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21/03/2024

Niger - Yankees go home!

Sabato 16 marzo, l’autorità che governa attualmente il Niger – il CNSP – dopo il colpo di stato attuato dai militari patriottici che il 23 luglio 2023 hanno deposto il presidente Bazoum, ha denunciato “con effetto immediato” l’accordo di cooperazione militare sottoscritto con gli Stati Uniti nel 2012.

Un duro colpo per Washington, considerato che gli USA hanno nel paese del Sahel un contingente militare di 1.100 uomini ed una importante base ad Agadez; la seconda – per importanza – nella regione dopo quella di Gibuti. Gli USA avevano sospeso, senza annullarla, la propria cooperazione con il Niger dopo il putsch di luglio.

Bisogna ricordare che a fine dicembre l’ultimo soldato francese aveva dovuto lasciare il paese, così come era già successo prima in Burkina Faso e prima ancora in Mali.

Gli Stati Uniti – a fine luglio – hanno pensato di potersi differenziare rispetto alla potenza ex-coloniale francese, così come in parte lo credono Italia e Germania, e di conservare i propri legami nel paese. Ma la storia sembra girare in tutt’altra direzione.

Il quotidiano francese Le Monde parla espressamente di “ritorno della guerra fredda” in Sahel, ma bisognerebbe piuttosto parlare di una ripresa del processo di liberazione nazionale dal neo-colonialismo che va sempre più consolidandosi.

Recentemente Niger, Burkina Faso e Mali, dopo avere in precedenza formalizzato l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES, l’acronimo francese), ed essere usciti dalla Comunità Economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest (CEDEAO/ECOWAS), hanno annunciato ad inizio marzo la creazione di una forza militare congiunta anti-jihadista.

Questi tre paesi si avviano con ogni probabilità ad una uscita comune dal franco CFA. “La moneta è una tappa dall’uscita dalla colonizzazione” aveva dichiarato Tieni, a capo dell’organismo che governa il Niger all’inizio di febbraio...

Tornando però alla rottura della cooperazione militare tra gli USA ed il Niger.

Con lo stile che ha contraddistinto il CNSP, il portavoce del governo, Amadou Abdramane – attraverso un annuncio televisivo fatto sabato 16 marzo – ha denunciato che l’accordo sarebbe stato imposto unilateralmente da Washington, ma sarebbe anche sempre rimasto un “semplice accordo verbale”.

Che costringerebbe il paese a pagare diversi miliardi per le spese connesse alla gestione degli aerei nord-americani.

Niamey lamenterebbe la mancanza di trasparenza sulle operazioni condotta da Washington, che l’ha sempre lasciata nella più totale ignoranza sugli effettivi ed i materiali impiegati.

Le parole del portavoce sono lapidarie: “Questo accordo è non soltanto profondamente ingiusto, ma allo stesso tempo non corrisponde alle aspirazioni e agli interessi del popolo”.

Così continua il membro del Consiglio Nazionale: “la presenza americana sul territorio del Niger è illegale e viola tutte le regole costituzionali e democratiche”.

L’annuncio arriva dopo alcuni giorni di incontro, tra martedì 12 e giovedì 14 marzo, con una delegazione statunitense di alto livello a Niamey che, nel discorso televisivo, viene definita “senza rispetto dei protocolli diplomatici” e “imposta”.

La delegazione statunitense era di prim’ordine e composta dal segretario di Stato aggiunto per gli affari africani, Molly Phee, da un alto responsabile del Pentagono come Celeste Wallender, e nientemeno che dal comandante in capo del commando americano per l’Africa (Africom), Michael Langley.

Gli inviati statunitensi avrebbero accusato Niamey di avere stipulato accordi segreti a livello militare con Mosca, o sull’uranio con l’Iran, ed avrebbe minacciato ritorsioni.

La cooperazione militare con il Niger sarebbe ripresa se gli fosse stato assicurato di non trovarsi sullo stesso terreno con i russi.

Nel corso degli ultimi mesi i rapporti tra Mosca e Niamey si sono intensificati dopo la visita, il 4 dicembre, del vice-ministro alla difesa russo Evkourouv, accolto con tutti gli onori dal generale Tieni; in quell’occasione è stato firmato tra i due paesi un protocollo di difesa dalle clausole segrete.

L’atteggiamento nord-americano è stato legittimamente considerato il superamento di una “linea rossa” tendente a dettare la politica estera ad un paese sovrano che si è già sbarazzato della presenza francese e che ora si appresta a mettere in fuga, diplomaticamente, pure gli USA.

Gli inviati statunitensi si erano trattenuti un giorno in più nella speranza di avere qualche risposta rispetto al “ritorno all’ordine costituzionale” o sull’avvenire della loro presenza militare nel paese, ma non hanno avuto risposte dai propri interlocutori.

Una fonte anonima interna alla giunta, citata da Rfi Afrique, avrebbe affermato che ci sarebbe una ragione più profonda legata alla mancata collaborazione in materia di lotta contro l’insorgenza jihadista che, con la caduta di Gheddafi in Libia, è esondata in tutto il Sahel.

“Ci sono un migliaio di soldati americani da noi, in Niger. Hanno dei droni e altri apparecchi sofisticati. Rifiutano di condividere le informazioni con noi sui movimenti dei terroristi. È troppo!”, dichiara la fonte del sito d’informazione francofono.

La base di Agadez, secondo la strategia statunitense in Africa, controlla infatti la Libia.

Un’altra fonte fa sapere che “se noi fissiamo una data per la loro partenza, ci impegniamo affinché tutto si svolga senza baccano”.

Paul-Siomin Handy, direttore dell’istituto di studi sulla sicurezza (ISS) ad Addis-Abeba, è costretto ad ammettere che si apre uno scenario simile a quello della Repubblica Centro Africana (RCA) e al Mali, dove una possibile relazione con la Russia “porterà un sostegno militare che permetterà di ottenere delle vittorie tattiche”. Cosa – aggiungiamo noi – che non è mai riuscita ad assicurare la presenza occidentale, francese o americana che sia.

