Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/09/2023

Il nuovo disordine mondiale / 21: un’invenzione coloniale (in via di disgregazione)

di Sandro Moiso

Jean-Loup Amselle, L’invenzione del Sahel. Narrazione dominante e costruzione dell’altro, Meltemi editore, Milano 2023, pp. 170, 16 euro

Si muove, confusamente ma con energia, nel continente un nuovo anticolonialismo che non possiamo per ragioni di immagine adottare. Anche perché non lo controlliamo (ancora).[…] È ben diverso da quello degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, non si nutre di ideologia, non produce leader carismatici, libri o manifesti. Che risultava affascinante anche a una parte dell’Occidente, perché il marxismo africanizzato era un prodotto della nostra cultura. In fondo era esso stesso una esportazione colonialista.[…] Sì, il nuovo anticolonialismo è molto più primitivo […] Gli bastano le immagini: da un lato i grandi alberghi e le banche con le facciate alla Potentik, dall’altro il vuoto della savana, i villaggi e le periferie dove sono in agguato le malattie, la miseria. (Domenico Quirico, “La Stampa”, 5 agosto 2023)

Jean-Loup Amselle (Marsiglia, 1942) è un antropologo francese che ha realizzato ricerche sul campo in Mali, in Costa d’Avorio e in Guinea, concentrando la sua attenzione sui temi dell’etnicità, dell’identità, del multiculturalismo, del postcolonialismo e della subalternità. Inoltre è Directeur d’études presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e caporedattore della rivista internazionale “Cahiers d’études africaines”.

Un curricolo di studi e ricerche importante per l’autore di un testo (edito per la prima volta in Francia nel 2022) che esce in un momento di grave crisi politico-militare della struttura geopolitica e culturale imposta per lungo tempo dal colonialismo francese (ed europeo) all’Africa subsahariana. Come sottolinea Marco Aime nella sua prefazione al testo:

la nozione di Sahel appare per la prima volta nel 1900, nella penna del botanico Auguste Chevalier, come categorizzazione botanicogeografica o bioclimatica, legata alla latitudine e alle curve delle precipitazioni. Oggi, però, il Sahel è divenuto una sorta di regione distinta, con presunte caratteristiche etniche, geografiche, ambientali, che la caratterizzerebbero come un unicum. In realtà non è neppure semplice indicarne i confini, chi è in grado di tracciare un confine netto con il Sahara a nord o con la savana a sud? Potremmo tranquillamente dire che esiste più di un Sahel: su un piano meramente geografico, peraltro convenzionale, corrisponderebbe a una striscia lunga 8500 km, vasta circa 6 milioni di km2, che attraversa 12 Stati (Gambia, Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Camerun, Ciad, Sudan, Sud Sudan ed Eritrea), definita più dalle sue caratteristiche climatiche, ambientali e sociali che non da quelle geografiche o politiche1.

Però, prima di proseguire con l’analisi del contenuto del testo, occorre qui sottolineare subito come di quei dodici stati menzionati nella categoria “Sahel” negli ultimi anni almeno sette si siano sottratti all’influenza occidentale in generale e francese in particolare, come i recenti fatti collegati al “colpo di stato” nigerino sembrano confermare; nonostante gli sforzi militari ed economico-politici messi in atto dal colonialismo francese di mantenere il controllo su una delle aree più ricche di uranio ed altre preziose materie prime dell’intero continente africano. Un’autentica débacle per una forma di occupazione coloniale che è continuata per decenni dopo la cosiddetta “fine dell’età coloniale”, ma che oggi sembra essere giunta al termine insieme alle pretese occidentali di rappresentare, sulle teste di miliardi di abitanti del pianeta oppure delle centinaia di milioni di quelli delle regioni africane coinvolte, l’unico e perfetto modello di governance e organizzazione dello sfruttamento economico delle risorse di gran parte del pianeta.

E qui, in questa pretesa di universalità del modello occidentale, si inserisce la leva, anzi verrebbe da dire il piede di porco, di Amselle, tutto teso a scardinare un modello e un immaginario che sono serviti soltanto a perpetrare fino ad ora un dominio volto a garantire la stabilità e la continuità dello sfruttamento delle risorse africane a favore dei ben più ricchi paesi dell’Occidente bianco e crapulone. Infatti, come afferma ancora Aime nella sua prefazione:

Un filo rosso percorre l’intera opera di Jean-Loup Amselle e ne mette in luce, oltre alle indiscusse capacità, la coerenza e l’estrema originalità. Fin dai suoi primi lavori […] Amselle sembra essersi dato una missione: scardinare il rigido sistema classificatorio, al quale non è sfuggita neppure molta antropologia del passato, per restituirci un panorama più complesso e articolato, che vada al di là delle semplici (talvolta semplicistiche) schematizzazioni adottate, in particolare dagli europei, nei confronti dell’Africa. Questo continente, infatti, è stato troppe volte vittima di vere e proprie “invenzioni”, pensiamo al mito di Timbuctù come città dell’oro o alla propensione mistica dei dogon, solo per rimanere nel Mali, Paese del Sahel, al centro di questo ultimo lavoro dell’autore2.

