Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/12/2024

Strage operaia e disastro ambientale all’Eni di Calenzano

Ennesima strage sul lavoro e disastro ambientale, alla raffineria ENI di Calenzano. La Prefettura al momento conferma due morti, otto feriti e quattro dispersi. I fumi potrebbero essere tossici, invitata la popolazione a chiudere porte e finestre. Il danno ambientale e alla salute dei cittadini è evidente, il fumo tossico avrà sicuramente ripercussioni per gli abitanti della piana anche nei prossimi giorni.

Si tratta dell'ennesima ferita inflitta al nostro territorio. Un disastro terribile e, ancora una volta, non è possibile dire che si sia trattato di una fatalità. I rischi di esplosione del deposito infatti si conoscevano bene e da anni. Non si deve parlare di incidente, è l’ennesimo atto di guerra contro lavoratrici, lavoratori, cittadine e cittadini. È l’ennesima strage perpetrata in nome del profitto, in una guerra combattuta con le armi della deregolamentazione, dell’impunità, del ricatto tra vita, salute e lavoro.

Basta con il finto cordoglio! Governo, imprese e associazioni di rappresentanza devono assumersi le proprie responsabilità: imprenditori che pensano solo al profitto agendo al massimo ribasso, appalti a cascata, mancanza di controlli, precarietà del lavoro sono conseguenze di scelte ben precise, non sono una fatalità.

Per questo nei mesi scorsi abbiamo chiesto l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro e lesioni gravi e gravissime. Per questo, il prossimo 13 dicembre, abbiamo proclamato lo sciopero generale e generalizzato, contro la manovra del governo Meloni, il governo della guerra e dei tagli allo stato sociale.

Alla guerra si risponde con la resistenza. È ora di preparare la controffensiva.

Queste stragi devono essere impedite! Oggi più che mai è urgente costruire una mobilitazione sociale ampia in difesa della nostra vita, del nostro lavoro, dei nostri bisogni!

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19/02/2024

La Nigeria vuole fermare lo sfruttamento neocoloniale del proprio petrolio

La Nigeria sta cercando di sviluppare il proprio settore petrolifero scrollandosi di dosso lo strapotere delle compagnie petrolifere straniere che, da decenni, fanno il bello e soprattutto il cattivo tempo nel Paese. Una serie di riforme nel settore cercano di attivare l’intera filiera del settore petrolifero all’interno del Paese, iniziando anche la raffinazione, così da non dover essere solo esportatore di greggio grezzo. La Nigeria, che ha fatto richiesta di adesione ai BRICS, sta inoltre progettando di cessare l’utilizzo del dollaro statunitense come valuta per commerciare il proprio petrolio, per sostituirlo con la propria valuta nazionale. E le grandi compagnie petrolifere, a cominciare da Shell e Total, hanno già avviato la ritirata dalla terraferma nigeriana.

La Nigeria aveva presentato domanda di adesione ai BRICS – l’alleanza internazionale guidata da Brasile, Cina, India, Russia e Sudafrica – nel 2023, ma è stata respinta al vertice di Johannesburg, dove sono stati annunciati i Paesi che avrebbero ingrandito l’organizzazione. Nonostante il rifiuto, la Nigeria sta cercando di operare politicamente affinché la sua candidatura sia in futuro accettata e per questo tenta di operare riforme che consentano un significativo sviluppo economico dopo decenni di depauperamento delle risorse ed esternalizzazione dei costi economici e sociali da parte delle multinazionali del petrolio. Il Paese africano vuole rafforzare la sua valuta locale, la Naira, e per questo motivo l’avvocato di Stato della Nigeria, Femi Falana, ha esortato il governo nigeriano a fare meno affidamento sul dollaro USA e iniziare ad utilizzare la Naira per il commercio del petrolio nigeriano. Questo, come spiegato da Falana, nella duplice intenzione di rafforzare la moneta nigeriana e di legarsi alla volontà dei BRICS di de-dollarizzazione dell’economia mondiale. Falana ha invitato il governo a ignorare le previsioni fatte dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dalla Banca Mondiale, quanto piuttosto di iniziare a lavorare a fianco dei BRICS per rafforzare l’economia della Nigeria. «Lascia che chi vuole acquistare i nostri prodotti cerchi Naira. Questo è il modo in cui promuovere la tua valuta», ha detto l’avvocato di Stato.