Questa è anche una percezione piuttosto condivisa dalle popolazioni locali.

“C’è una dinamica di un Sud che si allontana dall’Occidente”, è la valutazione realista di Frédéric Carillon, professore a Science-Po a Parigi e co-direttore del Defence & Leadership Center presso ESSEC.

E gli Stati Uniti non sfuggono a questo destino in Sahel, nonostante non siano una potenza ex coloniale nel continente.

In generale ciò si tradurrà in un deficit sostanziale nella capacità di intervento sul campo da parte dell’Occidente, considerato il consolidamento dell’alleanza tra Mali, Burkina Faso e Niger e la sconfitta della CEDEAO/ECOWAS, tradizionale strumento filo-francese nella regione.

Vediamo nel dettaglio l’importanza della base di Agadez.

La base aerea 201 vede la presenza di 700 militari, sul migliaio impiegati in Niger.

Ci sono nella base due aerei da ricognizione elettromagnetici, due elicotteri di manovra e soprattutto una decina di droni MQ-9 Reaper; un format che poteva estendersi a 15-20 macchine in caso di necessità.

I Reaper permettevano di avere uno sguardo d’insieme su tutto il Sahel e soprattutto sulla Libia.

La fuga dal Niger – come dal resto del Sahel – potrebbe costringere le due potenze allontanate dal paese a ripiegare sui pochi perni rimasti all’Occidente nell'area, dando vita a basi franco-americane. Il Ciad potrebbe apparire una destinazione logica, vista la sua collocazione geografica e la fedeltà filo-francese – nonostante il regime debba imporsi con il sangue attraverso la strage degli oppositori – ed in cui Parigi ha già una importante base aerea al campo Cosy, nella capitale Ndjamena.

Altre location potrebbero essere la Mauritania, il nord del Benin o il Marocco.

La Francia è piuttosto in difficoltà visto che la situazione in Ciad è tutto meno che stabilizzata. Ma va anche tenuto conto che le elezioni in Senegal – dopo il vano tentativo di “posticiparle” da parte del presidente uscente – potrebbero vedere trionfare l’opposizione, con Bassirou Diomaye Faye, ed aprire un nuovo corso per il paese e l'intera regione.

Fonte

28/08/2023

Niger - La posta in gioco

Le attuali autorità del Niger – il Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria (CNSP) formatosi dopo il colpo di Stato del 26 luglio – venerdì 25 agosto hanno chiesto la partenza entro 48 ore dell’attuale ambasciatore francese a Niamey, Sylvain Itté, comunicando che gli verranno tolte le credenziali diplomatiche.

Nella lettera al Quai d’Orsay inviata dall’attuale ministro degli esteri nigerino le autorità legittimano tale scelta a causa del «rifiuto dell’ambasciatore di rispondere all’invito del ministro» e per «altre iniziative del governo francese, contrarie agli interessi del Niger».

Il Ministero degli Esteri francese ha rigettato la richiesta affermando che «gli autori del putsch non hanno l’autorità per fare questa richiesta, e l’agrément dell’ambasciatore deriva dalle sole autorità nigerine legittimamente elette».

Una dichiarazione che non può che gettare ulteriore benzina sul fuoco in un contesto già esplosivo.

Mercoledì, lo stesso Emmanuel Macron era intervenuto, facendo appello per un «ripristino dell’ordinamento costituzionale», e la liberazione dell’ormai ex presidente Bazoum.

Ha rincarato la dose affermando che «questo colpo di Stato è un colpo contro la democrazia in Niger, contro il popolo nigerino e contro la lotta al terrorismo».

Una linea che con ogni probabilità ribadirà anche lunedì 28 agosto alla conferenza annuale degli ambasciatori francesi a Parigi.

Si apre quindi, un ennesimo capitolo nello scontro tra Parigi e Niamey, che aveva già chiesto la partenza, entro un mese, dei 1500 militari francesi presenti in Niger dal 2013, dopo la messa in discussione degli accordi di cooperazione militare intercorsi dal 1977 a oggi.

Il Paese, è bene ricordalo, è stato al centro della strategia di ridispiegamento delle truppe francesi dopo la fine dell’operazione «Barkhane» in Mali, e poco dopo il ritiro delle forze speciali stazionate in Burkina Faso (la task force «Sabre»), entrambi paesi teatro di colpi di stato che hanno portato al potere giunte di militari “patriottici”.

I quali, negli ultimi giorni, hanno ribadito la propria volontà di dare man forte a Niamey in caso di un intervento armato delle truppe della Comunità degli Stati dell’Africa dell’Ovest (CEDEAO).

Le organizzazioni che da tempo si battono contro la presenza di truppe militari straniere in Niger – cui il presidente deposto aveva di fatto annullato l’agibilità politica – hanno annunciato che intendono manifestare, a partire dal 3 settembre, di fronte alla base militare francese di Niamey per esigere la partenza dei soldati dell’Esagono.

Intanto, sabato 26 agosto, circa 20 mila persone – secondo quanto riporta Le Monde – si sono ritrovate allo stadio Seyni Kountché, il più grande del paese, in sostegno del CNSP.

Si tratta della seconda mobilitazione del genere ad un mese dal golpe.

Un membro del CNSP, il colonnello Ibro Amadou, ha arringato le folle dichiarando: «la battaglia non si fermerà fino a quando non ci sarà più alcun militare francese in Niger». Ha aggiunto «siete voi che li caccerete».

Mentre i rapporti con Parigi sembrano essere al punto zero, vanno avanti i tentativi diplomatici, mentre incombe l’ipotesi dell’opzione bellica della CEDEAO, per cui un contingente multinazionale sarebbe pronto ed “in attesa”, e sarebbe già stata decisa l’“ora X” per l’intervento.

