Il presidente nigeriano Bola Tinubu ha convocato per domani un nuovo vertice straordinario della Cedeao per coordinare l’intervento contro la giunta al potere in Niger.
Gli Stati Uniti hanno intanto incassato un primo schiaffo quando hanno inviato a Niamey la vice segretaria di Stato, Victoria Nuland (una delle menti del golpe Euromaidan in Ucraina, ndr), per una visita che non ha sortito affatto i risultati sperati.
La giunta militare ha infatti impedito alla Nuland di incontrare il presidente deposto, Mohamed Bazoum, confinato nella sua residenza ufficiale. Inoltre a Niamey la Nuland si è confrontata solo con il generale Moussa Salaou Barmou – un ufficiale addestrato negli Stati Uniti – e con tre altri colonnelli coinvolti nel colpo di Stato. Abdourahamane Tchiani, leader della giunta al potere, ha invece rifiutato di incontrare l’inviata statunitense. “Sono stati piuttosto inflessibili in merito a come intendono procedere, e non intendono farlo a sostegno della costituzione del Niger”, ha dichiarato Nuland nel corso della conferenza stampa a Niamey. La vice segretaria ha aggiunto di aver messo “assolutamente in chiaro il tipo di supporto che dovremo legalmente interrompere se l’ordine democratico non verrà ripristinato”.
Il segretario di Stato USA, Antony Blinken, in una intervista rilasciata all’emittente francese “Rfi”, ha ribadito che gli Stati Uniti sostengono i tentativi della Cedeao per il ripristino dell’ordine costituzionale e ritengono che la diplomazia sia da preferire all’ipotesi di un intervento militare ma non si è espresso sul futuro dei circa 1.100 militari Usa di stanza nel Niger, dove sono presenti anche contingenti militari di Francia, Germania e Italia. Parlando anche alla “Bbc”, Blinken ha sottolineato che gli Stati Uniti non credono che la Russia o il suo gruppo di mercenari Wagner sia dietro il colpo di Stato militare che ha destituito il presidente Bazoum, ma ritengono che Mosca stia cercando di trarne vantaggio.
“Intervento o no, la guerra dei nervi continua la sua telenovela estiva. Ed è proprio il Ministero degli Affari Esteri francese a completare l’unificazione grafica dell’immagine dei tre Paesi saheliani presi di mira nei suoi “consigli ai viaggiatori”: in una monocromia rosso fuoco, le mappe di Mali, Niger e Burkina sono ora tutte presentate come “zone formalmente sconsigliate”... per i francesi” commenta l’autorevole Jeune Afrique.
Si rileva intanto una nuova dichiarazione di sostegno alla giunta salita al potere in Niger da parte della giunta al potere nel Mali. Il portavoce della giunta militare di Bamako, Abdoulaye Maiga, ha infatti nuovamente descritto le sanzioni imposte dalla Cedeao come “illegali, illegittime e disumane”. In una nota, il portavoce ha quindi denunciato che Burkina Faso, Mali e Niger hanno a che fare con le “conseguenze socio-economiche, di sicurezza, politiche e umanitarie negative della pericolosa avventura della Nato in Libia da oltre un decennio” e ha incoraggiato i nigerini a essere “resilienti e stoici” in questi “tempi difficili”, assicurando loro la vittoria e “l’incrollabile sostegno” da parte di Bamako.
La dichiarazione giunge dopo che ieri una delegazione ufficiale congiunta delle giunte salite al potere in Mali e Burkina Faso si è recata in visita a Niamey in segno di “solidarietà” con il Niger sotto la minaccia di un intervento militare da parte dei Paesi dell’Africa occidentale. Già la scorsa settimana i leader militari del Mali e del Burkina Faso avevano messo in guardia contro un intervento militare della Cedeao in Niger, affermando che si tratterebbe di una “dichiarazione di guerra” nei loro confronti.
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09/08/2023
Niger - Primi tentativi di approccio USA ai golpisti
di Francesco Dall'Aglio
Victoria Nuland, che si trovava in Africa per altre ragioni (è stata in Sudafrica e nella Repubblica democratica del Congo) è volata a Niamey (è la sua terza visita in due anni...) per cercare di mediare una soluzione diplomatica, riconoscendo così implicitamente la giunta militare che ha preso il potere come un interlocutore legittimo - anche perché gli USA non hanno ancora designato gli avvenimenti in Niger come colpo di stato, cosa che ovviamente comporterebbe, da parte loro, un atteggiamento molto diverso, come la stessa Nuland ha riferito di aver detto. Non è stata trattata benissimo, diciamo.
Voleva incontrare il nuovo capo di stato, il generale Abdourahamane Tiani, ma si è dovuta accontentare di parlare con il capo dell'esercito Moussa Salau Barma e altri tre colonnelli; voleva incontrare il presidente messo agli arresti domiciliari, Mohamed Bazoum, ma anche questo le è stato negato e ha potuto solo sentirlo per telefono. Per il resto, a parte appunto notificare l'ovvio (gli USA potrebbero considerare la nuova giunta militare come golpisti se questi ultimi continuano a non rispettare la carta costituzionale del paese) li ha "messi in guardia" dalla cosa che pare preoccupare tutti più di ogni altra, ovvero dall'avere rapporti con la Wagner, ha incontrato alcuni degli "amici di lunga data" degli USA nel paese ("giornalisti, avvocati della democrazia, attivisti dei diritti umani", che se sono come quelli che giravano in Europa Orientale negli anni '90 Dio aiuti il povero Niger) e "ha fornito un certo numero di opzioni per continuare a parlare e spera che le raccoglieranno".
Qui, il testo della brevissima teleconferenza di Nuland prima che ripartisse per gli USA, con le domande di due giornalisti.
Qui il comunicato ufficiale del Dipartimento di Stato, dove si scrive senza mezzi termini una cosa alla quale Nuland non ha fatto cenno, ossia che i progetti di cooperazione e assistenza al Niger sono al momento in pausa, cosa che "comprende la potenziale perdita di centinaia di milioni di dollari di sostegno economico e di sicurezza per la popolazione del Niger".
Qui, infine, l'articolo della CNN che riassume il tutto.
Intanto, mentre si aspetta il nuovo vertice dell'ECOWAS programmato per giovedì, i governi del Mali e del Burkina Faso continuano ad assicurare alla giunta nigerina il loro pieno sostegno. Anche la Guinea ha dichiarato che non parteciperà a una eventuale operazione militare dell'ECOWAS e il Ciad, che dell'ECOWAS non fa parte, ha dichiarato invece che in caso di invasione sosterrà il Niger. La posizione algerina è più sfumata, ma anch'essa molto contraria a un'invasione.
Qui invece un reportage di qualche mese fa sul fatto che, incredibilmente, due decenni di presenza militare statunitense nella regione non hanno risolto il problema del terrorismo e delle milizie.
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Victoria Nuland, che si trovava in Africa per altre ragioni (è stata in Sudafrica e nella Repubblica democratica del Congo) è volata a Niamey (è la sua terza visita in due anni...) per cercare di mediare una soluzione diplomatica, riconoscendo così implicitamente la giunta militare che ha preso il potere come un interlocutore legittimo - anche perché gli USA non hanno ancora designato gli avvenimenti in Niger come colpo di stato, cosa che ovviamente comporterebbe, da parte loro, un atteggiamento molto diverso, come la stessa Nuland ha riferito di aver detto. Non è stata trattata benissimo, diciamo.
Voleva incontrare il nuovo capo di stato, il generale Abdourahamane Tiani, ma si è dovuta accontentare di parlare con il capo dell'esercito Moussa Salau Barma e altri tre colonnelli; voleva incontrare il presidente messo agli arresti domiciliari, Mohamed Bazoum, ma anche questo le è stato negato e ha potuto solo sentirlo per telefono. Per il resto, a parte appunto notificare l'ovvio (gli USA potrebbero considerare la nuova giunta militare come golpisti se questi ultimi continuano a non rispettare la carta costituzionale del paese) li ha "messi in guardia" dalla cosa che pare preoccupare tutti più di ogni altra, ovvero dall'avere rapporti con la Wagner, ha incontrato alcuni degli "amici di lunga data" degli USA nel paese ("giornalisti, avvocati della democrazia, attivisti dei diritti umani", che se sono come quelli che giravano in Europa Orientale negli anni '90 Dio aiuti il povero Niger) e "ha fornito un certo numero di opzioni per continuare a parlare e spera che le raccoglieranno".
Qui, il testo della brevissima teleconferenza di Nuland prima che ripartisse per gli USA, con le domande di due giornalisti.
Qui il comunicato ufficiale del Dipartimento di Stato, dove si scrive senza mezzi termini una cosa alla quale Nuland non ha fatto cenno, ossia che i progetti di cooperazione e assistenza al Niger sono al momento in pausa, cosa che "comprende la potenziale perdita di centinaia di milioni di dollari di sostegno economico e di sicurezza per la popolazione del Niger".
Qui, infine, l'articolo della CNN che riassume il tutto.
Intanto, mentre si aspetta il nuovo vertice dell'ECOWAS programmato per giovedì, i governi del Mali e del Burkina Faso continuano ad assicurare alla giunta nigerina il loro pieno sostegno. Anche la Guinea ha dichiarato che non parteciperà a una eventuale operazione militare dell'ECOWAS e il Ciad, che dell'ECOWAS non fa parte, ha dichiarato invece che in caso di invasione sosterrà il Niger. La posizione algerina è più sfumata, ma anch'essa molto contraria a un'invasione.
Qui invece un reportage di qualche mese fa sul fatto che, incredibilmente, due decenni di presenza militare statunitense nella regione non hanno risolto il problema del terrorismo e delle milizie.
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05/05/2021
Blinken e Nuland a Kiev per sostenere “l’avamposto dell’Europa”
È verosimile supporre che, nei giorni scorsi, Vladimir Zelenskij abbia convocato i notabili ucraini, per annunci urgenti. Ma, a differenza del Sindaco Skvoznik-Dmukhanovskij, invece di comunicar loro “una notizia oltremodo spiacevole: sta per venire da noi un revisore”, abbia dato l’annuncio con gioia.
È infatti atteso per oggi a Kiev il Segretario di stato USA Antony Blinken e, con lui, una delle protagoniste più disgustose del majdan neo-nazista, quella Victoria-FucktheEU-Nuland, confermata alla carica di vice di Blinken per le questioni politiche. E se, a differenza di quello gogoliano, il “revisore” d’oltreoceano non è affatto in incognito, è però improbabile che non porti ordini segreti. Le settimane seguenti ci diranno probabilmente quali.
