Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Ivan Duque Marquez. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ivan Duque Marquez. Mostra tutti i post

05/09/2020

Colombia - La pace tradita, la “parapolitica” e i massacri

Nelle ultime settimane la Colombia è tornata a fare notizia. Il mese di agosto si è contraddistinto per l’arresto ai domiciliari dell’ex-presidente Alvaro Uribe — accusato di aver comprato testimoni in una causa per associazione paramilitare — e per l’elevato numero di massacri registrato in varie delle zone più povere del Paese (si è arrivati così a oltre 40 stragi nel 2020).

Ripercorrendo sommariamente le fasi che hanno portato fin qui, va ricordato che il 24 novembre del 2016, a L’Avana, è stato siglato l’accordo di pace tra lo Stato borghese colombiano e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo (FARC-EP), ponendo così l’apparente parola “fine” a oltre 50 anni di conflitto armato. L’accordo prevedeva l’abbandono e consegna delle armi da parte delle FARC-EP, l’indulto e il reinserimento nella vita civile dei guerriglieri semplici, il riconoscimento dei crimini di stato con i corrispettivi risarcimenti alle vittime civili, la consegna di terre ai contadini poveri e una maggiore presenza dello Stato nei territori più dimenticati e arretrati. Per indagare e giudicare dirigenti della guerriglia, così come membri alle Forze dell’Ordine e attori terzi (paramilitari), fu costituita la Giurisdizione Speciale per la Pace (JEP, in spagnolo). Questa giustizia speciale doveva avere, in teoria, l’obiettivo di raggiungere la verità sui diversi crimini avvenuti durante la guerra interna, risarcire le vittime, garantire a loro l’accesso alla giustizia, combattere l’impunità, garantire agli attori coinvolti la sicurezza giuridica e contribuire alla costruzione di una pace solida e duratura[1]. Le FARC-EP dopo la firma dell’accordo sono diventate un partito politico legale con rappresentanza in parlamento, assumendo la denominazione di Forza Alternativa Rivoluzionaria del Comune (FARC) noto anche come Partito della Rosa.
Nei fatti, però, l’impegno governativo è stato deficitario e lento, l’abbandono e la consegna delle armi è divenuto un atto unilaterale a cui non sono corrisposte nei fatti le garanzie giudiziarie pattuite per gli appartenenti alla ex guerriglia, così come non vi è traccia dell’implementazione delle politiche di giustizia sociale previste nell’accordo.
Questi fatti, secondo alcuni esponenti delle FARC come Iván Márquez[2], Edison Romaña e Jesús Santrich corrispondono al tradimento (ennesimo) degli accordi da parte dello Stato borghese colombiano che prosegue con le sue politiche controinsurgenti di sterminio. Infatti, il 9 aprile del 2018, venne imprigionato Jesús Santrich, delegato per la guerriglia ai negoziati e senatore eletto per il partito FARC, accusato di narcotraffico da un tribunale di New York, che chiese la sua estradizione negli Stati Uniti. Il processo è stato segnato dall’ingerenza dell’ambasciatore statunitense a Bogotà, Kevin Whitaker e dalle pressioni della DEA Americana, ed è stato definito una “farsa” non solo dal partito FARC, ma anche dall’ex-presidente Ernesto Samper[2]. La JEP ha deciso di non estradare Santrich e, infine, il 29 maggio 2019 la Corte Suprema ha ordinato la sua scarcerazione.

Il caso di Santrich non è isolato. Eclatante è la situazione di Simón Trinidad, ex-comandante del Blocco Caribe, detenuto nel 2004 in Ecuador ed estradato negli Stati Uniti dal governo di Álvaro Uribe. Trinidad, un uomo di 70 anni, sta scontando una pena di 60 anni in un carcere di massima sicurezza a Florence, Colorado. Tra le vittime dell’ingerenza statunitense nella giustizia colombiana c’è anche la guerrigliera “Sonia”, che ha dovuto subire una condanna di 11 anni in un carcere americano e ancora oggi, in Colombia, si trova sotto libertà vigilata.

Una strage di firmatari della pace e non solo

Dopo la firma dell’accordo si è registrato un vero e proprio boom di omicidi di ex-guerriglieri e persone attive al fianco delle fasce più vessate della società colombiana. Dal 24 novembre 2016 al 15 luglio 2020 sono state uccise 921 persone tra leader indigeni, contadini, neri, sindacalisti, donne e ambientalisti; a questi si aggiungono gli oltre 200 ex-combattenti uccisi in meno di 4 anni. Di questi omicidi, oltre 200 si sono registrati nel solo 2020 e quasi 100 durante il periodo di “lockdown” per il covid19[3][4].
Con il disarmo della principale forza di opposizione, l’establishment ha trovato via libera per sottomettere ogni voce di protesta mediante la violenza. L’accordo di pace che apparentemente doveva servire ad “allontanare le armi dalla politica”, in realtà è servito per lo sterminio fisico degli oppositori.
La precaria situazione ha obbligato centinaia di guerriglieri – dissidenti rispetto alla direzione opportunista del Partito della Rosa – a tornare sui monti e riprendere le armi, ritenendo che le cause politiche e sociali che hanno dato origine al conflitto armato non sono state superate, né tantomeno lo è il terrorismo di Stato. Tra questi si trovano lo stesso Jesús Santrich (riuscito ad evadere ai controlli che pesavano su di lui), Oscar Montero “El Paisa” e Iván Marquez, comandante del Blocco Sud e del Blocco Caribe, i quali nell’agosto del 2019 hanno dato vita alla nuova organizzazione armata delle FARC-EP, “Segunda Marquetalia”, che si pone in continuità con l’organizzazione originaria riprendendo il cammino dei comandanti Marulanda e Jacobo Arenas iniziato nel 1964. In merito si è espresso il Partito Comunista Clandestino di Colombia (PCCC, storico braccio politico della guerriglia): «I comunisti hanno il dovere etico e politico di rispettare e considerare le ragioni di chi crede nella via della rivolta armata, senza perdere di vista il fatto che non sono stati i ribelli in Colombia a generare le cause dello scontro, né sono stati loro a tradire gli accordi. È quindi una mascalzonata accusarli di essere “disertori della pace”. La determinazione a continuare nella clandestinità non obbedisce a capricci della guerriglia o dei comunisti che vedono chiusi o troppo ristretti gli spazi per la lotta aperta. E questa posizione che deriva da una necessità imposta dal carattere del regime, non toglie nulla alla condizione politica che ispira le nostre ragioni. Tantomeno quando ogni giorno non solo si moltiplicano le cause all’origine della rivolta armata ma sono più evidenti e straripa la guerra sporca e la persecuzione contro chiunque non coincida con le politiche dell’establishment»[5].