In una intervista concessa alla BBC Abdulsalami Abubakar, l‘ex-presidente della Nigeria nonché alla testa della delegazione della mediazione diplomatica della CEDEAO con le attuali autorità nigerine, ha detto che i militari restano fermi rispetto alla decisione di non ripristinare nel suo incarico il presidente deposto.

La delegazione della CEDEAO era giunta a Niamey il 19 agosto, alla fine della scorsa settimana, e secondo quando riporta Abubakar, «Hanno sottolineato che hanno già destituito il presidente Bazoum e che la questione del suo ritorno al potere non sarà possibile».

Si tratta di una conferma di quello che era emerso nel discorso televisivo che il capo della CSNP, Tiani, aveva pronunciato il 19 sera, in cui ha parlato di una transizione di 3 anni e della istituzione di un “dialogo nazionale” per delinearne i tratti.

Come riporta Mali Actu: «i militari hanno indicato che erano disposti a discutere della durata della transizione», ma non del ritorno allo status quo ante.

LA CEDEAO aveva già espresso la contrarietà a tale proposta con parole piuttosto dure.

Ed è chiaro che nulla sembra far intravedere un superamento dell’attuale stallo tra Niger (insieme a Mali e Burkina Faso) e la CEDEAO, se non l’opzione militare al prezzo quindi di una sorta di guerra civile nel Sahel, che diventerebbe così la seconda “guerra mondiale dell’Africa” dopo quella in Congo.

La posizione di Capo Verde dentro la CEDEAO, disposta ad accettare il nuovo status quo a Niamey e a trattare rispetto alla transizione, sembra essere piuttosto isolata.

I dirigenti di Nigeria, Senegal, Costa d’Avorio e Ghana, tra gli altri, sembrano essere i più propensi ad imbarcarsi in una avventura militare dagli esiti molto incerti.

L’Unione Africana, in un difficile esercizio di equilibrismo diplomatico ha preso atto delle decisioni della CEDEAO ed ha sospeso il Niger, ma ha indicato la via preferenziale della soluzione diplomatica e auspicato che le dure sanzioni approvate celermente nei confronti di Niamey non colpiscano la popolazione.

L’Algeria – che è un ‘pezzo da novanta’ dell’UA – ha più volte ribadito la sua contrarietà all’intervento armato in Niger da parte della CEDEAO, e prosegue i suoi sforzi diplomatici con propri emissari ora in Sahel.

Ed anche il Ciad, che non fa parte della CEDEAO, è dello stesso avviso.

Il Ministro degli Esteri algerino, Ahmed Attaf, aveva annunciato la scorsa settimana che si sarebbe recato in tre paesi della CEDEAO per fare visita ai propri omologhi ed iniziare dei negoziati con il fine di dare una soluzione politica alla crisi in atto, che «eviterà a questo paese e a tutta la regione le conseguenze di una eventuale escalation militare», afferma il comunicato ufficiale.

La delegazione diplomatica algerina si recherà in Nigeria, Benin e Ghana.

Il presidente algerino Abdelmadjdid Tebboune, ha incaricato il Segretario generale del ministero degli esteri, Lounes Magramane, di una missione in Niger, iniziata con il suo viaggio in aereo a Niamey lo scorso giovedì.

Secondo quanto scrive il sito d’informazione Tsa Algerie, riportando i contenuti di una trasmissione di Radio Algérienne di lunedì scorso, Algeri avrebbe rifiutato la richiesta formulata dalla Francia di sorvolo dei propri cieli da parte di aerei militari francesi, aggiungendo che avrebbe poi sollecitato – ed ottenuto – una risposta positiva anche dal Marocco.

La Francia ha smentito la richiesta il giorno successivo con un comunicato attraverso l’agenzia stampa Reuters.

Ma è chiaro che tra Algeri e Parigi da tempo non scorre buon sangue, e che la dirigenza algerina mal tollera questa ennesima “chiamata alle armi” da parte della leadership francese.

Sabato scorso il Segretario di Stato aggiunto statunitense, incaricato degli affari africani – Molly Phee – ha incontrato nuovamente i responsabili della CEDEAO a Abuja, la capitale della Nigeria, che ne assicura attualmente la presidenza.

Secondo quanto riferisce il Dipartimento di Stato USA la Phee tra il 25 ed il 29 agosto si recherà in Nigeria, Ciad e Ghana e si consulterà anche con i senior officials in Benin, Costa d’Avorio, Senegal e Togo.

Gli USA hanno due basi militari in territorio nigerino – tra cui la propria seconda base più importante nel continente – ed un contingente di 1.100 soldati. Sembrano più inclini alla soluzione diplomatica, e per il ritorno dello status quo ante, ma contemporaneamente stanno studiando anche lo scenario di un disimpegno dal Niger.

Come abbiamo più volte fatto notare, non sappiamo quale saranno gli eventuali sviluppi della crisi in Sahel, ma appare chiaro che nella regione un ciclo politico – durato circa una decina d’anni – è decisamente finito.

La destabilizzazione della Jamahiriya in Libia nel 2011 e l’assassinio di Muammar Gheddafi sembravano avere “spianato la strada” alla riconquista neo-coloniale del Sahel da parte dell’Occidente senza incontrare sostanziali ostacoli, oltre ad avere contribuito alla diffusione “a macchia d’olio” dell’insorgenza jihadista.

I risultati dell’intervento della NATO nel marzo del 2011, ora, sono sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere; ed i sogni occidentale di “nuova spartizione” di una parte del continente africano sono sfumati, anche per opera di potenti competitor (Russia, Cina e Turchia).

