Julian Assange fondatore di WikiLeaks è stato scarcerato ieri dalle autorità britanniche. Assange ha lasciato il penitenziario britannico di Belmarsh, ma – tramite il meccanismo del patteggiamento – dovrà proclamarsi colpevole del reato di cospirazione ai fini di ottenere e distribuire illegalmente materiali classificati relativi alla difesa nazionale. I termini dell’accordo di patteggiamento sono contenuti negli atti giudiziari depositati presso un tribunale distrettuale delle Isole Marianne Settentrionali.
Il giornalista infatti non si recherà direttamente in Australia, come inizialmente riferito dai media internazionali, ma dovrà prima comparire di fronte a un tribunale delle Isole Marianne Settentrionali – un territorio incorporato degli Stati Uniti nel Pacifico – per formalizzare l’accordo di patteggiamento con le autorità statunitensi che gli ha consentito di tornare in libertà.
Julian Assange era in attesa di una sentenza dopo più di 13 anni di battaglie legali contro le autorità Usa e britanniche, prima da recluso nell’ambasciata ecuadoriana, e poi da detenuto nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh.
Le autorità statunitensi intendevano processare il giornalista ai sensi dell’Espionage Act per la pubblicazione da parte di WikiLeaks di numerosi documenti riservati, i cui contenuti hanno rivelato i crimini di guerra Usa in Iraq e Afghanistan, le attività di spionaggio Usa ai danni dei Paesi alleati e le irregolarità delle primarie del Partito democratico Usa nel 2016. Assange diventato un simbolo della libertà di stampa e di espressione a causa della sua persecuzione per aver denunciato i crimini di guerra statunitensi.
La battaglia legale di Assange è iniziata nel 2010, quando il fondatore di WikiLeaks venne arrestato nel Regno Unito per presunte violenze sessuali in Svezia – rivelatesi infondate – sulla base di un mandato d’arresto spiccato da un tribunale di Stoccolma. Ottenuta la libertà provvisoria e per timore di essere arrestato, il dicembre di quell’anno, Assange si rifugiò nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, sostenendo che le accuse a suo carico fossero un pretesto per estradarlo negli Stati Uniti. Le accuse di stupro infatti vennero presto ritirate, ma Assange trascorse all’interno dell’ambasciata i sette anni successivi, prima di essere arrestato dalle autorità britanniche con l’accusa d’aver violato le condizioni della libertà vigilata che gli era stata concessa nel 2010.
Da allora Assange è rimasto recluso nel famigerato carcere di massima sicurezza britannico di Belmarsh. Durante la detenzione ha sposato la sua ex avvocata Stella Moris.
Nel 2022 le autorità britanniche avevano approvato l’estradizione di Assange negli Usa dopo il parere contrario inizialmente espresso da un giudice sulla base delle precarie condizioni di salute dell’uomo e del presunto rischio di suicidio. La battaglia legale era però proseguita fino alle scorse settimane per evitare l’estradizione negli Stati Uniti.
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25/06/2024
21/08/2021
La FCA di Marchionne corrompeva i sindacalisti Usa
È ufficiale e lo ha riconosciuto la stessa azienda patteggiando, cioè riconoscendo la colpa. FCA, ora Stellantis, dovrà pagare negli USA una multa di 30 milioni di dollari per aver corrotto dirigenti del sindacato dell’auto, quando impose alla Chrysler un accordo capestro per i lavoratori. Come quello di Pomigliano e Mirafiori in Italia.
Negli USA il padrone, se vuole un contratto che rubi ai lavoratori salario e diritti, deve pagare milioni ai sindacalisti. In Italia invece il padrone non ha neanche bisogno di soldi sporchi, politici e sindacalisti si vendono per disinteressato amore per le imprese. O forse no?
In ogni caso questa sentenza negli USA conferma il nostro giudizio su Sergio Marchionne, pace alla sua anima.
Egli fu il più alto livello del peggio del sistema manageriale e imprenditoriale multinazionale. E grazie anche al suo successo e a tutti i suoi seguaci sindacali e politici oggi l’Italia è un paese peggiore. Naturalmente per gli operai e i loro diritti, non certo per i padroni.
Fonte
Negli USA il padrone, se vuole un contratto che rubi ai lavoratori salario e diritti, deve pagare milioni ai sindacalisti. In Italia invece il padrone non ha neanche bisogno di soldi sporchi, politici e sindacalisti si vendono per disinteressato amore per le imprese. O forse no?
In ogni caso questa sentenza negli USA conferma il nostro giudizio su Sergio Marchionne, pace alla sua anima.
Egli fu il più alto livello del peggio del sistema manageriale e imprenditoriale multinazionale. E grazie anche al suo successo e a tutti i suoi seguaci sindacali e politici oggi l’Italia è un paese peggiore. Naturalmente per gli operai e i loro diritti, non certo per i padroni.
