Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/02/2026

“Truppe Usa in Nigeria”

Gli Stati Uniti hanno inviato un piccolo contingente militare in Nigeria. Lo ha dichiarato martedì scorso il generale responsabile del comando statunitense per l’Africa riconoscendo così per la prima volta la presenza delle forze statunitensi nel paese africano che il giorno di Natale è stato oggetto di un bombardamento da parte dell’aviazione militare di Washington.

Alla fine di dicembre il presidente Donald Trump aveva infatti ordinato di realizzare alcuni attacchi aerei contro quelli che ha definito “obiettivi dello Stato islamico” in Nigeria – ma ad essere colpiti, secondo le testimonianze locali, erano stati alcuni villaggi dove non erano presenti gruppi jihadisti – e aveva minacciato nuove azioni militari.

Il generale Dagvin RM Anderson ha affermato che la squadra militare statunitense è stata inviata in Nigeria dopo che entrambi i paesi hanno convenuto che è necessario fare di più per combattere la minaccia terroristica nell’Africa occidentale.

«Ciò ha portato a una maggiore collaborazione tra le nostre nazioni, con l’inclusione di un piccolo team statunitense che apporta alcune capacità uniche dagli Stati Uniti», ha dichiarato ai giornalisti il capo dell’Africa Command (AFRICOM) dell’esercito statunitense, durante una conferenza stampa. Anderson non ha fornito ulteriori dettagli sulle dimensioni e la portata della missione.

La Nigeria è stata sottoposta a forti pressioni da parte di Washington affinché accetti il sostegno militare di Washington dopo che il presidente Trump ha accusato la nazione dell’Africa occidentale di non aver protetto i cristiani dai militanti islamisti che operano nel nord-ovest del paese.

Il governo nigeriano nega però qualsiasi persecuzione sistematica dei cristiani, affermando che sta già prendendo di mira i combattenti islamici e altri gruppi armati che attaccano sia i civili cristiani che quelli musulmani.

I combattenti di “Boko Haram” e dello “Stato Islamico della Provincia dell’Africa Occidentale” (ISWAP) hanno però intensificato gli attacchi contro convogli militari e civili soprattutto nelle regioni del nord-ovest che rimangono l’epicentro dell’insurrezione jihadista che dura ormai da 17 anni.

Proprio martedì scorso circa 170 persone sono state uccise nel corso di un attacco condotto da miliziani armati contro il villaggio di Woro, nello stato di Kwara, nella Nigeria centrale.

L’assalto è il più sanguinoso registrato quest’anno nel distretto al confine con lo Stato federale del Niger, un’area sempre più nel mirino di bande armate e jihadisti che fanno irruzione nei centri abitati, rapiscono i residenti e saccheggiano il bestiame.

Il portavoce della polizia statale, Adetoun Ejire-Adeyem, ha confermato la strage ma non ha fornito dettagli né sul numero esatto delle vittime né sulla matrice dell’assalto. Secondo alcuni testimoni raggiunti da Reuters, gli aggressori erano jihadisti che spesso predicavano nel villaggio e che avevano chiesto agli abitanti di rinunciare alla loro fedeltà allo Stato nigeriano e di adottare la Sharia, la legge islamica. Secondo alcuni analisti il massacro è stato effettuato da Boko Haram.

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27/12/2025

Dai Caraibi all’Africa guerre americane crescono

«Un attacco potente e letale»

Trump ha scritto sul social network Truth che, su suo ordine, è stato lanciato un attacco «contro i terroristi dell’Isis che hanno preso di mira e ucciso brutalmente, soprattutto, cristiani innocenti». Secondo le iperboli di Trump «il Pentagono ha eseguito numerosi attacchi perfetti». «Sotto la mia guida, il nostro Paese non permetterà al terrorismo islamico radicale di prosperare», ha aggiunto. E il buon Natale con una contorta e discutibile preghiera: «Che Dio benedica il nostro esercito e BUON NATALE a tutti, compresi i terroristi morti, che saranno molti di più se il loro massacro di cristiani continuerà». Buon Natale di morte? Parlando da delegato di giustizia dall’Alto, «Avevo già avvertito questi terroristi che se non avessero fermato il massacro dei cristiani avrebbero pagato l’inferno, e stasera è successo. Il Dipartimento della Guerra ha eseguito numerosi attacchi perfetti, come solo gli Stati Uniti sono in grado di fare», riporta l’ANSA. Fraseggio moderato.

Fatti noti senza aggettivi

«L’Africom ha condotto un attacco su richiesta delle autorità nigeriane nello Stato di Sokoto uccidendo diversi terroristi dell’Isis», dichiara il Comando militare statunitense in Africa. Oltre dodici missili Tomahawk per un attacco di precisione su due campi d’addestramento dell’Isis, lanciati dal cacciatorpediniere USS Paul Ignatius, che nelle scorse settimane si era avvicinata al teatro d’operazioni dell’Atlantico centro-orientale. Il ministero degli Esteri nigeriano ha confermato che gli Stati Uniti hanno lanciato «colpi di precisione contro obiettivi terroristici in Nigeria tramite attacchi aerei». «Le autorità nigeriane rimangono impegnate in una cooperazione strutturata in materia di sicurezza con i partner internazionali, compresi gli Stati Uniti d’America, per affrontare la persistente minaccia del terrorismo e dell’estremismo violento», ha affermato il Ministero degli Esteri in una nota diffusa stamattina.

Che nuovo anno ci prepara Trump?

Parole roboanti del solito Trump, e critiche preoccupare interne. Justin Amash, ex deputato repubblicano del Michigan, ha scritto su X un duro post di critica all’unilateralismo di Trump, sottolineando che «se gli Stati Uniti debbano o meno impegnarsi in conflitti in tutto il mondo è una decisione che spetta ai rappresentanti del popolo al Congresso, non al presidente». L’operazione segue una serie di analoghe operazioni contro lo Stato Islamico in Siria, dove settimana scorsa gli Usa hanno colpito almeno 70 obiettivi riconducibili ai jihadisti e si inserisce nella complessa dialettica con la Nigeria, avverte Andrea Muratore. Negli scorsi mesi Trump ha più volte polemizzato a distanza con il presidente nigeriano Bola Tinbu, accusando Abuja di non fare abbastanza per contrastare il terrorismo e l’insorgenza dell’Isis e di Boko Haram e ponendo in particolare al centro la questione dei massacri di cristiani nigeriani. «Quest’ultimo fronte è molto diffuso nel mondo conservatore statunitense come cavallo di battaglia», denuncia InsideOver.

La guerra interna della Nigeria

«L’insurrezione è in corso da oltre un decennio, uccidendo migliaia di cristiani e musulmani di ogni confessione religiosa», scrive il New York Times. La Nigeria non è ufficialmente in guerra, ma lì vengono uccise più persone che nella maggior parte dei paesi devastati dalla guerra. Solo quest’anno, più di 12.000 persone sono state uccise da vari gruppi violenti, secondo Armed Conflict Location and Event Data, un gruppo di monitoraggio dei conflitti. Un conflitto violento che anche nel mondo delle istituzioni religiose cristiane è letto con cautela, tanto che anche il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede, ha ribadito che la radice dello scontro è sociale, e non religiosa. Ma per gli Usa quest’ultima chiave di lettura va cavalcata, tanto che il capo del Pentagono Pete Hegseth ha giustificato l’azione dichiarando che «l’uccisione di cristiani innocenti in Nigeria (e altrove) deve finire».

Guerra civile e non religiosa

Il primo Natale del Trump 2.0 si chiude dunque come una giornata di bombe e missili che segna l’intervento Usa in un nuovo conflitto dopo che nel 2025 Washington ha colpito in Yemen, Somalia, Siria, Iran e tra Oceano Pacifico e Mar dei Caraibi contro i presunti narcotrafficanti. Un’espansione della proiezione militare americana che oggi arriva fino all’Africa occidentale, con conseguenze tutte da analizzare sugli equilibri interni della Nigeria.

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16/12/2025

Gli USA e il nuovo disordine mondiale

L’anno 2025 ha visto l’intensificarsi delle minacce degli Stati Uniti contro il Sud Globale. Nel giro di pochi mesi, Washington ha dichiarato lo spazio aereo venezuelano “completamente chiuso”, ha minacciato di invadere la Nigeria “con le armi spianate” per proteggere i cristiani da un presunto genocidio e ha preteso che i talebani restituissero la base aerea di Bagram, accompagnando la richiesta con avvertimenti di conseguenze non specificate. Non si tratta di episodi isolati di spavalderia trumpiana. Sono sintomi di una crisi strutturale più profonda nel modo in cui il potere statunitense gestisce il suo rapporto con il resto del mondo.

Ciò a cui stiamo assistendo potrebbe essere definito “coercizione senza consenso”. Con il declino dell’appello ideologico della globalizzazione guidata dagli USA e l’indebolimento della leva economica, il centro imperiale ricorre sempre più alla forza bruta e alle minacce nude e crude. I meccanismi del consenso che un tempo sostenevano l’egemonia americana hanno perso la loro presa. Ciò che rimane è la coercizione.

La militarizzazione della finanza

Si prenda il caso del Venezuela. Dall’agosto 2017, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni sempre più severe, colpendo il settore petrolifero del paese, le istituzioni finanziarie e i funzionari governativi. L’obiettivo dichiarato non è mai stato nascosto: un cambio di regime.

Le conseguenze umanitarie sono state devastanti. Uno studio del 2019 degli economisti Mark Weisbrot e Jeffrey Sachs per il Center for Economic and Policy Research stimava che le sanzioni hanno causato oltre 40.000 morti tra il 2017 e il 2018.

Le sanzioni hanno tagliato fuori il Venezuela dal sistema finanziario basato sul dollaro, impedendo la ristrutturazione del debito. Le società internazionali sono state minacciate con sanzioni secondarie. L’importazione di pezzi di ricambio per l’industria petrolifera è diventata impossibile, accelerando il crollo della produzione. Weisbrot e Sachs hanno concluso che questi impatti “corrisponderebbero alla definizione di punizione collettiva così come descritta sia nelle convenzioni internazionali di Ginevra che dell’Aia”.

A seguito delle sanzioni dell’agosto 2017, la produzione petrolifera venezuelana è diminuita a un ritmo più che triplo rispetto al passato. Il FMI ha rivisto le sue previsioni di crescita per il 2019 dal -5% al -25%, principalmente a causa del regime sanzionatorio.

Ciò conferma quanto teorizzato da Samir Amin sull’imperialismo contemporaneo che opera attraverso il controllo della finanza globale nel suo libro L’imperialismo contemporaneo, il capitale finanziario monopolistico e la legge del valore di Marx. Il ruolo del dollaro come valuta di riserva, combinato con la giurisdizione statunitense sui pagamenti globali, fornisce a Washington il “privilegio esorbitante” di imporre l’isolamento economico a qualsiasi paese ribelle.

L’escalation del 2025 va oltre. La dichiarazione di Trump secondo cui lo spazio aereo venezuelano dovrebbe essere considerato chiuso, pur priva di giurisdizione legale, funziona da intimidazione per i vettori commerciali. Il dispiegamento della portaerei USS Gerald R. Ford nei Caraibi, unito a raid aerei che hanno ucciso oltre ottanta persone dal settembre 2025, suggerisce che Washington è pronta ad accompagnare lo strangolamento economico con la violenza militare.

Il caso della Colombia nel gennaio 2025 è ugualmente istruttivo. Quando il Presidente Gustavo Petro ha rifiutato i voli di deportazione su aerei militari statunitensi, Trump ha risposto nel giro di poche ore con minacce di dazi del venticinque percento e revoche di visti. Questa tattica di pressione aveva un messaggio chiaro: l’alleanza con Washington non offre alcuna protezione quando le priorità imperiali lo richiedono.

L’umanitarismo selettivo

L’intervento minacciato in Nigeria rivela una diversa modalità di affermazione imperiale: l’appropriazione del discorso umanitario per legittimare l’azione militare.

Nel novembre 2025, Trump ha designato la Nigeria “Paese di particolare preoccupazione” per persecuzione religiosa e ha minacciato di “spazzare via i terroristi islamici” che starebbero commettendo un genocidio contro i cristiani.