E mentre i guerriglieri che hanno accolto il processo di pace continuano a morire assassinati insieme a militanti e dirigenti di realtà che operano nel sociale, la stampa borghese e il governo borghese e filo-americano di Ivan Duque si impegnano a definire coloro che sono tornati alle armi come “narcotrafficanti che non rispondono ad alcuna ideologia”, cercando così di sottrarre al conflitto colombiano la sua vera natura politica, banalizzandolo con la semplice violenza da criminalità. Questa viscida calunnia è alimentata anche dai dirigenti opportunisti del partito della Rosa, in particolare Timoleón Jiménez (Timochenko) e Carlos Antonio Lozada, responsabili della linea capitolatrice con il tradimento della causa e la rinuncia ai principi comunisti, secondo quanto affermato in una recente intervista da Jesús Santrich che riferisce – tra le altre cose – come la “consegna delle armi” non fu mai concordata e approvata ma fu frutto di una imposizione fraudolenta da parte della dirigenza, attraverso la distorsione della linea e la manipolazione della comunicazione interna[6].

Agosto segnato dal sangue

Che il processo di pace sia ormai in frantumi a causa del tradimento e della perfidia istituzionale al servizio dell’oligarchia lo si può vedere dal numero di massacri registrati quest’anno (almeno 40). Solo durante il mese di agosto, si sono registrati 10 massacri in diversi punti del Paese che hanno prodotto una cinquantina di morti, molti dei quali minorenni. Quello che ha fatto più scalpore — per la giovane età delle vittime — si è registrato la sera del 11 agosto a Cali, quando 5 ragazzi neri di età comprese tra i 13 e i 16 anni, sono stati uccisi in un campo di canna da zucchero senza un apparente motivo. Pochi giorni dopo si sono registrati altri massacri nei dipartimenti di Cauca e Nariño (Sud), due delle zone con maggiori coltivazioni di coca al mondo. A Corinto (Cauca) due indigeni sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco dall’esercito, mentre venivano sgomberati forzatamente dai loro insediamenti[7].
Secondo il governo colombiano, le morti sono dovute a “scontri tra bande armate legate al narcotraffico”, e tra queste “bande” segnala anche i gruppi guerriglieri (FARC-EP, ELN, EPL) che respingono queste false accuse attribuendo i massacri alla polizia e esercito in alleanza con i gruppi paramilitari dei narcos che agiscono con impunità.
Il presidente Iván Duque ha chiesto di non chiamarli massacri ma “omicidi collettivi”[8], cercando con questo eufemismo di nascondere la realtà e la gravità di quanto sta avvenendo. Il governo ha ammesso che le vittime degli “omicidi collettivi” degli ultimi due anni salgono a quota 188. [9]

Álvaro Uribe: la figura più influente della politica colombiana, ora ai domiciliari

La politica colombiana degli ultimi 20 anni è stata segnata in modo indelebile dalla presenza di Álvaro Uribe Vélez, presidente durante due periodi consecutivi (2002-2006, 2006-2010), viene considerato l’ideatore e propulsore dei gruppi paramilitari colombiani (responsabili — secondo l’ONU — dell’80% delle vittime civili della guerra interna)[10] così come della loro infiltrazione nella politica che conta. A suo carico pesano accuse per paramilitarismo, narcotraffico, compravendita di testimoni e voti, stragismo e altro ancora, accuse che portano il numero di denunce contro di lui intorno a 200. Uribe viene anche segnalato come il principale responsabile dei “falsos positivos”[11] (falsi positivi, eufemismo per riferirsi ai civili innocenti uccisi nel periodo 2006-2009 dall’esercito e fatti passare come guerriglieri, in modo da riscuotere premi economici). Infatti fu durante il suo governo che venne emesso il Decreto 029 del ministero della difesa, dove si introducevano incentivi economici per le unità dell’esercito in base alla quantità di sovversivi abbattuti.

Iniziatosi in politica nella Medellin dei primi anni Ottanta, fu eletto senatore nel 1986. Nel ’91 fu incluso in una lista di sospetti alleati del narcotraffico elaborata dall’intelligence americana. Nel '95 divenne governatore del dipartimento di Antioquia (Medellin, nordovest), da dove finanziò e incentivò la conformazione delle Convivir (cooperative di vigilanza dei proprietari terrieri contro i gruppi guerriglieri, che più tardi sarebbero passate alla clandestinità come Autodifese Unite di Colombia (AUC), organizzazione paramilitare responsabile di almeno 100 mila morti in dieci anni). Durante la sua gestione si registrarono in Antioquia i massacri paramilitari di San Roque, La Granja ed El Aro. Proprio in riferimento ai fatti di El Aro le testimonianze parlarono di almeno un elicottero del governo di Antioquia che sorvolò più volte il paese e si fermò a rifornire i paramilitari mentre seviziavano la popolazione[12].

Nonostante i legami narco-paramilitari e i massacri, i media riuscirono a presentare Uribe come un politico determinato e un efficiente amministratore pubblico. Grazie a questa buona pubblicità e al sostegno dell’oligarchia colombiana, Uribe raggiunse nel 2002 la presidenza di una Colombia che aveva il 40% del territorio sotto il controllo delle FARC e dell’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale).
Gli interessi imperialisti di Washington in territorio colombiano portarono milioni di dollari in equipaggiamento militare per l’esercito, il quale, insieme a una strategica alleanza con i paramilitari, riuscì a far retrocedere la guerriglia ai minimi storici, riportando la guerra nelle campagne lontane dai centri urbani, dove i crimini sarebbero passati inosservati da buona parte dell’opinione pubblica.
La complicità dei media nazionali e internazionali fu fondamentale per permettere al governo di Uribe di condurre una guerra sporca non solo contro la guerriglia, ma contro ogni elemento di opposizione politica e sociale. Spionaggio contro politici e attivisti, simbiosi tra esercito e paramilitari e l’entrata del paramilitarismo in politica, furono la marca da bollo dei due governi Uribe. E così, mentre in Colombia dal 2002 al 2010 si sono registrati 403 massacri, 6430 omicidi politici e oltre 24 mila sparizioni, all’estero la figura di Uribe Vélez si ergeva come il contrappeso a quella di Hugo Chávez. Il modello colombiano di “pugno di ferro” contro la guerriglia e di politiche neoliberiste veniva spacciato come “l’alternativa di successo” al modello chavista in Sudamerica.