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19/03/2021
Eni - Dopo l’assoluzione sulla Nigeria patteggiamento sulla corruzione in Congo
Dopo la sentenza del tribunale di Milano che ha assolto i dirigenti dell’Eni accusati di una maxitangente in Nigeria per l’acquisizione di alcune zone petrolifere, la principale multinazionale italiana ha chiuso un altra vicenda giudiziaria che la vedeva coinvolta, ma in questo caso in Congo.
Si tratta dell’inchiesta relativa ad alcune attività di Eni in Congo, che vedeva indagati la società e l’ex responsabile per l’Africa subsahariana, Roberto Casula, per corruzione internazionale.
Ma in questo caso, diversamente dal processo conclusosi mercoledì, c’è stato l’annuncio di un patteggiamento, con l’ipotesi di reato che viene derubricata a induzione indebita e il pagamento di una sanzione di 11,8 milioni di euro da parte dell’Eni. L’accordo è stato raggiunto a una settimana di distanza dalla nuova udienza prevista per il processo.
La prima udienza era prevista per il 17 febbraio, ma il gip del tribunale di Milano, Sofia Fioretta, l’aveva rinviata al prossimo 25 marzo. La motivazione ufficiale del rinvio sarebbe da ricondursi alla possibilità che si apra una strada per giungere a un accordo tra le parti, dopo che, nel settembre scorso, era stata la stessa procura a promuovere la richiesta per lo stop alla produzione di Eni nello stato africano. E l’accordo, come abbiamo visto, è arrivato.
In una nota la multinazionale si dice soddisfatta dell’accomodamento raggiunto con il tribunale. “Eni prende atto con soddisfazione del decadere anche di questa ipotesi di corruzione internazionale. In seguito alla derubricazione del reato contestato da parte del Pubblico Ministero, Eni ha aderito all’ipotesi di sanzione concordata avanzata dalla Procura e ne ha presentato richiesta”, è scritto nella nota diffusa dal dalla società.
Ci si arrampica un po’ sugli specchi affermando nella stessa nota che “l’accordo non rappresenta un’ammissione di colpevolezza da parte della società rispetto al reato contestato, ma un’iniziativa tesa a evitare la prosecuzione di un iter giudiziario che comporterebbe un nuovo e significativo dispendio di risorse per Eni e tutte le parti coinvolte“.
L’udienza per questo secondo caso giudiziario che coinvolge le attività di Eni in Africa, è prevista al Tribunale di Milano per il prossimo 25 marzo. In essa si sarebbe discussa una misura interdittiva che, secondo indiscrezioni e qualora fosse stata confermata l’ipotesi di corruzione internazionale, avrebbe potuto persino congelare alcune attività in Congo, fermando i pozzi Marine VI e VII, con un impatto di circa 400 milioni di euro.
Ma con il patteggiamento raggiunto tra la multinazionale e il Tribunale e il pagamento di una ammenda di 11,8 milioni di euro da parte di Eni questa ipotesi viene scongiurata.
Un libro curato dall’associazione Re:Common – “Il Caso Congo” – aveva sollevato il problema degli affari dell’Eni in quell’importante e tormentatissimo paese africano (dove recentemente sono stati uccisi l’ambasciatore e un carabiniere italiani, ndr). Il libro ricostruisce gli aspetti controversi che riguardano due licenze ottenute dalla principale multinazionale italiana in Congo e che per questo sono finite all’attenzione della magistratura. Le indagini erano iniziate anche grazie a un esposto dell’associazione, presentato nel maggio del 2016.
L’inchiesta, iniziata tre anni fa, riguardava l’ipotesi che l’Eni per ottenere nel 2015 i rinnovi dei permessi petroliferi, avesse accettato di cedere quote azionarie delle licenze a una azienda congolese dietro cui si sarebbero celati funzionari pubblici di quello Stato. L’Eni ha sempre negato ogni illecito, affermando di non aver avuto nessun ruolo nell’assegnazione delle licenze o nella scelta governativa del proprio partner locale.
L’Eni ha una consistente attività in Congo. La produzione è fornita dai giacimenti di Nené Marine e Litchendjili (Eni 65%), Zatchi (Eni 55,25%), Loango (Eni 42,5%), Ikalou (Eni 100%), Djambala (Eni 50%), Foukanda e Mwafi (Eni 58%), Kitina (Eni 52%), Awa Paloukou (Eni 90%), M’Boundi (Eni 82%), Kouakouala (Eni 74,25%), Zingali e Loufika (Eni 100%), con una produzione nel 2019 di circa 93 mila barili equivalenti al giorno (67 mila in quota Eni).