D’altronde, non è escluso che anche Zelenskij, alla maniera di Svkoznik-spiffero, abbia avuto incubi notturni alla notizia dell’arrivo, se si pensa che i recentissimi ricambi ai vertici di “Naftogaz”, Ministero delle finanze e Consiglio di sicurezza sono visti – in particolare da FMI, Dipartimento di stato e Paesi del G7 – come anti-occidentali e, in questo senso, potrebbero nascondere alcuni do-ut-des di Kiev con Mosca.
In generale, Washington giudica la squadra di Zelenskij non del tutto affidabile: proprio i forti legami con l’oligarca Igor Kolomojskij (a suo tempo acerrimo nemico di Petro Porošenko) potrebbero aver portato la junta a imporre proprie figure ai vertici di società statali, normalmente controllate da “Consigli di vigilanza indipendenti”, in cui siedono manager imposti dalle capitali euro-atlantiche: uno sgarro davvero imperdonabile.
Comunque, gas a parte (ma nemmeno tanto: grazie agli ambientalisti tedeschi del NABU, che hanno intentato una causa contro il Bundesamt für Seeschifffahrt und Hydrographie, Washington può rallegrarsi dell’interruzione dei lavori al “North stream 2” fino a fine di maggio), tema principale della visita di Blinken è sicuramente il Donbass.
Qui, anche martedì, sulla direttrice di Donetsk, le forze ucraine hanno martellato l’area attorno a Veseloe con mortai da 120 mm, lanciagranate e mitragliatrici pesanti; sulla direttrice di Mariupol, mortai da 120 mm hanno colpito l’area di Sakhanka. Più tragicamente, colpi sparati da cecchini ucraini sono stati esplosi contro l’area di Kominternovo, uccidendo un miliziano della DNR.
Oltre al tema del Donbass, Kiev si attende anche rassicurazioni yankee, in vista del possibile prossimo incontro Biden-Putin. Tra tali assicurazioni, un posto centrale è quello di nuove forniture di armi, concessione di fondi per la guerra a est, sostegno alla “Piattaforma crimeana” di Kiev e, soprattutto, appoggio ai propositi ucraini per una road map di adesione alla NATO. Tema che dovrebbe essere affrontato al vertice di giugno dell’Alleanza atlantica, quantomeno per concedere a Kiev lo status di “major non-NATO ally”, nonostante la contrarietà di vari Paesi.
Intanto, anche senza il consenso (?) di Kiev, proseguono i voli di aerei-spia e droni USA e NATO sulla linea del fronte, attorno alla Crimea e ai confini meridionali della Russia.
E, in attesa di Blinken-Khlestakov, ecco che Vladimir Zelenskij ha raccolto qualche sostegno (almeno verbale) dai vicini settentrionali: il 3 maggio, in visita a Varsavia per i 230 anni della Costituzione polacca, si è incontrato con Andrzej Duda e i Presidenti dei tre Paesi baltici, coi quali ha sottoscritto una dichiarazione di «fiducia che il successo del nostro patrimonio comune e della nostra casa comune, le cui radici stanno nella civiltà europea, richieda che l’Europa sia costruita su valori e principi fondamentali»; questo perché «l’Europa, che unisce, deve essere aperta a tutti i Paesi e popoli che ne condividono i valori».
Di sicuro, scrivendo di valori, i cinque Presidenti avevano in mente le sfilate di veterani SS, marce di ex polizei e komplizen, meeting sanfedisti e galere per i comunisti, cui i loro Paesi si attengono scrupolosamente.
Un incontro, quello di Varsavia, che ha visto i cinque Presidenti divisi per status: Duda e il lituano Gitanas Nauseda in qualità di esponenti principali, quali eredi di quella Rzeczpospolita Obojga Narodow (Repubblica delle due nazioni: regno di Polonia e granducato di Lituania) che, tra il 1569 e il 1795, includeva anche tutto o parte degli altri tre stati.
Così che, mentre Duda e Nauseda sono intervenuti di fronte ai due parlamenti riuniti, il lettone Egils Levitis, la estone Kersti Kaljulaid e Vladimir Zelenskij hanno preso parte alla cerimonia al castello reale, in cui il 3 maggio 1791 era stata adottata la Costituzione, in base alla quale solo la Szlachta (nobiltà) godeva di ogni diritto, la borghesia di alcuni e i contadini di nessun diritto.
In qualche modo, comunque, Zelenskij può dirsi soddisfatto che Duda gli abbia promesso di appoggiare l’adesione ucraina alla NATO al vertice di Bruxelles. D’altra parte, nonostante Zelenskij abbia espresso l’auspicio di risolvere presto le controversie storiche tra Ucraina e Polonia, gli osservatori dubitano che i due Presidenti abbiano affrontato la questione che al momento sta più a cuore a Varsavia: l’impossibilità di riesumare le tombe delle vittime dei massacri della Volynia del 1943, nonostante che, proprio per questo, ultimamente Varsavia abbia ridotto drasticamente la retorica anti-Bandera e abbia addirittura restaurato, con fondi statali, le tombe dei membri del UPA in Polonia.
È invece probabile che Duda abbia chiesto a Zelenskij di richiamare all’ordine i capi di Pravyj Sektor e Corpo nazionale di L’vov, che di recente hanno minacciato il locale vescovo di quella Chiesa cattolica, notoriamente braccio “spirituale” di Varsavia.
In cambio, il Presidente polacco ha promesso di appoggiare l’aspirazione ucraina all’integrazione nella UE, tanto più che Zelenskij ha tenuto a sottolineare come «già da sette anni l’Ucraina rimanga un autentico e non metaforico avamposto dell’Europa»: la marcia del 28 aprile a Kiev in onore della Divisione SS “Galičina”, e quella del 2 maggio a Odessa, per inneggiare agli assassini dei 48 antifascisti ammazzati alla Casa dei sindacati, stanno lì a ricordarcelo.
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È infatti atteso per oggi a Kiev il Segretario di stato USA Antony Blinken e, con lui, una delle protagoniste più disgustose del majdan neo-nazista, quella Victoria-FucktheEU-Nuland, confermata alla carica di vice di Blinken per le questioni politiche. E se, a differenza di quello gogoliano, il “revisore” d’oltreoceano non è affatto in incognito, è però improbabile che non porti ordini segreti. Le settimane seguenti ci diranno probabilmente quali.
D’altronde, non è escluso che anche Zelenskij, alla maniera di Svkoznik-spiffero, abbia avuto incubi notturni alla notizia dell’arrivo, se si pensa che i recentissimi ricambi ai vertici di “Naftogaz”, Ministero delle finanze e Consiglio di sicurezza sono visti – in particolare da FMI, Dipartimento di stato e Paesi del G7 – come anti-occidentali e, in questo senso, potrebbero nascondere alcuni do-ut-des di Kiev con Mosca.
In generale, Washington giudica la squadra di Zelenskij non del tutto affidabile: proprio i forti legami con l’oligarca Igor Kolomojskij (a suo tempo acerrimo nemico di Petro Porošenko) potrebbero aver portato la junta a imporre proprie figure ai vertici di società statali, normalmente controllate da “Consigli di vigilanza indipendenti”, in cui siedono manager imposti dalle capitali euro-atlantiche: uno sgarro davvero imperdonabile.
Comunque, gas a parte (ma nemmeno tanto: grazie agli ambientalisti tedeschi del NABU, che hanno intentato una causa contro il Bundesamt für Seeschifffahrt und Hydrographie, Washington può rallegrarsi dell’interruzione dei lavori al “North stream 2” fino a fine di maggio), tema principale della visita di Blinken è sicuramente il Donbass.
Qui, anche martedì, sulla direttrice di Donetsk, le forze ucraine hanno martellato l’area attorno a Veseloe con mortai da 120 mm, lanciagranate e mitragliatrici pesanti; sulla direttrice di Mariupol, mortai da 120 mm hanno colpito l’area di Sakhanka. Più tragicamente, colpi sparati da cecchini ucraini sono stati esplosi contro l’area di Kominternovo, uccidendo un miliziano della DNR.
Oltre al tema del Donbass, Kiev si attende anche rassicurazioni yankee, in vista del possibile prossimo incontro Biden-Putin. Tra tali assicurazioni, un posto centrale è quello di nuove forniture di armi, concessione di fondi per la guerra a est, sostegno alla “Piattaforma crimeana” di Kiev e, soprattutto, appoggio ai propositi ucraini per una road map di adesione alla NATO. Tema che dovrebbe essere affrontato al vertice di giugno dell’Alleanza atlantica, quantomeno per concedere a Kiev lo status di “major non-NATO ally”, nonostante la contrarietà di vari Paesi.
Intanto, anche senza il consenso (?) di Kiev, proseguono i voli di aerei-spia e droni USA e NATO sulla linea del fronte, attorno alla Crimea e ai confini meridionali della Russia.
E, in attesa di Blinken-Khlestakov, ecco che Vladimir Zelenskij ha raccolto qualche sostegno (almeno verbale) dai vicini settentrionali: il 3 maggio, in visita a Varsavia per i 230 anni della Costituzione polacca, si è incontrato con Andrzej Duda e i Presidenti dei tre Paesi baltici, coi quali ha sottoscritto una dichiarazione di «fiducia che il successo del nostro patrimonio comune e della nostra casa comune, le cui radici stanno nella civiltà europea, richieda che l’Europa sia costruita su valori e principi fondamentali»; questo perché «l’Europa, che unisce, deve essere aperta a tutti i Paesi e popoli che ne condividono i valori».
Di sicuro, scrivendo di valori, i cinque Presidenti avevano in mente le sfilate di veterani SS, marce di ex polizei e komplizen, meeting sanfedisti e galere per i comunisti, cui i loro Paesi si attengono scrupolosamente.
Un incontro, quello di Varsavia, che ha visto i cinque Presidenti divisi per status: Duda e il lituano Gitanas Nauseda in qualità di esponenti principali, quali eredi di quella Rzeczpospolita Obojga Narodow (Repubblica delle due nazioni: regno di Polonia e granducato di Lituania) che, tra il 1569 e il 1795, includeva anche tutto o parte degli altri tre stati.
Così che, mentre Duda e Nauseda sono intervenuti di fronte ai due parlamenti riuniti, il lettone Egils Levitis, la estone Kersti Kaljulaid e Vladimir Zelenskij hanno preso parte alla cerimonia al castello reale, in cui il 3 maggio 1791 era stata adottata la Costituzione, in base alla quale solo la Szlachta (nobiltà) godeva di ogni diritto, la borghesia di alcuni e i contadini di nessun diritto.