L’affermazione non regge alla verifica empirica. I dati dell’Armed Conflict Location and Event Data Project raccontano una storia più complessa. Tra gennaio 2020 e settembre 2025, l’ACLED ha registrato 385 attacchi che prendevano di mira i cristiani quando l’identità religiosa era un fattore, con 317 morti. Nello stesso periodo, 196 attacchi hanno preso di mira i musulmani, causando 417 morti. La violenza è reale e devastante, con oltre 20.000 morti civili dal 2020. Ma le sue cause sono più complesse di un puro sterminio religioso.

I ricercatori hanno documentato come i conflitti tra agricoltori e pastori, la desertificazione, la competizione per le risorse e il collasso dei meccanismi di mediazione tradizionali siano alla base di gran parte della violenza. Organizzazioni come Boko Haram impiegano una retorica anti-cristiana, ma i loro attacchi sono in gran parte indiscriminati. Come ha affermato l’analista nigeriano Bulama Bukarti: “Tutti i dati rivelano che non c’è alcun genocidio cristiano in corso in Nigeria. Questa è una pericolosa narrazione di estrema destra”.

L’analisi di Mahmood Mamdani sul movimento “Salviamo il Darfur” illumina questa strumentalizzazione della sofferenza. Egli spiega nel suo libro Salvatori e sopravvissuti: Darfur, la politica e la guerra al terrore la cornice del genocidio e come essa trasformi i conflitti politici in drammi morali che richiedono una salvezza esterna, posizionando le potenze occidentali come salvatrici e le popolazioni africane come vittime incapaci di risolvere i propri problemi.

La selettività è impossibile da ignorare. Mentre minaccia azioni contro la Nigeria, Washington ha fornito a Israele miliardi in aiuti militari durante operazioni che hanno ucciso decine di migliaia di palestinesi. “Genocidio” nel discorso statunitense non è una categoria analitica da applicare coerentemente, ma uno strumento politico utilizzato in modo selettivo.

Debolezza imperiale, non forza

La richiesta di restituzione della base di Bagram ai talebani rappresenta il rifiuto di accettare la sconfitta. L'abbandono della più grande installazione USA in Afghanistan ha simboleggiato il fallimento della guerra più lunga della storia americana. Trump ora ne chiede la restituzione, giustificando la richiesta perché la base è “a un’ora di distanza dal luogo in cui la Cina fabbrica i suoi missili nucleari”. L’Afghanistan deve essere strumentalizzato come piattaforma per contenere la Cina.

Le potenze regionali l’hanno respinta all’unanimità. Le consultazioni del Formato di Mosca hanno riunito Russia, Cina, Iran, Pakistan e India in un’opposizione coordinata. Nonostante le loro differenze, questa coalizione rappresenta la coordinazione multipolare che Samir Amin sosteneva attraverso il suo concetto di “delinking”: nazioni che rifiutano di subordinare la loro sicurezza alle priorità imperiali.

Lo studio dell’Istituto Tricontinentale “Iper-Imperialismo” fornisce una cornice per comprendere questa congiuntura. Gli stati NATO rappresentano i tre quarti della spesa militare globale. Eppure, la supremazia militare non può compensare il potere economico in erosione. Gli Stati Uniti affrontano l’ascesa della Cina e il crescente peso dei BRICS. La crisi finanziaria del 2008 e la disfunzione della democrazia americana hanno offuscato il Washington Consensus.

Questo spiega ciò che potrebbe apparire paradossale: perché un’egemonia in declino produce comportamenti più aggressivi. Quando i meccanismi del consenso si indeboliscono, i meccanismi della coercizione si intensificano. Le minacce contro Venezuela, Nigeria e Afghanistan sono sintomi di debolezza imperiale, non di forza.

Per l’India e per il più ampio Sud Globale, le implicazioni richiedono attenzione. L’assunto che la globalizzazione guidata dagli USA rappresenti l’unico percorso di sviluppo è stato messo in discussione. Istituzioni alternative, dalla Banca di Sviluppo dei Nuovi BRICS agli accordi valutari bilaterali che bypassano il dollaro, creano possibilità di subordinare le relazioni esterne alle priorità nazionali.

Gli interessi del Sud Globale non risiedono nello scegliere tra grandi potenze, ma nel costruire solidarietà che amplino lo spazio per uno sviluppo sovrano. La costruzione di un ordine genuinamente policentrico rimane l’orizzonte verso cui le forze progressiste devono lavorare.

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14/12/2025

Benin - Il golpe sventato grazie all’intervento della Francia e dell’Ecowas

Sembra essere tornata la calma in Benin dopo il tentato colpo di Stato di domenica scorsa, 7 dicembre, che per alcune ore aveva fatto temere un’altra presa del potere da parte di una giunta militare, dopo quelle avvenute con successo nei vicini Mali, Guinea, Burkina Faso e Niger.

Contrariamente a quanto era avvenuto nei precedenti golpe in altri paesi del Sahel, decisivo è stato in questo caso l’intervento della “Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale” (Cedeao in francese, Ecowas in inglese), il blocco regionale sostenuto dalla Francia che si è mosso immediatamente per impedire il successo del putsch, organizzato formalmente per liberare il paese dalla “dittatura” del presidente Patrice Talon.

Da quando è stato eletto nel 2016, il leader sostenuto dalla Francia ha accentuato gradualmente il proprio autoritarismo senza riuscire a garantire la sicurezza delle regioni del nord minacciate dalla violenza dei gruppi jihadisti. Recentemente il governo ha escluso dalle prossime elezioni presidenziali, previste nel 2026, il principale partito di opposizione, e il potere dovrebbe passare da Talon al suo attuale ministro delle finanze Romuald Wadagni.

A guidare la risposta regionale al tentativo di golpe è stata la Nigeria, la cui presidenza ha confermato l’invio in Benin di alcuni caccia per prendere il controllo dello spazio aereo del paese. Gli aerei da guerra nigeriani hanno anche compiuto alcuni bombardamenti, distruggendo alcuni veicoli blindati schierati nelle strade dai golpisti.

Abuja ha inoltre fatto sapere di aver inviato anche truppe di terra a supporto delle forze armate del Benin rimaste fedeli al presidente.

Il rapido intervento militare della Nigeria può essere letto come un segnale inviato a Washington sull’efficienza e sulla capacità delle proprie forze armate di operare a livello regionale, dopo che nelle scorse settimane il presidente americano aveva duramente attaccato il governo del paese, accusato di non fare nulla per impedire “il massacro dei cristiani” da parte dei gruppi jihadisti.

In Benin sono giunti anche altri militari appartenenti alla cosiddetta “forza di riserva” della “Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale” provenienti da Sierra Leone, Costa d’Avorio e Ghana per “sostenere il governo e l’esercito repubblicano del Benin nel preservare l’ordine costituzionale e l’integrità territoriale”.

Già prima dell’arrivo a Cotonou delle truppe dell’ECOWAS, comunque, alcuni reparti dell’esercito fedeli al governo hanno attaccato la base militare di Togbin dove erano riuniti i soldati ribelli. Secondo quanto riportato in un comunicato ufficiale, durante l’incursione è stata uccisa la moglie di Bertin Bada, capo di Stato maggiore di Talon, mentre il generale è riuscito a fuggire. Non si avrebbero notizie neanche del capo dei golpisti, Tigri Pascal leader del “Comitato per la rifondazione militare” che sarebbe riuscito a far perdere le proprie tracce.

L’intervento militare del blocco regionale vicino alla Francia ha ovviamente irritato i Paesi membri della “Confederazione degli Stati del Sahel” (Aes), vale a dire Burkina Faso, Mali e Niger, i quali hanno denunciato la violazione del proprio spazio aereo dopo che un velivolo militare nigeriano è atterrato in Burkina Faso.

In una dichiarazione congiunta trasmessa sui canali televisivi dei tre Paesi, la Confederazione – un’alleanza strategica fondata nel 2023 dalle rispettive giunte militari che hanno espulso le truppe francesi e statunitensi e si sono avvicinate a Mosca – ha fatto sapere che “un aereo di tipo C-130 appartenente all’Aeronautica militare della Repubblica federale della Nigeria è stato costretto ad atterrare a Bobo-Dioulasso, in Burkina Faso, a seguito di una situazione di emergenza”. Un’indagine “ha rivelato che questo aereo militare non era autorizzato a sorvolare il Burkina Faso”, si legge nella dichiarazione, letta dal ministro della Sicurezza e della Protezione civile del Mali, Daoud Aly Mohammedine, che ha “condannato con la massima fermezza questa violazione del suo spazio aereo e della sovranità dei suoi Stati membri” ed ha annunciato la messa in stato di allerta delle difese aeree e antiaeree dello spazio aereo della Confederazione.

Con il passare dei giorni è apparso chiaro che il tentativo di golpe è stato sventato grazie all’intervento diretto da parte della Francia, sponsor principale del presidente Talon e preoccupata per le conseguenze che la sua rimozione dal potere avrebbe potuto avere su ciò che resta della sua influenza nella regione del Sahel.

L’intervento della Cedeao, come ha confermato l’Eliseo, ha ottenuto il sostegno logistico di Parigi, che ha fornito supporto “in termini di sorveglianza, osservazione e logistica” alle forze armate del Benin.

Secondo alcuni media un aereo specializzato in operazioni di intelligence, immatricolato in Francia, ha a lungo sorvolato Cotonou – sede del governo del Benin – per varie ore proprio nel corso del tentato golpe.

Francia e Benin sono legati da accordi di cooperazione militare sin dal 1977. Dopo l’aggravarsi della minaccia jihadista nella regione questa collaborazione si è rafforzata. Con la fine dell’operazione Barkhane in Mali e la perdita delle basi militari in tutti i paesi dell’Alleanza degli stati del Sahel la Francia ha ulteriormente rafforzato i suoi legami con il Benin, anche se formalmente nel paese non può contare sulla presenza di una base militare a disposizione delle proprie truppe.

La presenza militare francese in Benin – che ufficialmente non può contare sulla disponibilità di una vera e propria base – è peraltro finita in passato nel mirino delle giunte golpiste del Sahel, e in particolare di quella del vicino Niger, che nel dicembre 2023 ha accusato le autorità beninesi – d’intesa con Parigi – di addestrare terroristi sul loro territorio, circostanza negata dal governo di Cotonou.

Il Benin è rimasto ormai uno degli ultimi alleati della Francia nel Sahel, e un suo eventuale scivolamento nell’orbita russa significherebbe per Parigi una battuta d’arresto decisiva in una regione in cui l’influenza francese è stata negli ultimi anni fortemente ridimensionata.

Nel continente africano Parigi mantiene una presenta militare fissa in soli cinque paesi: Ciad, Senegal, Costa d’Avorio, Gabon e Gibuti.

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19/02/2024

La Nigeria vuole fermare lo sfruttamento neocoloniale del proprio petrolio

La Nigeria sta cercando di sviluppare il proprio settore petrolifero scrollandosi di dosso lo strapotere delle compagnie petrolifere straniere che, da decenni, fanno il bello e soprattutto il cattivo tempo nel Paese. Una serie di riforme nel settore cercano di attivare l’intera filiera del settore petrolifero all’interno del Paese, iniziando anche la raffinazione, così da non dover essere solo esportatore di greggio grezzo. La Nigeria, che ha fatto richiesta di adesione ai BRICS, sta inoltre progettando di cessare l’utilizzo del dollaro statunitense come valuta per commerciare il proprio petrolio, per sostituirlo con la propria valuta nazionale. E le grandi compagnie petrolifere, a cominciare da Shell e Total, hanno già avviato la ritirata dalla terraferma nigeriana.

La Nigeria aveva presentato domanda di adesione ai BRICS – l’alleanza internazionale guidata da Brasile, Cina, India, Russia e Sudafrica – nel 2023, ma è stata respinta al vertice di Johannesburg, dove sono stati annunciati i Paesi che avrebbero ingrandito l’organizzazione. Nonostante il rifiuto, la Nigeria sta cercando di operare politicamente affinché la sua candidatura sia in futuro accettata e per questo tenta di operare riforme che consentano un significativo sviluppo economico dopo decenni di depauperamento delle risorse ed esternalizzazione dei costi economici e sociali da parte delle multinazionali del petrolio. Il Paese africano vuole rafforzare la sua valuta locale, la Naira, e per questo motivo l’avvocato di Stato della Nigeria, Femi Falana, ha esortato il governo nigeriano a fare meno affidamento sul dollaro USA e iniziare ad utilizzare la Naira per il commercio del petrolio nigeriano. Questo, come spiegato da Falana, nella duplice intenzione di rafforzare la moneta nigeriana e di legarsi alla volontà dei BRICS di de-dollarizzazione dell’economia mondiale. Falana ha invitato il governo a ignorare le previsioni fatte dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dalla Banca Mondiale, quanto piuttosto di iniziare a lavorare a fianco dei BRICS per rafforzare l’economia della Nigeria. «Lascia che chi vuole acquistare i nostri prodotti cerchi Naira. Questo è il modo in cui promuovere la tua valuta», ha detto l’avvocato di Stato.

