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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/05/2026

Tanti no all’imperialismo sanitario USA in Africa. Il piano di Trump vacilla

Dopo i tagli a USAID (strumento di soft Power di Washington) e l’addio all’OMS, la strategia sulla sanità internazionale della Casa Bianca è stata rimodulata nell’America First Global Health Strategy. Fondata su rapporti bilaterali, invece che su una cornice multilaterale, è un’altra forma di “predazione” a cui molti paesi africani stanno dicendo no.

Con l’inizio del suo secondo mandato, The Donald ha promosso un approccio che, propagandisticamente, viene detto favorire una maggiore trasparenza e maggiore centralità ai governi locali. Nella realtà, è un modo per vincolare aiuti necessari a intese commerciali e minerarie che fanno gli interessi statunitensi.

Dopo una prima ondata di oltre trenta intese preliminari (di cui almeno 18 formalizzate, in genere quinquennali e di cui i testi sono per lo più segreti) il meccanismo ha però iniziato a incepparsi con vari paesi. Il segnale di rottura più forte è arrivato dal Ghana.

Nei primi mesi del 2026, l’intesa tra Accra e Washington sembrava ormai cosa fatta: un piano da 109 milioni di dollari erogati dagli USA per specifici interventi sanitari sul territorio. Tuttavia, dallo scorso febbraio, il governo del presidente John Dramani Mahama ha iniziato a frenare, sollevando forti perplessità sul testo dell’accordo.

Di fronte ai tentennamenti ghanesi, la Casa Bianca ha tentato la linea dura fissando un ultimatum per la firma definitiva. La risposta è arrivata il 24 aprile, giorno della scadenza: nessun via libera. Alla base del rifiuto c’è una formula di “estrattivismo” che è segno dei tempi: quello dei dati, in questo caso sanitari.

Il timore che sul piatto finisse l’accesso alle cartelle cliniche e ai dati sensibili dei pazienti ghanesi, creando un immenso database sanitario sotto il controllo statunitense, alla fine ha portato Accra a dire di no. Altri accordi prevedevano la condivisione delle cartelle cliniche, dei test diagnostici e di campioni di agenti patogeni a maggior rischio di contagio.

Su una sorta di sfruttamento dei paesi in via di sviluppo come serbatoi di patogeni per le grandi compagnie farmaceutiche occidentali c’è un dibattito che va avanti da almeno vent’anni. Ma mettere le mani sui dati sanitari significa anche garantirsi un vantaggio competitivo enorme rispetto ai concorrenti europei e asiatici sulle nuove frontiere delle discipline biotecnologiche.

Come evidenziato da Oladoyin Odubanjo, segretario dell’Accademia nigeriana delle scienze, “l’ingrediente fondamentale per sviluppare l’intelligenza artificiale che avrà un impatto sulla ricerca e sullo sviluppo di vaccini, trattamenti e persino armi biologiche e antidoti, sono i dati”. Ovviamente, ai paesi africani non viene offerta alcuna garanzia di accesso ai farmaci derivati da queste ricerche.

Il Ghana non è un caso isolato, ma la punta di un iceberg. La trattazione bilaterale svantaggia gli stati africani di fronte al gigante americano. E alla fine le preoccupazioni sulla sovranità digitale e sulla privacy dei cittadini stanno spingendo diversi paesi del continente a rompere con Washington.

È il Kenya che ha sollevato per primo l’allarme. L’intesa siglata con gli States prevedeva 1,6 miliardi di dollari in 5 anni in cambio dell’accesso illimitato ai dati sanitari dei cittadini. Nonostante la firma di Nairobi lo scorso anno, il ricorso di diverse associazioni di consumatori locali ha spinto la Corte Suprema keniana a sospendere temporaneamente l’efficacia dell’accordo.