In qualche modo, comunque, Zelenskij può dirsi soddisfatto che Duda gli abbia promesso di appoggiare l’adesione ucraina alla NATO al vertice di Bruxelles. D’altra parte, nonostante Zelenskij abbia espresso l’auspicio di risolvere presto le controversie storiche tra Ucraina e Polonia, gli osservatori dubitano che i due Presidenti abbiano affrontato la questione che al momento sta più a cuore a Varsavia: l’impossibilità di riesumare le tombe delle vittime dei massacri della Volynia del 1943, nonostante che, proprio per questo, ultimamente Varsavia abbia ridotto drasticamente la retorica anti-Bandera e abbia addirittura restaurato, con fondi statali, le tombe dei membri del UPA in Polonia.
È invece probabile che Duda abbia chiesto a Zelenskij di richiamare all’ordine i capi di Pravyj Sektor e Corpo nazionale di L’vov, che di recente hanno minacciato il locale vescovo di quella Chiesa cattolica, notoriamente braccio “spirituale” di Varsavia.
In cambio, il Presidente polacco ha promesso di appoggiare l’aspirazione ucraina all’integrazione nella UE, tanto più che Zelenskij ha tenuto a sottolineare come «già da sette anni l’Ucraina rimanga un autentico e non metaforico avamposto dell’Europa»: la marcia del 28 aprile a Kiev in onore della Divisione SS “Galičina”, e quella del 2 maggio a Odessa, per inneggiare agli assassini dei 48 antifascisti ammazzati alla Casa dei sindacati, stanno lì a ricordarcelo.
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24/01/2021
Nessuno si faccia illusioni con Biden alla Casa Bianca
Può sembrare un consiglio vano, ma dobbiamo ricordare il torrente di aspettative illusorie che il trionfo di Barack Obama aveva suscitato nel 2008.
Riflesso della profonda penetrazione del messaggio neocoloniale, i cori trionfalisti che hanno intonato importanti intellettuali del “progressismo” europeo e latinoamericano alla vigilia dell’inaugurazione del mandato di Obama, sono stati rapidamente messi a tacere non appena l’afroamericano si è messo al lavoro (affiancato proprio da Joe Biden) ed ha dedicato enormi sforzi per salvare le banche dalla “crisi dei mutui subprime” dimenticandosi dei milioni di cittadini che sono stati truffati proprio da quegli strumenti finanziari.
Dato che si stanno già ascoltando alcune litanìe simili a quelle del 2008, seppur con un tono minore, sembra opportuno richiamare questi antecedenti per non cadere in nuove – e prevedibili – frustrazioni.
Biden arriva alla Casa Bianca con una squadra etnicamente più diversificata rispetto a quella di Donald Trump, che era quasi interamente composta da maschi bianchi.
Ma in tutti i casi sono persone che, al di là della loro diversità etnica e culturale, sono strettamente legate al grande capitale nordamericano. Il Dipartimento di Stato sarà guidato da Anthony Blinken, un falco moderato, ma comunque un falco, che ritiene che il suo Paese avrebbe dovuto rafforzare la sua presenza in Siria per impedire l’arrivo della Russia.
Blinken ha sostenuto l’invasione dell’Iraq del 2003 e l’intervento armato in Libia che è culminato nella distruzione di quel paese e nel linciaggio di Muammar El Gheddafi. Ha detto che “la forza deve essere un necessario complemento della diplomazia”, in linea con il pensiero dell’establishment tradizionale, tanto per intendersi.
Il capo del Pentagono proposto da Biden è un afro-discendente, Lloyd Austin, un generale a quattro stelle con 41 anni di servizio nell’esercito e la cui ratifica al Senato potrebbe essere compromessa per due motivi. Primo, perché la legge stabilisce che questa posizione può essere ricoperta solo da un militare che ha lasciato il servizio almeno sette anni prima, e Austin lo ha fatto solo nel 2016.
Secondo, perché fino a poco tempo fa era un membro del Consiglio di amministrazione di Raytheon, uno dei giganti del complesso militare-industriale, grande fornitore delle forze armate statunitensi. Inoltre, Austin, uomo con un buon fiuto per gli affari, è anche partner di un fondo di investimento dedicato alla vendita di attrezzature militari.
Piccole incompatibilità, diranno i media egemonici, sempre così compiaciuti di quanto sta accadendo a Washington.
La seconda linea del Dipartimento di Stato ha come protagonista, nella posizione di sottosegretario agli Affari politici, nientemeno che Victoria Nuland. Questo personaggio è un super falco che, nella piazza Euromaidan di Kiev, ha incoraggiato e distribuito bottigliette d’acqua e dolci alle orde (simili a quelle che hanno devastato il Campidoglio il 6 gennaio a Washington) che hanno assediato la casa governativa dell’Ucraina e, nel febbraio 2014, hanno rovesciato il governo legittimo di quel paese.
Una conversazione telefonica tra l’ambasciatore statunitense in Ucraina e Nuland, trapelata inaspettatamente alla stampa, rimarrà per sempre negli annali della storia diplomatica, perché quando l’ambasciatrice gli ha fatto sapere che l’Unione Europea non era del tutto d’accordo con il rovesciamento del governo di Yanukovych, la Nuland ha risposto con un secco “Fanculo l’Unione Europea!”
Vale la pena aggiungere che questa bella persona è sposata con Robert Kagan, autore di estrema destra di diversi libri dove esalta il destino manifesto degli Stati Uniti, difende apertamente l’occupazione israeliana della Palestina e rimprovera ai governi europei la loro codardia nell’accompagnare gli Stati Uniti nella loro crociata universale di civiltà. Tutto è in famiglia.
Come se quanto sopra non bastasse a dissipare ogni speranza in relazione alla nuova amministrazione statunitense, concludo con due citazioni da un articolo che Joe Biden ha pubblicato sulla rivista Foreign Affairs [1] intitolato “Perché gli Stati Uniti dovrebbero guidare di nuovo. Salvare la politica estera dopo Trump” dove il neo presidente lancia un furioso attacco contro Russia e Cina.
Della prima, afferma che la società civile russa resiste coraggiosamente all’oppressione del “sistema autoritario e della cleptocrazia di Vladimir Putin”. Sulla Cina ribadisce la necessità di “inasprire la nostra politica” nei confronti del colosso asiatico. In caso contrario, dice, la Cina continuerà a “rubare tecnologia e proprietà intellettuale” alle nostre aziende. [2]
È difficile che con persone come quelle che ha assunto per posizioni chiave nella sua amministrazione e con una retorica come quella che scaturisce da quanto ha scritto, il mondo possa respirare facilmente e avere fiducia che, senza Trump, le tensioni del sistema internazionale diminuiranno notevolmente.
Note:
[1] In Foreign Affairs, marzo-aprile 2020, volume 99, n. 2, pagg. 64-76.
[2] Il giornalista Rick Gladstone, in un articolo pubblicato sul New York Times del 7 novembre 2020, dopo il suo articolo su Foreign Affairs, assicura che Biden si riferiva a Xi Jinping come “un bullo”.
Fonte
Riflesso della profonda penetrazione del messaggio neocoloniale, i cori trionfalisti che hanno intonato importanti intellettuali del “progressismo” europeo e latinoamericano alla vigilia dell’inaugurazione del mandato di Obama, sono stati rapidamente messi a tacere non appena l’afroamericano si è messo al lavoro (affiancato proprio da Joe Biden) ed ha dedicato enormi sforzi per salvare le banche dalla “crisi dei mutui subprime” dimenticandosi dei milioni di cittadini che sono stati truffati proprio da quegli strumenti finanziari.
Dato che si stanno già ascoltando alcune litanìe simili a quelle del 2008, seppur con un tono minore, sembra opportuno richiamare questi antecedenti per non cadere in nuove – e prevedibili – frustrazioni.
Biden arriva alla Casa Bianca con una squadra etnicamente più diversificata rispetto a quella di Donald Trump, che era quasi interamente composta da maschi bianchi.
Ma in tutti i casi sono persone che, al di là della loro diversità etnica e culturale, sono strettamente legate al grande capitale nordamericano. Il Dipartimento di Stato sarà guidato da Anthony Blinken, un falco moderato, ma comunque un falco, che ritiene che il suo Paese avrebbe dovuto rafforzare la sua presenza in Siria per impedire l’arrivo della Russia.
Blinken ha sostenuto l’invasione dell’Iraq del 2003 e l’intervento armato in Libia che è culminato nella distruzione di quel paese e nel linciaggio di Muammar El Gheddafi. Ha detto che “la forza deve essere un necessario complemento della diplomazia”, in linea con il pensiero dell’establishment tradizionale, tanto per intendersi.
Il capo del Pentagono proposto da Biden è un afro-discendente, Lloyd Austin, un generale a quattro stelle con 41 anni di servizio nell’esercito e la cui ratifica al Senato potrebbe essere compromessa per due motivi. Primo, perché la legge stabilisce che questa posizione può essere ricoperta solo da un militare che ha lasciato il servizio almeno sette anni prima, e Austin lo ha fatto solo nel 2016.
Secondo, perché fino a poco tempo fa era un membro del Consiglio di amministrazione di Raytheon, uno dei giganti del complesso militare-industriale, grande fornitore delle forze armate statunitensi. Inoltre, Austin, uomo con un buon fiuto per gli affari, è anche partner di un fondo di investimento dedicato alla vendita di attrezzature militari.
Piccole incompatibilità, diranno i media egemonici, sempre così compiaciuti di quanto sta accadendo a Washington.
La seconda linea del Dipartimento di Stato ha come protagonista, nella posizione di sottosegretario agli Affari politici, nientemeno che Victoria Nuland. Questo personaggio è un super falco che, nella piazza Euromaidan di Kiev, ha incoraggiato e distribuito bottigliette d’acqua e dolci alle orde (simili a quelle che hanno devastato il Campidoglio il 6 gennaio a Washington) che hanno assediato la casa governativa dell’Ucraina e, nel febbraio 2014, hanno rovesciato il governo legittimo di quel paese.
Una conversazione telefonica tra l’ambasciatore statunitense in Ucraina e Nuland, trapelata inaspettatamente alla stampa, rimarrà per sempre negli annali della storia diplomatica, perché quando l’ambasciatrice gli ha fatto sapere che l’Unione Europea non era del tutto d’accordo con il rovesciamento del governo di Yanukovych, la Nuland ha risposto con un secco “Fanculo l’Unione Europea!”
Vale la pena aggiungere che questa bella persona è sposata con Robert Kagan, autore di estrema destra di diversi libri dove esalta il destino manifesto degli Stati Uniti, difende apertamente l’occupazione israeliana della Palestina e rimprovera ai governi europei la loro codardia nell’accompagnare gli Stati Uniti nella loro crociata universale di civiltà. Tutto è in famiglia.
Come se quanto sopra non bastasse a dissipare ogni speranza in relazione alla nuova amministrazione statunitense, concludo con due citazioni da un articolo che Joe Biden ha pubblicato sulla rivista Foreign Affairs [1] intitolato “Perché gli Stati Uniti dovrebbero guidare di nuovo. Salvare la politica estera dopo Trump” dove il neo presidente lancia un furioso attacco contro Russia e Cina.
