Chi legge assiduamente il nostro giornale sa che sono mesi e mesi che ci occupiamo di riportare le notizie riguardo “l’anomalia” dei prezzi dei generi alimentari, che continuano ad aumentare a un ritmo molto più alto dell’inflazione media, con un effetto particolarmente negativo per le fasce popolari, il cui reddito è speso in proporzione maggiore per i beni che servono per campare, giorno dopo giorno.
Ora, finalmente, arriva un’indagine conoscitiva dell’Antitrust per cercare di fare luce su questa dinamica. L’approfondimento riguarderà le catene distributive nella ripartizione del valore aggiunto prodotto dalla filiera agroalimentare, e come ciò porta alla formazione dei prezzi finali. E sotto la lente d’ingrandimento c’è soprattutto la Grande Distribuzione Organizzata (GDO).
È proprio l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) a spiegare che la distorsione osservata “potrebbe essere in parte riconducibile al forte squilibrio di potere contrattuale degli agricoltori rispetto alle grandi catene della grande distribuzione organizzata”. Difatti, di questi alti prezzi soffrono i consumatori, ma non ne vedono i “benefici” i produttori.
Tra ottobre 2021 e ottobre 2025, specifica l’AGCM, i prezzi dei beni alimentari sono schizzati del 24,9%, una crescita di gran lunga superiore a quella dell’indice generale dei prezzi al consumo, ferma al 17,3%. L’ipotesi al vaglio è che ci sia una sostanziale speculazione della GDO, attraverso la quale avviene l’84% degli acquisti degli italiani.
Si tratta di pochi grandi gruppi, che approfitterebbero anche del proprio potere contrattuale nei confronti di una base produttiva alquanto frammentata, fatta di migliaia di piccole aziende agricole. Secondo l’Antitrust, questa posizione di forza permetterebbe alle catene della GDO di imporre unilateralmente condizioni economiche pesanti.
Ad esempio, saranno indagati i cosiddetti “servizi di vendita”: veri e propri pagamenti che i produttori fanno ai supermercati per servizi quali l’inserimento in assortimento, le modalità di collocamento dei prodotti a scaffale, le promozioni, il lancio di nuovi prodotti. Il presidente di Federdistribuzione ha immediatamente ricordato che non è mai mancata la collaborazione per frenare i rincari, e che daranno tutte le informazioni necessarie.
Intanto, il peso sulle famiglie è gravoso: il Codacons ha calcolato un esborso maggiore per la spesa alimentare rispetto al 2021, per un nucleo familiare con due figli, intorno a 1.915 euro annui. Assoutenti dichiara che “una famiglia su tre è stata costretta nell’ultimo anno a tagliare la spesa per cibi e bevande”. Nonostante l’inflazione generale sia scesa (1,2% a dicembre 2025), il “carrello della spesa” continua a correre quasi a velocità doppia (2,2%).
Anche la Coldiretti ha accolto con favore l’iniziativa dell’Antitrust. Ora, i soggetti interessati sono tenuti a inviare contributi e osservazioni entro il 31 gennaio 2026. A quel punto saremo pronti per tornare sull’argomento, a difesa della capacità d’acquisto di lavoratori e pensionati.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/07/2024
“Basta commercializzare i prodotti israeliani”
Sono già un migliaio i soci Coop che in Emilia Romagna hanno firmato una lettera alla direzione dell’azienda. Altrettante firme sono state raccolte tra i soci Coop in Toscana e a Vicenza. E la protesta tra le socie e i soci sta dilagando ponendo seri problemi alla Coop, nonostante i tentativi del giornale filo-israeliano Il Foglio di minimizzare la cosa.
Sui banchi di Coop Alleanza 3.0 sono infatti presenti diversi prodotti (avocado, arachidi e altri) di aziende israeliane che migliaia di soci chiedono di non vendere più.
“Non vogliamo essere complici del genocidio in Palestina e del sistema di occupazione, pulizia etnica e apartheid nei confronti del popolo palestinese che dura da più di 70 anni. Aderiamo perciò all’iniziativa di un gruppo di socie e soci di COOP Alleanza 3.0 che partecipano al Coordinamento Bologna per la Palestina, formato da oltre 40 associazioni solidali con i diritti dei palestinesi. Chiediamo a Coop Alleanza 3.0 di interrompere immediatamente, per coerenza con i principi di solidarietà e di rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale e del suo codice etico, ogni relazione commerciale con ditte che producono e/o commercializzano prodotti israeliani” scrivono in un comunicato stampa le socie e i soci della Coop, i quali precisano poi che si impegnano a non acquistare prodotti provenienti da aziende israeliane ed a informare altre/i socie e soci e incoraggiare consumatori e consumatrici a non acquistare prodotti israeliani.
La lettera con le firme raccolte sarà consegnata alla direzione di Coop Alleanza 3.
Nel frattempo davanti alcuni supermercati della Coop sono stati distribuiti volantini firmati da “Socio Coop per la Palestina” esercitando il proprio diritto/dovere di partecipare alle scelte della Cooperativa, soprattutto su temi di grande rilevanza etica come il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale.
Alla lettera sono seguiti gli interventi di socie e soci in molte assemblee separate della COOP e la consegna di un’ulteriore lettera ai 130 Delegati Nazionali all’Assemblea Generale che si è tenuta il 22 giugno a Bologna.
Il coordinamento bolognese, che riunisce 40 associazioni cittadine e nazionali impegnate a chiedere la fine della guerra genocida in corso a Gaza, a denunciare le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte di Israele e a sostenere il popolo palestinese nella sua lotta per l’autodeterminazione, ha così avviato un dialogo con la COOP inviando, a marzo 2024, una lettera alla Presidenza che chiedeva di interrompere con urgenza la commercializzazione di prodotti israeliani finché Israele non rispetterà i diritti umani e il diritto internazionale.
Per sostenere la loro richiesta, stanno invitando soci e socie in tutta Italia a firmare questa lettera online.
Nel volantino distribuito viene precisato che non si tratta di una richiesta di boicottaggio, che pure è uno strumento legittimo di lotta non violenta, come insegna l’esperienza del Sud Africa durante la lotta all’apartheid, e prima ancora, quella di Gandhi nell’India colonizzata dagli inglesi. La legittima richiesta dei soci è stata quella di chiedere l’applicazione del Codice Etico, secondo il quale COOP “esige dai propri fornitori di prodotti e servizi, il pieno rispetto delle normative sul lavoro, dei diritti umani, della salvaguardia dell’ambiente e privilegia le aziende che si dimostrano particolarmente sensibili a questi temi (art. 5.3)”.
Non basta infatti la libera scelta del consumatore: è necessaria anche una assunzione di responsabilità civile da parte della COOP, che peraltro è sempre stata un tratto costitutivo e distintivo della cooperazione rispetto ad altre forme di impresa.
Traspare però anche rabbia e delusione per l’atteggiamento della direzione della Coop che, purtroppo, a queste richieste e a queste preoccupazioni, non ha finora fornito alcuna risposta soddisfacente: il tanto vantato dialogo con i soci sembra lontano dall’essere una realtà. La sensibilità e la responsabilità sociale e civile della Coop, che pure in altri momenti (per esempio nel caso dell’apartheid in Sudafrica) sono state presenti, sembrano essere ormai di facciata.
Fonte
Sui banchi di Coop Alleanza 3.0 sono infatti presenti diversi prodotti (avocado, arachidi e altri) di aziende israeliane che migliaia di soci chiedono di non vendere più.
“Non vogliamo essere complici del genocidio in Palestina e del sistema di occupazione, pulizia etnica e apartheid nei confronti del popolo palestinese che dura da più di 70 anni. Aderiamo perciò all’iniziativa di un gruppo di socie e soci di COOP Alleanza 3.0 che partecipano al Coordinamento Bologna per la Palestina, formato da oltre 40 associazioni solidali con i diritti dei palestinesi. Chiediamo a Coop Alleanza 3.0 di interrompere immediatamente, per coerenza con i principi di solidarietà e di rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale e del suo codice etico, ogni relazione commerciale con ditte che producono e/o commercializzano prodotti israeliani” scrivono in un comunicato stampa le socie e i soci della Coop, i quali precisano poi che si impegnano a non acquistare prodotti provenienti da aziende israeliane ed a informare altre/i socie e soci e incoraggiare consumatori e consumatrici a non acquistare prodotti israeliani.
La lettera con le firme raccolte sarà consegnata alla direzione di Coop Alleanza 3.
Nel frattempo davanti alcuni supermercati della Coop sono stati distribuiti volantini firmati da “Socio Coop per la Palestina” esercitando il proprio diritto/dovere di partecipare alle scelte della Cooperativa, soprattutto su temi di grande rilevanza etica come il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale.
Alla lettera sono seguiti gli interventi di socie e soci in molte assemblee separate della COOP e la consegna di un’ulteriore lettera ai 130 Delegati Nazionali all’Assemblea Generale che si è tenuta il 22 giugno a Bologna.
Il coordinamento bolognese, che riunisce 40 associazioni cittadine e nazionali impegnate a chiedere la fine della guerra genocida in corso a Gaza, a denunciare le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte di Israele e a sostenere il popolo palestinese nella sua lotta per l’autodeterminazione, ha così avviato un dialogo con la COOP inviando, a marzo 2024, una lettera alla Presidenza che chiedeva di interrompere con urgenza la commercializzazione di prodotti israeliani finché Israele non rispetterà i diritti umani e il diritto internazionale.
Per sostenere la loro richiesta, stanno invitando soci e socie in tutta Italia a firmare questa lettera online.
Nel volantino distribuito viene precisato che non si tratta di una richiesta di boicottaggio, che pure è uno strumento legittimo di lotta non violenta, come insegna l’esperienza del Sud Africa durante la lotta all’apartheid, e prima ancora, quella di Gandhi nell’India colonizzata dagli inglesi. La legittima richiesta dei soci è stata quella di chiedere l’applicazione del Codice Etico, secondo il quale COOP “esige dai propri fornitori di prodotti e servizi, il pieno rispetto delle normative sul lavoro, dei diritti umani, della salvaguardia dell’ambiente e privilegia le aziende che si dimostrano particolarmente sensibili a questi temi (art. 5.3)”.
Non basta infatti la libera scelta del consumatore: è necessaria anche una assunzione di responsabilità civile da parte della COOP, che peraltro è sempre stata un tratto costitutivo e distintivo della cooperazione rispetto ad altre forme di impresa.
Traspare però anche rabbia e delusione per l’atteggiamento della direzione della Coop che, purtroppo, a queste richieste e a queste preoccupazioni, non ha finora fornito alcuna risposta soddisfacente: il tanto vantato dialogo con i soci sembra lontano dall’essere una realtà. La sensibilità e la responsabilità sociale e civile della Coop, che pure in altri momenti (per esempio nel caso dell’apartheid in Sudafrica) sono state presenti, sembrano essere ormai di facciata.
Fonte
19/02/2024
Omicidi sul lavoro ed evasione fiscale. Lo “stile Esselunga”
Quasi un anno fa, in tempi non sospetti come quelli attuali, Esselunga era già finita sotto la lente della magistratura per un trattamento disinvolto – diciamo così – dei propri dipendenti.
“Solita” evasione fiscale e/o contributiva, quasi come quella di un barista o un ristoratore di basso livello, ma condotta in modo molto più articolato e scientifico. Come si conviene a un gigante della grande distribuzione, che può operare su molti fronti e una marea di differenze contrattuali. E quando non basta il far west di una “legalità” disegnata apposta per “non disturbare le imprese”, ecco arrivare il sotterfugio.
Persino IlSole24Ore, organo di Confindustria e dunque certamente dalla parte delle aziende, a quel punto doveva dare la notizia, sia pur concedendo all’azienda l’ultima parola. Innocentista, ci mancherebbe.
Riportiamo qui in fondo quell’articolo per aiutare il lettore a misurare con qualche approssimata precisione l’atteggiamento di questo “campione del profitto” rispetto alle regole e alle normative (che, ripetiamo, certo sono molto lasche e favorevoli).
Quanto sta uscendo fuori per la strage di Firenze, dove almeno cinque lavoratori hanno perso la vita mentre costruivano un nuovo centro commerciale dedicato, risulta a prima vista in perfetta continuità con le “vecchie” e (almeno) non mortali pratiche di aggiramento della normativa.
Ogni anfratto del processo lavorativo viene infatti allargato a dismisura alla ricerca di un magari infimo margine di profitto. Fin quando tutto l’edificio, eroso dall’interno, non crolla.
Si vede qui, insomma, il vero “stile aziendale” (un po’ come avviene nelle vicende interne alla famiglia Agnelli...). Altro che gli spot melensi con la pesca e la carota...
Come sempre, governo e associazioni datoriali fanno finta di stracciarsi le vesti dal dolore. Come sempre, promettono “iniziative” imprecisate e soprattutto vaghissime.
Come sempre attendono solo che la polvere cali sull’ennesima strage (solo queste “fanno notizia”, le morti singole quasi non arrivano sui tavoli dei redattori mainstream), per far sì che le aziende possano continuare come prima e peggio di prima. Tutte le normative esistenti, infatti, possono essere aggirate facilissimamente, perché risulta complicato dimostrare fin dove la non applicazione di una misura di sicurezza sia frutto del caso, della disattenzione, oppure dell’ossessione criminale per il “risparmio sui costi”.
Serve come non mai una legge che consideri ogni morte sul lavoro come un omicidio. Proprio come già avviene per gli incidenti stradali, certo meno attribuibili ad un’intenzione criminale.
Davanti alla morte e a pene proporzionali alla gravità del fatto, anche le aziende più tirchie e “risparmiose” sulla pelle dei lavoratori sarebbero obbligate ad alzare l’asticella della sicurezza reale sui luoghi di lavoro.
“Solita” evasione fiscale e/o contributiva, quasi come quella di un barista o un ristoratore di basso livello, ma condotta in modo molto più articolato e scientifico. Come si conviene a un gigante della grande distribuzione, che può operare su molti fronti e una marea di differenze contrattuali. E quando non basta il far west di una “legalità” disegnata apposta per “non disturbare le imprese”, ecco arrivare il sotterfugio.
Persino IlSole24Ore, organo di Confindustria e dunque certamente dalla parte delle aziende, a quel punto doveva dare la notizia, sia pur concedendo all’azienda l’ultima parola. Innocentista, ci mancherebbe.
Riportiamo qui in fondo quell’articolo per aiutare il lettore a misurare con qualche approssimata precisione l’atteggiamento di questo “campione del profitto” rispetto alle regole e alle normative (che, ripetiamo, certo sono molto lasche e favorevoli).
Quanto sta uscendo fuori per la strage di Firenze, dove almeno cinque lavoratori hanno perso la vita mentre costruivano un nuovo centro commerciale dedicato, risulta a prima vista in perfetta continuità con le “vecchie” e (almeno) non mortali pratiche di aggiramento della normativa.
Ogni anfratto del processo lavorativo viene infatti allargato a dismisura alla ricerca di un magari infimo margine di profitto. Fin quando tutto l’edificio, eroso dall’interno, non crolla.
Si vede qui, insomma, il vero “stile aziendale” (un po’ come avviene nelle vicende interne alla famiglia Agnelli...). Altro che gli spot melensi con la pesca e la carota...
Come sempre, governo e associazioni datoriali fanno finta di stracciarsi le vesti dal dolore. Come sempre, promettono “iniziative” imprecisate e soprattutto vaghissime.
Come sempre attendono solo che la polvere cali sull’ennesima strage (solo queste “fanno notizia”, le morti singole quasi non arrivano sui tavoli dei redattori mainstream), per far sì che le aziende possano continuare come prima e peggio di prima. Tutte le normative esistenti, infatti, possono essere aggirate facilissimamente, perché risulta complicato dimostrare fin dove la non applicazione di una misura di sicurezza sia frutto del caso, della disattenzione, oppure dell’ossessione criminale per il “risparmio sui costi”.
Serve come non mai una legge che consideri ogni morte sul lavoro come un omicidio. Proprio come già avviene per gli incidenti stradali, certo meno attribuibili ad un’intenzione criminale.
Davanti alla morte e a pene proporzionali alla gravità del fatto, anche le aziende più tirchie e “risparmiose” sulla pelle dei lavoratori sarebbero obbligate ad alzare l’asticella della sicurezza reale sui luoghi di lavoro.
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Esselunga, sequestrati 47,8 milioni per frode fiscale sulla manodopera
Esselunga, sequestrati 47,8 milioni per frode fiscale sulla manodopera
Sarebbe stata realizzata «una complessa frode fiscale caratterizzata dall’utilizzo di fatture per operazioni giuridicamente inesistenti e dalla stipula di fittizi contratti di appalto per la somministrazione di manodopera».
I finanzieri del Comando Provinciale di Milano stanno dando esecuzione a un decreto di sequestro preventivo d’urgenza emesso dalla Procura della Repubblica di Milano, nei confronti di Esselunga per l’importo complessivo di 47.765.684,45 euro.
Come spiegato in una nota della procura, le indagini, eseguite dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Milano con la collaborazione del Settore Contrasto Illeciti dell’Agenzia delle Entrate, hanno ad oggetto il fenomeno della somministrazione illecita di manodopera.
«Complessa frode fiscale»
Secondo le indagini condotte, sarebbe stata realizzata «una complessa frode fiscale caratterizzata dall’utilizzo, da parte della beneficiaria finale del meccanismo illecito (Esselunga, ndr), di fatture per operazioni giuridicamente inesistenti e dalla stipula di fittizi contratti di appalto per la somministrazione di manodopera, in violazione della normativa di settore, che ha portato all’emissione e al conseguente utilizzo di fatture inesistenti per un ammontare complessivo di oltre 221 milioni di euro, più Iva superiore a 47 milioni di euro».
Società «filtro»
In particolare, «ricostruendo la “filiera della manodopera”, è stato rilevato che i rapporti di lavoro con la società committente sono stati in taluni casi “schermati” da società “filtro” che a loro volta si sono avvalse di diverse società cooperative (società “serbatoio”), mentre in altri sono stati intrattenuti direttamente con quest’ultime che hanno sistematicamente omesso il versamento dell’Iva e, nella maggior parte dei casi, degli oneri di natura previdenziale e assistenziale».
Le perquisizioni
Sono state effettuate, inoltre, diverse perquisizioni nei confronti delle persone fisiche e giuridiche coinvolte nelle province di Milano, Novara e Bergamo e si sta procedendo alla notifica delle informazioni di garanzia, oltre che per le responsabilità personali in ordine ai reati di emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, anche in tema di responsabilità amministrativa degli enti in relazione agli illeciti penali commessi dai dirigenti della società. La società: sempre operato nel rispetto della legalità
«L’azienda si è immediatamente attivata per offrire la più ampia collaborazione alle autorità giudiziarie e pieno supporto per lo svolgimento delle attività. Attendiamo con fiducia le verifiche e gli approfondimenti, nella consapevolezza di aver operato sempre nel rispetto della legalità». Così Esselunga in una nota, dopo il sequestro preventivo disposto dalla procura di Milano nell’ambito di una inchiesta su una presunta frode fiscale relativa alla somministrazione di manodopera.