Nessuno tra i grandi media borghesi osò mai criticare la fusione tra Stato e paramilitari avvenuta durante il suo governo, non ci furono sanzioni dell’UE per le continue violazioni dei diritti umani e gli USA non pensarono mai di “portare la democrazia” lì, anzi, nel 2009 gli vennero concesse 7 basi in territorio colombiano (misura poi fermata dalla Corte Costituzionale)[13].

L’uribismo ancora oggi è la forza politica maggioritaria e più influente in Colombia. Entrambi i successori di Uribe provengono infatti da questa corrente: Juan Manuel Santos, ex-presidente che firmò la pace con le FARC-EP, è un fuoriuscito dell’uribismo, mentre l’attuale presidente, Iván Duque, è un fedelissimo uribista (tanto da venire considerato un burattino).

Ma la popolarità di Uribe è direttamente proporzionale al numero di cause aperte contro di lui (15 davanti alla Corte Suprema e 45 in commissione legislativa). Quando Uribe era senatore, nel 2014, il deputato del Polo Democratico Alternativo (centro-sinistra), Ivan Cepeda, lo accusò di avere fondato, insieme a suo fratello Santiago, un gruppo narco-paramilitare appartenente alle AUC. Per avallare le sue accuse, Cepeda presentò le testimonianze di alcuni ex-paramilitari, tra cui Juan Guillermo Monsalve, appartenente al Blocco Metro delle Autodifese. Monsalve affermò che in una tenuta di proprietà dell’ex-presidente si svolsero alcune riunioni per pianificare dei massacri che poi sono stati eseguiti da questi gruppi paramilitari.

Come risposta a questa accusa, l’ex-presidente presentò una denuncia per calunnie contro Cepeda davanti alla Corte Suprema. Alcuni degli ex-paramilitari, come Monsalve, che prima avevano testimoniato contro Uribe, davanti alla Corte fecero “dietrofront”, modificando radicalmente le loro versioni. Questo comportamento insospettì i magistrati, che cominciarono a indagare sui testimoni. Fu così che scoprirono che Uribe, tramite il suo avvocato Diego Cadena, aveva esercitato pressioni sui testimoni per farli ritrattare. Monsalve afferma di avere in possesso la registrazione del momento in cui l’avvocato gli intimò di cambiare versione. Altri testimoni hanno riconosciuto di avere ricevuto soldi da parte di Cadena. L’avvocato ha anche ammesso di avere consegnato piccole somme di denaro agli ex-paramilitari, ma a modo di “aiuto umanitario”. Fu così che lo scorso 4 agosto, la Corte Suprema ha ordinato l’arresto di Álvaro Uribe[14]. Una misura senza precedenti in un Paese che comunque è abituato a vedere gli ex-presidenti sul banco degli imputati.

Risulta evidente che l’influenza di Uribe non coinvolge solo la politica, ma anche il mondo della criminalità narco-paramilitare. Durante la sua presidenza — a tradimento — fece estradare negli Stati Uniti diversi capi paramilitari, suoi alleati nei primi anni di governo. Tra questi si trovano Salvatore Mancuso, Diego Murillo (“Don Berna”) e Rodrigo Tovar Pupo (“Jorge 40”), richiesti dalla giustizia americana per traffico di cocaina. In questo modo Uribe riuscì a tenere lontani e a tacitare possibili “testimoni scomodi”. Al giorno d’oggi è minimo il numero di paramilitari rimpatriati in Colombia.

Salvatore Mancuso: un’estradizione in Italia che potrebbe sancire la totale impunità

L’ultimo capo noto delle AUC è stato Salvatore “El Mono” Mancuso, proprietario terriero e narcotrafficante di origini salernitane. La giustizia colombiana lo ritiene responsabile di almeno 30 mila crimini[15] — quasi tutti contro l’umanità — tra gli anni 90 e il 2005, quando si accodò al processo di smobilitazione delle autodifese. Nel 2008 è stato estradato negli Stati Uniti, dove ha scontato una pena di 190 mesi per narcotraffico. Dal carcere ha raccontato di avere collaborato con Álvaro Uribe prima e durante il suo governo. Ha anche parlato del rapporto simbiotico che esisteva tra paramilitari e partiti politici durante gli anni duemila (la cosiddetta “parapolitica”).

Mancuso non ha ancora pagato per le migliaia di crimini commessi in Colombia, e probabilmente non lo farà mai, dati i tentativi di deportarlo in Italia, dove lo attende la Procura di Catanzaro per i suoi legami con la ‘Ndrangheta[16].

Risulta paradossale che a gestire il rimpatrio di Mancuso in Colombia sia stato proprio un suo vecchio socio nel malaffare, Francisco “Pancho” Santos, attuale ambasciatore della Colombia negli Stati Uniti. Pancho Santos giudizialmente risulta complice di Mancuso nella conformazione di squadroni della morte nelle città di Bogotà e Bucaramanga nel 2000.
Forse è un caso, ma la procedura di estradizione avanzata dallo stato colombiano agli Stati Uniti ha presentato degli errori che hanno permesso agli avvocati di Mancuso di rigirare la frittata e riuscire ad evitare la giustizia colombiana, con il trasferimento in Italia che era previsto per il 4 settembre. Procedura che è stata però fermata il 29 agosto, con le autorità statunitensi che hanno cambiato a sorpresa la sentenza decidendo per l’estradizione in Colombia senza che sia però ancora esecutiva dando la possibilità di fare appello per rimanere negli Stati Uniti.
Oltre ai massacri, omicidi e sparizioni mai chiarite di sindacalisti, dirigenti e attivisti sociali, comunisti e popolazione civile “colpevole” di vivere su terreni che dovevano diventare piantagioni o miniere, Mancuso è testimone fondamentale in innumerevoli operazioni di riciclaggio del narcotraffico tramite società di cui deteneva quote e che si sono avvalse delle banche colombiane a tale scopo. Le sue dichiarazioni possono segnare un punto di svolta nella ricerca dei mandanti di centinaia di morti che hanno scosso la Colombia dagli anni '90 ad oggi. Vedremo gli sviluppi, ma, a quanto pare, per buona parte dell’establishment colombiano, vale molto di più il suo silenzio.