Come chiarisce lo stesso Amselle:

il Sahel, categoria nata per designare la regione che si estende tra il Sahara e la savana “sudanese”, è in effetti una realtà spettrale, ibrida, mista, che mescola popolazioni “bianche”, “rosse” e “nere”, agricoltori sedentari e pastori transumanti, animisti e musulmani. Questa realtà mutevole, come quelle che la circondano (il Sahara, la savana), è stata coinvolta in una serie di formazioni politiche su larga scala – gli Imperi del Ghana, del Mali e del Songhay – tutte orientate lungo un asse nord-sud piuttosto che ovest-est. Sebbene la colonizzazione francese si estendesse dal Maghreb al Golfo di Guinea, non fu questa la divisione geografica che ne derivò. Al contrario, i conquistatori, gli amministratori e gli studiosi coloniali stabilirono una geografia razziale e bio-climatica che livellava le zone geografiche, le razze e le etnie in funzione delle latitudini. Ne è risultata una gerarchizzazione ambigua che oppone delle razze “civilizzate” ma pericolose, come i mori, i tuareg e i peul, a razze più incolte ma più pacifiche, come gli “agricoltori neri”. Questo schema di riferimento coloniale continua a essere utilizzato ancora oggi e a ossessionare gli ufficiali francesi delle operazioni “Barkhane” e “Takuba”3.

Sottolineando però come l’opera di divisione trasversale sia stata non soltanto geografica, bio-climatica e razziale, ma anche linguistica.

Non ho ancora fatto notare che dal 2013 in poi, i successivi interventi militari che hanno coinvolto diversi Paesi “saheliani”, soprattutto il Mali, hanno avuto nomi arabi o tamasheq […] “Takuba”, il termine utilizzato per designare la forza speciale europea voluta da Emmanuel Macron, significa “sciabola” in lingua tamasheq. Il campo semantico utilizzato dal comando francese è quindi principalmente arabo e tamasheq e riguarda quindi soltanto le popolazioni nomadi, che rappresentano solo una frazione della popolazione totale del Mali. È facile osservare quindi come la guerra nel Sahel si giochi anche sul piano simbolico, con la scelta dei termini utilizzati, che possono anche ritorcersi contro chi li aveva introdotti. […] Con l’invenzione della categoria di Sahel all’inizio della colonizzazione, e fino al suo utilizzo odierno, la Francia e il Mali non hanno più smesso di guardarsi con sospetto. È la proiezione di un immaginario fantasma, di una parte dell’Africa che ha la consistenza di un sogno, di un safari avventuroso dove si inseguono le fantasie di una casta militare nostalgica di un’epoca passata, un’epoca in cui la Francia contava ancora sulla scena internazionale, mentre adesso non può nemmeno più giocare alla guerra4.

In questo modo l’ex-potenza coloniale francese non soltanto ha troncato le vie “naturali” che un tempo collegavano da nord a sud le società del continente, favorendo lo sviluppo di regni e stati che la storiografia colonialista sembra aver cancellato dalla Storia, riducendo la stessa ad un susseguirsi di scontri interetnici cui solo l’intervento coloniale occidentale avrebbe messo fine5, ma ha anche contribuito allo sviluppo di un’etnicizzazione precedentemente inesistente o scarsamente rappresentativa delle culture locali che si incrociavano e confrontavano secondo altri parametri. Etnicizzazione e demonizzazione, ad esempio, dell’Islam in cui spesso sono cascati anche gli intellettuali “locali”, come Amselle dimostra nel lungo capitolo riguardante La formattazione dell’intellettuale saheliano6. Così, come chiarisce ancora Aime nella sua prefazione:

Molti di questi scrittori e saggisti riproporrebbero una nuova etnicizzazione della narrazione, enfatizzando il colore della pelle, le tradizioni locali e l’animismo come rimedio alla modernità di carattere occidentale. L’Islam viene spesso caricaturizzato e demonizzato, impedendo così che se ne faccia un’analisi più profonda e articolata soprattutto sulle cause che spingono sempre più giovani ad aderire ai movimenti jihadisti. Viene spesso riproposta una versione rivisitata dell’afrocentrismo, secondo cui tutto avrebbe avuto origine in Africa, invece di proporre una visione più dinamica delle molte e continue relazioni che il continente aveva con il mondo esterno […] Peraltro, molti di questi artisti e intellettuali vivono in Europa o negli Stati Uniti, dando vita a quello che Amselle definisce “un gioco ambiguo con l’ex potenza coloniale”7.