Fonte
16/02/2024
Se la biodiversità richiede meno agricoltura, l’Italia l’ha già massacrata
di Guido Salerno Aletta
La morsa economica in cui vivono gli agricoltori fa davvero paura, stretti come sono tra costi incomprimibili e ricavi non trattabili: non solo si fanno una concorrenza spietata tra di loro, ma tanto nei costi di produzione quanto nei ricavi delle vendite hanno a che fare con imprese multinazionali o con grossisti che operano in regime di oligopolio, colludendo.
In Italia, poi, da quarant’anni a questa parte, dal censimento del 1982, la superficie agricola totale si è ridotta di ben 59 mila Kmq, una superficie più che doppia rispetto a quella dell’intera Sicilia che non arriva a 26 mila Kmq. Questi sono i dati rilevati dall’Istat, che nel 2020 ha effettuato il 7° censimento agricolo. Inoltre, il numero delle aziende agricole censite nel 2020 si era ridotto, sempre rispetto al 1982, del 63,8%, il che significa che sono scomparse quasi due aziende agricole su tre. La velocità di riduzione è stata più accentuata negli ultimi vent’anni: nel 2020, infatti, il numero di aziende agricole è stato di 1,1 milioni, più che dimezzato ai 2,4 milioni censito nel 2000.
Anche il numero delle persone che lavorano in agricoltura si è drasticamente ridotto, di un milione tondo di unità in appena un decennio, passando dai 3,8 milioni del 2010 ai 2,8 milioni del 2020.
La polverizzazione della produzione agricola italiana è rimasta ancora fortissima: è una economia di sopravvivenza, visto che, sempre nel 2020, il numero delle aziende agricole gestito nella forma di azienda individuale o familiare è stato pari al 93,5% del totale delle aziende censite, coltivando il 72,7% del totale della superficie agricola utilizzata (SAU).
E ancora, le aziende che nel 2020 avevano a disposizione fino a 3 ettari di terra erano ben 579 mila, pari al 51% del totale di 1 milione e 133 mila di aziende censite.
Come se non bastasse, anche la Commissione europea ha dovuto confermare la situazione di enorme povertà di chi lavora nel settore agricolo: il reddito familiare di una famiglia contadina (farm family) è ancora enormemente più basso rispetto agli stipendi degli impiegati dell’intera economia della EU-27: nel 2005 arrivava appena al 30,6% ed ancora nel 2020 era ancora della metà, con il 49,1%. Il più confortante 64% che è stato registrato nel 2022 è un dato troppo influenzato dai violenti fenomeni inflazionistici verificatisi di recente
https://agriculture.ec.europa.eu/common-agricultural-policy/income-support/income-support-explained_it#whyfarmersneedsupport
https://agriculture.ec.europa.eu/common-agricultural-policy/cap-overview/cap-glance_it
Nonostante questa amara constatazione e la conferma della necessità di provvedere ad integrare il reddito di chi lavora in agricoltura mediante pagamenti diretti, il mantra ambientalista ha scaricato sull’agricoltura l’intero peso della biodiversità.
Gli obiettivi della nuova PAC, la Politica Agricola Comune, che è entrata in vigore dal 1° gennaio del 2023, prevedono infatti di:
- ripristinare, conservare e migliorare la biodiversità nelle aziende agricole;
- preservare e mantenere le caratteristiche del paesaggio;
- conservare e valorizzare le diverse risorse genetiche;
- facilitare l’ampia gamma di servizi ecosistemici resi possibili dalla biodiversità.
In termini concreti, entro il 2030, si deve:
- espandere la rete “Natura 2000” in modo che il 30% del territorio dell’UE sia protetto;
- collocare almeno il 10% della superficie agricola in elementi paesaggistici a elevata diversità;
- destinare almeno il 25% dei terreni agricoli all’agricoltura biologica;
- ridurre la perdita di nutrienti da fertilizzanti di almeno il 50% e ridurre il rischio e l’uso di pesticidi chimici del 50%.
C’è un primo punto di assoluta criticità: i produttori di concimi, di pesticidi e di sementi continueranno a praticare i prezzi che credono e non avranno nessun vincolo da rispettare, né alcun obiettivo stringente in termini di investimenti in ricerca e sviluppo ai fini di migliorare la qualità dell’ambiente e la biodiversità.
In secondo luogo, neppure gli operatori dei mercati all’ingrosso e la grande distribuzione organizzata sono stati chiamati a garantire giusti margini di compenso agli agricoltori, che spesso vendono sottocosto pur di rientrare in qualche modo nelle spese già sostenute. Solo la vendita diretta al pubblico da parte degli agricoltori consente loro di avere maggiori margini di guadagno: ma di questo, non si parla.
C’è un terzo aspetto, ancora più importante. Per quanto riguarda l’Italia, i Censimenti hanno rilevato che in quarant’anni la superficie agricola totale si è ridotta di un terzo: è una enorme quantità di terra, pari come abbiamo visto a oltre due volte la superficie della Sicilia, che solo in parte è stata utilizzata a fini edilizi. Nella terra abbandonata dall’agricoltura, certamente la meno fertile da coltivare, la natura e quindi la biodiversità hanno certamente ripreso il sopravvento, insieme al degrado del territorio: ma anche di questo non si discute.
Si scarica tutto sugli agricoltori: sono loro i veri forzati della terra, illusi di poter decidere del futuro solo perché padroni di appena un fazzoletto di terra.
Fonte
La morsa economica in cui vivono gli agricoltori fa davvero paura, stretti come sono tra costi incomprimibili e ricavi non trattabili: non solo si fanno una concorrenza spietata tra di loro, ma tanto nei costi di produzione quanto nei ricavi delle vendite hanno a che fare con imprese multinazionali o con grossisti che operano in regime di oligopolio, colludendo.
In Italia, poi, da quarant’anni a questa parte, dal censimento del 1982, la superficie agricola totale si è ridotta di ben 59 mila Kmq, una superficie più che doppia rispetto a quella dell’intera Sicilia che non arriva a 26 mila Kmq. Questi sono i dati rilevati dall’Istat, che nel 2020 ha effettuato il 7° censimento agricolo. Inoltre, il numero delle aziende agricole censite nel 2020 si era ridotto, sempre rispetto al 1982, del 63,8%, il che significa che sono scomparse quasi due aziende agricole su tre. La velocità di riduzione è stata più accentuata negli ultimi vent’anni: nel 2020, infatti, il numero di aziende agricole è stato di 1,1 milioni, più che dimezzato ai 2,4 milioni censito nel 2000.
Anche il numero delle persone che lavorano in agricoltura si è drasticamente ridotto, di un milione tondo di unità in appena un decennio, passando dai 3,8 milioni del 2010 ai 2,8 milioni del 2020.
La polverizzazione della produzione agricola italiana è rimasta ancora fortissima: è una economia di sopravvivenza, visto che, sempre nel 2020, il numero delle aziende agricole gestito nella forma di azienda individuale o familiare è stato pari al 93,5% del totale delle aziende censite, coltivando il 72,7% del totale della superficie agricola utilizzata (SAU).
E ancora, le aziende che nel 2020 avevano a disposizione fino a 3 ettari di terra erano ben 579 mila, pari al 51% del totale di 1 milione e 133 mila di aziende censite.
Come se non bastasse, anche la Commissione europea ha dovuto confermare la situazione di enorme povertà di chi lavora nel settore agricolo: il reddito familiare di una famiglia contadina (farm family) è ancora enormemente più basso rispetto agli stipendi degli impiegati dell’intera economia della EU-27: nel 2005 arrivava appena al 30,6% ed ancora nel 2020 era ancora della metà, con il 49,1%. Il più confortante 64% che è stato registrato nel 2022 è un dato troppo influenzato dai violenti fenomeni inflazionistici verificatisi di recente
https://agriculture.ec.europa.eu/common-agricultural-policy/income-support/income-support-explained_it#whyfarmersneedsupport
https://agriculture.ec.europa.eu/common-agricultural-policy/cap-overview/cap-glance_it
Nonostante questa amara constatazione e la conferma della necessità di provvedere ad integrare il reddito di chi lavora in agricoltura mediante pagamenti diretti, il mantra ambientalista ha scaricato sull’agricoltura l’intero peso della biodiversità.
Gli obiettivi della nuova PAC, la Politica Agricola Comune, che è entrata in vigore dal 1° gennaio del 2023, prevedono infatti di:
- ripristinare, conservare e migliorare la biodiversità nelle aziende agricole;
- preservare e mantenere le caratteristiche del paesaggio;
- conservare e valorizzare le diverse risorse genetiche;
- facilitare l’ampia gamma di servizi ecosistemici resi possibili dalla biodiversità.
In termini concreti, entro il 2030, si deve:
- espandere la rete “Natura 2000” in modo che il 30% del territorio dell’UE sia protetto;
- collocare almeno il 10% della superficie agricola in elementi paesaggistici a elevata diversità;
- destinare almeno il 25% dei terreni agricoli all’agricoltura biologica;
- ridurre la perdita di nutrienti da fertilizzanti di almeno il 50% e ridurre il rischio e l’uso di pesticidi chimici del 50%.
C’è un primo punto di assoluta criticità: i produttori di concimi, di pesticidi e di sementi continueranno a praticare i prezzi che credono e non avranno nessun vincolo da rispettare, né alcun obiettivo stringente in termini di investimenti in ricerca e sviluppo ai fini di migliorare la qualità dell’ambiente e la biodiversità.
In secondo luogo, neppure gli operatori dei mercati all’ingrosso e la grande distribuzione organizzata sono stati chiamati a garantire giusti margini di compenso agli agricoltori, che spesso vendono sottocosto pur di rientrare in qualche modo nelle spese già sostenute. Solo la vendita diretta al pubblico da parte degli agricoltori consente loro di avere maggiori margini di guadagno: ma di questo, non si parla.
C’è un terzo aspetto, ancora più importante. Per quanto riguarda l’Italia, i Censimenti hanno rilevato che in quarant’anni la superficie agricola totale si è ridotta di un terzo: è una enorme quantità di terra, pari come abbiamo visto a oltre due volte la superficie della Sicilia, che solo in parte è stata utilizzata a fini edilizi. Nella terra abbandonata dall’agricoltura, certamente la meno fertile da coltivare, la natura e quindi la biodiversità hanno certamente ripreso il sopravvento, insieme al degrado del territorio: ma anche di questo non si discute.
Si scarica tutto sugli agricoltori: sono loro i veri forzati della terra, illusi di poter decidere del futuro solo perché padroni di appena un fazzoletto di terra.
Fonte
18/01/2024
Biodiversità come mito, biotecnologie come business
di Guido Salerno Aletta
La schizofrenia non è una malattia, a Bruxelles, ma una ben sperimentata tecnica di governo: basta dare ragione a tutte le proposte più estreme, dagli ecologisti che chiedono il ritorno alla Natura incontaminata alle Multinazionali che continuano a dettare legge con le loro tecnologie in campo agricolo e nella alimentazione sintetica, per vantarsi di essere sempre all'avanguardia.
La prospettiva è di trasformare l'Europa in una sorta di Zoo.
Accanto all'obiettivo della "rinaturalizzazione" del territorio, creando delle vere e proprie isole in cui la Natura tornerà ad essere incontaminata, con le specie naturali libere di riprodursi e la biodiversità ad essere la regola, si pongono limiti sempre più stringenti all'agricoltura, giustificati dalla necessità di combattere l'abuso dei concimi chimici che bruciano il terreno, i diserbanti asserviti alle singole varietà coltivate, i pesticidi che da una parte contrastano gli insetti e gli organismi patogeni e dall'altra annientano gli agenti impollinatori, come le api. Nel settore dell'allevamento, si impongono giuste regole sul benessere animale, con il divieto di gabbie anguste e di metodi strazianti per l'abbattimento dei capi.
Il problema, in fondo, è uno solo: il passaggio che si è avuto dall'agricoltura tradizionale, quella condotta dai piccoli proprietari terrieri, a quella intensiva su base industriale in cui gli ettari ed i capi allevati si contano a migliaia. La maggiore produttività di quest'ultimo sistema ha spinto i piccoli agricoltori ed allevatori ad entrare in concorrenza spietata con le imprese di grandi dimensioni, adottando metodi di sfruttamento ancora più feroci nella coltivazione della terra e di alimentazione degli animali: solo così possono cercare di sopravvivere.
Le conseguenze in campo agricolo sono state devastanti: le tantissime varietà tradizionali sono state abbandonate a favore delle poche sementi sempre più produttive, messe a disposizione dalle multinazionali insieme ai necessari concimi chimici ed ai diserbanti. La Grande Distribuzione Organizzata, che domina il mercato alimentare, ha fatto anch'essa la sua parte: ha bisogno di standard qualitativi elevati, e soprattutto di varietà di frutta e di verdura che non marciscano velocemente tra il momento della raccolta e quello della vendita nei supermercati. A ritroso, questo ha reso necessario abbandonare le tante varietà agricole tradizionali, meno produttive e meno resistenti.
Questi sono i fattori che hanno ridotto la biodiversità in campo agricolo e nell'allevamento, creando un sistema ecologicamente non sostenibile ed economicamente penalizzante per i piccoli operatori. I margini di profitto si sono spostati a favore delle Multinazionali e della Grande Distribuzione.
Qui sta il paradosso di Bruxelles: per contrastare l'innegabile degrado dei terreni dal punto pedologico, l'inquinamento delle acque sotterranee e la riduzione delle varietà coltivate ed allevate, propone di ridurre le aree destinate ad uso agricolo. In pratica, si passa dai Parchi e dalle Riserve naturali alle Aree di Rinaturalizzazione.
La conseguenza di questa decisione è aberrante: voler ridurre il territorio da destinare all'agricoltura, per restituirlo alla Natura incontaminata, significa dover sfruttare maggiormente quello che rimane. Invece di favorire il ritorno all'agricoltura sostenibile e all'allevamento brado, si aumenta il differenziale naturalistico tra le aree protette e le aree coltivate.
Ed è paradossale il capovolgimento della logica secondo cui "Chi inquina, paga!": al consumatore, le carni o le uova da allevamento e da agricoltura biologica devono costare di meno, e non di più, rispetto a quelle che provengono da una filiera produttiva che abusa di mangimi industriali, di concimi chimici, di diserbanti e di pesticidi di ogni sorta.
Non è un caso, a questo punto, che la Food and Drug Administration statunitense abbia già dato la sua autorizzazione alla commercializzazione della carne di pollo prodotta in laboratorio: dopo gli OGM in agricoltura, le Multinazionali puntano a spiantare l'allevamento tradizionale con la carne sintetica. Gli ecologisti sarebbero pure d'accordo: non ci sono solo le deiezioni degli animali che inquinano, ma c'è pure la CO2 che emettono a danneggiare l'ambiente!
In fondo, perché mai le Multinazionali delle biotecnologie si dovrebbero opporre alla strategia di "Rinaturalizzazione" del territorio? È questa scelta, solo apparentemente ecologica, che renderà invece necessarie tecniche produttive sempre più industrializzate ed artificiali mentre danneggia quelle agricole e di allevamento a basso impatto ambientale e che salvaguardano la vera biodiversità in campo alimentare.
Fonte
La schizofrenia non è una malattia, a Bruxelles, ma una ben sperimentata tecnica di governo: basta dare ragione a tutte le proposte più estreme, dagli ecologisti che chiedono il ritorno alla Natura incontaminata alle Multinazionali che continuano a dettare legge con le loro tecnologie in campo agricolo e nella alimentazione sintetica, per vantarsi di essere sempre all'avanguardia.
La prospettiva è di trasformare l'Europa in una sorta di Zoo.
Accanto all'obiettivo della "rinaturalizzazione" del territorio, creando delle vere e proprie isole in cui la Natura tornerà ad essere incontaminata, con le specie naturali libere di riprodursi e la biodiversità ad essere la regola, si pongono limiti sempre più stringenti all'agricoltura, giustificati dalla necessità di combattere l'abuso dei concimi chimici che bruciano il terreno, i diserbanti asserviti alle singole varietà coltivate, i pesticidi che da una parte contrastano gli insetti e gli organismi patogeni e dall'altra annientano gli agenti impollinatori, come le api. Nel settore dell'allevamento, si impongono giuste regole sul benessere animale, con il divieto di gabbie anguste e di metodi strazianti per l'abbattimento dei capi.
Il problema, in fondo, è uno solo: il passaggio che si è avuto dall'agricoltura tradizionale, quella condotta dai piccoli proprietari terrieri, a quella intensiva su base industriale in cui gli ettari ed i capi allevati si contano a migliaia. La maggiore produttività di quest'ultimo sistema ha spinto i piccoli agricoltori ed allevatori ad entrare in concorrenza spietata con le imprese di grandi dimensioni, adottando metodi di sfruttamento ancora più feroci nella coltivazione della terra e di alimentazione degli animali: solo così possono cercare di sopravvivere.
Le conseguenze in campo agricolo sono state devastanti: le tantissime varietà tradizionali sono state abbandonate a favore delle poche sementi sempre più produttive, messe a disposizione dalle multinazionali insieme ai necessari concimi chimici ed ai diserbanti. La Grande Distribuzione Organizzata, che domina il mercato alimentare, ha fatto anch'essa la sua parte: ha bisogno di standard qualitativi elevati, e soprattutto di varietà di frutta e di verdura che non marciscano velocemente tra il momento della raccolta e quello della vendita nei supermercati. A ritroso, questo ha reso necessario abbandonare le tante varietà agricole tradizionali, meno produttive e meno resistenti.
Questi sono i fattori che hanno ridotto la biodiversità in campo agricolo e nell'allevamento, creando un sistema ecologicamente non sostenibile ed economicamente penalizzante per i piccoli operatori. I margini di profitto si sono spostati a favore delle Multinazionali e della Grande Distribuzione.
Qui sta il paradosso di Bruxelles: per contrastare l'innegabile degrado dei terreni dal punto pedologico, l'inquinamento delle acque sotterranee e la riduzione delle varietà coltivate ed allevate, propone di ridurre le aree destinate ad uso agricolo. In pratica, si passa dai Parchi e dalle Riserve naturali alle Aree di Rinaturalizzazione.
La conseguenza di questa decisione è aberrante: voler ridurre il territorio da destinare all'agricoltura, per restituirlo alla Natura incontaminata, significa dover sfruttare maggiormente quello che rimane. Invece di favorire il ritorno all'agricoltura sostenibile e all'allevamento brado, si aumenta il differenziale naturalistico tra le aree protette e le aree coltivate.
Ed è paradossale il capovolgimento della logica secondo cui "Chi inquina, paga!": al consumatore, le carni o le uova da allevamento e da agricoltura biologica devono costare di meno, e non di più, rispetto a quelle che provengono da una filiera produttiva che abusa di mangimi industriali, di concimi chimici, di diserbanti e di pesticidi di ogni sorta.
Non è un caso, a questo punto, che la Food and Drug Administration statunitense abbia già dato la sua autorizzazione alla commercializzazione della carne di pollo prodotta in laboratorio: dopo gli OGM in agricoltura, le Multinazionali puntano a spiantare l'allevamento tradizionale con la carne sintetica. Gli ecologisti sarebbero pure d'accordo: non ci sono solo le deiezioni degli animali che inquinano, ma c'è pure la CO2 che emettono a danneggiare l'ambiente!