È chiaro che una convergenza di interessi portò allora a “sbarazzarsi” del leader che maggiormente auspicava l’unità africana e che aveva usato la carica di presidente dell’UA per far compiere un passo in avanti alla sua agenda politica, insieme ad una serie di altre scelte in chiave pan-africanista.

Da tre anni a questa parte la situazione è però mutata.

In un contesto in cui la democrazia è solo una formula superficiale e le elezioni sono spesso una partita truccata; dove i movimenti per un cambiamento di orientamento sono stati duramente repressi nel sangue; ed in cui l’”aiuto occidentale” contro le bande dell’estremismo islamico non ha sortito nessun effetto, si è concretamente prodotta una rottura degli assetti politici attraverso golpe militari che hanno trovato un notevole sostegno popolare.

Eventi che hanno segnato l’inizio di processi di transizione in cui la presenza militare dell’ex colonizzatore – la Francia, ma non solo – è apparsa subito come una delle contraddizioni principali ed una mutilazione della propria sovranità.

In questo contesto gli assetti politici internazionali stanno mutando in maniera abbastanza repentina, con rapporti di forza sempre meno favorevoli all’Occidente, ed in Sahel un gruppo di tre Stati si stanno coordinando (quattro, se aggiungiamo la Guinea) per dare filo da torcere ai novelli harkis pronti a fare la guerra al proprio popolo per conto degli imperialisti.

Il tutto mentre le opinioni pubbliche dei paesi più inclini all’intervento militare si esprimono contro di esso.

Le difficoltà di Francia – della intera UE – e Stati Uniti nel gestire questa crisi sono lo specchio del piano inclinato che ha imboccato l’Occidente in Africa.

La partita che si sta giocando in Niger, quindi, va oltre la sua proiezione regionale ed oltre il solito equilibrio tra grandi potenze.

Fonte

22/08/2023

Niger - L'intervento militare incombe?

È difficile prevedere quali saranno gli sviluppi della situazione in Sahel.

Si affaccia lo scenario di un intervento militare della Cédéao, cioè la Comunità Economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest, contro le autorità scaturite dal colpo di Stato in Niger del 26 luglio – l’autoproclamato Consiglio Nazionale della Salvaguardia della Patria (CNSP) – alla guida del quale vi è il generale Abdourahmane Tieni, che ha poi nominato un governo.

Una delegazione della Cédéao si è recata lo scorso sabato a Niamey, ed ha incontrato sia l’attuale primo ministro, che l’ha ricevuta in aeroporto, sia lo stesso Tiani con cui ha avuto una sessione di lavoro. La precedente delegazione della Cédéao, non era uscita dall’aeroporto e non aveva incontrato Tiani.

Prima di questa delegazione si era recata a Niamey la nuova ambasciatrice statunitense Kathleen FitzGibbon – che ha già avuto incarichi diplomatici in Sierra Leone, Gabon, Uganda e Nigeria – ed una delegazione dell’ONU con a capo Leonardo Santos Simao, rappresentante speciale per l’Africa Occidentale ed il Sahel.

La delegazione ha potuto incontrare il deposto presidente Bazoum, verificandone di persone le condizioni.

Se questa disponibilità lasciava intravedere una certa propensione al dialogo, è stato lo stesso generale Tiani, in un discorso televisivo il 19 sera, a chiarire su quali binari si dovrà discutere del futuro assetto politico del Paese.

Tiani ha detto che la transizione (di fatto dalla VII all’VIII Repubblica) non supererà i tre anni e che verrà convocato entro 30 giorni un «dialogue national», che andrà a definire le condizioni di condivisione del potere durante la transizione.

Tiani ha detto che «la nostra ambizione non è confiscare il potere. Riaffermo la nostra disponibilità nell’impegnarci in qualsiasi confronto, nella misura in cui vengano presi in considerazione gli orientamenti affermati dall’orgoglioso e resiliente popolo del Niger»

Questo di fatto vuol dire nessun ritorno allo status quo ante, cioè alla presidenza del leader del PNDS dopo una rapida uscita di scena dei generali, ma una prospettiva simile a quella conosciuta dopo i putsch in Mali, Guinea e Burkina Faso degli ultimi anni.

In una intervista rilasciata ad Al-Jazeera, riporta Le Monde, il commissario agli affari politici della Cédéao, Abdel-Fatu Musah, avrebbe affermato che un periodo di transizione di tre anni «è inaccettabile», ribadendo di volere che «l’ordine costituzionale sia ristabilito il più presto possibile».

Nella stessa intervista televisiva il capo della CNSP ha ribadito che l’intervento militare ipotizzato dalla Cédéao non sarà una «passeggiata di salute», checché ne pensino i suoi ideatori.

Non proprio una boutade, tenendo conto sia della risposta militare che potrebbe arrivare anche dal Mali e dal Burkina Faso e del possibile appoggio della Guinea – cioè quella sorta di “fronte del rifiuto” all’imperialismo occidentale in Sahel – oltre che dal livello di mobilitazione popolare in Niger.

Domenica si sono svolte due manifestazioni, una nella capitale nigerina l’altra ad Agadez, dove sono stati scanditi slogan contro la presenza militare delle potenze occidentali – Francia ed USA in particolare – e contro l’intervento militare.

Un dato da non sottovalutare è la netta posizione contraria all’intervento dell’Algeria e del Ciad, come della maggioranza dell’Unione Africana.

L’Algeria, che ha offerto la sua mediazione diplomatica per la risoluzione della crisi – riporta il sito di informazione TSA – «ripudia profondamente» che «il ricorso alla violenza abbia preso il sopravvento rispetto alla direzione di una soluzione politica negoziata», ha affermato il Ministro degli Esteri in un comunicato pubblicato lo scorso sabato.

Ed ha di nuovo messo in evidenza come, in passato, la via della forza militare ha generato più problemi di quanti ne avrebbe voluto risolvere.

