Negli ultimi mesi si è discusso vivacemente, sebbene a singhiozzo, della proposta del Governo di limitare più o meno drasticamente la possibilità di apertura degli esercizi commerciali nei giorni festivi, incluse le domeniche. L’argomento è stato ripreso di recente per l’approssimarsi della possibile approvazione del progetto di legge. Ne è nato un interessante dibattito dominato da reazioni scomposte da parte degli alfieri del neoliberismo a oltranza, ultime delle quali la sparata a sfondo razzista dell’ineffabile sindaco piddino Sala e la netta presa di posizione del Presidente della Regione Liguria Toti.
Vediamo quali sono i termini di fondo della questione.
La liberalizzazione dei mercati, dall’ultimo decennio del secolo scorso, è divenuta un mantra ripetuto ossessivamente da economisti e politici di turno come la panacea di ogni male, la liberazione da quelle rigidità e compressioni della libertà imprenditoriale che, secondo il dogma neoliberale, avrebbero funestato i sistemi a economia mista nel trentennio post-bellico. La limitazione della libera concorrenza, in un contesto dirigista di stretta regolamentazione dei mercati era, assieme alla forte presenza dello Stato imprenditore, un pilastro essenziale del funzionamento delle politiche industriali fino ai tempi della controrivoluzione liberista.
Negli anni ’90, sotto la spinta della dottrina europea sulla concorrenza, è stato avviato un ciclo continuo di controriforme nei rapporti tra Stato e mercato che ha via via demolito quanto restava di quel dirigismo pianificatore. Mentre da un lato si disintegravano i monopoli pubblici aprendo ai privati settori prima gestiti in esclusiva da imprese statali, allo stesso tempo nell’ambito dei mercati già privati si procedeva ad un’estesa liberalizzazione e deregolamentazione, ovvero una rimozione o allentamento di quelle restrizioni che costituivano l’ossatura dei mercati regolamentati: limiti territoriali all’apertura di esercizi commerciali, divieti di cumulo di licenze, prezzi minimi e prezzi massimi su beni e servizi, limiti al ventaglio merceologico di beni o servizi vendibili, limiti alle aperture nei giorni festivi.
L’apertura degli esercizi commerciali nei giorni festivi è parte integrante di questa strategia. Il primo intervento risale al 1998 (Decreto Bersani) con la previsione di possibilità di apertura le domeniche limitata ad alcune tipologie di esercizi commerciali. Successivi interventi (2003 e 2006) hanno esteso la liberalizzazione sino ad arrivare al decreto Monti in vigore dal 2012 che completava il processo consentendo piena libertà di apertura a qualsivoglia tipo di esercizio commerciale nelle domeniche e nei giorni festivi, nonché una piena liberalizzazione degli orari di apertura e chiusura.
La visione ottimistica della liberalizzazione ci presenta un quadro apparentemente idilliaco. Dal punto di vista dei consumatori, la possibilità di fare acquisti nei giorni festivi o ad orari tardivi o persino notturni può apparire come un’agevolazione migliorativa del proprio quotidiano. Dal punto di vista dei lavoratori dipendenti del settore commercio, il lavoro festivo viene presentato come un’opportunità. Da contratto nazionale di categoria, infatti, dovrebbero usufruire di una maggiorazione del 30% delle paghe e in ogni caso vi è la garanzia settimanale di un altro giorno di riposo. Dal punto di vista degli esercenti, visti nel loro insieme, si rimarca la possibilità di accrescere i propri profitti intercettando un maggior numero di consumatori. Ed infine dal punto di vista macroeconomico si enfatizza la possibile crescita dei consumi e dunque del prodotto nazionale.
Spesso il diavolo si nasconde nei dettagli, ma questa volta si cela nella logica generale del discorso. Ci sono infatti numerose ragioni per rifiutare fermamente l’apparente ovvietà per cui è a priori buono ciò che sembra semplicemente estendere la libertà di tutti.
L’esistenza di tempi di riposo universali, comuni a tutti o a quasi tutti è, da che mondo è mondo, un carattere permanente della socialità umana, che va ben oltre il nobile significato religioso o civile delle feste celebrate. Significa potersi ricreare in compagnia delle persone a cui si vuole bene, condividere un tempo di distacco dall’attività lavorativa, e infine percepire attorno a sé la sacralità del riposo nel riposo generale della collettività.
Violare questa sacralità del riposo condiviso è naturalmente possibile, ma lo deve essere per validi motivi. E’ evidente che vi sono alcune attività che per forze di cose non possono conoscere interruzioni (servizi medici, trasporti) oppure sono particolarmente legate proprio al giorno di festa (ristorazione in località turistica). Ma parliamo dell’eccezione e non della regola. E’ innegabile oggi che i singoli individui possano valutare positivamente la libertà di fare acquisti nel tempo libero loro concesso nei duri ritmi di vita lavorativa, percependo lo shopping festivo sempre più come un’esigenza; tuttavia questa libertà si traduce nella costrizione per milioni di altre persone a lavorare in giorni di riposo universali riducendo così il proprio tempo di libertà condivisibile. Ed allora, ciò che va messa in questione è la radice di quella esigenza che diventa tale solo nella misura in cui gli orari di lavoro medi di oggi sono sfiancanti, lasciano tempi liberi irrisori, in un’epoca in cui il progresso tecnologico, al contrario, permetterebbe di ridurli rispetto a soli pochi anni fa. Non dunque la libertà di fare la spesa alle undici di sera, la domenica, il 1 Maggio o il giorno di Natale andrebbe rivendicata, quanto piuttosto la libertà di avere tempo per gli acquisti ad un orario decente di un qualsiasi pomeriggio feriale, ovvero una riduzione significativa degli orari di lavoro a parità di salario.