A seguire il Kenya c’è stato lo Zimbabwe, che ha rispedito al mittente la proposta di collaborazione sanitaria di Washington, giudicando le condizioni inaccettabili. In particolare, è stato proprio l’uso dei dati medici come leva ad essere stato indicato come una linea rossa invalicabile.

Per ora, i funzionari della Casa Bianca gettano acqua sul fuoco e minimizzano la portata della fronda africana. Da Washington ricordano che i memoranda sottoscritti esprimono un volume complessivo di investimenti già concordati che sfiora i 12 miliardi di dollari. Ma le crepe in questo nuova forma di neocolonialismo ci sono, e con le politiche guerrafondaie degli USA potrebbero ampliarsi.

Fonte

29/09/2023

Africa - Manifestazioni in Ghana, sciopero generale in Nigeria

In Ghana vanno crescendo le proteste della popolazione che vengono represse con la forza. Migliaia di manifestanti sono scesi in piazza ad Accra, capitale del Ghana, per tre giorni di proteste antigovernative legate alle difficoltà economiche.

Una cinquantina di persone sono state arrestate mentre cercavano di assaltare la sede del governo ghanese.

Secondo i media locali, i manifestanti, alcuni dei quali sventolavano cartelli con slogan contro il governo o con la bandiera del Ghana, hanno denunciato l’alto costo della vita e la mancanza di lavoro.

Il Ghana, è una nazione dell’Africa occidentale nota per la produzione di cacao, oro e petrolio, ma sta affrontando la crisi economica più grave degli ultimi decenni. L’inflazione è al 40% soprattutto per i generi di prima necessità, in particolare quelli alimentari.

La moneta locale, inoltre, si è svalutata sia rispetto al dollaro sia rispetto all’euro. Nonostante l’ottimismo manifestato oggi dalla Banca centrale del Ghana che non ha alzato, ulteriormente, i tassi di interesse, la situazione resta esplosiva.

In Nigeria i due più grandi sindacati del paese hanno indetto uno sciopero a tempo indeterminato a partire da martedì prossimo per protestare contro il modo in cui il governo sta rispondendo all’aumento del costo della vita.

In una dichiarazione congiunta, il Congresso nazionale del lavoro (Nlc) e il Congresso dei sindacati (Tuc) hanno accusato il governo di non essere riuscito ad alleggerire l’onere finanziario per i nigeriani, aggravato dalla recente eliminazione dei sussidi sul carburante.

“Ci sarà un blocco totale finché il governo non soddisferà la domanda dei lavoratori nigeriani e, di fatto, delle masse nigeriane“, si legge nella dichiarazione, in cui si invitano tutti i lavoratori a interrompere le attività a partire dal 3 ottobre.

I prezzi dei prodotti alimentari e delle materie prime sono aumentati negli ultimi mesi in Nigeria a causa dell’aumento del costo del carburante che ha fatto lievitare i costi di produzione e di trasporto.

Anche la valuta della Nigeria, la naira, è scesa significativamente rispetto al dollaro statunitense, scambiando a una media di 780 naira per 1 dollaro, il che ha portato ad un aumento del costo delle importazioni.

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15/08/2021

Ghana - L'ascesa del socialismo

di Nora García Nieves

L’ultimo fine settimana di luglio (dal 30 luglio al primo agosto), nella città ghanese di Winneba, la città che ha ospitato l’Istituto Ideologico «Kwame Nkrumah» , il Movimento Socialista del Ghana (SMG) ha tenuto il suo primo Congresso. Più di 100 delegati dei 29 collettivi del paese e un gran numero di alleati internazionali provenienti dai cinque continenti hanno celebrato un momento di grande importanza per la sinistra dell’Africa occidentale.

Kwesi Pratt, segretario generale del SMG, ci ha spiegato: “La transizione da Forum a Movimento è stata una necessità. Significa riconoscere il nuovo contesto in cui stiamo vivendo come organizzazione. Siamo passati dalla ‘battaglia delle idee’ al centro delle mobilitazioni della classe operaia ghanese”. Negli ultimi anni, il SMG è cresciuto esponenzialmente, espandendosi in 24 delle 29 regioni del paese. “La nostra militanza richiede nuove strutture organizzative che si adattino alla realtà dell’azione politica che portiamo avanti”.