Della prima, afferma che la società civile russa resiste coraggiosamente all’oppressione del “sistema autoritario e della cleptocrazia di Vladimir Putin”. Sulla Cina ribadisce la necessità di “inasprire la nostra politica” nei confronti del colosso asiatico. In caso contrario, dice, la Cina continuerà a “rubare tecnologia e proprietà intellettuale” alle nostre aziende. [2]
È difficile che con persone come quelle che ha assunto per posizioni chiave nella sua amministrazione e con una retorica come quella che scaturisce da quanto ha scritto, il mondo possa respirare facilmente e avere fiducia che, senza Trump, le tensioni del sistema internazionale diminuiranno notevolmente.
Note:
[1] In Foreign Affairs, marzo-aprile 2020, volume 99, n. 2, pagg. 64-76.
[2] Il giornalista Rick Gladstone, in un articolo pubblicato sul New York Times del 7 novembre 2020, dopo il suo articolo su Foreign Affairs, assicura che Biden si riferiva a Xi Jinping come “un bullo”.
Fonte
23/01/2021
L’inauguration day e le Repubbliche popolari del Donbass
Nelle diverse parti del mondo, ognuno ha acclamato a modo proprio l’insediamento ufficiale del quarantaseiesimo presidente yankee: chi sperimentando i limiti di tolleranza dei telespettatori; chi confezionando orazioni di perpetua fede al “Caro Presidente”; chi esplodendo petardi, ma di quelli veri.
È stato il caso, per dire, degli uomini della 36° brigata di fanteria di marina ucraina, che hanno bersagliato per alcune ore, con mortai e lanciagranate, i villaggi di Zaičenko, Oktjabr’, Bezymennoe, Sakhanka, nella Repubblica popolare di Donetsk, uccidendo un miliziano e ferendone gravemente un altro.
Che l’elezione di Joe Biden non lasci sperare in nulla di particolarmente positivo per il Donbass, lo insegna la cronaca del periodo in cui l’allora vice Presidente USA era praticamente di casa a Kiev, a curare gli affari di famiglia, suoi e di suo figlio Hunter, e recapitare gli ordini di Washington.
E possono continuare, con tutta l’asetticità tipica del giornalismo yankee, inviati d’oltreoceano a denunciare il nazismo di “Azov” e “Corpo nazionale”: cambia forse qualcosa per gli inquilini della Casa Bianca, repubblicani o democratici? Cambia forse qualcosa per i battaglioni neonazisti ucraini, che anzi, tra un martellamento e l’altro del Donbass, si sollazzano a impallinare i droni da ricognizione della missione di monitoraggio OSCE, come accaduto, ad esempio, a metà gennaio, nelle aree di Širokino e Jasinovataja, nella DNR?
E non fanno mistero della propria gagliardia, a Kiev, proclamando a gran voce che Joe Biden avrebbe lanciato chiari segnali di appoggio contro “l’aggressione russa”. In particolare, secondo il giornalista Ivan Jakovina, che ne ha parlato al canale Ukraina24, sarebbero importanti le parole di Biden secondo cui «l’America tornerà a giocare un ruolo chiave in tutti gli eventi importanti nel mondo e io ritengo che ciò possa esser valutato come l’annuncio che l’Ucraina disporrà presto di un serio partner e sostenitore, nella contrapposizione con varie cattive persone, che vivono a nordest di Kiev».
E l’intensificarsi dei martellamenti su LNR e DNR testimonia che Kiev intende portarsi avanti col lavoro. Tant’è che il politologo ucraino Mikhail Pogrebinskij osserva che Mosca potrebbe riserbare una «risposta radicale» a un evolversi bellicista dell’approccio USA: «Se la squadra di Biden dovesse orientarsi verso una prassi del tipo “obbligheremo Mosca a regolare la crisi alle nostre condizioni”, allora potrebbe verificarsi che, alla fine, Mosca riconosca quei territori come parte della Federazione russa».
Anche se lo stesso Pogrebinskij, come sembra ormai chiaro da tempo, ammette che difficilmente Mosca potrebbe davvero risolversi a un tale passo.
Come che sia, l’orientamento “ucraino” dell’amministrazione “democratica” pare fuori dubbio, non foss’altro per la presenza in squadra, oltre al capitano stesso, di un’ala tornante quale la vecchia portatrice di quel francesismo atlantico che risponde al nome di Victoria-«Fuck the UE»-Nuland e che, come ricorda ad esempio Christian Müller su NachDenkSeiten, era sottosegretario di Stato per l’Europa con Barack Obama e fu, insieme al compianto John McCain, la «forza trainante del putsch» del 2014.
E se anche Biden dovesse fingere di accontentare quella ventina di organizzazioni sociali che hanno sottoscritto una dichiarazione di disapprovazione della nomina di cotanta letterata a sottosegretario agli affari politici, la linea d’azione è segnata.
Quella dichiarazione non fa altro che ricordare cose che solo i liberal-democratici italici fingono di ignorare – «Nuland ha svolto un ruolo chiave nell’agevolare un putsch in Ucraina che ha scatenato una guerra civile costata finora più di 10.000 vite e oltre un milione di profughi» – ma che lo stesso Biden conosce alla perfezione, per avervi messo mano direttamente e se, dunque, nonostante ciò, ha deciso di prenderla in squadra, che la faccia scendere in campo o la tenga in panchina, lo schema di gioco è chiaro.
Quella dichiarazione parla anche del ruolo della Nuland nell’armamento yankee dell’Ucraina, della sua intesa con l’organizzazione nazista “Svoboda”, del suo orientamento per ulteriori basi permanenti NATO ai confini russi; ricorda i biscotti da lei distribuiti a majdan, di come avesse imposto la nomina di Arsenij Jatsenjuk a primo ministro e sollecitato la rimozione dell’ex procuratore generale, Viktor Šokin, reo di indagare sugli affari della famiglia Biden in Ucraina con la “Burisma Holding”; e tanto altro.
Dunque, a Kiev, soprattutto dopo l’inauguration day, si sentono quantomai in sella, tanto che il cosiddetto Ministero per le questioni dei territori occupati ha elaborato un piano per il “periodo transitorio” in Donbass che, nei disegni ucraini, dovrebbe protrarsi per 25 anni e che contraddice in pieno gli accordi di Minsk. Tale piano prevede la creazione, nei territori di LNR e DNR, di “amministrazioni internazionali di transizione”, da cui dovrebbero essere esclusi rappresentanti dei paesi del ODKB (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva: Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirgizija, Russia e Tadžikistan), ritenuti “foraggiatori” di L-DNR, le quali vengono definite “amministrazioni di occupazione della Russia” e le loro milizie “forze di occupazione”.
Il processo di “de-occupazione” potrà concludersi – la fase attuale è definita “periodo conflittuale”, cui succederà un “periodo non conflittuale” con il reintegro dei territori di Donbass e Crimea – solo quando in Donbass non resterà un solo rappresentante di LNR e DNR. Va da sé che l’amnistia generale, prevista dagli accordi di Minsk, scompare da tale piano; anzi, tutti i funzionari e collaboratori delle “amministrazioni di occupazione” e le loro forze militari e di sicurezza ricadranno sotto il processo di “lustratsija”: tanto per intendersi, il “repulisti” di mussoliniana memoria e la “limpieza” franchista.
I cittadini di LNR e DNR che abbiano ottenuto il passaporto russo, verranno privati della cittadinanza ucraina. Tocco finale: nei territori di L-DNR dovranno erigersi monumenti e memoriali “alle vittime dell’aggressione russa”.
Il rappresentante della LNR al gruppo di contatto a Minsk, Rodion Mirošnik, ha detto che, con tale piano, Kiev vorrebbe imporre la capitolazione alle Repubbliche popolari, ma «se il disegno di legge verrà approvato, non ci sarà più nulla di cui discutere. Dei 51 punti del documento, 40 contraddicono in pieno gli accordi di Minsk».
In effetti, il “piano di pace” ucraino occupa oltre settanta pagine e il suo esame richiederebbe spazi diversi da queste righe. Il succo autentico consiste comunque nella volontà dei nazi-golpisti di Kiev di respingere qualsiasi accordo con la popolazione del Donbass e spingere invece per una radicale soluzione di forza. Pochi dubbi che debbano sentirsi le spalle molto ben coperte e l’amministrazione Biden gioca un ruolo di primo piano in tale copertura. Vedremo se Berlino e Parigi – insieme a Mosca garanti degli accordi di Minsk – sapranno scegliere una strada diversa da quella di Washington.
Fonte
È stato il caso, per dire, degli uomini della 36° brigata di fanteria di marina ucraina, che hanno bersagliato per alcune ore, con mortai e lanciagranate, i villaggi di Zaičenko, Oktjabr’, Bezymennoe, Sakhanka, nella Repubblica popolare di Donetsk, uccidendo un miliziano e ferendone gravemente un altro.
Che l’elezione di Joe Biden non lasci sperare in nulla di particolarmente positivo per il Donbass, lo insegna la cronaca del periodo in cui l’allora vice Presidente USA era praticamente di casa a Kiev, a curare gli affari di famiglia, suoi e di suo figlio Hunter, e recapitare gli ordini di Washington.
E possono continuare, con tutta l’asetticità tipica del giornalismo yankee, inviati d’oltreoceano a denunciare il nazismo di “Azov” e “Corpo nazionale”: cambia forse qualcosa per gli inquilini della Casa Bianca, repubblicani o democratici? Cambia forse qualcosa per i battaglioni neonazisti ucraini, che anzi, tra un martellamento e l’altro del Donbass, si sollazzano a impallinare i droni da ricognizione della missione di monitoraggio OSCE, come accaduto, ad esempio, a metà gennaio, nelle aree di Širokino e Jasinovataja, nella DNR?
E non fanno mistero della propria gagliardia, a Kiev, proclamando a gran voce che Joe Biden avrebbe lanciato chiari segnali di appoggio contro “l’aggressione russa”. In particolare, secondo il giornalista Ivan Jakovina, che ne ha parlato al canale Ukraina24, sarebbero importanti le parole di Biden secondo cui «l’America tornerà a giocare un ruolo chiave in tutti gli eventi importanti nel mondo e io ritengo che ciò possa esser valutato come l’annuncio che l’Ucraina disporrà presto di un serio partner e sostenitore, nella contrapposizione con varie cattive persone, che vivono a nordest di Kiev».