Si afferma, a difesa dello status quo sancito dal decreto Monti, che i lavoratori del commercio percepiscono una paga maggiorata del 30% a fronte di una giornata festiva lavorata. Si sta così però monetizzando un diritto e una convenzione sociale secolare. Come se fosse questa la via per aumentare salari da fame, che invece dovrebbero crescere senza diritti concessi come merce di scambio. Senza dimenticare, peraltro, che in altri tipi di contratti, la maggiorazione dei festivi, usati in modo molto più sporadico rispetto al commercio, è pari a percentuali ben più alte: 50% nel settore tessile e nel settore chimico, nell’autotrasporto, nel metalmeccanico o il 60% nell’editoria.
La normalizzazione della Domenica, peraltro, emerge in modo persino più intenso anche in altri tipi di contratti diversi dal commercio nei quali la maggiorazione della paga domenicale può scendere addirittura fino al 20% (settore turistico) o al 10% (settore alimentare).
Si afferma, infine, invocando un effetto macroeconomico positivo, che i consumi crescono grazie alla maggiore flessibilità di tempi per l’acquisto da parte degli acquirenti. I dati del dopo decreto Monti sembrano smentire questa supposizione tenuto conto che gli acquisti al dettaglio dal 2012 al 2014 hanno subito al contrario una flessione, sicuramente dovuta alla crisi, ma che di certo le aperture domenicali non hanno potuto frenare in alcun modo. Sembra assai più ragionevole credere che, in tempi di domanda stagnante, a parità di consumi totali, via sia una redistribuzione degli acquisti dai giorni feriali ai giorni festivi e quindi, eventualmente, da esercizi commerciali chiusi la domenica o negli altri giorni festivi ad altri esercizi commerciali che restano aperti.
Se è così, sembra davvero strano sentir parlare di rischio di danno economico consistente a carico dei produttori con gravi conseguenze sull’occupazione, nel caso di un decreto che ristabilisca limiti alle aperture nei festivi, e addirittura di danni generati preventivamente dal solo annuncio del provvedimento. Piuttosto è assai probabile che la grande distribuzione, che ha conosciuto un processo di fortissima concentrazione oligopolistica negli ultimi anni e i cui volumi di profitti sono cresciuti in modo esponenziale, tema di dover cedere qualche briciola alla concorrenza sempre più debole della piccola distribuzione. E’ infatti evidente che la liberalizzazione di orari e giorni di apertura ha avvantaggiato le grande catene commerciali a discapito del negozio di quartiere a conduzione familiare. Quest’ultimo infatti tende a rispettare i tempi di riposo universali dato che i proprietari sono le stesse persone che prestano il proprio lavoro. Al crescere della dimensione dell’esercente, con l’impiego di manodopera dipendente si inverte invece il comportamento e aumentano le possibilità economiche di sfruttare orari e giorni in cui tradizionalmente i piccoli esercizi commerciali chiudono. La liberalizzazione di orari e giorni di apertura è stata così una delle numerose fasi di ridefinizione dei rapporti di forza tra capitali a vantaggio di un progressivo processo di accentramento che nel settore della distribuzione ha visto la chiusura di migliaia di piccole attività e negozi di quartiere a favore di supermercati e grandi catene, spesso sconvolgendo il tessuto sociale, culturale e urbano di intere aree.
La posta in gioco dunque è articolata.
Le associazioni padronali della grande distribuzione attaccano la proposta di legge del Governo definendola illiberale, timorosi di perdere quote di un mercato milionario a forte concentrazione; piccoli commercianti e sindacati dei lavoratori dipendenti per motivi diversi accolgono positivamente il possibile provvedimento.
Senza dubbio vi è in ballo un dibattito che va molto al di là delle intenzioni meschine e parziali della compagine governativa del tutto estranea a qualsiasi intenzione trasformatrice e, nel suo insieme, pienamente integrata nella visione liberista dell’economia. Tale dibattito investe indirettamente due diverse visioni del rapporto tra Stato e mercato. Da un lato, la preminenza dell’illimitata estensione della libertà imprenditoriale non solo rispetto ai diritti dei lavoratori, ma anche al cospetto di abitudini, tradizioni e modi di vita. Dall’altro, l’idea di porre un qualche tipo di freno alla libertà imprenditoriale nel rispetto dei tempi di vita e dei diritti di chi lavora, attraverso una regolamentazione della produzione. Una regolamentazione che oltre ad imporre norme a difesa del lavoro e orari, possa fissare limiti alle tipologie di prodotti/servizi offerti, tutelare le specificità del territorio, salvaguardare le sue vocazioni produttive. Solo in questo modo la produzione verrebbe parzialmente allontanata dall’anarchia di un libero mercato capace di produrre soltanto concentrazione oligopolistica e sfruttamento del lavoro.
Indipendentemente dalla grottesca parzialità di vedute e contraddittorietà con cui il Governo in carica propone alcuni provvedimenti come quello qui discusso, va auspicata una sua finalizzazione come un passo, timido, ma rilevante, verso un ridimensionamento della pura logica del profitto a favore di un progressivo ritorno del mercato sotto l’egida di un processo di direzione e pianificazione pubblica.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Lavoro festivo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lavoro festivo. Mostra tutti i post
19/11/2018
21/01/2018
Festivo, Fornero e Jobs Act: storica sentenza a favore dei lavoratori del commercio
USB, il giudice ha sentenziato quello che i politici ci nascondono.
C’è chi dice che la legge Fornero e il Jobs Act sono le leggi che ci proiettano nel mondo del lavoro del futuro, ma i giudici non la pensano così. E la sentenza numero 25/2018 del tribunale di Firenze, del giudice Tommaso M.Gualano, che condanna Unicoop Firenze a risarcire i dipendenti delle festività del 4 novembre mai retribuite per gli anni che vanno dal 2007 al 2012 compresi, è lì a dimostrarlo senza ombra di dubbio. Siamo arretrati agli anni sessanta.
