe in caso di un loro fallimento.

L’Unione Africana, i cui delegati avevano espresso contrarietà per un intervento armato, ha infine “preso atto” della decisione Cedeao in un comunicato, senza opporvisi in modo ufficiale.

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22/08/2023

Niger - L'intervento militare incombe?

È difficile prevedere quali saranno gli sviluppi della situazione in Sahel.

Si affaccia lo scenario di un intervento militare della Cédéao, cioè la Comunità Economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest, contro le autorità scaturite dal colpo di Stato in Niger del 26 luglio – l’autoproclamato Consiglio Nazionale della Salvaguardia della Patria (CNSP) – alla guida del quale vi è il generale Abdourahmane Tieni, che ha poi nominato un governo.

Una delegazione della Cédéao si è recata lo scorso sabato a Niamey, ed ha incontrato sia l’attuale primo ministro, che l’ha ricevuta in aeroporto, sia lo stesso Tiani con cui ha avuto una sessione di lavoro. La precedente delegazione della Cédéao, non era uscita dall’aeroporto e non aveva incontrato Tiani.

Prima di questa delegazione si era recata a Niamey la nuova ambasciatrice statunitense Kathleen FitzGibbon – che ha già avuto incarichi diplomatici in Sierra Leone, Gabon, Uganda e Nigeria – ed una delegazione dell’ONU con a capo Leonardo Santos Simao, rappresentante speciale per l’Africa Occidentale ed il Sahel.

La delegazione ha potuto incontrare il deposto presidente Bazoum, verificandone di persone le condizioni.

Se questa disponibilità lasciava intravedere una certa propensione al dialogo, è stato lo stesso generale Tiani, in un discorso televisivo il 19 sera, a chiarire su quali binari si dovrà discutere del futuro assetto politico del Paese.

Tiani ha detto che la transizione (di fatto dalla VII all’VIII Repubblica) non supererà i tre anni e che verrà convocato entro 30 giorni un «dialogue national», che andrà a definire le condizioni di condivisione del potere durante la transizione.

Tiani ha detto che «la nostra ambizione non è confiscare il potere. Riaffermo la nostra disponibilità nell’impegnarci in qualsiasi confronto, nella misura in cui vengano presi in considerazione gli orientamenti affermati dall’orgoglioso e resiliente popolo del Niger»

Questo di fatto vuol dire nessun ritorno allo status quo ante, cioè alla presidenza del leader del PNDS dopo una rapida uscita di scena dei generali, ma una prospettiva simile a quella conosciuta dopo i putsch in Mali, Guinea e Burkina Faso degli ultimi anni.

In una intervista rilasciata ad Al-Jazeera, riporta Le Monde, il commissario agli affari politici della Cédéao, Abdel-Fatu Musah, avrebbe affermato che un periodo di transizione di tre anni «è inaccettabile», ribadendo di volere che «l’ordine costituzionale sia ristabilito il più presto possibile».

Nella stessa intervista televisiva il capo della CNSP ha ribadito che l’intervento militare ipotizzato dalla Cédéao non sarà una «passeggiata di salute», checché ne pensino i suoi ideatori.

Non proprio una boutade, tenendo conto sia della risposta militare che potrebbe arrivare anche dal Mali e dal Burkina Faso e del possibile appoggio della Guinea – cioè quella sorta di “fronte del rifiuto” all’imperialismo occidentale in Sahel – oltre che dal livello di mobilitazione popolare in Niger.

Domenica si sono svolte due manifestazioni, una nella capitale nigerina l’altra ad Agadez, dove sono stati scanditi slogan contro la presenza militare delle potenze occidentali – Francia ed USA in particolare – e contro l’intervento militare.

Un dato da non sottovalutare è la netta posizione contraria all’intervento dell’Algeria e del Ciad, come della maggioranza dell’Unione Africana.

L’Algeria, che ha offerto la sua mediazione diplomatica per la risoluzione della crisi – riporta il sito di informazione TSA – «ripudia profondamente» che «il ricorso alla violenza abbia preso il sopravvento rispetto alla direzione di una soluzione politica negoziata», ha affermato il Ministro degli Esteri in un comunicato pubblicato lo scorso sabato.

Ed ha di nuovo messo in evidenza come, in passato, la via della forza militare ha generato più problemi di quanti ne avrebbe voluto risolvere.

Il Ciad, che ha ricevuto a N’Djamena il neo Primo Ministro Ali Mahamame Lamine Zeine, nella sua prima visita ufficiale fuori dal Niger, martedì 15 agosto, ha ribadito la sua contrarietà all’intervento militare e sta giocando un ruolo diplomatico di primo piano.

Come ha detto lo stesso Lamine durante la visita, «Noi abbiamo notato un forte impegno nel sostenere il Niger in questa fase particolare».

Dato non secondario è la debolezza del consenso di cui godono in patria i principali fautori dell’intervento, con opinioni pubbliche contrarie all’avventurismo bellico delle proprie leadership politiche, e legittimamente più inclini alle preoccupazioni per la grave crisi economica e l’insicurezza interna, come in Nigeria, o all’involuzione sempre più autoritaria del proprio regime politico, come in Senegal.