Dopo anni e anni di conflitti, e forse anche per la legge varata lo scorso mese che prevedeva di trattenere dalle compagnie straniere una parte del petrolio estratto, Shell e altre aziende stanno lasciando la terraferma nigeriana. La multinazionale fossile britannica ha annunciato la volontà di lasciare tutte le operazioni di estrazione onshore, quindi sulla terraferma, dopo quasi un secolo di attività in Nigeria, oltre che di degrado ecologico e sociale causato dal suo operato e per cui ha dovuto affrontare decine di processi. Un accordo che oscilla tra i 2,4 e i 2,8 miliardi di dollari, tra Shell e il governo nigeriano, farà sì che tutte le attività di Shell sulla terraferma passeranno ad un consorzio di cinque aziende petrolifere, quattro nigeriane e una svizzera. Shell si concentrerà sulle operazioni di estrazione in mare aperto, in profondità, ancora appannaggio esclusivo delle mega compagnie, le uniche che possono permettersi investimenti così grandi. Così sta facendo anche la francese Total come anche altre compagnie petrolifere straniere che concentreranno i loro sforzi di profitto nell’estrazione offshore in acque profonde.

Dopo anni di lavoro e riforme politiche, la Nigeria ha avviato adesso un’industria petrolifera completa, dall’estrazione onshore alla raffinazione, necessaria per il fabbisogno interno e per aumentare i ricavi delle esportazioni. Lo scorso mese, dopo sette mesi dalla sua inaugurazione ufficiale, è entrata in funzione la Dangote Refinery and Petrochemical Company, da 18,5 miliardi di dollari. La Banca Centrale della Nigeria ha previsto che la raffineria farà risparmiare alla Nigeria tra i 25 e i 30 miliardi di dollari all’anno in valuta estera, facendo aumentare le riserve della Nigeria e riducendo la pressione sulla bilancia dei pagamenti del Paese. L’impianto, che sarà in grado di generare anche 12.000 MW di elettricità, ha una capacità di lavorazione di 650.000 barili al giorno, potendo dunque soddisfare tutto l’attuale consumo interno di carburante della Nigeria, che è di circa 450.000 barili al giorno. La produzione di petrolio raffinato in eccesso sarà destinata all’esportazione.

Con la possibilità di raffinazione del petrolio, la Nigeria potrebbe presto diminuire o cessare l’importazione di fertilizzanti e prodotti petrolchimici che, nel 2022, hanno pesato sulle casse del Paese per circa 26 miliardi di dollari. Infatti, i prodotti derivati dalla raffinazione del petrolio apriranno adesso nuove possibilità di sviluppo economico per interi settori: produzione di plastica, di prodotti farmaceutici, così come nell’edilizia e altro ancora. Inoltre, si prevede che entro la fine dell’anno entrerà in funzione anche la raffineria di Port Harcourt. Queste due grandi raffinerie, insieme alle tre piccole raffinerie modulari situate a Edo, Rivers e Bayelsa, potrebbero dare un grande impulso all’economia nigeriana. E se la Nigeria inizierà a commerciare il suo petrolio con la propria moneta, potrà rafforzare la sua valuta e dare maggiore beneficio all’economia.

La Nigeria è un Paese potenzialmente ricco ma che invece ha una popolazione, oltre che numerosa, molto povera. La Nigeria è crocevia di traffico di esseri umani e di droga, ha potenti organizzazioni criminali che operano in loco e all’estero e vede la presenza di organizzazioni terroristiche e conflitti che puntualmente si verificano in alcune regioni del Paese. La possibilità di avere un’industria di trasformazione, oltre che di semplice estrazione, da grandi possibilità di sviluppo economico ad un Paese che ne ha fortemente bisogno, dopo decenni di depauperamento delle risorse ed esternalizzazione dei costi ecologici e sociali da parte delle multinazionali. Queste ultime non spariranno, se ne staranno in mare, al largo, sulle loro grandi piattaforme.

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15/04/2023

La raffineria di Priolo in via di cessione, sotto i paletti del golden power governativo

Al Consiglio dei Ministri di martedì il Governo ha dato via libera alla vendita della raffineria di Priolo, nel siracusano. Era del resto attesaa da tutti una decisione su questo travagliato dossier, dato che nel giro di pochi giorni si sarebbe giunti al termine utile per esprimersi sull’acquisizione.