In fondo, perché mai le Multinazionali delle biotecnologie si dovrebbero opporre alla strategia di "Rinaturalizzazione" del territorio? È questa scelta, solo apparentemente ecologica, che renderà invece necessarie tecniche produttive sempre più industrializzate ed artificiali mentre danneggia quelle agricole e di allevamento a basso impatto ambientale e che salvaguardano la vera biodiversità in campo alimentare.
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09/01/2022
La Coop sono loro e voi siete le palle di NataleLa Coop sono loro e voi siete le palle di Natale
Tra Natale e Capodanno 2021, all’ingresso della Coop di piazza Leopoldo (Firenze), spiccava un grosso albero di Natale al quale erano appese le foto dei lavoratori sorridenti della filiale.
Immagino che quelle foto non fossero state nè scattate, nè appese, a quell’albero, per spontanea iniziativa dei lavoratori ma, piuttosto, in seguito ad una severa circolare aziendale contenente un ordine preciso accompagnato da una classica rampogna sull’importanza capitale dell’immagine aziendale e su quanto ciò dipenda dalla condotta e dagli atteggiamenti favorevoli alla Sacra Azienda da parte dei “suoi” lavoratori.
In uno di quei giorni, caratterizzati dall’ascesa della nuova variante del covid, omicron, mentre aspettavo in fila per pagare la mia spesa, una cassiera, richiamando una cliente che stava tenendo la mascherina sotto il naso, la informava pure che quasi 40 di loro erano a casa, in quarantena con il covid, peraltro, dal 1° gennaio 2022, grazie al governo Draghi, senza percepire un euro di indennità dall’INPS.
E, allora, mi sono tornate in mente due storie di lavoratori della Coop.
La prima risale al 2013, quando Unicoop Firenze sporse denuncia contro ignoti per ammanchi nel magazzino di Scandicci. Furono istallate videocamere da parte dei carabinieri che riprendevano e registravano immagini in una zona particolare all’interno del magazzino stesso: la cosiddetta “gabbia dei rotti”.
Una vera e propria gabbia dove viene accatastata la merce che si danneggia giornalmente durante la normale movimentazione. Questa merce non era più vendibile e veniva, per lo più, gettata nel cassonetto e solo quel po’ che era recuperabile veniva dato in beneficenza.
Era prassi diffusa e consolidata che i dipendenti potessero consumare questi prodotti soprattutto durante i lunghi turni di notte. Ciò nonostante, 23 lavoratori vennero indagati per furto e appropriazione indebita ed Unicoop Firenze licenziò ben 7 dipendenti.
La reazione dei lavoratori fu veemente e la vertenza assunse presto un certo rilievo mediatico che portò anche ad un confronto televisivo nella trasmissione “Mi manda Rai Tre”, tra alcuni lavoratori licenziati, l’allora presidente del consiglio di gestione, Armando Vanni, nonché il responsabile delle risorse umane, Piero Forconi.
La coppia di dirigenti inanellò una serie di gaffes tanto che il video della trasmissione diventò presto un cult tra i lavoratori Unicoop Firenze dei magazzini. La linea intransigente di Unicoop era ”i ladri vanno sempre e comunque puniti!” ma faceva letteralmente a pugni con la realtà dei fatti: prendere quei prodotti che andavano gettati e che non avevano nessun valore commerciale era uso consolidato da sempre.
Se Unicoop avesse voluto impedirlo, sarebbe stata sufficiente una semplice circolare interna. Apparve subito chiaro che l’obiettivo di Unicoop Firenze era quello di colpire alcuni lavoratori dei magazzini col primo pretesto utile. Alla fine i lavoratori licenziati furono tutti reintegrati per decisione del giudice.
La seconda è del 2019. In questo caso una commessa (separata con due figli a carico) addetta al reparto pescheria in una Coop di Firenze, venne licenziata per aver regalato due gamberetti dal valore di 21 centesimi a un cliente anziano che li aveva chiesti per fare un test allergico.
Peraltro, la lavoratrice si era semplicemente attenuta ad una vecchia consuetudine che era stata ribadita da tutti i caporeparto che si erano avvicendati, negli anni, alla guida di quel settore.
Tutti meno l’ultimo che, pare, da ex delegato di un assai importante sindacato, da sempre in simbiosi con l’azienda, aveva deciso di usare quella vicenda per farsi notare dai dirigenti per gran zelo, determinazione e particolare ferocia nei confronti dei lavoratori.
Dopo una causa di due anni, quella lavoratrice è stata reintegrata con riconoscimento di 12 mensilità arretrate e spese processuali. A maggio 2021, infatti, l’Unione Sindacale di Base ha vinto la vertenza contro Unicoop Firenze per licenziamento illegittimo della lavoratrice addetta al reparto pescheria del supermercato Coop di Carlo del Prete, a Firenze.
D’altronde cosa aspettarsi da una ex cooperativa di lavoratori che utilizza i risparmi dei loro soci non di certo per migliorare i servizi ai soci ma per dedicarsi alla speculazione finanziaria?
Le prime cooperative di lavoratori si svilupparono soprattutto nel nord industriale, dove operavano le Società Operaie e le Società di Mutuo Soccorso; dopo la promulgazione dello Statuto Albertino, la Società degli Operai di Torino diede vita alla prima cooperativa italiana, il Magazzino di Previdenza (1854), per arrestare gli effetti di una grave carestia agricola ed il conseguente rincaro dei prezzi. In pratica le cooperative acquistavano grossi quantitativi di prodotti – alimentari e non – dai grossisti per poi rivenderli ai soci-lavoratori a prezzo di costo: un modo per salvaguardarne il potere d’acquisto.
Con 14,3 miliardi di Euro di fatturato totale nel 2021 di cui il 95% realizzato da 7 grandi cooperative, Coop rappresenta, oggi, la più importante attività economica commerciale nel mondo delle cooperative nel nostro Paese (solo Unicoop Firenze, nel 2021, ha registrato un patrimonio netto, pari a 1.705 milioni di euro).
Nel dettaglio le sette sorelle Coop presentano a bilancio (2019) un ammontare aggregato di investimenti finanziari a breve e medio-lungo termine (Obbligazioni, Titoli di Stato, Azioni) per 5,3 miliardi di Euro (pari ad un terzo dell’attivo), ed una raccolta di denaro fra i propri soci (prestito sociale) di 8 miliardi di Euro (pari al 40% del passivo).
La Coop lo chiama “prestito sociale”, senza però spiegare ai soci che il “prestito soci” è un capitale messo a rischio nell’impresa, sia essa una coop o una società di capitali. Ma che ci fa la Coop con tutti quei soldi? Ci fa quello che ci fa una qualsiasi merchant bank o “banca d’affari”: fornisce prestiti di capitale alle imprese, partecipando ai loro rischi, e collocando titoli di tali compagnie in borsa.
Ed evitate di commuovervi quando leggete sui prodotti Coop che provengono da filiere “che non fanno ricorso al caporalato, allo sfruttamento dei migranti e dell’ambiente” e “che rispettano un modello di agricoltura sostenibile”.
Ci hanno pensato quelli di Report a smentire la presunta alterità della Coop anche su questo piano con una vecchia inchiesta ancora visionabile su Raiplay. Tutta la grande distribuzione commerciale Italiana si basa sulle “filiere sporche” in cui lavorano i migranti in condizioni miserabili e per pochissimi euro l’ora, sotto il continuo ricatto di una espulsione o di una detenzione infinita in quei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) che altro non sono che moderni lager in cui vengono calpestati, ogni giorno, i più elementari diritti umani.
Fonte
Immagino che quelle foto non fossero state nè scattate, nè appese, a quell’albero, per spontanea iniziativa dei lavoratori ma, piuttosto, in seguito ad una severa circolare aziendale contenente un ordine preciso accompagnato da una classica rampogna sull’importanza capitale dell’immagine aziendale e su quanto ciò dipenda dalla condotta e dagli atteggiamenti favorevoli alla Sacra Azienda da parte dei “suoi” lavoratori.
In uno di quei giorni, caratterizzati dall’ascesa della nuova variante del covid, omicron, mentre aspettavo in fila per pagare la mia spesa, una cassiera, richiamando una cliente che stava tenendo la mascherina sotto il naso, la informava pure che quasi 40 di loro erano a casa, in quarantena con il covid, peraltro, dal 1° gennaio 2022, grazie al governo Draghi, senza percepire un euro di indennità dall’INPS.
E, allora, mi sono tornate in mente due storie di lavoratori della Coop.
La prima risale al 2013, quando Unicoop Firenze sporse denuncia contro ignoti per ammanchi nel magazzino di Scandicci. Furono istallate videocamere da parte dei carabinieri che riprendevano e registravano immagini in una zona particolare all’interno del magazzino stesso: la cosiddetta “gabbia dei rotti”.
Una vera e propria gabbia dove viene accatastata la merce che si danneggia giornalmente durante la normale movimentazione. Questa merce non era più vendibile e veniva, per lo più, gettata nel cassonetto e solo quel po’ che era recuperabile veniva dato in beneficenza.
Era prassi diffusa e consolidata che i dipendenti potessero consumare questi prodotti soprattutto durante i lunghi turni di notte. Ciò nonostante, 23 lavoratori vennero indagati per furto e appropriazione indebita ed Unicoop Firenze licenziò ben 7 dipendenti.
La reazione dei lavoratori fu veemente e la vertenza assunse presto un certo rilievo mediatico che portò anche ad un confronto televisivo nella trasmissione “Mi manda Rai Tre”, tra alcuni lavoratori licenziati, l’allora presidente del consiglio di gestione, Armando Vanni, nonché il responsabile delle risorse umane, Piero Forconi.
La coppia di dirigenti inanellò una serie di gaffes tanto che il video della trasmissione diventò presto un cult tra i lavoratori Unicoop Firenze dei magazzini. La linea intransigente di Unicoop era ”i ladri vanno sempre e comunque puniti!” ma faceva letteralmente a pugni con la realtà dei fatti: prendere quei prodotti che andavano gettati e che non avevano nessun valore commerciale era uso consolidato da sempre.
Se Unicoop avesse voluto impedirlo, sarebbe stata sufficiente una semplice circolare interna. Apparve subito chiaro che l’obiettivo di Unicoop Firenze era quello di colpire alcuni lavoratori dei magazzini col primo pretesto utile. Alla fine i lavoratori licenziati furono tutti reintegrati per decisione del giudice.
La seconda è del 2019. In questo caso una commessa (separata con due figli a carico) addetta al reparto pescheria in una Coop di Firenze, venne licenziata per aver regalato due gamberetti dal valore di 21 centesimi a un cliente anziano che li aveva chiesti per fare un test allergico.
Peraltro, la lavoratrice si era semplicemente attenuta ad una vecchia consuetudine che era stata ribadita da tutti i caporeparto che si erano avvicendati, negli anni, alla guida di quel settore.
Tutti meno l’ultimo che, pare, da ex delegato di un assai importante sindacato, da sempre in simbiosi con l’azienda, aveva deciso di usare quella vicenda per farsi notare dai dirigenti per gran zelo, determinazione e particolare ferocia nei confronti dei lavoratori.
Dopo una causa di due anni, quella lavoratrice è stata reintegrata con riconoscimento di 12 mensilità arretrate e spese processuali. A maggio 2021, infatti, l’Unione Sindacale di Base ha vinto la vertenza contro Unicoop Firenze per licenziamento illegittimo della lavoratrice addetta al reparto pescheria del supermercato Coop di Carlo del Prete, a Firenze.
D’altronde cosa aspettarsi da una ex cooperativa di lavoratori che utilizza i risparmi dei loro soci non di certo per migliorare i servizi ai soci ma per dedicarsi alla speculazione finanziaria?
Le prime cooperative di lavoratori si svilupparono soprattutto nel nord industriale, dove operavano le Società Operaie e le Società di Mutuo Soccorso; dopo la promulgazione dello Statuto Albertino, la Società degli Operai di Torino diede vita alla prima cooperativa italiana, il Magazzino di Previdenza (1854), per arrestare gli effetti di una grave carestia agricola ed il conseguente rincaro dei prezzi. In pratica le cooperative acquistavano grossi quantitativi di prodotti – alimentari e non – dai grossisti per poi rivenderli ai soci-lavoratori a prezzo di costo: un modo per salvaguardarne il potere d’acquisto.
Con 14,3 miliardi di Euro di fatturato totale nel 2021 di cui il 95% realizzato da 7 grandi cooperative, Coop rappresenta, oggi, la più importante attività economica commerciale nel mondo delle cooperative nel nostro Paese (solo Unicoop Firenze, nel 2021, ha registrato un patrimonio netto, pari a 1.705 milioni di euro).
Nel dettaglio le sette sorelle Coop presentano a bilancio (2019) un ammontare aggregato di investimenti finanziari a breve e medio-lungo termine (Obbligazioni, Titoli di Stato, Azioni) per 5,3 miliardi di Euro (pari ad un terzo dell’attivo), ed una raccolta di denaro fra i propri soci (prestito sociale) di 8 miliardi di Euro (pari al 40% del passivo).
La Coop lo chiama “prestito sociale”, senza però spiegare ai soci che il “prestito soci” è un capitale messo a rischio nell’impresa, sia essa una coop o una società di capitali. Ma che ci fa la Coop con tutti quei soldi? Ci fa quello che ci fa una qualsiasi merchant bank o “banca d’affari”: fornisce prestiti di capitale alle imprese, partecipando ai loro rischi, e collocando titoli di tali compagnie in borsa.
Ed evitate di commuovervi quando leggete sui prodotti Coop che provengono da filiere “che non fanno ricorso al caporalato, allo sfruttamento dei migranti e dell’ambiente” e “che rispettano un modello di agricoltura sostenibile”.
Ci hanno pensato quelli di Report a smentire la presunta alterità della Coop anche su questo piano con una vecchia inchiesta ancora visionabile su Raiplay. Tutta la grande distribuzione commerciale Italiana si basa sulle “filiere sporche” in cui lavorano i migranti in condizioni miserabili e per pochissimi euro l’ora, sotto il continuo ricatto di una espulsione o di una detenzione infinita in quei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) che altro non sono che moderni lager in cui vengono calpestati, ogni giorno, i più elementari diritti umani.
Fonte
08/05/2020
Aumenti dei prezzi durante l‘emergenza sanitaria. Indaga l’Antitrust
Sui rincari di beni alimentari e detergenti durante l’emergenza coronavirus, è stata avviata una indagine dell’Authority Antitrust.
L’authority ha inviato richieste di informazioni a numerosi aziende della grande distribuzione “per acquisire dati sull’andamento dei prezzi di vendita al dettaglio e dei prezzi di acquisto all’ingrosso di generi alimentari di prima necessità, detergenti, disinfettanti e guanti, per individuare eventuali fenomeni di sfruttamento dell’emergenza sanitaria a base dell’aumento di tali prezzi”.
Le richieste di informazioni riguardano oltre 3.800 punti vendita, soprattutto nell’Italia centrale e meridionale, pari a circa l’85% del totale censito da Nielsen nelle province interessate.
Dalle analisi preliminari svolte sui dati Istat, secondo l’Antitrust “sono emersi a marzo, per i prodotti alimentari, aumenti dei prezzi rispetto a quelli correnti nei mesi precedenti differenziati a livello provinciale. I maggiori aumenti si riscontrano in aree non interessate da ‘zone rosse’ o da misure rafforzate di contenimento della mobilità”.
L’Antitrust si è dovuta mettere all’opera sulla base di segnalazioni che indicavano un aumento dei prezzi nelle settimane di piena emergenza coronavirus e che molti di noi hanno potuto verificare sulla base di dati empirici.
Se prima due borse di spesa al supermercato si portavano via un po' più di cinquanta euro, in questo periodo ne abbiamo lasciato alle casse almeno una settantina per un paniere di prodotti simile a quello dei mesi precedenti. Una verifica analoga è registrabile anche nella spesa nei mercati rionali per i prodotti freschi ortofrutticoli. E non ci si venga a parlare di “percezione”, perchè il dato è facilmente rilevabile dagli effetti concreti sui portafogli delle famiglie.
I principali destinatari delle richieste di informazioni sono: Carrefour Italia, MD, Lidl, Eurospin, F.lli Arena, alcune cooperative Conad (Conad Sicilia, Conad Nord-Ovest, PAC 2000, Conad Adriatico, nonché Margherita Distribuzione), alcune cooperative e master franchisor Coop (Unicoop Firenze, Unicoop Tirreno, Coop Centro Italia, Coop Liguria, Novacoop, Coop Alleanza 3.0, Tatò Paride), diversi Ce.Di. aderenti a SISA (per esempio SISA Sicilia), SIGMA (per esempio Ce.Di. Sigma Campania) e CRAI (per esempio CRAI Regina).
L’Antitrust “ha ritenuto di non poter escludere che tali maggiori aumenti siano dovuti anche a fenomeni speculativi.
Infatti, non tutti gli aumenti osservati appaiono immediatamente riconducibili a motivazioni di ordine strutturale, come il maggior peso degli acquisti nei negozi di vicinato, la minore concorrenza tra punti vendita a causa delle limitazioni alla mobilità dei consumatori, le tensioni a livello di offerta causate dal forte aumento della domanda di alcuni beni durante il lockdown e dalle limitazioni alla produzione e ai trasporti indotte dalle misure di contenimento dell’epidemia”.
Fonte
L’authority ha inviato richieste di informazioni a numerosi aziende della grande distribuzione “per acquisire dati sull’andamento dei prezzi di vendita al dettaglio e dei prezzi di acquisto all’ingrosso di generi alimentari di prima necessità, detergenti, disinfettanti e guanti, per individuare eventuali fenomeni di sfruttamento dell’emergenza sanitaria a base dell’aumento di tali prezzi”.
Le richieste di informazioni riguardano oltre 3.800 punti vendita, soprattutto nell’Italia centrale e meridionale, pari a circa l’85% del totale censito da Nielsen nelle province interessate.
Dalle analisi preliminari svolte sui dati Istat, secondo l’Antitrust “sono emersi a marzo, per i prodotti alimentari, aumenti dei prezzi rispetto a quelli correnti nei mesi precedenti differenziati a livello provinciale. I maggiori aumenti si riscontrano in aree non interessate da ‘zone rosse’ o da misure rafforzate di contenimento della mobilità”.
L’Antitrust si è dovuta mettere all’opera sulla base di segnalazioni che indicavano un aumento dei prezzi nelle settimane di piena emergenza coronavirus e che molti di noi hanno potuto verificare sulla base di dati empirici.
Se prima due borse di spesa al supermercato si portavano via un po' più di cinquanta euro, in questo periodo ne abbiamo lasciato alle casse almeno una settantina per un paniere di prodotti simile a quello dei mesi precedenti. Una verifica analoga è registrabile anche nella spesa nei mercati rionali per i prodotti freschi ortofrutticoli. E non ci si venga a parlare di “percezione”, perchè il dato è facilmente rilevabile dagli effetti concreti sui portafogli delle famiglie.
I principali destinatari delle richieste di informazioni sono: Carrefour Italia, MD, Lidl, Eurospin, F.lli Arena, alcune cooperative Conad (Conad Sicilia, Conad Nord-Ovest, PAC 2000, Conad Adriatico, nonché Margherita Distribuzione), alcune cooperative e master franchisor Coop (Unicoop Firenze, Unicoop Tirreno, Coop Centro Italia, Coop Liguria, Novacoop, Coop Alleanza 3.0, Tatò Paride), diversi Ce.Di. aderenti a SISA (per esempio SISA Sicilia), SIGMA (per esempio Ce.Di. Sigma Campania) e CRAI (per esempio CRAI Regina).