“Questa sentenza, oltre al merito, segna un punto importante sui termini della prescrizione nelle cause da lavoro. Una sentenza pionieristica: il tribunale ha accolto la tesi dei nostri legali (Conte/Martini /Ranfagni), secondo la quale i crediti di lavoro non si prescrivono più durante il rapporto di lavoro, in quanto l’abbattimento delle tutele sopraggiunto negli ultimi anni con la legge Fornero prima e il Jobs Act poi, rendono il lavoratore psicologicamente timoroso nel fare causa”, dichiara Francesco Iacovone, dell’USB Lavoro Privato.
“La sentenza segna uno spartiacque – prosegue il rappresentante USB – dallo Statuto dei Lavoratori in avanti, i crediti dei lavoratori delle aziende con più di 15 dipendenti si prescrivevano nei 5 anni che decorrevano nel corso del rapporto di lavoro. Questo grazie alla tutela dell’articolo 18 che rendeva il lavoratore più forte davanti all’azienda, tanto da poter intentare una causa in costanza del rapporto di lavoro”.
“In questa causa di lavoro il giudice ha sentenziato quello che i politici ci nascondono. La precarietà e l’indebolimento dell’articolo 18, che si sono affermati prepotentemente con la legge Fornero e il Jobs Act, tolgono ai lavoratori il coraggio di fare causa durante il rapporto di lavoro. E allora via la prescrizione, si ritorna al passato.”, conclude Iacovone.
Fonte
C’è chi dice che la legge Fornero e il Jobs Act sono le leggi che ci proiettano nel mondo del lavoro del futuro, ma i giudici non la pensano così. E la sentenza numero 25/2018 del tribunale di Firenze, del giudice Tommaso M.Gualano, che condanna Unicoop Firenze a risarcire i dipendenti delle festività del 4 novembre mai retribuite per gli anni che vanno dal 2007 al 2012 compresi, è lì a dimostrarlo senza ombra di dubbio. Siamo arretrati agli anni sessanta.
“Questa sentenza, oltre al merito, segna un punto importante sui termini della prescrizione nelle cause da lavoro. Una sentenza pionieristica: il tribunale ha accolto la tesi dei nostri legali (Conte/Martini /Ranfagni), secondo la quale i crediti di lavoro non si prescrivono più durante il rapporto di lavoro, in quanto l’abbattimento delle tutele sopraggiunto negli ultimi anni con la legge Fornero prima e il Jobs Act poi, rendono il lavoratore psicologicamente timoroso nel fare causa”, dichiara Francesco Iacovone, dell’USB Lavoro Privato.
“La sentenza segna uno spartiacque – prosegue il rappresentante USB – dallo Statuto dei Lavoratori in avanti, i crediti dei lavoratori delle aziende con più di 15 dipendenti si prescrivevano nei 5 anni che decorrevano nel corso del rapporto di lavoro. Questo grazie alla tutela dell’articolo 18 che rendeva il lavoratore più forte davanti all’azienda, tanto da poter intentare una causa in costanza del rapporto di lavoro”.
“In questa causa di lavoro il giudice ha sentenziato quello che i politici ci nascondono. La precarietà e l’indebolimento dell’articolo 18, che si sono affermati prepotentemente con la legge Fornero e il Jobs Act, tolgono ai lavoratori il coraggio di fare causa durante il rapporto di lavoro. E allora via la prescrizione, si ritorna al passato.”, conclude Iacovone.
Fonte
15/01/2018
Commercio: lavoro domenicale e festivo e il bluff del Movimento 5 Stelle – USB, un tema da campagna elettorale solo se trattato con coraggio
Nel 2015 la Corte di Cassazione ha ribadito che il lavoro festivo non può essere un obbligo, tuttavia il M5S continua a propagandare una proposta di legge, presentata ad inizio legislatura a prima firma di Michele Dell’Orco, che non migliora affatto le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori del commercio. L’unico provvedimento davvero efficace sarebbe il dietro front sulle liberalizzazioni.
“Neanche in campagna elettorale si riesce ad affrontare questo tema, che riguarda la vita di 3 milioni di lavoratori, con correttezza. La proposta di legge passata alla Camera ed arenata in Senato, non sposta di una virgola lo strapotere tutto in mano alle multinazionali del commercio, ma sembra più un’operazione di propaganda” dichiara Francesco Iacovone, dell’USB Lavoro Privato.
“Anche le parole dello stesso Dell’Orco sul Blog dei 5 stelle fanno trasparire che i lavoratori non sono i depositari di un provvedimento che lascia inalterate le liberalizzzioni e riduce soltanto da 12 a 6 le giornate di lavoro festivo, lasciando in piedi l’impianto del lavoro domenicale – prosegue il rappresentante USB – ma la Cassazione ha già sancito il principio della facoltatività del lavoro festivo, di tutte le 12 giornate rosse da calendario, mentre il testo è zeppo di aiuti alle imprese. Una legge liberista che aiuta gli imprenditori e mortifica ancora una volta i lavoratori”.
“Il vero ed unico provvedimento che migliorerebbe la vita di chi lavora nel settore e smaschererebbe il bluff di Monti è un netto dietro front sulle liberalizzazioni che non hanno, come promesso, né aumentato l’occupazione né tanto meno spinto gli acquisti. Sicuramente un tema da campagna elettorale, ma un tema da trattare con coraggio.”, conclude Iacovone.
Fonte
“Neanche in campagna elettorale si riesce ad affrontare questo tema, che riguarda la vita di 3 milioni di lavoratori, con correttezza. La proposta di legge passata alla Camera ed arenata in Senato, non sposta di una virgola lo strapotere tutto in mano alle multinazionali del commercio, ma sembra più un’operazione di propaganda” dichiara Francesco Iacovone, dell’USB Lavoro Privato.