Dopo anni e anni di conflitti, e forse anche per la legge varata lo scorso mese che prevedeva di trattenere dalle compagnie straniere una parte del petrolio estratto, Shell e altre aziende stanno lasciando la terraferma nigeriana. La multinazionale fossile britannica ha annunciato la volontà di lasciare tutte le operazioni di estrazione onshore, quindi sulla terraferma, dopo quasi un secolo di attività in Nigeria, oltre che di degrado ecologico e sociale causato dal suo operato e per cui ha dovuto affrontare decine di processi. Un accordo che oscilla tra i 2,4 e i 2,8 miliardi di dollari, tra Shell e il governo nigeriano, farà sì che tutte le attività di Shell sulla terraferma passeranno ad un consorzio di cinque aziende petrolifere, quattro nigeriane e una svizzera. Shell si concentrerà sulle operazioni di estrazione in mare aperto, in profondità, ancora appannaggio esclusivo delle mega compagnie, le uniche che possono permettersi investimenti così grandi. Così sta facendo anche la francese Total come anche altre compagnie petrolifere straniere che concentreranno i loro sforzi di profitto nell’estrazione offshore in acque profonde.

Dopo anni di lavoro e riforme politiche, la Nigeria ha avviato adesso un’industria petrolifera completa, dall’estrazione onshore alla raffinazione, necessaria per il fabbisogno interno e per aumentare i ricavi delle esportazioni. Lo scorso mese, dopo sette mesi dalla sua inaugurazione ufficiale, è entrata in funzione la Dangote Refinery and Petrochemical Company, da 18,5 miliardi di dollari. La Banca Centrale della Nigeria ha previsto che la raffineria farà risparmiare alla Nigeria tra i 25 e i 30 miliardi di dollari all’anno in valuta estera, facendo aumentare le riserve della Nigeria e riducendo la pressione sulla bilancia dei pagamenti del Paese. L’impianto, che sarà in grado di generare anche 12.000 MW di elettricità, ha una capacità di lavorazione di 650.000 barili al giorno, potendo dunque soddisfare tutto l’attuale consumo interno di carburante della Nigeria, che è di circa 450.000 barili al giorno. La produzione di petrolio raffinato in eccesso sarà destinata all’esportazione.

Con la possibilità di raffinazione del petrolio, la Nigeria potrebbe presto diminuire o cessare l’importazione di fertilizzanti e prodotti petrolchimici che, nel 2022, hanno pesato sulle casse del Paese per circa 26 miliardi di dollari. Infatti, i prodotti derivati dalla raffinazione del petrolio apriranno adesso nuove possibilità di sviluppo economico per interi settori: produzione di plastica, di prodotti farmaceutici, così come nell’edilizia e altro ancora. Inoltre, si prevede che entro la fine dell’anno entrerà in funzione anche la raffineria di Port Harcourt. Queste due grandi raffinerie, insieme alle tre piccole raffinerie modulari situate a Edo, Rivers e Bayelsa, potrebbero dare un grande impulso all’economia nigeriana. E se la Nigeria inizierà a commerciare il suo petrolio con la propria moneta, potrà rafforzare la sua valuta e dare maggiore beneficio all’economia.

La Nigeria è un Paese potenzialmente ricco ma che invece ha una popolazione, oltre che numerosa, molto povera. La Nigeria è crocevia di traffico di esseri umani e di droga, ha potenti organizzazioni criminali che operano in loco e all’estero e vede la presenza di organizzazioni terroristiche e conflitti che puntualmente si verificano in alcune regioni del Paese. La possibilità di avere un’industria di trasformazione, oltre che di semplice estrazione, da grandi possibilità di sviluppo economico ad un Paese che ne ha fortemente bisogno, dopo decenni di depauperamento delle risorse ed esternalizzazione dei costi ecologici e sociali da parte delle multinazionali. Queste ultime non spariranno, se ne staranno in mare, al largo, sulle loro grandi piattaforme.

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29/09/2023

Africa - Manifestazioni in Ghana, sciopero generale in Nigeria

In Ghana vanno crescendo le proteste della popolazione che vengono represse con la forza. Migliaia di manifestanti sono scesi in piazza ad Accra, capitale del Ghana, per tre giorni di proteste antigovernative legate alle difficoltà economiche.

Una cinquantina di persone sono state arrestate mentre cercavano di assaltare la sede del governo ghanese.

Secondo i media locali, i manifestanti, alcuni dei quali sventolavano cartelli con slogan contro il governo o con la bandiera del Ghana, hanno denunciato l’alto costo della vita e la mancanza di lavoro.

Il Ghana, è una nazione dell’Africa occidentale nota per la produzione di cacao, oro e petrolio, ma sta affrontando la crisi economica più grave degli ultimi decenni. L’inflazione è al 40% soprattutto per i generi di prima necessità, in particolare quelli alimentari.

La moneta locale, inoltre, si è svalutata sia rispetto al dollaro sia rispetto all’euro. Nonostante l’ottimismo manifestato oggi dalla Banca centrale del Ghana che non ha alzato, ulteriormente, i tassi di interesse, la situazione resta esplosiva.

In Nigeria i due più grandi sindacati del paese hanno indetto uno sciopero a tempo indeterminato a partire da martedì prossimo per protestare contro il modo in cui il governo sta rispondendo all’aumento del costo della vita.

In una dichiarazione congiunta, il Congresso nazionale del lavoro (Nlc) e il Congresso dei sindacati (Tuc) hanno accusato il governo di non essere riuscito ad alleggerire l’onere finanziario per i nigeriani, aggravato dalla recente eliminazione dei sussidi sul carburante.

“Ci sarà un blocco totale finché il governo non soddisferà la domanda dei lavoratori nigeriani e, di fatto, delle masse nigeriane“, si legge nella dichiarazione, in cui si invitano tutti i lavoratori a interrompere le attività a partire dal 3 ottobre.

I prezzi dei prodotti alimentari e delle materie prime sono aumentati negli ultimi mesi in Nigeria a causa dell’aumento del costo del carburante che ha fatto lievitare i costi di produzione e di trasporto.

Anche la valuta della Nigeria, la naira, è scesa significativamente rispetto al dollaro statunitense, scambiando a una media di 780 naira per 1 dollaro, il che ha portato ad un aumento del costo delle importazioni.

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20/08/2023

Niger - Una crisi politica “internazionale”

Dopo due giorni di riunione ad Accra in Ghana, da giovedì scorso, i capi di stato maggiore dei paesi della Comunità Economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest (Cédéao, l’acronimo in francese, ECOWAS in inglese) hanno raggiunto un accordo per un possibile intervento militare «in vista di ristabilire l’ordine costituzionale» in Niger, a tre settimane dal colpo di stato che il 26 luglio ha deposto il presidente Mohamed Bazoum.

Dei 15 Stati che compongono la Comunità, tre (Mali, Guinea, Burkina Faso) sono stati sospesi a causa dei “colpi di Stato” verificatisi in questi ultimi anni, mentre due (Capo-Verde e Guinea-Bissau) non erano rappresentati in questo incontro.

«Il D-day è stato deciso», ha affermato il commissario agli affari politici della Cédéao, il nigeriano Abdel-Fatau Musah.

Il commissario precisa che l'accordo riguarda l’equipaggiamento e le risorse.

«Siamo pronti a partire», afferma Musah, precisando che non ci saranno ulteriori riunioni dei capi di stato maggiore, se non nel corso dell’operazione stessa.

Le parole del responsabile della Cédéao gettano ulteriore benzina sul fuoco: «noi vogliamo liberare il Niger dai militari al potere affinché il paese si concentri sul suo obiettivo principale, la lotta contro il terrorismo».

Se la via del dialogo resta aperta anche per la Cédéao – che aveva annunciato una possibile missione diplomatica per sabato 19 agosto – è chiaro che l’opzione militare è stata messa sul tappeto e sembra avvicinarsi sempre più.

C’è da segnalare che la diplomazia internazionale cerca di fare il suo corso con una missione dell’ONU arrivata venerdì pomeriggio a Niamey, dove ha incontrato l’attuale autorità di governo del Paese – il Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria (CNSP) – con colloqui che si sono protratti anche sabato.

Non era presente nessuna personalità della Cédéao, né dell’Unione Africana.

I rappresentanti del Niger hanno denunciato ai rappresentanti delle Nazioni Unite le sanzioni economiche «inumane e illegali», ed hanno voluto rassicurare la delegazione sulle condizione del presidente deposto e della sua famiglia.

Ma torniamo alle decisioni della Cédéao.

Musah ha reso esplicito – senza fornire un preciso arco temporale – che i negoziati non si svolgeranno a lungo, volendo di fatto evitare il ripetersi di ciò che si è visto di recente con i tre paesi sospesi dalla Cédéao.

Da quanto traspare, sono state definite le modalità dell’intervento militare e sono iniziati i primi spostamenti di truppe al confine con il Niger, sia in Nigeria che in Benin riporta il sito d’informazione in lingua francese Rfi-Afrique.

D’altro canto, secondo quanto riporta il quotidiano spagnolo El País, che cita senza specificarne “fonti vicine all’Esercito del Niger”, la giunta militare ha dispiegato a sua volta truppe al confine con il Benin e la Nigeria.

Il progetto di intervento militare deve essere ratificato dalla conferenza dei capi di Stato della Cédéao, ma è chiaro che il “punto di non ritorno” sembra avvicinarsi.

Contro questa escalation militare si sono espressi due importanti attori politici regionali come l’Algeria ed il Ciad, oltre all’Unione Africana; mentre le autorità della Guinea, del Mali e del Burkina Faso hanno solidarizzato contro le sanzioni promosse dalla Cédéao al Niger.

Mali e Burkina Faso hanno inoltre affermato che considererebbero l’intervento militare contro Niamey una atto di aggressione contro i loro stessi paesi.

Per dovere di cronaca è giusto riportare che dalla riunione del Consiglio della Pace e della Sicurezza (CPS) dell’Unione Africana avvenuta il 14 agosto non è stato licenziato ancora alcun comunicato ufficiale, con una bozza fatta circolare il 17 tra i suoi membri con l’obbligo di non renderla pubblica fino alla sua convalida.

Secondo le indiscrezioni provenienti da fonti diplomatiche africane, la presidenza della Consiglio – attualmente tenuta dal Burundi – ha voluto proseguire la discussione con i paesi membri della Cédéao rispetto alle misure da adottare nei confronti dei “golpisti” del Niger.

Sembra infatti confermato che tranne Gambia, Senegal, Ghana e Nigeria, tutti i membri del CPS abbiano rigettato l’intervento militare, aprendo una spaccatura evidente tra i due organismi sovranazionali africani.

Numerosi aspetti di tale intervento – tra cui la data di inizio – resteranno «segreto militare», ed i capi di stato maggiore mantengono il più rigoroso riserbo sugli effettivi, l’armamento ed il piano d’attacco.

In pratica, al momento, per passare alle vie di fatto manca solo l’avvallo politico e quindi l’esaurirsi dei canali diplomatici tra Cèdéao e Niger.

I paesi che contribuiranno a questa forza multi-nazionale – come Benin, Costa d’Avorio, Senegal e Guinea-Bissau – potrebbero fornire circa 5.000 mila uomini, mentre non è conosciuta l’entità dei militari della Nigeria, che dovrebbe mobilitare il contingente più grande.

Ogni paese contributore dovrebbe finanziare i primi 90 giorni dell’intervento, e se si dovesse prolungare spetterà alla Cédéao sostenere il costo addizionale.

L’avventurismo militare delle classi dirigenti di alcuni paesi di questa Comunità Economica non è per nulla condiviso dalle opinioni pubbliche dei rispettivi paesi, in particolare in Nigeria ed in Senegal, che rischiano di vedere il già labile “fronte interno” sgretolarsi.