L’Antitrust “ha ritenuto di non poter escludere che tali maggiori aumenti siano dovuti anche a fenomeni speculativi.
Infatti, non tutti gli aumenti osservati appaiono immediatamente riconducibili a motivazioni di ordine strutturale, come il maggior peso degli acquisti nei negozi di vicinato, la minore concorrenza tra punti vendita a causa delle limitazioni alla mobilità dei consumatori, le tensioni a livello di offerta causate dal forte aumento della domanda di alcuni beni durante il lockdown e dalle limitazioni alla produzione e ai trasporti indotte dalle misure di contenimento dell’epidemia”.
Fonte
19/11/2018
Se sei giorni vi sembran pochi
Negli ultimi mesi si è discusso vivacemente, sebbene a singhiozzo, della proposta del Governo di limitare più o meno drasticamente la possibilità di apertura degli esercizi commerciali nei giorni festivi, incluse le domeniche. L’argomento è stato ripreso di recente per l’approssimarsi della possibile approvazione del progetto di legge. Ne è nato un interessante dibattito dominato da reazioni scomposte da parte degli alfieri del neoliberismo a oltranza, ultime delle quali la sparata a sfondo razzista dell’ineffabile sindaco piddino Sala e la netta presa di posizione del Presidente della Regione Liguria Toti.
Vediamo quali sono i termini di fondo della questione.
La liberalizzazione dei mercati, dall’ultimo decennio del secolo scorso, è divenuta un mantra ripetuto ossessivamente da economisti e politici di turno come la panacea di ogni male, la liberazione da quelle rigidità e compressioni della libertà imprenditoriale che, secondo il dogma neoliberale, avrebbero funestato i sistemi a economia mista nel trentennio post-bellico. La limitazione della libera concorrenza, in un contesto dirigista di stretta regolamentazione dei mercati era, assieme alla forte presenza dello Stato imprenditore, un pilastro essenziale del funzionamento delle politiche industriali fino ai tempi della controrivoluzione liberista.
Negli anni ’90, sotto la spinta della dottrina europea sulla concorrenza, è stato avviato un ciclo continuo di controriforme nei rapporti tra Stato e mercato che ha via via demolito quanto restava di quel dirigismo pianificatore. Mentre da un lato si disintegravano i monopoli pubblici aprendo ai privati settori prima gestiti in esclusiva da imprese statali, allo stesso tempo nell’ambito dei mercati già privati si procedeva ad un’estesa liberalizzazione e deregolamentazione, ovvero una rimozione o allentamento di quelle restrizioni che costituivano l’ossatura dei mercati regolamentati: limiti territoriali all’apertura di esercizi commerciali, divieti di cumulo di licenze, prezzi minimi e prezzi massimi su beni e servizi, limiti al ventaglio merceologico di beni o servizi vendibili, limiti alle aperture nei giorni festivi.
L’apertura degli esercizi commerciali nei giorni festivi è parte integrante di questa strategia. Il primo intervento risale al 1998 (Decreto Bersani) con la previsione di possibilità di apertura le domeniche limitata ad alcune tipologie di esercizi commerciali. Successivi interventi (2003 e 2006) hanno esteso la liberalizzazione sino ad arrivare al decreto Monti in vigore dal 2012 che completava il processo consentendo piena libertà di apertura a qualsivoglia tipo di esercizio commerciale nelle domeniche e nei giorni festivi, nonché una piena liberalizzazione degli orari di apertura e chiusura.
La visione ottimistica della liberalizzazione ci presenta un quadro apparentemente idilliaco. Dal punto di vista dei consumatori, la possibilità di fare acquisti nei giorni festivi o ad orari tardivi o persino notturni può apparire come un’agevolazione migliorativa del proprio quotidiano. Dal punto di vista dei lavoratori dipendenti del settore commercio, il lavoro festivo viene presentato come un’opportunità. Da contratto nazionale di categoria, infatti, dovrebbero usufruire di una maggiorazione del 30% delle paghe e in ogni caso vi è la garanzia settimanale di un altro giorno di riposo. Dal punto di vista degli esercenti, visti nel loro insieme, si rimarca la possibilità di accrescere i propri profitti intercettando un maggior numero di consumatori. Ed infine dal punto di vista macroeconomico si enfatizza la possibile crescita dei consumi e dunque del prodotto nazionale.
Spesso il diavolo si nasconde nei dettagli, ma questa volta si cela nella logica generale del discorso. Ci sono infatti numerose ragioni per rifiutare fermamente l’apparente ovvietà per cui è a priori buono ciò che sembra semplicemente estendere la libertà di tutti.
L’esistenza di tempi di riposo universali, comuni a tutti o a quasi tutti è, da che mondo è mondo, un carattere permanente della socialità umana, che va ben oltre il nobile significato religioso o civile delle feste celebrate. Significa potersi ricreare in compagnia delle persone a cui si vuole bene, condividere un tempo di distacco dall’attività lavorativa, e infine percepire attorno a sé la sacralità del riposo nel riposo generale della collettività.
Violare questa sacralità del riposo condiviso è naturalmente possibile, ma lo deve essere per validi motivi. E’ evidente che vi sono alcune attività che per forze di cose non possono conoscere interruzioni (servizi medici, trasporti) oppure sono particolarmente legate proprio al giorno di festa (ristorazione in località turistica). Ma parliamo dell’eccezione e non della regola. E’ innegabile oggi che i singoli individui possano valutare positivamente la libertà di fare acquisti nel tempo libero loro concesso nei duri ritmi di vita lavorativa, percependo lo shopping festivo sempre più come un’esigenza; tuttavia questa libertà si traduce nella costrizione per milioni di altre persone a lavorare in giorni di riposo universali riducendo così il proprio tempo di libertà condivisibile. Ed allora, ciò che va messa in questione è la radice di quella esigenza che diventa tale solo nella misura in cui gli orari di lavoro medi di oggi sono sfiancanti, lasciano tempi liberi irrisori, in un’epoca in cui il progresso tecnologico, al contrario, permetterebbe di ridurli rispetto a soli pochi anni fa. Non dunque la libertà di fare la spesa alle undici di sera, la domenica, il 1 Maggio o il giorno di Natale andrebbe rivendicata, quanto piuttosto la libertà di avere tempo per gli acquisti ad un orario decente di un qualsiasi pomeriggio feriale, ovvero una riduzione significativa degli orari di lavoro a parità di salario.
Si afferma, a difesa dello status quo sancito dal decreto Monti, che i lavoratori del commercio percepiscono una paga maggiorata del 30% a fronte di una giornata festiva lavorata. Si sta così però monetizzando un diritto e una convenzione sociale secolare. Come se fosse questa la via per aumentare salari da fame, che invece dovrebbero crescere senza diritti concessi come merce di scambio. Senza dimenticare, peraltro, che in altri tipi di contratti, la maggiorazione dei festivi, usati in modo molto più sporadico rispetto al commercio, è pari a percentuali ben più alte: 50% nel settore tessile e nel settore chimico, nell’autotrasporto, nel metalmeccanico o il 60% nell’editoria.
La normalizzazione della Domenica, peraltro, emerge in modo persino più intenso anche in altri tipi di contratti diversi dal commercio nei quali la maggiorazione della paga domenicale può scendere addirittura fino al 20% (settore turistico) o al 10% (settore alimentare).
Si afferma, infine, invocando un effetto macroeconomico positivo, che i consumi crescono grazie alla maggiore flessibilità di tempi per l’acquisto da parte degli acquirenti. I dati del dopo decreto Monti sembrano smentire questa supposizione tenuto conto che gli acquisti al dettaglio dal 2012 al 2014 hanno subito al contrario una flessione, sicuramente dovuta alla crisi, ma che di certo le aperture domenicali non hanno potuto frenare in alcun modo. Sembra assai più ragionevole credere che, in tempi di domanda stagnante, a parità di consumi totali, via sia una redistribuzione degli acquisti dai giorni feriali ai giorni festivi e quindi, eventualmente, da esercizi commerciali chiusi la domenica o negli altri giorni festivi ad altri esercizi commerciali che restano aperti.
Se è così, sembra davvero strano sentir parlare di rischio di danno economico consistente a carico dei produttori con gravi conseguenze sull’occupazione, nel caso di un decreto che ristabilisca limiti alle aperture nei festivi, e addirittura di danni generati preventivamente dal solo annuncio del provvedimento. Piuttosto è assai probabile che la grande distribuzione, che ha conosciuto un processo di fortissima concentrazione oligopolistica negli ultimi anni e i cui volumi di profitti sono cresciuti in modo esponenziale, tema di dover cedere qualche briciola alla concorrenza sempre più debole della piccola distribuzione. E’ infatti evidente che la liberalizzazione di orari e giorni di apertura ha avvantaggiato le grande catene commerciali a discapito del negozio di quartiere a conduzione familiare. Quest’ultimo infatti tende a rispettare i tempi di riposo universali dato che i proprietari sono le stesse persone che prestano il proprio lavoro. Al crescere della dimensione dell’esercente, con l’impiego di manodopera dipendente si inverte invece il comportamento e aumentano le possibilità economiche di sfruttare orari e giorni in cui tradizionalmente i piccoli esercizi commerciali chiudono. La liberalizzazione di orari e giorni di apertura è stata così una delle numerose fasi di ridefinizione dei rapporti di forza tra capitali a vantaggio di un progressivo processo di accentramento che nel settore della distribuzione ha visto la chiusura di migliaia di piccole attività e negozi di quartiere a favore di supermercati e grandi catene, spesso sconvolgendo il tessuto sociale, culturale e urbano di intere aree.
La posta in gioco dunque è articolata.
Le associazioni padronali della grande distribuzione attaccano la proposta di legge del Governo definendola illiberale, timorosi di perdere quote di un mercato milionario a forte concentrazione; piccoli commercianti e sindacati dei lavoratori dipendenti per motivi diversi accolgono positivamente il possibile provvedimento.
Senza dubbio vi è in ballo un dibattito che va molto al di là delle intenzioni meschine e parziali della compagine governativa del tutto estranea a qualsiasi intenzione trasformatrice e, nel suo insieme, pienamente integrata nella visione liberista dell’economia. Tale dibattito investe indirettamente due diverse visioni del rapporto tra Stato e mercato. Da un lato, la preminenza dell’illimitata estensione della libertà imprenditoriale non solo rispetto ai diritti dei lavoratori, ma anche al cospetto di abitudini, tradizioni e modi di vita. Dall’altro, l’idea di porre un qualche tipo di freno alla libertà imprenditoriale nel rispetto dei tempi di vita e dei diritti di chi lavora, attraverso una regolamentazione della produzione. Una regolamentazione che oltre ad imporre norme a difesa del lavoro e orari, possa fissare limiti alle tipologie di prodotti/servizi offerti, tutelare le specificità del territorio, salvaguardare le sue vocazioni produttive. Solo in questo modo la produzione verrebbe parzialmente allontanata dall’anarchia di un libero mercato capace di produrre soltanto concentrazione oligopolistica e sfruttamento del lavoro.
Indipendentemente dalla grottesca parzialità di vedute e contraddittorietà con cui il Governo in carica propone alcuni provvedimenti come quello qui discusso, va auspicata una sua finalizzazione come un passo, timido, ma rilevante, verso un ridimensionamento della pura logica del profitto a favore di un progressivo ritorno del mercato sotto l’egida di un processo di direzione e pianificazione pubblica.
Fonte
Vediamo quali sono i termini di fondo della questione.
La liberalizzazione dei mercati, dall’ultimo decennio del secolo scorso, è divenuta un mantra ripetuto ossessivamente da economisti e politici di turno come la panacea di ogni male, la liberazione da quelle rigidità e compressioni della libertà imprenditoriale che, secondo il dogma neoliberale, avrebbero funestato i sistemi a economia mista nel trentennio post-bellico. La limitazione della libera concorrenza, in un contesto dirigista di stretta regolamentazione dei mercati era, assieme alla forte presenza dello Stato imprenditore, un pilastro essenziale del funzionamento delle politiche industriali fino ai tempi della controrivoluzione liberista.
Negli anni ’90, sotto la spinta della dottrina europea sulla concorrenza, è stato avviato un ciclo continuo di controriforme nei rapporti tra Stato e mercato che ha via via demolito quanto restava di quel dirigismo pianificatore. Mentre da un lato si disintegravano i monopoli pubblici aprendo ai privati settori prima gestiti in esclusiva da imprese statali, allo stesso tempo nell’ambito dei mercati già privati si procedeva ad un’estesa liberalizzazione e deregolamentazione, ovvero una rimozione o allentamento di quelle restrizioni che costituivano l’ossatura dei mercati regolamentati: limiti territoriali all’apertura di esercizi commerciali, divieti di cumulo di licenze, prezzi minimi e prezzi massimi su beni e servizi, limiti al ventaglio merceologico di beni o servizi vendibili, limiti alle aperture nei giorni festivi.
L’apertura degli esercizi commerciali nei giorni festivi è parte integrante di questa strategia. Il primo intervento risale al 1998 (Decreto Bersani) con la previsione di possibilità di apertura le domeniche limitata ad alcune tipologie di esercizi commerciali. Successivi interventi (2003 e 2006) hanno esteso la liberalizzazione sino ad arrivare al decreto Monti in vigore dal 2012 che completava il processo consentendo piena libertà di apertura a qualsivoglia tipo di esercizio commerciale nelle domeniche e nei giorni festivi, nonché una piena liberalizzazione degli orari di apertura e chiusura.
La visione ottimistica della liberalizzazione ci presenta un quadro apparentemente idilliaco. Dal punto di vista dei consumatori, la possibilità di fare acquisti nei giorni festivi o ad orari tardivi o persino notturni può apparire come un’agevolazione migliorativa del proprio quotidiano. Dal punto di vista dei lavoratori dipendenti del settore commercio, il lavoro festivo viene presentato come un’opportunità. Da contratto nazionale di categoria, infatti, dovrebbero usufruire di una maggiorazione del 30% delle paghe e in ogni caso vi è la garanzia settimanale di un altro giorno di riposo. Dal punto di vista degli esercenti, visti nel loro insieme, si rimarca la possibilità di accrescere i propri profitti intercettando un maggior numero di consumatori. Ed infine dal punto di vista macroeconomico si enfatizza la possibile crescita dei consumi e dunque del prodotto nazionale.
Spesso il diavolo si nasconde nei dettagli, ma questa volta si cela nella logica generale del discorso. Ci sono infatti numerose ragioni per rifiutare fermamente l’apparente ovvietà per cui è a priori buono ciò che sembra semplicemente estendere la libertà di tutti.
L’esistenza di tempi di riposo universali, comuni a tutti o a quasi tutti è, da che mondo è mondo, un carattere permanente della socialità umana, che va ben oltre il nobile significato religioso o civile delle feste celebrate. Significa potersi ricreare in compagnia delle persone a cui si vuole bene, condividere un tempo di distacco dall’attività lavorativa, e infine percepire attorno a sé la sacralità del riposo nel riposo generale della collettività.
Violare questa sacralità del riposo condiviso è naturalmente possibile, ma lo deve essere per validi motivi. E’ evidente che vi sono alcune attività che per forze di cose non possono conoscere interruzioni (servizi medici, trasporti) oppure sono particolarmente legate proprio al giorno di festa (ristorazione in località turistica). Ma parliamo dell’eccezione e non della regola. E’ innegabile oggi che i singoli individui possano valutare positivamente la libertà di fare acquisti nel tempo libero loro concesso nei duri ritmi di vita lavorativa, percependo lo shopping festivo sempre più come un’esigenza; tuttavia questa libertà si traduce nella costrizione per milioni di altre persone a lavorare in giorni di riposo universali riducendo così il proprio tempo di libertà condivisibile. Ed allora, ciò che va messa in questione è la radice di quella esigenza che diventa tale solo nella misura in cui gli orari di lavoro medi di oggi sono sfiancanti, lasciano tempi liberi irrisori, in un’epoca in cui il progresso tecnologico, al contrario, permetterebbe di ridurli rispetto a soli pochi anni fa. Non dunque la libertà di fare la spesa alle undici di sera, la domenica, il 1 Maggio o il giorno di Natale andrebbe rivendicata, quanto piuttosto la libertà di avere tempo per gli acquisti ad un orario decente di un qualsiasi pomeriggio feriale, ovvero una riduzione significativa degli orari di lavoro a parità di salario.
Si afferma, a difesa dello status quo sancito dal decreto Monti, che i lavoratori del commercio percepiscono una paga maggiorata del 30% a fronte di una giornata festiva lavorata. Si sta così però monetizzando un diritto e una convenzione sociale secolare. Come se fosse questa la via per aumentare salari da fame, che invece dovrebbero crescere senza diritti concessi come merce di scambio. Senza dimenticare, peraltro, che in altri tipi di contratti, la maggiorazione dei festivi, usati in modo molto più sporadico rispetto al commercio, è pari a percentuali ben più alte: 50% nel settore tessile e nel settore chimico, nell’autotrasporto, nel metalmeccanico o il 60% nell’editoria.
La normalizzazione della Domenica, peraltro, emerge in modo persino più intenso anche in altri tipi di contratti diversi dal commercio nei quali la maggiorazione della paga domenicale può scendere addirittura fino al 20% (settore turistico) o al 10% (settore alimentare).
Si afferma, infine, invocando un effetto macroeconomico positivo, che i consumi crescono grazie alla maggiore flessibilità di tempi per l’acquisto da parte degli acquirenti. I dati del dopo decreto Monti sembrano smentire questa supposizione tenuto conto che gli acquisti al dettaglio dal 2012 al 2014 hanno subito al contrario una flessione, sicuramente dovuta alla crisi, ma che di certo le aperture domenicali non hanno potuto frenare in alcun modo. Sembra assai più ragionevole credere che, in tempi di domanda stagnante, a parità di consumi totali, via sia una redistribuzione degli acquisti dai giorni feriali ai giorni festivi e quindi, eventualmente, da esercizi commerciali chiusi la domenica o negli altri giorni festivi ad altri esercizi commerciali che restano aperti.
Se è così, sembra davvero strano sentir parlare di rischio di danno economico consistente a carico dei produttori con gravi conseguenze sull’occupazione, nel caso di un decreto che ristabilisca limiti alle aperture nei festivi, e addirittura di danni generati preventivamente dal solo annuncio del provvedimento. Piuttosto è assai probabile che la grande distribuzione, che ha conosciuto un processo di fortissima concentrazione oligopolistica negli ultimi anni e i cui volumi di profitti sono cresciuti in modo esponenziale, tema di dover cedere qualche briciola alla concorrenza sempre più debole della piccola distribuzione. E’ infatti evidente che la liberalizzazione di orari e giorni di apertura ha avvantaggiato le grande catene commerciali a discapito del negozio di quartiere a conduzione familiare. Quest’ultimo infatti tende a rispettare i tempi di riposo universali dato che i proprietari sono le stesse persone che prestano il proprio lavoro. Al crescere della dimensione dell’esercente, con l’impiego di manodopera dipendente si inverte invece il comportamento e aumentano le possibilità economiche di sfruttare orari e giorni in cui tradizionalmente i piccoli esercizi commerciali chiudono. La liberalizzazione di orari e giorni di apertura è stata così una delle numerose fasi di ridefinizione dei rapporti di forza tra capitali a vantaggio di un progressivo processo di accentramento che nel settore della distribuzione ha visto la chiusura di migliaia di piccole attività e negozi di quartiere a favore di supermercati e grandi catene, spesso sconvolgendo il tessuto sociale, culturale e urbano di intere aree.
