Nel 2015 la Corte di Cassazione ha ribadito che il lavoro festivo non può essere un obbligo, tuttavia il M5S continua a propagandare una proposta di legge, presentata ad inizio legislatura a prima firma di Michele Dell’Orco, che non migliora affatto le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori del commercio. L’unico provvedimento davvero efficace sarebbe il dietro front sulle liberalizzazioni.
“Neanche in campagna elettorale si riesce ad affrontare questo tema, che riguarda la vita di 3 milioni di lavoratori, con correttezza. La proposta di legge passata alla Camera ed arenata in Senato, non sposta di una virgola lo strapotere tutto in mano alle multinazionali del commercio, ma sembra più un’operazione di propaganda” dichiara Francesco Iacovone, dell’USB Lavoro Privato.
“Anche le parole dello stesso Dell’Orco sul Blog dei 5 stelle fanno trasparire che i lavoratori non sono i depositari di un provvedimento che lascia inalterate le liberalizzzioni e riduce soltanto da 12 a 6 le giornate di lavoro festivo, lasciando in piedi l’impianto del lavoro domenicale – prosegue il rappresentante USB – ma la Cassazione ha già sancito il principio della facoltatività del lavoro festivo, di tutte le 12 giornate rosse da calendario, mentre il testo è zeppo di aiuti alle imprese. Una legge liberista che aiuta gli imprenditori e mortifica ancora una volta i lavoratori”.
“Il vero ed unico provvedimento che migliorerebbe la vita di chi lavora nel settore e smaschererebbe il bluff di Monti è un netto dietro front sulle liberalizzazioni che non hanno, come promesso, né aumentato l’occupazione né tanto meno spinto gli acquisti. Sicuramente un tema da campagna elettorale, ma un tema da trattare con coraggio.”, conclude Iacovone.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/01/2018
26/10/2017
Sosteniamo Valeria Ferrara, colpita da violenza capitalista
Valeria Ferrara lavora per Calvin Klein all’Outlet di Castel Romano, Roma. Un marchio prestigioso per uno di quei centri commerciali costruiti ad imitazione di un vecchio borgo che oggi hanno tanto successo. Là si va per fare finti affari, per comprare prodotti fatti in Asia da lavoratori schiavizzati e sui quali vengono applicati i marchi alla moda. Prodotti il cui unico valore sta nel marchio, che ci fa profitti colossali solo per la rendita del nome. Prodotti la cui versione senza logo troviamo a pochi euro nei mercati rionali. Lì vanno i consumatori meno avveduti, ma più attratti dall’essenza più brutale e deviata del consumismo: la confezione è tutto, il contenuto nulla.
Nei grandi outlet poi vige un regime di oppressione e sfruttamento dei commessi che cancella ogni diritto. In Piemonte si è lavorato persino nel giorno di Pasqua.
Valeria Ferrara è mamma di un bambino con cui non riesce mai a stare assieme la domenica, costretta a turni infernali come le altre lavoratrici. Per questo assieme ad alcune di esse ha proposto alla direzione un semplice avvicendamento, cioè che si organizzassero i turni in modo che ogni mamma potesse una domenica ogni tanto stare coi suoi figli.
L’outlet, Calvin Klein e compagnia hanno risposto di no: si lavora la domenica e basta. Poi per vendicarsi su Valeria “sobillatrice” delle compagne hanno deciso di premiarla. Con una lettera le hanno riconosciuta una competenza professionale che prima era stata ignorata e le hanno comunicato il trasferimento a Valmontone, a 60 chilometri da casa. Così oltre al lavoro domenicale dovrà sopportare tre ore di viaggio al giorno.
Di fronte a questa violenza crudele, perché semplicemente di questo si tratta, Valeria non ha perso il suo grande coraggio e si è incatenata e imbavagliata nel centro commerciale, prima di essere trasferita. Ha ricevuto molta solidarietà e il sostegno del suo sindacato, la USB, organizzato dall’instancabile Francesco Iacovone.
Finora però i barbari dell’Outlet non hanno mostrato alcuna forma di sentimento umano, e nel nome del mercato hanno tirato dritto. Del lavoro di domenica non si discute, tantomeno con il sindacato e Valeria o si trasferisce o viene licenziata.
Spesso oggi si denuncia giustamente la violenza sulle donne, ma di quella quotidiana che le lavoratrici, le madri, subiscono sul lavoro da parte del moderno capitalismo, di quella si parla molto meno.
Sosteniamo Valeria Ferrara, facciamole sentire che stiamo con lei e non andiamo a far compere in quell’odioso Outlet, la domenica stiamo con i nostri cari invece che andare al supermercato. E soprattutto re impariamo ad odiare il capitalismo.
Fonte
Nei grandi outlet poi vige un regime di oppressione e sfruttamento dei commessi che cancella ogni diritto. In Piemonte si è lavorato persino nel giorno di Pasqua.
Valeria Ferrara è mamma di un bambino con cui non riesce mai a stare assieme la domenica, costretta a turni infernali come le altre lavoratrici. Per questo assieme ad alcune di esse ha proposto alla direzione un semplice avvicendamento, cioè che si organizzassero i turni in modo che ogni mamma potesse una domenica ogni tanto stare coi suoi figli.
L’outlet, Calvin Klein e compagnia hanno risposto di no: si lavora la domenica e basta. Poi per vendicarsi su Valeria “sobillatrice” delle compagne hanno deciso di premiarla. Con una lettera le hanno riconosciuta una competenza professionale che prima era stata ignorata e le hanno comunicato il trasferimento a Valmontone, a 60 chilometri da casa. Così oltre al lavoro domenicale dovrà sopportare tre ore di viaggio al giorno.
Di fronte a questa violenza crudele, perché semplicemente di questo si tratta, Valeria non ha perso il suo grande coraggio e si è incatenata e imbavagliata nel centro commerciale, prima di essere trasferita. Ha ricevuto molta solidarietà e il sostegno del suo sindacato, la USB, organizzato dall’instancabile Francesco Iacovone.
Finora però i barbari dell’Outlet non hanno mostrato alcuna forma di sentimento umano, e nel nome del mercato hanno tirato dritto. Del lavoro di domenica non si discute, tantomeno con il sindacato e Valeria o si trasferisce o viene licenziata.