Goi Energy, il ramo energetico di un fondo cipriota, può procedere a rilevare lo stabilimento che era della Litasco, società svizzera controllata dalla russa Lukoil. L’affare, che dovrebbe perfezionarsi nell’arco di qualche settimana, si stima valga 1,2 miliardi di euro.

La vicenda del sito di Priolo è cominciata poco dopo la guerra, con il quadro di sanzioni a Mosca che aveva mandato in crisi la produzione. Contando largamente sull’utilizzo di materia prima importata dalla Russia, l’attività è andata velocemente in panne.

Ma lo stabilimento siciliano è di importanza strategica per tutto il sistema italiano. Lì, infatti, venivano raffinate più di 10 milioni di tonnellate di greggio all’anno, fornendo più di un quinto di tutti i carburanti utilizzati nel nostro paese.

La continuità dell’attività a Priolo è dirimente in questo momento per tutto il sistema italiano. E di sicuro significa salvare il migliaio di lavoratori lì impiegati, nonché i circa 10 mila dell’indotto complessivo. Preoccupazione che ovviamente non rientra tra quelle del privato, dato che le banche avevano disertato i tavoli ministeriali e avevano chiuso le linee di credito.

Una tale preoccupazione, quella di garantire l’occupazione e i redditi, può assumersela solo il pubblico, ma anche in questo caso lo Stato ha solo fatto da ponte verso il subentro di un altro privato. Speculazione dopo speculazione, la gestione pubblica di settori strategici è stata comunque rifiutata.

Ad ogni modo, il governo ha fatto ricorso al «Golden Power», ovvero alla possibilità di bloccare o legare a determinate condizioni operazioni di questo tipo. Il contenuto del decreto non è ancora chiaro in tutti i suoi termini, ma possiamo tracciarne gli elementi cardine.

Nonostante non ci siano prove del rapporto con la Russia, l’esecutivo ha imposto che le forniture dell’oro nero, che dovrebbero essere decennali, siano tracciate, evitando sia gli acquisti diretti da Mosca sia attraverso complesse triangolazioni e con l’ausilio di altri paesi sanzionati. Alcune indiscrezioni del Financial Times parlano addirittura di pressioni di Washington in questo senso.

Altre prescrizioni riguardano il mantenimento dei livelli occupazionali, gli investimenti da fare e gli impegni ambientali in tema di emissioni e di uso del depuratore dell’area industriale. Ancora una volta dovremmo affidarci al fatto che questi paletti vengano rispettati, quando sono le istituzioni stesse che raramente si adoperano perché ciò accada.

Tirando le somme, l’iniziativa pubblica è stata indirizzata solo a favorire il subentro di un altro privato, che rispetterà gli accordi finché gli farà comodo. La transizione ecologica, che già aveva subito una battuta d’arresto, resta solo attraverso una serie di limiti, che non ci salveranno dalla crisi climatica.

Non a caso, spesso la vicenda di Priolo è associata a quella dell’Ilva, i due dossier industriali più contraddittori sul tavolo del governo Meloni. Entrambi i casi hanno soluzione solo con l’intervento diretto dello Stato, garantendo i lavoratori e allo stesso tempo operando per una concreta tutela della salute e dell’ambiente, qualunque cosa ciò comporti.

Solo il pubblico può assumersi questa logica, oltre la ricerca del profitto. L’unico scopo che però si sta perseguendo con questo decreto – e chissà se le autorità riusciranno davvero a farlo rispettare – nel caso della raffineria è invece quello di recidere ulteriormente i legami con la Russia, per continuare a soffiare sul fuoco dell’escalation.

L’inasprirsi della competizione internazionale si nota anche in altri decreti di applicazione del Golden Power, nel settore delle telecomunicazioni. Una scelta in continuità con quelle già effettuate dal Governo Draghi, per limitare la presenza di apparecchiature cinesi nelle infrastrutture italiane.

Due governi che si muovono sulle stesse linee politiche, quelle definite dalla cornice euroatlantica che ci porta dritti nel baratro della crisi economica, ambientale e verso la guerra generalizzata.

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16/12/2019

Francia - “Non è un braccio di ferro, è una guerra”


Martedì 17 dicembre ci sarà il terzo “sciopero inter-categoriale” contro la riforma pensionistica, dopo quelli di giovedì 5 dicembre e di martedì 10 dicembre.