La posta in gioco dunque è articolata.
Le associazioni padronali della grande distribuzione attaccano la proposta di legge del Governo definendola illiberale, timorosi di perdere quote di un mercato milionario a forte concentrazione; piccoli commercianti e sindacati dei lavoratori dipendenti per motivi diversi accolgono positivamente il possibile provvedimento.
Senza dubbio vi è in ballo un dibattito che va molto al di là delle intenzioni meschine e parziali della compagine governativa del tutto estranea a qualsiasi intenzione trasformatrice e, nel suo insieme, pienamente integrata nella visione liberista dell’economia. Tale dibattito investe indirettamente due diverse visioni del rapporto tra Stato e mercato. Da un lato, la preminenza dell’illimitata estensione della libertà imprenditoriale non solo rispetto ai diritti dei lavoratori, ma anche al cospetto di abitudini, tradizioni e modi di vita. Dall’altro, l’idea di porre un qualche tipo di freno alla libertà imprenditoriale nel rispetto dei tempi di vita e dei diritti di chi lavora, attraverso una regolamentazione della produzione. Una regolamentazione che oltre ad imporre norme a difesa del lavoro e orari, possa fissare limiti alle tipologie di prodotti/servizi offerti, tutelare le specificità del territorio, salvaguardare le sue vocazioni produttive. Solo in questo modo la produzione verrebbe parzialmente allontanata dall’anarchia di un libero mercato capace di produrre soltanto concentrazione oligopolistica e sfruttamento del lavoro.
Indipendentemente dalla grottesca parzialità di vedute e contraddittorietà con cui il Governo in carica propone alcuni provvedimenti come quello qui discusso, va auspicata una sua finalizzazione come un passo, timido, ma rilevante, verso un ridimensionamento della pura logica del profitto a favore di un progressivo ritorno del mercato sotto l’egida di un processo di direzione e pianificazione pubblica.
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08/08/2018
Da Marcinelle a Foggia. Depistano sui caporali per coprire gli imprenditori schiavisti
Dopo la strage di sedici di loro, domani 8 agosto i braccianti scioperano con la USB e manifestano dal ghetto di Rignano a Foggia.
Per una terribile coincidenza di date, domani è anche l’anniversario della strage di Marcinelle, in Belgio. L’8 agosto 1956, 136 migranti italiani morirono assieme a tanti altri minatori belgi e di tutta Europa, nell’incendio di una miniera. Fu contemporaneamente una tragedia del lavoro e della emigrazione, a cui tanti italiani erano costretti dalle spaventose condizioni di miseria e disoccupazione del nostro paese.
Oggi un pezzo di Marcinelle è a Foggia, mentre centinaia di migliaia di giovani hanno ripreso ad emigrare dal Mezzogiorno dove dilagano povertà e disoccupazione. È lo sfruttamento del lavoro che è tornato a governare il mondo come e più di sessant’anni fa. E il dominio dello sfruttamento colpisce sia chi per lavoro lascia il nostro paese, sia chi per lavoro viene qui a morire.
I 16 braccianti uccisi a Foggia sono vittime di un incidente sul lavoro “in itinere”. È questo il termine con cui formalmente si definiscono gli incidenti e le morti che colpiscono chi sta raggiungendo o lasciando il posto di lavoro. Per questa ragione i morti sul lavoro, che nelle statistiche immediate arrivano a 800 persone all’anno, poi raddoppiano nel conto ufficiale. Si aggiungono ai morti dentro i posti di lavoro coloro che vengono uccisi mentre ci arrivano o li stanno lasciando.
I 16 braccianti di Puglia dovrebbero essere considerati morti sul lavoro “in itinere”. Dovrebbero, ma non lo sono. Perché per essere riconosciuti come tali si dovrebbe essere assicurati all’Inail, fruire di trasporti concordati con l’impresa che ti assume e naturalmente avere un contratto regolare e rispettato. Se i braccianti avessero visti riconosciuti tutti questi loro diritti di legge, assieme anche a quello di una abitazione dignitosa, molto probabilmente sarebbero ancora tutti vivi. Ma anche se – per il disastro e la colpevole incuria pubblica nella quale sono lasciate le nostre strade come l’esplosione di Bologna contemporaneamente dimostra – se fossero stati egualmente vittime di un incidente stradale al ritorno dal lavoro, quei braccianti e loro famiglie si vedrebbero riconosciuto un risarcimento ora negato.
Che c’entra tutto questo con la denuncia ipocrita che oggi tutto il regime politico mediatico fa della piaga del caporalato? I caporali sono solo l’ultimo anello della lunga catena dello sfruttamento e possono operare solo perché all’altro capo di quella catena c’è chi li usa per aumentare i propri guadagni.
Se i braccianti lavorassero secondo le condizioni della legge e della dignità umana, i caporali non avrebbero nulla da fare. Ma siccome gli imprenditori, agricoli, dell’industria alimentare, della distribuzione commerciale ignorano legge e dignità, e spendono per i braccianti un quinto di ciò che dovrebbero, allora i caporali trovano il loro ruolo.
Il caporalato è un effetto, non una causa, se si vuole colpire lo sfruttamento e distruzione della vita nei campi di Puglia, come di tante parti d’Italia, bisogna guardare in alto, a ricchi imprenditori italiani che stanno in Confagricoltura, Confindustria e nelle associazioni della grande distribuzione. Altrimenti si fa depistaggio, gli schiavisti in doppiopetto restano impuniti e i loro profitti di sangue prosperano.
Ora le autorità parlano di rafforzare i controlli di polizia nelle strade, quando si dovrebbero mandare ispettori nei campi e guardia di finanza negli uffici. Così lo stato è complice del caporalato e protettore degli sfruttatori.
I pomodori che arrivano nelle nostre tavole sono intrisi di sudore e sangue, come il carbone che negli anni 50 giungeva dal Belgio per scaldare le nostre case. Ora come allora, solo la lotta contro gli sfruttatori che stanno in alto può cambiare le cose.
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Strage dei braccianti. Il governo “si muove”, oggi lo sciopero in tutta la piana
Ieri a Foggia si è tenuto un vertice in Prefettura convocato dal ministro dell’Interno, Salvini dopo i due incidenti in cui, sabato scorso e lunedì, sono morti complessivamente 16 braccianti agricoli, tutti immigrati. Il vertice con il ministro Salvini ha seguito l’incontro, sempre in prefettura, tenutosi con il premier Giuseppe Conte. Sia il ministro sia il premier hanno incontrato una delegazione di migranti.
Intanto sono state avviate due distinte indagini – ha fatto sapere il Procuratore della Repubblica di Foggia Vaccaro – una riguarda l’incidente stradale, per capire la dinamica e tutto ciò che può averlo causato, anche se c’è da dire che in entrambi i casi sono morti i due autisti dei pullmini sui quali erano stipati i poveri migranti. L’altra indagine è stata avviata sul caporalato.
Sulle iniziative del governo e lo sciopero di oggi nella piana del foggiano, rendiamo noto il comunicato emesso dall’Unione Sindacale di Base:
Intanto sono state avviate due distinte indagini – ha fatto sapere il Procuratore della Repubblica di Foggia Vaccaro – una riguarda l’incidente stradale, per capire la dinamica e tutto ciò che può averlo causato, anche se c’è da dire che in entrambi i casi sono morti i due autisti dei pullmini sui quali erano stipati i poveri migranti. L’altra indagine è stata avviata sul caporalato.
Sulle iniziative del governo e lo sciopero di oggi nella piana del foggiano, rendiamo noto il comunicato emesso dall’Unione Sindacale di Base:
Ci sono voluti 16 braccianti morti in 48 ore perché il governo decidesse di muoversi: il presidente del Consiglio in visita a Foggia – se fosse un parlamentare eletto si potrebbe dire che è attento al suo collegio – Salvini pure, ma con la divisa da sceriffo a presiedere il Comitato per l’ordine e la sicurezza.Fonte
Di Maio invece lancia un concorso straordinario per l’assunzione di ispettori del Lavoro. L’aveva già annunciato proprio all’Unione Sindacale di Base nell’incontro del 4 luglio scorso, convocato dopo l’assassinio di Soumaila Sacko a San Ferdinando.
Allora aveva anche promesso un tavolo interministeriale sul lavoro agricolo, coinvolgendo i ministeri dell’Agricoltura, delle Infrastrutture e del Sud. A oggi, ed è passato più di un mese, non ci sono notizie né del tavolo interministeriale, né del concorso. Nulla si sa neanche dell’iniziativa tesa a subordinare l’accesso ai contributi europei al rispetto da parte delle aziende dei diritti dei lavoratori.
La verità è che si vuole fare del lavoro agricolo un puro e semplice tema di ordine pubblico: ci sono i cattivi caporali che sfruttano i poveri immigrati clandestini. Eliminando l’immigrazione e i caporali, il problema è risolto.
Invece no, come USB ripete da anni e ribadirà il 22 settembre proprio a Foggia: il bracciante sfruttato, schiavizzato, costretto a vivere in condizioni disumane, lo è soprattutto perché esiste una filiera con al vertice la Grande Distribuzione Organizzata, che fa e disfa prezzi e quote di mercato, obbligando un intero settore a vivere di spiccioli. Ai braccianti, gli stessi braccianti che proprio in queste terre Giuseppe Di Vittorio aveva cominciato a organizzare sindacalmente, sono destinati gli spicci degli spiccioli. E con quelli devono arrangiarsi. I caporali – che, sia detto chiaramente, vanno stroncati – diventano un fenomeno quasi marginale, un bersaglio facile.
L’obiettivo della nostra battaglia rimane la conquista dei contratti, dei diritti e della dignità per tutti i braccianti che lavorano nelle campagne italiane. Per raggiungerlo si combattano sì i caporali, ma più che i pattuglioni e i posti di blocco potranno i provvedimenti legislativi e amministrativi che riportino trasparenza e normalità in un settore ostaggio della Grande Distribuzione.
Questo ricorderemo durante la marcia dei berretti rossi che partirà mercoledì mattina – giorno di sciopero dei braccianti – alle 8 dall’ex ghetto di Rignano, destinazione prefettura di Foggia. Questo scriveremo nelle nostre proposte per l’intero settore agricolo, che presenteremo il 22 settembre.
Nell’attesa, il nostro compito è stare tra i lavoratori e fornire loro assistenza, come sta facendo in queste ore l’Ufficio legale nazionale di USB con le vittime dei due incidenti e i loro familiari.
La verità sulle stragi dei braccianti è scritta sullo scontrino
O non capiamo o facciamo finta di sapere come si fa. Cercherò di spiegarmi, proponendovi alcune domande.
Chi sono i negrieri? Gli autisti dei pulmini coinvolti negli incidenti mortali o gli uffici acquisti delle imprese della Grande Distribuzione?
Bisogna aumentare gli ispettori sul lavoro, come dice Di Maio, o indagare sul prezzo dei prodotti che viene pagato agli agricoltori?
Bisogna indagare sui legami con la mafia nei campi, come dice Salvini o andare a vedere che succede nella logistica che consegna i prodotti ai supermercati e alle aziende di trasformazione, quelle che mettono in barattolo i pomodori pelati e imbottigliano i succhi di frutta?
Bisogna fare visite di circostanza alle vittime e vertici delle forze dell’ordine con ardimentosi ordini del giorno, o dire la verità?
Che è questa: quando portate a casa la spesa con la convinzione di aver risparmiato, sappiate che quel pomodoro è il frutto del più sfacciato sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Quello sconto che il supermercato vi ha offerto con gli allegri cartelli sul banco della frutta e verdura non è un regalo del negozio, è il prezzo che è stato pagato in anticipo dai braccianti, dagli operai dei magazzini, dalle commesse e dei commessi del negozio in cui avete fatto l’acquisto. Loro guadagnano poco e lavorano male per garantire profitti ai big della GDO e lo sconto sul vostro scontrino.
Dobbiamo capire e agire.
Nel frattempo, però, quando incontrate un lavoratore dei campi, un lavoratore della logistica, un lavoratore del commercio fategli almeno un sorriso.
Il motivo è scritto sul vostro scontrino.
Fonte
Chi sono i negrieri? Gli autisti dei pulmini coinvolti negli incidenti mortali o gli uffici acquisti delle imprese della Grande Distribuzione?
Bisogna aumentare gli ispettori sul lavoro, come dice Di Maio, o indagare sul prezzo dei prodotti che viene pagato agli agricoltori?
Bisogna indagare sui legami con la mafia nei campi, come dice Salvini o andare a vedere che succede nella logistica che consegna i prodotti ai supermercati e alle aziende di trasformazione, quelle che mettono in barattolo i pomodori pelati e imbottigliano i succhi di frutta?
Bisogna fare visite di circostanza alle vittime e vertici delle forze dell’ordine con ardimentosi ordini del giorno, o dire la verità?
Che è questa: quando portate a casa la spesa con la convinzione di aver risparmiato, sappiate che quel pomodoro è il frutto del più sfacciato sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Quello sconto che il supermercato vi ha offerto con gli allegri cartelli sul banco della frutta e verdura non è un regalo del negozio, è il prezzo che è stato pagato in anticipo dai braccianti, dagli operai dei magazzini, dalle commesse e dei commessi del negozio in cui avete fatto l’acquisto. Loro guadagnano poco e lavorano male per garantire profitti ai big della GDO e lo sconto sul vostro scontrino.
Dobbiamo capire e agire.
Nel frattempo, però, quando incontrate un lavoratore dei campi, un lavoratore della logistica, un lavoratore del commercio fategli almeno un sorriso.
Il motivo è scritto sul vostro scontrino.
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07/08/2018
I veri invisibili delle campagne: multinazionali e grande distribuzione
La fiera dell’ipocrisia scatta quando proprio non è possibile fare spallucce in pubblico. Davanti a 12 morti – che si aggiungono ai quattro di due giorni prima a pochi chilometri di distanza – neanche Salvini ha azzardato una delle sue solite battute fesse.
L’ipocrisia “dem” è alla pari con il cinismo leghista, comunque. A meno di non credere davvero che il caporalato sia davvero “imbattibile” e che, quindi, chi ha governato per anni non possa esser responsabile per l’intangibilità di un fenomeno pluridecennale di cui si sa sostanzialmente tutto: chi lo gestisce, territorio per territorio; con quali modalità opera (sempre le stesse); i punti di raccolta dei braccianti, le coordinate dei terreni agricoli sui cui vengono portati, il salario – diciamo così – corrisposto, il “prezzo del biglietto” per esservi portati, ecc.
Questi sono però solo i dettagli di una filiera complessa, lunghissima, che porta il raccolto – qualsiasi tipo di raccolto, ormai – dal campo all’industria di trasformazione, lungo i “condotti” della logistica su gomma, fino alla grande distribuzione (i mercatini rionali si riforniscono in genere presso produttori di prossimità, con relativo taglio dei costo di trasporto).
Insomma, se allo stadio della raccolta abbiamo la triade agricoltore-caporale-bracciante dobbiamo anche sapere che è su questa fase che scaricano tutte le dinamiche di prezzo. Qui i costi debbono essere compressi al massimo, perché il “prodotto finale” deve arrivare sui banconi e gli scaffali a un prezzo davvero minimo, “concorrenziale”. Mentre ogni soggetto della filiera pretende ovviamente la sua quota di profitto.
Il meccanismo è antico, ma con l’affermarsi della grande distribuzione come forma principale della vendita al dettaglio – combinata con la stagnazione più che decennale seguita alla crisi globale del 2008 – i margini di guadagno della parte iniziale della filiera si sono ridotti a nulla.
La ragione è semplice: la stragrande maggioranza della popolazione dell’Europa, e soprattutto quella dei paesi deboli come l’Italia, ha visto nell’ultimo decennio il reddito rimanere sempre allo stesso livello (quando va bene), oppure ridursi drasticamente con la perdita del lavoro e l’evaporazione degli ammortizzatori sociali. In termini economici la “domanda è fiacca”, dunque i prezzi finali non possono salire troppo (a meno di emergenze temporanee dovute a siccità, alluvioni, ecc). O si scarica la dinamica dei prezzi sui punti più fragili della filiera, oppure si chiude. O si impone una “retribuzione” di un euro al quintale – quanto viene dato ai braccianti pugliesi morti in queste ore – oppure si va altrove. Un centesimo al chilo...
Il “caporalato”, al dunque, è la forma necessaria della produzione affinché il prezzo della materia prima agricola resti bassissimo. Ma se è necessario a questa economia malata, allora non può essere combattuto davvero, se non a chiacchiere, dichiarazioni, lamentazioni tristissime, ma tutte a beneficio di telecamere.
Nelle strade, invece, le varie polizie non vedono quello che tutti vedono. I gruppi di lavoratori – dell’Est o africani – si riuniscono in piazze e strade facilmente raggiungibili, davanti agli occhi di tutti; viaggiano su furgoni fatiscenti, con targa spesso straniera, in condizioni tali che una pattuglia della stradale o un vigile urbano dovrebbe fermarli a prima vista. E a quel punto “scoprirebbe” quel che tutti sanno: veicoli omologati per tre posti portano fino a quindici braccianti, seduti su panche di legno, senza cinture di sicurezza, con le gomme lisce, senza assicurazione, autisti spesso senza patente, ecc.
Insomma, una sola di queste infrazioni – a un cittadino normale – costa una contravvenzione o un sequestro del mezzo. Quei pulmini, invece, sono miracolosamente “invisibili”, ma solo alle forze dell’ordine.
La cosa è così evidente da costringere IlSole24Ore – non a caso l’organo di Confindustria, ossia delle “imprese” – a tentare una patetica difesa delle varie polizie in servizio su quei territori. “La verità è che i controlli si fanno, ma solo nelle “ore d’ufficio” e con pochi agenti”, “al Sole 24 Ore risulta che questi servizi si riescano a organizzare solo dalle 7 alle 13 e a volte dalle 13 alle 19. Cioè quando i caporali e i loro autisti hanno già portato i braccianti nei campi”. Una valle di lacrime operative in cui “il più delle volte si riesce a fermare solo qualche vettura sospetta. Spesso con targa bulgara, quindi di fatto immune da controlli automatici sulle infrazioni stradali: ammesso che si invii un verbale in Bulgaria, non si potrà mai pretendere che venga pagato”.
Che fine ha fatto quel “controllo del territorio” cui non sfugge nulla, occhiuto, tecnologizzato, con informatori ovunque, che in ogni angolo d’Italia si preoccupa che non vengano troppo disturbati governanti e imprenditori? Sparito. Dove si raccoglie frutta e verdura sembra non ci sia nemmeno un anziano sceriffo in grado di fermarsi ai bordi di un campo pieno di gente al lavoro e chiedere “chi ti paga?”. Senza contare che dai dati del catasto dovrebbe esser facile sapere chi è il proprietario...