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Si tratta dell’inchiesta relativa ad alcune attività di Eni in Congo, che vedeva indagati la società e l’ex responsabile per l’Africa subsahariana, Roberto Casula, per corruzione internazionale.
Ma in questo caso, diversamente dal processo conclusosi mercoledì, c’è stato l’annuncio di un patteggiamento, con l’ipotesi di reato che viene derubricata a induzione indebita e il pagamento di una sanzione di 11,8 milioni di euro da parte dell’Eni. L’accordo è stato raggiunto a una settimana di distanza dalla nuova udienza prevista per il processo.
La prima udienza era prevista per il 17 febbraio, ma il gip del tribunale di Milano, Sofia Fioretta, l’aveva rinviata al prossimo 25 marzo. La motivazione ufficiale del rinvio sarebbe da ricondursi alla possibilità che si apra una strada per giungere a un accordo tra le parti, dopo che, nel settembre scorso, era stata la stessa procura a promuovere la richiesta per lo stop alla produzione di Eni nello stato africano. E l’accordo, come abbiamo visto, è arrivato.
In una nota la multinazionale si dice soddisfatta dell’accomodamento raggiunto con il tribunale. “Eni prende atto con soddisfazione del decadere anche di questa ipotesi di corruzione internazionale. In seguito alla derubricazione del reato contestato da parte del Pubblico Ministero, Eni ha aderito all’ipotesi di sanzione concordata avanzata dalla Procura e ne ha presentato richiesta”, è scritto nella nota diffusa dal dalla società.
Ci si arrampica un po’ sugli specchi affermando nella stessa nota che “l’accordo non rappresenta un’ammissione di colpevolezza da parte della società rispetto al reato contestato, ma un’iniziativa tesa a evitare la prosecuzione di un iter giudiziario che comporterebbe un nuovo e significativo dispendio di risorse per Eni e tutte le parti coinvolte“.
L’udienza per questo secondo caso giudiziario che coinvolge le attività di Eni in Africa, è prevista al Tribunale di Milano per il prossimo 25 marzo. In essa si sarebbe discussa una misura interdittiva che, secondo indiscrezioni e qualora fosse stata confermata l’ipotesi di corruzione internazionale, avrebbe potuto persino congelare alcune attività in Congo, fermando i pozzi Marine VI e VII, con un impatto di circa 400 milioni di euro.
Ma con il patteggiamento raggiunto tra la multinazionale e il Tribunale e il pagamento di una ammenda di 11,8 milioni di euro da parte di Eni questa ipotesi viene scongiurata.
Un libro curato dall’associazione Re:Common – “Il Caso Congo” – aveva sollevato il problema degli affari dell’Eni in quell’importante e tormentatissimo paese africano (dove recentemente sono stati uccisi l’ambasciatore e un carabiniere italiani, ndr). Il libro ricostruisce gli aspetti controversi che riguardano due licenze ottenute dalla principale multinazionale italiana in Congo e che per questo sono finite all’attenzione della magistratura. Le indagini erano iniziate anche grazie a un esposto dell’associazione, presentato nel maggio del 2016.
L’inchiesta, iniziata tre anni fa, riguardava l’ipotesi che l’Eni per ottenere nel 2015 i rinnovi dei permessi petroliferi, avesse accettato di cedere quote azionarie delle licenze a una azienda congolese dietro cui si sarebbero celati funzionari pubblici di quello Stato. L’Eni ha sempre negato ogni illecito, affermando di non aver avuto nessun ruolo nell’assegnazione delle licenze o nella scelta governativa del proprio partner locale.
L’Eni ha una consistente attività in Congo. La produzione è fornita dai giacimenti di Nené Marine e Litchendjili (Eni 65%), Zatchi (Eni 55,25%), Loango (Eni 42,5%), Ikalou (Eni 100%), Djambala (Eni 50%), Foukanda e Mwafi (Eni 58%), Kitina (Eni 52%), Awa Paloukou (Eni 90%), M’Boundi (Eni 82%), Kouakouala (Eni 74,25%), Zingali e Loufika (Eni 100%), con una produzione nel 2019 di circa 93 mila barili equivalenti al giorno (67 mila in quota Eni).
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07/04/2017
Risarcimento micragnoso per Bolzaneto. Solo sei accettano
Un governo senza vergogna, in perfetta continuità con quello dei torturatori di Bolzaneto, quando a Palazzo Chigi c’era Berlusconi e nella questura di Genova il “redento” Gianfranco Fini. Un governo senza vergogna e senza onore che ha accettato di “patteggiare” la condanna davanti alla corte europea di Strasburgo per le torture inferte nella caserma di Bolzaneto, durante il G8 di Genova 2001. Ha patteggiato come un criminale che accetta di esser riconosciuto colpevole, ma punta a uscirne con il minimo della pena. In questo caso 45.000 euro a titolo di risarcimento per le violenze subite.