Fonte

11/12/2019

Colombia - Terzo sciopero nazionale in due settimane, migliaia nelle strade

Le proteste mettono sotto pressione l’impopolare presidente Ivàn Duque, ancora impegnato nel “confronto nazionale” con gli organizzatori dello sciopero.

Il popolo colombiano si è preso di nuovo le strade del proprio paese per il terzo sciopero nazionale in due settimane, aumentando la pressione nei confronti dell’impopolare presidente conservatore Ivàn Duque e dei suoi propositi di riforma delle tasse.

In migliaia si sono riversati per le strade della capitale, Bogotà, affollandola all’inverosimile, bloccando la maggior parte del centro storico per sottolineare che l’agitazione continuerà, anche durante gli incontri per il così detto “confronto nazionale” che il presidente Duque intratterrà con gli organizzatori della protesta.

“Saremo in piazza finché Duque non ci ascolterà” dichiara Andres Lòpez uno dei partecipanti all’assemblea che si sta svolgendo in una delle vie commerciali più importanti di Bogotà. “Non abbiamo paura del governo”

Il primo sciopero nazionale, del 21 novembre scorso, scatenato dai proposti tagli alle pensioni, e a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di persone, si è subito tramutato in una serie di manifestazioni quotidiane.

Sebbene la riforma non fosse mai stata annunciata in via ufficiale, è diventata ben presto il parafulmine, una sorta di capro espiatorio sul quale concentrare tutto il malcontento diffuso nei confronti del governo Duque, il cui indice di gradimento, dall’agosto del 2018 data del suo insediamento, è sceso ad appena il 26%.

La rabbia dei manifestanti è indirizzata anche nei confronti del fallimento dello storico accordo di pace del 2016 con le Farc (le Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane), che avrebbe ufficialmente concluso una guerra civile che durava da mezzo secolo e che aveva lasciato sul terreno circa 260.000 morti e costretto più di 7 milioni di persone ad abbandonare le proprie abitazioni.

Molti protestano in difesa delle popolazioni indigene e degli attivisti ambientalisti che continuano ad essere uccisi ad un livello allarmante. Un recente attacco aereo scatenato contro un accampamento di trafficanti di droga, ribelli dissidenti, ha lasciato sul terreno sette bambini, facendo crescere ulteriormente la rabbia dei dimostranti.

Sebbene la maggior parte delle proteste siano state pacifiche, alcune proprietà sono state danneggiate seriamente quando sono cominciate le mobilitazioni. La polizia ha spesso risposto con gas lacrimogeni, usando anche i “meno letali” proiettili di gomma o, in altri casi, le granate stordenti.

Dilan Cruz, un dimostrante diciottenne è morto lo scorso 23 novembre, colpito alla testa da un proiettile di gomma durante la carica di una squadra di polizia antisommossa. L’incidente ha fatto infuriare i manifestanti al punto che gli organizzatori dello sciopero chiesero la soppressione delle tanto temute Esmad, le squadre di polizia antisommossa troppo frequentemente accusate di un uso eccessivo della forza.

Quattro persone, collegate alle proteste, sono morte in altre parti del paese. Mercoledì, i dimostranti hanno fatto sentire tutta la loro rabbia, e, al grido di “assassini”, hanno sfilato davanti agli uffici della polizia.

Gli organizzatori chiedono l’abolizione delle riforme economiche proposte e che il governo onori l’accordo di pace.

Nonostante le manifestazioni di protesta, alcuni analisti pensano che il periodo natalizio potrebbe offrire la tregua necessaria al premier Duque.

“A meno che non succeda qualcosa di eclatante le proteste si prenderanno una pausa durante le feste natalizie, per poi riprendere con ogni probabilità con il nuovo anno” ha dichiarato Sergio Guzmàn, direttore della Colombia Risk Analysis (l’unità di analisi del rischio colombiana).

“Il vero rischio è che le proteste potrebbero superare il confine, e non solo ideale, della loro natura urbana, cittadina e tracimare nelle aree più rurali del paese”.

Fonte

22/11/2019

Colombia - È stato sciopero generale, nonostante le minacce e le violenze

Anche la Colombia si è messa in marcia sul piano delle proteste sociali che stanno dilagando nel continente latinoamericano.

Decine di migliaia di colombiani hanno partecipato ieri, giovedì, allo sciopero nazionale chiamato a respingere le politiche del governo di Iván Duque.

Giovedì 21 novembre la Colombia ha vissuto una giornata di sciopero a livello nazionale, accompagnata da enormi marce in diverse città del paese sudamericano.

I settori popolari della Colombia che hanno aderito al National Paro Day hanno inteso esprimere il loro rifiuto delle politiche neoliberiste promosse dal governo di Iván Duque, nonché il rispetto della vita e delle garanzie di partecipazione politica.

Dal momento dell’insediamento di Duque come Capo di Stato, la Colombia ha sofferto dell’intensificazione della violenza causata dalle violazioni degli Accordi di pace, nonché dagli insediamenti di gruppi paramilitari nei territori e dall’intrusione dei cartelli messicani nella produzione di coca; un contesto che si traduce nell’uccisione sistematica di leader sociali e politici.

Sebbene i media egemonici etichettino la disoccupazione come “una tensione sociale tesa a distruggere e polarizzare il paese”, eventi come quelli avvenuti nel dipartimento di Cauca in cui bambini e indigeni sono stati massacrati con bombe, l’incapacità delle autorità di incontrare gli studenti universitari, l’aumento della disoccupazione, sono i problemi alla base delle dimostrazione popolari che all’unisono richiedono la rivendicazione dei propri diritti verso un presidente che sembra essere lontano dalla realtà della propria popolazione.