Il Ciad, che ha ricevuto a N’Djamena il neo Primo Ministro Ali Mahamame Lamine Zeine, nella sua prima visita ufficiale fuori dal Niger, martedì 15 agosto, ha ribadito la sua contrarietà all’intervento militare e sta giocando un ruolo diplomatico di primo piano.

Come ha detto lo stesso Lamine durante la visita, «Noi abbiamo notato un forte impegno nel sostenere il Niger in questa fase particolare».

Dato non secondario è la debolezza del consenso di cui godono in patria i principali fautori dell’intervento, con opinioni pubbliche contrarie all’avventurismo bellico delle proprie leadership politiche, e legittimamente più inclini alle preoccupazioni per la grave crisi economica e l’insicurezza interna, come in Nigeria, o all’involuzione sempre più autoritaria del proprio regime politico, come in Senegal.

Ma il calcolo costi/benefici e il rifuggire uno scenario da “seconda guerra mondiale africana”, di cui sarebbe probabilmente beneficiaria soprattutto la multiforme insorgenza jihadista, non sembrano essere i principi fondamentali dei decision makers della Cédéao.

Dieci paesi della Comunità, di fatto, farebbero la guerra ad altri 5 che – anche se temporaneamente sospesi – ne fanno parte, in una sorta di “guerra civile del Sahel“, specie se si tiene conto del livello di stretto scambio e gli intrecci tra le popolazioni, con una storia comune all’interno di frontiere disegnate arbitrariamente dall’imperialismo.

Come afferma Siedi Abba, giornalista ed esperto del Sahel intervistato da Rfi.Afrique: «contrariamente a ciò che si può pensare, credo che la Cédéao può arrivare fino all’intervento, al netto del carattere aleatorio sul piano dell’efficacia e delle gravi implicazioni che questo potrebbe avere.

La Cédéao, non dimentichiamolo, non è riuscita ad imporre un rapporto di forza ai militari al potere in Burkina Faso, in Mali, e in Guinea e considera il Niger il ‘colpo di Stato di troppo’. Se non fa nulla in Niger, significa che non farà più nulla da nessuna parte.

Per l’organizzazione regionale, è in questi termini che si gioca la partita. Malgrado le reticenze che si sono espresse qui e là, e malgrado la posizione un po’ ambigua degli Stati Uniti, la Cédéao è determinata a intervenire».

L’atto di forza – per quanto appaia suicida – sarebbe perciò una sorta di reazione “necessaria” di un organismo in crisi, ma non per questo meno pericoloso.

Ricco di materie prime (principalmente uranio, oro e petrolio), perno della strategia dell’Unione Europa di “contenimento” dell’immigrazione verso l’Europa, sede di basi militari rilevanti sia europee che statunitensi, il Niger sembra aver intrapreso con decisione la via della messa in discussione della subalternità al neo-colonialismo occidentale, indirizzandosi verso l’“azzeramento” di parte dell’élite che godeva di una rendita politica costante ed ostentava i suoi privilegi, in un sistema che solo molto superficialmente si poteva definire “democratico”.

Piuttosto che farlo proseguire su questa strada, l’imperialismo euro-atlantico ed i suoi ascari sembrano disposti a provocare l’ennesima catastrofe nella regione, senza aver compreso che i rapporti di forza sono già irreversibilmente cambiati a loro sfavore.

Fonte

14/08/2023

Niger - Il punto di caduta del neo-colonialismo occidentale

“Il colonialismo non cede se non con il coltello alla gola”
Franz Fanon

Il generale nigerino Moussa Salaou Barmou, insieme ad una più ampia delegazione, ha incontrato sabato a Conakry in Guinea il locale capo di Stato – il colonnello Mamadi Doumbouya – entrato in carica grazie al golpe del settembre 2021, insieme ad altre autorità militari della Guinea.

Ai leader guineani, i rappresentanti del CNSP (Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria) di Niamey che ha preso il potere il 26 luglio scorso hanno chiesto «un sostegno più vigoroso per affrontare le sfide che verranno».

Barmou ha dichiarato che si è recato in Guinea per «ringraziare le autorità guineane per il sostegno al CNSP durante questi momenti difficili per il Niger».

Conakry infatti ha espresso il proprio disaccordo per le sanzioni attuate contro il Niger decise dalla Cedeao (Comunità Economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest che comprende 15 nazioni), e per il possibile intervento militare che ha paventato l’organizzazione africana già nelle proprie dichiarazioni del 30 luglio, dando alla giunta nigerina 7 giorni di tempo per ristabilire il deposto presidente Bazoum nelle proprie funzioni.

La Guinea ha una posizione simile a quella del Mali e dal Burkina Faso, che hanno offerto un sostegno più marcato affermando che considererebbero l’opzione bellica contro Niamey come un’aggressione militare a loro stessi.

La visita della delegazione nigerina avviene due giorni dopo il vertice della Cedeao a Abuja, la capitale federale della Nigeria, in cui i dirigenti africani hanno detto di privilegiare la strada della diplomazia per ristabilire il presidente deposto Mohamed Bazoum nelle sue funzioni e tornare allo status quo ante, ordinando allo steso tempo il dispiegamento di una «force en attente» pronta ad intervenire come extrema ratio qualora la crisi non venisse risolta.

Martedì 10 agosto la Cedeao non ha fornito un calendario, né il numero e la composizione dei militari che andranno a comporre questa forza multinazionale.

Intanto la nuova leadership nigerina non ha ceduto di un millimetro ed ha rifiutato di accogliere una delegazione congiunta della Cedeao, dell’Unione Africana e dell’ONU.

Anche gli USA hanno ricevuto uno schiaffo diplomatico, considerato il rifiuto dell’attuale leadership nigerina di incontrare Victoria Nuland.

La prevista riunione dei capi di stato-maggiore dei paesi della Cedeao, che avrebbe dovuto svolgersi questo sabato ad Accra in Ghana, per individuare le «migliori opzioni» per l’utilizzo di questa forza militare, è stata rimandata sine die per presunti «motivi tecnici».