Conta poco che soltanto 6 dei 65 cittadini italiani ed europei abbiano accettato questa transazione miserabile anche nella cifra. Certamente – come riferisce l’avvocato Laura Tartarini, che difende una ventina di persone tra le vittime della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto – “ha accettato chi, tra cui due dei miei assistiti, ha necessità economiche e personali. Per gli altri il ricorso continua”.
Quello che conta è che la condanna di una classe politica indegna sia avvenuta a livello continentale. Quello che conta è che questa classe politica indegna stia mentendo anche davanti alla corte dei diritti umani, dove il governo afferma di aver «riconosciuto i casi di maltrattamenti simili a quelli subiti dagli interessati a Bolzaneto come anche l'assenza di leggi adeguate. E si impegna a adottare tutte le misure necessarie a garantire in futuro il rispetto di quanto stabilito dalla Convenzione europea dei diritti umani, compreso l'obbligo di condurre un'indagine efficace e l'esistenza di sanzioni penali per punire i maltrattamenti e gli atti di tortura».
Mente perché sono passati pochissimi mesi da quando, per la centesima volta, un parlamento di “nominati” sotto ricatto individuale ha respinto l’inserimento del reato di tortura all’interno del codice penale. E persino il ben più innocuo numero sulle divise, adottato in quasi tutti i paesi dell’Occidente capitalistico.
Mente sempre, il governo, quando firma un accordo in cui si impegna anche "a predisporre corsi di formazione specifici sul rispetto dei diritti umani per gli appartenenti alle forze dell'ordine". Sono di pochi giorni fa due decreti a firma Minniti-Orlando – approvati dall’intero governo – in cui si affidano poteri arbitrari alle polizie nazionali, tutti tesi a vietare qualsiasi manifestazione di dissenso e financo le celebrazioni della Liberazione dal nazifascismo, nonché i già scarsi diritti dei migranti.
Mente e, proprio attraverso questi decreti, prepara altre Bolzaneto, altri Cucchi e Aldrovandi; legittima prepotenze, violenze e torture (e sappiamo distinguere benissimo ogni singola figura qui indicata).
Mente e finge, come quando dice di voler favorire l’occupazione giovanile o il diritto dei pensionati a una vita decente.
Nei ricorsi riconosciuti dalla corte di Strasburgo si sostiene che lo Stato italiano ha violato il loro diritto a non essere sottoposti a maltrattamenti e tortura e si denuncia l'inefficacia dell'inchiesta penale sui fatti di Bolzaneto. Non quisquilie risolvibili con un’offerta economica degna di Arpagone.
Il processo di appello per le violenze di Bolzaneto si era concluso, nel giugno 2013, con sette condanne e quattro assoluzioni. La quinta sezione penale della corte aveva assolto Oronzo Doria, all’epoca colonnello del corpo degli agenti di custodia, e gli agenti Franco, Trascio e Talu. Erano invece state confermate le 7 condanne che erano state inflitte dalla Corte d’Appello di Genova il 5 marzo 2010 nei confronti dell’assistente capo di Pubblica sicurezza Luigi Pigozzi (3 anni e 2 mesi) – che divaricò le dita della mano di un detenuto fino a strappargli la carne – degli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia (1 anno) e del medico Sonia Sciandra. Per quest’ultima la Cassazione aveva ridotto la pena, assolvendola solo dal reato di minaccia. Pene confermate a un anno per gli ispettori della polizia Matilde Arecco, Mario Turco e Paolo Ubaldi che avevano rinunciato alla prescrizione. La pene erano però quasi integralmente coperte da indulto.
Questa la cruda realtà dei fatti. Lo Stato italiano ha mandato di fatto assolti quei pochi colpevoli mandati a processo, senza peraltro punirli neanche con la misura più lieve possibile: il licenziamento.
Una classe politica indegna in ogni passaggio di questa lunghissima storia. Senza alcuna differenza tra governi berlusconiani, prodiani, dalemiani, renziani, montiani, lettiani e gentiloniani.
Fonte
Conta poco che soltanto 6 dei 65 cittadini italiani ed europei abbiano accettato questa transazione miserabile anche nella cifra. Certamente – come riferisce l’avvocato Laura Tartarini, che difende una ventina di persone tra le vittime della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto – “ha accettato chi, tra cui due dei miei assistiti, ha necessità economiche e personali. Per gli altri il ricorso continua”.