“Anche le parole dello stesso Dell’Orco sul Blog dei 5 stelle fanno trasparire che i lavoratori non sono i depositari di un provvedimento che lascia inalterate le liberalizzzioni e riduce soltanto da 12 a 6 le giornate di lavoro festivo, lasciando in piedi l’impianto del lavoro domenicale – prosegue il rappresentante USB – ma la Cassazione ha già sancito il principio della facoltatività del lavoro festivo, di tutte le 12 giornate rosse da calendario, mentre il testo è zeppo di aiuti alle imprese. Una legge liberista che aiuta gli imprenditori e mortifica ancora una volta i lavoratori”.
“Il vero ed unico provvedimento che migliorerebbe la vita di chi lavora nel settore e smaschererebbe il bluff di Monti è un netto dietro front sulle liberalizzazioni che non hanno, come promesso, né aumentato l’occupazione né tanto meno spinto gli acquisti. Sicuramente un tema da campagna elettorale, ma un tema da trattare con coraggio.”, conclude Iacovone.
Fonte
28/12/2017
Lavoro festivo o morte. Il caso di una commessa Eurospin
Il lavoro festivo è economicamente inutile (i consumi non sono affatto aumentati da quando Mario Monti lo impose come “normalità”), ma serve soprattutto a stabilire un rapporto di potere sui dipendenti. Un dispositivo dispotico contro cui #poterealpopolo si è mobilitato il 26 dicembre, dando seguito a una delle campagne condotte da anni dall’Usb.
La riprova arriva da una notizia di cronaca che ha trovato spazio anche sui media mainstream forse grazie al luogo in cui è avvenuta: Susa, la valle della resistenza No Tav.
L’episodio è semplice nella sua brutalità. Una commessa della catena Eurospin non ha accettato di lavorare il prossimo 31 dicembre. L’azienda, per “punizione”, l’ha trasferita per una settimana in una filiale a 100 km di distanza.
La donna, una madre di famiglia con due figli, è una delle poche fortunate ad essere stata assunta, anni fa, con un normale contratto a tempo indeterminato, su cui è scritto a chiare lettere che ha diritto al riposo nei giorni festivi. Il lavoro festivo, eventualmente, è possibile per scelta volontaria. Nessuno può insomma obbligarla.
Eurospin – che come tutte le catene della grande distribuzione si affida a campagne pubblicitarie molto patinate e gradevoli, dense di “attenzione per il cliente” e prezzi bassi – evidentemente ritiene un “orpello del passato” quel diritto scritto in un contratto. Non potendo licenziarla, ha reagito con un trasferimento punitivo.
“L’ispettore ha detto che c’era improvvisamente bisogno di un altro lavoratore a Cuorgnè (98 km da Susa, ndr). E’ strano che fra tutti abbiano scelto proprio me, così all’improvviso, dopo che ho rifiutato di lavorare di domenica. Ho subito risposto che non avrei accettato un simile provvedimento. Mi hanno anche mandato la comunicazione scritta. Gli orari che dovevo svolgere erano strani, ad esempio sarei dovuta andare dalle 16,30 alle 20,30, così da tornare a casa più tardi ancora”.
Il buon vecchio contratto, per fortuna, vieta anche questo tipo di trasferimenti temporanei a grande distanza, ma è palese che l’azienda è entrata ormai in un trip repressivo che difficilmente si arresta davanti ai limiti contrattuali.
Non è neppure la prima volta che la lavoratrice viene “punita” con un trasferimento temporaneo. Era già successo per aver rifiutato di frequentare un “corso di aggiornamento” in altra sede; ma in quel caso era stata spedita ad Orbassano, pochi km da casa, e dunque aveva obbedito.
La commessa ha provato a limitare i danni presentandosi comunque sul suo normale posto di lavoro, a Susa, nel giorno in cui era stata “comandata” a Cuorgnè. E “il superiore” l’affronta subito per ordinarle di andare dove le è stato imposto.
Il resto è cronaca da guerra ai poveri. La commessa si sente male per lo stress (capisce benissimo che sta rischiando il licenziamento, e non se lo può permettere visto che il marito ha perso il lavoro), i clienti assistono perplessi e solidali, viene ricoverata e i medici riscontrano il forte “stato d’ansia”.
Nei giorni successivi ha ripreso a lavorare nel solito posto. Ma è chiaro a tutti che qualcos’altro accadrà.
Voi penserete: beh, è della Val Susa, sarà una “antagonista” barricadiera... Non sembra. Il sindacato cui si è affidata, in fondo, è la malleabilissima Cisl.
Il problema vero è che alle aziende non basta mai. Ti devono spremere fino all’ultima goccia. Poi ti buttano via...
Fonte
La riprova arriva da una notizia di cronaca che ha trovato spazio anche sui media mainstream forse grazie al luogo in cui è avvenuta: Susa, la valle della resistenza No Tav.
L’episodio è semplice nella sua brutalità. Una commessa della catena Eurospin non ha accettato di lavorare il prossimo 31 dicembre. L’azienda, per “punizione”, l’ha trasferita per una settimana in una filiale a 100 km di distanza.
La donna, una madre di famiglia con due figli, è una delle poche fortunate ad essere stata assunta, anni fa, con un normale contratto a tempo indeterminato, su cui è scritto a chiare lettere che ha diritto al riposo nei giorni festivi. Il lavoro festivo, eventualmente, è possibile per scelta volontaria. Nessuno può insomma obbligarla.
Eurospin – che come tutte le catene della grande distribuzione si affida a campagne pubblicitarie molto patinate e gradevoli, dense di “attenzione per il cliente” e prezzi bassi – evidentemente ritiene un “orpello del passato” quel diritto scritto in un contratto. Non potendo licenziarla, ha reagito con un trasferimento punitivo.
“L’ispettore ha detto che c’era improvvisamente bisogno di un altro lavoratore a Cuorgnè (98 km da Susa, ndr). E’ strano che fra tutti abbiano scelto proprio me, così all’improvviso, dopo che ho rifiutato di lavorare di domenica. Ho subito risposto che non avrei accettato un simile provvedimento. Mi hanno anche mandato la comunicazione scritta. Gli orari che dovevo svolgere erano strani, ad esempio sarei dovuta andare dalle 16,30 alle 20,30, così da tornare a casa più tardi ancora”.