È senz’altro un segno di difficoltà nel passare dalle parole ai fatti, viste la forte opposizione interna che i paesi in prima fila nel cercare la forzatura militare stanno incontrando, le prese di posizione nette di importanti attori regionali come l’Algeria, la posizione comune di un “fronte” in costruzione tra i paesi del Sahel che hanno rovesciato le pedine del neo-colonialismo occidentale; e non ultima la grande mobilitazione popolare in Niger a sostegno della CNSP.

La Federazione Russa poi è tornata ad esprimersi contro l’intervento armato in Niger che «potrebbe condurre ad un confronto prolungato in questo paese africano così come ad una forte destabilizzazione della situazione nell’insieme della regione del Sahara e del Sahel».

Anche l’Italia e la Germania sembrano più propensi a cercare di trovare una soluzione diplomatica, mentre Parigi e Washington hanno già dato il proprio placet ad una operazione che in apparenza non li verrebbe coinvolti direttamente, ma ne difenderebbe certamente gli interessi.

Un altro stop all’avventurismo di una parte della leadership della Cedeao è venuto dal parlamento nigeriano, composto da 115 membri, che si è incontrato virtualmente ed in maniera straordinaria sabato 12 agosto, presenti 23 membri.

Secondo quanto riporta l’inviata speciale di Rfi Afrique ad Abuja, Liza Fabbian, «la maggioranza tra loro ha dichiarato d’opporsi all’intervento militare in Niger» senza che venisse fuori una risoluzione finale, ma proponendo che venga messa in piedi una delegazione per proseguire i negoziati tra la Cedeao e la giunta al potere a Niamey.

Nigeria, Senegal e Costa d’Avorio dovrebbero probabilmente fornire i contingenti più consistenti in quella che rischierebbe di divenire la “seconda guerra mondiale africana” dopo quella congolese, di cui l’insorgenza jihadista sarebbe probabilmente la prima beneficiaria.

Anche Togo e Benin si sono espressi, e si stanno adoperando, per una soluzione diplomatica.

Bola Tinubu, che ha incassato il ‘no’ secco del Senato per un ipotetico intervento all’estero del proprio esercito, già impegnato in diverse aree di crisi al proprio interno, continua a ribadire che non è stata scartata nessuna opzione per il ripristino dell’“ordine costituzionale” in Niger, che – per usare un eufemismo – era di fatto una democratura in mano ai centri di potere occidentali e dove all’opposizione – in particolare al M62 – erano negati i minimi margini di attività politica pubblica.

Alessane Outtura, presidente ivoriano ed uno degli uomini chiave della Françeafrique, ha dichiarato che la forza militare della Cedeao dovrebbe poter intervenire «nel minor lasso di tempo possibile».

Sembrano affermazioni tese a cercare di “non perdere la faccia” di fronte ai partner occidentali (Unione Europea e USA) e che rischierebbero di pagare cara una ipotetica avventura militare che, secondo l’opposizione in Senegal, in un appello ampiamente sottoscritto, sarebbe catastrofica.

Prima del vertice di Abuja, il CNSP ha annunciato la formazione di un nuovo governo guidato da un primo ministro proveniente dalla ‘società civile’, composto da 22 ministri e che vede nei posti chiave, come gli interni ed ovviamente la difesa, dei militari.

A capo del governo è stato posto Mahaman Lamine Zeine, navigato politico ed esperto economista, con una importante rete di relazioni nella regione, che sabato 12 agosto ha incontrato leader religiosi wahabiti provenienti dalla Nigeria, prima dell’incontro con il generale Abdourahamane Tieni, ritenuto la mente della giunta al potere.

Intanto, venerdì 11, migliaia di manifestanti si sono radunati in prossimità della base militare francese a Niamey, gridando slogan contro la Francia e la Cedeao.

Parigi, che ha in loco 1.500 soldati, è il paese che stanzia in Niger il contingente più grande, seguito dai 1.100 statunitensi, più di 300 italiani, oltre ai tedeschi.

Il messaggio del CNSP, in un messaggio televisivo del 3 agosto – tramite il proprio portavoce, il colonnello Amadou Abdramane, ora ministro della gioventù e dello sport – è stato chiaro.

Il CNSP ha denunciato la serie di 5 accordi di cooperazione militare dal 1977 al 2020 tra Parigi e Niamey.

I militari francesi presenti dal 2013 in Niger, ufficialmente per combattere l’insorgenza jihadista, devono partire entro un mese.

Una rottura giustificata per «l’attitudine disinvolta e la reazione della Francia di fronte alla situazione interna che ha preso piede nel paese».

La Ministra degli esteri francese ha gettato benzina sul fuoco affermando che «solo le autorità legittime del Niger possono denunciarle».

Si tratterebbe della terza “fuga” francese, ed in generale europea, dal Sahel dopo la partenza dal Mali dell’ultimo soldato a metà agosto dell’anno scorso e della task force Sabre, presente in Burkina Faso, nel febbraio del 2023.

Un’impresa che sembra oltretutto difficile da realizzare – secondo un anonimo esperto militare intervistato da Le Monde – in un breve lasso di tempo, considerato che l’ampio sforzo logistico sostenuto per abbandonare il Mali ha richiesto 6 mesi per evacuare un migliaio di veicoli e tremila container.

Uno sforzo congiunto civile-militare che ha impiegato le navi della Compagnia marittima di Nantes, i camion della Bolloré Logistics e i cargo Antonov della Ruslan Salis.

In poco tempo Parigi dovrà evacuare dalla base aerea di Niamey diversi caccia Mirage 2000D, gli elicotteri d’attacco Tigre, quelli di manovra Caïman, per non parlare dei blindati e dei droni MQ-9 Reaper, armati di bombe.