La forma-stato che il colonialismo centralizzatore, soprattutto francese, ha lasciato in eredità ha fatto poi sì che:

L’introduzione dello Stato civile, dei documenti di identità e dei censimenti etnici ha fortemente limitato la fluidità delle affiliazioni etniche e i cambiamenti d’identità ricorrenti in tutta la regione: “è così che gli attori sociali sono stati costretti a definirsi sulla base di un’identità mono-etnica e del corrispettivo stile di vita”. L’acuirsi delle tensioni, accentuato dalla caduta del regime libico di Gheddafi, ha inoltre fatto sì che questioni presuntamente etniche si siano intrecciate con questioni religiose e politiche, vedi i feroci scontri tra dogon “animisti” e peul islamici. A sessant’anni dall’indipendenza laddove in realtà c’è una situazione ibrida, mista, in cui agricoltori e pastori si mescolano, così come animisti e musulmani, dando vita a un mondo fluido, si è venuta invece a instaurare una società rigida, basata sull’etnia e sulla casta. Viene riproposta una gerarchizzazione tra “razze” civilizzate, peraltro considerate oggi pericolose per l’adesione al jihadismo, e “razze” incolte, ma pacifiche. I fantasmi coloniali, anche se mascherati da africani, sono ancora vivi e il merito di Amselle è, ancora una volta, di provocarci per indurci a guardare più in profondità, al di là della superficie, per comprendere meglio la complessità8.

Ecco, allora, che il testo edito da Meltemi si rivela di fondamentale importanza per approfondire l’interpretazione degli eventi, solo apparentemente disordinati e imprevedibili, che hanno percorso quella fascia continentale dell’Africa dal febbraio del 2022 (quando i francesi sono stati invitati a lasciare il Mali in 72 ore) e il luglio del 2023 (colpo di stato nigerino). Diciotto mesi durante i quali la storia del continente e del mondo ha ripreso a correre in direziona ostinatamente contraria a quanto voluto, sperato e narrato mediaticamente dai vertici politici, militari ed economici occidentali.

E se qualcuno non fosse ancora convinto di ciò, allora basterebbe paragonare il rapido abbandono di Kabul nell’autunno del 2021 con quello di Khartum nell’aprile di quest’anno. Due capitali, una dell’Afghanistan, l’altra del Sudan; la prima con 4.600.000 abitanti, a capo di uno stato di 650.000 kmq di estensione, e la seconda con 5.275.000 abitanti, a capo di uno stato di 1.800.000 kmq. Aree troppo vaste, troppo miserabili e troppo socialmente e religiosamente nemiche dell’ordine occidentale fin dall’Ottocento9 in cui il tentativo americano ed europeo di tenere in piedi governi fantoccio organizzati intorno alla corruzione e alla concessione di ricche prebende in cambio del libero sfruttamento di risorse fondamentali per l’economia capitalistica occidentale è andato bellamente a farsi fottere. E non per caso.

Un altro ammutinamento di militari scuote l’émpire africano della Francia. Attenzione: il punto centrale di queste giornate torride e stupefatte non è lo scandalo di un golpe. I presidenti francesi, dopo le finte indipendenze, ne hanno ordinati e commissionati a decine per tener in ordine il cortiletto della «grandeur». […] Ma fino a ieri i golpisti si mettevano sull’attenti quando le consegne dal numero 14 rue Saint Dominique, oggi chiamano loro per ordinare ai francesi di fare i bagagli. […] Comunque si sviluppi l’ammutinamento, il punto centrale è il modo in cui sulle rive del Niger, un fiume che per l’Africa è la sintesi della vita, il respiro, l’immediato domani, muore l’impero coloniale della Francia: miseramente, senza stile, tra bugie e porcherie. Questo capitolo disonorevole, sopravvissuto perfino alla logica, si sta sgonfiando come un pallone di gomma, di quelli che fluttuano in aria e poi con un fischio diventano uno straccio di plastica. La Storia, davvero, non finisce con un botto ma con un lamento. Volete un altro simbolo ancor più umiliante? Voilà: l’annuncio che nel vicino Mali il francese è stato abolito come lingua nazionale.[…] Già si ascolta, anche per il Niger, la solita tiritera che ribalta la gerarchia delle evidenze, ovvero che dietro l’ammutinamento ci sarebbe la diabolica mano della pestifera Wagner putiniana. La Wagner non ha inventato niente in Africa, ha solo riempito con traffici e violenza suoi i vuoti che la Francia, e l’Occidente, ha scavato in questi Paesi: con decenni di complicità interessate e di sfruttamento, coltivando servilità e prostituzioni dei suoi alleati al potere, consentendo la saldatura tra l’ingiustizia da denaro e l’ingiustizia da potere10.

Un richiamo cui forse non sfugge neppure il recente colpo di stato militare riuscito, dopo quello fallito del 7 gennaio 2019, nel Gabon11. Anche se, come sempre, è spesso difficile separare l’anelito all’indipendenza dalla Francia dei militari e dei popoli africani dai giochi dell’imperialismo e delle rivalità infra-europee ed occidentali12. 