Il buon vecchio contratto, per fortuna, vieta anche questo tipo di trasferimenti temporanei a grande distanza, ma è palese che l’azienda è entrata ormai in un trip repressivo che difficilmente si arresta davanti ai limiti contrattuali.
Non è neppure la prima volta che la lavoratrice viene “punita” con un trasferimento temporaneo. Era già successo per aver rifiutato di frequentare un “corso di aggiornamento” in altra sede; ma in quel caso era stata spedita ad Orbassano, pochi km da casa, e dunque aveva obbedito.
La commessa ha provato a limitare i danni presentandosi comunque sul suo normale posto di lavoro, a Susa, nel giorno in cui era stata “comandata” a Cuorgnè. E “il superiore” l’affronta subito per ordinarle di andare dove le è stato imposto.
Il resto è cronaca da guerra ai poveri. La commessa si sente male per lo stress (capisce benissimo che sta rischiando il licenziamento, e non se lo può permettere visto che il marito ha perso il lavoro), i clienti assistono perplessi e solidali, viene ricoverata e i medici riscontrano il forte “stato d’ansia”.
Nei giorni successivi ha ripreso a lavorare nel solito posto. Ma è chiaro a tutti che qualcos’altro accadrà.
Voi penserete: beh, è della Val Susa, sarà una “antagonista” barricadiera... Non sembra. Il sindacato cui si è affidata, in fondo, è la malleabilissima Cisl.
Il problema vero è che alle aziende non basta mai. Ti devono spremere fino all’ultima goccia. Poi ti buttano via...
Fonte
24/12/2017
La spesa a Natale non la facciamo. Potere al Popolo si mobilita martedi contro il lavoro festivo
Come forse saprete il 26 dicembre diversi centri commerciali saranno aperti per seguire la prassi cui il settore del commercio ci ha abituato in questi anni: orari flessibili, lavoro coatto nei festivi e notturni, straordinario festivo non pagato, contratti collettivi in attesa di rinnovo con salari mantenuti al palo.
La questione ci pare fondamentale perché parla non solo delle condizioni di lavoro di uno specifico settore, il commercio, ma anche della condizione di vita e lavoro di tutti gli altri. Perché, infatti, tanti e tante sono costretti a fare la spesa la domenica o la notte? Beh evidentemente perché dovendosi dividere tra lavoretti e orari flessibili non rimangono che i festivi per fare la spesa. Insomma una delle tante assurdità di questo sistema.
Per martedì 26 dicembre abbiamo deciso di lanciare una giornata di iniziative contro le aperture festive in diversi territori: sicuri abbiamo già Roma, Napoli, Torino, Pavia, Padova, Bergamo, Genova, Pescara, Cosenza. Ovviamente se riuscissimo ad intervenire anche in altri luoghi la giornata avrebbe molta più efficacia. Vi alleghiamo qui (e nei commenti sotto) il volantino che abbiamo scritto in modo che ognuno possa stamparlo e replicare l’iniziativa nel suo territorio.
Ci dite se in altri territori riusciamo a fare qualcosa? Anche un semplice volantinaggio davanti ad uno dei centri commerciali aperti. Cominciamo a farci vedere anche fuori da facebook.
Fonte
25/12/2016
Natalino Balasso paragona i commessi agli infermieri: poco originale e fuorviante
Caro Natalino Balasso, ho aspettato la vigilia di Natale per rispondere al tuo post. Forse il giorno più duro per quei tanti lavoratori che con il tuo post, molto confuso, hai offeso e anche preso un po’ per il culo.
Nel paese in cui tutti sentono il dovere di parlare di tutto, anche tu hai confermato la tradizione e ti sei espresso su Carrefour e il lavoro a Capodanno e Santo Stefano, prendendo probabilmente spunto da un mio post sulla Carrefour divenuto virale su Facebook. Caro Natalino, se proprio sentivi il dovere di dire qualcosa, potevi prima ascoltare chi vive sulla pelle quelle condizioni di lavoro e fare le differenze con la lunga lista di categorie messe a confronto sul post.
Non sei il primo e non sarai neanche l’ultimo che accosta i lavoratori del commercio ad atri, anch’essi impegnati nei giorni domenicali e festivi. Ma questo accostamento è superficiale e non racconta la verità.
In realtà eri partito bene:
Per quanto riguarda il mio personale gusto, i centri commerciali potrebbero chiudere per sempre.Ma poi ti sei perso per la strada:
Ma davvero non vi sembra ipocrita scandalizzarvi per il Carrefour aperto a Santo Stefano e non fare una piega per i ristoranti aperti a Natale? Davvero trovate normale andare al bar il 1 gennaio e implorare i sindacati per il turno del supermercato? Cos’ha un barista di tanto disprezzabile rispetto a una cassiera? Sareste contenti di andare al pronto soccorso e trovare chiuso perché giustamente è festa? O di stare in mezzo alla strada perché l’ambulanza fa il ponte? Insomma i lavoratori vanno rispettati, tranne quelli di cui avete bisogno voi.Vedi Natalino, paragonare il vendere barattoli di pomodori pelati o jeans e camicette non è equiparabile neanche lontanamente ad un servizio pubblico essenziale, per il quale anche tu paghi fior di tasse proprio perché è essenziale. Un pronto soccorso, un’ambulanza, ma anche i servizi di sicurezza e di mobilità debbono essere sicuramente funzionanti. Perché salvano le vite umane, perché sono pubblici. Di tutti noi. Anche per questo un infermiere guadagna molto di più con i turni festivi e notturni. Tu sai quanto guadagna un socio di cooperativa per lavorare un’intera notte alla Carrefour?