Pratt ci racconta come sono cresciuti a partire dal 1996, dopo essersi lasciati alle spalle una dittatura che ha tentato di seppellire la memoria rivoluzionaria del paese e quando quattro compagni hanno fondato il Ghana Socialist Forum: “Siamo nati con un’ambizione limitata, poiché era un periodo di in cui i militanti di sinistra venivano violentemente perseguiti. Il nostro obiettivo era quello di creare un gruppo di studio sul marxismo con cui poter analizzare la fase neoliberista che il paese stava vivendo e fare un lavoro di sensibilizzazione delle persone”.

Il fine settimana Winneba è stata sommersa di magliette rosse. Il numero di giovani e donne era schiacciante. A differenza del vecchio continente europeo, in Ghana il 70% della popolazione ha meno di 30 anni. “Per il SMG è prioritario lavorare a partire dai bisogni dei giovani e mettere in primo piano la lotta al patriarcato; in questo modo cerchiamo di consolidare l’organizzazione. Le parole non bastano più, dobbiamo affrontare questa nuova fase con determinazione e intelligenza organizzativa”, commenta Pratt.

Il SMG è un esempio di come adattare le strutture politiche alle nuove realtà sociali. Se sono arrivati fino a questo punto, è perché sono stati capaci di fare i passi necessari, poco a poco, partendo sia dalla specifica situazione politica del Ghana, sia dalle reali capacità e possibilità a costruire processi. “Alla quantità, ora dobbiamo aggiungere la qualità della nostra militanza. Dobbiamo affrontare la sfida dell’educazione politica in un paese che soffre di un tasso di analfabetismo di circa il 50%, quindi la formazione rimane essenziale.” Il SMG ha creato il centro Amilcar Cabral per l’educazione politica popolare, attraverso il quale centinaia di militanti africani hanno studiato le rivoluzioni di Haiti, del Burkina Faso o dell’Angola e hanno approfondito idee socialiste.

In questi due decenni, il SMG ha sviluppato diversi progetti capaci di sorprendere e appassionare qualsiasi organizzazione politica. Oltre al Centro Amilcar Cabral, hanno creato il Centro della Libertà, che nelle parole di Pratt è “un luogo dove la cultura e il socialismo si intrecciano”. È uno spazio vibrante e pieno di proposte con un’anima rivoluzionaria. Organizzano gruppi di lettura, sviluppano attività di solidarietà internazionale e ospitano eventi culturali. È anche il luogo dove è nata la loro “Freedom Band”, perché ovunque vadano, il SMG porta percussioni, canti e balli pieni di energia socialista.

Quel forum di quattro persone ha capito molto bene come posizionarsi nella ‘battaglia delle idee’, dalla musica, all’arte e all’educazione. La “Libreria della Libertà” è la libreria del SMG che da più di 10 anni fa rivivere la memoria e la tradizione panafricana di Nkrumah. Grazie alla libreria, le tredici opere del primo presidente del Ghana, bandite negli anni ’60 sono tornati sugli scaffali di istituzioni pubbliche, biblioteche e università. Inoltre, la libreria cura – insieme ad altre organizzazioni africane – testi chiave per i futuri quadri politici del movimento panafricano.

Il forum si è anche preso uno spazio televisivo. Negli ultimi tre anni hanno promosso Pan African TV, un canale televisivo che trasmette in 46 paesi africani e offre una moltitudine di contenuti (sport, cultura, notizie, talk show, ecc.) a livello continentale.