Spesso oggi si denuncia giustamente la violenza sulle donne, ma di quella quotidiana che le lavoratrici, le madri, subiscono sul lavoro da parte del moderno capitalismo, di quella si parla molto meno.
Sosteniamo Valeria Ferrara, facciamole sentire che stiamo con lei e non andiamo a far compere in quell’odioso Outlet, la domenica stiamo con i nostri cari invece che andare al supermercato. E soprattutto re impariamo ad odiare il capitalismo.
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21/08/2017
Le domeniche dei commessi: altro che medici, infermieri, poliziotti...
Mentre i commessi dei centri commerciali, dei supermercati di prossimità e dei negozi del centro delle nostre città si ribellano al lavoro domenicale e festivo, i benpensanti rispondono in coro: “E i medici? Gli infermieri? I poliziotti? I vigili del fuoco? I ristoratori?
Beh, questo piccolo ma significativo episodio accadutomi in vacanza mi ha fatto riflettere, a lungo. E mi ha convinto a rispondere a Lorsignori:
Il tentativo è quello di equiparare un servizio pubblico essenziale con la vendita di beni e servizi spesso superflui. Appare abbastanza scontato che un medico ed un infermiere salvano vite e lo debbono fare tutti i giorni della settimana. Anche le forze di polizia devono garantire la nostra sicurezza tutti i giorni della settimana e gli incendi di certo non vanno in vacanza.
Ma vediamo quali sono le differenze sostanziali che ci rendono chiaro il perché di un paragone che non regge, affatto. Intanto le retribuzioni: il medico ospedaliero, una volta che è stata conseguita la specializzazione, riceve un salario variabile tra i 1900 e i 2900 euro su base mensile. A fare la differenza all’interno di questa ampia forbice contribuiscono l’anzianità, gli straordinari, la reperibilità e i turni festivi. Il primario, che è il grado più alto che si può raggiungere all’interno di un reparto, può arrivare a guadagnare anche 4.500 euro netti al mese. Ma il medico di base (quello che riposa domeniche e festivi) è quello che guadagna di più: anche 5.000 euro al mese. Non parliamo poi degli specialisti privati e dei chirurghi, che guadagnano cifre da capogiro.
Un infermiere, invece, con turni e straordinari, che molto spesso sono obbligatori, guadagna intorno ai 1.600 euro mensili. E un poliziotto, aggiungendo straordinari, turni di notte o indennità per i servizi di ordine pubblico svolti fuori sede, raggiunge i 1600 euro circa. In ultimo, i vigili del fuoco sono quelli che guadagnano meno, intorno ai 1.300 euro mensili. Sia ben chiaro, a mio avviso gli stipendi di questi dipendenti pubblici sono bassi, soprattutto in relazione a quello che fanno e ai rischi che corrono, ma non sono paragonabili a quello della cassiera che ho menzionato prima.
Per non parlare degli orari: mentre per i commessi regna il far west e le pressioni e le illegalità sono all’ordine del giorno, le altre categorie hanno delle garanzie che consentono la pianificazione della vita sociale e familiare. Inoltre, troppo spesso, un lavoratore del commercio percepisce uno stipendio part time per un lavoro full time o addirittura lavora in nero.
E veniamo alla ristorazione, che incentra i propri guadagni proprio sulle domeniche e sui festivi. Appare evidente che chi approccia a quel mestiere ne è consapevole e compie una scelta chiara. I lavoratori del commercio no! Si sono ritrovati tra capo e collo il Decreto del Governo Monti che, dall’oggi al domani, ha violato il contratto stipulato in partenza, imponendo in corsa l’obbligo al lavoro domenicale, con buona pace finanche dei sindacati firmatari di quel contratto.
Insomma, la guerra tra poveri non serve a nessuno. Se un esercito di commessi protesta ha le sue buone ragioni, che non sono da contrapporre alle giuste ragioni di altre categorie di lavoratori. La realtà, quella vera, è che ci stanno impoverendo tutti. E per darci l’illusione del consumo, vorrebbero rinchiuderci tutti all’interno di un centro commerciale.
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Beh, questo piccolo ma significativo episodio accadutomi in vacanza mi ha fatto riflettere, a lungo. E mi ha convinto a rispondere a Lorsignori:
Il supermercato è bello, di quelli un po’ chic. I commessi hanno divise eleganti e l’architettura è avveniristica. Fuori fa caldo, entro e prendo una bibita fresca. Alla cassa non c’è nessuno. Qualche secondo e una giovane ragazza corre verso di me, sorridente e con uno straccio in mano: “Mi scusi tanto, facevo le pulizie. Se non approfitto ora poi la gente sale dal mare ed è l’inferno”. Io di rimando sorrido, le chiedo qual è il suo turno mentre mi batte la spesa e lei, sempre con quel bel sorriso campano al centro di un viso paffuto e solare: “Ho appena attaccato e stacco a mezzanotte”. A mezzanotte? Dalle 14.00 a mezzanotte? Con quel sorriso di ordinanza dovrai resistere fino a mezzanotte? E domani? Domani si ricomincia, senza regole né pietà. Senza domeniche né festivi. Insomma, vite appese a contratti stagionali e precari. Vita senza orari ma guai a fare tardi. Ogni giorno, ogni turno, ogni pausa (quando c’è)...Eccole le condizioni di chi si guadagna da vivere come addetto del commercio. Condizioni che non sono affatto paragonabili a chi svolge le professioni ripetute come un mantra da chi vorrebbe rendere normale ciò che normale non è. Da chi vorrebbe porre sullo stesso piano mestieri tanto diversi.
Il tentativo è quello di equiparare un servizio pubblico essenziale con la vendita di beni e servizi spesso superflui. Appare abbastanza scontato che un medico ed un infermiere salvano vite e lo debbono fare tutti i giorni della settimana. Anche le forze di polizia devono garantire la nostra sicurezza tutti i giorni della settimana e gli incendi di certo non vanno in vacanza.