Lo sciopero è stato chiamato ancora prima del massacro di Tacueyó, nel dipartimento di Cauca, dove sono stati uccisi cinque indigeni, e dello stesso dibattito sulla mozione di censura, con le successive dimissioni dell’allora ministro della Difesa, Guillermo Botero, sotto accusa per aver ordinato i bombardamenti in cui sono morti almeno otto bambini. Il Consiglio Indigeno del Cauca ha deciso di aderire e partecipare allo sciopero.

Tra i temi dello sciopero nazionale vi è anche l’attacco al sistema educativo.

Il de-finanziamento dell’istruzione pubblica ha indotto gli studenti a organizzare dimostrazioni di massa per chiedere un aumento degli investimenti statali nelle università pubbliche. Nel dicembre 2018, il capo dello stato aveva raggiunto un accordo con 32 università e il bilancio era stato aumentato a 1,2 miliardi di pesos per i prossimi quattro anni.

Ma dopo undici mesi dall’accordo, studenti e insegnanti denunciano l’inosservanza da parte del governo, i soldi non sono ancora stati assegnati e la polizia continua ad attaccare manifestazioni pacifiche con gas lacrimogeni.

La Federazione Colombiana degli Educatori (Fecode) sottolinea l’assenza di garanzie per l’insegnamento nel paese. Secondo le associazioni degli educatori delle regioni, molti insegnanti sono minacciati da gruppi illegali, 20 nel dipartimento di Caquetá e 25 a La Guajira.

Infine non potevano mancano le contestazioni alla riforma del lavoro e delle pensioni.

Secondo la Centrale Unica dei Lavoratori (CUT), il 44% dei lavoratori guadagna salari inferiori al minimo legale, cioè meno di 828.116 pesos ($ 240). Allo stesso modo, il modello di assunzione del lavoro sta portando all’eliminazione dell’organizzazione sindacale.

Nel modello pensionistico della Colombia, oltre 8,5 milioni di persone versano mensilmente i contributi, ma poi solo 3 milioni riescono ad acquisire una pensione.

A Bogotà la polizia ha caricato gli studenti che stavano bloccando alcune carreteras. A Cali il sindaco ha decretato il coprifuoco. A Medellín, capitale del dipartimento di Antioquia, i primi ad uscire per le strade sono stati gli studenti dell’Università di Antioquia e dell’Università Nazionale, che hanno fatto sit-in nelle piazze.

Agli studenti si sono uniti rappresentanti della società, tra cui sindacati di insegnanti, lavoratori, pensionati, artisti, che hanno riempito pacificamente le strade della città.

Fonte

26/10/2019

Colombia - Ucciso un altro ex combattente delle Farc. Gli accordi di pace non reggono

Le autorità della Colombia hanno confermato l’omicidio dell’ex combattente delle ex Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc), Dago Hernán Galíndez Chicangana, nel comune di El Patía, nel dipartimento di Cauca.

Galíndez Chicangana aveva 36 anni, originario del comune di Icononzo, situato nel dipartimento di Tolima, ed era in teoria sotto la protezione prevista dagli Accordi di Pace firmati nel 2016 tra lo Stato e le Farc.

Accanto all’ex combattente, c’era Eduar Andrey Baos Imbachí, 30 anni, originario di Sucre, anche lui ucciso con quattro colpi di proiettile.

Secondo i testimoni, un gruppo armato illegale ha impedito alla comunità di aiutare le vittime che erano ancora in vita.

Secondo il recente rapporto dell’Istituto per lo Sviluppo e la Pace (Indepaz), dopo la firma dell’accordo di pace nel 2015, sono stati uccisi 777 leader sociali e 137 ex combattenti delle Farc.

Ad agosto di quest’anno Iván Márquez, ex comandante e numero due delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (Farc), ha annunciato di aver ripreso le armi e di esser pronto a ridare vita alla più potente organizzazione guerrigliera del paese. “È iniziata la seconda Marquetalia (dal nome della zona rurale in cui vennero fondate le Farc), per il diritto di tutti i popoli del mondo a sollevarsi in armi contro l’oppressione,” aveva dichiarato Márquez in un video postato su youtube in cui appare vestito in mimetica, con una pistola nella cintura e circondato da una ventina di uomini, alcuni dei quali armati. “La continuazione della lotta guerrigliera arriva come risposta al tradimento da parte dello Stato degli accordi di pace siglati a La Habana.” Il leader delle Farc ha accusato esplicitamente il governo di Iván Duque di non tenere fede agli impegni previsti dall’accordo di pace siglato all’Avana nel 2016.

Fonte

07/09/2019

Colombia - Il governo toglie la scorta ai dirigenti delle Farc legalizzati

Il partito politico delle Forze Alternativa Rivoluzionarie della Colombia (FARC) ha denunciato il governo di Iván Duque per aver ordinato il ritiro delle scorte per i suoi membri che hanno deciso di entrare nella legalità.

“Con l’aumentare delle minacce, avvertiamo questa misura del governo come inspiegabile, in cui gli elementi di protezione sono stati rimossi dagli organismi responsabili della sicurezza del nostro partito”, hanno denunciato le FARC attraverso il suo account Twitter.

Gli ex combattenti delle FARC, che da quasi tre anni hanno smobilitato la guerriglia e si sono reinseriti nella società e nella vita politica legale, denunciano la violazione degli accordi di pace firmati a L’Avana, Cuba, nel 2016 durante il governo di Juan Manuel Santos.

Data questa situazione, un settore delle FARC ha invece deciso di riprendere la lotta armata e lasciare i ranghi del partito politico legale, il che mette in discussione il processo di pace in Colombia.

Il presidente colombiano Duque, d’altra parte, ha dichiarato che combatterà incessantemente i ribelli delle FARC che hanno deciso di riarmarsi, mentre attivisti e difensori dei diritti umani chiedono stabilità nazionale.

La Commissione etica disciplinare nazionale della Forza alternativa rivoluzionaria comune (FARC), mercoledì ha chiesto al Consiglio politico nazionale del partito di espellere Iván Marquéz, Jesús Santrich, Walter Mendoza, “El Paisa”, “Aldinever” e “Romaña”, che guidano il settore delle Farc che ha deciso di tornare alla lotta armata in Colombia.

In un comunicato stampa, il Consiglio politico è invitato ad applicare l’articolo 10 delle sanzioni, che stabilisce nella sua sottosezione D: “Separazione definitiva del partito in caso di reati molto gravi”, chiarisce inoltre che il 95 percento della precedente rete guerrigliera è per mantenere l’accordo di pace.