Note

  1. M. Aime, Prefazione all’edizione italiana in Jean-Loup Amselle, L’invenzione del Sahel. Narrazione dominante e costruzione dell’altro, Meltemi editore, Milano 2023, pp. 9-10  

  2. M. Aime, op. cit., p. 9  

  3. J-L. Amselle op. cit., pp. 143-144  

  4. Ibidem, pp. 144-145  

  5. Si vedano in proposito: T.Green, Per un pugno di conchiglie. L’Africa occidentale dall’inizio della tratta degli schiavi all’Età delle rivoluzioni, Giulio Einaudi Editore, Torino 2021 (ed.originale inglese 2019) e M. Aime, La carovana del sultano. Dal Mali alla Mecca: un pellegrinaggio medievale, Giulio Einaudi Editore, Torino 2023  

  6. Ivi, pp. 37-81  

  7. Ivi, p. 12  

  8. ivi, p. 13  

  9. Quando per quasi vent’anni, tra il 1882 e il 1899, l’impero britannico fu costretto, insieme all’Egitto, a rinunciare al controllo del Sudan e del cruciale snodo geo-politico di Khartum, città posta tra i due principali affluenti del Nilo, dopo le sconfitte subite a causa della rivolta mahdista guidata da Muhammad Ahmad, proclamatosi mahdi, redentore dell’Islam, nel 1881.  

  10. D. Quirico, Niger, perché il colpo di Stato getta il Sahel nel caos più profondo, La Stampa, 28 luglio 2023  

  11. “La Francia ha sempre avuto fortissimi legami con il Gabon che è anche nell’area monetaria del Franco CFA, legato a Parigi, e l’esercito gabonese da anni viene addestrato dai militari francesi. Altri grandi player sono però presenti da anni in Gabon, soprattutto la Cina. Pechino è stata fra i primi a rilasciare un comunicato per chiedere garanzie sulla sicurezza di Ali Bongo, che in primavera era stato ospite di Xi Jinping per concludere una serie di accordi commerciali sullo sfruttamento delle risorse petrolifere. Gli stati confinanti come il Camerun ed il Congo non hanno ancora preso una posizione ufficiale, ma restano entrambi piuttosto vicini alla Francia, anche se in Congo le attività petrolifere sono in joint venture con aziende russe da anni. Già nel 2019 le forze armate avevano tento un colpo di stato in Gabon approfittando dell’assenza di Bongo, in Marocco per curarsi dopo l’ictus, ma in poche ore il governo gabonese aveva ripreso il controllo della situazione. Ora le cose sono diverse e nelle strade di Libreville regna la calma, compreso nel quartiere dove risiede la famiglia del presidente. Questo golpe arriva in un momento particolarmente critico ed in una regione nella quale i paesi sembravano molto più stabili rispetto al travagliato Sahel, un contagio molto pericoloso che potrebbe cambiare definitivamente gli equilibri del continente africano.” Matteo Giusti, I militari prendono il potere anche in Gabon. Un golpe che arriva in un momento particolarmente critico, “Il Riformista”, 30 agosto 2023  

  12. Si pensi, a solo titolo di esempio, che già alla fine dell’Ottocento il ritorno del dominio britannico nel Sudan Mahdista fu dovuto in gran parte al timore per le mire espansionistiche francesi che, potendo contare su una presenza nel Ciad, si sarebbero potute espandere nel Darfur e indebolire l’egemonia britannica nel nord e nell’est dell’Africa.

Fonte

02/09/2023

Gabon, la Francia in un angolo

Nel cuore della notte di mercoledì 30 agosto, poco dopo l’annuncio della vittoria elettorale del presidente in carica, Ali Bongo Ondimba (in carica dal 2009 e giunto così al terzo mandato, discendente della famiglia che comanda da più di mezzo secolo nel paese), è stato deposto e tratto in arresto da un gruppo di membri delle forze armate. Il gruppo degli insorti è composto da membri della Guardia Repubblicana, l’élite protettiva presidenziale, insieme a soldati dell’esercito regolare e agenti di polizia. Il fatto che il comando della guardia repubblicana, finora fedelissima a Bongo, ribaltasse la situazione, era piuttosto inaspettato. Ma quanto successo si spiega alla luce di una situazione economico-sociale che non cessa di deteriorarsi, di una corruzione rampante, e di un’esasperazione popolare.

In un messaggio televisivo, letto sul canale televisivo statale Gabon 24, i rivoltosi hanno annunciato l’annullamento dell’esito delle elezioni, la sospensione del Parlamento e la chiusura a tempo indeterminato dei confini nazionali con il Congo, la Guinea equatoriale e il Camerun. Il capo dello stato provvisorio è stato indicato nella persona del generale Nguema, responsabile della Guardia Repubblicana. I militari, che hanno annunciato l’intenzione di “difendere la pace”, denunciano una gestione statale che definiscono “irresponsabile e imprevedibile“, con conseguenze dirette sulla coesione sociale del paese e temono che il continuo deterioramento delle condizioni interne possa precipitare il Gabon nel caos. Di conseguenza, hanno deciso di agire per “porre fine all’attuale regime” invitando contemporaneamente la popolazione alla calma.