Ma vediamo quali sono le differenze sostanziali che ci rendono chiaro il perché di un paragone che non regge, affatto. Intanto le retribuzioni: il medico ospedaliero, una volta che è stata conseguita la specializzazione, riceve un salario variabile tra i 1900 e i 2900 euro su base mensile. A fare la differenza all’interno di questa ampia forbice contribuiscono l’anzianità, gli straordinari, la reperibilità e i turni festivi. Il primario, che è il grado più alto che si può raggiungere all’interno di un reparto, può arrivare a guadagnare anche 4.500 euro netti al mese. Ma il medico di base (quello che riposa domeniche e festivi) è quello che guadagna di più: anche 5.000 euro al mese. Non parliamo poi degli specialisti privati e dei chirurghi, che guadagnano cifre da capogiro.
Un infermiere, invece, con turni e straordinari, che molto spesso sono obbligatori, guadagna intorno ai 1.600 euro mensili. E un poliziotto, aggiungendo straordinari, turni di notte o indennità per i servizi di ordine pubblico svolti fuori sede, raggiunge i 1600 euro circa. In ultimo, i vigili del fuoco sono quelli che guadagnano meno, intorno ai 1.300 euro mensili. Sia ben chiaro, a mio avviso gli stipendi di questi dipendenti pubblici sono bassi, soprattutto in relazione a quello che fanno e ai rischi che corrono, ma non sono paragonabili a quello della cassiera che ho menzionato prima.
Per non parlare degli orari: mentre per i commessi regna il far west e le pressioni e le illegalità sono all’ordine del giorno, le altre categorie hanno delle garanzie che consentono la pianificazione della vita sociale e familiare. Inoltre, troppo spesso, un lavoratore del commercio percepisce uno stipendio part time per un lavoro full time o addirittura lavora in nero.
E veniamo alla ristorazione, che incentra i propri guadagni proprio sulle domeniche e sui festivi. Appare evidente che chi approccia a quel mestiere ne è consapevole e compie una scelta chiara. I lavoratori del commercio no! Si sono ritrovati tra capo e collo il Decreto del Governo Monti che, dall’oggi al domani, ha violato il contratto stipulato in partenza, imponendo in corsa l’obbligo al lavoro domenicale, con buona pace finanche dei sindacati firmatari di quel contratto.
Insomma, la guerra tra poveri non serve a nessuno. Se un esercito di commessi protesta ha le sue buone ragioni, che non sono da contrapporre alle giuste ragioni di altre categorie di lavoratori. La realtà, quella vera, è che ci stanno impoverendo tutti. E per darci l’illusione del consumo, vorrebbero rinchiuderci tutti all’interno di un centro commerciale.
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17/08/2017
Il soccorso non sarà più così pronto. Esperienze dal vivo...
Il governo ha rivisto il servizio di pronto intervento. Ovviamente l’ha fatto in modo da risparmiare sui costi, ma con la retorica “modernizzatrice”.
Il vantaggio teorico è nel numero unico, ora il 112, cui ci si può rivolgere per qualsiasi evenienza, dall’infarto all’incendio sotto casa.Nulla di strano, in molti paesi funziona in questo modo, ed è effettivamente più semplice -specie in situazioni di emrgenza – dover ricordare un solo numero invece che tanti quanti sono i problemi che possiamo avere.
Gli svantaggi pratici sono invece immensi, a cominciare dal fatto che dall’altra parte della cornetta c’è un risponditore automatico, di quelli ormai in uso in qualsiasi grande azienda, e la cui “utilità” è tutta a favore dell’azienda, che così può tenere a distanza utenti e/o clienti, affidando l’eventuale risposta a un call center.
Il quale, come sappiamo, funziona con lavoratori pagati un fico secco, non sempre nati e residenti in questo paese (che quindi non ne conoscono le coordinate fondamentali, anche se sanno parlare questa lingua), sommariamente “formati” sulle risposte da dare nei vari casi.E che, soprattutto, possono rispondere solo quando il segnale arriva alla loro postazione, magari molti minuti dopo l’inizio della chiamata.
Le conseguenze sulla qualità del servizio sono chiaramente illustrate nel racconto di Francesco Iacovone. Per orizzontarsi meglio nella materia, comunque, potete vedere anche questo articolo e rileggere la tragica esperienza di Valentina Ruggiu alle prese con le bizze di un risponditore automatico. L’inumano è già qui.
Nel silenzio della notte un tonfo secco, come un colpo di grancassa, e il cuore parte, impazzito. Un battito irregolare che supera di gran lunga le 200 pulsazioni al minuto e non ti senti più invincibile.
Solo in casa, le gambe tremano e l’unica salvezza è nella cornetta: “Pronto 118”... le mascelle faticano ad articolarsi e la voce è coperta dall’eco interna di un cuore che ormai va per i cazzi suoi, “...credo di avere un attacco cardiaco”.
L’operatrice non si scompone e mi tranquillizza, chiede il mio nome e comincia a farmi domande, ad infondermi sicurezza. Poi capisce la paura di chi si sentiva invincibile e ora crede di morire, solo in casa e troppo presto. Perché è sempre troppo presto per morire. Mi parla d’altro. Mi dice il suo nome, Tiziana, e mi assicura che rimarrà con me fino all’arrivo dell’ambulanza. Il suo tono è lieve e caccia via le mie streghe, mi asseconda, mi rinfranca. Mi parla ancora d’altro e trasforma quei minuti dell’attesa da interminabili a sopportabili.
Mi sento meno solo e mi attacco alla sua voce, alle sue parole. Sento le sirene dell’ambulanza e lei che mi dice: “Quando hai la diagnosi chiama, stanotte sono di turno. Fammi sapere. Ma stai tranquillo, vedrai che non è un infarto”. La corsa in ospedale e la sua profezia è stata confermata.
Allora c’era il 118, non c’era il numero unico delle emergenze. Allora non c’era quel disco che ti lasciava in attesa, in balia delle tue paure. Bastava spiegarla una volta sola la tua necessità, perché quel numero lo compone chi è in pericolo, spesso in pericolo di vita. E non ha troppo tempo da attendere.
Oggi non basta più e la storia di Valentina Ruggiu mi ha fatto pensare che forse allora… chissà… Mi ha fatto ripensare alla voce senza volto di Tiziana, alla sua umanità e alla sua capacità di rendermi sostenibile quell’attesa del tutto inattesa.
Anche Valentina ha riposto le sue speranze dentro una cornetta, ma ad attenderla ha trovato un disco: “Rimanga in attesa”. E mentre lei attendeva… e attendeva… e attendeva ancora… suo padre Gianfranco, professione cameriere, moriva.