Dal 5 dicembre è continuato lo “sciopero ad oltranza” nel trasporto ferroviario, la SNCF, e nella metro parigina, la RAPT, e nelle raffinerie.

Metro parigina e ferrovie sono stati di fatto paralizzati dall’undicesimo giorno continuativo di sciopero anche questa domenica, mentre nei giorni dello sciopero interprofessionale – su spinta della combattiva Federazione dei Chimici della CGT – sette raffinerie su otto erano chiuse.

Anche questa domenica sono circolati in media solo un Treno ad Alta Velocità (TGV) su quattro ed un “Transilien” – che serve la regione parigina – su cinque. Uno su tre TER sono stati sostituiti da automezzi che hanno mantenuto il loro tragitto e circa solo un “Intercités” su dieci ha circolato, con il traffico internazionale perturbato.

Per ciò che concerne la metro parigina: 14 linee sono rimaste ferme – viaggiando solo la 1 e la 14 che sono quelle automatizzate – mentre nella RER, che serve la periferia, è stata totalmente interrotta la linea A. La linea B invece ha visto circolare solo un treno su tre, con l’importante “inter-connessione” della Gare du Nord sospesa, e solo poco più della metà di tram e bus di superficie in servizio attivo.

Le organizzazioni sindacali che hanno fin qui condotto lo sciopero nel settore ferroviario sono intenzionate a continuare la lotta senza dare alcuna tregua durante il periodo delle festività natalizie.

SUD, CGT e FO nelle ferrovie sono state molto assertive. Solo la CFDT, che come centrale si è unita solo ultimamente alle mobilitazioni, dopo le dichiarazioni del Primo Ministro lo scorso giovedì – come Federazione dei ferrovieri invece ha fin qui scioperato – si è detta contraria a proseguire anche durante le feste natalizie.

Laurent Berger, il segretario della CFDT, giovedì ha assicurato alle antenne di BFMTV, di voler “ritrovare il cammino del dialogo”.

Laurent Brun, segretario della CGT Cheminots, ha invece promesso «Nessuna tregua a Natale, tranne che il Governo non ritrovi la ragione».

Fabrice Angéi sempre della CGT spiega bene la situazione: «Non abbiamo un bottone per fermare uno sciopero, e nemmeno per prolungarlo. È più complicato. Il nostro solo posizionamento attuale è che la mobilitazione deve continuare nel mese di gennaio. Dopo, non siamo noi che decidiamo le modalità, ma le assemblee generali dei lavoratori».

Lo spettro della possibile riduzione del consenso all’azione degli scioperanti è ben presente nella testa dei lavoratori che, se anche determinati, da un lato sono ben coscienti dei disagi che si verrebbero a creare e dall’altro sono consapevoli della necessità di continuare.

È un anziano ferroviere della CGT di Caen – uno dei bastioni della protesta – che spiega in un’assemblea generale seguita da Libération la posta in gioco:

«Nell’86-87, le due festività sono state coinvolte dalla mobilitazione, quindi è già successo. (...) Voi sapete bene che se ci si ferma è finita per noi»

Venerdì 4 raffinerie su 7 erano bloccate contro le 5 su 8 di giovedì, e si attende una radicalizzazione della protesta questa settimana.

Per il segretario federale dei chimici della CGT il livello elevato della mobilitazione smentisce «la comunicazione del governo, che vuole far credere che sono mobilitati i soli salariati dei regimi speciali».

Se la stampa tende a relativizzare l’impatto di questi salariati del privato, parlando solo di un 5% di stazioni di distribuzione colpite dallo sciopero, la situazione sembra più complessa, come spiega il coordinatore della CGT della Total, Eric Sellini, al sito d’informazione Révolution Permanente:

«È sufficiente prendere qualche esempio. Nella regione parigina, oggi, il deposito di Gennevilliers è vuoto. Non c’è più combustibile. Per la rete Total, è catastrofico. Se c’è del ri-approvvigionamento, sarà in piccole quantità. E, in ogni modo, i camion, con la circolazione congestionata, non possono fare i loro giri abituali. Per la Bretagna, la situazione diverrà ancora più tesa. La raffineria di Donges ha ripreso, ma i compagni la ri-bloccheranno all’inizio della settimana prossima. Ogni volta, sono milioni di litri che non escono più, e non ci sarà più carburante sui grossi depositi di Rennes.»