E l’intensificarsi dei martellamenti su LNR e DNR testimonia che Kiev intende portarsi avanti col lavoro. Tant’è che il politologo ucraino Mikhail Pogrebinskij osserva che Mosca potrebbe riserbare una «risposta radicale» a un evolversi bellicista dell’approccio USA: «Se la squadra di Biden dovesse orientarsi verso una prassi del tipo “obbligheremo Mosca a regolare la crisi alle nostre condizioni”, allora potrebbe verificarsi che, alla fine, Mosca riconosca quei territori come parte della Federazione russa».
Anche se lo stesso Pogrebinskij, come sembra ormai chiaro da tempo, ammette che difficilmente Mosca potrebbe davvero risolversi a un tale passo.
Come che sia, l’orientamento “ucraino” dell’amministrazione “democratica” pare fuori dubbio, non foss’altro per la presenza in squadra, oltre al capitano stesso, di un’ala tornante quale la vecchia portatrice di quel francesismo atlantico che risponde al nome di Victoria-«Fuck the UE»-Nuland e che, come ricorda ad esempio Christian Müller su NachDenkSeiten, era sottosegretario di Stato per l’Europa con Barack Obama e fu, insieme al compianto John McCain, la «forza trainante del putsch» del 2014.
E se anche Biden dovesse fingere di accontentare quella ventina di organizzazioni sociali che hanno sottoscritto una dichiarazione di disapprovazione della nomina di cotanta letterata a sottosegretario agli affari politici, la linea d’azione è segnata.
Quella dichiarazione non fa altro che ricordare cose che solo i liberal-democratici italici fingono di ignorare – «Nuland ha svolto un ruolo chiave nell’agevolare un putsch in Ucraina che ha scatenato una guerra civile costata finora più di 10.000 vite e oltre un milione di profughi» – ma che lo stesso Biden conosce alla perfezione, per avervi messo mano direttamente e se, dunque, nonostante ciò, ha deciso di prenderla in squadra, che la faccia scendere in campo o la tenga in panchina, lo schema di gioco è chiaro.
Quella dichiarazione parla anche del ruolo della Nuland nell’armamento yankee dell’Ucraina, della sua intesa con l’organizzazione nazista “Svoboda”, del suo orientamento per ulteriori basi permanenti NATO ai confini russi; ricorda i biscotti da lei distribuiti a majdan, di come avesse imposto la nomina di Arsenij Jatsenjuk a primo ministro e sollecitato la rimozione dell’ex procuratore generale, Viktor Šokin, reo di indagare sugli affari della famiglia Biden in Ucraina con la “Burisma Holding”; e tanto altro.
Dunque, a Kiev, soprattutto dopo l’inauguration day, si sentono quantomai in sella, tanto che il cosiddetto Ministero per le questioni dei territori occupati ha elaborato un piano per il “periodo transitorio” in Donbass che, nei disegni ucraini, dovrebbe protrarsi per 25 anni e che contraddice in pieno gli accordi di Minsk. Tale piano prevede la creazione, nei territori di LNR e DNR, di “amministrazioni internazionali di transizione”, da cui dovrebbero essere esclusi rappresentanti dei paesi del ODKB (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva: Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirgizija, Russia e Tadžikistan), ritenuti “foraggiatori” di L-DNR, le quali vengono definite “amministrazioni di occupazione della Russia” e le loro milizie “forze di occupazione”.
Il processo di “de-occupazione” potrà concludersi – la fase attuale è definita “periodo conflittuale”, cui succederà un “periodo non conflittuale” con il reintegro dei territori di Donbass e Crimea – solo quando in Donbass non resterà un solo rappresentante di LNR e DNR. Va da sé che l’amnistia generale, prevista dagli accordi di Minsk, scompare da tale piano; anzi, tutti i funzionari e collaboratori delle “amministrazioni di occupazione” e le loro forze militari e di sicurezza ricadranno sotto il processo di “lustratsija”: tanto per intendersi, il “repulisti” di mussoliniana memoria e la “limpieza” franchista.
I cittadini di LNR e DNR che abbiano ottenuto il passaporto russo, verranno privati della cittadinanza ucraina. Tocco finale: nei territori di L-DNR dovranno erigersi monumenti e memoriali “alle vittime dell’aggressione russa”.
Il rappresentante della LNR al gruppo di contatto a Minsk, Rodion Mirošnik, ha detto che, con tale piano, Kiev vorrebbe imporre la capitolazione alle Repubbliche popolari, ma «se il disegno di legge verrà approvato, non ci sarà più nulla di cui discutere. Dei 51 punti del documento, 40 contraddicono in pieno gli accordi di Minsk».
In effetti, il “piano di pace” ucraino occupa oltre settanta pagine e il suo esame richiederebbe spazi diversi da queste righe. Il succo autentico consiste comunque nella volontà dei nazi-golpisti di Kiev di respingere qualsiasi accordo con la popolazione del Donbass e spingere invece per una radicale soluzione di forza. Pochi dubbi che debbano sentirsi le spalle molto ben coperte e l’amministrazione Biden gioca un ruolo di primo piano in tale copertura. Vedremo se Berlino e Parigi – insieme a Mosca garanti degli accordi di Minsk – sapranno scegliere una strada diversa da quella di Washington.
Fonte
19/08/2015
Ucraina - Arsenij Jatsenjuk non sarebbe più tanto gradito a Washington
Scrive l'ucraina “Vesti”, basandosi su fonti vicine al premier, che Arsenij Jatsenjuk potrebbe abbandonare la poltrona di Primo ministro per quella di presidente della banca nazionale. Sembra – ma qui le fonti confidenziali governative lasciano il posto ai “si dice” – che tale allettante proposta sia giunta a Jatsenjuk dall'amministrazione presidenziale; ma, visti gli usuali risvolti dell'alternanza di poltrone al vertice ucraino, viene più spontaneo supporre che la cerchia di Pëtr Porošenko abbia semplicemente fatto da portavoce a una decisione assunta (ma davvero?!) fuori dei confini nazionali. Sì, perché, stando sempre alle fonti di “Vesti”, ad andare a occupare la poltrona di Primo ministro sarebbe l'attuale Ministro delle finanze, l'ucraina-americana-ucraina Natalja Jaresko, a suo tempo – 9 mesi fa, al momento della formazione del secondo governo Jatsenjuk – caldamente raccomandata dal Dipartimento di Stato USA.
Ora, oltre alla banca nazionale, a Jatsenjuk e al suo partito, il “Fronte popolare”, verrebbe proposto di unirsi in coalizione con il “Blocco Pëtr Porošenko” in vista delle elezioni regionali fissate per il prossimo 25 ottobre. Gli osservatori fanno notare come, in base al programma governativo approvato dalla Rada al momento dell'insediamento del governo, nel dicembre 2014, per legge Jatsenjuk dovrebbe essere “al sicuro” da qualunque spostamento e potrebbe abbandonare il posto di premier solo di propria volontà. Nelle condizioni createsi in ucraina a partire dal febbraio 2014, parlare di legge e di sicurezza dei posti appare quantomeno dubitativo e le decisioni finali potrebbero riservare qualche sorpresa al “banchiere” prestato alla politica statunitense in Ucraina.
Non meraviglierebbe più di tanto se una qualsiasi (!) Victoria Nuland venisse ancora una volta a Kiev a ricordare al giovane Arsenij che “banchiere eri e banchiere ritornerai”; d'altronde, proprio l'assistente segretario di Stato USA l'aveva imposto nella primavera del 2014, così come aveva imposto l'imprenditore Porošenko, contro il candidato della cancelliera Merkel, il pugile Vitalij Kličko, quale legittima prosecuzione del colloquiale “Fuck the EU” nei confronti delle pretese europee di metter voce sull'Ucraina.
In ogni caso, le premesse “politiche” per un cambio al vertice di governo a Kiev non mancano: ormai da mesi i sondaggi danno a quasi il 70% le valutazioni negative degli ucraini per i risultati disastrosi sia dell'operato presidenziale, che di quello governativo e un'alleanza elettorale tra il partito di Porošenko e quello di Jatsenjuk, potrebbe evitare a quest'ultimo una fine troppo ingloriosa, considerata anche la forte rimonta del partito “Patria” dell'ex principessa del petrolio ed ex premier Julja Timošenko. In ultimo, la recentissima raccomandazione jatsenjukiana agli ucraini, di trasformare eucaristicamente il proprio calore corporeo in riscaldamento domestico, data la carenza di gas russo che Kiev non è più in grado di pagare, hanno dato un'ulteriore spallata all'immagine del primo ministro. Dopo tutto, che le faccende economiche ucraine, con il primo e il secondo governo Jatsenjuk, non abbiano mai cessato di seguire la china del sempre più probabile default, rappresenta un fattore non di poco conto nel declino di un premier che, se verrà ricordato, forse lo sarà solo per le esternazioni sul “vallo europeo” che difenderà dalla “aggressione russa” i paesi a ovest di Kiev “fino al Canada”.
Dunque, Natalja Jaresko, notano gli osservatori, oltre la cittadinanza americana, può vantare almeno un altro paio di punti in più rispetto a Jatsenjuk: non è mai scesa, a differenza del premier attuale, nella retorica volgarmente antirussa e, quindi, potrebbe essere ben vista anche a Mosca; inoltre, non sembra manifestare smodate ambizioni politiche. Su quest'ultimo aspetto, ci si può d'altronde chiedere: e se anche le manifestasse? Conterebbe qualcosa a Washington, la vera capitale politica ucraina? Oltre Oceano sembrano valere di più i crediti maturati dalla Jaresko prima di accedere al soglio ministeriale. E' il caso di ricordare solo i valori principali del suo “portafoglio atlantico”: nata negli Stati Uniti da emigrati ucraini ai tempi dell'Urss (nec plus ultra dei meriti), laureata a Chicago e Harvard, ha lavorato al Dipartimento di Stato (curando l'Urss) e ha poi diretto il reparto economico dell'ambasciata USA a Kiev. Dopo un decennio trascorso nel business privato in Ucraina, occupandosi di fondi di investimento (sponsorizzati dal governo statunitense) nei paesi dell'ex-Urss, ha fatto parte del Consiglio consultivo ucraino per gli investimenti stranieri sotto la presidenza Juščenko; fino alla nomina a Ministro delle finanze nel dicembre 2014 e la correlata concessione della cittadinanza ucraina da parte di Porošenko.