Il possibile intervento in Niger diventa così un precipitato della crisi radicale dell’attuale assetto del Sahel e del neo-colonialismo occidentale, aumentando il solco nei rispettivi Stati tra ‘paese legale’, pronto all’opzione bellica contro un paese sovrano, e ‘paese reale’.

L’Unione Europea e gli USA sembrano smarcarsi dalla linea decisamente più interventista di Parigi, ma sono intenzionate entrambe a voler strumentalizzare politicamente la condizione del presidente deposto, che le autorità attualmente al potere potrebbero giudicare per “alto tradimento”, con l’accusa di aver mantenuto contatti con leader stranieri durante i suoi arresti domiciliari.

Il primo ministro del governo nominato dal CNSP del Niger, – Ali Lamine Zeine – in un’intervista concessa al New York Times, ha elogiato la «la posizione estremamente ragionevole» dell’amministrazione Biden, che auspica la via diplomatica piuttosto che militare per ristabilire un potere democratico.

Lamine assicura che non ci sarebbe alcuna intenzione da parte degli attuali dirigenti militari di avvicinarsi alla Russia e alla milizia paramilitare Wagner, ma allo stesso mette in guardia: «non spingete i nigerini verso dei partner che voi non volete vedere qui».

Un preciso monito, considerata l’importanza strategica che il Niger ha per gli Stati Uniti con diverse basi militari sul territorio, 1.100 soldati, droni armati e non, oltre ad altri mezzi militari.

La base di Agadez, per esempio, operativa dal 2019, è la seconda più grande base statunitense in Africa dopo quella di Gibuti, con un costo di circa 110 milioni di dollari.

Sabato il quotidiano francese Le Monde, in un articolo a firma di Elise Barthet e Morgane Le Cam, ha confermato che «una richiesta d’intervento è stata indirizzata ai francesi presenti in Niger nelle ore che sono seguite al colpo di stato della guardia presidenziale, e che questa richiesta è stata seriamente presa in considerazione».

Questo era già stato denunciato pubblicamente dai “golpisti” la notte tra il 30 ed il 31 luglio, e avallerebbe le accuse di ingerenza francese negli affari interni nigerini, continuamente reiterate dalla “giunta”.

Due testi che facevano richiesta a Parigi per un colpo di mano con il fine di “liberare” il presidente nigerino sarebbero stati firmati rispettivamente da Hassoumi Massaoudou, ministro degli Esteri di Bazoum (che avrebbe agito come primo ministro ad interim), e dal colonnello-maggiore Mido Guirey, comandante della guardia nazionale del Niger.

In pratica, durante le ore piuttosto convulse successive alla notte del 26 – quando ancora non era possibile comprendere che piega avrebbero preso gli eventi – si sarebbe chiesto l’intervento francese che, per Parigi, necessitava di una richiesta scritta.

Sembra che alle 4 di mattina del 27 luglio – riporta il quotidiano francese citando la propria fonte anonima – ci fossero una dozzina di veicoli appoggiati da alcuni elicotteri pronti ad intervenire e che sia stato lo stesso Bazoum, chiamando di persona il capo delle operazioni francesi in Niger, a bloccare l’intervento, convinto di un esito positivo delle trattative in corso.

Nel giro di qualche ora il quadro delle forze “lealiste” al presidente è, poi, andato notevolmente assottigliandosi, rimanendo di fatto solo il proprio entourage politico.

In conclusione, la crisi politica nigerina potrebbe sfociare nella “seconda guerra mondiale africana” dopo quella del Congo, o “internazionalizzarsi” come – mutatis mutandis – hanno fatto molte vicende legate al corso politico degli Stati africani dopo l’indipendenza; ad esempio per lo Zaire (ex Congo Belga) negli Anni Sessanta, o l’Angola (ex colonia portoghese) negli Anni Settanta, od il Sudafrica dell’Apartheid.

In un momento in cui gli assetti politici internazionali stanno mutando, e la tendenza alla guerra sta riaffiorando come principale modalità di risoluzione delle tensioni geo-politiche, senza che vi sia una cornice condivisa per “raffreddarli”, il Sahel potrebbe divenire l’ennesimo campo in cui si sviluppa quella “guerra mondiale a pezzi” che ha preso forma negli ultimi anni.

Nel mentre scriviamo, una delegazione della Cédéao è arrivata in Niger, ed è forse l’ultima chance – per quanto labile – di dare uno sbocco diverso a quella che è diventata a tutti gli effetti una “crisi internazionale”.

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09/08/2023

Niger - La giunta al potere non si piega

Il presidente nigeriano Bola Tinubu ha convocato per domani un nuovo vertice straordinario della Cedeao per coordinare l’intervento contro la giunta al potere in Niger.

Gli Stati Uniti hanno intanto incassato un primo schiaffo quando hanno inviato a Niamey la vice segretaria di Stato, Victoria Nuland (una delle menti del golpe Euromaidan in Ucraina, ndr), per una visita che non ha sortito affatto i risultati sperati.

La giunta militare ha infatti impedito alla Nuland di incontrare il presidente deposto, Mohamed Bazoum, confinato nella sua residenza ufficiale. Inoltre a Niamey la Nuland si è confrontata solo con il generale Moussa Salaou Barmou – un ufficiale addestrato negli Stati Uniti – e con tre altri colonnelli coinvolti nel colpo di Stato. Abdourahamane Tchiani, leader della giunta al potere, ha invece rifiutato di incontrare l’inviata statunitense. “Sono stati piuttosto inflessibili in merito a come intendono procedere, e non intendono farlo a sostegno della costituzione del Niger”, ha dichiarato Nuland nel corso della conferenza stampa a Niamey. La vice segretaria ha aggiunto di aver messo “assolutamente in chiaro il tipo di supporto che dovremo legalmente interrompere se l’ordine democratico non verrà ripristinato”.

Il segretario di Stato USA, Antony Blinken, in una intervista rilasciata all’emittente francese “Rfi”, ha ribadito che gli Stati Uniti sostengono i tentativi della Cedeao per il ripristino dell’ordine costituzionale e ritengono che la diplomazia sia da preferire all’ipotesi di un intervento militare ma non si è espresso sul futuro dei circa 1.100 militari Usa di stanza nel Niger, dove sono presenti anche contingenti militari di Francia, Germania e Italia. Parlando anche alla “Bbc”, Blinken ha sottolineato che gli Stati Uniti non credono che la Russia o il suo gruppo di mercenari Wagner sia dietro il colpo di Stato militare che ha destituito il presidente Bazoum, ma ritengono che Mosca stia cercando di trarne vantaggio.

“Intervento o no, la guerra dei nervi continua la sua telenovela estiva. Ed è proprio il Ministero degli Affari Esteri francese a completare l’unificazione grafica dell’immagine dei tre Paesi saheliani presi di mira nei suoi “consigli ai viaggiatori”: in una monocromia rosso fuoco, le mappe di Mali, Niger e Burkina sono ora tutte presentate come “zone formalmente sconsigliate”... per i francesi” commenta l’autorevole Jeune Afrique.

Si rileva intanto una nuova dichiarazione di sostegno alla giunta salita al potere in Niger da parte della giunta al potere nel Mali. Il portavoce della giunta militare di Bamako, Abdoulaye Maiga, ha infatti nuovamente descritto le sanzioni imposte dalla Cedeao come “illegali, illegittime e disumane”. In una nota, il portavoce ha quindi denunciato che Burkina Faso, Mali e Niger hanno a che fare con le “conseguenze socio-economiche, di sicurezza, politiche e umanitarie negative della pericolosa avventura della Nato in Libia da oltre un decennio” e ha incoraggiato i nigerini a essere “resilienti e stoici” in questi “tempi difficili”, assicurando loro la vittoria e “l’incrollabile sostegno” da parte di Bamako.

La dichiarazione giunge dopo che ieri una delegazione ufficiale congiunta delle giunte salite al potere in Mali e Burkina Faso si è recata in visita a Niamey in segno di “solidarietà” con il Niger sotto la minaccia di un intervento militare da parte dei Paesi dell’Africa occidentale. Già la scorsa settimana i leader militari del Mali e del Burkina Faso avevano messo in guardia contro un intervento militare della Cedeao in Niger, affermando che si tratterebbe di una “dichiarazione di guerra” nei loro confronti.

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06/08/2023

Niger - L'ultimatum ECOWAS non sembra generare conseguenze

di Francesco Dall'Aglio

Oggi scade l'ultimatum che i paesi ECOWAS hanno dato al nuovo governo del Niger. Ieri però il senato nigeriano ha votato contro la proposta del presidente Bola Tinubu di mandare truppe in Niger, chiedendo anzi all'ECOWAS di intensificare gli sforzi diplomatici e politici per una risoluzione pacifica del conflitto.
Senza truppe nigeriane un'invasione del Niger pare fuori luogo, ma tutto ovviamente è ancora in divenire.

Per quanto riguarda la situazione delle truppe straniere presenti sul territorio del Niger, il nuovo governo ha dato alla Francia 30 giorni di tempo per rimpatriarle, in base a una serie di accordi firmati in precedenza, ma la Francia ha già dichiarato che intende lasciarle dove si trovano, così come gli USA.

Sembra anche certo che un piccolo numero di istruttori Wagner sia arrivato nel paese, ma quanti e con che mansioni non si sa: quasi certamente molto pochi, e non per combattere.
Questo è tutto ciò che so, ed è molto poco.

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19/05/2023

Nigeria - Attaccato un convoglio diplomatico statunitense

Quattro persone sono morte e altre tre sono state rapite in un assalto armato avvenuto ieri sera contro un convoglio diplomatico statunitense nello Stato di Anambra, nel sud-est della Nigeria. A riferirlo è l’agenzia Nova.

Le autorità locali attribuiscono l’attacco al convoglio Usa al Popolo indigeno del Biafra (Ipob) – gruppo secessionista che storicamente chiede l’indipendenza dell’omonima regione del sud-est della Nigeria e della comunità etnica igbo – e alla Rete per la sicurezza dell’Est (Esn), il braccio armato dell’organizzazione, che tuttavia hanno smentito ogni coinvolgimento.

Il Washington Post riferisce che il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale, John Kirby ha smentito che tra le vittime non risultano esserci cittadini o diplomatici statunitensi, anche se il portavoce della polizia nigeriana Ikenga Tochukwu, ha confermato che uomini armati “hanno ucciso due agenti delle forze mobili della polizia e due membri del consolato” prima di dare fuoco al loro veicolo. “Nessun cittadino statunitense era nel convoglio”, ha aggiunto.

Sebbene i separatisti del Biafra abbiano negato ogni coinvolgimento nell’attacco, vale la pena di sottolineare che questi hanno intensificato i loro attacchi nell’area in cui è avvenuto l’agguato negli ultimi anni, di solito prendendo di mira la polizia o gli edifici governativi.

Il leader dell’Ipob, Nnamdi Kanu, è un cittadino anglo-nigeriano che è stato arrestato per la prima volta nel 2015, riuscendo in seguito a fuggire dopo che l’esercito nigeriano fece irruzione in casa sua, per poi essere nuovamente arrestato nel giugno di quest’anno in Kenya e riconsegnato alla Nigeria in quello che la sua famiglia descrive come un atto di “extraordinary rendition”. Il suo arresto ha sollevato un caso internazionale dopo che i suoi avvocati hanno denunciato che il loro assistito è stato tenuto in isolamento in un luogo sconosciuto sotto la custodia della polizia segreta nigeriana.

Il separatismo, del resto, è una questione delicata in Nigeria, dove nel 1967 la proclamazione di una Repubblica del Biafra indipendente da parte di ufficiali dell’esercito di etnia igbo innescò una sanguinosa guerra civile di tre anni che provocò la morte di oltre un milione di persone.

L’agenzia Nova ricorda che dal 2009, il governo nigeriano in altre parti del paese è alle prese con l’insurrezione jihadista di Boko Haram e dello Stato islamico (che ha ormai in buona parte assorbito il gruppo fondato da Ustaz Mohammed Yusuf) nella regione del Nord-est, con bande armate che rapiscono e uccidono a scopo di riscatto negli Stati nord-occidentali e centrali e con l’annoso problema della pirateria nel Golfo di Guinea.