La commissione etica disciplinare prevede che il regolamento verrà applicato nel caso dei dissidenti che lo scorso 29 agosto hanno annunciato la ripresa della lotta armata, denunciando che questo gruppo usurpa il nome storico delle FARC.

In realtà occorre dire che il nome storico delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia) è stato modificato in occasione del passaggio alla legalità, con Forze Alternative Rivoluzionarie di Colombia.

In secondo luogo, dagli accordi di pace del 2016 almeno 167 militanti, dirigenti, o attivisti sociali, sindacali e indigeni, sono stati uccisi dai paramilitari. Era già accaduto nel 1989 con gli accordi di pace, la smobilitazione della guerriglia e la fondazione del partito politico legale Union Patriottica. Ma in pochi mesi centinaia di dirigenti e militanti della Up vennero assassinati, incluso il segretario generale Jaime Pardo Leal. Alcuni settori delle Farc non si fidarono del governo e rimasero nella selva. Quando fu chiaro che non c’era alcun accordo di pace le FARC ripresero la lotta armata in tutto il territorio colombiano dove erano insediate.

Fonte

06/09/2019

Colombia - FARC, la rosa e il fucile

di Geraldina Colotti

Con un lungo documento di analisi, le Farc - Ep tornano a essere Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – Ejercito del Pueblo, e lasciano ai compagni e alle compagne che non condividono la loro scelta l’acronimo Farc (Fuerza Alternativa Revolucionaria del Comun) con il quale si erano trasformate in partito politico scegliendo il simbolo della rosa con la stella al centro, nell’agosto del 2017. Si consuma così una lunga e travagliata scissione che, a partire dal gruppo dirigente, ha progressivamente reso esplicite differenze di merito e di metodo che non hanno trovato composizione.

Da una parte, l’ex vicesegretario delle Farc, Ivan Marquez, che ha ripreso le armi insieme a due altri dirigenti storici, Jesus Santrich – recentemente uscito dal carcere – e Hernan Dario Velasquez, nome di battaglia el Paisa. Dall’altro, Rodrigo Londoño, presidente del partito politico Fuerza Alternativa Revolucionaria del Común, che ha respinto il ritorno alle armi per ribadire che la maggioranza degli ex guerriglieri intende mantenere gli impegni presi con gli accordi di pace del 2016.

Entrambi i gruppi si richiamano allo spirito delle origini, rappresentato dalla figura del fondatore, Manuel Marulanda (Tirofijo), morto del 2008. Le Farc di Marquez parlano di una seconda “Marquetalia”, una rifondazione della guerriglia nella continuità dei principi che ne hanno ispirato la formazione, oltre cinquant’anni fa. Quelle di Londoño ribattono che Marulanda ha “insegnato a mantenere la parola”, e che la loro parola, oggi, “è pace e riconciliazione”. La pace del sepolcro, purtroppo, che si è imposta dopo la firma degli accordi del 2016, secondo un copione già visto in Colombia, e che da allora ha già portato alla morte di 500 dirigenti contadini e indigeni e di 150 ex guerriglieri.

Questo è il primo punto di riflessione, che attiene all’analisi delle forze in campo e al bilancio della praticabilità del passaggio politico a tre anni dagli accordi dell’Avana. Quale possibilità di incidere hanno i pochi parlamentari delle Farc in un sistema tossico e bloccato com’è quello colombiano, fin dall’assassinio del leader liberale Eliecer Gaitan, avvenuto nell’aprile del 1948? Quali speranze restano agli “accordi di pace” ridotti a mero enunciato in un contesto internazionale in cui lo stato colombiano mantiene in America Latina lo stesso ruolo di gendarme che ha Israele per il Medioriente?

Quale possibilità ha la “forza rivoluzionaria alternativa” di aprire un confronto, a sinistra e nella società colombiana, sulla necessità di un cambiamento strutturale se il passaggio politico non ha portato a nessun bilancio vero, a nessuna discussione di merito, fuori dalla retorica su “pace e conciliazione” e la messa al centro degli interessi militari? Le zone smilitarizzate in cui questo incontro avrebbe dovuto articolarsi hanno visto più boicottaggi che appoggi.

Gli spazi di agibilità politica in sicurezza per una vera “forza rivoluzionaria alternativa” sono stati progressivamente ridotti a zero. La minaccia di estradizione nei confronti di Santrich ha probabilmente accelerato la decisione. Le condizioni insopportabili dei prigionieri politici e quelle di Simon Trinidad, rimasto ostaggio degli USA, hanno sicuramente pesato.

Il tema della consegna delle armi, che per il gruppo di Ivan Marquez avrebbe dovuto essere graduale, è stato peraltro fin da subito un elemento di divisione con l’altra parte dell’organizzazione. In una guerra non convenzionale, trattare con le armi o senza non è un elemento da poco, come ha fatto notare l’altra organizzazione storica della guerriglia colombiana, l’ELN, che ha partecipato ai negoziati, ma si è mantenuta operativa.

Lo si è visto, in un altro contesto, anche in Italia, dove la guerriglia sconfitta e disarmata non ha potuto pesare nella battaglia per una soluzione politica rivoluzionaria al conflitto di classe degli anni '70, che non è mai decollato. E poi ha la sua importanza anche l’elemento simbolico della continuità, da assumere prima che tutto si disperda in una contesa in cui il nemico detta tempi e modalità.

Chi confonde i principi con il dottrinarismo e la demagogia, ignorando il terreno della tattica, ignorando la necessaria combinazione delle forme di lotta a seconda del contesto storico, perde sicuramente il treno della storia. Per questo, la scelta di intraprendere le trattative con il governo colombiano nel 2012, come già altre volte in passato, e fidando sull’appoggio di un contesto latinoamericano allora in pieno fermento, ha avuto una sua pertinenza. Più che ricorrere agli ostracismi, serve allora, come sempre, la riflessione e il bilancio.

“Abbiamo vinto la più bella di tutte le battaglie. La guerra con le armi è finita, ora inizia il dibattito delle idee”, aveva commentato l’allora negoziatore delle Farc, Ivan Marquez, dopo l’annuncio dell’accordo trovato all’Avana nell’agosto del 2016. E sul piano del confronto fra linee e della battaglia delle idee vanno sicuramente inquadrate le scelte dei due campi rivoluzionari, che si misureranno con la realtà colombiana.