Se il caporale è “invisibile”, insomma, deve restarlo perché è invisibile soprattutto il vertice della filiera: la grande distribuzione è gestita da imprese multinazionali, che possono mischiare allegramente prodotti provenienti da cento posti diversi, selezionando solo in base al prezzo e fottendosene della qualità. Si comprende che Il Sole si debba preoccupare di far restare nell’ombra ciò che proprio non si deve vedere...
Anche se magari tutto è noto da anni, con reportage ricchi di informazioni, dati, ecc. Qui di seguito, per esempio, vi proponiamo quello pubblicato oltre quattro anni fa da Terre Libere. C’era già tutto...
*****
I veri invisibili delle campagne: multinazionali e grande distribuzione
Antonello Mangano
Gli schiavi e i caporali. Gli africani “poverini”. Le tendopoli e l’accoglienza. Una retorica paternalista che nasconde i veri invisibili della campagne. I migranti sono ripresi, fotografati, raccontati. Le multinazionali no. Eppure quello del Sud Europa è un vero modo di produzione: sfruttamento estremo, migranti ricattabili. E costi bassi.
Sembra di leggere sempre lo stesso articolo. Gli schiavi, i disperati, i caporali e i clandestini. La questione del lavoro migrante in agricoltura è affrontata da anni sempre allo stesso modo. Pietismo e complottismo.
Da Rosarno a Foggia, da Latina a Cassibile. Testi, rapporti e video mortalmente noiosi. Che raccontano una rete paramafiosa di “cattivi” che sfrutta e trasporta “i nuovi schiavi” da una campagna all’altra. Povere vittime “a una dimensione” senza volontà e capacità di rivalsa.
Una visione falsa che nasconde una realtà difficile da raccontare, specie per i media a corto di risorse pubblicitarie. Esistono davvero gli invisibili delle campagne. Sono le multinazionali del pomodoro e del succo di frutta. Sono i padroni dei vini pregiati. Sono gli intermediari mafiosi padroni di aziende.
Commercianti, mafiosi, supermercati e multinazionali
I commercianti della grande distribuzione. Le agenzie internazionali di fornitura della manodopera. Personaggi appartenenti all’economia ufficiale che non hanno timore di contaminarsi con gli abissi dello sfruttamento e spesso della criminalità. Quello che conta è l’economicità del prodotto. L’assenza di sindacato. Il basso costo del lavoro.
Quando è strutturale
Quando lo sfruttamento è strutturale si chiama modo di produzione. E non servono i progetti “a valle”, gli interventi umanitari, le interviste ai braccianti dalla faccina triste, le foto in bianco e nero con le casette di cartone e le chiazze di fango. Perché alla lunga tutto questo fa parte del circo, la facciata che copre e giustifica il sistema.
Da Sud a Nord, il sistema si estende. Ormai anche il Piemonte si va “rosarnizzando”. Dopo la raccolta della frutta, anche gli imprenditori del vino scoprono che può essere vantaggioso usare un bulgaro a basso costo. E non certo per la crisi.
È una questione di conti aziendali
Ma per una questione di conti aziendali: se posso risparmiare, e quindi guadagnare di più, lo faccio. Il disagio che produco lo scarico sulla Protezione Civile, gli enti locali, le associazioni caritatevoli. Il senso comune dice che gli africani vivevano così, nelle baracche, “anche al paese loro”.
Chi racconta di lavoratori che abitavano prima in appartamento a Vicenza e poi nelle tende fredde del Ministero dell’Interno? Chi dei braccianti prima accampati in Piemonte e poi in una normale casa in Calabria?
Fuori dalla vista
Mitsubishi è una notissima multinazionale giapponese che ha acquistato la più importante fabbrica di pomodoro pugliese tramite una società finanziaria di Londra. I produttori dei vini d’Asti guadagnano anche cento euro a bottiglia. Tra loro c’è un russo noto come “il re della vodka”. Il sindaco di Canelli ha offerto una doccia con l’acqua fredda ai bulgari che dormivano accampati.
La produzione di Rosarno è da sempre orientata verso l’arancia da succo. Una piccola parte finirà nelle bevande che chiamiamo “soft drinks”. Per legge basta mettere una percentuale minima di succo, il resto è roba chimica.
Il succo d’arancia viene tagliato per compiacere le industrie
E l’arancia calabrese – troppo amara per gli standard industriali – è spesso tagliata illegalmente con quello che proviene dal Brasile. I produttori locali, anziché aprire vertenze con i loro sfruttatori, hanno preferito negli anni – in genere – usare la forza lavoro a basso costo dei migranti e incassare i soldi dell’Unione europea, spesso ottenuti con le truffe.
La crisi non è arrivata con l’abbassamento dei prezzi – da sempre miseri – ma col meccanismo Ue del disaccoppiamento che vincola i soldi al terreno e non alla produzione, rendendo difficili gli imbrogli.
I nomi dei responsabili sono facili da individuare: Coca Cola-Fanta, Nestlé San Pellegrino, San Benedetto. L’oligopolio del succo d’arancia che comprava dalle industrie di trasformazione del territorio. Zone spesso dominate dalle aziende dei clan (trasporto su gomma, forniture di cassette, persino stazioni di rifornimento...). Ma nessuno ha avuto niente da dire fino alla rivolta degli africani. Il sistema era perfetto e ognuno aveva il suo guadagno.
Congruità
Durante il periodo di Natale in tutti i supermercati italiani arrivano le clementine della Piana di Sibari, un orrendo girone dantesco dove migliaia di uomini e donne dell’Est vivono in condizioni di violenza e sfruttamento estreme. Le paghe sono talmente basse che neppure gli africani lavorano qui. I casi di brutalità ai danni di ragazze sono degni del Messico. «Non ci riforniamo a Rosarno ma a Corigliano», disse Coop con una difesa che peggiorava la sua situazione di un'azienda attenta al sociale.
Anche a Vittoria sono migliaia le donne dell’Est sottoposte a violenza sessuale e ricatti. Tutto l’anno. Chi associa alla più grande produzione industriale di ortofrutta il numero sempre crescente di aborti clandestini? Eppure i prodotti delle serre siciliane finiscono in tutta Europa. Non c’è più margine che non sia collegato al centro.
Produzione industriale e aborti clandestini
Come sempre, non esiste la povertà, ma la ricchezza mal distribuita. «Se andate ad Abidjan, Costa d’Avorio, trovate grattacieli e bidonvilles. Non c’è più l’Africa che immaginate», ci spiega il sindacalista camerunense Yvan Sagnet.
Africani o bulgari non sono poveri per natura ma perché elementi deboli di un sistema che si riproduce sempre uguale nella fascia Sud dell’Europa, dalla Spagna alla Grecia. Lo sfruttamento nei campi è un modo di produzione.
Le soluzioni, se ci fosse una volontà politica, sarebbero semplici. Gli indici di congruità mettono in correlazione le giornate versate all’Inps (i dati sono ormai pubblici) con la quantità di prodotto raccolto. Non risolvono tutto, ma almeno cancellano le situazioni paradossali. Ad esempio: se dichiaro che un rumeno ha raccolto 10 tonnellate di pomodoro in 5 giornate di lavoro, evidentemente, c’è un controllo da fare. Subito.
Da Terre Libere, 2014
Fonte
29/07/2018
I discount mettono all’asta l’agricoltura italiana
L’uccisione di Soumaila Sacko sembra aver risvegliato qualche curiosità nel giornalismo italiano su come funziona davvero la filiera che porta il cibo dai luoghi di produzione fino alle nostre tavole. E quindi appaiono, alcune volte, reportage che scoprono ciò che sindacalisti e attivisti spiegano da anni.
L’offerta è di quelle irrinunciabili: una bottiglia di passata di pomodoro a 39 centesimi di euro, un litro di latte a 59 centesimi, un barattolo da 370 grammi di confettura extragusti a 79 centesimi, un pacco di pasta trafilata al bronzo a 49 centesimi. Diffuso a tappeto nelle cassette delle lettere e su internet, il volantino promuove i saldi sul cibo per attrarre una clientela sempre più vasta. A firmarlo è il gruppo Eurospin, quello della “spesa intelligente” e del marchio blu con le stellette, discount italiano con una rete di oltre mille punti vendita in tutta la penisola e vertiginose crescite di fatturato annuali a due cifre.
Facendo un rapido calcolo, è possibile preparare una pasta al pomodoro per quattro persone spendendo quanto un caffè al bar. Ma come fa il gruppo veronese a proporre prezzi così stracciati? Dietro le offerte al consumatore, c’è un meccanismo perverso che finisce per schiacciare intere filiere e che ha conseguenze sulle dinamiche di produzione e sui rapporti di lavoro nelle campagne: l’asta elettronica al doppio ribasso.
Questa pratica commerciale, che somiglia più al gioco d’azzardo che a una transazione tra aziende, è sempre più diffusa nel settore della Grande distribuzione organizzata (Gdo), soprattutto tra i gruppi discount. Fa leva sul grande potere che hanno acquisito negli ultimi anni le insegne dei supermercati, diventate il principale canale degli acquisti alimentari, e sulla frammentazione e lo scarso potere contrattuale degli altri attori della filiera.
Come funziona un’asta online al doppio ribasso
Il meccanismo di base è lo stesso di un’asta: da una parte c’è la Gdo, che deve acquistare la merce, dall’altra le aziende fornitrici che fanno l’offerta. Con un’unica, non trascurabile, variante: vince il prezzo peggiore, non il migliore.
È successo poche settimane fa, quando Eurospin ha chiesto alle aziende del pomodoro di presentare un’offerta di vendita per una partita di 20 milioni di bottiglie di passata da 700 grammi. Una volta raccolte le proposte, ha indetto una seconda gara, usando come base di partenza l’offerta più bassa.
Alcuni si sono ritirati già dopo la prima asta. “Non ci stiamo dentro con i costi”, ha detto con fare sconsolato uno di loro, che ha chiesto di rimanere anonimo. Gli altri sono stati invitati a fare una nuova offerta, sempre al ribasso, su un sito internet. Si sono quindi trovati a dover proporre in pochi minuti ulteriori tagli al prezzo base, in modo da aggiudicarsi la partita.
Alla fine di questa gara online, la commessa è stata vinta da due grandi gruppi per un prezzo pari a 31,5 centesimi per bottiglia di passata. Altre tre aziende hanno invece vinto un’altra commessa per una fornitura di pelati da 400 grammi grazie a un’offerta di 21,5 centesimi per bottiglia.
“Se teniamo conto solo della materia prima, della bottiglia e del tappo, per la passata arriviamo a un costo di 32 centesimi”, dice un industriale del pomodoro, che preferisce non rivelare il nome. “Se poi aggiungi il costo dell’energia e del lavoro, allora ci perdi, e anche tanto”. Eppure, pur di aggiudicarsi la commessa e stare sul mercato, molti sono disposti a lavorare in perdita, sperando poi di rifarsi successivamente risparmiando su altre voci di fatturato, come per esempio il costo della materia prima.
“Il vero caporale”
Nelle campagne della Capitanata, in provincia di Foggia, tutto è ormai pronto per la raccolta. Nelle prossime settimane camion carichi di cassoni cominceranno a fare la spola tra i campi, che già brillano del rosso dei pomodori maturi, e le varie aziende di trasformazione. Ma gli agricoltori sono sempre più sconfortati. “Una volta il pomodoro garantiva ottimi guadagni. Ormai è un prodotto-merce, che si paga sempre meno”, racconta Marco Nicastro, imprenditore agricolo e presidente dell’organizzazione di produttori Mediterraneo. “Quando gli industriali partecipano a queste aste, l’unico modo che hanno per non lavorare in perdita è rifarsi su noi produttori agricoli, pagandoci il meno possibile la materia prima. Altro che sfruttamento nei campi da parte nostra, è la grande distribuzione organizzata il vero caporale!”.
In una specie di effetto a cascata, ogni attore della filiera finisce per rivalersi su quello più debole: le aziende strozzate dalle aste cercano di ottenere il prodotto agricolo a prezzi più bassi e i produttori provano a risparmiare sul costo del lavoro. “Alla fine ci rimettono i lavoratori, perché sono gli ultimi anelli della catena”, denuncia Giovanni Mininni, segretario nazionale della Flai-Cgil. “Non si può pensare di eliminare il fenomeno dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e del caporalato se non si interviene su tutta la filiera, perché la Gdo abbassa il prezzo a livelli quasi insostenibili per chi produce. Anche se non può essere una giustificazione, spesso i produttori risparmiano sulla pelle dei lavoratori, violando leggi e contratti”.
Secondo uno studio dell’Associazione industrie beni di consumo, nei gruppi discount la pratica dell’asta incide per circa il 50 per cento delle forniture. Percentuale che si abbassa leggermente nei supermercati tradizionali. Ma la prassi finisce per investire interi settori agroalimentari, che si trovano ostaggio di una politica commerciale basata sul continuo abbassamento dei prezzi. “Il problema di queste aste online”, dice Giovanni De Angelis, direttore dell’Associazione nazionale delle industrie conserviere alimentari vegetali (Anicav), “è che non riguardano solo il gruppo che le lancia e coloro che accettano i prezzi ribassati. Il prezzo con cui si vince l’asta diventa un riferimento per tutte le altre insegne della Gdo”.
Le leggi e i protocolli
Così il pomodoro – simbolo del made in Italy e della dieta mediterranea – si vede sempre più relegato al ruolo di commodity, prodotto civetta dal valore irrisorio e che può essere ottenuto solo riducendo al minimo i costi. “Spesso i nostri associati sono costretti a partecipare a queste gare per vendere il prodotto. Ma si tratta di pratiche che favoriscono fenomeni speculativi, su cui sarebbe giusto intervenire in modo normativo come è stato fatto in altri paesi europei, per esempio in Francia”.
Una legge francese del 2005 ha regolamentato le aste elettroniche fissando limiti così numerosi da renderle non vantaggiose. Nel giugno 2017, anche il governo italiano è intervenuto nella stessa direzione. Il ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali ha stilato un protocollo per promuovere pratiche commerciali leali lungo l’intera filiera agroalimentare. In particolare, si chiedeva alla Gdo di impegnarsi “a non fare più ricorso alle aste elettroniche inverse al doppio ribasso per l’acquisto di prodotti agricoli e agroalimentari”.
Pur se non vincolante, il documento è stato firmato dal gruppo Conad e da Federdistribuzione, a cui sono associate diverse insegne di supermercati. Eurospin non ha aderito. Ai ripetuti contatti via email e telefonici per avere chiarimenti sia sulla recente asta del pomodoro sia sulla mancata adesione al protocollo, l’azienda veronese ha preferito non rispondere.
Una direttiva contro le pratiche sleali
“Quella delle aste online è una delle pratiche commerciali sleali su cui è necessario intervenire”. Vicepresidente della commissione agricoltura del parlamento europeo, Paolo De Castro è relatore di una proposta di direttiva europea per riequilibrare i rapporti di forza nella filiera agroalimentare e mettere fine allo strapotere delle insegne commerciali. “La grande distribuzione organizzata è nelle mani di pochi gruppi giganteschi, e questo rende molto fragile il potere contrattuale degli altri attori, che subiscono vere e proprie imposizioni da far west”.
La direttiva vuole stabilire degli standard di legge a cui tutti gli stati membri devono adeguarsi, con la possibilità di andare oltre le legislazioni nazionali. “È la prima volta in vent’anni che si legifera su questo punto. Se la direttiva sarà approvata, e contiamo di farlo entro la fine della legislatura, nel 2019, scatteranno dei meccanismi che vieteranno le pratiche più aggressive della Gdo mettendole al bando”.
Dietro le aste online e le altre azioni vessatorie messe in atto dai gruppi della Gdo nei confronti dei fornitori, c’è un’idea di marketing che ha trasformato il cibo in un bene a basso costo, con i supermercati impegnati in promozioni continue per accaparrarsi una clientela interessata solo a spendere meno. Un’idea che ha conseguenze sui produttori, spinti a produrre in quantità sempre maggiori e a costi sempre minori, risparmiando il più possibile sul lavoro dei braccianti.
“Oltre a far soffrire gli operatori agricoli, le aste online, il sottocosto e il 3×2 danneggiano gli stessi consumatori. Siamo sicuri che il prezzo più basso vada veramente a suo beneficio? Per vendere a quei prezzi, alla fine bisogna abbassare i costi di produzione e quindi la qualità”, conclude De Castro.
Il non detto del volantino che propone il sugo a 39 centesimi per “una spesa intelligente” è proprio questo: dietro a quei prezzi, ci potrebbero essere sfruttamento nei campi e riduzione al minimo degli standard qualitativi.
Rettifica. Nella prima versione dell’articolo si citava erroneamente La Doria tra le aziende che si sono aggiudicate la commessa per la passata di pomodoro.
Fonte
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L’offerta è di quelle irrinunciabili: una bottiglia di passata di pomodoro a 39 centesimi di euro, un litro di latte a 59 centesimi, un barattolo da 370 grammi di confettura extragusti a 79 centesimi, un pacco di pasta trafilata al bronzo a 49 centesimi. Diffuso a tappeto nelle cassette delle lettere e su internet, il volantino promuove i saldi sul cibo per attrarre una clientela sempre più vasta. A firmarlo è il gruppo Eurospin, quello della “spesa intelligente” e del marchio blu con le stellette, discount italiano con una rete di oltre mille punti vendita in tutta la penisola e vertiginose crescite di fatturato annuali a due cifre.
Facendo un rapido calcolo, è possibile preparare una pasta al pomodoro per quattro persone spendendo quanto un caffè al bar. Ma come fa il gruppo veronese a proporre prezzi così stracciati? Dietro le offerte al consumatore, c’è un meccanismo perverso che finisce per schiacciare intere filiere e che ha conseguenze sulle dinamiche di produzione e sui rapporti di lavoro nelle campagne: l’asta elettronica al doppio ribasso.
Questa pratica commerciale, che somiglia più al gioco d’azzardo che a una transazione tra aziende, è sempre più diffusa nel settore della Grande distribuzione organizzata (Gdo), soprattutto tra i gruppi discount. Fa leva sul grande potere che hanno acquisito negli ultimi anni le insegne dei supermercati, diventate il principale canale degli acquisti alimentari, e sulla frammentazione e lo scarso potere contrattuale degli altri attori della filiera.
Come funziona un’asta online al doppio ribasso
Il meccanismo di base è lo stesso di un’asta: da una parte c’è la Gdo, che deve acquistare la merce, dall’altra le aziende fornitrici che fanno l’offerta. Con un’unica, non trascurabile, variante: vince il prezzo peggiore, non il migliore.
È successo poche settimane fa, quando Eurospin ha chiesto alle aziende del pomodoro di presentare un’offerta di vendita per una partita di 20 milioni di bottiglie di passata da 700 grammi. Una volta raccolte le proposte, ha indetto una seconda gara, usando come base di partenza l’offerta più bassa.
Alcuni si sono ritirati già dopo la prima asta. “Non ci stiamo dentro con i costi”, ha detto con fare sconsolato uno di loro, che ha chiesto di rimanere anonimo. Gli altri sono stati invitati a fare una nuova offerta, sempre al ribasso, su un sito internet. Si sono quindi trovati a dover proporre in pochi minuti ulteriori tagli al prezzo base, in modo da aggiudicarsi la partita.