Caro Natalino, la gran parte dei commessi a cui ti riferisci ha iniziato questo lavoro quando la domenica, i giorni di festa e la notte, gli esercizi commerciali erano chiusi; a differenza di chi lavora nella ristorazione. Fu il nefasto decreto Monti a liberalizzare queste attività e a renderle una jungla. La promessa era quella di far ripartire i consumi e aumentare l’occupazione e così di certo non è stato. E poi lo sai anche tu che a Natale la mancia al cameriere è generosa, no?
Più che le attività aperte, non è da disprezzare il sistema schiavistico dei turni, nei supermercati, negli ospedali, negli autogrill, non a Natale ma tutto l’anno, in certe attività? Quando ordinate le vostre cazzate su Amazon vi fate due domande sull’inferno dei corrieri, anche se consegnano solo nei feriali o vi limitate a incazzarvi se consegnano in ritardo? Perché non proponete speciali assunzioni nelle feste così lavorerebbe anche qualcun altro che magari avrebbe bisogno di due lirette e se ne fotte il cazzo delle vostre feste comandate? E magari se qualcuno rispetta il Ramadan vi girano i coglioni.Insomma, sei solo uno dei tanti che insiste con la tiritera degli infermieri, delle forze di polizia, degli autobus, dei ristoranti e via via discorrendo. Uno dei tanti che non dice che le scuole, gli uffici postali, le banche, gli sportelli pubblici, gli uffici privati e tutte le attività non essenziali sono giustamente chiusi. Sei uno di quelli che dell’inferno che vivono i lavoratori Amazon ne parla, nulla più.
Come ti dicevo all’inizio, ho aspettato la vigilia di Natale per rispondere al tuo post. Gli ultimi due mesi, per i tanti lavoratori del commercio, hanno rappresentato un lungo conto alla rovescia che li ha condotti all’agognato 24 dicembre stremati, all’annuncio di chiusura di questa sera che porrà fine ai loro tormenti e accompagnerà gli ultimi clienti fuori dal negozio. Un urlo di gioia che rimbomberà nel loro luogo di lavoro ormai vuoto, un veloce scambio di auguri e tutti di corsa a timbrare rapidamente l’uscita per arrivare puntuali al cenone.
Dai Natalino, fai un altro post. Prova a usare la tua notorietà social per dar loro una mano ad uscire dall’invisibilità!!
Fonte
18/12/2016
Carrefour abbatte ogni tabù: aperto a Capodanno e Santo Stefano
Carrefour non si arresta, il colosso della grande distribuzione organizzata, come un rullo compressore, continua ad abbattere le nostre tradizioni e la nostra cultura e, dopo il lavoro notturno, viola le feste di Capodanno e Santo Stefano.
Dapprima fu il lavoro domenicale e festivo, poi la nuova frontiera è stata la notte. Ora siamo arrivati al 26 dicembre e al primo dell’anno, con un popolo da traghettare in questa orrenda nuova piazza: la piazza del consumo.
Siamo a Portogruaro e l’ipermercato del centro commerciale Adriatico2 ha comunicato ufficialmente che rimarrà aperto a Santo Stefano e a Capodanno. Una scelta che apre un precedente molto pericoloso per tutti i lavoratori del commercio, già stremati dai ritmi e i carichi di lavoro impossibili che restituiscono bassi salari.
La scusa è sempre quella, migliorare il servizio ai clienti. E allora il progetto è chiaro: il consumo sta per essere trasformato in servizio pubblico essenziale, anche se tale non è!
Sono certo che in quei giorni di festa troveremo pochi lavoratori tutti diversi: voucheristi, soci di cooperative di facchinaggio, interinali, ‘diretti’ Carrefour e guardie giurate. Questo è quello che ci attende ai piedi dell’altare dello shopping.
Sono altrettanto certo che la multinazionale in Francia se lo sogna di rimanere aperta in quei giorni. Perché non ce lo chiede l’Europa, ma il Belpaese è divenuto terra di conquista e di sfruttamento delle multinazionali straniere, in tutti i campi.
Mentre scrivo sono amareggiato. Questo non è un modello di consumo virtuoso e rispettoso delle persone e non apporta alcun valore aggiunto neanche ai profitti. Perché i consumi si misurano dal reddito dei cittadini e quello dei lavoratori italiani è tra i più bassi d’Europa.
Insomma, il prossimo anno ci aspetta una nuova stagione di lotta. Perché non mi voglio di certo arrendere a questa brutalizzazione del lavoro e a queste vere e proprie prepotenze.
E’ triste pensare a quei lavoratori che, mentre vagano tra gli scaffali o registrano in cassa le spese di qualche sparuto avventore, con nostalgia terranno l’orecchio ai suadenti altoparlanti della filodiffusione… “And so this is Christmas. And what have we done. Another year over. And a new one just begun…”.
Fonte
Dapprima fu il lavoro domenicale e festivo, poi la nuova frontiera è stata la notte. Ora siamo arrivati al 26 dicembre e al primo dell’anno, con un popolo da traghettare in questa orrenda nuova piazza: la piazza del consumo.
Siamo a Portogruaro e l’ipermercato del centro commerciale Adriatico2 ha comunicato ufficialmente che rimarrà aperto a Santo Stefano e a Capodanno. Una scelta che apre un precedente molto pericoloso per tutti i lavoratori del commercio, già stremati dai ritmi e i carichi di lavoro impossibili che restituiscono bassi salari.
La scusa è sempre quella, migliorare il servizio ai clienti. E allora il progetto è chiaro: il consumo sta per essere trasformato in servizio pubblico essenziale, anche se tale non è!
Sono certo che in quei giorni di festa troveremo pochi lavoratori tutti diversi: voucheristi, soci di cooperative di facchinaggio, interinali, ‘diretti’ Carrefour e guardie giurate. Questo è quello che ci attende ai piedi dell’altare dello shopping.
Sono altrettanto certo che la multinazionale in Francia se lo sogna di rimanere aperta in quei giorni. Perché non ce lo chiede l’Europa, ma il Belpaese è divenuto terra di conquista e di sfruttamento delle multinazionali straniere, in tutti i campi.