Il Gabon, nazione di poco più di due milioni di abitanti, è uno dei maggiori produttori africani di petrolio, membro dell’OPEC, con un sottosuolo ricco di carbone. È ricco di uranio, legname, cacao e manganese. Le ricchezze naturali e le nuove tasse imposte sull’industria estrattiva fanno del Gabon un Paese dotato di una ricchezza considerevole. I ricavi del petrolio rappresentano il 46% del bilancio del governo, il 43% del PIL e l’81% delle esportazioni. È dunque tra i Paesi più ricchi dell’Africa in termini di PIL, ma oltre un terzo dei suoi due milioni e mezzo circa di abitanti vive in condizioni di povertà. La disoccupazione sfiora il 30% della popolazione attiva.

Il Gabon è indipendente dalla Francia dal 1960, ma l’indipendenza è un aspetto più formale che sostanziale, dato che Parigi ha continuato imperterrita e con l’assenso della famiglia presidenziale Ali Bongo (il 64enne presidente appena deposto viene da una dinastia ininterrottamente al potere da 56 anni, suo padre Omar Bongo governò dal 1967 al 2009) nella sua ingerenza negli affari interni a tutela dei suoi interessi, che sono difesi da una base militare, con circa 400 soldati di stanza, presente nella capitale del Paese, Libreville. In Francia, peraltro, si trovano 28 proprietà di lusso (21 a Parigi e 7 in Costa Azzurra, valore minimo 85 milioni di euro) acquisite dalla famiglia Bongo grazie alla corruzione, sulle quali finge di indagare la giustizia francese. L’insurrezione dei militari, che sembrano godere delle simpatie della popolazione, truffata dai brogli elettorali, è dunque un ulteriore colpo agli interessi economici francesi nelle ex colonie africane, soprattutto per quanto riguarda l’estrazione del petrolio.

Insieme a quello francese c’è poi da segnalare un altro fallimento che si sta consumando: quello della comunità economica dell’Africa Occidentale, l’Ecowas. Sotto la leadership della nazione più importante di tutto il continente, la Nigeria, l’Ecowas aveva promesso/minacciato un intervento militare multinazionale per ripristinare il legittimo governo civile in Niger. Poi l’Ecowas si è impaurita dalla reazione di Mali e Burkina-Faso, pronte ad intervenire militarmente a sostegno del Niger, (che ha appena votato in Parlamento l’autorizzazione all’ingresso delle truppe dei due paesi amici), vuoi perché all’interno della stessa Nigeria sono cresciute le resistenze verso il ruolo di maggiordomo coloniale dei francesi.

Ormai solo Bruxelles assegna all’Ecowas un qualche ruolo, non perché gli riconosca una capacità di influenza ma nella speranza che, se necessario, possa fornirgli il quadro giuridico per un possibile intervento militare di ripristino dell’ordine europeo.

Il nuovo Gabon è un ulteriore duro colpo per la Francia e la sua influenza politica ed economica nel continente, che ha visto già altri sette paesi francofoni cambiare regime dietro a insurrezioni di natura indipendentista ed anticoloniale. Lo stesso Gabon è stato a lungo uno dei Paesi più rappresentativi della cosiddetta Françafrique, commistione coloniale tra politica e affari dalla quale la Francia, ex potenza dominatrice in larga parte dell’Africa, ha tratto vantaggi inusitati per decenni. Proprio in Gabon, il 2 marzo scorso, il presidente Macron durante un discorso nella capitale Libreville, aveva proclamato che “l’era della Françafrique è finita”.

Magari pensava semplicemente ad una attività di modernariato politico, all’insostenibilità politica di una presenza visibilmente resasi insopportabile da sempre, ad una uscita negoziata dalla porta posteriore dell’Africa, ad un modo per ridurre l’influenza politica mantenendo però i lucrosi affari. Ma la scintilla della ribellione africana sembra avere una energia contagiosa. I processi indipendentisti che hanno dato vita a nuovi governi in Guinea, nel Burkina-Faso, in Mali, in Niger (che hanno espulso i contingenti militari francesi presenti nei rispettivi paesi), sembrano rappresentare la pietra tombale del neocolonialismo francese, appoggiato dall’Unione Europea e sostenuto a distanza dagli USA, che memori della disfatta somala si guardano bene dal rimettersi direttamente in gioco in Africa e che cercano di ricavarsi un loro spazio anche alle spalle degli europei.

Per completezza d’analisi va detto che alcuni osservatori ritengono che il golpe sia stato ispirato, se non addirittura promosso, dagli USA, anche considerando che alcuni degli ufficiali golpisti sono stati formati ed addestrati negli USA. Questo però vale anche per i militari che in Niger e Burkina-Faso hanno deposto i regimi filo-occidentali, dunque la questione della loro formazione, pur importante, non pare decisiva. Ora, sebbene l’insurrezione abbia tutti i caratteri di un processo autoctono, in applicazione alla volontà popolare di porre fine al regime di Ali Bongo, non è da escludere un appoggio indiretto degli USA agli insorti, con l’intenzione di preparare il terreno per rilevare le ricche esportazioni del Paese sottraendole alle tre grandi industrie estrattive francesi. In fondo l’Occidente non ha amici ma interessi. E che la volontà politica statunitense sia determinante nel dettare le mosse europee è chiaro.