Quello che conta è che la condanna di una classe politica indegna sia avvenuta a livello continentale. Quello che conta è che questa classe politica indegna stia mentendo anche davanti alla corte dei diritti umani, dove il governo afferma di aver «riconosciuto i casi di maltrattamenti simili a quelli subiti dagli interessati a Bolzaneto come anche l'assenza di leggi adeguate. E si impegna a adottare tutte le misure necessarie a garantire in futuro il rispetto di quanto stabilito dalla Convenzione europea dei diritti umani, compreso l'obbligo di condurre un'indagine efficace e l'esistenza di sanzioni penali per punire i maltrattamenti e gli atti di tortura».
Mente perché sono passati pochissimi mesi da quando, per la centesima volta, un parlamento di “nominati” sotto ricatto individuale ha respinto l’inserimento del reato di tortura all’interno del codice penale. E persino il ben più innocuo numero sulle divise, adottato in quasi tutti i paesi dell’Occidente capitalistico.
Mente sempre, il governo, quando firma un accordo in cui si impegna anche "a predisporre corsi di formazione specifici sul rispetto dei diritti umani per gli appartenenti alle forze dell'ordine". Sono di pochi giorni fa due decreti a firma Minniti-Orlando – approvati dall’intero governo – in cui si affidano poteri arbitrari alle polizie nazionali, tutti tesi a vietare qualsiasi manifestazione di dissenso e financo le celebrazioni della Liberazione dal nazifascismo, nonché i già scarsi diritti dei migranti.
Mente e, proprio attraverso questi decreti, prepara altre Bolzaneto, altri Cucchi e Aldrovandi; legittima prepotenze, violenze e torture (e sappiamo distinguere benissimo ogni singola figura qui indicata).
Mente e finge, come quando dice di voler favorire l’occupazione giovanile o il diritto dei pensionati a una vita decente.
Nei ricorsi riconosciuti dalla corte di Strasburgo si sostiene che lo Stato italiano ha violato il loro diritto a non essere sottoposti a maltrattamenti e tortura e si denuncia l'inefficacia dell'inchiesta penale sui fatti di Bolzaneto. Non quisquilie risolvibili con un’offerta economica degna di Arpagone.
Il processo di appello per le violenze di Bolzaneto si era concluso, nel giugno 2013, con sette condanne e quattro assoluzioni. La quinta sezione penale della corte aveva assolto Oronzo Doria, all’epoca colonnello del corpo degli agenti di custodia, e gli agenti Franco, Trascio e Talu. Erano invece state confermate le 7 condanne che erano state inflitte dalla Corte d’Appello di Genova il 5 marzo 2010 nei confronti dell’assistente capo di Pubblica sicurezza Luigi Pigozzi (3 anni e 2 mesi) – che divaricò le dita della mano di un detenuto fino a strappargli la carne – degli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia (1 anno) e del medico Sonia Sciandra. Per quest’ultima la Cassazione aveva ridotto la pena, assolvendola solo dal reato di minaccia. Pene confermate a un anno per gli ispettori della polizia Matilde Arecco, Mario Turco e Paolo Ubaldi che avevano rinunciato alla prescrizione. La pene erano però quasi integralmente coperte da indulto.
Questa la cruda realtà dei fatti. Lo Stato italiano ha mandato di fatto assolti quei pochi colpevoli mandati a processo, senza peraltro punirli neanche con la misura più lieve possibile: il licenziamento.
Una classe politica indegna in ogni passaggio di questa lunghissima storia. Senza alcuna differenza tra governi berlusconiani, prodiani, dalemiani, renziani, montiani, lettiani e gentiloniani.
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13/04/2016
Goldman Sachs patteggia sui “subprime”
di Michele Paris
Goldman Sachs e il Dipartimento di Giustizia di Washington hanno annunciato questa settimana il raggiungimento di un accordo per il pagamento di una sanzione di circa 5,1 miliardi di dollari a causa del comportamento fraudolento tenuto dal colosso bancario americano alla vigilia dell’esplosione della crisi finanziaria del 2008. Più che una punizione, tuttavia, si tratta appunto di un “accordo” tra le due parti che, nel concreto, risulterà decisamente meno gravoso di quanto appaia per una delle banche più coinvolte nella truffa dei cosiddetti mutui “subprime” negli Stati Uniti.
Goldman Sachs, secondo i termini dell’accordo, ha dovuto ammettere le proprie responsabilità nella vendita ai propri clienti – tra il 2005 e il 2007 – di prodotti finanziari legati a mutui non solvibili, per i quali la banca aveva proposto una “immagine falsa e fuorviante”.
Emblematico della condotta di Goldman Sachs è stato un episodio riportato da vari giornali negli USA e non solo. Un rapporto del 2006 che raccomandava agli investitori di acquistare titoli della banca Countrywide, i cui mutui problematici erano finiti nei prodotti finanziari di Goldman Sachs, era stato commentato in questo modo da un dipendente di quest’ultima: “se solo sapessero”.