Ma il calcolo costi/benefici e il rifuggire uno scenario da “seconda guerra mondiale africana”, di cui sarebbe probabilmente beneficiaria soprattutto la multiforme insorgenza jihadista, non sembrano essere i principi fondamentali dei decision makers della Cédéao.

Dieci paesi della Comunità, di fatto, farebbero la guerra ad altri 5 che – anche se temporaneamente sospesi – ne fanno parte, in una sorta di “guerra civile del Sahel“, specie se si tiene conto del livello di stretto scambio e gli intrecci tra le popolazioni, con una storia comune all’interno di frontiere disegnate arbitrariamente dall’imperialismo.

Come afferma Siedi Abba, giornalista ed esperto del Sahel intervistato da Rfi.Afrique: «contrariamente a ciò che si può pensare, credo che la Cédéao può arrivare fino all’intervento, al netto del carattere aleatorio sul piano dell’efficacia e delle gravi implicazioni che questo potrebbe avere.

La Cédéao, non dimentichiamolo, non è riuscita ad imporre un rapporto di forza ai militari al potere in Burkina Faso, in Mali, e in Guinea e considera il Niger il ‘colpo di Stato di troppo’. Se non fa nulla in Niger, significa che non farà più nulla da nessuna parte.

Per l’organizzazione regionale, è in questi termini che si gioca la partita. Malgrado le reticenze che si sono espresse qui e là, e malgrado la posizione un po’ ambigua degli Stati Uniti, la Cédéao è determinata a intervenire».

L’atto di forza – per quanto appaia suicida – sarebbe perciò una sorta di reazione “necessaria” di un organismo in crisi, ma non per questo meno pericoloso.

Ricco di materie prime (principalmente uranio, oro e petrolio), perno della strategia dell’Unione Europa di “contenimento” dell’immigrazione verso l’Europa, sede di basi militari rilevanti sia europee che statunitensi, il Niger sembra aver intrapreso con decisione la via della messa in discussione della subalternità al neo-colonialismo occidentale, indirizzandosi verso l’“azzeramento” di parte dell’élite che godeva di una rendita politica costante ed ostentava i suoi privilegi, in un sistema che solo molto superficialmente si poteva definire “democratico”.

Piuttosto che farlo proseguire su questa strada, l’imperialismo euro-atlantico ed i suoi ascari sembrano disposti a provocare l’ennesima catastrofe nella regione, senza aver compreso che i rapporti di forza sono già irreversibilmente cambiati a loro sfavore.

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20/08/2023

Niger - Una crisi politica “internazionale”

Dopo due giorni di riunione ad Accra in Ghana, da giovedì scorso, i capi di stato maggiore dei paesi della Comunità Economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest (Cédéao, l’acronimo in francese, ECOWAS in inglese) hanno raggiunto un accordo per un possibile intervento militare «in vista di ristabilire l’ordine costituzionale» in Niger, a tre settimane dal colpo di stato che il 26 luglio ha deposto il presidente Mohamed Bazoum.

Dei 15 Stati che compongono la Comunità, tre (Mali, Guinea, Burkina Faso) sono stati sospesi a causa dei “colpi di Stato” verificatisi in questi ultimi anni, mentre due (Capo-Verde e Guinea-Bissau) non erano rappresentati in questo incontro.

«Il D-day è stato deciso», ha affermato il commissario agli affari politici della Cédéao, il nigeriano Abdel-Fatau Musah.

Il commissario precisa che l'accordo riguarda l’equipaggiamento e le risorse.

«Siamo pronti a partire», afferma Musah, precisando che non ci saranno ulteriori riunioni dei capi di stato maggiore, se non nel corso dell’operazione stessa.

Le parole del responsabile della Cédéao gettano ulteriore benzina sul fuoco: «noi vogliamo liberare il Niger dai militari al potere affinché il paese si concentri sul suo obiettivo principale, la lotta contro il terrorismo».

Se la via del dialogo resta aperta anche per la Cédéao – che aveva annunciato una possibile missione diplomatica per sabato 19 agosto – è chiaro che l’opzione militare è stata messa sul tappeto e sembra avvicinarsi sempre più.

C’è da segnalare che la diplomazia internazionale cerca di fare il suo corso con una missione dell’ONU arrivata venerdì pomeriggio a Niamey, dove ha incontrato l’attuale autorità di governo del Paese – il Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria (CNSP) – con colloqui che si sono protratti anche sabato.

Non era presente nessuna personalità della Cédéao, né dell’Unione Africana.

I rappresentanti del Niger hanno denunciato ai rappresentanti delle Nazioni Unite le sanzioni economiche «inumane e illegali», ed hanno voluto rassicurare la delegazione sulle condizione del presidente deposto e della sua famiglia.

Ma torniamo alle decisioni della Cédéao.

Musah ha reso esplicito – senza fornire un preciso arco temporale – che i negoziati non si svolgeranno a lungo, volendo di fatto evitare il ripetersi di ciò che si è visto di recente con i tre paesi sospesi dalla Cédéao.