Alla fine di questa gara online, la commessa è stata vinta da due grandi gruppi per un prezzo pari a 31,5 centesimi per bottiglia di passata. Altre tre aziende hanno invece vinto un’altra commessa per una fornitura di pelati da 400 grammi grazie a un’offerta di 21,5 centesimi per bottiglia.
“Se teniamo conto solo della materia prima, della bottiglia e del tappo, per la passata arriviamo a un costo di 32 centesimi”, dice un industriale del pomodoro, che preferisce non rivelare il nome. “Se poi aggiungi il costo dell’energia e del lavoro, allora ci perdi, e anche tanto”. Eppure, pur di aggiudicarsi la commessa e stare sul mercato, molti sono disposti a lavorare in perdita, sperando poi di rifarsi successivamente risparmiando su altre voci di fatturato, come per esempio il costo della materia prima.
“Il vero caporale”
Nelle campagne della Capitanata, in provincia di Foggia, tutto è ormai pronto per la raccolta. Nelle prossime settimane camion carichi di cassoni cominceranno a fare la spola tra i campi, che già brillano del rosso dei pomodori maturi, e le varie aziende di trasformazione. Ma gli agricoltori sono sempre più sconfortati. “Una volta il pomodoro garantiva ottimi guadagni. Ormai è un prodotto-merce, che si paga sempre meno”, racconta Marco Nicastro, imprenditore agricolo e presidente dell’organizzazione di produttori Mediterraneo. “Quando gli industriali partecipano a queste aste, l’unico modo che hanno per non lavorare in perdita è rifarsi su noi produttori agricoli, pagandoci il meno possibile la materia prima. Altro che sfruttamento nei campi da parte nostra, è la grande distribuzione organizzata il vero caporale!”.
In una specie di effetto a cascata, ogni attore della filiera finisce per rivalersi su quello più debole: le aziende strozzate dalle aste cercano di ottenere il prodotto agricolo a prezzi più bassi e i produttori provano a risparmiare sul costo del lavoro. “Alla fine ci rimettono i lavoratori, perché sono gli ultimi anelli della catena”, denuncia Giovanni Mininni, segretario nazionale della Flai-Cgil. “Non si può pensare di eliminare il fenomeno dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e del caporalato se non si interviene su tutta la filiera, perché la Gdo abbassa il prezzo a livelli quasi insostenibili per chi produce. Anche se non può essere una giustificazione, spesso i produttori risparmiano sulla pelle dei lavoratori, violando leggi e contratti”.
Secondo uno studio dell’Associazione industrie beni di consumo, nei gruppi discount la pratica dell’asta incide per circa il 50 per cento delle forniture. Percentuale che si abbassa leggermente nei supermercati tradizionali. Ma la prassi finisce per investire interi settori agroalimentari, che si trovano ostaggio di una politica commerciale basata sul continuo abbassamento dei prezzi. “Il problema di queste aste online”, dice Giovanni De Angelis, direttore dell’Associazione nazionale delle industrie conserviere alimentari vegetali (Anicav), “è che non riguardano solo il gruppo che le lancia e coloro che accettano i prezzi ribassati. Il prezzo con cui si vince l’asta diventa un riferimento per tutte le altre insegne della Gdo”.
Le leggi e i protocolli
Così il pomodoro – simbolo del made in Italy e della dieta mediterranea – si vede sempre più relegato al ruolo di commodity, prodotto civetta dal valore irrisorio e che può essere ottenuto solo riducendo al minimo i costi. “Spesso i nostri associati sono costretti a partecipare a queste gare per vendere il prodotto. Ma si tratta di pratiche che favoriscono fenomeni speculativi, su cui sarebbe giusto intervenire in modo normativo come è stato fatto in altri paesi europei, per esempio in Francia”.
Una legge francese del 2005 ha regolamentato le aste elettroniche fissando limiti così numerosi da renderle non vantaggiose. Nel giugno 2017, anche il governo italiano è intervenuto nella stessa direzione. Il ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali ha stilato un protocollo per promuovere pratiche commerciali leali lungo l’intera filiera agroalimentare. In particolare, si chiedeva alla Gdo di impegnarsi “a non fare più ricorso alle aste elettroniche inverse al doppio ribasso per l’acquisto di prodotti agricoli e agroalimentari”.
Pur se non vincolante, il documento è stato firmato dal gruppo Conad e da Federdistribuzione, a cui sono associate diverse insegne di supermercati. Eurospin non ha aderito. Ai ripetuti contatti via email e telefonici per avere chiarimenti sia sulla recente asta del pomodoro sia sulla mancata adesione al protocollo, l’azienda veronese ha preferito non rispondere.
Una direttiva contro le pratiche sleali
“Quella delle aste online è una delle pratiche commerciali sleali su cui è necessario intervenire”. Vicepresidente della commissione agricoltura del parlamento europeo, Paolo De Castro è relatore di una proposta di direttiva europea per riequilibrare i rapporti di forza nella filiera agroalimentare e mettere fine allo strapotere delle insegne commerciali. “La grande distribuzione organizzata è nelle mani di pochi gruppi giganteschi, e questo rende molto fragile il potere contrattuale degli altri attori, che subiscono vere e proprie imposizioni da far west”.
La direttiva vuole stabilire degli standard di legge a cui tutti gli stati membri devono adeguarsi, con la possibilità di andare oltre le legislazioni nazionali. “È la prima volta in vent’anni che si legifera su questo punto. Se la direttiva sarà approvata, e contiamo di farlo entro la fine della legislatura, nel 2019, scatteranno dei meccanismi che vieteranno le pratiche più aggressive della Gdo mettendole al bando”.
Dietro le aste online e le altre azioni vessatorie messe in atto dai gruppi della Gdo nei confronti dei fornitori, c’è un’idea di marketing che ha trasformato il cibo in un bene a basso costo, con i supermercati impegnati in promozioni continue per accaparrarsi una clientela interessata solo a spendere meno. Un’idea che ha conseguenze sui produttori, spinti a produrre in quantità sempre maggiori e a costi sempre minori, risparmiando il più possibile sul lavoro dei braccianti.
“Oltre a far soffrire gli operatori agricoli, le aste online, il sottocosto e il 3×2 danneggiano gli stessi consumatori. Siamo sicuri che il prezzo più basso vada veramente a suo beneficio? Per vendere a quei prezzi, alla fine bisogna abbassare i costi di produzione e quindi la qualità”, conclude De Castro.
Il non detto del volantino che propone il sugo a 39 centesimi per “una spesa intelligente” è proprio questo: dietro a quei prezzi, ci potrebbero essere sfruttamento nei campi e riduzione al minimo degli standard qualitativi.
Rettifica. Nella prima versione dell’articolo si citava erroneamente La Doria tra le aziende che si sono aggiudicate la commessa per la passata di pomodoro.
Fonte
05/04/2018
Ikea, Auchan e il massacro dei diritti nella Grande Distribuzione
Le vicende di Marica Ricutti, la mamma lavoratrice licenziata da Ikea che recentemente ha visto confermato il proprio licenziamento dal Tribunale di Milano perché “non discriminatorio”, e la decisione di Auchan di chiudere subito due centri vendita a Napoli e Catania gettando sul lastrico centinaia di lavoratori, rappresentano gli ennesimi buchi neri nell’universo della Grande Distribuzione Organizzata.
È un settore che rappresenta per il padronato – non solo italiano – un laboratorio privilegiato di sfruttamento, utile a sperimentare riduzione dei salari, abbattimento delle maggiorazioni domenicali e festive, aperture serali e notturne, flessibilità e precarietà lavorativa, esternalizzazioni, oltre a orari e turni lesivi della salute psicofisica di lavoratrici e lavoratori e, come la vicenda di Marica dimostra, non conciliabili con i tempi di vita di una famiglia monoreddito.
Tali sperimentazioni, introdotte in modo sempre più invasivo a ogni rinnovo contrattuale, sono avallate dalla politica, serva degli interessi delle multinazionali e da CGIL CISL e UIL trasformati ormai in meri sindacati di servizi, non più interessati ad organizzare i lavoratori per tornare a conquistare salari e diritti.
In particolare le aperture indiscriminate 24 ore al giorno 365 giorni l’anno, il massiccio utilizzo del part-time, che non permette il guadagno di uno stipendio nemmeno lontanamente dignitoso e l’appalto di lavori e servizi a cooperative di sfruttamento, rappresentano nel mondo della GDO la fine di ogni residua tutela, la precarizzazione e la flessibilizzazione. Non solo del lavoro ma della vita stessa dei lavoratori e delle loro famiglie, oltre che il motivo della chiusura di decine di migliaia di piccoli negozi di vicinato a conduzione familiare, che garantivano una qualità della vita dignitosa per chi vi era impiegato e la vitalità e la socialità dei nostri quartieri e paesi, oggi divenuti deserti inariditi dalla presenza dei grandi centri commerciali.
L’inversione di rotta non è più procrastinabile. Serve un sindacato capace di rappresentare i lavoratori e le lavoratrici, di riorganizzarli per tornare a guadagnare diritti e salario. L’Unione Sindacale di Base lotta e si impegna per questo.
Fonte
È un settore che rappresenta per il padronato – non solo italiano – un laboratorio privilegiato di sfruttamento, utile a sperimentare riduzione dei salari, abbattimento delle maggiorazioni domenicali e festive, aperture serali e notturne, flessibilità e precarietà lavorativa, esternalizzazioni, oltre a orari e turni lesivi della salute psicofisica di lavoratrici e lavoratori e, come la vicenda di Marica dimostra, non conciliabili con i tempi di vita di una famiglia monoreddito.
Tali sperimentazioni, introdotte in modo sempre più invasivo a ogni rinnovo contrattuale, sono avallate dalla politica, serva degli interessi delle multinazionali e da CGIL CISL e UIL trasformati ormai in meri sindacati di servizi, non più interessati ad organizzare i lavoratori per tornare a conquistare salari e diritti.
In particolare le aperture indiscriminate 24 ore al giorno 365 giorni l’anno, il massiccio utilizzo del part-time, che non permette il guadagno di uno stipendio nemmeno lontanamente dignitoso e l’appalto di lavori e servizi a cooperative di sfruttamento, rappresentano nel mondo della GDO la fine di ogni residua tutela, la precarizzazione e la flessibilizzazione. Non solo del lavoro ma della vita stessa dei lavoratori e delle loro famiglie, oltre che il motivo della chiusura di decine di migliaia di piccoli negozi di vicinato a conduzione familiare, che garantivano una qualità della vita dignitosa per chi vi era impiegato e la vitalità e la socialità dei nostri quartieri e paesi, oggi divenuti deserti inariditi dalla presenza dei grandi centri commerciali.
L’inversione di rotta non è più procrastinabile. Serve un sindacato capace di rappresentare i lavoratori e le lavoratrici, di riorganizzarli per tornare a guadagnare diritti e salario. L’Unione Sindacale di Base lotta e si impegna per questo.
Fonte
25/02/2018
La crisi vista dalle piccole imprese
La crisi economica che si è venuta a generare in Italia ha colpito, come testimoniato anche dai dati ISTAT, gran parte della popolazione ed ha contribuito a precarizzare ancor di più il mondo del lavoro, dando origine ad un gioco al ribasso sul prezzo del lavoro ed alla cancellazione di quasi tutti i diritti dei lavoratori.
Nessuna categoria esclusa: il capitalismo, come una belva feroce e famelica, si è accanita su più vittime che, isolate e “spogliate” delle proprie protezioni, sono state facili prede del mostro!
Una categoria che sta soffrendo dell’attacco del capitale è quella dei commercianti e dei piccoli artigiani. Ciò che la contraddistingue e che colpisce è che non c’è una benché minima forma di resistenza: vuoi perché per i diretti interessati è difficile far emergere il problema per questioni di “cultura del successo” tipica di questo settore che ti costringe a dare sempre una parvenza di felicità e soddisfazione (se non poi lamentarsi per frasi fatte senza entrare mai nello specifico del problema); vuoi perché purtroppo è spesso lasciata sola ed in balia degli eventi dalla politica.
Negli anni, con le tasche degli italiani sempre più a secco, parecchie attività commerciali o artigianali hanno dovuto necessariamente abbassare per sempre le saracinesche. Il problema, però, non risiede solo nella contrazione dei consumi. Da una parte si è assistito ad una continua e spregiudicata costruzione di grandi centri commerciali, fin dentro le città, in nome della risoluzione della crisi. Dall’altro ciò ha generato una concorrenza spietata “come neoliberismo comanda”, agevolata dalle politiche governative che hanno liberalizzato orari di lavoro delle attività commerciali. E il tutto è stato giustificato come un aiuto all’aumento dei consumi, come se fossero gli orari o i negozi a non dar possibilità agli italiani di generare consumi! A ciò si è unito un eccesso di pressione fiscale (se prendiamo in considerazione il calo dei consumi diventa difficile sostenere questo regime di tassazione).
Commercianti e artigiani sono ormai vittime di grandi multinazionali, di costruttori e della classe politica senza scrupoli che in combutta permettono la costruzione funzionale solo al loro profitto di grandi megastrutture, in barba a tutte le conseguenze compresi vincoli ambientali (vedi il prossimo “Maximall Pompei” costruito in uno spaccato di territorio che straborda di amianto, oppure “Leory Merlin” di Torre Annunziata costruito su dei reperti archeologici, perché il profitto può cancellare anche la cultura!).
Esse, oltre ad essere fonte di profitto per pochi ed impoverimento economico per tanti, sono anche un agglomerato che attraverso grosse campagne di marketing e i prezzi bassi, dovuti ad escamotage fiscali e produttivi, riescono ad attrarre gran parte delle persone che altrimenti avrebbero percorso le strade delle proprie città. Ormai in tutta Italia i centri storici si sono svuotati e sono stati abbandonati a loro stessi. Infatti, una delle “attrattive” che questi posti offrono è un parcheggio, magari gratuito, ma più o meno certo. Cosa che nei centri storici e nelle città latita. È divertente poi assistere a branchi di persone che percorrono chilometri, senza una meta. D’altra parte non si spostano di 100 metri, se non con l’auto, all’interno dei paesi. Ed è qui che bisognerebbe lavorare: far riscoprire alle persone il piacere di una camminata all’aperto piuttosto che in corridoi concatenati senza finestre sul mondo reale!
Allo stesso tempo la maggior parte dei profitti e degli investimenti (comprese le tassazioni) fatti dai “colossi del commercio” non esitano a varcare i confini nazionali alla velocità della luce. Infatti sono posti dove nessuno che non sia una multinazionale può permettersi di pensare di iniziare a lavorare all’interno come venditore di prodotti: producono merci sfruttando in altri paesi la manodopera a basso costo, ci imprimono sopra un marchio che nella società dei consumi conferisce uno status, importano qui vendendo con ricarichi altissimi sui prezzi che però restano altamente concorrenziali nel mercato e, in più, intercettano fondi pubblici alle imprese. Insomma è un posto per una ristretta élite finanziaria che punta a prendersi tutto il potenziale economico di un territorio. In sintesi un gruppo di persone che devastano e saccheggiano l’economia di una nazione al fine di arricchirsi in combutta con le autorità politiche che permettono questo scempio.
Un’altra enorme bugia che serve a far accettare alle persone la nascita di questi enormi obbrobri accanto casa è quella dello sviluppo lavorativo all’interno della struttura in favore del paese ospitante.
Nulla di più falso!
Se per lavoro intendiamo lavorare 7 giorni su 7 anche festivi con salario minimo allora si evince che i centri commerciali non sono altro che generatori di schiavitù, non di lavoro.
Insomma hanno un ruolo antieconomico e antisociale perché di fatto svuotano i territori, li inquinano, li depauperano e si riempiono di persone che lobotomizzano e bombardano a loro piacimento con pubblicità e flash di luci in ogni dove.
Per rilanciare l’economia dei paesi la sola soluzione è impedire la nascita di altri centri commerciali, ritornare ad un’economia basata sul territorio locale e sulle sue peculiarità come agricoltura e artigianato.
Regolamentare nuovamente orari di chiusura ed apertura delle attività commerciali con la reintroduzione del giorno infrasettimanale di chiusura e domenica festiva in base ai settori merceologi per ridare dignità e riposo alla vita dei soggetti che operano nel commercio, ai lavoratori e alle piccole imprese dove proprietari e dipendenti spesso coincidono e sono tutti sfruttati dal capitale.
Bisognerebbe gettare le basi per la creazione di un piano strategico che tenda ad assorbire buona parte dei lavoratori sfruttati dalle grandi multinazionali e, attraverso agevolazioni, dare loro la possibilità di poter scegliere di prendere possesso dei vari negozi sfitti all’interno dei centri storici e delle città. Fare in modo che quei luoghi figli del capitalismo più sfrenato siano sempre più isolati, far perdere loro fascino in favore delle città riportando all’interno di esse i consumi (e non il consumismo!).
Regolamentare le nuove attività commerciali che vorranno operare sul territorio inserendo dei vincoli affinché la stessa categoria merceologica non si ripeta numerose volte rispettando vincoli di metraggio inteso come distanza l’uno dall’altro e mettendo un tetto massimo per categoria in base al numero di abitanti di un comune.
Solo così si può iniziare a difendere una categoria di lavoratori che è ormai da troppo tempo abbandonata da tutte le parti perché troppo borghese per la sinistra e troppo proletaria per la destra. Una categoria di lavoratori che è stata costretta dai governi e dal capitalismo ad auto-sfruttarsi, lavorare sempre più giorni fino a completare la settimana intera di lavoro per provare a reggere la concorrenza con i grandi mostri del capitalismo per provare a riuscire a guadagnare qualcosa oltre le tasse da pagare, essendo certi di non aver alcun paracadute sociale.
E solo così si può provare a ricostruire un tessuto sociale che è ormai morto: non si è più abituati a camminare e percorrere i paesi, non si è più abituati a chiacchierare, si è sempre più soli emarginati ed incattiviti nei confronti di tutti con una certa propensione a vomitare odio verso il più debole, forse perché ci siamo tutti abituati ad essere soli, magari circondati da mille luci, musica e realtà mistificate che ti illudono di vivere un film, ma in realtà si è soli in mezzo al nulla; soli come tanti lavoratori del commercio ed artigiani si sentono in questa fase storica, nel silenzio assordante di tutti; soli così come ci vuole la belva, per attaccarci meglio.
Fonte
Nessuna categoria esclusa: il capitalismo, come una belva feroce e famelica, si è accanita su più vittime che, isolate e “spogliate” delle proprie protezioni, sono state facili prede del mostro!
Una categoria che sta soffrendo dell’attacco del capitale è quella dei commercianti e dei piccoli artigiani. Ciò che la contraddistingue e che colpisce è che non c’è una benché minima forma di resistenza: vuoi perché per i diretti interessati è difficile far emergere il problema per questioni di “cultura del successo” tipica di questo settore che ti costringe a dare sempre una parvenza di felicità e soddisfazione (se non poi lamentarsi per frasi fatte senza entrare mai nello specifico del problema); vuoi perché purtroppo è spesso lasciata sola ed in balia degli eventi dalla politica.