Una speciale commissione era stata inoltre creata dalla stessa banca per valutare l’affidabilità dei titoli legati ai mutui da proporre ai clienti, ma tra il 2005 e il 2007 essa non ne aveva bocciato nemmeno uno. I vertici di Goldman Sachs sostengono ora che alla commissione erano state fornite solo informazioni parziali sui prodotti che avrebbero poi contribuito ad affondare l’intero sistema finanziario americano.
L’ammissione di colpa, prevedibilmente, non ha comunque portato né a misure punitive adeguate né, tantomeno, all’incriminazione di un solo dirigente di Goldman Sachs. I termini del patteggiamento rendono dunque risibili le dichiarazioni sull’esemplarità della sanzione rilasciate da vari esponenti del Dipartimento di Giustizia americano, come quelle del numero uno della divisione che si occupa delle cause civili, Benjamin Mizer. Secondo quest’ultimo, “l’accordo odierno è un altro esempio della determinazione del Dipartimento [di Giustizia] di mettere di fronte alle proprie responsabilità quanti, a causa della loro condotta illegale, hanno provocato la crisi finanziaria del 2008”.
Sulla carta, la sanzione “esemplare” imposta o, meglio, concordata e approvata da Goldman Sachs prevede il pagamento di 2,4 miliardi di dollari in sede civile, a cui vanno aggiunti 1,8 miliardi sotto forma di iniziative destinate a investitori e sottoscrittori di mutui penalizzati dalle pratiche della banca, ma anche a comunità negli Stati Uniti gravemente colpite dalla crisi immobiliare. 875 milioni, infine, dovrebbero coprire le richieste di danni avanzate da altre agenzie federali e statali.
Di per sé, le cifre in questione andrebbero a pesare solo in maniera relativamente minima sui profitti di Goldman Sachs. Per il Financial Times, i 5,1 miliardi di dollari totali sarebbero coperti dalla maggior parte degli utili registrati dalla banca solo nel terzo trimestre del 2015.
In realtà, solo una parte di questo importo verrà effettivamente pagato da Goldman Sachs. Come ha spiegato il fondatore dell’organizzazione Better Markets, che si batte per una più severa regolamentazione dell’industria finanziaria, le parti hanno “gonfiato enormemente l’importo della sanzione per scopi di propaganda”. Cioè, sostanzialmente, per “ingannare l’opinione pubblica, mentre i dettagli dell’accordo permetteranno a Goldman Sachs di risparmiare tra il 50% e il 75%” della cifra annunciata.
Il New York Times
ha scritto martedì che la banca “godrà di considerevoli concessioni” in
particolare nell’adottare le iniziative destinate ai consumatori
ingannati. Infatti, “in linea di massima, il denaro che Goldman spenderà
[a questo scopo] potrà essere detratto dal proprio carico fiscale”. Se
la banca dovesse ad esempio sborsare 2,5 miliardi per far fronte ai
problemi provocati da essa stessa agli investitori e l’aliquota teorica a
cui è soggetta sarà del 35%, vale a dire quella nominalmente prevista
per le corporation negli USA, potrà ottenere un credito fiscale pari a
875 milioni di dollari.
In definitiva, Goldman Sachs avrà di fatto la possibilità di pagare una cifra molto inferiore rispetto a quella che sembrerebbe essere stata fissata dall’accordo, a detta del Times non più di 4 miliardi. Tutte le condizioni che consentono un simile risparmio sono descritte in vari allegati che di solito accompagnano i patteggiamenti tra il Dipartimento di Giustizia e i grandi istituti finanziari.
Le stesse banche che negli anni scorsi sono state colpite da sanzioni hanno beneficiato di “sconti” vari, prevalentemente sotto forma di crediti d’imposta. Goldman Sachs, però, sembra essere riuscita a spuntare condizioni migliori rispetto ad altre, con ogni probabilità grazie a legali più capaci o con legami più importanti all’interno del governo.
Goldman Sachs, ad esempio, ha ottenuto un credito d’imposta di 1,5 dollari per ogni dollaro di debito cancellato entro i primi sei mesi dalla firma dell’accordo, mentre JPMorgan Chase nel 2013 dovette accontentarsi di 1,15 dollari.
Un anonimo esponente del Dipartimento di Giustizia ha spiegato sempre al New York Times che Goldman Sachs ha avuto questo trattamento di favore per avere accettato di impegnarsi in “attività incoraggiate dal governo, come il finanziamento di abitazioni destinate ai redditi più bassi o il sostegno ad aree colpite da calamità naturali”. La stessa fonte ha però anche ammesso che i termini dell’accordo sono stati in larga misura il risultato delle trattative tra la banca e il governo, ovvero della capacità della prima di convincere quest’ultimo a non imporre misure eccessivamente gravose.