Da quanto traspare, sono state definite le modalità dell’intervento militare e sono iniziati i primi spostamenti di truppe al confine con il Niger, sia in Nigeria che in Benin riporta il sito d’informazione in lingua francese Rfi-Afrique.

D’altro canto, secondo quanto riporta il quotidiano spagnolo El País, che cita senza specificarne “fonti vicine all’Esercito del Niger”, la giunta militare ha dispiegato a sua volta truppe al confine con il Benin e la Nigeria.

Il progetto di intervento militare deve essere ratificato dalla conferenza dei capi di Stato della Cédéao, ma è chiaro che il “punto di non ritorno” sembra avvicinarsi.

Contro questa escalation militare si sono espressi due importanti attori politici regionali come l’Algeria ed il Ciad, oltre all’Unione Africana; mentre le autorità della Guinea, del Mali e del Burkina Faso hanno solidarizzato contro le sanzioni promosse dalla Cédéao al Niger.

Mali e Burkina Faso hanno inoltre affermato che considererebbero l’intervento militare contro Niamey una atto di aggressione contro i loro stessi paesi.

Per dovere di cronaca è giusto riportare che dalla riunione del Consiglio della Pace e della Sicurezza (CPS) dell’Unione Africana avvenuta il 14 agosto non è stato licenziato ancora alcun comunicato ufficiale, con una bozza fatta circolare il 17 tra i suoi membri con l’obbligo di non renderla pubblica fino alla sua convalida.

Secondo le indiscrezioni provenienti da fonti diplomatiche africane, la presidenza della Consiglio – attualmente tenuta dal Burundi – ha voluto proseguire la discussione con i paesi membri della Cédéao rispetto alle misure da adottare nei confronti dei “golpisti” del Niger.

Sembra infatti confermato che tranne Gambia, Senegal, Ghana e Nigeria, tutti i membri del CPS abbiano rigettato l’intervento militare, aprendo una spaccatura evidente tra i due organismi sovranazionali africani.

Numerosi aspetti di tale intervento – tra cui la data di inizio – resteranno «segreto militare», ed i capi di stato maggiore mantengono il più rigoroso riserbo sugli effettivi, l’armamento ed il piano d’attacco.

In pratica, al momento, per passare alle vie di fatto manca solo l’avvallo politico e quindi l’esaurirsi dei canali diplomatici tra Cèdéao e Niger.

I paesi che contribuiranno a questa forza multi-nazionale – come Benin, Costa d’Avorio, Senegal e Guinea-Bissau – potrebbero fornire circa 5.000 mila uomini, mentre non è conosciuta l’entità dei militari della Nigeria, che dovrebbe mobilitare il contingente più grande.

Ogni paese contributore dovrebbe finanziare i primi 90 giorni dell’intervento, e se si dovesse prolungare spetterà alla Cédéao sostenere il costo addizionale.

L’avventurismo militare delle classi dirigenti di alcuni paesi di questa Comunità Economica non è per nulla condiviso dalle opinioni pubbliche dei rispettivi paesi, in particolare in Nigeria ed in Senegal, che rischiano di vedere il già labile “fronte interno” sgretolarsi.

Il possibile intervento in Niger diventa così un precipitato della crisi radicale dell’attuale assetto del Sahel e del neo-colonialismo occidentale, aumentando il solco nei rispettivi Stati tra ‘paese legale’, pronto all’opzione bellica contro un paese sovrano, e ‘paese reale’.

L’Unione Europea e gli USA sembrano smarcarsi dalla linea decisamente più interventista di Parigi, ma sono intenzionate entrambe a voler strumentalizzare politicamente la condizione del presidente deposto, che le autorità attualmente al potere potrebbero giudicare per “alto tradimento”, con l’accusa di aver mantenuto contatti con leader stranieri durante i suoi arresti domiciliari.

Il primo ministro del governo nominato dal CNSP del Niger, – Ali Lamine Zeine – in un’intervista concessa al New York Times, ha elogiato la «la posizione estremamente ragionevole» dell’amministrazione Biden, che auspica la via diplomatica piuttosto che militare per ristabilire un potere democratico.

Lamine assicura che non ci sarebbe alcuna intenzione da parte degli attuali dirigenti militari di avvicinarsi alla Russia e alla milizia paramilitare Wagner, ma allo stesso mette in guardia: «non spingete i nigerini verso dei partner che voi non volete vedere qui».

Un preciso monito, considerata l’importanza strategica che il Niger ha per gli Stati Uniti con diverse basi militari sul territorio, 1.100 soldati, droni armati e non, oltre ad altri mezzi militari.

La base di Agadez, per esempio, operativa dal 2019, è la seconda più grande base statunitense in Africa dopo quella di Gibuti, con un costo di circa 110 milioni di dollari.

Sabato il quotidiano francese Le Monde, in un articolo a firma di Elise Barthet e Morgane Le Cam, ha confermato che «una richiesta d’intervento è stata indirizzata ai francesi presenti in Niger nelle ore che sono seguite al colpo di stato della guardia presidenziale, e che questa richiesta è stata seriamente presa in considerazione».