Il 10 agosto, il CNSP, ha di nuovo ricordato la breve tempistica concessa per il ritiro.

Generalmente nei comunicati ufficiali della CNSP vengono denunciate le pericolose ingerenze – vere e proprie provocazioni – che sta attuando la Francia, così come ha fatto in Mali ed in Burkina Faso.

È chiaro che se l’”atto di forza” degli ascari africani dell’imperialismo euro-atlantico non dovesse prendere forma, e – come nel caso del Mali, del Burkina Faso e della Guinea – le autorità costituitesi dopo la presa del potere dovessero restare al proprio posto sarebbe uno dei maggiori punti di caduta del neo-colonialismo occidentale e dei suoi lacchè locali.

Un evento che darebbe forza a tutte quelle esperienze che chiedono un cambiamento radicale rispetto all’assetto politico attuale della regione, sganciandosi dalle filiere di interessi occidentali.

In Niger, sembra insomma confermarsi quella dinamica che avevamo messo in evidenza già “a caldo”.

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11/08/2023

Niger - Scontro a fuoco vicino a Samira. Definita una forza di intervento militare

L’attivazione di una forza militare di dispiegamento rapido (definita Standby Force) contro il Niger dopo il colpo di stato dello scorso 26 luglio è stata la decisione emersa dal vertice straordinario della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao), tenutosi ad Abuja in Nigeria. Intanto vicino al sito minerario di Samira c’è stato uno scontro a fuoco. La giunta militare del Niger accusa alcuni jihadisti liberati dalle truppe francesi.

Qui di seguito il comunicato sulla vicenda emesso dalla giunta al potere in Niger.
Comunicato n. 25 del Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria

Il Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria desidera informare l’opinione pubblica nazionale e internazionale dei gravissimi fatti in corso in Niger a causa del comportamento delle forze francesi sul nostro territorio e dei loro complici.

Il 9 agosto 2023, intorno alle 6.30 del mattino, la postazione della Guardia Nazionale del Niger a Bourkou Bourkou, a 30 km dal sito minerario di Samira, è stata attaccata. Al momento non è ancora stato stabilito il numero delle vittime.

Inoltre con una comunicazione diretta con i partner occidentali, è stato denunciato il comportamento delle forze francesi che hanno rilasciato unilateralmente alcuni terroristi che erano stati catturati. Questi ultimi erano stati arrestati in una zona a valle del villaggio di Fitili, 28 km a nord-ovest di Yatakala, dove si era tenuta una riunione di pianificazione con l’obiettivo di attaccare le posizioni militari nella zona dei tre confini. [la zona di confine fra Niger, Mali e Burkina Faso – ndt]

I 16 leader terroristi liberati erano stati catturati in tre operazioni distinte, di cui due in territorio nigerino. Il 15 giugno 2023 a Yessi, a 33 km da Bankilaré, che ha portato all’arresto di tre terroristi; il 16 giugno 2023 a Makalma che ha portato all’arresto di cinque terroristi; il 7 luglio 2023 a Tin Atissan 15 km a ovest di Ourouran e a 45 km a nord-ovest di Ayérou in territorio maliano che ha portato all’arresto di nove terroristi.

Come parte del loro chiaro intento di destabilizzare il Paese, il 9 agosto 2023 le forze francesi hanno fatto decollare un aereo militare A400M da N’Djaména [Ciad – ndt] alle 6.10 ora locale. Questo aereo ha deliberatamente interrotto ogni contatto con il controllo del traffico aereo mentre entrava nel nostro spazio aereo dalle 6.39 alle 11.15 ora locale.

Questi atti confermano la nostra analisi della situazione. Inoltre, da quando il CNSP ha preso il potere nel tentativo di introdurre un nuovo approccio alla sicurezza, stiamo assistendo a un vero e proprio piano di destabilizzazione del nostro Paese.

Questo tentativo di seminare il caos, pianificato dalle forze francesi, come è avvenuto in Mali e in Burkina Faso, mira a screditare il CNSP e a creare una frattura con la popolazione che sostiene le sue azioni; a creare un sentimento di insicurezza diffusa.

In ogni caso, il CNSP e le Forze di Difesa e Sicurezza rassicurano la popolazione nigerina sulla loro determinazione a garantire la sicurezza delle persone e dei beni e a difendere l’integrità del territorio. A tal fine, il Presidente del CNSP, Capo di Stato e Comandante Supremo delle Forze Armate, ha ordinato le seguenti misure:

- Alle FDS, di innalzare il loro livello di allerta su tutto il territorio nazionale;

- Alla popolazione di rimanere mobilitata e vigile;

- Alle autorità competenti di rivolgersi ai tribunali e alle autorità internazionali.
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07/08/2023

Niger - Si prospetta una nuova guerra pan africana

Domenica 6 agosto è scaduto formalmente l’ultimatum della Comunità economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest – Cedeao, l’acronimo francese, ECOWAS quello inglese – nei confronti della giunta golpista del Niger, che il 26 luglio ha destituito il presidente Mohamed Bazoum.

La Cedeao, che comprende 15 Stati, si è detta pronta ad intervenire militarmente, dopo che il 30 luglio aveva dato 7 giorni per ristabilire lo status quo ante, sotto minaccia di utilizzare «la forza».

Domenica sera, a qualche ora dalla scadenza dell’ultimatum, secondo quanto riferisce l’agenzia stampa francese AFP, circa 30 mila sostenitori del ‘Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria’ – l’organosmo che ha preso il potere – si sono radunati allo stadio Syeyni Kountché nella capitale Niamey, acclamando i militari.

Manifestazioni di sostegno al CNSP si erano svolte nelle giornate di venerdì e sabato. Con i militari al potere si è permesso di manifestare a ciò che era l’opposizione a Bazoum, mentre durante il suo mandato le manifestazioni che denunciavano la presenza militare francese erano state bandite e il coordinatore della coalizione dei gruppi che ne contestavano le politiche, l’M62, era stato arrestato.