Quello con Goldman Sachs è il quinto patteggiamento raggiunto dal Dipartimento di Giustizia dal 2012, quando il presidente Obama creò una commissione (“Residential Mortgage-Backed Securities Working Group”) incaricata precisamente di far luce sulla condotta delle grandi banche di Wall Street responsabili del disastro finanziario scoppiato nel 2008.
L’amministrazione Obama ha in realtà fatto di tutto da allora per salvare gli istituti e i loro vertici dalle conseguenze legali di pratiche criminali descritte qualche anno fa nel dettaglio e con toni molto duri anche da una commissione di indagine del Senato. Le iniziative prese dal governo di Washington servono e sono servite più che altro a placare l’avversione popolare nei confronti degli istituti finanziari.
Oltre a Goldman Sachs, hanno già patteggiato sanzioni con il Dipartimento di Giustizia per gli abusi legati ai “subprime” anche JPMorgan Chase (13 miliardi di dollari), Bank of America (16,6 miliardi), Citibank (7 miliardi) e Morgan Stanley (3,2 miliardi). In questi e altri casi, relativi a crimini finanziari di diversa natura, le ammende sono state concordate con i colpevoli e gli importi dichiarati sono sempre risultati di molto superiori a quelli effettivamente pagati o da pagare.
Quella
finanziaria è d’altra parte una delle industrie che ha la maggiore
influenza sulla politica americana e, di conseguenza, sulle agenzie di
regolamentazione del settore in cui operano. Le dimensioni raggiunte
dalle principali banche, come ammise qualche anno fa l’allora ministro
della Giustizia, Eric Holder, le rende inoltre agli occhi del governo e
del Congresso “too big to fail” – troppo grandi per fallire – così che i
provvedimenti nei loro confronti non possono in nessun modo
comprometterne la stabilità.
Le sanzioni modeste – in relazione ai loro profitti – che sono chiamate a pagare, per lo meno quando viene scongiurata la totale impunità, cioè nella maggior parte dei casi, corrispondono così sostanzialmente a una sorta di tassa da corrispondere di quando in quando per poter continuare a fare affari (enormi) senza preoccuparsi delle regole o della sorte di decine di milioni di persone.
Fonte
Goldman Sachs e il Dipartimento di Giustizia di Washington hanno annunciato questa settimana il raggiungimento di un accordo per il pagamento di una sanzione di circa 5,1 miliardi di dollari a causa del comportamento fraudolento tenuto dal colosso bancario americano alla vigilia dell’esplosione della crisi finanziaria del 2008. Più che una punizione, tuttavia, si tratta appunto di un “accordo” tra le due parti che, nel concreto, risulterà decisamente meno gravoso di quanto appaia per una delle banche più coinvolte nella truffa dei cosiddetti mutui “subprime” negli Stati Uniti.
Goldman Sachs, secondo i termini dell’accordo, ha dovuto ammettere le proprie responsabilità nella vendita ai propri clienti – tra il 2005 e il 2007 – di prodotti finanziari legati a mutui non solvibili, per i quali la banca aveva proposto una “immagine falsa e fuorviante”.
Emblematico della condotta di Goldman Sachs è stato un episodio riportato da vari giornali negli USA e non solo. Un rapporto del 2006 che raccomandava agli investitori di acquistare titoli della banca Countrywide, i cui mutui problematici erano finiti nei prodotti finanziari di Goldman Sachs, era stato commentato in questo modo da un dipendente di quest’ultima: “se solo sapessero”.
Una speciale commissione era stata inoltre creata dalla stessa banca per valutare l’affidabilità dei titoli legati ai mutui da proporre ai clienti, ma tra il 2005 e il 2007 essa non ne aveva bocciato nemmeno uno. I vertici di Goldman Sachs sostengono ora che alla commissione erano state fornite solo informazioni parziali sui prodotti che avrebbero poi contribuito ad affondare l’intero sistema finanziario americano.
L’ammissione di colpa, prevedibilmente, non ha comunque portato né a misure punitive adeguate né, tantomeno, all’incriminazione di un solo dirigente di Goldman Sachs. I termini del patteggiamento rendono dunque risibili le dichiarazioni sull’esemplarità della sanzione rilasciate da vari esponenti del Dipartimento di Giustizia americano, come quelle del numero uno della divisione che si occupa delle cause civili, Benjamin Mizer. Secondo quest’ultimo, “l’accordo odierno è un altro esempio della determinazione del Dipartimento [di Giustizia] di mettere di fronte alle proprie responsabilità quanti, a causa della loro condotta illegale, hanno provocato la crisi finanziaria del 2008”.