Questo era già stato denunciato pubblicamente dai “golpisti” la notte tra il 30 ed il 31 luglio, e avallerebbe le accuse di ingerenza francese negli affari interni nigerini, continuamente reiterate dalla “giunta”.

Due testi che facevano richiesta a Parigi per un colpo di mano con il fine di “liberare” il presidente nigerino sarebbero stati firmati rispettivamente da Hassoumi Massaoudou, ministro degli Esteri di Bazoum (che avrebbe agito come primo ministro ad interim), e dal colonnello-maggiore Mido Guirey, comandante della guardia nazionale del Niger.

In pratica, durante le ore piuttosto convulse successive alla notte del 26 – quando ancora non era possibile comprendere che piega avrebbero preso gli eventi – si sarebbe chiesto l’intervento francese che, per Parigi, necessitava di una richiesta scritta.

Sembra che alle 4 di mattina del 27 luglio – riporta il quotidiano francese citando la propria fonte anonima – ci fossero una dozzina di veicoli appoggiati da alcuni elicotteri pronti ad intervenire e che sia stato lo stesso Bazoum, chiamando di persona il capo delle operazioni francesi in Niger, a bloccare l’intervento, convinto di un esito positivo delle trattative in corso.

Nel giro di qualche ora il quadro delle forze “lealiste” al presidente è, poi, andato notevolmente assottigliandosi, rimanendo di fatto solo il proprio entourage politico.

In conclusione, la crisi politica nigerina potrebbe sfociare nella “seconda guerra mondiale africana” dopo quella del Congo, o “internazionalizzarsi” come – mutatis mutandis – hanno fatto molte vicende legate al corso politico degli Stati africani dopo l’indipendenza; ad esempio per lo Zaire (ex Congo Belga) negli Anni Sessanta, o l’Angola (ex colonia portoghese) negli Anni Settanta, od il Sudafrica dell’Apartheid.

In un momento in cui gli assetti politici internazionali stanno mutando, e la tendenza alla guerra sta riaffiorando come principale modalità di risoluzione delle tensioni geo-politiche, senza che vi sia una cornice condivisa per “raffreddarli”, il Sahel potrebbe divenire l’ennesimo campo in cui si sviluppa quella “guerra mondiale a pezzi” che ha preso forma negli ultimi anni.

Nel mentre scriviamo, una delegazione della Cédéao è arrivata in Niger, ed è forse l’ultima chance – per quanto labile – di dare uno sbocco diverso a quella che è diventata a tutti gli effetti una “crisi internazionale”.

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18/08/2023

Niger - Unione Africana e Algeria contrarie all'intervento militare

Si è aperta un’altra grossa contraddizione tra i paesi africani sulla situazione in Niger. Il Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione Africana (55 Stati) ha infatti deciso di respingere l’opzione dell’uso della forza contro la giunta militare che ha preso il potere in Niger, anche se ha adottato la sospensione temporanea del Niger da tutte le attività dell’UA.

La decisione dell’Unione Africana si pone in aperto contrasto con quella assunta la scorsa settimana dalla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Cedeao, 15 paesi).

Quest’ultima aveva esplicitato l’intenzione di dispiegare una “stand-by force” per ripristinare l’ordine costituzionale in Niger, pur enfatizzando la priorità di una soluzione pacifica alla crisi innescata dal colpo di Stato avvenuto il 26 luglio.

Secondo quanto riportato da fonti raccolte da Le Monde, un diplomatico dell’Unione Africana ha dichiarato che “Pur rimarcando l’impegno per la tolleranza zero nei confronti dei cambiamenti di governo incostituzionali, è stato scelto di non sostenere un’azione militare, perché questa potrebbe portare a un’escalation di violenza e causare ulteriori danni rispetto a quelli già presenti”.

Nei giorni scorsi migliaia di manifestanti in Niger hanno sventolato bandiere russe, oltre a quelle nigerine, davanti alla base francese alle porte di Niamey, urlando il loro sostegno ai soldati che hanno preso il potere, in particolare al loro leader, il generale Abdourahamane Tchian.

Per il sindacato studentesco che sostiene il regime militare la Cedeao non è indipendente, ma è manipolata dalla Francia e sottoposta ad un’influenza esterna.

Il capo di stato maggiore dell’esercito algerino, il tenente generale Said Chanegriha, ha confermato martedì l’opposizione del suo Paese all’intervento militare straniero in Niger, sottolineando che esso porterebbe a una maggiore instabilità nella regione del Sahel.

Durante il suo intervento all’11ma Conferenza di Mosca sulla sicurezza internazionale, Chanegriha ha chiesto che la situazione costituzionale in Niger venga ripristinata al più presto, lontano da interferenze straniere che “creerebbero maggiore instabilità nella regione“.

Ha sottolineato come la situazione nella regione del Sahel africano sia “una diretta conseguenza delle ripercussioni negative della crisi libica, degli interventi stranieri nella regione dal 2011 e dell’allarmante evoluzione del conflitto armato in Sudan dall’aprile 2023“.

Ma l’eventuale intervento militare dei paesi africani filo-occidentali non è l’unica minaccia da cui devono guardarsi i militari saliti al potere in Niger.