Nelle ultime settimane gli attacchi sono tornati ad aumentare. Nelle stesse ore dell’agguato al convoglio dell’ambasciata Usa ad Anambra, almeno 30 persone sono morte in un attacco armato avvenuto nello Stato di Plateau, nella Nigeria centrale, situato nella cintura centrale del Paese teatro di frequenti scontri tra agricoltori e pastori semi-nomadi per l’accesso alle risorse idriche e ai terreni coltivabili.

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17/09/2022

Tra Algeria e Marocco è guerra dei gasdotti verso l’Europa

La corsa contro il tempo per rifornire di gas l’Unione Europea a seguito delle sanzioni e del contestuale blocco del gas russo, sta innescando tensioni tra tutti i paesi fornitori nell’area mediterranea. Mentre si attendono le reazioni della Turchia alla scoperta del giacimento di gas che l’Eni ha trovato al largo di Cipro (da tempo oggetto di contesa), una nuova ma non imprevedibile guerra del gas si va delineando tra Algeria e Marocco.

Insomma nella nuova geopolitica del gas appare piuttosto difficile prevedere “comfort zone”.

Il Marocco e l’Algeria, da tempo sono rivali regionali e stanno portando avanti due progetti di gasdotti in competizione tra loro, con l’obiettivo di rifornire l’Europa di gas naturale.

Il Marocco vorrebbe realizzare una mega opera ingegneristica di circa 15 mila chilometri e del costo di 25 miliardi di dollari, che dovrebbe circumnavigare l’Africa occidentale per portare il gas della Nigeria fino ai mercati europei avendo come ultima stazione ovviamente il Marocco. L’Algeria sta invece lavorando su due opzioni: la prima è il progetto del cosiddetto Gasdotto transahariano, della lunghezza di 4.000 chilometri e del costo stimato di 13 miliardi di dollari; la seconda è l’ipotesi di realizzare dei gasdotti con la Mauritania per convogliare in Algeria il gas estratto dal promettente giacimento offshore Tortue Ahmeyim, situato al confine tra le acque di Senegal e Mauritania, con riserve di gas stimate dai 25 a 50 mila miliardi di metri cubi.

Secondo Agenzia Nova, il progetto del gasdotto tra Nigeria e Marocco potrebbe essere “nelle sue fasi finali” dopo la firma di un memorandum d’intesa tra la Nigerian National Petroleum Corporation Limited (Nnpcl), l’Ufficio nazionale degli idrocarburi e minerali in Marocco (Onhym) e la commissione della Comunità economica degli Stati Occidentali Africa (Cedeao). La condotta dovrebbe partire dalla Nigeria per poi toccare Benin, Togo, Ghana, Costa d’Avorio, Liberia, Sierra Leone, Guinea, Guinea-Bissau, Gambia, Senegal, Mauritania e Marocco. Da lì dovrebbe far arrivare il gas in Europa.

L’Algeria ha invece sollecitato la Mauritania ad avviare un progetto per la costruzione di gasdotti congiunto tra i due Paesi, con l’obiettivo finale di esportare gas naturale in Europa, secondo quanto riferito dal portale internet specializzato Attaqa, secondo cui il progetto dei gasdotti potrebbe essere un passo preparatorio per l’esportazione di gas in Europa.

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24/08/2022

Sfide africane

di Guido Salerno Aletta

Non suscita grande attenzione l'Africa, l'ultimo continente ad essere stato conquistato dagli Europei, se si eccettuano le sue coste che furono usate per secoli, come basi dei traffici commerciali per la circumnavigazione verso l'India, fino all'apertura del Canale di Suez.

Le infinite ricchezze minerarie dell'Africa sono passate dallo sfruttamento coloniale a quello delle multinazionali occidentali, sulla base dell'orrido scambio "Aid for Trade": gli aiuti occidentali allo sviluppo sono concessi in cambio della apertura commerciale, laddove all'esportazione di materie prime da parte africana corrisponde l'importazione di manufatti e servizi. Uno scambio ineguale perché i prezzi, che vengono determinati sulla base del valore aggiunto nella trasformazione produttiva, penalizzano le prime rispetto ai secondi.

Se la mancata industrializzazione rappresenta per l'Africa un pesante giogo economico, i conflitti etnici e tribali sono stati ampiamente strumentalizzati dall'Occidente vendendo armi alle varie fazioni: dilaniandosi per decenni tra di loro, gli Africani hanno reso più semplice il duplice sfruttamento che subiscono da parte delle loro élite corrotte e del commercio internazionale.

L'irrefrenabile dilagare del jihadismo è stato il frutto dell'abbandono delle aree meno interessanti per l'Occidente dal punto di vista economico e del modello comunitario, assistenziale su base religiosa, che viene proposto come unica alternativa possibile alla disgregazione sociale. Il contrasto sul piano militare da parte degli Occidentali, guidati sovente dalla Francia ex Potenza coloniale nell'area centro-africana e nella fascia sub-sahariana, non ha avuto nessun successo: è incolmabile la distanza linguistica e culturale che separa i militari inviati per combattere gli estremisti jihadisti dalla popolazione locale. Le missioni contro il terrorismo sono percepite, sempre di più, come truppe di occupazione.

Le strategie della Cina e della Russia sono state ben diverse. La prima ha puntato sulla collaborazione politica ed economica, finanziando la creazione di infrastrutture civili in cambio dell'ottenimento di consistenti concessioni minerarie, in vista di localizzare in Africa le sue industrie di sostituzione. Si sostiene, non a torto, che il debito contratto dai governi africani verso la Cina sia una potente leva di condizionamento politico da parte di quest'ultima. La Russia ha privilegiato invece la cooperazione sul piano tecnico e soprattutto militare.

Vero è che alcuni Paesi, ad esempio la Nigeria, sono riusciti a mettere a frutto le proprie risorse petrolifere con i partner occidentali. Ma quest'ultima si è sviluppata in modo incontrollabile sia dal punto di vista demografico che delle conurbazioni metropolitane.

L'Algeria, invece, ha sviluppato intense relazioni sia con la Cina sia con la Russia, fortemente irritata dall'atteggiamento americano e spagnolo favorevole al Marocco nella disputa sulla sovranità contesa sui territori del Sahara Occidentale.

Sulla Libia, è inutile farsi illusioni: dopo il collasso del regime del Colonnello Gheddafi, Russia e Turchia sono riuscite a spartirsi il controllo militare di ampie aree del Paese, mentre agli Occidentali è rimasto solo il potere politico formale su Tripoli. Sono saltate le elezioni che dovevano tenersi nello scorso mese di dicembre: il pericolo che il figlio di Gheddafi, Sahid, potesse candidarsi ed essere eletto ha messo in allarme la comunità politica occidentale.

L'Egitto traccheggia: dopo la violenta defenestrazione di Mubarak e la brevissima quanto controversa Presidenza di Morsi, è stata quella di Al-Sisi a riportare l'ordine nel Paese che era stato sconvolto dai conflitti dopo la vittoria elettorale riportata dai Fratelli Musulmani. La Cina ha finanziato il raddoppio del Canale di Suez, riducendo drasticamente i tempi di percorrenza ed aumentando la stazza ammissibile delle sue navi portacontainer: se per il governo egiziano sono cresciuti di conseguenza i proventi dal traffico, i veri contribuenti sono gli esportatori cinesi. Il Cairo ringrazia, dunque, assai sentitamente.

Del Sudan musulmano si sa poco, come della sorte delle ex colonie italiane, Etiopia e Somalia.

I Paesi Occidentali sono sempre più spiazzati: assenti e soprattutto senza strategie. Le tante recenti missioni diplomatiche alla ricerca di petrolio e di gas, in alternativa alle forniture dalla Russia, seguono convenienze occasionali, solo mercantili.

A mani vuote: l'Occidente, senza nessuna strategia, ora mendica il gas.

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26/04/2022

A tutto gas, senza gas

di Guido Salerno Aletta

Nel giro di pochi mesi, il panorama economico e politico mondiale è stato stravolto: ancora al G20 di Roma, in autunno, la priorità assoluta dei governi era quella di perseguire a tappe forzate la decarbonizzazione dell'economia, abbandonando il carbone ed il petrolio a favore delle fonti energetiche rinnovabili che non immettono CO2 nell'atmosfera, condizione indispensabile per contrastare l'aumento della temperatura terrestre, contenendolo entro 1,5°.

In questo contesto, con la parità tra emissioni ed assorbimenti di CO2 prevista intorno al 2050, il gas e l'energia nucleare sarebbero stati strumenti indispensabili per assicurare il fabbisogno durante questo trentennio di transizione.

La guerra in Ucraina e le sanzioni alla Russia hanno stravolto il quadro di riferimento già a breve termine, considerando che è stato decretato l'embargo delle importazioni di carbone e che si discute se imporre anche quello sul gas.

Mentre in Italia si stanno accelerando le procedure per le istallazioni di impianti fotovoltaici ed eolici, ci si muove alla ricerca di approvvigionamenti alternativi al gas che proviene dalla Russia: si cerca di aumentare i flussi provenienti dall'Algeria, di usare il pur costoso GNL proveniente via nave dagli Usa e dal Qatar, di verificare la possibilità di acquisirne dalla Nigeria.

Il dibattito politico, negli Usa ed in Europa, si muove tra due esigenze contrapposte: mentre per un verso si vuole aumentare il più rapidamente possibile la pressione sulla Russia, per danneggiarne l'economia e farle pagare il prezzo più elevato possibile per punirla per l'invasione della Ucraina, dall'altro occorre ridurre al minimo i danni che derivano alle economie europee da un possibile embargo a breve sulle forniture di gas, prima che si trovino fonti alternative.

Il fatto è che le fonti di gas alternative che si stanno cercando di acquisire diversificando le aree geopolitiche di provenienza per escludere la Russia, pongono nuovi rischi.

A) ALGERIA

Pur essendo legata all'Italia da legami assai forti anche per quanto riguarda le forniture energetiche, è rimasta estranea al quadro occidentale, visto che nonostante le gravi difficoltà economiche ha rifiutato un prestito del FMI per non dover soggiacere alle condizioni che sarebbero state poste in termini di liberalizzazione dell'economia.

1) Non va trascurato poi il fatto che la Sonatrach, l'Azienda petrolifera di Stato della Algeria, è partecipata al 40% dalla russa Gazprom.

2) I legami con la Russia e con la Cina si estendono alle forniture di armi e mettono in conto un forte attrito con il Marocco per via della influenza che quest'ultimo vuole esercitare sull'enorme area del Sahara Occidentale, contesa con l'Algeria dopo la decolonizzazione nei confronti della Spagna.

3) Gli Usa hanno appoggiato il Marocco in queste rivendicazioni, per via dei legami strettissimi che hanno da sempre con Rabat, la stessa Spagna cura in modo particolare il buon vicinato con il Marocco per evitare che dalle sue frontiere arrivino frotte di immigrati nella enclave di Ceuta. Questo comportamento del Marocco e della Spagna irrita l'Algeria, che ha dismesso un gasdotto che alimentava il Marocco e poi transitava in Spagna. Rimane un altro gasdotto che collega direttamente l'Algeria alla Spagna, ma non è sufficiente per soddisfare il fabbisogno di quest'ultima che dipende esclusivamente dalla Algeria per le forniture di gas.

4) L'Italia non ha dato seguito alla realizzazione del gasdotto GALSI (Gasdotto Algeria, Sardegna, Italia) che avrebbe migliorato considerevolmente sia l'approvvigionamento energetico della Sardegna sia quello delle acciaierie di Piombino, terminale del gasdotto nella penisola italiana.

5) Le condizioni finanziarie dell'Algeria non le consentono gli investimenti necessari per la ricerca di nuovi pozzi, e comunque gran parte della maggiore produzione verrà riservata allo sviluppo della economia interna.

6) L'Algeria è interessata alla realizzazione di un gasdotto trans-sahariano, che la colleghi alla Nigeria (NigAl): l'area che verrebbe attraversata è molto turbolenta, soggetta a razzie continue. Il Niger, Paese che verrebbe attraversato da questa infrastruttura, si è finora opposto chiedendo lauti compensi per l'attraversamento. In ogni caso, l'endemica presenza di incontrollabili formazioni islamiche in tutta l'area, rende assai rischioso fare completo affidamento sul progetto. Già oggi si ha notizia di prelievi non autorizzati dalle reti nigeriane, che alimentano il contrabbando, di entità eccezionalmente elevata: fatta pari a 100 la quantità di petrolio immesso, ne arriva a destinazione assai meno della metà, a volte appena il 20%.