Mentre scrivo sono amareggiato. Questo non è un modello di consumo virtuoso e rispettoso delle persone e non apporta alcun valore aggiunto neanche ai profitti. Perché i consumi si misurano dal reddito dei cittadini e quello dei lavoratori italiani è tra i più bassi d’Europa.
Insomma, il prossimo anno ci aspetta una nuova stagione di lotta. Perché non mi voglio di certo arrendere a questa brutalizzazione del lavoro e a queste vere e proprie prepotenze.
E’ triste pensare a quei lavoratori che, mentre vagano tra gli scaffali o registrano in cassa le spese di qualche sparuto avventore, con nostalgia terranno l’orecchio ai suadenti altoparlanti della filodiffusione… “And so this is Christmas. And what have we done. Another year over. And a new one just begun…”.
Fonte
01/11/2015
Oggi giornata dello sciopero per "chi lavora di domenica"
Oggi domenica 1 novembre l’Usb ha proclamato “lo sciopero generale del Commercio e della Grande distribuzione organizzata” insieme con i movimenti e le associazioni che si battono contro il lavoro domenicale e festivo. E' stata indetta una manifestazione nazionale per dire No alle liberalizzazioni nel commercio che si terrà a Roma. La manifestazione inizierà dalle ore 10.00 in piazza SS Apostoli, dove è previsto l’arrivo di lavoratori e lavoratrici da Trentino, Lombardia, Toscana, Campania, Puglia. Parteciperanno inoltre artisti e intellettuali, esponenti politici e dei comitati a sostegno della mobilitazione.
Dal palco interverranno, tra gli altri: Marco Furfaro, Segreteria Nazionale SEL; il consigliere Enrico Stefàno, M5S, portavoce dell’Assemblea Capitolina; l'avvocato del lavoro Bartolo Mancuso; Enrico Sitta, di Rete Tilt; i giornalisti Fabio Sebastiani, Direttore Responsabile di ControLaCrisi.org e Sergio Cararo, di Contropiano.org. Previsti inoltre gli interventi di alcuni comitati di quartiere romani. Si esibiranno: Lercio – lo sporco che fa notizia, Le Dissonanze ed i Ponentino Trio. Sarà inoltre organizzata in solidarietà con i lavoratori della Rummo, invitati alla manifestazione, una spaghettata in piazza con i prodotti del pastificio beneventano colpito dall'alluvione.
“L’USB chiama a raccolta i cittadini che hanno capito l’inganno delle multinazionali del commercio e i politici che avranno il coraggio di dire no alle lobbies della grande distribuzione organizzata”, dichiara Francesco Iacovone, dell’Esecutivo Nazionale USB Lavoro Privato. “Il lavoro in questo settore martoriato, lo sfruttamento garantito dal Contratto nazionale del Commercio, la liberalizzazione degli orari e delle aperture introdotte dal decreto Salva-Italia del governo Monti, ma soprattutto i racconti nel segno del ricatto e della precarietà di chi lavora nei grandi centri commerciali, ci impongono di sbarazzarci dei pregiudizi, di afferrare la realtà per quella che è, di combattere per trasformarla”.
“Il primo novembre sarà una giornata che ha l’ambizione di connettere la battaglia contro il lavoro domenicale e festivo con quella sulla precarietà – prosegue il sindacalista USB – denunciando il carattere distruttivo dei centri commerciali, non-luoghi che non solo concentrano lavoro super-sfruttato, ma annientano posti di lavoro nel piccolo commercio, divorano suolo favorendo una cementificazione selvaggia e devastando ambiente e paesaggio urbano”.
Fonte
16/08/2015
Il Ferragosto e le “catene” commerciali
Il “sorpasso” delle multinazionali del commercio ai danni di oltre duemila anni di storia. Si, potrei cominciare da qui. Da quel capolavoro di Dino Risi che ha immortalato una capitale quasi lunare dove non trovi un tabacchi aperto e neppure la possibilità di fare una telefonata. Altri tempi, immagini surreali che ritraggono il deserto di Ferragosto degli anni Sessanta e che probabilmente rimarranno uniche e irripetibili.
Quell’indimenticabile capolavoro, più di ogni altro, è in grado di raccontarci il gomito della storia d’Italia, il passaggio dal mondo paleoindustriale a quello consumistico. Non di poco conto, nel simbolismo di Risi, è la scelta non casuale della Via Aurelia, il percorso lungo il quale la vicenda si snoda, l’arteria consolare che esce da Roma e si dirige pigramente verso le riviere di Fregene e dell’alto Lazio, perché è questa la strada che più di altre nel corso degli anni sessanta ha rappresentato un mito collettivo e generazionale: una strada verso la vacanza, l’evasione, il benessere…
Credo di aver detto molto sulle aperture dei negozi e centri commerciali nei giorni festivi e, più in generale, sull’impatto che generano gli “shopping park” sulle esistenze dei lavoratori e dei cittadini. Ma sono nato a Roma e si avvicina ferragosto… Implacabilmente i miei pensieri vanno all’origine di questa festa.
Il termine Ferragosto deriva dalla locuzione latina feriae Augusti (riposo di Augusto) e indica una festività istituita dall’imperatore Augusto nell’8 a.C., per celebrare i raccolti e la fine dei principali lavori agricoli. L'antico Ferragosto, oltre agli evidenti fini di auto-promozione politica, aveva lo scopo di collegare le principali festività agostane per fornire un adeguato periodo di riposo, anche detto Augustali, necessario dopo le grandi fatiche profuse durante le settimane precedenti. Finanche gli animali da tiro, buoi, asini e muli, venivano dispensati dal lavoro e agghindati con fiori. Finanche loro…
Ferragosto, nonostante nel corso del tempo sia stato trasformato da festa pagana in festa Cristiana dalla capitale Pontificia, non ha mai perso i suoi connotati popolari. Il Ferragosto nei secoli moderni è rafforzato dall’usanza della “scampagnata fori porta” molto spesso arricchita da storie d’ amore e “de cortello”. Insomma, il Ferragosto dei fuochi d’ artificio, del pollo coi peperoni, del cocomero e dei gavettoni.