I ‘militari patriottici’ non sembrano cedere di un millimetro davanti alle minacce di intervento della Cedeao, e dallo scorso giovedì, in un clima di mobilitazione generale, hanno chiamato l’intera popolazione alla “vigilanza” .

I contorni dell’ipotetico intervento sono stati definiti lo scorso venerdì dai capi di stato maggiore di alcuni eserciti, come quello del Senegal e della Costa d’Avorio, che si sono detti pronti a partecipare.

A Parigi, sabato, la ministra degli esteri Colonna ha di fatto dato il proprio nulla osta ufficiale all’ipotesi di risoluzione militare della crisi in Niger, affermando che appoggia «con fermezza e determinazione» gli sforzi della Cedeao per far fallire il tentativo di Putsch: «Ne va dell’avvenire del Niger e della stabilità di tutta la regione», sono state le sue parole.

Il Niger – importante paese esportatore di uranio, oro, diamanti, e con importanti riserve petrolifere – ha messo in discussione gli accordi di cooperazione con la Francia, che ha nel paese ben 1.500 militari, insieme ad altri contingenti europei, tra cui circa 300 soldati italiani e 1100 soldati statunitensi.

Ormai la Francia, dopo aver visto fallire la propria strategia militare in Sahel dopo la fine dell’operazione Barkhane, e aver stabilito come perno proprio il Niger, gioca a carte scoperte.

Catherine Colonna, in una intervista a RFI, ha detto che ciò che è avvenuto in Niger è un «colpo di stato di troppo» dopo quello in Mali, Guinea Conakry e Burkina Faso.

Un effetto domino che nel giro di tre anni ha annichilito la dominazione neo-coloniale francese in un territorio considerato da sempre il suo pré carré.

Il ministro della difesa, Sébastien Lecornu, ha assicurato alla AFP che sapeva che «la situazione in Niger era fragile».

Nonostante queste rassicurazioni è chiaro che si tratta dell’ennesimo smacco per l’intelligence dell’Esagono e di una scommessa politica sbagliata.

Contro l’avventurismo militare degli ascari dell’Africa Occidentale si sono espressi sia il Mali che il Burkina Faso, che hanno affermato che l’intervento armato sarebbe una «dichiarazione di guerra» nei loro confronti.

Si sono detti contrari all’intervento la Guinea-Conakry e l’Algeria. Il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune ha espresso il proprio rifiuto categorico, affermando che tale ipotesi sarebbe «una minaccia diretta per l’Algeria».

Tebboune ha ribadito che non ci sarà alcuna soluzione senza l’Algeria, che condivide un confine di 1000 km con il Niger, ed ha ricordato cosa sia avvenuto in Siria ed in Libia.

Anche coloro che si sono detti pronti ad intervenire e potrebbero giocare un ruolo rilevante, come la Nigeria di Bola Tinubu ed il Senegal di Macky Sall, hanno seri problemi di consenso al proprio interno, mentre il Benin – che si accoderebbe alle decisioni della Cedeao – ha tenuto a ribadire la priorità del tentativo di una risoluzione diplomatica.

Tutte le forze popolari e progressiste del Sahel hanno condannato l’ipotesi di intervento, come ha riportato il sito di informazione indipendente Peoples Dispatch.

In Senegal, il leader dell’opposizione – Sonko – è stato di recente nuovamente arrestato, la maggiore formazione dell’opposizione – PASTEF – sciolta; disabilitato anche l’utilizzo di TikTok.

Un giro di vite significativo in vista delle elezioni presidenziali che si terranno il prossimo anno.

In Nigeria, l’opposizione rifiuta l’ipotesi di intervento armato in Niger, che potrebbe trascinare il paese nel baratro.

La Nigeria, che ha un confine di circa 1.500 chilometri con il Niger, in caso d’intervento militare sarebbe il principale contributore in termini «finanziari, umani e logistici», riporta il quotidiano francese Le Monde.

In una riunione a porte chiuse il Senato della Nigeria si è espresso a maggioranza contro l’avventura bellica. Un particolare non da poco, considerando che la Costituzione afferma che senza l’avvallo del Senato le forze di sicurezza non possono combattere in un paese straniero.

Il presidente può bypassare il giudizio del Senato in caso di «rischio imminente o pericolo», ma ha comunque non più di sette giorni – iniziato il conflitto – per chiedere l’approvazione della Camera Alta.

La coalizione dell’opposizione – Coalition of United Political Parties – in un comunicato pubblicato sabato ha affermato che un intervento militare in Niger non sarebbe solo «inutile» ma «irresponsabile».

La situazione di insicurezza all’interno, la grave crisi economica che affronta il Paese – acutizzatasi dopo la fine dei sussidi sui carburanti, che ne hanno fatto quadruplicare il prezzo con metà della popolazione che vive già sotto la soglia di povertà, i legami storici tra le popolazioni che vivono ai due lati del confine “artificiale” tra il Niger e la Nigeria, la presenza di circa 200 mila profughi nigeriani fuggiti dalla violenza jihadista verso il Niger – sono elementi che danno la cifra dell’azzardo dell’eventuale forzatura militare da parte di Tinubu.

Un intervento militare farebbe quindi “precipitare” in un senso o nell’altro la situazione in Sahel, e si tratterebbe di una sorta di ‘seconda guerra mondiale africana’, dopo quella di fatto combattuta in Congo.

L’Occidente ed i propri ascari stanno nuovamente giocando con il fuoco, ma non è affatto detto che, se passassero alle vie di fatto, il proprio avventurismo non potrebbe risolversi in un gigantesco boomerang per le aspirazioni neo-coloniali e per la rendita politica delle vacillanti pedine in loco.

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