Sulla carta, la sanzione “esemplare” imposta o, meglio, concordata e approvata da Goldman Sachs prevede il pagamento di 2,4 miliardi di dollari in sede civile, a cui vanno aggiunti 1,8 miliardi sotto forma di iniziative destinate a investitori e sottoscrittori di mutui penalizzati dalle pratiche della banca, ma anche a comunità negli Stati Uniti gravemente colpite dalla crisi immobiliare. 875 milioni, infine, dovrebbero coprire le richieste di danni avanzate da altre agenzie federali e statali.
Di per sé, le cifre in questione andrebbero a pesare solo in maniera relativamente minima sui profitti di Goldman Sachs. Per il Financial Times, i 5,1 miliardi di dollari totali sarebbero coperti dalla maggior parte degli utili registrati dalla banca solo nel terzo trimestre del 2015.
In realtà, solo una parte di questo importo verrà effettivamente pagato da Goldman Sachs. Come ha spiegato il fondatore dell’organizzazione Better Markets, che si batte per una più severa regolamentazione dell’industria finanziaria, le parti hanno “gonfiato enormemente l’importo della sanzione per scopi di propaganda”. Cioè, sostanzialmente, per “ingannare l’opinione pubblica, mentre i dettagli dell’accordo permetteranno a Goldman Sachs di risparmiare tra il 50% e il 75%” della cifra annunciata.
In definitiva, Goldman Sachs avrà di fatto la possibilità di pagare una cifra molto inferiore rispetto a quella che sembrerebbe essere stata fissata dall’accordo, a detta del Times non più di 4 miliardi. Tutte le condizioni che consentono un simile risparmio sono descritte in vari allegati che di solito accompagnano i patteggiamenti tra il Dipartimento di Giustizia e i grandi istituti finanziari.
Le stesse banche che negli anni scorsi sono state colpite da sanzioni hanno beneficiato di “sconti” vari, prevalentemente sotto forma di crediti d’imposta. Goldman Sachs, però, sembra essere riuscita a spuntare condizioni migliori rispetto ad altre, con ogni probabilità grazie a legali più capaci o con legami più importanti all’interno del governo.
Goldman Sachs, ad esempio, ha ottenuto un credito d’imposta di 1,5 dollari per ogni dollaro di debito cancellato entro i primi sei mesi dalla firma dell’accordo, mentre JPMorgan Chase nel 2013 dovette accontentarsi di 1,15 dollari.
Un anonimo esponente del Dipartimento di Giustizia ha spiegato sempre al New York Times che Goldman Sachs ha avuto questo trattamento di favore per avere accettato di impegnarsi in “attività incoraggiate dal governo, come il finanziamento di abitazioni destinate ai redditi più bassi o il sostegno ad aree colpite da calamità naturali”. La stessa fonte ha però anche ammesso che i termini dell’accordo sono stati in larga misura il risultato delle trattative tra la banca e il governo, ovvero della capacità della prima di convincere quest’ultimo a non imporre misure eccessivamente gravose.
Quello con Goldman Sachs è il quinto patteggiamento raggiunto dal Dipartimento di Giustizia dal 2012, quando il presidente Obama creò una commissione (“Residential Mortgage-Backed Securities Working Group”) incaricata precisamente di far luce sulla condotta delle grandi banche di Wall Street responsabili del disastro finanziario scoppiato nel 2008.
L’amministrazione Obama ha in realtà fatto di tutto da allora per salvare gli istituti e i loro vertici dalle conseguenze legali di pratiche criminali descritte qualche anno fa nel dettaglio e con toni molto duri anche da una commissione di indagine del Senato. Le iniziative prese dal governo di Washington servono e sono servite più che altro a placare l’avversione popolare nei confronti degli istituti finanziari.
Oltre a Goldman Sachs, hanno già patteggiato sanzioni con il Dipartimento di Giustizia per gli abusi legati ai “subprime” anche JPMorgan Chase (13 miliardi di dollari), Bank of America (16,6 miliardi), Citibank (7 miliardi) e Morgan Stanley (3,2 miliardi). In questi e altri casi, relativi a crimini finanziari di diversa natura, le ammende sono state concordate con i colpevoli e gli importi dichiarati sono sempre risultati di molto superiori a quelli effettivamente pagati o da pagare.
Le sanzioni modeste – in relazione ai loro profitti – che sono chiamate a pagare, per lo meno quando viene scongiurata la totale impunità, cioè nella maggior parte dei casi, corrispondono così sostanzialmente a una sorta di tassa da corrispondere di quando in quando per poter continuare a fare affari (enormi) senza preoccuparsi delle regole o della sorte di decine di milioni di persone.
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