Ripenso a Tiziana, alla sua voce che mi ha accompagnato oltre la paura. A quando l’ho richiamata dal pronto soccorso, felice per lo scampato pericolo. E penso che se quella maledetta sera di tre anni fa fossi morto, non sarei morto in compagnia di un disco che mi ripeteva “Rimanga in attesa”. Accanto avrei avuto Tiziana.
Ecco, allora ripensiamo tutti al ruolo dello stato sociale, di un servizio pubblico e di qualità. Ripensiamo ai tanti eroi che ogni giorno non ci lasciano in attesa, affatto. Grazie Tiziana, grazie di cuore!!
Fonte
Il vantaggio teorico è nel numero unico, ora il 112, cui ci si può rivolgere per qualsiasi evenienza, dall’infarto all’incendio sotto casa.Nulla di strano, in molti paesi funziona in questo modo, ed è effettivamente più semplice -specie in situazioni di emrgenza – dover ricordare un solo numero invece che tanti quanti sono i problemi che possiamo avere.
Gli svantaggi pratici sono invece immensi, a cominciare dal fatto che dall’altra parte della cornetta c’è un risponditore automatico, di quelli ormai in uso in qualsiasi grande azienda, e la cui “utilità” è tutta a favore dell’azienda, che così può tenere a distanza utenti e/o clienti, affidando l’eventuale risposta a un call center.
Il quale, come sappiamo, funziona con lavoratori pagati un fico secco, non sempre nati e residenti in questo paese (che quindi non ne conoscono le coordinate fondamentali, anche se sanno parlare questa lingua), sommariamente “formati” sulle risposte da dare nei vari casi.E che, soprattutto, possono rispondere solo quando il segnale arriva alla loro postazione, magari molti minuti dopo l’inizio della chiamata.
Le conseguenze sulla qualità del servizio sono chiaramente illustrate nel racconto di Francesco Iacovone. Per orizzontarsi meglio nella materia, comunque, potete vedere anche questo articolo e rileggere la tragica esperienza di Valentina Ruggiu alle prese con le bizze di un risponditore automatico. L’inumano è già qui.
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Nel silenzio della notte un tonfo secco, come un colpo di grancassa, e il cuore parte, impazzito. Un battito irregolare che supera di gran lunga le 200 pulsazioni al minuto e non ti senti più invincibile.
Solo in casa, le gambe tremano e l’unica salvezza è nella cornetta: “Pronto 118”... le mascelle faticano ad articolarsi e la voce è coperta dall’eco interna di un cuore che ormai va per i cazzi suoi, “...credo di avere un attacco cardiaco”.
L’operatrice non si scompone e mi tranquillizza, chiede il mio nome e comincia a farmi domande, ad infondermi sicurezza. Poi capisce la paura di chi si sentiva invincibile e ora crede di morire, solo in casa e troppo presto. Perché è sempre troppo presto per morire. Mi parla d’altro. Mi dice il suo nome, Tiziana, e mi assicura che rimarrà con me fino all’arrivo dell’ambulanza. Il suo tono è lieve e caccia via le mie streghe, mi asseconda, mi rinfranca. Mi parla ancora d’altro e trasforma quei minuti dell’attesa da interminabili a sopportabili.
Mi sento meno solo e mi attacco alla sua voce, alle sue parole. Sento le sirene dell’ambulanza e lei che mi dice: “Quando hai la diagnosi chiama, stanotte sono di turno. Fammi sapere. Ma stai tranquillo, vedrai che non è un infarto”. La corsa in ospedale e la sua profezia è stata confermata.
Allora c’era il 118, non c’era il numero unico delle emergenze. Allora non c’era quel disco che ti lasciava in attesa, in balia delle tue paure. Bastava spiegarla una volta sola la tua necessità, perché quel numero lo compone chi è in pericolo, spesso in pericolo di vita. E non ha troppo tempo da attendere.
Oggi non basta più e la storia di Valentina Ruggiu mi ha fatto pensare che forse allora… chissà… Mi ha fatto ripensare alla voce senza volto di Tiziana, alla sua umanità e alla sua capacità di rendermi sostenibile quell’attesa del tutto inattesa.
Anche Valentina ha riposto le sue speranze dentro una cornetta, ma ad attenderla ha trovato un disco: “Rimanga in attesa”. E mentre lei attendeva… e attendeva… e attendeva ancora… suo padre Gianfranco, professione cameriere, moriva.
Ripenso a Tiziana, alla sua voce che mi ha accompagnato oltre la paura. A quando l’ho richiamata dal pronto soccorso, felice per lo scampato pericolo. E penso che se quella maledetta sera di tre anni fa fossi morto, non sarei morto in compagnia di un disco che mi ripeteva “Rimanga in attesa”. Accanto avrei avuto Tiziana.
Ecco, allora ripensiamo tutti al ruolo dello stato sociale, di un servizio pubblico e di qualità. Ripensiamo ai tanti eroi che ogni giorno non ci lasciano in attesa, affatto. Grazie Tiziana, grazie di cuore!!
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15/08/2017
Il Ferragosto e le “catene” commerciali
Il “sorpasso” delle multinazionali del commercio ai danni di oltre duemila anni di storia. Si, potrei cominciare da qui. Da quel capolavoro di Dino Risi
che ha immortalato una capitale quasi lunare dove non trovi un tabacchi
aperto e neppure la possibilità di fare una telefonata. Altri tempi,
immagini surreali che ritraggono il deserto di Ferragosto degli anni Sessanta e che probabilmente rimarranno uniche e irripetibili.
Quell’indimenticabile capolavoro, più di ogni altro, è in grado di raccontarci il gomito della storia d’Italia, il passaggio dal mondo paleoindustriale a quello consumistico. Non di poco conto, nel simbolismo di Risi, è la scelta non casuale della Via Aurelia, il percorso lungo il quale la vicenda si snoda, l’arteria consolare che esce da Roma e si dirige pigramente verso le riviere di Fregene e dell’alto Lazio, perché è questa la strada che più di altre nel corso degli anni sessanta ha rappresentato un mito collettivo e generazionale: una strada verso la vacanza, l’evasione, il benessere...