Sempre con una visione panafricana è stato sviluppato un centro di ricerca per poter capire con numeri e dati le strategie neoliberiste e neocoloniali dell’imperialismo in Africa. Kwesi ci ricorda che il Ghana è un paese centrale nella strategia degli USA e dell’Europa. Il Ghana detiene la sesta riserva d’oro del mondo e grandi quantità di petrolio e gas che sono in una fase iniziale di sfruttamento.

Il continente africano sta subendo una brutale aggressione imperialista. Al saccheggio delle sue risorse naturali si aggiungono la costruzione di nuove basi NATO e l’uso del continente come enclave geo-strategica nella guerra fredda contro la Cina. Nel frattempo, il Ghana che contra 30 milioni di abitanti, è un simbolo per l’Africa e continua ad avere una grande influenza politica nella regione. L’eredità di Nkrumah continua a vivere, così come la visione dell’unità del continente.

“L’attuale ordine mondiale basato sulla disuguaglianza e sullo sfruttamento delle persone e del pianeta non potrà essere sostenuto per sempre. La storia dimostra che siamo un continente che è sopravvissuto alla schiavitù e si è staccato dal colonialismo europeo. Niente può fermarci!” Kwesi e i suoi compagni lo sanno, e lo sappiamo anche noi. Non perderemo di vista il Ghana e il Socialist Movement of Ghana. 

Fonte

18/11/2018

Salvini l’Africano. Figuracce in linea con la tradizione “itagliana”

Il giornalismo italiano è messo davvero male. Specialmente quello che si dedica a seguire le vicende della misera “classe politica” arrivata al potere. Non è una vena polemica, ma una semplice constatazione fatta sul modo in cui lavorano i notisti politici: stanno attaccati ai tweet o ai post Facebook di Tizio e Caio, e imbastiscono “pezzi” che cuciono insieme brevi messaggi contrapposti o concordanti, magari inframezzati con le “reazioni” (altri post o tweet) delle cosiddette “opposizioni”.

Inevitabile, così, che finiscano con l’essere pura cassa di risonanza della propaganda governativa, anche quando soggettivamente vorrebbero essere “critici”.

Se manca l’oggetto – la notizia, il contenuto, i fatti – ci si riduce a giocare con le frasi altrui.

Per capire come funziona il gioco della comunicazione politicista bisogna andare fuori dalle grandi testate mainstream – carta stampata e tv – e leggere chi produce informazione a ridosso dei problemi, lontano da Montecitorio e Palazzo Chigi.

Si fanno scoperte interessanti. Facciamo un esempio: il ducesco ministro dell’interno ha annunciato qualche giorno fa che sarebbe andato in Africa a stringere accordi con alcuni paesi di provenienza dei migranti che giungono in Italia. “Grande successo”, recitavano i suoi tweet; “risultati positivi”, hanno chiosato anche i suoi più tonitruanti critici mainstream.

Nemmeno uno che si sia messo a dare un’occhiata ai media africani, specificamente quelli dei paesi “visitati” dal frettoloso Salvini, per verificare se quel “successo” fosse reale.

Per saperlo, siamo andati a vedere cosa ne dicevano – se non altro – i missionari italiani da quelle parti, che qualche nozione dei problemi esistenti in loco (povertà, guerre, dittature, colonialismo, epidemie, ecc.) dovrebbero averla. E abbiamo trovato questa cronaca scritta per Nigrizia (la comunità dei missionari comboniani), da cui si capisce che in Africa Salvini ha fatto un buco nella sabbia, scappando anche velocemente, in piena continuità con l’immagine tutt’altro che esaltante del colonialismo straccione “itagliano”.

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Chissà se lo stratega della tensione comunicativa sarà pronto, pure stavolta, a rispondere agli interrogativi, semplici, che Nigrizia sta per porgli.