La possibile uscita di Arsenij Jatsenjuk dal primo piano della scena ucraina potrebbe in qualche modo essere legata anche alla traccia di quei 1,8 miliardi di $ prestati dall'Occidente all'Ucraina, di cui scriveva nei giorni scorsi la Nezavisimaja gazeta, con riferimento a una pubblicazione dell'americana Harper's Magazine. Ancora una volta, fa la sua comparsa la caramellaia Victoria Nuland la quale, scrive la rivista americana, nonostante l'ufficiale entusiasmo per Jatsenyuk, sapeva bene chi fosse e chi sia a tenere le redini della politica ucraina – gli oligarchi, primo fra tutti Dmitrij Firtaš – e ha sempre fatto di tutto per la concessione, oltre che di pasticcini ai manifestanti di Majdan, soprattutto di crediti miliardari a Kiev. E sarebbero finiti proprio nelle tasche degli oligarchi (incredibile!) la maggior parte dei miliardi di $ concessi dal FMI per risanare le banche ucraine, guarda caso di proprietà dei vari Firtaš, Porošenko, Kolomojskij, ecc. Ma vi erano finiti non per il risanamento bancario; erano bensì confluiti nei cosiddetti “avamposti della finanza internazionale”; ad esempio, sui conti ciprioti della PrivatBank (cofondatore Igor Kolomojskij) e da lì su conti aperti in Belize, alle Isole Vergini, nell'area caraibica e in altri paradisi finanziari.
In breve, di fronte all'immiserimento, definito dagli stessi ucraini “da Terzo mondo” (“il PIL 2014 si è ridotto a 3.035 $ procapite e, per il 2015, le previsioni del FMI sono di 2.000 $: 3,2 volte meno della Bielorussia, 5,7 volte il Kazakhstan, 7,3 volte la Lituania”, ha scritto il segretario del PC ucraino Pëtr Simonenko), non meraviglia che il 28% della popolazione preveda grandi ondate di protesta e il 18% intenda prendervi parte. Anche se, a parere del politologo russo Bogdan Bezpalko, finché non giungerà l'ordine dall'esterno non è il caso di attendersi una “terza Majdan”, sembra proprio questo il punto nodale: la probabile uscita di Jatsenjuk, dovrebbe in certo qual modo ritardare una nuova Majdan, o ne costituisce invece l'annuncio? Secondo Bezpalko, per l'Occidente l'Ucraina continua a costituire solo lo strumento per destabilizzare la Russia: "una sorta di “Terzo Reich”; ma, per ora, ne è solo una parodia. Non è ciò che volevano i committenti. Sono dunque possibili alcune varianti: golpe di palazzo, lasciare il paese al suo destino, attendere che cada a pezzi, si disintegri e non spendere più un soldo".
Da parte sua, Vladimir Putin ha dichiarato ieri: "Sono fiducioso che, nonostante tutte le complessità del tempo di oggi, la situazione in Ucraina si aggiusterà e il paese si svilupperà e si allontanerà da quella pratica vergognosa che vediamo oggi, vale a dire un vasto paese europeo gestito dall'esterno, con le posizioni chiave nel governo e nelle regioni occupate da cittadini stranieri. Penso che tutto ciò sia umiliante per il popolo ucraino, che ne darà la corretta valutazione. L'Ucraina si risolleverà e si svilupperà positivamente e, insieme alla Russia, costruirà il proprio futuro".
Come dire, parafrasando Stalin "Gli Jatsenjuk, i Porošenko, le Nuland vanno e vengono. Il popolo ucraino rimane"; forse, però, insieme ai Firtaš e ai Kolomojskij e alle banche di investimento russe.
Fonte
Ora, oltre alla banca nazionale, a Jatsenjuk e al suo partito, il “Fronte popolare”, verrebbe proposto di unirsi in coalizione con il “Blocco Pëtr Porošenko” in vista delle elezioni regionali fissate per il prossimo 25 ottobre. Gli osservatori fanno notare come, in base al programma governativo approvato dalla Rada al momento dell'insediamento del governo, nel dicembre 2014, per legge Jatsenjuk dovrebbe essere “al sicuro” da qualunque spostamento e potrebbe abbandonare il posto di premier solo di propria volontà. Nelle condizioni createsi in ucraina a partire dal febbraio 2014, parlare di legge e di sicurezza dei posti appare quantomeno dubitativo e le decisioni finali potrebbero riservare qualche sorpresa al “banchiere” prestato alla politica statunitense in Ucraina.
Non meraviglierebbe più di tanto se una qualsiasi (!) Victoria Nuland venisse ancora una volta a Kiev a ricordare al giovane Arsenij che “banchiere eri e banchiere ritornerai”; d'altronde, proprio l'assistente segretario di Stato USA l'aveva imposto nella primavera del 2014, così come aveva imposto l'imprenditore Porošenko, contro il candidato della cancelliera Merkel, il pugile Vitalij Kličko, quale legittima prosecuzione del colloquiale “Fuck the EU” nei confronti delle pretese europee di metter voce sull'Ucraina.
In ogni caso, le premesse “politiche” per un cambio al vertice di governo a Kiev non mancano: ormai da mesi i sondaggi danno a quasi il 70% le valutazioni negative degli ucraini per i risultati disastrosi sia dell'operato presidenziale, che di quello governativo e un'alleanza elettorale tra il partito di Porošenko e quello di Jatsenjuk, potrebbe evitare a quest'ultimo una fine troppo ingloriosa, considerata anche la forte rimonta del partito “Patria” dell'ex principessa del petrolio ed ex premier Julja Timošenko. In ultimo, la recentissima raccomandazione jatsenjukiana agli ucraini, di trasformare eucaristicamente il proprio calore corporeo in riscaldamento domestico, data la carenza di gas russo che Kiev non è più in grado di pagare, hanno dato un'ulteriore spallata all'immagine del primo ministro. Dopo tutto, che le faccende economiche ucraine, con il primo e il secondo governo Jatsenjuk, non abbiano mai cessato di seguire la china del sempre più probabile default, rappresenta un fattore non di poco conto nel declino di un premier che, se verrà ricordato, forse lo sarà solo per le esternazioni sul “vallo europeo” che difenderà dalla “aggressione russa” i paesi a ovest di Kiev “fino al Canada”.
Dunque, Natalja Jaresko, notano gli osservatori, oltre la cittadinanza americana, può vantare almeno un altro paio di punti in più rispetto a Jatsenjuk: non è mai scesa, a differenza del premier attuale, nella retorica volgarmente antirussa e, quindi, potrebbe essere ben vista anche a Mosca; inoltre, non sembra manifestare smodate ambizioni politiche. Su quest'ultimo aspetto, ci si può d'altronde chiedere: e se anche le manifestasse? Conterebbe qualcosa a Washington, la vera capitale politica ucraina? Oltre Oceano sembrano valere di più i crediti maturati dalla Jaresko prima di accedere al soglio ministeriale. E' il caso di ricordare solo i valori principali del suo “portafoglio atlantico”: nata negli Stati Uniti da emigrati ucraini ai tempi dell'Urss (nec plus ultra dei meriti), laureata a Chicago e Harvard, ha lavorato al Dipartimento di Stato (curando l'Urss) e ha poi diretto il reparto economico dell'ambasciata USA a Kiev. Dopo un decennio trascorso nel business privato in Ucraina, occupandosi di fondi di investimento (sponsorizzati dal governo statunitense) nei paesi dell'ex-Urss, ha fatto parte del Consiglio consultivo ucraino per gli investimenti stranieri sotto la presidenza Juščenko; fino alla nomina a Ministro delle finanze nel dicembre 2014 e la correlata concessione della cittadinanza ucraina da parte di Porošenko.
La possibile uscita di Arsenij Jatsenjuk dal primo piano della scena ucraina potrebbe in qualche modo essere legata anche alla traccia di quei 1,8 miliardi di $ prestati dall'Occidente all'Ucraina, di cui scriveva nei giorni scorsi la Nezavisimaja gazeta, con riferimento a una pubblicazione dell'americana Harper's Magazine. Ancora una volta, fa la sua comparsa la caramellaia Victoria Nuland la quale, scrive la rivista americana, nonostante l'ufficiale entusiasmo per Jatsenyuk, sapeva bene chi fosse e chi sia a tenere le redini della politica ucraina – gli oligarchi, primo fra tutti Dmitrij Firtaš – e ha sempre fatto di tutto per la concessione, oltre che di pasticcini ai manifestanti di Majdan, soprattutto di crediti miliardari a Kiev. E sarebbero finiti proprio nelle tasche degli oligarchi (incredibile!) la maggior parte dei miliardi di $ concessi dal FMI per risanare le banche ucraine, guarda caso di proprietà dei vari Firtaš, Porošenko, Kolomojskij, ecc. Ma vi erano finiti non per il risanamento bancario; erano bensì confluiti nei cosiddetti “avamposti della finanza internazionale”; ad esempio, sui conti ciprioti della PrivatBank (cofondatore Igor Kolomojskij) e da lì su conti aperti in Belize, alle Isole Vergini, nell'area caraibica e in altri paradisi finanziari.
In breve, di fronte all'immiserimento, definito dagli stessi ucraini “da Terzo mondo” (“il PIL 2014 si è ridotto a 3.035 $ procapite e, per il 2015, le previsioni del FMI sono di 2.000 $: 3,2 volte meno della Bielorussia, 5,7 volte il Kazakhstan, 7,3 volte la Lituania”, ha scritto il segretario del PC ucraino Pëtr Simonenko), non meraviglia che il 28% della popolazione preveda grandi ondate di protesta e il 18% intenda prendervi parte. Anche se, a parere del politologo russo Bogdan Bezpalko, finché non giungerà l'ordine dall'esterno non è il caso di attendersi una “terza Majdan”, sembra proprio questo il punto nodale: la probabile uscita di Jatsenjuk, dovrebbe in certo qual modo ritardare una nuova Majdan, o ne costituisce invece l'annuncio? Secondo Bezpalko, per l'Occidente l'Ucraina continua a costituire solo lo strumento per destabilizzare la Russia: "una sorta di “Terzo Reich”; ma, per ora, ne è solo una parodia. Non è ciò che volevano i committenti. Sono dunque possibili alcune varianti: golpe di palazzo, lasciare il paese al suo destino, attendere che cada a pezzi, si disintegri e non spendere più un soldo".
Da parte sua, Vladimir Putin ha dichiarato ieri: "Sono fiducioso che, nonostante tutte le complessità del tempo di oggi, la situazione in Ucraina si aggiusterà e il paese si svilupperà e si allontanerà da quella pratica vergognosa che vediamo oggi, vale a dire un vasto paese europeo gestito dall'esterno, con le posizioni chiave nel governo e nelle regioni occupate da cittadini stranieri. Penso che tutto ciò sia umiliante per il popolo ucraino, che ne darà la corretta valutazione. L'Ucraina si risolleverà e si svilupperà positivamente e, insieme alla Russia, costruirà il proprio futuro".
Come dire, parafrasando Stalin "Gli Jatsenjuk, i Porošenko, le Nuland vanno e vengono. Il popolo ucraino rimane"; forse, però, insieme ai Firtaš e ai Kolomojskij e alle banche di investimento russe.