In un’inchiesta del quotidiano Libération, apparsa venerdì 13 dicembre, il presidente dell’Unione Francese delle Industrie Petrolifere (Ufip), Francis Dusex, sembra relativizzare l’impatto dello sciopero affermando che si è lontani dalla penuria di carburante.

I lavoratori delle raffinerie di Pètroinéos di Lavera e quelli della ExxonMobil di Fos-sur-Mer, della regione delle Bocche del Rodano, giovedì sono passati al fermo della produzione. Non spediscono più una goccia di carburante, così come quelli della raffineria di Donges di Total, in Loira Atlantico, o di Mède, sempre nelle Bocche del Rodano.

La rete dei depositi di carburanti francesi conta su 200 siti, con 90 depositi principali. Alimentano una rete di distributori che dispone in media di due-tre giorni di autonomia.

Gli stock strategici della Francia, che applica le regole dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, rappresentano tre mesi di riserve che possono essere sbloccati su richiesta del governo.

I poteri pubblici possono prendere delle misure che vanno dal razionamento alla requisizione, per fornire carburante ai pompieri e alla gendarmerie.

Durante le mobilitazioni contro la riforma delle pensioni di Fillon, nel 2010, le forze dell’ordine sono intervenute per sbloccare le barriere di fronte alle raffinerie e alla decina di depositi bloccati.

La Francia, “in tempo di pace”, ha conosciuto solo una volta un caso di penuria di carburante: nel maggio 1968, quando dieci milioni di lavoratori sono entrati in sciopero generale.

Una situazione che non è detto non si riproponga, vista la situazione di malessere sociale diffuso...

Proprio sabato l’intersindacale della regione delle Bocche del Rodano – la regione marsigliese – ha organizzato un meeting unitario nella raffineria di Lavera, ribadendo le ragioni della protesta in un luogo simbolico dell’unità tra lavoratori del pubblico e del privato. È stato Olivier Mateu, segretario generale della CGT della regione marsigliese – la UD 13 aderente alla FSM – a spiegare lo scenario che si apre la settimana prima dell’inizio delle feste natalizie:

«Le modalità di sciopero saranno più dure la settimana prossima, una settimana che sarà bollente».

Intanto giovedì 12 dicembre, nel giorno di scioperi ed azioni locali, già prevista prima dell’annuncio organico della riforma da parte del Primo Ministro, si è svolta una “giornata porti morti”, con i maggiori scali francesi bloccati per l’intera giornata: Le Havre, Marsiglia, Rouen, Saint-Nazaire, La Rochelle erano fermi.

È chiaro che questa settimana sarà uno snodo decisivo per comprendere il bilanciamento dei rapporti di forza tra l’attuale Esecutivo e il movimento che si oppone alla riforma pensionistica.

Seppure con “prospettive differenti”, sia il fronte sindacale che quello politico della “sinistra” hanno ritrovato un’inedita unità a causa della volontà del governo di proseguire con il “muro contro muro”. Macron comunque vuole giocarsi la carta di una spaccatura tra le organizzazioni sindacali rispetto alla posizione in generale sulla “riforma universale” dei 42 regimi speciali del sistema pensionistico francese.

Lo scoglio più grosso per coinvolgere nella futura governance del sistema pensionistico i sindacati “riformistici”, CFDT in testa, è l’allungamento dell’età pensionabile a 64 anni, a regime.

Sul fronte politico, verdi e socialisti (EELV e PS) sono “aperti” ad una riforma delle pensioni in senso universale, ma la contrastano così come formulata dal governo, mentre la France Insoumise, PCF, NPA e LO sono suoi feroci oppositori.

Intanto questo lunedì mattina ci sarà un’uscita comune delle sinistre moderate e radicali ai picchetti di sciopero e un tentativo di lavoro comune, tra cui un “gruppo di contatto” ed un “gruppo di Lavoro” in Assemblea Nazionale per fare delle proposte comuni e concrete in Parlamento ed in Senato.

Se, come ha dichiarato il portavoce del NPA Olivier Besancenot, durante l’incontro unitario tenutosi mercoledì alla Bourse du Travail di Saint-Denis, nella periferia parigina, il Primo Ministro ha dato un secondo impulso alle mobilitazioni, le differenze permangono, anche a causa dei percorsi precedenti, in particolare durante il quinquennio di F. Hollande.