Del resto l’impossibilità militare e l’insostenibilità politica di una guerra di aggressione in Africa, proprio mentre si combatte al fianco del governo nazista in Ucraina, è elemento non di poco conto nella valutazione che fanno le giunte militari del Sahel circa il rischio di un intervento militare occidentale.

La palla sembra dunque rimanere nel campo europeo, con il pagliaccesco Borrell che annunciando il solito pacchetto di sanzioni, isteriche quanto inutili, definisce la caduta del regime in Gabon “un grosso problema per l’Europa”. Perché lo sarebbe? Perché la catena dei paesi che si disfano dell’ipoteca asfissiante di Parigi investe zone strategiche per l’Europa, sia come giacimenti di risorse energetiche e minerarie che come origini di flussi migratori. C’è poi la fobia della geopolitica a completare le ansie di Bruxelles, che vede penetrazioni di Cina, Russia, o anche altri attori come Arabia Saudita e Turchia in quella che considera una sua “zona d’influenza”.

Ma se a Bruxelles montano pruriti neo coloniali tardo-novecenteschi, se ritengono che l’Africa sia ancora territorio di pertinenza europea e preferiscono interpretare come fosse un risiko geopolitico quello che, con tutta evidenza, è un processo di liberazione regionale che potrebbe evolversi in continentale, significa che della geografia sanno nulla, dalla storia sanno poco e dalla politica ancora meno.

Fonte

01/09/2023

Gabon, le ragioni della fine di un regime

Il generale Brice Oligui Nguema è stato designato all’unanimità «presidente del Comitato per la transizione e la restaurazione delle istituzioni (CRTI)».

Nguema, è un ufficiale di una famiglia di militari formatosi all’Accademia reale militare di Mecknés in Marocco, a “aiutante di campo” del vecchio presidente Omar Bongo.

È stato nominato nel 2020 a capo della guardia repubblicana, corpo d’élite che svolge – o meglio svolgeva – una funzione pretoriana e a cui è destinata una parte importante del budget della difesa.

Dalla creazione della Guardia repubblicana nel 1964 – in seguito al tentativo di un colpo di Stato ai danni di Léon Mba, primo presidente gabonese dal 1961 al 1967 – fino al 2019, alla sua testa vi era un membro della famiglia Bongo.

È interessante notare che grazie agli accordi di cooperazione tra il paese africano e la Francia, è Parigi (De Gualle e Foccart) che nel 1964 lo rimette manu militari al potere ai danni dell’opposizione democratica, guidata da Jean-Hilaire Aubame, passando di fatto sotto tutela diretta della Francia dopo esserne stati uno degli alleati più affidabili.

Una impronta che manterrà, di fatto, fino ad oggi.

L’annuncio della nomina di Nguema è stato dato da un portavoce dell’organismo che ha preso il potere alla catena televisiva Gabon 24.

Tra i militari figurano membri della guardia repubblicana (GR), dell’esercito e della polizia.

Nguema ha ordinato la riattivazione di internet e la riapertura delle emittenti radio-televisive internazionali, dopo il black out informativo imposto per 3 giorni, insieme al coprifuoco, nel lungo week end elettorale, dall’allora presidente in carica Ali Bongo.

Ali Bongo Ondimba ha governato il paese per 14 anni, ed è figlio del presidente precedente – Omar Bongo Ondimba – che aveva dominato la scena politica per 41 anni, dal 1967 fino all’anno della sua morte nel 2009.

Ali Bongo aveva annunciato la sua candidatura per il suo terzo mandato consecutivo, il 9 luglio scorso.

Anche questa volta – stando al contestato processo elettorale e ai risultati attribuiti ai brogli – sarebbe stato rieletto, dopo che anche le elezioni precedenti, nel 2009 e soprattutto nel 2016, avevano portato a moti popolari repressi nel sangue.

Bisogna inoltre ricordare un tentativo abortito di colpo di Stato, il 7 gennaio del 2019.

Nel 2016 aveva vinto di misura su Jean Ping, per appena 5.500 voti, in una elezione che lo sfidante aveva definito truccata, come poi hanno messo in luce l’analisi di vari esperti e la stessa Unione Europea, che non aveva potuto chiudere gli occhi sui brogli palesi.

A Libreville, la capitale, erano scoppiate violenze che avevano causato 5 morti, secondo il governo, ma almeno una trentina, secondo l’opposizione. Tutte uccise dalle pallottole della polizia.

Bongo, il 25 ottobre del 2018, aveva avuto un arresto cardiaco che ne ha minato le facoltà fisiche e mentali, ed aveva trascorso una lunga degenza in Marocco.

Ora sembra definitivamente uscito di scena. Nel 2009 era stato lo stesso presidente francese, Sarkozy, a sostenerlo nella sua ascesa al potere. Ed aveva sempre trovato nel Marocco – dai tempi di Mohamed VI – un alleato.