Martedì 15 agosto, un distaccamento delle Forze armate del Niger (FAN), in movimento tra Boni e Torodi, è stato vittima di un’imboscata terroristica da parte dei gruppi jihadisti alla periferia di Koutougou. Il bilancio provvisorio è di 17 soldati uccisi e 20 feriti, di cui sei gravi.

Fonte

14/08/2023

Niger - Il punto di caduta del neo-colonialismo occidentale

“Il colonialismo non cede se non con il coltello alla gola”
Franz Fanon

Il generale nigerino Moussa Salaou Barmou, insieme ad una più ampia delegazione, ha incontrato sabato a Conakry in Guinea il locale capo di Stato – il colonnello Mamadi Doumbouya – entrato in carica grazie al golpe del settembre 2021, insieme ad altre autorità militari della Guinea.

Ai leader guineani, i rappresentanti del CNSP (Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria) di Niamey che ha preso il potere il 26 luglio scorso hanno chiesto «un sostegno più vigoroso per affrontare le sfide che verranno».

Barmou ha dichiarato che si è recato in Guinea per «ringraziare le autorità guineane per il sostegno al CNSP durante questi momenti difficili per il Niger».

Conakry infatti ha espresso il proprio disaccordo per le sanzioni attuate contro il Niger decise dalla Cedeao (Comunità Economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest che comprende 15 nazioni), e per il possibile intervento militare che ha paventato l’organizzazione africana già nelle proprie dichiarazioni del 30 luglio, dando alla giunta nigerina 7 giorni di tempo per ristabilire il deposto presidente Bazoum nelle proprie funzioni.

La Guinea ha una posizione simile a quella del Mali e dal Burkina Faso, che hanno offerto un sostegno più marcato affermando che considererebbero l’opzione bellica contro Niamey come un’aggressione militare a loro stessi.

La visita della delegazione nigerina avviene due giorni dopo il vertice della Cedeao a Abuja, la capitale federale della Nigeria, in cui i dirigenti africani hanno detto di privilegiare la strada della diplomazia per ristabilire il presidente deposto Mohamed Bazoum nelle sue funzioni e tornare allo status quo ante, ordinando allo steso tempo il dispiegamento di una «force en attente» pronta ad intervenire come extrema ratio qualora la crisi non venisse risolta.

Martedì 10 agosto la Cedeao non ha fornito un calendario, né il numero e la composizione dei militari che andranno a comporre questa forza multinazionale.

Intanto la nuova leadership nigerina non ha ceduto di un millimetro ed ha rifiutato di accogliere una delegazione congiunta della Cedeao, dell’Unione Africana e dell’ONU.

Anche gli USA hanno ricevuto uno schiaffo diplomatico, considerato il rifiuto dell’attuale leadership nigerina di incontrare Victoria Nuland.

La prevista riunione dei capi di stato-maggiore dei paesi della Cedeao, che avrebbe dovuto svolgersi questo sabato ad Accra in Ghana, per individuare le «migliori opzioni» per l’utilizzo di questa forza militare, è stata rimandata sine die per presunti «motivi tecnici».

È senz’altro un segno di difficoltà nel passare dalle parole ai fatti, viste la forte opposizione interna che i paesi in prima fila nel cercare la forzatura militare stanno incontrando, le prese di posizione nette di importanti attori regionali come l’Algeria, la posizione comune di un “fronte” in costruzione tra i paesi del Sahel che hanno rovesciato le pedine del neo-colonialismo occidentale; e non ultima la grande mobilitazione popolare in Niger a sostegno della CNSP.

La Federazione Russa poi è tornata ad esprimersi contro l’intervento armato in Niger che «potrebbe condurre ad un confronto prolungato in questo paese africano così come ad una forte destabilizzazione della situazione nell’insieme della regione del Sahara e del Sahel».

Anche l’Italia e la Germania sembrano più propensi a cercare di trovare una soluzione diplomatica, mentre Parigi e Washington hanno già dato il proprio placet ad una operazione che in apparenza non li verrebbe coinvolti direttamente, ma ne difenderebbe certamente gli interessi.

Un altro stop all’avventurismo di una parte della leadership della Cedeao è venuto dal parlamento nigeriano, composto da 115 membri, che si è incontrato virtualmente ed in maniera straordinaria sabato 12 agosto, presenti 23 membri.

Secondo quanto riporta l’inviata speciale di Rfi Afrique ad Abuja, Liza Fabbian, «la maggioranza tra loro ha dichiarato d’opporsi all’intervento militare in Niger» senza che venisse fuori una risoluzione finale, ma proponendo che venga messa in piedi una delegazione per proseguire i negoziati tra la Cedeao e la giunta al potere a Niamey.

Nigeria, Senegal e Costa d’Avorio dovrebbero probabilmente fornire i contingenti più consistenti in quella che rischierebbe di divenire la “seconda guerra mondiale africana” dopo quella congolese, di cui l’insorgenza jihadista sarebbe probabilmente la prima beneficiaria.

Anche Togo e Benin si sono espressi, e si stanno adoperando, per una soluzione diplomatica.