Duemila anni di storia rinnegati per decreto, quel decreto del governo Monti noto come “salva Italia”, che sta producendo i suoi effetti nefasti ed evidenziando le sue contraddizioni. Molti italiani trascorreranno anche quest’anno il Ferragosto in un centro commerciale, rinunceranno a duemila anni di storia e a un meritato giorno di festa, ormai preda del capitale.
Credo fermamente che sia giunta l’ora di riprendiamoci le nostre vite di lavoratori e di cittadini: trascorriamo le feste favorendo la socialità, il riposo, la riflessione, la cultura, lo sport, facciamolo creando le giuste alleanze tra “consumatore inconsapevole” e “lavoratore consumato”. Il modello sociale che ci vogliono imporre attraverso lo sfarzo e le luci dei Centri Commerciali è soltanto un inganno in favore dei profitti delle grandi multinazionali del commercio ed un danno per i lavoratori, i consumatori e la società.
Personalmente utilizzerò le mie “feriae Augusti” per riposarmi e ricaricare le pile, nel rispetto dell’antica tradizione romana, così da poter essere pronto per una nuova stagione di lotte alla riconquista dei diritti e del salario; per cercare di spezzare, insieme a voi, quelle catene imposte dalle multinazionali del commercio a milioni di donne e di uomini. Magari sotto l’ombrellone leggerò “Scherzi di Ferragosto” di Alberto Moravia (Racconti romani), a voi l’incipit del testo:
Felice Ferragosto!!
Fonte
Quell’indimenticabile capolavoro, più di ogni altro, è in grado di raccontarci il gomito della storia d’Italia, il passaggio dal mondo paleoindustriale a quello consumistico. Non di poco conto, nel simbolismo di Risi, è la scelta non casuale della Via Aurelia, il percorso lungo il quale la vicenda si snoda, l’arteria consolare che esce da Roma e si dirige pigramente verso le riviere di Fregene e dell’alto Lazio, perché è questa la strada che più di altre nel corso degli anni sessanta ha rappresentato un mito collettivo e generazionale: una strada verso la vacanza, l’evasione, il benessere…
Credo di aver detto molto sulle aperture dei negozi e centri commerciali nei giorni festivi e, più in generale, sull’impatto che generano gli “shopping park” sulle esistenze dei lavoratori e dei cittadini. Ma sono nato a Roma e si avvicina ferragosto… Implacabilmente i miei pensieri vanno all’origine di questa festa.
Il termine Ferragosto deriva dalla locuzione latina feriae Augusti (riposo di Augusto) e indica una festività istituita dall’imperatore Augusto nell’8 a.C., per celebrare i raccolti e la fine dei principali lavori agricoli. L'antico Ferragosto, oltre agli evidenti fini di auto-promozione politica, aveva lo scopo di collegare le principali festività agostane per fornire un adeguato periodo di riposo, anche detto Augustali, necessario dopo le grandi fatiche profuse durante le settimane precedenti. Finanche gli animali da tiro, buoi, asini e muli, venivano dispensati dal lavoro e agghindati con fiori. Finanche loro…
Ferragosto, nonostante nel corso del tempo sia stato trasformato da festa pagana in festa Cristiana dalla capitale Pontificia, non ha mai perso i suoi connotati popolari. Il Ferragosto nei secoli moderni è rafforzato dall’usanza della “scampagnata fori porta” molto spesso arricchita da storie d’ amore e “de cortello”. Insomma, il Ferragosto dei fuochi d’ artificio, del pollo coi peperoni, del cocomero e dei gavettoni.
Duemila anni di storia rinnegati per decreto, quel decreto del governo Monti noto come “salva Italia”, che sta producendo i suoi effetti nefasti ed evidenziando le sue contraddizioni. Molti italiani trascorreranno anche quest’anno il Ferragosto in un centro commerciale, rinunceranno a duemila anni di storia e a un meritato giorno di festa, ormai preda del capitale.
Credo fermamente che sia giunta l’ora di riprendiamoci le nostre vite di lavoratori e di cittadini: trascorriamo le feste favorendo la socialità, il riposo, la riflessione, la cultura, lo sport, facciamolo creando le giuste alleanze tra “consumatore inconsapevole” e “lavoratore consumato”. Il modello sociale che ci vogliono imporre attraverso lo sfarzo e le luci dei Centri Commerciali è soltanto un inganno in favore dei profitti delle grandi multinazionali del commercio ed un danno per i lavoratori, i consumatori e la società.
Personalmente utilizzerò le mie “feriae Augusti” per riposarmi e ricaricare le pile, nel rispetto dell’antica tradizione romana, così da poter essere pronto per una nuova stagione di lotte alla riconquista dei diritti e del salario; per cercare di spezzare, insieme a voi, quelle catene imposte dalle multinazionali del commercio a milioni di donne e di uomini. Magari sotto l’ombrellone leggerò “Scherzi di Ferragosto” di Alberto Moravia (Racconti romani), a voi l’incipit del testo:
“Tutto mi andava male, quell’estate e, come venne Ferragosto, mi trovai a Roma senza amici, senza donne, senza parenti, solo. Il negozio dove ero commesso era chiuso per le ferie, altrimenti, dalla disperazione, pur di trovare compagnia, mi sarei perfino rassegnato a vendere i saldi estivi, mutande, calze, camicie, tutta roba andante. Così, quella mattina del quindici, quando Torello mi venne a strombettare sotto la finestra e poi mi invitò a andare con lui a Fregene, pensai: ‘E antipatico, anzi è odioso… ma meglio lui che nessuno’ e accettai di buon grado.Ora, provate a immaginare il seguito…
Felice Ferragosto!!
Fonte
Iscriviti a:
Commenti (Atom)