Già nel corso della discussione sulle trattative, era apparsa chiara la differenza tra chi definiva la fase successiva come “post-conflitto” e chi, invece, parlava di “post-accordo”, nella consapevolezza che la partita per un cambiamento strutturale della società colombiana si sarebbe sì trasferita sul terreno politico, ma aprendo una nuova fase di scontro con i poteri di sempre.

E già a settembre, durante la cerimonia pubblica per la firma degli accordi, a Cartagena, il rombo degli aerei militari che si levavano in volo quando le Farc pronunciavano il loro discorso, lasciavano intendere che la partita sarebbe stata tutta in salita. E, a dicembre, dopo aver ricevuto il Nobel per la Pace, l’ex presidente colombiano Manuel Santos chiedeva l’adesione del suo paese alla Nato. In molti avevano allora ricordato l’aumento delle esecuzioni extragiudiziali quand’era stato ministro della Difesa di Alvaro Uribe e l’uccisione del comandante delle Farc Raul Reyes, il 2 marzo del 2008, durante un bombardamento di un accampamento guerrigliero in Ecuador, ai confini con la Colombia. Quale fosse l’idea di “pace” di Santos è emerso poi dall’indagine compiuta dal governo bolivariano circa il ruolo da lui avuto nel dare copertura agli attentati con i droni esplosivi poco prima di lasciare la presidenza a Duque, nell’agosto del 2018.

Quello del cosiddetto “post-conflitto” sembrava configurarsi come un lucroso business, che avrebbe coinvolto anche i paesi d’Europa, nell’ormai consueta commistione tra multinazionali, imprese private per la sicurezza, eserciti “umanitari” e grandi Ong addette al controllo sociale.

Una logica apparsa evidente anche in un mega-convegno che si è svolto a Roma a dicembre del 2016, a cui hanno partecipato rappresentanti di governo e pubblici ministeri di tutto il Centroamerica, e in cui è intervenuto l’allora presidente Santos, appena laureato col Nobel.

Il convegno s’intitolava “Legalità e sicurezza in America Latina: strategie, esperienze condivise, prospettive di collaborazione”. In quella sede, alla presenza dei vertici di tutte le forze dell’ordine italiane, a parlare per pochi minuti delle cause che producono delinquenza e “terrorismo” sono stati solo i rappresentanti del Salvador e del Nicaragua. L’accordo firmato tra la Colombia e la Nato, incubato negli anni in cui Santos era ministro della Difesa di Uribe, prevede infatti un’intesa comune contro “la criminalità organizzata e il terrorismo”, basato sullo “scambio di informazioni durante le missioni umanitarie, missioni relative ai diritti umani, la giustizia militare, così come l’aiuto nella lotta contro i crimini legati alla droga e alcuni cambiamenti nel settore della difesa”.

È la filosofia che guida gli “interventi umanitari”, con la quale si mascherano le ingerenze imperialiste nelle guerre di nuovo tipo. Un involucro facilmente adattabile al corso imposto dall’arrivo di Trump, che sta calpestando le istituzioni internazionali sostituendole con altre artificiali, in contrasto aperto con la stessa legalità borghese.

Lo si è visto chiaramente con l’aggressione al Venezuela bolivariano, colpito da vere e proprie operazioni di pirateria internazionale effettuate con la complicità dei governi capitalisti vassalli degli USA. Le difficoltà in cui si trova il campo progressista in America Latina, il picconamento dell’integrazione sud-sud, dovuto al ritorno a destra dei due grandi paesi, Argentina e Brasile, alla defezione dell’Ecuador a seguito del tradimento di Lenin Moreno, all’espulsione del Venezuela dall’Unasur e dal Mercosur, hanno fortemente ridotto l’incidenza di quanti, a partire da Chavez, avevano lavorato per un passaggio politico in Colombia, che però mantenesse aperta la porta a un cambiamento strutturale. Invece, sono state progressivamente sepolte nel sangue, sia la prospettiva di una riforma agraria, sia quella di un’assemblea nazionale costituente.

Suona, perciò, davvero grottesco l’appello di Manuel Santos affinché la Jep (la giurisdizione speciale di pace, vigente in Colombia dal marzo del 2017, quando fu approvato al Senato il Sistema Integral de Verdad, Justicia, Reparación y No Repetición) spicchi nuovi ordini di cattura per i tre dirigenti, definiti “disertori”. Suona grottesco il suo appello ai due ex presidenti, l’uruguayano Pepe Mujica e lo spagnolo Felipe Gonzalez affinché valutino lo stato degli accordi di pace, considerando il ruolo attivo nelle ingerenze imperialiste mantenuto da Gonzalez nel continente.

Per il partito Farc che ha deciso di mantenersi nella legalità, quella di riprendere le armi risulta una proposta “delirante” nell’attuale contesto internazionale. Ma se si legge attentamente il lungo documento d’analisi presentato da Ivan Marquez, si vede che l’elemento militare è solo uno dei temi proposti nel programma di rifondazione della guerriglia. Emerge una visione ampia, una sorta di appello all’unità nazionale contro le forze reazionarie, in cui l’attività clandestina si coniuga alla ricostruzione politica “dal basso” nei territori e nelle campagne. Clandestini al potere ma non alle masse, insomma. Una visione che si avvicina a quella dell’altra guerriglia storica, l’Eln, con la quale le Farc stanno stringendo un accordo.

C’è poi la critica di quanti temono che il ritorno alle armi delle Farc acceleri l’aggressione armata al Venezuela bolivariano, da sempre accusato di “finanziare il terrorismo”. Ci sembra un argomento debole, considerando il ruolo permanente del governo colombiano nella destabilizzazione del vicino paese, portato avanti in tutti questi anni. La conferenza stampa del ministro della Comunicazione venezuelano, Jorge Rodriguez, ha fornito ulteriori prove dei piani omicidi organizzati anche in questo agosto partire dal territorio colombiano, e sventati dall’intelligence bolivariana.

Il fatto che Duque, fantoccio di Uribe e degli USA, abbia deciso di ospitare a Bogotà la banda di Guaidó e compari per inventarsi un “governo di transizione” 2.0, è un ulteriore, esplicito, sabotaggio alla proposta di dialogo lanciata per l’ennesima volta da Maduro a un’opposizione golpista, che in qualunque paese del mondo starebbe in galera.