B) QATAR

Si tratta di uno dei Paesi che ha le più grandi riserve di gas al mondo, per via di un immenso giacimento sottomarino sostanzialmente condiviso con l'Iran.

1) La proiezione del Qatar verso l'Europa, attraverso la realizzazione di un gasdotto che sarebbe passato attraverso la Siria per arrivare in Turchia e da qui alla Bulgaria, è stata fermata dalla guerra civile in Siria, così come si è bloccato per lo stesso motivo anche il gasdotto alimentato dal gas iraniano. È evidente che vi sono interessi fortissimi che hanno contrastato entrambi i progetti: la Russia, innanzitutto, che infatti ha realizzato il Turkish Stream che attraversa la Turchia per passare in Bulgaria; e sicuramente altri Paesi dell'Oriente mediterraneo, dall'Egitto ad Israele, che preferirebbero vendere il gas dei giacimenti rinvenuti di recente di fronte alle loro coste. A questo si aggiunge l'ostilità statunitense nei confronti dell'Iran, soggetto a pesanti sanzioni per via dell'attività di arricchimento dell'uranio con ricadute militari.

2) Anche le relazioni tra il Qatar ed i Paesi confinanti, a cominciare dalla Arabia Saudita, sono spesso improntate alla ruvidità: nel 2017, ha subito un vero e proprio assedio terrestre alle sue frontiere. Le ragioni di questi conflitti sono ascrivibili alle iniziative politiche del Qatar, che sostiene finanziariamente in numerosi Paesi dell'area, dall'Egitto alla Libia, per non parlare della Turchia, la Fratellanza musulmana, un movimento politico che si contrappone alla storica e preponderante influenza sunnita dell'Arabia Saudita.

3) Il Qatar non è riuscito negli anni scorsi ad accedere al mercato europeo ed a quello italiano, essendo stati bloccati gli investimenti necessari per la realizzazione dei grandi rigassificatori in aree marine: ci sono problemi infrastrutturali e logistici estremamente complessi da affrontare, a prescindere del maggior costo implicato dal trasporto via nave e dai processi di liquefazione e rigassificazione.

4) Il Qatar ha dunque già indirizzato la propria strategia commerciale verso l'Oceano indiano, per approvvigionare il Pakistan e da lì l'Afghanistan. Non sono previsti, al momento, quantitativi disponibili anche tenuto conto delle clausole commerciali stabilite dal Qatar sui contratti a lungo termine: il gas così venduto e trasportato non può essere rivenduto durante il viaggio delle navi gasiere se non dopo l'approdo di queste al porto di destinazione concordato. In questo modo, il Qatar evita che il prezzo molto conveniente che pratica agli acquirenti che stipulano contratti a lungo termine sia utilizzato per guadagnare rivendendolo come forniture spot, che sono invece sempre molto più care. Il costo di far tornare indietro una nave che ha già percorso migliaia di miglia supera qualsiasi vantaggio di prezzo.

C) LIBIA

La situazione politico/istituzionale è ancora in stallo: la Turchia appoggia il governo di Tripoli, la Russia la componente di Tobruk, mentre il Qatar sostiene la Città-Stato di Misurata.

1) Le componenti di Tobruk e di Misurata stanno esercitando enormi pressioni sul governo di Tripoli, affinché non abusi a loro danno del controllo diretto che esercita sulla NOC (National Oil Company), sulla CBL (Banca Centrale Libica) e sulla LIA (Lybian Investment Authority). In questi giorni, i disordini sono stati tali da procurare il blocco di pozzi e terminali petroliferi.

2) È del tutto improbabile che la Russia e la Turchia accelerino la rimessa in funzione e lo sviluppo delle infrastrutture energetiche libiche, visto che si tratterebbe di forniture concorrenti. D'altra parte, anche in sede di OPEC+ c'è una grande attenzione ai prezzi e all'aumento delle quote di produzione.

D) NIGERIA

Vale quanto si è detto per l'Algeria: il gasdotto NIGAL deve attraversare aree assai complesse dal punto di vista della sicurezza. Anche a voler superare queste questioni e la contrarietà fin qui espressa dal Niger, la realizzazione del NIGAL richiederà diversi anni.

Non esistono soluzioni semplici ed immediate a problemi complessi come l'approvvigionamento energetico. Nonostante l'Italia abbia diversificato in modo considerevole, visto che ha collegamenti con l'Algeria, la Libia, l'Azerbaijan e la Russia, da anni si trova in difficoltà con le forniture libiche. Rimpiazzare anche quelle della Russia sarà un processo lungo, complesso e costoso.

Fonte

07/01/2022

Africa - Boom di mercenari in Africa, non solo russi

Le forze armate del Mali, sostenute dalle milizie paramilitari russe della compagnia Wagner, si sono scontrate con i miliziani del gruppo jihadista Katiba Macina lungo l’asse stradale che collega le città di Bandiagara e Bankass, nel centro del Paese.

Lo riferiscono fonti citate dall’emittente France 24, riprese in Italia dall’agenzia Nova, secondo cui lo scontro è avvenuto lunedì scorso, 3 gennaio, quando un veicolo blindato dell’esercito maliano è stato colpito da un ordigno esplosivo improvvisato posto sul ciglio della strada, il che ha innescato uno scontro a fuoco nel quale sarebbe rimasto ferito un mercenario russo che in seguito è stato evacuato al vicino ospedale di Sevaré. Secondo le stesse fonti, negli scontri sarebbero rimasti uccisi diversi jihadisti.

Alla fine di dicembre i governi di 16 Paesi occidentali – tra cui Italia, Germania, Francia, Regno Unito, Spagna, Norvegia, Svezia e Canada – hanno diffuso una dichiarazione congiunta diffusa in cui accusano le autorità del Mali di aver assoldato il gruppo paramilitare russo Wagner, condannando “con fermezza” lo stazionamento di “truppe mercenarie” nel Paese africano e la decisione del governo provvisorio di Bamako di utilizzare gli “scarsi fondi pubblici” a sua disposizione per “pagare mercenari stranieri”.

I 16 firmatari si dicono a conoscenza del fatto che la Russia sta fornendo “supporto materiale” all’invio del Gruppo Wagner in Mali ed esortano pertanto Mosca a “tornare a un comportamento responsabile e costruttivo nella regione”.

Ma la posizione dei 16 paesi occidentali, preoccupati dal fatto che la nuova giunta golpista del Mali intende affrancarsi dalla pesante ipoteca francese ed europea, appare decisamente ipocrita. In Africa infatti abbondano le compagnie di mercenari assoldate dai vari governi ma anche dall’Africom, il comando generale Usa per l’Africa.

In Nigeria contro i miliziani di Boko Haram ha agito un gruppo di 100-300 mercenari tra sudafricani, britannici, indiani e di Paesi dell’Est – Georgia ed Ucraina – inquadrati tra le fila della STTEP International Ltd di Eeben Barlow, un ex ufficiale delle Forze Armate sudafricane e fondatore di Executives Outcomes, una notissima compagnia di mercenari.

Grazie alla loro consulenza, supporto e perfino intervento diretto, l’Aeronautica nigeriana ha potuto martellare senza tregua le milizie di Boko Haram. A terra, invece hanno operato convogli di una trentina di veicoli, indipendenti dal governo nigeriano.

Nella Repubblica Centrafricana ci sono poi mercenari russi che nel 2018 si sono installati presso Berengo, per addestrare i soldati del ricostituito esercito nazionale del paese. Il contingente russo sarebbe composto da 175 uomini di cui solo 5 sono membri delle forze armate. Gli altri apparterrebbero al Gruppo Wagner.

Nel Sahel, l’Africom, il comando americano per l’Africa affida ai contractors operazioni d’intelligence e raccolta informazioni, trasporti tattici, ma anche operazioni più da “dito sul grilletto.”

Per l’Africom, agiscono ben 21 società private americane di contractors fornitrici di servizi in Africa settentrionale e Sahel; ad esse si aggiungano dozzine di altre compagnie francesi, britanniche ed ucraine.

Poi ci sono i cinesi della DeWe Security Services Co Ltd di Pechino, assunta per proteggere la linea ferroviaria Nairobi-Mombasa e l’impianto di liquefazione del gas naturale in Etiopia.

Tale investimento da 4 miliardi di dollari è ritenuto il più grande incarico affidato ad una compagnia di contractors cinesi. Più di recente la DeWe ha annunciato il progetto di costruzione di due campi base nella Repubblica Centrafricana e nel Sudan del Sud.

In Ruanda non mancano i tedeschi come La Rwanda Private Security Industry Association (RPSIA), che sta progettando la realizzazione di un centro d’addestramento congiunto, nel distretto di Gasabo.

Nel Sahel, in Sudan, Repubblica del Congo e Costa d’Avorio sono poi attive diverse società di contractors ucraine. Dall’Ucraina sono arrivati elicotteri per l’evacuazione di personale medico della missione Onu Minusma in Mali.

La Omega Consulting Group offre stipendi mensili che vanno da un minimo di 2mila a un massimo di 14mila dollari al mese in base al curriculum e al livello di rischio delle operazioni.

In Mozambico, il governo di Maputo contro le milizie jihadiste prevede l’impiego delle proprie forze di sicurezza in coordinamento con i contractors della compagnia militare di sicurezza privata (PMSC), Dyck Advisory Group (DAG).

Insomma la presenza dei contractors assunti dalla compagnia russa Wagner (presente anche in Libia) non sembra essere una inquietante “presenza esclusiva”, ma è solo una tessera di un mosaico di uomini armati e pagati per fare il lavoro sporco per conto dei governi, e non solo dei traballanti esecutivi africani.

Fonti: Analisi Difesa, Nigrizia, ISS Africa

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19/03/2021

Eni - Dopo l’assoluzione sulla Nigeria patteggiamento sulla corruzione in Congo

Dopo la sentenza del tribunale di Milano che ha assolto i dirigenti dell’Eni accusati di una maxitangente in Nigeria per l’acquisizione di alcune zone petrolifere, la principale multinazionale italiana ha chiuso un altra vicenda giudiziaria che la vedeva coinvolta, ma in questo caso in Congo.

Si tratta dell’inchiesta relativa ad alcune attività di Eni in Congo, che vedeva indagati la società e l’ex responsabile per l’Africa subsahariana, Roberto Casula, per corruzione internazionale.

Ma in questo caso, diversamente dal processo conclusosi mercoledì, c’è stato l’annuncio di un patteggiamento, con l’ipotesi di reato che viene derubricata a induzione indebita e il pagamento di una sanzione di 11,8 milioni di euro da parte dell’Eni. L’accordo è stato raggiunto a una settimana di distanza dalla nuova udienza prevista per il processo.

La prima udienza era prevista per il 17 febbraio, ma il gip del tribunale di Milano, Sofia Fioretta, l’aveva rinviata al prossimo 25 marzo. La motivazione ufficiale del rinvio sarebbe da ricondursi alla possibilità che si apra una strada per giungere a un accordo tra le parti, dopo che, nel settembre scorso, era stata la stessa procura a promuovere la richiesta per lo stop alla produzione di Eni nello stato africano. E l’accordo, come abbiamo visto, è arrivato.

In una nota la multinazionale si dice soddisfatta dell’accomodamento raggiunto con il tribunale. “Eni prende atto con soddisfazione del decadere anche di questa ipotesi di corruzione internazionale. In seguito alla derubricazione del reato contestato da parte del Pubblico Ministero, Eni ha aderito all’ipotesi di sanzione concordata avanzata dalla Procura e ne ha presentato richiesta”, è scritto nella nota diffusa dal dalla società.

Ci si arrampica un po’ sugli specchi affermando nella stessa nota che “l’accordo non rappresenta un’ammissione di colpevolezza da parte della società rispetto al reato contestato, ma un’iniziativa tesa a evitare la prosecuzione di un iter giudiziario che comporterebbe un nuovo e significativo dispendio di risorse per Eni e tutte le parti coinvolte“.

L’udienza per questo secondo caso giudiziario che coinvolge le attività di Eni in Africa, è prevista al Tribunale di Milano per il prossimo 25 marzo. In essa si sarebbe discussa una misura interdittiva che, secondo indiscrezioni e qualora fosse stata confermata l’ipotesi di corruzione internazionale, avrebbe potuto persino congelare alcune attività in Congo, fermando i pozzi Marine VI e VII, con un impatto di circa 400 milioni di euro.