È Eric Coquerel, de “La France Insoumise”, che esprime con realismo le possibilità di lavoro comune:

«Noi siamo pronti a tutte le mobilitazioni comuni con il fine di sostenere il movimento e gli scioperanti, ma non per scrivere un progetto in comune perché esistono troppe differenze tra gli uni e gli altri».

Intanto, per ora, l’Esecutivo sta continuando a perdere la battaglia d’opinione. I sondaggi oscillano sul tasso di disapprovazione della manovra governativa ma riportano tutti che la maggioranza dei francesi è contro l’opera del governo.

Il 54% degli intervistati in un sondaggio Elab per BFMTV rifiuta l’età pivot a 64 anni.

Ben più realistico il sondaggio Odoxa, per Franceinfo e Le Figaro, svolto giovedì: il 68% dei francesi intervistati che hanno seguito l’intervento del Primo Ministro stima che la mobilitazione contro la riforma è giustificata, il 70% non è stato rassicurato dalle dichiarazioni, e il 60% pensa che il progetto non sia giusto né durevole.

Nel titolo del pezzo, abbiamo usato le parole del coordinatore della CGT della Total per fare intendere come questa battaglia sia considerata da chi da più di 10 giorni ha rifatto emergere sul continente la necessità di una azione collettiva, dai contorni inediti, per opporsi ad un progetto neo-liberista benedetto dai tecnocrati dell’Unione Europea.

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16/09/2019

Cosa accadrà con la nuova crisi del Golfo?

di Alberto Negri

L’attacco agli impianti petroliferi sauditi è un chiaro messaggio agli Usa: se le sanzioni all’Iran continuano Teheran è in grado di colpire l’export petrolifero. Gli Usa possono scegliere tra una risposta militare e una diplomatica. Se scelgono la prima l’Iran e gli alleati degli iraniani possono colpire i Paesi del Golfo, il commercio di petrolio e gli stessi americani che hanno soldati e basi in Iraq, in Siria e nel Golfo.

Con la seconda possono evitare una escalation incontrollabile con riflessi globali.

In ogni caso fate il pieno perché i prezzi del geggio aumenteranno per qualche settimana.

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13/02/2015

USA: sciopero delle raffinerie

di Michele Paris

Migliaia di lavoratori delle raffinerie di petrolio americane sono in sciopero da ormai dieci giorni nell’ambito delle trattative per il rinnovo del contratto nazionale, scaduto il primo febbraio scorso. La mobilitazione in questo settore cruciale è la prima negli Stati Uniti dal 1980 e, nonostante i tentativi di contenerla messi in atto dal sindacato del settore siderurgico (United Steelworkers, USW), si sta allargando in maniera relativamente rapida nelle decine di impianti sparsi per il paese.

A tutt’oggi risultano in sciopero più di 5 mila lavoratori in 11 delle 63 raffinerie che operano sul suolo americano. Le trattative sono affidate ai rappresentanti dello USW e della dirigenza di Royal Dutch Shell, a sua volta in rappresentanza dell’intera industria petrolifera che gestisce le raffinerie USA.

Le discussioni erano iniziate il 21 gennaio e non hanno dato finora alcun risultato per i 30 mila lavoratori interessati e costretti a fare i conti non solo con stipendi sempre meno pesanti e costi per pensione e assistenza sanitaria sempre più gravosi, ma anche con rischi estremamente elevati nello svolgimento delle loro mansioni.

Lo USW, nell’avviare lo sciopero, aveva deliberatamente limitato la protesta a nove raffinerie negli stati di California, Kentucky, Texas e Washington. La linea dura mantenuta da Shell ha però determinato la chiusura di altri due impianti nel fine settimana: quelli della BP a Whiting, nell’Indiana, e della stessa BP e di Husky Energy a Toledo, nell’Ohio.

In un altro tentativo di bloccare una mobilitazione generale, il sindacato ha inoltre dichiarato ufficialmente che le richieste avanzate non riguardano l’aspetto economico – per il quale avrebbero di cui lamentarsi praticamente tutti i lavoratori americani – bensì soltanto questioni legate alla sicurezza e alle condizioni di lavoro.

Finora, nonostante le dichiarazioni di disponiblità dell’industria petrolifera, non sembrano esserci state concessioni significative ai lavoratori. Anzi, Shell e le altre compagnie intendono utilizzare il rinnovo del contratto per ottenere ulteriori tagli del costo del lavoro.