Bola Tinubu, che ha incassato il ‘no’ secco del Senato per un ipotetico intervento all’estero del proprio esercito, già impegnato in diverse aree di crisi al proprio interno, continua a ribadire che non è stata scartata nessuna opzione per il ripristino dell’“ordine costituzionale” in Niger, che – per usare un eufemismo – era di fatto una democratura in mano ai centri di potere occidentali e dove all’opposizione – in particolare al M62 – erano negati i minimi margini di attività politica pubblica.

Alessane Outtura, presidente ivoriano ed uno degli uomini chiave della Françeafrique, ha dichiarato che la forza militare della Cedeao dovrebbe poter intervenire «nel minor lasso di tempo possibile».

Sembrano affermazioni tese a cercare di “non perdere la faccia” di fronte ai partner occidentali (Unione Europea e USA) e che rischierebbero di pagare cara una ipotetica avventura militare che, secondo l’opposizione in Senegal, in un appello ampiamente sottoscritto, sarebbe catastrofica.

Prima del vertice di Abuja, il CNSP ha annunciato la formazione di un nuovo governo guidato da un primo ministro proveniente dalla ‘società civile’, composto da 22 ministri e che vede nei posti chiave, come gli interni ed ovviamente la difesa, dei militari.

A capo del governo è stato posto Mahaman Lamine Zeine, navigato politico ed esperto economista, con una importante rete di relazioni nella regione, che sabato 12 agosto ha incontrato leader religiosi wahabiti provenienti dalla Nigeria, prima dell’incontro con il generale Abdourahamane Tieni, ritenuto la mente della giunta al potere.

Intanto, venerdì 11, migliaia di manifestanti si sono radunati in prossimità della base militare francese a Niamey, gridando slogan contro la Francia e la Cedeao.

Parigi, che ha in loco 1.500 soldati, è il paese che stanzia in Niger il contingente più grande, seguito dai 1.100 statunitensi, più di 300 italiani, oltre ai tedeschi.

Il messaggio del CNSP, in un messaggio televisivo del 3 agosto – tramite il proprio portavoce, il colonnello Amadou Abdramane, ora ministro della gioventù e dello sport – è stato chiaro.

Il CNSP ha denunciato la serie di 5 accordi di cooperazione militare dal 1977 al 2020 tra Parigi e Niamey.

I militari francesi presenti dal 2013 in Niger, ufficialmente per combattere l’insorgenza jihadista, devono partire entro un mese.

Una rottura giustificata per «l’attitudine disinvolta e la reazione della Francia di fronte alla situazione interna che ha preso piede nel paese».

La Ministra degli esteri francese ha gettato benzina sul fuoco affermando che «solo le autorità legittime del Niger possono denunciarle».

Si tratterebbe della terza “fuga” francese, ed in generale europea, dal Sahel dopo la partenza dal Mali dell’ultimo soldato a metà agosto dell’anno scorso e della task force Sabre, presente in Burkina Faso, nel febbraio del 2023.

Un’impresa che sembra oltretutto difficile da realizzare – secondo un anonimo esperto militare intervistato da Le Monde – in un breve lasso di tempo, considerato che l’ampio sforzo logistico sostenuto per abbandonare il Mali ha richiesto 6 mesi per evacuare un migliaio di veicoli e tremila container.

Uno sforzo congiunto civile-militare che ha impiegato le navi della Compagnia marittima di Nantes, i camion della Bolloré Logistics e i cargo Antonov della Ruslan Salis.

In poco tempo Parigi dovrà evacuare dalla base aerea di Niamey diversi caccia Mirage 2000D, gli elicotteri d’attacco Tigre, quelli di manovra Caïman, per non parlare dei blindati e dei droni MQ-9 Reaper, armati di bombe.

Il 10 agosto, il CNSP, ha di nuovo ricordato la breve tempistica concessa per il ritiro.

Generalmente nei comunicati ufficiali della CNSP vengono denunciate le pericolose ingerenze – vere e proprie provocazioni – che sta attuando la Francia, così come ha fatto in Mali ed in Burkina Faso.

È chiaro che se l’”atto di forza” degli ascari africani dell’imperialismo euro-atlantico non dovesse prendere forma, e – come nel caso del Mali, del Burkina Faso e della Guinea – le autorità costituitesi dopo la presa del potere dovessero restare al proprio posto sarebbe uno dei maggiori punti di caduta del neo-colonialismo occidentale e dei suoi lacchè locali.

Un evento che darebbe forza a tutte quelle esperienze che chiedono un cambiamento radicale rispetto all’assetto politico attuale della regione, sganciandosi dalle filiere di interessi occidentali.

In Niger, sembra insomma confermarsi quella dinamica che avevamo messo in evidenza già “a caldo”.

Fonte

11/08/2023

Niger - Scontro a fuoco vicino a Samira. Definita una forza di intervento militare

L’attivazione di una forza militare di dispiegamento rapido (definita Standby Force) contro il Niger dopo il colpo di stato dello scorso 26 luglio è stata la decisione emersa dal vertice straordinario della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao), tenutosi ad Abuja in Nigeria. Intanto vicino al sito minerario di Samira c’è stato uno scontro a fuoco. La giunta militare del Niger accusa alcuni jihadisti liberati dalle truppe francesi.