Ma con il patteggiamento raggiunto tra la multinazionale e il Tribunale e il pagamento di una ammenda di 11,8 milioni di euro da parte di Eni questa ipotesi viene scongiurata.

Un libro curato dall’associazione Re:Common“Il Caso Congo” – aveva sollevato il problema degli affari dell’Eni in quell’importante e tormentatissimo paese africano (dove recentemente sono stati uccisi l’ambasciatore e un carabiniere italiani, ndr). Il libro ricostruisce gli aspetti controversi che riguardano due licenze ottenute dalla principale multinazionale italiana in Congo e che per questo sono finite all’attenzione della magistratura. Le indagini erano iniziate anche grazie a un esposto dell’associazione, presentato nel maggio del 2016.

L’inchiesta, iniziata tre anni fa, riguardava l’ipotesi che l’Eni per ottenere nel 2015 i rinnovi dei permessi petroliferi, avesse accettato di cedere quote azionarie delle licenze a una azienda congolese dietro cui si sarebbero celati funzionari pubblici di quello Stato. L’Eni ha sempre negato ogni illecito, affermando di non aver avuto nessun ruolo nell’assegnazione delle licenze o nella scelta governativa del proprio partner locale.

L’Eni ha una consistente attività in Congo. La produzione è fornita dai giacimenti di Nené Marine e Litchendjili (Eni 65%), Zatchi (Eni 55,25%), Loango (Eni 42,5%), Ikalou (Eni 100%), Djambala (Eni 50%), Foukanda e Mwafi (Eni 58%), Kitina (Eni 52%), Awa Paloukou (Eni 90%), M’Boundi (Eni 82%), Kouakouala (Eni 74,25%), Zingali e Loufika (Eni 100%), con una produzione nel 2019 di circa 93 mila barili equivalenti al giorno (67 mila in quota Eni).

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Italia e Nigeria. Assolti dirigenti Eni per le tangenti. Intanto gli vendiamo armamenti

Sono stati assolti tutti gli imputati perché “il fatto non sussiste”. È accaduto al tribunale di Milano nel processo per la presunta corruzione internazionale legata all’acquisizione da parte di Eni e Shell dei diritti di esplorazione del blocco petrolifero Opl 245 in Nigeria. L’imputato principale era Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, a giudizio insieme al suo predecessore Paolo Scaroni. La sentenza arriva a 5 anni di distanza dal rinvio a giudizio disposto dal Gip e a poco meno di tre anni dall’inizio del processo. In totale gli imputati erano 15 e sono stati tutti assolti.

Oggetto del processo era l’ipotizzata tangente da 1,092 miliardi di dollari che secondo l’accusa era stata versata da Eni e Shell per aggiudicarsi la concessione nel 2011 da parte del governo della Nigeria dei diritti di esplorazione sul giacimento petrolifero offshore Opl24. L’accusa aveva chiesto 8 anni di carcere per Scaroni e Descalzi e 10 anni per il ministro e faccendiere nigeriani Etete. Ma il tribunale li ha assolti.

Ma se il capitolo delle problematiche relazioni tra l’Italia, l’Eni e la Nigeria sul piano petrolifero viene archiviato dal Tribunale di Milano, si apre il capitolo delle crescenti forniture militari italiane alla Nigeria.

I dettagli sono in un interessante, e come sempre documentato, articolo di Antonio Mazzeo pubblicato in questi giorni e che riproduciamo qui a seguito.

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Al mercato delle armi. Leonardo consegna nuovi elicotteri e caccia alla Nigeria

Di Antonio Mazzeo

Leonardo, holding a capo del complesso militare-industriale italiano, starerebbe per consegnare all’Aeronautica Militare della Nigeria 24 caccia-addestratori Aermacchi M-346 “Master” nell’ambito del programma di ammodernamento delle forze aeree guidate dal generale Isiaka Oladayo Amao. La notizia è stata resa nota dal sito specializzato Africanintelligence.com. L’M-346 è un velivolo bimotore e biposto con un’apertura alare di poco inferiore ai 10 metri; può raggiungere una velocità massima in volo di 1,093 km/h, a una quota operativa di 13.715 metri sul livello del mare.

Realizzato negli stabilimenti di Varese-Venegono, il “Master” è presentato dai manager di Leonardo come il “più avanzato” velivolo per l’addestramento dei piloti. “Il sistema integrato di bordo per la simulazione all’addestramento tattico consente all’M-346 di emulare sensori, armi, forze simulate e permette ai piloti di interagire in tempo reale con uno scenario tattico”, riporta la brochure illustrativa. “L’ampia manovrabilità consente all’M-346 di offrire un impiego simile ai velivoli da combattimento di nuova generazione, come i cacciabombardieri Eurofighter Typhoon o F-35”.

Recentemente è stata varata una nuova versione del velivolo (l’M-346FA) per le operazioni di combattimento e attacco. “Si tratta generalmente di missioni di supporto aereo ravvicinato, anche in aree urbane e interdizione sul campo di battaglia, ma pure di ricognizione tattica, supporto alle operazioni di soccorso di personale in aree di combattimento, ecc.”, spiega Leonardo. Rispetto alla versione per la formazione e l’addestramento dei piloti, l’M-346FA presenta sotto le ali alcuni punti di attacco che consentono di ospitare due missili aria-aria, o nel caso di bombardamenti contro obiettivi terrestri, munizioni di caduta da 500 libbre ciascuno, guidati e non, in grado di colpire contemporaneamente più obiettivi. “L’M-346FA può svolgere senza problemi missioni di supporto a complesse operazioni di Personnel Recovery/Combat Search And Rescue, cioè di recupero di personale, anche in territorio ostile, ovvero di ricerca e soccorso di equipaggi di volo abbattuti in territorio nemico”, aggiungono i manager dell’holding militare-industriale.

Il caccia multiruolo è già stato acquistato dalle aeronautiche di Italia, Israele, Singapore e Polonia. Lo scorso mese di gennaio le forze armate della Grecia hanno ordinato 10 M-346 e la loro consegna avverrà in accordo con la società israeliana Elbit Systems. È prevedibile che oltre alla vendita dei 24 velivoli alle forze armate nigeriane, Leonardo, in partnership con l’Aeronautica militare italiana, si farà carico della formazione dei piloti africani presso la Scuola militare internazionale di Galatina (Lecce).

Nei giorni scorsi era pure trapelata la notizia della consegna di un elicottero da trasporto AgustaWestland AW189 dell’italiana Leonardo alla Presidenza della Repubblica della Nigeria. Una foto pubblicata il 2 marzo da Scramble magazine, scattata in Italia, ritraeva infatti un velivolo registrato con la matricola I-RAIW – 40968 dipinto con i colori della flotta presidenziale. La speciale unità sotto il controllo dell’Aeronautica militare ha sede nella base di Abuja/Nnamdi Azikiwe e conta già su altri due elicotteri AW139. Questi velivoli dal peso di 8,6 tonnellate possono trasportare sino a 15 passeggeri ed essere impiegati anche per compiti di ricerca e salvataggio (SAR). Nel maggio 2020 Leonardo aveva consegnato un AW139 anche alla Marina militare nigeriana. L’elicottero è stato venduto pure alle forze armate e di polizia di Corea del Sud, Emirati Arabi Uniti, Giappone, Malesia, Regno Unito e Thailandia. Nel 2019 anche l’Aeronautica egiziana ha ordinato otto di questi grandi velivoli.

La Nigeria è uno dei clienti africani più importanti per l’industria di guerra italiana. Nel gennaio 2020, lo Stato maggiore del paese africano aveva reso noto l’acquisto di due elicotteri Leonardo A-109 LUH Light Utility, armati con mitragliatori e lanciatori di missili per “supportare la lotta in corso contro l’insorgenza e le organizzazioni criminali nel paese”. Un anno prima la Nigeria aveva ordinato anche 6 elicotteri A-109 versione “Power” per svolgere un ampio spettro di missioni miliari, compreso il pattugliamento e la sorveglianza dei confini e delle acque territoriali. In dotazione delle forze armate nigeriane c’erano già altri 12 elicotteri AW109 LUH e 4 elicotteri A109E. In passato, le aziende del gruppo Finmeccanica, poi confluite in Leonardo, avevano venduto alla Nigeria altri velivoli da guerra, tra cui 6 aerei da trasporto G-222 “Aeritalia”, 12 caccia-addestratori biposto MB.339A “Alenia-Aermacchi”, 2 pattugliatori aerei ATR 42MP di “Alenia Aeronautica” e 2 elicotteri AgustaWestland AW101 per il trasporto Vip.

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18/04/2020

Africa - Pandemia, recessione economica e contrasti geo-politici

Secondo il Centro per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie dell’Unione Africana il continente africano contava questa domenica 12 aprile 13.814 casi confermati di Covid-19 e 747 decessi.

I Paesi più toccati restano il Sudafrica – la maggiore economia di tutto il continente – seguita da tre Stati Nord-Africani: Algeria, Egitto e Marocco ed il Camerun dell’Africa Centrale (leggi qui) .

L’Algeria è il Paese con il più alto tasso di letalità e il livello del contagi sembra essere alquanto sotto-stimato a causa dello scarso numero dei test effettuati, dai cento ai duecento dal 20 marzo circa.

La situazione in questo Paese del Maghreb sembra piuttosto critica visto tra l’altro l’insufficienza delle strutture sanitarie che contraddistingue la stragrande maggioranza dei Paesi Africani.

Lo scorso venerdì le autorità algerine avevano annunciato che i decessi erano 256 – un terzo del totale del continente africano – e 1761 i casi confermati.

Il Paese conta solo 450 letti di rianimazione per una popolazione totale di 42 milioni di abitanti.

La recessione africana e la trappola del debito

Ai timori per l’emergenza pandemica si sommano le preoccupazioni per le possibili conseguenze economiche dovute anche a fattori macro-economici specifici come un bassissimo prezzo del petrolio ed un alto valore del dollaro.

La Banca Mondiale ha prefigurato lo scorso mercoledì una recessione per il continente – la prima in 25 anni – con una contrazione, a seconda degli scenari, tra il 2,1 e il 5,1%, ovvero una perdita economica tra 37 e 79 miliardi di dollari.

Nigeria, Angola e Sud Africa sarebbero le economie più colpite.

Una contrazione che dovrebbe essere attorno al 7% per gli esportatori petroliferi e all’8% per gli esportatori di minerali ferrosi.

Si affaccia il pericolo di impossibilità del pagamento del debito con un gap di risorse che la banca Goldman Sachs ha stimato essere pari a 75 miliardi di dollari.

La Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Africana per lo Sviluppo si stanno adoperando per configurare attraverso strategie bilaterali di salvataggio delle linee di credito emergenziali che potrebbero risolversi in una pesantissima ipoteca per il futuro del continente, costretto a ricorrere ai finanziamenti delle istituzioni internazionali per cercare di gestire la crisi pandemica e allo stesso tempo non soffocare le proprie economie.

Secondo l’agenzia di valutazione finanziaria Moody’s, 21 Stati africani sono esposti in “Eurobond” ed un quinto del debito totale contratto dai Paesi africani sarebbe nei confronti della Cina, mentre ammonterebbe a 115 miliardi il debito sovrano posseduto dal settore privato africano.

Domenica l’Unione Africana ha annunciato che il presidente in esercizio, Cyril Ramaphosa, ha nominato 4 inviati speciali, incaricati di mobilitare la comunità internazionale per un aiuto economico all’Africa.

Si tratta dell’anziano ministro delle finanze della Nigeria Ngozi Okonjo-Iweala, dell’anziano presidente ruandese della Banca Africana dello Sviluppo Donald Kareruka, del banchiere franco-ivoriano Tidjane Thiam e dell’anziano ministro sud-africano del Commercio Trevor Manuel.

L’iniziativa è tesa a «sollecitare un sostegno concreto e rapido come promesso da G20, Unione Europea e altre istituzioni finanziarie internazionali».

Uno dei leader africani che si è più esposto per chiedere un’azione coordinata ed una leadership interazionale nella battaglia contro il Covid-19 – sotto l’egida di un ruolo rafforzato dell’Organizzazione mondiale della Sanità e del G20 – è stato il primo ministro etiope e premio Nobel per la Pace Abiy Ahmed.