Fonte
18/07/2015
Washington nomina i ministri a Kiev e poi manda la Nuland a controllarli
Nella zona oggetto della cosiddetta ATO (Anti Terrorističeskaja Operatsija) sono attualmente di stanza 64mila membri delle forze armate ucraine. Lo ha dichiarato il presidente Porošenko, sottolineando che essi , ma lasciando imprecisata la questione se egli si riferisse al solo esercito “regolare”, che non comprende le migliaia di “volontari” e mercenari, soprattutto stranieri, arruolati nei battaglioni ultranazionalisti e neonazisti. Lo stesso Porošenko, a fine giugno, aveva quantificato la presenza ucraina in 60mila uomini.
Sono gli stessi uomini che solo giovedì, secondo il Ministero della difesa della Repubblica Popolare di Donetsk (che, nonostante le voci di liquidazione circolate nei giorni scorsi e pur con una ristrutturazione operativa che risponde agli accordi di Minsk, continua a operare) hanno violato il cessate il fuoco 36 volte, anche con l'impiego di artiglieria pesante, razzi, mortai e carri armati. Colpiti in particolare le città di Donetsk, Jasinovataja e Gorlovka e i villaggi di Žabičevo e Spartak. Il vice comandante di corpo (pare che la ristrutturazione del Ministero sia tale per cui il 1° corpo fa capo alla DNR e il 2° corpo alla LNR) del Ministero della difesa della DNR, Eduard Basurin ha addossato la responsabilità personale per i bombardamenti e le vittime civili sul comandante ucraino del settore B dell'ATO, general-maggiore Sergej Naevo: ha detto Basurin, . Quanto la situazione nel Donbass non accenni a stabilizzarsi, lo dicono anche i dati della missione di monitoraggio Osce, secondo cui .
E' in questa situazione che, come scrive l'agenzia Novorossija, Porošenko apporta modifiche tali alla Costituzione, approvate sotto la supervisione diretta dell'assistente del Segretario di stato USA per l'Europa e l'Eurasia, Victoria Nuland (fisicamente presente in aula alla Rada ucraina, insieme all'ambasciatore statunitense a Kiev Geoffrey Pyatt) per accusare la Russia di far saltare gli accordi di pace di Minsk. Ieri la Rada ha trasmesso alla Corte suprema il testo con le modifiche costituzionali, diverse dalla prima redazione. Quest'ultima prevedeva che lo status speciale – contemplato dagli accordi di Minsk – di autogoverno in alcune province delle regioni di Donetsk e di Lugansk sarebbe stato stabilito da una norma specifica. Secondo la nuova redazione, voluta evidentemente da “Nulašenko”, tale specificazione è demandata alle norme transitorie di un nuovo testo costituzionale. Secondo i rappresentanti di DNR e LNR, le correzioni apportate non hanno niente a che vedere con gli accordi di Minsk e non rimuovono il conflitto di vedute tra Kiev e Donbass proprio sulla questione della riforma costituzionale.
Secondo il vice direttore dell'Istituto per la CIS (la Comunità di Stati Indipendenti, che raccoglie alcune delle ex Repubbliche sovietiche) Vladimir Žarikhin, intervistato da RIA Novosti. E quel punto era proprio la Costituzione. Ma già questa è una violazione: .
Già lo scorso 13 luglio il Centro Informazioni di Lugansk riportava la dichiarazione congiunta dei rappresentanti di LNR e DNR al Gruppo di contatto, Vladislav Dejnego e Denis Pušilin, secondo i quali. Le garanzie di uno status speciale per il Donbass, hanno detto Pušilin e Dejnego, debbono essere fissate nel corpo della Costituzione e devono rivestire carattere permanente e non transitorio.
Il progetto di legge presentato da Porošenko non presuppone alcuno status speciale per alcune province delle regioni di Donetsk e Lugansk, non parla di federalizzazione, ma solo di decentralizzazione e prevede invece, secondo RT, che lo status del Donbass verrà definito da una legge specifica. Il politologo Aleksandr Pavič rileva che nel progetto non si fa parola di autonomia, mentre Nuland <è venuta a Kiev e ha indicato apertamente cosa fare. Ciò è semplicemente umiliante per il popolo ucraino. Gli ucraini dovrebbero porsi la domanda: davvero Majdan è stata fatta per ottenere ciò, affinché nel parlamento comparisse un curatore straniero che si accerta che si voti correttamente? E cosa ha da dire la UE, che sostenne Majdan? Davvero è democrazia, quando un funzionario straniero segue le votazioni parlamentari?>.
Vladimir Putin, nel corso di un colloquio coll cosiddetto “Gruppo normanno” (il primo dallo scorso 30 aprile) tra Francia, Germania, Ucraina e Russia, ha sottolineato come la condizione principale per la soluzione della crisi ucraina sia il dialogo diretto tra Kiev e Donbass, anche nell'ambito del Gruppo di contatto, che riunisce a Minsk i rappresentanti di Kiev e Mosca, con la mediazione dell'Osce e la presenza di rappresentanti di DNR e LNR.
Per quanto riguarda poi i rapporti interni alla DNR stessa, giungono sempre più sicure smentite alle voci, cui si accennava prima, di una liquidazione del Ministero della difesa e addirittura di tentativi di colpo di stato militare, con relativo rovesciamento del presidente Aleksandr Zakharčenko, l'arresto di alcuni ufficiali dell'intelligence militare e l'ordine di arresto di altri ufficiali dello stato maggiore. Le voci – diffuse dall'ex capo dell'intelligence militare della DNR, Sergej Petrovskij e riportate da lenta.ru con la postilla di “notizie contraddittorie e praticamente non verificate” – avevano ricevuto credito soprattutto dopo che a Donetsk erano saltate in aria due automobili (una delle quali, della segretaria di Zakharčenko, Elena Filippovna, rimasta gravemente ferita) ed era stato compiuto un attentato contro Jurij Sivokonenko, uno dei fondatori della DNR e candidato al posto di presidente>.
A queste voci ha risposto lo speaker del parlamento di Donetsk, Denis Pušilin. Secondo le sue parole, riportate da Cassad.net,. Anche Igor Strelkov, di Strelkov; al quale Strelkov, stando a quanto lasciato intendere da Pušilin, si attaglia evidentemente l'epigramma di Giovenale “... e per attaccamento alla vita perder i motivi dell'esistenza”. ha detto Pušilin.
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Sono gli stessi uomini che solo giovedì, secondo il Ministero della difesa della Repubblica Popolare di Donetsk (che, nonostante le voci di liquidazione circolate nei giorni scorsi e pur con una ristrutturazione operativa che risponde agli accordi di Minsk, continua a operare) hanno violato il cessate il fuoco 36 volte, anche con l'impiego di artiglieria pesante, razzi, mortai e carri armati. Colpiti in particolare le città di Donetsk, Jasinovataja e Gorlovka e i villaggi di Žabičevo e Spartak. Il vice comandante di corpo (pare che la ristrutturazione del Ministero sia tale per cui il 1° corpo fa capo alla DNR e il 2° corpo alla LNR) del Ministero della difesa della DNR, Eduard Basurin ha addossato la responsabilità personale per i bombardamenti e le vittime civili sul comandante ucraino del settore B dell'ATO, general-maggiore Sergej Naevo:
E' in questa situazione che, come scrive l'agenzia Novorossija, Porošenko apporta modifiche tali alla Costituzione, approvate sotto la supervisione diretta dell'assistente del Segretario di stato USA per l'Europa e l'Eurasia, Victoria Nuland (fisicamente presente in aula alla Rada ucraina, insieme all'ambasciatore statunitense a Kiev Geoffrey Pyatt) per accusare la Russia di far saltare gli accordi di pace di Minsk. Ieri la Rada ha trasmesso alla Corte suprema il testo con le modifiche costituzionali, diverse dalla prima redazione. Quest'ultima prevedeva che lo status speciale – contemplato dagli accordi di Minsk – di autogoverno in alcune province delle regioni di Donetsk e di Lugansk sarebbe stato stabilito da una norma specifica. Secondo la nuova redazione, voluta evidentemente da “Nulašenko”, tale specificazione è demandata alle norme transitorie di un nuovo testo costituzionale. Secondo i rappresentanti di DNR e LNR, le correzioni apportate non hanno niente a che vedere con gli accordi di Minsk e non rimuovono il conflitto di vedute tra Kiev e Donbass proprio sulla questione della riforma costituzionale.
Secondo il vice direttore dell'Istituto per la CIS (la Comunità di Stati Indipendenti, che raccoglie alcune delle ex Repubbliche sovietiche) Vladimir Žarikhin, intervistato da RIA Novosti
Già lo scorso 13 luglio il Centro Informazioni di Lugansk riportava la dichiarazione congiunta dei rappresentanti di LNR e DNR al Gruppo di contatto, Vladislav Dejnego e Denis Pušilin, secondo i quali
Il progetto di legge presentato da Porošenko non presuppone alcuno status speciale per alcune province delle regioni di Donetsk e Lugansk, non parla di federalizzazione, ma solo di decentralizzazione e prevede invece, secondo RT, che lo status del Donbass verrà definito da una legge specifica. Il politologo Aleksandr Pavič rileva che nel progetto non si fa parola di autonomia, mentre Nuland <è venuta a Kiev e ha indicato apertamente cosa fare. Ciò è semplicemente umiliante per il popolo ucraino. Gli ucraini dovrebbero porsi la domanda: davvero Majdan è stata fatta per ottenere ciò, affinché nel parlamento comparisse un curatore straniero che si accerta che si voti correttamente? E cosa ha da dire la UE, che sostenne Majdan? Davvero è democrazia, quando un funzionario straniero segue le votazioni parlamentari?>.
Vladimir Putin, nel corso di un colloquio coll cosiddetto “Gruppo normanno” (il primo dallo scorso 30 aprile) tra Francia, Germania, Ucraina e Russia, ha sottolineato come la condizione principale per la soluzione della crisi ucraina sia il dialogo diretto tra Kiev e Donbass, anche nell'ambito del Gruppo di contatto, che riunisce a Minsk i rappresentanti di Kiev e Mosca, con la mediazione dell'Osce e la presenza di rappresentanti di DNR e LNR.
Per quanto riguarda poi i rapporti interni alla DNR stessa, giungono sempre più sicure smentite alle voci, cui si accennava prima, di una liquidazione del Ministero della difesa e addirittura di tentativi di colpo di stato militare, con relativo rovesciamento del presidente Aleksandr Zakharčenko, l'arresto di alcuni ufficiali dell'intelligence militare e l'ordine di arresto di altri ufficiali dello stato maggiore. Le voci – diffuse dall'ex capo dell'intelligence militare della DNR, Sergej Petrovskij e riportate da lenta.ru con la postilla di “notizie contraddittorie e praticamente non verificate” – avevano ricevuto credito soprattutto dopo che a Donetsk erano saltate in aria due automobili (una delle quali, della segretaria di Zakharčenko, Elena Filippovna, rimasta gravemente ferita) ed era stato compiuto un attentato contro Jurij Sivokonenko, uno dei fondatori della DNR e candidato al posto di presidente>.