Credo di aver detto molto sulle aperture dei negozi e centri commerciali nei giorni festivi e, più in generale, sull’impatto che generano gli shopping park sulle esistenze dei lavoratori e dei cittadini. Ma sono nato a Roma e si avvicina ferragosto... Implacabilmente i miei pensieri vanno all’origine di questa festa.
Il termine Ferragosto deriva dalla locuzione latina feriae Augusti (riposo di Augusto) e indica una festività istituita dall’imperatore Augusto nell’8 a.C., per celebrare i raccolti e la fine dei principali lavori agricoli. L’antico Ferragosto, oltre agli evidenti fini di auto-promozione politica, aveva lo scopo di collegare le principali festività agostane per fornire un adeguato periodo di riposo, anche detto Augustali, necessario dopo le grandi fatiche profuse durante le settimane precedenti. Finanche gli animali da tiro, buoi, asini e muli, venivano dispensati dal lavoro e agghindati con fiori. Finanche loro...
Ferragosto, nonostante nel corso del tempo sia stato trasformato da festa pagana in festa Cristiana dalla capitale Pontificia, non ha mai perso i suoi connotati popolari. Il Ferragosto nei secoli moderni è rafforzato dall’usanza della “scampagnata fori porta” molto spesso arricchita da “storie d’ amore e de cortello”. Insomma, il Ferragosto dei fuochi d’ artificio, del pollo coi peperoni, del cocomero e dei gavettoni.
Duemila anni di storia rinnegati per decreto, quel decreto del governo Monti noto come “salva Italia”, che sta producendo i suoi effetti nefasti ed evidenziando le sue contraddizioni. Molti italiani trascorreranno anche quest’anno il Ferragosto in un centro commerciale, rinunceranno a duemila anni di storia e a un meritato giorno di festa, ormai preda del capitale.
Credo fermamente che sia giunta l’ora di riprendiamoci le nostre vite di lavoratori e di cittadini: trascorriamo le feste favorendo la socialità, il riposo, la riflessione, la cultura, lo sport, facciamolo creando le giuste alleanze tra “consumatore inconsapevole” e “lavoratore consumato”. Il modello sociale che ci vogliono imporre attraverso lo sfarzo e le luci dei Centri Commerciali è soltanto un inganno in favore dei profitti delle grandi multinazionali del commercio ed un danno per i lavoratori, i consumatori e la società.
Personalmente utilizzerò le mie “feriae Augusti” per riposarmi e ricaricare le pile, nel rispetto dell’antica tradizione romana, così da poter essere pronto per una nuova stagione di lotte alla riconquista dei diritti e del salario; per cercare di spezzare, insieme a voi, quelle catene imposte dalle multinazionali del commercio a milioni di donne e di uomini. Magari sotto l’ombrellone leggerò “Scherzi di Ferragosto” di Alberto Moravia (Racconti romani), a voi l’incipit del testo:
Felice Ferragosto!!
Fonte
Quell’indimenticabile capolavoro, più di ogni altro, è in grado di raccontarci il gomito della storia d’Italia, il passaggio dal mondo paleoindustriale a quello consumistico. Non di poco conto, nel simbolismo di Risi, è la scelta non casuale della Via Aurelia, il percorso lungo il quale la vicenda si snoda, l’arteria consolare che esce da Roma e si dirige pigramente verso le riviere di Fregene e dell’alto Lazio, perché è questa la strada che più di altre nel corso degli anni sessanta ha rappresentato un mito collettivo e generazionale: una strada verso la vacanza, l’evasione, il benessere...
Credo di aver detto molto sulle aperture dei negozi e centri commerciali nei giorni festivi e, più in generale, sull’impatto che generano gli shopping park sulle esistenze dei lavoratori e dei cittadini. Ma sono nato a Roma e si avvicina ferragosto... Implacabilmente i miei pensieri vanno all’origine di questa festa.
Il termine Ferragosto deriva dalla locuzione latina feriae Augusti (riposo di Augusto) e indica una festività istituita dall’imperatore Augusto nell’8 a.C., per celebrare i raccolti e la fine dei principali lavori agricoli. L’antico Ferragosto, oltre agli evidenti fini di auto-promozione politica, aveva lo scopo di collegare le principali festività agostane per fornire un adeguato periodo di riposo, anche detto Augustali, necessario dopo le grandi fatiche profuse durante le settimane precedenti. Finanche gli animali da tiro, buoi, asini e muli, venivano dispensati dal lavoro e agghindati con fiori. Finanche loro...
Ferragosto, nonostante nel corso del tempo sia stato trasformato da festa pagana in festa Cristiana dalla capitale Pontificia, non ha mai perso i suoi connotati popolari. Il Ferragosto nei secoli moderni è rafforzato dall’usanza della “scampagnata fori porta” molto spesso arricchita da “storie d’ amore e de cortello”. Insomma, il Ferragosto dei fuochi d’ artificio, del pollo coi peperoni, del cocomero e dei gavettoni.
Duemila anni di storia rinnegati per decreto, quel decreto del governo Monti noto come “salva Italia”, che sta producendo i suoi effetti nefasti ed evidenziando le sue contraddizioni. Molti italiani trascorreranno anche quest’anno il Ferragosto in un centro commerciale, rinunceranno a duemila anni di storia e a un meritato giorno di festa, ormai preda del capitale.
Credo fermamente che sia giunta l’ora di riprendiamoci le nostre vite di lavoratori e di cittadini: trascorriamo le feste favorendo la socialità, il riposo, la riflessione, la cultura, lo sport, facciamolo creando le giuste alleanze tra “consumatore inconsapevole” e “lavoratore consumato”. Il modello sociale che ci vogliono imporre attraverso lo sfarzo e le luci dei Centri Commerciali è soltanto un inganno in favore dei profitti delle grandi multinazionali del commercio ed un danno per i lavoratori, i consumatori e la società.