Nel 2014, le cinque principali compagnie petrolifere – BP, Chevron, ConocoPhillips, ExxonMobil e Shell – hanno registrato complessivamente quasi 90 miliardi di profitti, di cui la gran parte sono finiti nel pagamento di dividendi agli azionisti o nel riacquisto di azioni proprie. Il crollo del prezzo del greggio non ha inoltre penalizzato le compagnie, visto che la nuova realtà ha permesso di aumentare i loro margini di profitto sulle operazioni di raffinamento.

La mobilitazione dei lavoratori americani in questo settore è stata seguita finora in maniera approssimativa dai principali giornali americani, ma la classe dirigente d’oltreoceano vede lo sciopero in atto con una certa preoccupazione.

Il solo fatto che l’ultima azione dei dipendenti delle raffinerie di petrolio sia stata messa in atto ben 35 anni fa testimonia delle tensioni sociali sempre più difficili da soffocare, sia pure in presenza di sindacati che cercano in tutti i modi di isolare le proteste dei lavoratori.

La stessa decisione dello USW di limitare lo sciopero a pochi impianti è il sintomo di come il sindacato non intenda esercitare particolari pressioni sulle compagnie petrolifere. Infatti, il livello attuale di mobilitazione comporta la perdita di appena il 13% delle capacità di raffinazione degli impianti americani, mentre la chiusura di tutti e 63 gli impianti determinerebbe un calo pari ai due terzi del totale. Nel 1980, lo sciopero in questo settore coinvolse 60 mila lavoratori e durò 14 settimane, prima di chiudersi con l’ottenimento di un aumento delle retribuzioni di oltre il 30%.

Azioni simili sono oggi bloccate principalmente dai sindacati per una ragione che ha a che fare con il ruolo che essi stessi sono ormai chiamati a svolgere, ovvero far digerire ai lavoratori i diktat dei vertici aziendali.

Se gli scioperi, che pure negli ultimi anni sono tornati ad animare la società americana, fossero accompagnati da una mobilitazione generale dei lavoratori dei vari settori industriali per riconquistare i diritti e il potere d’acquisto persi in tre decenni di sconfitte, i sindacati nella loro attuale forma non potrebbero che essere messi totalmente in discussione.

Il sistema preferito dai sindacati USA per soffocare le proteste dei lavoratori è quello di incanalarle in un’azione sterile subordinata al Partito Democratico. Non a caso, perciò, la Casa Bianca qualche giorno fa era intervenuta sullo sciopero nelle raffinerie, facendo appello alle compagnie e allo USW per implementare il “metodo ben testato della contrattazione collettiva” e porre fine alla mobilitazione.

Le compagnie petrolifere, in sostanza, dovrebbero fare alcune trascurabili concessioni ai lavoratori, così che il sindacato possa presentare il negoziato come una vittoria e terminare lo sciopero. Una radicalizzazione della protesta rischierebbe infatti di rinvigorire non solo le altre decine di migliaia di lavoratori delle raffinerie paralizzati dai sindacati, ma anche quelli di altri settori dell’industria, a cominciare da quello automobilistico, visto che la prossima estate scadrà il contratto collettivo di quasi 140 mila lavoratori di Chrysler, Ford e General Motors.

L’appoggio dell’amministrazione Obama allo USW e alla stipula del nuovo contratto nelle raffinerie suona comunque come un avvertimento per i lavoratori americani. Infatti, il presidente democratico ha favorito fin dal 2009 politiche di impoverimento di questi ultimi nell’ambito di una strategia volta a rendere competitiva l’industria USA e a convincere le grandi aziende a investire nuovamente nel settore manifatturiero del paese.

La Casa Bianca ha infine precedenti poco incoraggianti sul fronte dei rapporti con l’industria petrolifera. Ad esempio, solo l’anno scorso il governo americano aveva chiuso senza nessuna incriminazione le indagini sulla gravissima esplosione che nel 2010 costò la vita a 7 operai della raffineria di Anacortes, nello stato di Washington, di proprietà della compagnia texana Tesoro.

Proprio il problema del mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro, fortemente sentito nei pericolosi impianti di raffinazione, si è poi aggravato negli ultimi anni, dopo che i tagli alla spesa pubblica sotto la supervisione di Obama hanno causato la drastica riduzione del personale della Occupational Safety and Health Administration (OSHA), cioè l’agenzia federale incaricata di eseguire gli ormai sempre più sporadici controlli sul campo.

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