Il premier etiope, come altri si è espresso per una “sospensione” dei debiti contratti dai Paesi Africani e la creazione di un «fondo globale per prevenire il collasso dei sistemi sanitari in Africa».

La questione del debito rischia di essere un vero e proprio “cappio al collo” a cominciare da quei Paesi che si erano fortemente indebitati per finanziarie ambizioni progetti infrastrutturali come lo Zambia che ha avviato una “ristrutturazione del debito” o l’Angola che deve ancora ripagare i debiti per la sua “ricostruzione” dopo la fine della guerra civile nel 2002.

Zambia

Lo Zambia che è esposto per 11,2 miliardi di dollari di debito con l’estero è un esportatore di rame che si è fortemente indebitato con la Cina. Anche a causa delle dinamiche monetarie internazionali la sua valuta – il kwacha – ha perso il 22% del proprio valore sul dollaro, con un conseguente drastico abbassamento dei suoi bond connessi alla valuta statunitense che hanno perso più della metà del valore nominale.

Una dinamica che potrebbe avere un effetto domino su sistemi-paesi simili.

Angola

L’Angola è la terza economia africana, quasi totalmente dipendente dalla rendita petrolifera. Il paese aveva emesso a novembre dell’anno scorso una ingente quantità di Bond ad un rendimento molto “convincente” per gli investitori: 8% per quelli a 10 anni e 9,125% per quelli a trenta.

L’anno precedente aveva ricevuto il pacchetto di finanziamento più cospicuo mai concesso ad uno paese africano dal Fondo Monetario Internazionale.

Si è trattato di “credit facility” per 3,7 miliardi di dollari, con cui il FMI aveva sostenuto il “nuovo corso” del presidente Joao Lourenço.

L’Angola ha uno stretto rapporto con la Cina che ha di fatto “ripagato” la sua ricostruzione attraverso il debito. Circa la metà del debito del Paese africano è infatti nei confronti della Cina: 21,5 miliardi di dollari nel 2017. Sul suo territorio sono presenti circa 50 aziende di Stato della Repubblica Popolare e circa 400 aziende private cinesi. Il Paese Asiatico è, inoltre, il destinatario principale del greggio angolano.

In sintesi l’Angola ripaga in greggio il debito che contrae con la Cina, ma anche per questo ha scarse riserve di valuta estera.

I due mesi di contrazione dell’economia cinese prima e l’abbassamento del prezzo del petrolio poi hanno fortemente influenzato l’economia angolana.

Sia detto per inciso, l’Angola ha ricevuto recentemente una squadra medica cubana composta da 214 unità – di cui 170 medici – per fronteggiare l’epidemia che colpisce soprattutto Luanda rafforzando quel legame intessuto con l’isola caraibica dai tempi della lotta per l’indipendenza coloniale contro il dominio portoghese.

Nigeria

Anche la Nigeria che guidava l’ambizioso progetto della costruzione di una comunità economica regionale africana nord-occidentale con una stessa moneta, rischia di fronteggiare la sua seconda recessione in 5 anni.

Il paese di 200 milioni di abitanti ha conosciuto un numero relativamente basso di casi – poco più di 250 – e solo qualche decesso.

Ha richiesto un pacchetto di 3,4 miliardi di dollari al Fondo Monetario Internazionale, di cui 82 milioni destinati per il rafforzamento delle proprie strutture sanitarie.

Rispetto ai paesi occidentali ha un ristretto margine di manovra per varare misure in favore della propria economia, meno dell’1% rispetto al 10% di altre economie ed ha dovuto modificare le possibilità di spesa per l’anno corrente di un -15% a causa dell’abbassamento prezzo del petrolio e della contrazione della domanda del greggio.

Il suo budget era stato calcolato lo scorso anno su un valore di 55$ al barile, con la sua produzione che ammontava a 2,1 milioni di barili al giorno contro la attuale attestata su 1,7 milioni di barili.

McKinsey ha stimato una contrazione dell’economia del Paese tra il 2,5% e l’8,8% nello scenario peggiore.

Le sue prime 10 banche secondo alcuni analisti finanziari corrono un “rischio severo”.

Il governo è stato costretto ad una svalutazione che aveva rifiutato in precedenza per le ripercussioni che avrebbe avuto sulle 87 milioni di persone che vivono in uno stato di estrema povertà.

La moneta locale è scambiata a 360 contro il dollaro rispetto alle 305 precedenti, 415 al mercato nero.

Inoltre è stata abolito il sussidio petrolifero che calmierava il prezzo del carburante a 145 Naria al litro.

Sudafrica

Il Sudafrica è l’economia più industrializzata del continente e sta affrontando una doppia minaccia. Da un lato la pandemia che lo vede essere uno dei paesi africani più colpiti con 2.272 contagi e meno di una trentina di decessi, poco più di 400 persone ricoverate e ben 83.663 test effettuati stando ai dati forniti dal Ministero della Salute.

Dall’altro la probabile depressione economica in una situazione pre-pandemica già stagnate, ed un esercito di “lavoratori informali” – 3 milioni secondo le statistiche ufficiali – che a causa del confinamento assai restrittivo imposto per tre settimane a partire dall’ultimo venerdì di marzo sono i soggetti più vulnerabili.

L’azione del governo e della banca centrale è stata piuttosto risoluta sia in direzione della salvaguardia economica che delle garanzie sociali, nonostante la pressione degli agenti economici internazionale che vorrebbero mettere un “cappio al collo” al Paese.

Il giorno della proclamazione del lockdown in Sud Africa l’agenzia di valutazione finanziaria Moody’s ha rimosso dalla propria lista – l’“investement-grade credit rating” – i titoli di Stato sudafricani passati da “negativi” a “spazzatura”. Si è allineata alle altre due agenzie (S&P e Fitch Ratings) che avevano espresso una analoga valutazione già dal 2017.

La possibile fuga di capitali di investitori esteri si aggira sui 15 miliardi di dollari.

La strategia è chiara: prosciugare il Paese di importanti risorse finanziarie e costringerlo ad un “pacchetto d’aiuti” a condizione di imporre drastiche riforme alla propria economia.

Come altre valute di Paesi Emergenti, la moneta sudafricana ha perso circa un quarto del suo valore dall’inizio dell’anno.

Mercoledì la banca centrale su-africana (SARB) aveva proceduto all’acquisto diretto dei titoli di Stato, cioè, come ha dichiarato un analista di Intellidex che si occupa di Sudafrica «ha attraversato il Rubicone».

Una manovra che insieme ai prestiti garantiti alle imprese – ma senza attuare il corrispettivo del Quantitative Easing mantenendo un tasso di sconto del 5,25% – vuole tutelare il sistema economico e mantenere un certo livello di liquidità.

Il Governo ha deciso di tutelare il lavoro nei settori formali con un differimento delle tasse e un fondo per la disoccupazione e vuole aumentare gli aiuti alla parte più vulnerabile della popolazione – la disoccupazione ufficiale è al 30% – che fino ad ora copre 18 milioni di persone di cui 12,5 minori che compongono per 4/5 quei gruppi familiari dell’esercito dei lavoratori informali.

Un pezzo di welfare importante a dispetto di altri “Paesi Emergenti”.

Appare chiaro come la leadership è intenzionata ad usare tutti i margini di manovra per non lasciarsi mettere in bancarotta dall’azione criminale di chi orienta il mercato internazionale, affrontando al meglio la pandemia anche con mezzi coercitivi vista la presenza dell’esercito nelle strade delle grandi periferie metropolitane.

Unione Europea, Cina, Stati Uniti in competizione sull’Africa

In questo contesto l’azione della Repubblica Popolare assume un profilo significativo, non solo per la diplomazia della “via della seta della salute”, ma per lo scontro geo-politico in corso in tutto il continente che vede USA e soprattutto UE ad un impasse evidente.

Come ha affermato la cellula della Presidenza francese che si occupa di prospettiva strategica: «la partita non è solo sviluppare una contro-narrazione, ma è potersi appoggiare ad un bilancio eloquente».

Un bilancio fino ad ora assai magro: Bruxelles – stando agli annunci di mercoledì 8 aprile – si è limitata a finanziare con 3,25 miliardi di Euro i programmi già in corso ma non completati verso il continente, mentre la Francia ha stanziato sempre la scorsa settimana 1,2 miliardi di Euro tramite l’Agenzia francese per lo Sviluppo per 19 Paesi tra cui Senegal, Burkina Faso, Guinea a Madagascar. Si tratta di un miliardo di prestiti circa e solo 150 milioni di donazioni, altri 500 milioni dovrebbero destinati alla cure di varie malattie infettive.

La Cina sta, invece, giocando un ruolo a tutto campo.

Le donazioni di Jack Ma attraverso due fondazioni – una omonima l’altra dell’azienda di cui è stato fondatore – a 54 Stati Africani distribuite dal “braccio sanitario” dell’Unione Africana attraverso la piattaforma di Alibaba: “Electronic World Trade Platform” con il supporto degli aerei della compagnia etiope Ethiopian Airlines, si affiancano a quelle del gigante Huawei. La compagnia cinese ha infatti donato controllori termici e sistemi per video conferenza a Tunisia, Sudafrica, Zambia e Kenya.

Le video-conferenze organizzate con Paesi africani e del Medio Oriente per condividere le esperienze maturate nella Repubblica Popolare il 18 e il 26 marzo sono un altro tassello del concreto aiuto di Pechino.

Ma questo passaggio non è che l’ultimo della “via della seta della salute”.

Stando all’agenzia stampa cinese Xinhua dagli anni '60 alla fine del decennio scorso sarebbero stato pari a 20 mila il totale del personale medico cinese inviato in Africa che avrebbe prestato cure a 200 milioni di persone.

È stato il contributo contro l’Ebola – che ha mietuto più di 11 mila vittime tra il 2013 e il 2016 – a costituire il passo decisivo per la cooperazione cinese, che ha inviato 1.200 professionisti della salute in Guinea, Liberia e Sierra Leone.

E l’attuale contributo cinese è riconosciuto a cominciare dagli alti livelli dell’Unione Africana.

John Nkengasong, virologo direttore del Centro che è il “braccio sanitario” dell’UA afferma: «la Cina è perfettamente mobilitata. Il suo sostegno è cruciale e salvifico».

Bisogna ricordare che la Cina aveva appoggiato nel 2017 la candidatura dell’attuale direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’etiope T.A. Ghebreyesus – ex ministro della salute e degli esteri del Paese più volte bacchettato da Trump.

E in Sudafrica – epicentro continentale della pandemia – è lo stesso Ministro della Salute Zweli Mkhize – che ha organizzato il 3 aprile una video-conferenza tra Shangai e i responsabili del contrasto della pandemia nel proprio Paese – a dichiarare che si appoggia a Cina e Cuba, quest’ultima già presente da tempo con proprio personale sanitario nello Stato.

Gli fa eco il comandante delle Forze Armate – il generale Solly Shoke – che durante una cerimonia di consegna di aiuti cinesi afferma: «non c’è che la Cina al nostro fianco».

In generale i rapporti tra Cina ed Africa si sono intensificati e la Repubblica Popolare ha già dimostrato nel corso del 2019 con il Camerun ed il Congo di essere più “morbida” rispetto ai propri competitor occidentali rispetto alla condizione di pagamento del debiti contratti nei suoi confronti che ammontano ad un totale di 133 miliardi di Euro per tutto il Continente.

Alcune cifre danno l’idea dell’impennata dell’interscambio sino-africano.

Tra il 2013 e il 2018 l’interscambio commerciale è aumentato di 11 volte ed era pari a 170 miliardi di euro, mentre gli investimenti cinesi in Africa sono aumentati di ben 7 volte attestandosi ai 5,4 miliardi di dollari.

In Africa vivono più di un milione di cinesi e 50 mila studenti africani studiano in Cina, 25 volte quelli che erano presenti nella Repubblica Popolare nel 2003.

È chiaro che anche per il continente africano potrebbero mutare gli equilibri geo-politici in seguito alla gestione della pandemia e delle sue conseguenze economiche, “sganciandolo” maggiormente dai tradizionali attori ex e “neo-coloniali” e dalla comunque importante influenza statunitense.

Tutto questo in continuità con una relazione – non bisogna mai dimenticarlo – maturata durante gli anni della lotta contro il colonialismo in cui la Cina maoista era uno dei fari – insieme all’Unione Sovietica e alla Cuba rivoluzionaria – dei popoli oppressi.

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