La tenuta delle elezioni non poteva certo dirsi cristallina.

In questa tornata elettorale “ad alta tensione” nessuno osservatore straniero è stato accreditato, ed alcun giornalista ha ottenuto i permessi per assistervi. I media FRANCE 24, RFI, TV5 Monde, molto seguiti nel Paese, avevano dovuto sospendere le trasmissioni.

Rispetto a quest’isolamento imposto, Parigi non aveva reagito in alcun modo. Così come l’ONU ed i partner principale del paese, sperando forse che il passaggio per il terzo mandato sarebbe stato indolore, o che eventuali proteste – come nel 2016 – sarebbero state ben presto dimenticate dall’opinione pubblica occidentale, solitamente poco informata su ciò che avviene nelle autocrazie africane fedeli all’Occidente.

Come ha dichiarato l’analista Mays Moussi, che all’inizio di quest’anno ha pubblicato un attento bilancio delle politiche economiche dell’ex-presidente, «Alcuni paesi hanno deciso di chiudere gli occhi di fronte a questo regime che non si mantiene se non con la forza, rende perenne una gestione patrimoniale dello Stato e favorisce l’arricchimento di un piccolo gruppo a detrimento dei più. La democrazia è divenuta accessoria».

Poco dopo l’annuncio dei contestati risultati elettorali i miliari, in un comunicato televisivo, avevano annunciato l’annullamento delle elezioni, la dissoluzione delle istituzioni e la fine del «regime». Un termine su cui è difficile dissentire.

Il leader della piattaforma elettorale dell’opposizione Alternace 2023, Albert Ondo Ossa, non ha preso ufficialmente posizione, dopo aver comunque contestato la modalità di svolgimento delle elezioni già da sabato mattina. Ma il direttore della sua campagna elettorale, Mike Joctane, ha spiegato in mattinata – senza condannare o approvare l’entrata in scena dei militari – che «una parte dell’esercito ha preso le sue responsabilità», lasciando di fatto intravedere il suo parere.

Le stime di voto, da un conteggio parallelo su un migliaio di sedi, davano Ossa al 68% dei suffragi, a differenza dei risultati “ufficiali” trasmessi alle 4 di notte, molto in sordina.

Ossa, 69enne ed ex ministro dell’educazione, con una importante carriera accademica alle spalle, era stato scelto consensualmente venerdì 18 agosto come candidato della piattaforma politico-elettorale Alternance 2023, nata a gennaio e raggruppante 6 candidati dell’opposizione, contro il potente Partito Democratico Gabonese (PDG) del presidente in carica.

Un compromesso importante da parte dell’opposizione, che aveva invertito il processo di “balcanizzazione” al suo interno.

L’ex-presidente è stato posto in «residenza sorvegliata», mentre uno dei suoi figli sarebbe stato arrestato per «alto tradimento», così come la stretta cerchia del suo entourage.

Vi è stata una «ferma condanna» del colpo di Stato da parte della Francia, così come dell’Unione Africana, generando inquietudine nella cosiddetta “comunità internazionale”, le cui cancellerie seguono con forte preoccupazione l’evolversi degli eventi, almeno stando alle prime reazioni ufficiali.

Il Gabon infatti è un paese importante nella regione, tra i più ricchi per PIL pro capite. È un paese strategico per l’estrazione mineraria. Ha un quarto delle riserve stimate di manganese (componente fondamentale per le batterie elettriche, per esempio) di cui è il 4° produttore al mondo ed in cui opera la società mineraria francese Eramet.

È un membro dell’OPEC, da cui si estraggono 200 mila barili al giorno di petrolio, settore in cui operano la francese TotalEnergies e l’anglo-francese Perenco – con il 40% circa della produzione – oltre ad essere un importante esportatore di legno, la cui produzione è raddoppiata negli ultimi 10 anni.

Nel 2018 è stato al centro di uno dei più grossi scandali del settore, per l’esportazione illegale di un legno pregiatissimo (il kevazingo), tagliato illegalmente.

Eramet ha raggiunto dei record di produzione sul continente grazie all’estrazione di manganese, nickel e sabbie mineralizzate, il cui giro d’affari è aumentato del 37% l’ultimo anno.

Più di un terzo del PIL del Gabon è dovuto all’oro nero, che costituisce il 70% del valore delle sue esportazioni ed è foriero di veri e propri disastri naturali, “coperti” però con operazioni di greenwashing franco-gabonesi. Come peraltro dettaglia un’inchiesta di Investigate Europe del giugno di quest’anno sul gigante energetico anglo-francese Perenco, che aveva forti entrature con l’élite politica al potere.

Nonostante questo, l’accaparramento delle ricchezze naturali da parte di multinazionali straniere connesse con le élite politiche locali – che non si sono mai realmente impegnate in una politica di sviluppo – fa sì che 1/3 della popolazione viva sotto la soglia di povertà, e la disoccupazione tocchi circa il 40% dei giovani.