Personalmente utilizzerò le mie “feriae Augusti” per riposarmi e ricaricare le pile, nel rispetto dell’antica tradizione romana, così da poter essere pronto per una nuova stagione di lotte alla riconquista dei diritti e del salario; per cercare di spezzare, insieme a voi, quelle catene imposte dalle multinazionali del commercio a milioni di donne e di uomini. Magari sotto l’ombrellone leggerò “Scherzi di Ferragosto” di Alberto Moravia (Racconti romani), a voi l’incipit del testo:
“Tutto mi andava male, quell’estate e, come venne Ferragosto, mi trovai a Roma senza amici, senza donne, senza parenti, solo. Il negozio dove ero commesso era chiuso per le ferie, altrimenti, dalla disperazione, pur di trovare compagnia, mi sarei perfino rassegnato a vendere i saldi estivi, mutande, calze, camicie, tutta roba andante. Così, quella mattina del quindici, quando Torello mi venne a strombettare sotto la finestra e poi mi invitò a andare con lui a Fregene, pensai: ‘E antipatico, anzi è odioso… ma meglio lui che nessuno’ e accettai di buon grado.”Ora, provate a immaginare il seguito…
Felice Ferragosto!!
Fonte
28/07/2017
Centri commerciali: i nuovi schiavi della notte sono filippini
Un video di appena 35 secondi che ho postato su YouTube, accompagnato da un messaggio in tarda serata, e quanto già sapevo emerge in tutta la sua brutalità. Chi mi scrive è in turno in uno dei tanti ipermercati all’interno di un centro commerciale della Capitale e le sue parole, assieme alla testimonianza video, sono pietre scagliate contro le coscienze di tutti noi:
Ciao Francesco, questi lavoratori da quello che vedo sono tutti filippini e, ahimè, tutti in condizioni di vita disagiate. Anche per come si sono presentati. Prendono meno di 5 euro l’ora. Dicono 4.Queste sono le condizioni di chi lavora di notte per farci trovare biscotti, pomodori pelati e pasta sugli scaffali al mattino. L’allineamento dei prodotti che ci ruba l’occhio è inversamente proporzionale alla spina dorsali di chi vive di facchinaggio a basso salario. Zero diritti e guai a lagnarsi. Altrimenti stai a casa.
Non dirò qual è l’insegna dell’ipermercato né la cooperativa di facchinaggio, anche se le conosco bene entrambe. Preferisco attendere di aver contezza piena della situazione. Ma di certo non finisce qui perché le multinazionali del commercio la devono smettere di alimentare queste forme di caporalato cooperativo che sfruttano la manodopera a basso costo. Non si può più tacere davanti a questi abusi: ci si deve ribellare, si deve denunciare. Perché chi tace è complice!
Fonte
30/05/2017
La notte è fatta per dormire, o per fare l’amore...
Abbiamo incontrato i nuovi schiavi contemporanei, col loro spezzatino contrattuale, e di notte il numero degli stranieri al lavoro alla cassa o in corsia si innalza sensibilmente. Abbiamo visto supermercati con corsie immense ma sguarnite di clienti. La luce era forte, innaturale e fredda; la musica in radiodiffusione suonava per tenere svegli gli addetti alle casse. L’eco dei ronzii dei frigoriferi veniva amplificata dal vuoto. Fuori i negozi solo la vigilanza e la Polizia, allertata dal nostro tour di solidarietà. Abbiamo incontrato pochi addetti alle vendite, a contratto quasi sempre interinale e molti di questi sono stati timorosi e reticenti, hanno abbassato la testa. Avevano paura.
Il turno 24/6, che nessun italiano vuole fare, viene svolto per esempio, da filippini e le cooperative, che coprono per larga parte il lavoro notturno, pagano poco e male. All’USB sono venute a bussare delle interinali che hanno ricevuto il benservito dopo aver sgobbato per dieci anni in Carrefour. I voucher sono usciti dalla porta e rientrati dalla finestra, e tutte le altre forme contrattuali atipiche esistenti trarranno sempre più forza a danno dell’occupazione diretta e a tempo indeterminato.
Difficile instaurare una qualsiasi forma di dialogo con questi lavoratori che si guadagnano il pane quando noi ci rigiriamo sotto le coperte. Sono preoccupati, parlano poco. Si muovono con circospezione, non si organizzano, a volte non conoscono nemmeno la nostra lingua. E poi lavorare di notte fa male a prescindere. Lavorare in quelle condizioni fa male ancora di più.
Di notte lavorano uomini e donne senza diritti e con scarso salario, che svolgono le stesse mansioni dei loro colleghi diurni, ma con meno garanzie e uno stipendio più basso. Per sua natura, il commercio è alimentato da una forza lavoro molto frammentata e difficilmente organizzabile. Per questo molte delle destrutturazioni contrattuali vengono testate proprio su questi lavoratori, per poi essere estese a tutte le altre categorie. Insomma, un laboratorio di precarietà e cattiva occupazione.
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Il turno 24/6, che nessun italiano vuole fare, viene svolto per esempio, da filippini e le cooperative, che coprono per larga parte il lavoro notturno, pagano poco e male. All’USB sono venute a bussare delle interinali che hanno ricevuto il benservito dopo aver sgobbato per dieci anni in Carrefour. I voucher sono usciti dalla porta e rientrati dalla finestra, e tutte le altre forme contrattuali atipiche esistenti trarranno sempre più forza a danno dell’occupazione diretta e a tempo indeterminato.
Difficile instaurare una qualsiasi forma di dialogo con questi lavoratori che si guadagnano il pane quando noi ci rigiriamo sotto le coperte. Sono preoccupati, parlano poco. Si muovono con circospezione, non si organizzano, a volte non conoscono nemmeno la nostra lingua. E poi lavorare di notte fa male a prescindere. Lavorare in quelle condizioni fa male ancora di più.
Di notte lavorano uomini e donne senza diritti e con scarso salario, che svolgono le stesse mansioni dei loro colleghi diurni, ma con meno garanzie e uno stipendio più basso. Per sua natura, il commercio è alimentato da una forza lavoro molto frammentata e difficilmente organizzabile. Per questo molte delle destrutturazioni contrattuali vengono testate proprio su questi lavoratori, per poi essere estese a tutte le altre categorie. Insomma, un laboratorio di precarietà e cattiva occupazione.
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14/01/2017
Commesse in saldo
E’ tempo di saldi e un giro su via Tuscolana con Irene mi apre uno spaccato a dir poco raccapricciante. Perché scopro che nella realtà ad essere in saldo non sono gli abiti, sono le commesse.