Matteo Salvini è volato il 5 e 6 novembre in Ghana per una missione lampo. Ignorata dai più, la missione aveva lo scopo, secondo l’esponente della Lega, di firmare un «accordo col governo per controllare l’immigrazione e garantire un futuro di studio e lavoro a quei ragazzi, ma nel loro paese». L’annuncio in un tweet. Ad Accra il ministro pro tempore ha incontrato il suo omologo ghaneano Ambrose Dery e il presidente del paese Nana Akufo-Addo, il quale ha smentito gli entusiastici commenti di Salvini sull’esito del viaggio. Il principale quotidiano locale, Ghanaians times, ha titolato il giorno dopo l’incontro: “Il presidente furioso per il trattamento inumano dei migranti africani”. E nelle pagine interne sono riportate le sue frasi dure contro Salvini: «Non ci si dovrebbe nascondere dietro il pretesto di combattere le migrazioni irregolari per commettere abusi sui migranti irregolari».

Ma il viaggio di Salvini si è rivelato stravagante per un altro aspetto. Si è infatti recato nel paese africano che meno esporta migranti e che risulta tra i più stabili dell’Africa. È la seconda economia della Comunità economica degli stati dell’Africa Occidentale (Cedeao). Dal 2010 è considerato un paese a medio reddito.

I ghaneani in Italia, come ci ricorda Marco Scarpati in un suo post su Facebook, «sono, complessivamente, poco meno di 49mila. E la loro presenza è sostanzialmente stabile, se è vero che nel 2010 erano 47mila. Rappresentano lo 0,97% sul totale dei migranti. Compiono pochi crimini e sono ottimi lavoratori, in gran parte impegnati soprattutto nelle fabbriche del nord Italia. Pochissimi gli irregolari».

Domanda: per quale ragione il “ruspante” ministro ha scelto per la sua propaganda, attraverso la fanfara dei social, il paese sbagliato? Nessuno gliel’ha fatto notare? È stato un caso? Oppure, un paese africano vale l’altro per il suo pulpito propagandistico?

Ma è un altro l’interrogativo che più ci preme sottoporre a Salvini: il suo viaggio ha previsto una tappa a Cape Coast o a Elmina? Certamente avrà almeno sentito parlare di questi due luoghi della memoria che si affacciano sull’oceano, a un centinaio di km da Accra. Cape Coast è stato il più importante centro per la tratta degli schiavi di tutta l’Africa occidentale. Un luogo simbolo, tutelato dall’Unesco. Nella sua fortezza i prigionieri, a milioni, vi venivano esposti ed i compratori sceglievano all’asta i pezzi migliori: solo le donne e gli uomini più sani e forti.

Sono decine in Africa le “porte del non ritorno”. Il Ghana è forse il paese che ne possiede la più alta concentrazione. Tutto il Golfo di Guinea, ovvero la costa compresa tra il delta del Niger e il Ghana, venne ribattezzato Costa degli Schiavi, e la catena di forti e castelli che si estende lungo il suo litorale costituisce uno straordinario documento storico.

A 15 km da Cape Coast, poi, si trova la cittadina portuale di Elmina. Nelle sue prigioni sotterranee venivano ammassati fino a 300 prigionieri, mani e piedi in catene, immersi nei loro escrementi, trattenuti per mesi prima di essere imbarcati come schiavi. Chi moriva di malattie, fame e sete veniva gettato in mare. A chi tentava la fuga venivano mozzate le orecchie per essere poi rinchiuso nella cella della morte.

Immagini che sembrano rubate ai lager libici di oggi, dove sono ammassati i corpi di centinaia di migliaia di migranti. Corpi, non persone.

Il primo viaggio di Barack Obama in Africa, il 10-11 luglio 2009, fu proprio a Cape Coast, omaggio alla sua storia e a luoghi dove si sono rattrappiti i valori occidentali.

Salvini, lei che si mostra un politico così ossessivamente appassionato al tema dei migranti e di persone in fuga, ha sentito la necessità di visitare, nel suo blitz ghaneano, quelle stanze in cui le speranze morivano ancor prima di nascere?

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