A queste voci ha risposto lo speaker del parlamento di Donetsk, Denis Pušilin. Secondo le sue parole, riportate da Cassad.net,
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19/05/2015
Ucraina: arriva Victoria Nuland, nuovi bombardamenti su Donetsk
Gli Stati Uniti hanno dato il via libera ad un altro prestito garantito da un miliardo di dollari a favore del regime ucraino. Ad annunciarlo ieri è stato il dipartimento statunitense del Tesoro. Si tratta del secondo accordo sull'asse Washington-Kiev per un prestito garantito e sottolinea "il continuo sostegno Usa all'agenda delle riforme economiche" della nazione.
"Da quando un anno fa abbiamo firmato il primo accordo riguardante un prestito garantito", ha commentato in una nota il segretario al Tesoro Jack Lew, "l'Ucraina ha lavorato da vicino con il Fondo monetario internazionale, la Banca Mondiale, gli Usa e altri membri della comunità internazionale per implementare un robusto programma di riforme che aiuterà l'economia dell'Ucraina a stabilizzarsi preparando il terreno alla crescita e alla prosperità future". Per Lew Kiev ha "già fatto passi significativi" ed è "chiaro" il suo impegno a "rompere con un passato di corruzione e stagnazione". Questi progressi "devono continuare in modo tale che le persone dell'Ucraina possa avere la prosperità e la stabilità che si meritano". "Mentre l'Ucraina continua lungo la strada delle riforme economiche, continuiamo a lavorare con i partner internazionali per aumentare gli sforzi volti a sostenere la piena implementazione degli accordi di Minsk, inclusa l'imposizione sulla Russia di costi per i suoi atti aggressivi nell'Est dell'Ucraina", conclude Lew, che naturalmente si è ben guardato dal far notare che la corruzione nel paese è largamente cresciuta dopo il golpe filoccidentale del febbraio 2014, che tutti gli indicatori economici sono a picco e che il paese – nonostante o grazie ai prestiti di Washington, dell’Ue e dell’Fmi – è sull’orlo del precipizio. Le riforme imposte a Kiev altro non sono che privatizzazioni, aumento delle tariffe dei servizi pubblici, licenziamenti nella pubblica amministrazione, tagli alle pensioni e ai sussidi. E il Pil nel primo trimestre del 2015 si è contratto addirittura del 7,6% mentre la produzione industriale è scesa del 22% ad aprile rispetto a un anno prima.
L'Ucraina "gode" di un nuovo programma di aiuti da 17,5 miliardi di dollari approvato l'11 marzo scorso dal board del Fondo monetario internazionale. Come condizione di quel programma, però Kiev deve ristrutturare il debito entro metà giugno, quando il Fondo dovrebbe tornare nel paese commissariato per la prossima revisione del programma di “aiuti”. I negoziati su questo fronte per ora sono in una condizione di stallo.
Nel frattempo, in visita a Kiev, il vice segretario di Stato di Washington Victoria Nuland – quella che dopo il golpe si vantava di aver investito 5 miliardi di dollari per il cambio di regime in Ucraina – ha rinnovato l'appello ad un rispetto totale degli accordi di pace di Minsk di febbraio, che prevedono un cessate-il-fuoco.
Gli Stati Uniti sono "desiderosi" di aumentare il loro impegno "per aiutare le diverse parti ad applicare integralmente" gli accordi di Minsk, ha detto la vice segretario di Stato, dopo aver incontrato il presidente ucraino, l’oligarca Petro Porochenko. Nuland ha infine detto di lasciare l'Ucraina con un certo "ottimismo". "Sappiamo che le riforme sono dolorose. Ma voi ucraini siete sulla buona strada", ha concluso dopo aver assistito ad alcune esercitazioni della Guardia Nazionale ucraina – integrata dai battaglioni formati da estremisti di destra di varie organizzazioni e dai cadetti delle accademie militari – il cui addestramento è da alcune settimane curato da alcune centinaia di istruttori provenienti dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna.
Sarà l’ennesima coincidenza, ma ogni volta che un pezzo grosso dell’amministrazione statunitense visita Kiev l’esercito ucraino incrementa le operazioni militari nelle regioni orientali del paese sottoposte ormai da più di un anno ad un brutale assedio.
E così nelle ultime ore almeno un civile è stato ucciso a Donetsk, la maggiore città della zona ribelle, a causa di un bombardamento che ha colpito alcuni edifici residenziali. Secondo l'emittente televisiva Russia Today una serie di attacchi di artiglieria notturni durati un paio d'ore contro la zona settentrionale della città, dove in precedenza l'esercito ucraino e i miliziani si sono a lungo contesi l'aeroporto locale, hanno causato numerosi danni ai palazzi nonostante la tregua in vigore dallo scorso febbraio. Alle prime ore dell’alba i bombardamenti hanno anche colpito il villaggio di Oktiabrski, a poca distanza.
Il giorno precedente due soldati ucraini e due volontari – cioè due membri dei battaglioni neonazisti – sono morti a Popasna, vicino a Lugansk, a causa della probabile esplosione di una mina che ha centrato l'auto sulla quale stavano viaggiando. Secondo quanto riferito dal portavoce militare di Kiev, Vladislav Seleznev, un quinto passeggero è rimasto gravemente ferito ed ha riportato bruciature sull'80% del corpo. Un altro portavoce militare del regime di Kiev, Andry Lysenko, aveva annunciato precedentemente la morte di tre soldati a Svitlodarsk, vicino Debaltseve, e Chtchastia, località a circa 15 chilometri da Lugansk.
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"Da quando un anno fa abbiamo firmato il primo accordo riguardante un prestito garantito", ha commentato in una nota il segretario al Tesoro Jack Lew, "l'Ucraina ha lavorato da vicino con il Fondo monetario internazionale, la Banca Mondiale, gli Usa e altri membri della comunità internazionale per implementare un robusto programma di riforme che aiuterà l'economia dell'Ucraina a stabilizzarsi preparando il terreno alla crescita e alla prosperità future". Per Lew Kiev ha "già fatto passi significativi" ed è "chiaro" il suo impegno a "rompere con un passato di corruzione e stagnazione". Questi progressi "devono continuare in modo tale che le persone dell'Ucraina possa avere la prosperità e la stabilità che si meritano". "Mentre l'Ucraina continua lungo la strada delle riforme economiche, continuiamo a lavorare con i partner internazionali per aumentare gli sforzi volti a sostenere la piena implementazione degli accordi di Minsk, inclusa l'imposizione sulla Russia di costi per i suoi atti aggressivi nell'Est dell'Ucraina", conclude Lew, che naturalmente si è ben guardato dal far notare che la corruzione nel paese è largamente cresciuta dopo il golpe filoccidentale del febbraio 2014, che tutti gli indicatori economici sono a picco e che il paese – nonostante o grazie ai prestiti di Washington, dell’Ue e dell’Fmi – è sull’orlo del precipizio. Le riforme imposte a Kiev altro non sono che privatizzazioni, aumento delle tariffe dei servizi pubblici, licenziamenti nella pubblica amministrazione, tagli alle pensioni e ai sussidi. E il Pil nel primo trimestre del 2015 si è contratto addirittura del 7,6% mentre la produzione industriale è scesa del 22% ad aprile rispetto a un anno prima.
L'Ucraina "gode" di un nuovo programma di aiuti da 17,5 miliardi di dollari approvato l'11 marzo scorso dal board del Fondo monetario internazionale. Come condizione di quel programma, però Kiev deve ristrutturare il debito entro metà giugno, quando il Fondo dovrebbe tornare nel paese commissariato per la prossima revisione del programma di “aiuti”. I negoziati su questo fronte per ora sono in una condizione di stallo.
Nel frattempo, in visita a Kiev, il vice segretario di Stato di Washington Victoria Nuland – quella che dopo il golpe si vantava di aver investito 5 miliardi di dollari per il cambio di regime in Ucraina – ha rinnovato l'appello ad un rispetto totale degli accordi di pace di Minsk di febbraio, che prevedono un cessate-il-fuoco.
Gli Stati Uniti sono "desiderosi" di aumentare il loro impegno "per aiutare le diverse parti ad applicare integralmente" gli accordi di Minsk, ha detto la vice segretario di Stato, dopo aver incontrato il presidente ucraino, l’oligarca Petro Porochenko. Nuland ha infine detto di lasciare l'Ucraina con un certo "ottimismo". "Sappiamo che le riforme sono dolorose. Ma voi ucraini siete sulla buona strada", ha concluso dopo aver assistito ad alcune esercitazioni della Guardia Nazionale ucraina – integrata dai battaglioni formati da estremisti di destra di varie organizzazioni e dai cadetti delle accademie militari – il cui addestramento è da alcune settimane curato da alcune centinaia di istruttori provenienti dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna.
Sarà l’ennesima coincidenza, ma ogni volta che un pezzo grosso dell’amministrazione statunitense visita Kiev l’esercito ucraino incrementa le operazioni militari nelle regioni orientali del paese sottoposte ormai da più di un anno ad un brutale assedio.
E così nelle ultime ore almeno un civile è stato ucciso a Donetsk, la maggiore città della zona ribelle, a causa di un bombardamento che ha colpito alcuni edifici residenziali. Secondo l'emittente televisiva Russia Today una serie di attacchi di artiglieria notturni durati un paio d'ore contro la zona settentrionale della città, dove in precedenza l'esercito ucraino e i miliziani si sono a lungo contesi l'aeroporto locale, hanno causato numerosi danni ai palazzi nonostante la tregua in vigore dallo scorso febbraio. Alle prime ore dell’alba i bombardamenti hanno anche colpito il villaggio di Oktiabrski, a poca distanza.
Il giorno precedente due soldati ucraini e due volontari – cioè due membri dei battaglioni neonazisti – sono morti a Popasna, vicino a Lugansk, a causa della probabile esplosione di una mina che ha centrato l'auto sulla quale stavano viaggiando. Secondo quanto riferito dal portavoce militare di Kiev, Vladislav Seleznev, un quinto passeggero è rimasto gravemente ferito ed ha riportato bruciature sull'80% del corpo. Un altro portavoce militare del regime di Kiev, Andry Lysenko, aveva annunciato precedentemente la morte di tre soldati a Svitlodarsk, vicino Debaltseve, e Chtchastia, località a circa 15 chilometri da Lugansk.
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