Proprio l’aggressione crescente contro il Venezuela dimostra quanto sia arduo mantenere la pace coniugandola alla giustizia sociale se si è al governo di un paese. Di che pace si può parlare invece in Colombia dove le istituzioni servono a perpetrare l’oppressione di classe, bloccando ogni spazio di agibilità politica in sicurezza da parte di un’opposizione degna di questo nome?

Iván Márquez ha motivato la scelta di riprendere le armi appellandosi al “diritto universale che garantisce a tutti i popoli del mondo di sollevarsi in armi contro l’oppressione”, e come forma di difesa delle comunità rurali e urbane, rimaste in balìa del paramilitarismo con la smobilitazione della guerriglia. Ha elencato, in una visione marxista, i numerosi tradimenti perpetrati nel corso della storia dai governi colombiani al progetto di costruzione della Patria Grande voluto da Bolivar. Al contempo, ha ringraziato tutti gli attori politici che hanno contribuito al processo di pace che l’oligarchia colombiana si è dedicata a demolire, e ha lasciato aperta la porta al dialogo e al confronto anche con quella parte dell’organizzazione che ha deciso di mantenersi sul terreno legale.

Respingendo al mittente le accuse di Duque e soci, il governo bolivariano ha d’altro canto reiterato la propria volontà a favorire un nuovo percorso di dialogo: che, però, non sarà per domani, e il cui esito dipenderà dall’accumulo di forze di chi lotta per realizzare in Colombia un vero cambio di marcia.

Fonte

30/08/2019

Colombia - Un settore delle FARC annuncia il ritorno alla lotta armata

Contro “il tradimento dell’accordo di pace da parte dello Stato”.

L’ex numero due delle FARC, Iván Márquez, da un luogo sconosciuto da più di un anno, è riapparso in un video insieme ad altri ex leader della guerriglia estinta per annunciare “una nuova fase della lotta armata”.

“Annunciamo al mondo che la seconda Marquetalia (città natale delle FARC da più di mezzo secolo) è iniziata sotto la protezione del diritto universale che aiuta tutti i popoli del mondo a sollevarsi in armi contro l’oppressione” ha affermato Márquez nel video pubblicato su Internet, in cui appare accanto a una ventina di uomini armati di fucili.

Il video è stato caricato su una pagina web che, a quanto pare, è stata creata come portale ufficiale del nuovo gruppo armato. Questa guerriglia, tuttavia, acquisisce il nome del gruppo estinto al quale apparteneva Márquez, ovvero, Forze armate rivoluzionarie della Colombia FARC-EP . Marquez appare nel video in questione insieme ad altri ex comandanti delle FARC come ‘Jesús Santrich’, ‘El Paisa’ e ‘Romaña’ .

Marquez, che nel video è vestito di verde militare e con una pistola alla cintola, afferma che la decisione di tornare alle armi “[…] è la continuazione della lotta di guerriglia in risposta al tradimento dello stato dell’accordo di pace di La Paz L’Avana” e afferma che cercherà di stabilire alleanze con l’ELN [1].

Nel manifesto che legge nel video, afferma che questa insurrezione, che prende il nome e i simboli delle forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC), non è rivolta ai soldati o alla polizia “rispettosa degli interessi popolari”, ma che sarà rivolta contro “... quell’oligarchia esclusiva e corrotta , mafiosa e violenta che crede di poter continuare a bloccare la porta del futuro del Paese”. In tal senso, afferma: “Lo Stato conoscerà una nuova modalità operativa. Risponderemo solo agli attacchi”. Inoltre Marquez annuncia anche il loro “totale disimpegno delle trattenute a fini economici”, in un apparente riferimento ai rapimenti, ma anche che “cercheranno un dialogo con uomini d’affari, allevatori, commercianti e i ricchi del paese, per cercare in questo modo il loro contributo al progresso di comunità rurali e urbane ” aggiungendo: “[...] in due anni, oltre 500 leader del movimento sociale sono stati uccisi e 150 guerriglieri sono già stati uccisi in mezzo all’indifferenza e all’indolenza dello Stato”.

Alla fine del manifesto letto da Márquez, Santrich, del quale viene richiesta l’estradizione dagli Stati Uniti con l’accusa di traffico di droga, interviene per lanciare l’arringa “Viva las FARC-EP”, cui il resto dei guerriglieri risponde con un “viva!”.

La Fondazione per la Pace e la Riconciliazione aveva avvertito in un rapporto che “... i gruppi dissidenti delle FARC erano entrati in un processo di ‘banditizzazione’ senza carattere politico” e che “[…]gli ex leader di quel gruppo armato si stavano radunando ed avrebbero potevano formare un nuovo guerrigliero entro l’anno prossimo”.

Durante il primo anno del governo del presidente Iván Duque, i gruppi armati composti da dissidenti delle FARC si sono rafforzati. Questa è la principale conclusione del rapporto “Più ombre che luci, sicurezza in Colombia un anno dopo il governo di Duque”, presentato mercoledì dalla Peace and Reconciliation Foundation (Peers), che ha coinvolto più di 50 ricercatori in varie aree del paese per fare una radiografia della violenza in Colombia, tre anni dopo la firma dell’Accordo di pace con le FARC.

Molti in Colombia ritengono che Duque, che ha superato un anno di governo lo scorso 7 agosto, stia gettando benzina anziché acqua sul fuoco.

Il primo di questi focus è il dissenso delle FARC, sia “politico che armato” composto da ex guerriglieri che non hanno accettato il processo di pace mentre il secondo è guidato da diversi ex leader come Iván Márquez o Jesús Santrich che non sono stati presi in considerazione durante il processo di pace.

“Se questi due (dissidenti) si uniscono, la potenza di fuoco crescerà perché danno una base politica alle persone che sono vittime del traffico di droga e del crimine comune”, ha affermato Ariel Avila, vicedirettore della Fondazione nella presentazione del rapporto.

Note:
[1] L’Esercito di Liberazione Nazionale (in spagnolo: Ejército de Liberación Nacional – ELN) è una organizzazione di guerriglia insurrezionale rivoluzionaria marxista che opera in diverse aree dellaColombia dal 1964

Fonte