Negli anni, con le tasche degli italiani sempre più a secco, parecchie attività commerciali o artigianali hanno dovuto necessariamente abbassare per sempre le saracinesche. Il problema, però, non risiede solo nella contrazione dei consumi. Da una parte si è assistito ad una continua e spregiudicata costruzione di grandi centri commerciali, fin dentro le città, in nome della risoluzione della crisi. Dall’altro ciò ha generato una concorrenza spietata “come neoliberismo comanda”, agevolata dalle politiche governative che hanno liberalizzato orari di lavoro delle attività commerciali. E il tutto è stato giustificato come un aiuto all’aumento dei consumi, come se fossero gli orari o i negozi a non dar possibilità agli italiani di generare consumi! A ciò si è unito un eccesso di pressione fiscale (se prendiamo in considerazione il calo dei consumi diventa difficile sostenere questo regime di tassazione).
Commercianti e artigiani sono ormai vittime di grandi multinazionali, di costruttori e della classe politica senza scrupoli che in combutta permettono la costruzione funzionale solo al loro profitto di grandi megastrutture, in barba a tutte le conseguenze compresi vincoli ambientali (vedi il prossimo “Maximall Pompei” costruito in uno spaccato di territorio che straborda di amianto, oppure “Leory Merlin” di Torre Annunziata costruito su dei reperti archeologici, perché il profitto può cancellare anche la cultura!).
Esse, oltre ad essere fonte di profitto per pochi ed impoverimento economico per tanti, sono anche un agglomerato che attraverso grosse campagne di marketing e i prezzi bassi, dovuti ad escamotage fiscali e produttivi, riescono ad attrarre gran parte delle persone che altrimenti avrebbero percorso le strade delle proprie città. Ormai in tutta Italia i centri storici si sono svuotati e sono stati abbandonati a loro stessi. Infatti, una delle “attrattive” che questi posti offrono è un parcheggio, magari gratuito, ma più o meno certo. Cosa che nei centri storici e nelle città latita. È divertente poi assistere a branchi di persone che percorrono chilometri, senza una meta. D’altra parte non si spostano di 100 metri, se non con l’auto, all’interno dei paesi. Ed è qui che bisognerebbe lavorare: far riscoprire alle persone il piacere di una camminata all’aperto piuttosto che in corridoi concatenati senza finestre sul mondo reale!
Allo stesso tempo la maggior parte dei profitti e degli investimenti (comprese le tassazioni) fatti dai “colossi del commercio” non esitano a varcare i confini nazionali alla velocità della luce. Infatti sono posti dove nessuno che non sia una multinazionale può permettersi di pensare di iniziare a lavorare all’interno come venditore di prodotti: producono merci sfruttando in altri paesi la manodopera a basso costo, ci imprimono sopra un marchio che nella società dei consumi conferisce uno status, importano qui vendendo con ricarichi altissimi sui prezzi che però restano altamente concorrenziali nel mercato e, in più, intercettano fondi pubblici alle imprese. Insomma è un posto per una ristretta élite finanziaria che punta a prendersi tutto il potenziale economico di un territorio. In sintesi un gruppo di persone che devastano e saccheggiano l’economia di una nazione al fine di arricchirsi in combutta con le autorità politiche che permettono questo scempio.
Un’altra enorme bugia che serve a far accettare alle persone la nascita di questi enormi obbrobri accanto casa è quella dello sviluppo lavorativo all’interno della struttura in favore del paese ospitante.
Nulla di più falso!
Se per lavoro intendiamo lavorare 7 giorni su 7 anche festivi con salario minimo allora si evince che i centri commerciali non sono altro che generatori di schiavitù, non di lavoro.
Insomma hanno un ruolo antieconomico e antisociale perché di fatto svuotano i territori, li inquinano, li depauperano e si riempiono di persone che lobotomizzano e bombardano a loro piacimento con pubblicità e flash di luci in ogni dove.
Per rilanciare l’economia dei paesi la sola soluzione è impedire la nascita di altri centri commerciali, ritornare ad un’economia basata sul territorio locale e sulle sue peculiarità come agricoltura e artigianato.
Regolamentare nuovamente orari di chiusura ed apertura delle attività commerciali con la reintroduzione del giorno infrasettimanale di chiusura e domenica festiva in base ai settori merceologi per ridare dignità e riposo alla vita dei soggetti che operano nel commercio, ai lavoratori e alle piccole imprese dove proprietari e dipendenti spesso coincidono e sono tutti sfruttati dal capitale.
Bisognerebbe gettare le basi per la creazione di un piano strategico che tenda ad assorbire buona parte dei lavoratori sfruttati dalle grandi multinazionali e, attraverso agevolazioni, dare loro la possibilità di poter scegliere di prendere possesso dei vari negozi sfitti all’interno dei centri storici e delle città. Fare in modo che quei luoghi figli del capitalismo più sfrenato siano sempre più isolati, far perdere loro fascino in favore delle città riportando all’interno di esse i consumi (e non il consumismo!).
Regolamentare le nuove attività commerciali che vorranno operare sul territorio inserendo dei vincoli affinché la stessa categoria merceologica non si ripeta numerose volte rispettando vincoli di metraggio inteso come distanza l’uno dall’altro e mettendo un tetto massimo per categoria in base al numero di abitanti di un comune.
Solo così si può iniziare a difendere una categoria di lavoratori che è ormai da troppo tempo abbandonata da tutte le parti perché troppo borghese per la sinistra e troppo proletaria per la destra. Una categoria di lavoratori che è stata costretta dai governi e dal capitalismo ad auto-sfruttarsi, lavorare sempre più giorni fino a completare la settimana intera di lavoro per provare a reggere la concorrenza con i grandi mostri del capitalismo per provare a riuscire a guadagnare qualcosa oltre le tasse da pagare, essendo certi di non aver alcun paracadute sociale.
E solo così si può provare a ricostruire un tessuto sociale che è ormai morto: non si è più abituati a camminare e percorrere i paesi, non si è più abituati a chiacchierare, si è sempre più soli emarginati ed incattiviti nei confronti di tutti con una certa propensione a vomitare odio verso il più debole, forse perché ci siamo tutti abituati ad essere soli, magari circondati da mille luci, musica e realtà mistificate che ti illudono di vivere un film, ma in realtà si è soli in mezzo al nulla; soli come tanti lavoratori del commercio ed artigiani si sentono in questa fase storica, nel silenzio assordante di tutti; soli così come ci vuole la belva, per attaccarci meglio.
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07/02/2018
Braccialetto elettronico? Le aziende italiane hanno “bruciato” Amazon
USB: Amazon? Le cassiere dei supermercati il bracciale elettronico lo indossano già
Il bracciale elettronico brevettato da Amazon non è nulla di nuovo. Forse il simbolismo che lo associa a quello dei carcerati fa paura, ma le cassiere dei supermercati un braccialetto simile – anche se non visibile – lo subiscono da una vita.
Già, perché il sistema di elaborazione elettronica delle aziende della GDO da tempo si concentra sul calcolo della produttività oraria di una cassiera: quanti prodotti all’ora passa sullo scanner, quant’è lo scontrino medio, quante promozioni e così via.
E la testimonianza di Alessia, una delle tante cassiere di supermercato che ci ha segnalato le sue difficoltà, sta lì a dimostrarlo senza ombra di dubbio:
USB Lavoro Privato
Amazon? Bruciata sul tempo. Non nella spedizione dei pacchi, sia chiaro: anche perché quella sarebbe onestamente impresa ardua. Ma sui tanto contestati braccialetti elettronici. Cioè sugli strumenti tecnologici di cui dotare i dipendenti per monitorarne e migliorarne le fasi del lavoro. C’è un’azienda del Padovano, infatti, che circa un mese fa era quasi riuscita a portare a termine l’operazione. Quasi, perché dopo aver predisposto il piano completo, che era stato messo nero su bianco dai dirigenti, s’è vista bloccare l’iter dall‘insurrezione delle rappresentanze sindacali. I fatti risalgono a dicembre e l’azienda in questione è la «Dab» di Mestrino, un colosso della metalmeccanica con sedi in 14 Paesi (la capogruppo è danese), che si occupa di sistemi di movimentazione dell’acqua.
Il documento
Il Corriere del Veneto ha potuto visionare il documento che l’azienda aveva predisposto e nel quale sono indicati i dettagli del progetto. Rispetto ad Amazon, che ha brevettato «in casa» un proprio bracciale per trasmettere gli ordini ai magazzinieri e rendere più veloce la consegna, «Dab» contava di impiegare all’uopo uno «smartwatch», cioè uno di quegli orologi intelligenti già in commercio, su cui poi operare opportune modifiche al software. Lo scopo — come si legge nel testo — sarebbe stato quello di «monitorare la corretta applicazione delle misure di salute e sicurezza sul lavoro, di migliorare l’efficienza del processo produttivo» e infine di «supportare i dipendenti nello svolgimento di specifiche attività lavorative» (come effettuare chiamate per l’approvvigionamento del materiale, controllare la qualità, gestire le lavorazioni). Precisava comunque l’azienda che in nessun modo sarebbe stata consentita con questo strumento la «geolocalizzazione del dipendente», cioè la sua identificazione geografica. Nè tantomeno si sarebbero potute utilizzare le funzioni dell’orologio per prendere eventuali provvedimenti disciplinari. La sperimentazione, come detto però, non è piaciuta per nulla ai dipendenti. Che infatti l’hanno bocciata in assemblea.
I sindacati
«I delegati non erano persuasi dall’operazione - afferma il segretario provinciale della Fiom Cgil Padova, Loris Scarpa -. Anche perché nei fatti c’era il rischio che si configurasse comunque una sorta di controllo a distanza. Purtroppo, in questo senso, il Jobs Act ha allargato molto le maglie e lo stesso hanno fatto i meccanismi dell’industria 4.0».
L’azienda
Il punto di vista dell’azienda, però, è completamente diverso. Ed è molto interessante, perché in realtà fa emergere tutti i nodi relativi alla sfida delle nuove tecnologie. «A noi sembrava uno strumento all’avanguardia - spiega Gianluca Pagliari, responsabile compliance e membro del team digitalizzazione -, che avrebbe permesso una maggiore libertà al lavoratore, esattamente come per Amazon. Con l’orologio al polso l’operatore viene “agganciato” e da quel momento può dialogare con le macchine: il terminale segnala anche se mancano le dotazioni di sicurezza. Il problema è che ci sono ancora barriere psicologiche e preventive. Nel nostro caso c’è stato un rifiuto a priori». Ma la privacy, domandiamo, e i diritti dei lavoratori? «La vedo dura bloccare il progresso - continua Pagliari -. Oggi ormai siamo tutti connessi e la privacy è assolutamente teorica. Dal telepass allo smartphone siamo sempre tracciati. E quanti hanno letto le informative della banca sulla carta di credito? Il tema è che la legge è lenta ad adattarsi alle potenzialità dei nuovi strumenti. Noi, in linea con il piano industria 4.0, abbiamo investito 7-8 milioni per connettere linee e magazzini. Poi però ci troviamo davanti barriere all’utilizzo delle nuove macchine».
«Adotteremo gli iPad»
«Dab» comunque non ha intenzione di mollare. «Qui a Mestrino, dove siamo in 200, dopo che sono stati bocciati gli smartwatch adotteremo gli iPad - annuncia Pagliari -. Ma negli altri nostri due stabilimenti italiani, Pisa e Vicenza, siamo pronti a riproporre l’utilizzo dell’orologio. A Mestrino forse il nostro errore è stato quello di non coinvolgere dapprima i sindacati. Ma non possiamo perdere altre occasioni, altrimenti rimarremo all’età della carrozza».
Dal Corriere del Veneto
Fonte
Il bracciale elettronico brevettato da Amazon non è nulla di nuovo. Forse il simbolismo che lo associa a quello dei carcerati fa paura, ma le cassiere dei supermercati un braccialetto simile – anche se non visibile – lo subiscono da una vita.
Già, perché il sistema di elaborazione elettronica delle aziende della GDO da tempo si concentra sul calcolo della produttività oraria di una cassiera: quanti prodotti all’ora passa sullo scanner, quant’è lo scontrino medio, quante promozioni e così via.
E la testimonianza di Alessia, una delle tante cassiere di supermercato che ci ha segnalato le sue difficoltà, sta lì a dimostrarlo senza ombra di dubbio:
“Ebbene sì. Ieri mi è stata controllata la media cassa a fine turno. La responsabile sostiene che dobbiamo avere una media superiore ai 27 articoli battuti al minuto. La mia ieri è stata di poco superiore ai 29. Sono nella media insomma.Ecco, il bracciale elettronico esisteva già, prima del brevetto Amazon. Non si vedeva, ma c’era. E si allacciava stretto in quella zona grigia che viaggia ai confini della legalità. Bastava saperlo vedere...
Poco importa se sono prima cassa dalle 8.00 alle 13.30 o dalle 14.15 alle 20. Poco importa di come vengono calcolati i “tempi morti” rispetto ad una collega seconda cassa che viene chiamata a smaltire all’occorrenza e pertanto, in proporzione, “si fa” un numero nettamente inferiore di clienti e matematicamente ha quindi meno “tempi morti” che pesano sulla media. Più stai in cassa, infatti, più ci sono tempi “morti” da smaltire. È palese. È inopinabile. Chi afferma il contrario mente spudoratamente. Mente perché è ignorante o perché è probabilmente in malafede.
Con i tempi morti intendo storni e annulli da effettuare, codici EAN da digitare a mano, frutta e verdura da pesare, le etichette del pane sempre sbiadite con numeri poco chiari, clienti che mentre guardano lo schermo si accorgono che il prezzo non corrisponde a quello esposto, clienti che ad un tratto si ricordano del bicarbonato, della carta fedeltà, del bancomat o del compleanno della prozia alla quale regalare i biscotti in latta... E se tu, prima cassa, non sei abbastanza celere da stoppare lo scontrino con il tastino #enter, la media si abbassa inesorabilmente.
Perché nel frattempo ti urlano che vanno in sconto del 30% i pomodorini, o il cliente ti interroga sulla differenza degli assorbenti con le ali o senza e, contemporaneamente una cliente ti riempie di zucchero il nastro cassa e il sapientone del momento tiene lezioni di economia urlando allo scandalo perché deve pagare il sacchettino dell’ortofrutta. E l’azzeccagarbugli, anche lui in coda, mette il carico da undici sostenendo che è illegale far pagare le shoppers poiché, essendoci stampato il logo del supermercato, trattasi di pubblicità.
I minuti passano e la tua media articoli scende. Quindi tu, cassa fissa, ricordati sempre di guardare negli occhi i clienti, di chiedere e proporre la fidelity card, di proporre il prodotto civetta, di accertarti della coda che si forma, di verificare il numero esatto delle shoppers, di prestare attenzione al Mistery Client, di non chiamare mai, anche perché in cassaforte non c’è il cambiamonete.
E poi sorridi, sorridi, sorridi e sii sempre gentile con la clientela. Infine, se la tua supercollega pseudo responsabile entra in cassa per sbaglio 15 minuti e da una media di rapporto chiusura lei sfiora addirittura anche i 40 pezzi al minuto, tu continua a sorridere. Sorrisi falsi per tutti. Disagio vero per molti.”
USB Lavoro Privato
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Bracciale come Amazon: azienda padovana bloccata dagli operai
Amazon? Bruciata sul tempo. Non nella spedizione dei pacchi, sia chiaro: anche perché quella sarebbe onestamente impresa ardua. Ma sui tanto contestati braccialetti elettronici. Cioè sugli strumenti tecnologici di cui dotare i dipendenti per monitorarne e migliorarne le fasi del lavoro. C’è un’azienda del Padovano, infatti, che circa un mese fa era quasi riuscita a portare a termine l’operazione. Quasi, perché dopo aver predisposto il piano completo, che era stato messo nero su bianco dai dirigenti, s’è vista bloccare l’iter dall‘insurrezione delle rappresentanze sindacali. I fatti risalgono a dicembre e l’azienda in questione è la «Dab» di Mestrino, un colosso della metalmeccanica con sedi in 14 Paesi (la capogruppo è danese), che si occupa di sistemi di movimentazione dell’acqua.
Il documento
Il Corriere del Veneto ha potuto visionare il documento che l’azienda aveva predisposto e nel quale sono indicati i dettagli del progetto. Rispetto ad Amazon, che ha brevettato «in casa» un proprio bracciale per trasmettere gli ordini ai magazzinieri e rendere più veloce la consegna, «Dab» contava di impiegare all’uopo uno «smartwatch», cioè uno di quegli orologi intelligenti già in commercio, su cui poi operare opportune modifiche al software. Lo scopo — come si legge nel testo — sarebbe stato quello di «monitorare la corretta applicazione delle misure di salute e sicurezza sul lavoro, di migliorare l’efficienza del processo produttivo» e infine di «supportare i dipendenti nello svolgimento di specifiche attività lavorative» (come effettuare chiamate per l’approvvigionamento del materiale, controllare la qualità, gestire le lavorazioni). Precisava comunque l’azienda che in nessun modo sarebbe stata consentita con questo strumento la «geolocalizzazione del dipendente», cioè la sua identificazione geografica. Nè tantomeno si sarebbero potute utilizzare le funzioni dell’orologio per prendere eventuali provvedimenti disciplinari. La sperimentazione, come detto però, non è piaciuta per nulla ai dipendenti. Che infatti l’hanno bocciata in assemblea.
I sindacati
«I delegati non erano persuasi dall’operazione - afferma il segretario provinciale della Fiom Cgil Padova, Loris Scarpa -. Anche perché nei fatti c’era il rischio che si configurasse comunque una sorta di controllo a distanza. Purtroppo, in questo senso, il Jobs Act ha allargato molto le maglie e lo stesso hanno fatto i meccanismi dell’industria 4.0».
L’azienda
Il punto di vista dell’azienda, però, è completamente diverso. Ed è molto interessante, perché in realtà fa emergere tutti i nodi relativi alla sfida delle nuove tecnologie. «A noi sembrava uno strumento all’avanguardia - spiega Gianluca Pagliari, responsabile compliance e membro del team digitalizzazione -, che avrebbe permesso una maggiore libertà al lavoratore, esattamente come per Amazon. Con l’orologio al polso l’operatore viene “agganciato” e da quel momento può dialogare con le macchine: il terminale segnala anche se mancano le dotazioni di sicurezza. Il problema è che ci sono ancora barriere psicologiche e preventive. Nel nostro caso c’è stato un rifiuto a priori». Ma la privacy, domandiamo, e i diritti dei lavoratori? «La vedo dura bloccare il progresso - continua Pagliari -. Oggi ormai siamo tutti connessi e la privacy è assolutamente teorica. Dal telepass allo smartphone siamo sempre tracciati. E quanti hanno letto le informative della banca sulla carta di credito? Il tema è che la legge è lenta ad adattarsi alle potenzialità dei nuovi strumenti. Noi, in linea con il piano industria 4.0, abbiamo investito 7-8 milioni per connettere linee e magazzini. Poi però ci troviamo davanti barriere all’utilizzo delle nuove macchine».
«Adotteremo gli iPad»
«Dab» comunque non ha intenzione di mollare. «Qui a Mestrino, dove siamo in 200, dopo che sono stati bocciati gli smartwatch adotteremo gli iPad - annuncia Pagliari -. Ma negli altri nostri due stabilimenti italiani, Pisa e Vicenza, siamo pronti a riproporre l’utilizzo dell’orologio. A Mestrino forse il nostro errore è stato quello di non coinvolgere dapprima i sindacati. Ma non possiamo perdere altre occasioni, altrimenti rimarremo all’età della carrozza».
Dal Corriere del Veneto
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