Alessia piega sul bancone una paio di jeans che si è appena provata Irene, ha 25 anni e fa la commessa da poco. Prima lavorava in una specie di “recupero crediti”, e prima ancora in una pasticceria. “Ma in pasticceria avevo orari assurdi”, dice, “e al recupero crediti” ci sono stata poco più di un mese. Qui al negozio sto bene e il lavoro mi piace”. Alessia è sorridente e solare, con l’aria un po’ svagata. Dice che studiare non le è mai piaciuto e ha sempre preferito lavorare. Mi vengono i brividi quando mi dice che adesso le danno 600 euro al mese ma che i primi tre mesi ne prendeva 500. Quello che mi turba di più è che lei lo consideri normale. “Questi sono gli stipendi”, dice. Non sa nemmeno spiegarmi che contratto ha. “Firmo una busta paga da 1000 euro al mese e quando lavoro i festivi mi pagano fuori busta. Quaranta, alcune volte 45 euro”.
“Siamo quasi tutte donne con i problemi che puoi immaginare”. Giorgia ripone gli stivaletti – alla moda ma rigorosamente Made in China – in un negozio qualche vetrina più avanti. “Non mi far passare guai”, mi incalza quando le dico che faccio il sindacalista e mi occupo di commesse. Le chiedo se ha paura di essere licenziata, ma lei sorride: “E mica ce l’ho un contratto io. Lavoro quando mi chiamano e mi pagano 5 euro l’ora”. Giorgia con quei soldi ci si paga gli studi. “Non tutte hanno il contratto qui e chi lo ha è d’apprendistato oppure part-time, ma per finta. In busta paga hai 600-700 euro e il resto a nero. Prendere o lasciare. È così”.
Cristina invece lavora in negozio di intimo. Il suo contratto è regolare, 1200 euro al mese “Sì, ma giorni di riposo e straordinari pagati sono una chimera. E non sono una di quelle che sta peggio. Molte mie amiche prendono la metà di quello che prendo io, e sono trattate uno schifo”. Le domando come si vede tra dieci anni “Beh, con una famiglia sarà complicato lavorare tutti i giorni compresi i festivi fino a tarda sera. Ma per ora tiro avanti, ho 25 anni e lavoro qui da quando ne ho 20”.
Miriana invece lavora in un negozio di borse e fa la responsabile “a gratis”. All’inizio era al nero, poi ha firmato un part time a 600 euro al mese per turni finanche di 14 ore. “Mi promettevano che tutto sarebbe migliorato con il tempo, anche lo stipendio, ma non è mai stato così. Non ho mai potuto scegliere un giorno libero. I nostri turni sono a incastro e se una persona manca io devo restare perché il negozio non può di certo chiudere”.
Mentre penso che il vero affare di questi saldi sono le commesse, torno verso la macchina con le buste in una mano e la mano di Irene nell’altra. Sono frastornato dalla confusione di questo tritacarne infernale che svende le vite di queste povere ragazze sull’altare del consumo e penso che un altro mondo non solo è possibile, ma è necessario!!
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Alessia piega sul bancone una paio di jeans che si è appena provata Irene, ha 25 anni e fa la commessa da poco. Prima lavorava in una specie di “recupero crediti”, e prima ancora in una pasticceria. “Ma in pasticceria avevo orari assurdi”, dice, “e al recupero crediti” ci sono stata poco più di un mese. Qui al negozio sto bene e il lavoro mi piace”. Alessia è sorridente e solare, con l’aria un po’ svagata. Dice che studiare non le è mai piaciuto e ha sempre preferito lavorare. Mi vengono i brividi quando mi dice che adesso le danno 600 euro al mese ma che i primi tre mesi ne prendeva 500. Quello che mi turba di più è che lei lo consideri normale. “Questi sono gli stipendi”, dice. Non sa nemmeno spiegarmi che contratto ha. “Firmo una busta paga da 1000 euro al mese e quando lavoro i festivi mi pagano fuori busta. Quaranta, alcune volte 45 euro”.
“Siamo quasi tutte donne con i problemi che puoi immaginare”. Giorgia ripone gli stivaletti – alla moda ma rigorosamente Made in China – in un negozio qualche vetrina più avanti. “Non mi far passare guai”, mi incalza quando le dico che faccio il sindacalista e mi occupo di commesse. Le chiedo se ha paura di essere licenziata, ma lei sorride: “E mica ce l’ho un contratto io. Lavoro quando mi chiamano e mi pagano 5 euro l’ora”. Giorgia con quei soldi ci si paga gli studi. “Non tutte hanno il contratto qui e chi lo ha è d’apprendistato oppure part-time, ma per finta. In busta paga hai 600-700 euro e il resto a nero. Prendere o lasciare. È così”.
Cristina invece lavora in negozio di intimo. Il suo contratto è regolare, 1200 euro al mese “Sì, ma giorni di riposo e straordinari pagati sono una chimera. E non sono una di quelle che sta peggio. Molte mie amiche prendono la metà di quello che prendo io, e sono trattate uno schifo”. Le domando come si vede tra dieci anni “Beh, con una famiglia sarà complicato lavorare tutti i giorni compresi i festivi fino a tarda sera. Ma per ora tiro avanti, ho 25 anni e lavoro qui da quando ne ho 20”.
Miriana invece lavora in un negozio di borse e fa la responsabile “a gratis”. All’inizio era al nero, poi ha firmato un part time a 600 euro al mese per turni finanche di 14 ore. “Mi promettevano che tutto sarebbe migliorato con il tempo, anche lo stipendio, ma non è mai stato così. Non ho mai potuto scegliere un giorno libero. I nostri turni sono a incastro e se una persona manca io devo restare perché il negozio non può di certo chiudere”.
Mentre penso che il vero affare di questi saldi sono le commesse, torno verso la macchina con le buste in una mano e la mano di Irene nell’altra. Sono frastornato dalla confusione di questo tritacarne infernale che svende le vite di queste povere ragazze sull’altare del consumo e penso che un altro mondo non solo è possibile, ma è necessario!!
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10/01/2017
Minacce e danneggiamenti contro dirigente sindacale Usb
Il settore della grande distribuzione così come quello della logistica è terreno di scontro frontale sul piano della lotta sindacale. Per delegati, dirigenti sindacali, lavoratori le minacce, i danni alla macchina, gli incendi delle sedi, i pestaggi, non sono scenari rimovibili. Gli ultimi episodi riguardano Francesco Iacovone, coordinatore dell'Usb nel turbolento settore della Grande Distribuzione, animatore di conflitti e vertenze sindacali durissime e spesso vittoriose, di cui spesso abbiamo ospitati articoli sul nostro giornale. A Francesco Iacovone va la solidarietà della redazione di Contropiano.