Qui di seguito il comunicato sulla vicenda emesso dalla giunta al potere in Niger.
Comunicato n. 25 del Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria

Il Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria desidera informare l’opinione pubblica nazionale e internazionale dei gravissimi fatti in corso in Niger a causa del comportamento delle forze francesi sul nostro territorio e dei loro complici.

Il 9 agosto 2023, intorno alle 6.30 del mattino, la postazione della Guardia Nazionale del Niger a Bourkou Bourkou, a 30 km dal sito minerario di Samira, è stata attaccata. Al momento non è ancora stato stabilito il numero delle vittime.

Inoltre con una comunicazione diretta con i partner occidentali, è stato denunciato il comportamento delle forze francesi che hanno rilasciato unilateralmente alcuni terroristi che erano stati catturati. Questi ultimi erano stati arrestati in una zona a valle del villaggio di Fitili, 28 km a nord-ovest di Yatakala, dove si era tenuta una riunione di pianificazione con l’obiettivo di attaccare le posizioni militari nella zona dei tre confini. [la zona di confine fra Niger, Mali e Burkina Faso – ndt]

I 16 leader terroristi liberati erano stati catturati in tre operazioni distinte, di cui due in territorio nigerino. Il 15 giugno 2023 a Yessi, a 33 km da Bankilaré, che ha portato all’arresto di tre terroristi; il 16 giugno 2023 a Makalma che ha portato all’arresto di cinque terroristi; il 7 luglio 2023 a Tin Atissan 15 km a ovest di Ourouran e a 45 km a nord-ovest di Ayérou in territorio maliano che ha portato all’arresto di nove terroristi.

Come parte del loro chiaro intento di destabilizzare il Paese, il 9 agosto 2023 le forze francesi hanno fatto decollare un aereo militare A400M da N’Djaména [Ciad – ndt] alle 6.10 ora locale. Questo aereo ha deliberatamente interrotto ogni contatto con il controllo del traffico aereo mentre entrava nel nostro spazio aereo dalle 6.39 alle 11.15 ora locale.

Questi atti confermano la nostra analisi della situazione. Inoltre, da quando il CNSP ha preso il potere nel tentativo di introdurre un nuovo approccio alla sicurezza, stiamo assistendo a un vero e proprio piano di destabilizzazione del nostro Paese.

Questo tentativo di seminare il caos, pianificato dalle forze francesi, come è avvenuto in Mali e in Burkina Faso, mira a screditare il CNSP e a creare una frattura con la popolazione che sostiene le sue azioni; a creare un sentimento di insicurezza diffusa.

In ogni caso, il CNSP e le Forze di Difesa e Sicurezza rassicurano la popolazione nigerina sulla loro determinazione a garantire la sicurezza delle persone e dei beni e a difendere l’integrità del territorio. A tal fine, il Presidente del CNSP, Capo di Stato e Comandante Supremo delle Forze Armate, ha ordinato le seguenti misure:

- Alle FDS, di innalzare il loro livello di allerta su tutto il territorio nazionale;

- Alla popolazione di rimanere mobilitata e vigile;

- Alle autorità competenti di rivolgersi ai tribunali e alle autorità internazionali.
Fonte

09/08/2023

Niger - La giunta al potere non si piega

Il presidente nigeriano Bola Tinubu ha convocato per domani un nuovo vertice straordinario della Cedeao per coordinare l’intervento contro la giunta al potere in Niger.

Gli Stati Uniti hanno intanto incassato un primo schiaffo quando hanno inviato a Niamey la vice segretaria di Stato, Victoria Nuland (una delle menti del golpe Euromaidan in Ucraina, ndr), per una visita che non ha sortito affatto i risultati sperati.

La giunta militare ha infatti impedito alla Nuland di incontrare il presidente deposto, Mohamed Bazoum, confinato nella sua residenza ufficiale. Inoltre a Niamey la Nuland si è confrontata solo con il generale Moussa Salaou Barmou – un ufficiale addestrato negli Stati Uniti – e con tre altri colonnelli coinvolti nel colpo di Stato. Abdourahamane Tchiani, leader della giunta al potere, ha invece rifiutato di incontrare l’inviata statunitense. “Sono stati piuttosto inflessibili in merito a come intendono procedere, e non intendono farlo a sostegno della costituzione del Niger”, ha dichiarato Nuland nel corso della conferenza stampa a Niamey. La vice segretaria ha aggiunto di aver messo “assolutamente in chiaro il tipo di supporto che dovremo legalmente interrompere se l’ordine democratico non verrà ripristinato”.

Il segretario di Stato USA, Antony Blinken, in una intervista rilasciata all’emittente francese “Rfi”, ha ribadito che gli Stati Uniti sostengono i tentativi della Cedeao per il ripristino dell’ordine costituzionale e ritengono che la diplomazia sia da preferire all’ipotesi di un intervento militare ma non si è espresso sul futuro dei circa 1.100 militari Usa di stanza nel Niger, dove sono presenti anche contingenti militari di Francia, Germania e Italia. Parlando anche alla “Bbc”, Blinken ha sottolineato che gli Stati Uniti non credono che la Russia o il suo gruppo di mercenari Wagner sia dietro il colpo di Stato militare che ha destituito il presidente Bazoum, ma ritengono che Mosca stia cercando di trarne vantaggio.