La stessa Banca Mondiale scriveva nell’aprile del 2003 che «malgrado il suo potenziale economico, il paese stenta a tradurre la ricchezza delle sue risorse in una crescita durevole ed inclusiva».

In una intervista ad Al Jazeera Moussi ha affermato che Ali Bongo «ha mantenuto solo il 12% delle sue promesse (…) La qualità della vita è deteriorata (…) Povertà e disoccupazione sono cresciute di 3-4 punti percentuali tra le precedenti elezioni e queste».

La maggioranza degli abitanti – il 70% – vive in una decina di città dove non sono stati sviluppati servizi sufficienti a creare una fascia di popolazione in un relativo benessere.

Sostiene infatti Moussi, in una intervista a La Tribune Afrique di alcuni mesi fa, che «l’accesso ai servizi di base come l’acqua e l’elettricità si è degradato, compreso nella capitale, dove bisogna a volte attendere più di un anno per avere un semplice contatore elettrico».

Dal punto di vista militare la Francia ha una base militare con 400 soldati con funzioni di addestramento. A differenza, per esempio, di alcuni paesi limitrofi, non vi è alcuna insorgenza jihadista.

In conclusione.

Sebbene non si possa prefigurare quello che sarà lo scenario dopo questo colpo di Stato, appare per ora chiaro un certo appoggio da parte della popolazione. Del resto, i militari hanno destituito l’espressione di un sistema di sfruttamento neocoloniale delle risorse, dal pesante impatto ambientale e senza reali cadute occupazionali, che aveva garantito finora una rendita politica semi-dinastica alla famiglia Bongo ed al suo entourage con una repressione politica feroce, su cui l’Occidente ha sempre chiuso entrambi gli occhi.

Ci sia permessa una battuta. Quando il presidente Macron ha dichiarato in buona sostanza che i tempi dell’“Africa francese” erano finiti, probabilmente non pensava che le popolazioni africane lo prendessero così in parola.

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30/08/2023

Africa inquieta. Militari al potere anche in Gabon

Un gruppo di alti ufficiali delle forze armate del Gabon si è rivolto ai cittadini attraverso la televisione nazionale nelle prime ore di oggi, annunciando di aver assunto il potere nel Paese. A riferirlo è l’agenzia Nova.

L’apparente golpe militare segue l’annuncio da parte della commissione elettorale della vittoria del presidente uscente, Ali Bongo Odimba (la cui famiglia è al potere da 53 anni), alle elezioni che si sono tenute in Gabon domenica.

Uno dei militari ha dichiarato al canale televisivo Gabon 24: “Abbiamo deciso di difendere la pace ponendo fine all’attuale regime”. Ciò, ha aggiunto, è dovuto a “un governo irresponsabile e imprevedibile che provoca un continuo deterioramento della coesione sociale che rischia di portare il Paese nel caos”.

Il comunicato è stato letto a nome del “Comitato per la transizione e il ripristino delle istituzioni”: “Tutte le istituzioni della Repubblica sono sciolte: il governo, il Senato, l’Assemblea nazionale e la Corte costituzionale. Invitiamo la popolazione a rimanere calma e serena e riaffermiamo il nostro impegno a rispettare gli impegni del Gabon nei confronti della comunità internazionale”, ha proseguito, annunciando la chiusura delle frontiere del Paese “fino a nuovo ordine”. È bene ricordare che anche in Gabon c’è una base militare francese.

Il golpo di stato in Gabon è inesorabilmente fonte di ennesima preoccupazione per il governo e le compagnie private francesi come la TotalEnergies e il gruppo minerario Eramet che hanno forti investimenti nel paese.

Da Parigi è subito arrivata la condanna dell’azione di forza ed il portavoce del governo, Olivier Veran, ha chiesto che “il risultato elettorale, quando sarà conosciuto, venga rispettato”, mentre il leader della sinistra francese Jean-Luc Melenchon ha dichiarato che il Gabon “è riuscito a liberarsi del suo fantoccio presidenziale solo grazie all’intervento dei suoi militari”, e che il presidente francese Emmanuel Macron, “ancora una volta, avrà compromesso la Francia sostenendo l’insopportabile fino alla fine”.

Secondo i risultati annunciati dal Centro elettorale gabonese il principale rivale di Bongo, Albert Ondo Ossa, ha ottenuto solo il 30,77% dei voti. Albert Ondo Ossa aveva denunciato “brogli orchestrati dal campo di Bongo” due ore prima della chiusura dei seggi, sabato, e in quel momento stava già rivendicando la vittoria.

La commissione elettorale aveva annunciato la rielezione di Bongo con il 64,27% dei voti, ma l’opposizione aveva definito l’elezione truccata. Il rovesciamento del presidente metterebbe fine al potere della sua famiglia in Gabon, durato 53 anni.

Gli ufficiali saliti al potere hanno proclamato inoltre lo scioglimento delle istituzioni statali. Secondo fonti ripresa dai media locali, nella notte la capitale Libreville è stata teatro di scontri a fuoco. Dal governo del Gabon non è giunto sinora alcun commento ufficiale.

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