Qui di seguito il comunicato dell'Usb emesso dopo gli ultimi episodi di intimidazione:
Qui di seguito il comunicato dell'Usb emesso dopo gli ultimi episodi di intimidazione:
Francesco Iacovone, componente dell'esecutivo nazionale di USB Lavoro Privato, negli ultimi giorni è stato vittima di atti vandalici e ha ricevuto minacce anonime.Fonte
Francesco si batte da anni a fianco dei lavoratori e in particolare dei dipendenti del commercio e della Grande Distribuzione Organizzata e ha animato le lunghe lotte contro lo sfruttamento nei grandi centri commerciali con ottimi risultati e grande riconoscimento. Chi oggi lo minaccia vorrebbe fermare un movimento di mobilitazione che sta prendendo sempre più piede in uno dei più grandi e problematici settori produttivi del nostro Paese dove più forte si sente il bisogno della presenza di un sindacato vero e conflittuale.
Francesco ha già mostrato la sua tempra in tante battaglie e non si farà certo intimidire da questi atti tanto vili quanto inutili, ma USB intende comunque manifestare pubblicamente tutta la sua solidarietà e il suo appoggio al proprio dirigente sindacale e incoraggiarlo a proseguire la lotta contro lo sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori.
25/12/2016
Natalino Balasso paragona i commessi agli infermieri: poco originale e fuorviante
Caro Natalino Balasso, ho aspettato la vigilia di Natale per rispondere al tuo post. Forse il giorno più duro per quei tanti lavoratori che con il tuo post, molto confuso, hai offeso e anche preso un po’ per il culo.
Nel paese in cui tutti sentono il dovere di parlare di tutto, anche tu hai confermato la tradizione e ti sei espresso su Carrefour e il lavoro a Capodanno e Santo Stefano, prendendo probabilmente spunto da un mio post sulla Carrefour divenuto virale su Facebook. Caro Natalino, se proprio sentivi il dovere di dire qualcosa, potevi prima ascoltare chi vive sulla pelle quelle condizioni di lavoro e fare le differenze con la lunga lista di categorie messe a confronto sul post.
Non sei il primo e non sarai neanche l’ultimo che accosta i lavoratori del commercio ad atri, anch’essi impegnati nei giorni domenicali e festivi. Ma questo accostamento è superficiale e non racconta la verità.
In realtà eri partito bene:
Per quanto riguarda il mio personale gusto, i centri commerciali potrebbero chiudere per sempre.Ma poi ti sei perso per la strada:
Ma davvero non vi sembra ipocrita scandalizzarvi per il Carrefour aperto a Santo Stefano e non fare una piega per i ristoranti aperti a Natale? Davvero trovate normale andare al bar il 1 gennaio e implorare i sindacati per il turno del supermercato? Cos’ha un barista di tanto disprezzabile rispetto a una cassiera? Sareste contenti di andare al pronto soccorso e trovare chiuso perché giustamente è festa? O di stare in mezzo alla strada perché l’ambulanza fa il ponte? Insomma i lavoratori vanno rispettati, tranne quelli di cui avete bisogno voi.Vedi Natalino, paragonare il vendere barattoli di pomodori pelati o jeans e camicette non è equiparabile neanche lontanamente ad un servizio pubblico essenziale, per il quale anche tu paghi fior di tasse proprio perché è essenziale. Un pronto soccorso, un’ambulanza, ma anche i servizi di sicurezza e di mobilità debbono essere sicuramente funzionanti. Perché salvano le vite umane, perché sono pubblici. Di tutti noi. Anche per questo un infermiere guadagna molto di più con i turni festivi e notturni. Tu sai quanto guadagna un socio di cooperativa per lavorare un’intera notte alla Carrefour?
Caro Natalino, la gran parte dei commessi a cui ti riferisci ha iniziato questo lavoro quando la domenica, i giorni di festa e la notte, gli esercizi commerciali erano chiusi; a differenza di chi lavora nella ristorazione. Fu il nefasto decreto Monti a liberalizzare queste attività e a renderle una jungla. La promessa era quella di far ripartire i consumi e aumentare l’occupazione e così di certo non è stato. E poi lo sai anche tu che a Natale la mancia al cameriere è generosa, no?
Più che le attività aperte, non è da disprezzare il sistema schiavistico dei turni, nei supermercati, negli ospedali, negli autogrill, non a Natale ma tutto l’anno, in certe attività? Quando ordinate le vostre cazzate su Amazon vi fate due domande sull’inferno dei corrieri, anche se consegnano solo nei feriali o vi limitate a incazzarvi se consegnano in ritardo? Perché non proponete speciali assunzioni nelle feste così lavorerebbe anche qualcun altro che magari avrebbe bisogno di due lirette e se ne fotte il cazzo delle vostre feste comandate? E magari se qualcuno rispetta il Ramadan vi girano i coglioni.Insomma, sei solo uno dei tanti che insiste con la tiritera degli infermieri, delle forze di polizia, degli autobus, dei ristoranti e via via discorrendo. Uno dei tanti che non dice che le scuole, gli uffici postali, le banche, gli sportelli pubblici, gli uffici privati e tutte le attività non essenziali sono giustamente chiusi. Sei uno di quelli che dell’inferno che vivono i lavoratori Amazon ne parla, nulla più.
Come ti dicevo all’inizio, ho aspettato la vigilia di Natale per rispondere al tuo post. Gli ultimi due mesi, per i tanti lavoratori del commercio, hanno rappresentato un lungo conto alla rovescia che li ha condotti all’agognato 24 dicembre stremati, all’annuncio di chiusura di questa sera che porrà fine ai loro tormenti e accompagnerà gli ultimi clienti fuori dal negozio. Un urlo di gioia che rimbomberà nel loro luogo di lavoro ormai vuoto, un veloce scambio di auguri e tutti di corsa a timbrare rapidamente l’uscita per arrivare puntuali al cenone.
Dai Natalino, fai un altro post. Prova a usare la tua notorietà social per dar loro una mano ad uscire dall’invisibilità!!
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