“Intervento o no, la guerra dei nervi continua la sua telenovela estiva. Ed è proprio il Ministero degli Affari Esteri francese a completare l’unificazione grafica dell’immagine dei tre Paesi saheliani presi di mira nei suoi “consigli ai viaggiatori”: in una monocromia rosso fuoco, le mappe di Mali, Niger e Burkina sono ora tutte presentate come “zone formalmente sconsigliate”... per i francesi” commenta l’autorevole Jeune Afrique.

Si rileva intanto una nuova dichiarazione di sostegno alla giunta salita al potere in Niger da parte della giunta al potere nel Mali. Il portavoce della giunta militare di Bamako, Abdoulaye Maiga, ha infatti nuovamente descritto le sanzioni imposte dalla Cedeao come “illegali, illegittime e disumane”. In una nota, il portavoce ha quindi denunciato che Burkina Faso, Mali e Niger hanno a che fare con le “conseguenze socio-economiche, di sicurezza, politiche e umanitarie negative della pericolosa avventura della Nato in Libia da oltre un decennio” e ha incoraggiato i nigerini a essere “resilienti e stoici” in questi “tempi difficili”, assicurando loro la vittoria e “l’incrollabile sostegno” da parte di Bamako.

La dichiarazione giunge dopo che ieri una delegazione ufficiale congiunta delle giunte salite al potere in Mali e Burkina Faso si è recata in visita a Niamey in segno di “solidarietà” con il Niger sotto la minaccia di un intervento militare da parte dei Paesi dell’Africa occidentale. Già la scorsa settimana i leader militari del Mali e del Burkina Faso avevano messo in guardia contro un intervento militare della Cedeao in Niger, affermando che si tratterebbe di una “dichiarazione di guerra” nei loro confronti.

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Niger - Primi tentativi di approccio USA ai golpisti

di Francesco Dall'Aglio

Victoria Nuland, che si trovava in Africa per altre ragioni (è stata in Sudafrica e nella Repubblica democratica del Congo) è volata a Niamey (è la sua terza visita in due anni...) per cercare di mediare una soluzione diplomatica, riconoscendo così implicitamente la giunta militare che ha preso il potere come un interlocutore legittimo - anche perché gli USA non hanno ancora designato gli avvenimenti in Niger come colpo di stato, cosa che ovviamente comporterebbe, da parte loro, un atteggiamento molto diverso, come la stessa Nuland ha riferito di aver detto. Non è stata trattata benissimo, diciamo.

Voleva incontrare il nuovo capo di stato, il generale Abdourahamane Tiani, ma si è dovuta accontentare di parlare con il capo dell'esercito Moussa Salau Barma e altri tre colonnelli; voleva incontrare il presidente messo agli arresti domiciliari, Mohamed Bazoum, ma anche questo le è stato negato e ha potuto solo sentirlo per telefono. Per il resto, a parte appunto notificare l'ovvio (gli USA potrebbero considerare la nuova giunta militare come golpisti se questi ultimi continuano a non rispettare la carta costituzionale del paese) li ha "messi in guardia" dalla cosa che pare preoccupare tutti più di ogni altra, ovvero dall'avere rapporti con la Wagner, ha incontrato alcuni degli "amici di lunga data" degli USA nel paese ("giornalisti, avvocati della democrazia, attivisti dei diritti umani", che se sono come quelli che giravano in Europa Orientale negli anni '90 Dio aiuti il povero Niger) e "ha fornito un certo numero di opzioni per continuare a parlare e spera che le raccoglieranno".

Qui, il testo della brevissima teleconferenza di Nuland prima che ripartisse per gli USA, con le domande di due giornalisti.

Qui il comunicato ufficiale del Dipartimento di Stato, dove si scrive senza mezzi termini una cosa alla quale Nuland non ha fatto cenno, ossia che i progetti di cooperazione e assistenza al Niger sono al momento in pausa, cosa che "comprende la potenziale perdita di centinaia di milioni di dollari di sostegno economico e di sicurezza per la popolazione del Niger".

Qui, infine, l'articolo della CNN che riassume il tutto.

Intanto, mentre si aspetta il nuovo vertice dell'ECOWAS programmato per giovedì, i governi del Mali e del Burkina Faso continuano ad assicurare alla giunta nigerina il loro pieno sostegno. Anche la Guinea ha dichiarato che non parteciperà a una eventuale operazione militare dell'ECOWAS e il Ciad, che dell'ECOWAS non fa parte, ha dichiarato invece che in caso di invasione sosterrà il Niger. La posizione algerina è più sfumata, ma anch'essa molto contraria a un'invasione.

Qui invece un reportage di qualche mese fa sul fatto che, incredibilmente, due decenni di presenza militare statunitense nella regione non hanno risolto il problema del terrorismo e delle milizie.

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