La prima riunione del Board of Peace progetto coloniale voluto da Trump ha visto la partecipazione anche del Governo italiano nel ruolo ipocrita di osservatore. Oltre all’interesse economico, non a caso Confindustria ha affermato che bisogna esserci, l’Italia si è offerta come paese in grado di addestrare soldati e poliziotti dei paesi che invieranno i propri contingenti ad occupare Gaza.
Vicenza oltre alla presenza storica di basi militari USA, è anche sede del COESPU (Center of Excellence for Stability Police Unit).
Si tratta di una struttura militare dei carabinieri, gestita con il compito di addestrare soldati e polizie di vari paesi ai fini di anti terrorismo, ordine pubblico e controllo del territorio.
Del resto al COESPU vengono addestrate tra le altre le polizie palestinesi dell'ANP, e recentemente quelle ucraine.
La struttura perfetta, nata come costola del G8 nel 2005, per le funzioni dell’eventuale dislocamento di truppe dei paesi del Board.
Ancora una volta il governo italiano è complice del genocidio dei palestinesi e del progetto sionista e colonialista prima fornendo armi ad Israele, poi non riconoscendo lo stato di Palestina e ora addestrando le truppe di occupazione. Bisogna rilanciare la mobilitazione antisionista e anti colonialista. Contro il governo italiano e contro le basi militari Usa presenti nel nostro territorio.
La mattina del 21 febbraio, in concomitanza con i “Global Days of Action to Close Bases” organizzati dal World BEYOND War, associazione radicata negli Stati Uniti per protestare contro le basi militari USA in tutto il mondo, l’Osservatorio Vicenza città Unesco da smilitarizzare ha reso pubblico il video della conferenza, integrate da immagini della 173ª Brigata aviotrasportata di stanza a Vicenza.
La conferenza “Il ruolo delle basi USA a Vicenza in un mondo di guerra” tenutasi di recente, ha visto il giornalista e attivista Antonio Mazzeo offrire un quadro dettagliato e aggiornato sulla presenza militare statunitense a Vicenza illustrando le implicazioni geopolitiche delle basi USA nel contesto di un mondo sempre più militarizzato.
Il materiale si rivela particolarmente interessante per capire il ruolo strategico della 173ª Brigata Aviotrasportata e delle basi presenti a Vicenza: dalle esercitazioni in Ucraina (Rapid Trident e Fearless Guardian, 2011-2021) per addestrare le forze ucraine, all’arrivo dei missili V-SHORAD alla caserma Del Din (2023) per la difesa antiaerea a corto raggio, fino al laboratorio Bayonet Team alla caserma Ederle. Qui si progettano e producono droni all’avanguardia – killer, intelligence e “wolf packs” – destinati ai nuovi scenari di guerra, con finanziamenti USA da 1 miliardo di dollari.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/02/2026
06/05/2019
Storia dell’autonomia operaia vicentina
di Giovanni Iozzoli
Donato Tagliapietra, Gli autonomi. Volume V. L’Autonomia operaia vicentina dalla rivolta di Valdagno alla repressione di Thiene, Edizioni DeriveApprodi, Roma, 2019, pp. 256, € 19,00
Donato Tagliapietra, Gli autonomi. Volume V. L’Autonomia operaia vicentina dalla rivolta di Valdagno alla repressione di Thiene, Edizioni DeriveApprodi, Roma, 2019, pp. 256, € 19,00
A voler spiegare come si scrive un testo documentato e rigoroso, su un frammento dei nostri anni ’70, senza melanconie memorialistiche e narcisismi biografici, il quinto volume della serie “Gli autonomi” potrebbe essere citato come esempio virtuoso.
Il libro, dedicato all’esperienza del movimento autonomo nell’alto vicentino – una perimetrazione solo apparentemente marginale, in realtà ricca di implicazioni e connessioni generali – è scritto “al presente”: niente nostalgie, niente autocompiacimento, meno che mai dissociazione. L’autore non fa mai astrazione dal suo punto di osservazione naturale: la durezza spigolosa e inafferrabile dei tempi d’oggi.
Il racconto dell’autonomia vicentina presenta dei tratti di vivo interesse, innanzi tutto per la specificità del territorio. Quella raccontata da Donato Tagliapietra, dirigente dei Collettivi Politici Veneti, ex prigioniero degli infiniti processi che seguirono al 7 aprile, è innanzitutto una storia operaia, anche e soprattutto nella sua dimensione di rifiuto della fabbrica: la cronaca dell’emersione embrionale di un “altro movimento operaio”, in cui un pezzo di gioventù di provincia rigetta la coazione al lavoro e l’etica sacrificale del cottimo e dello straordinario a cui i padri avevano sacrificato la vita.
Non a caso il libro si apre con i fatti della rivolta di Valdagno quasi a sottolineare la matrice proletaria (non genericamente ribelle o controculturale) di quella incubazione che sul finire degli anni del boom, prepara le condizioni dell’esplosione del decennio successivo:
Nell’ambito della prima industrializzazione italiana l’industria tessile vicentina ha un ruolo di prim’ordine, tanto da conferire a questa provincia caratteri strutturali che l’avvicinano di più all’esperienza del triangolo industriale che a quella veneta e italiana […] A rendere originale il processo di industrializzazione vicentino è stato il modo in cui la fabbrica si inserisce nella struttura sociale preesistente, apparentemente senza traumi né fratture nette, anzi salvaguardando gli antichi equilibri. Tutto ciò ha fatto parlare di uno specifico modello di sviluppo: quello veneto. Fino all’aprile del 1968 alla Marzotto di Valdagno (p. 11)Sui fatti di Valdagno, molto si è scritto, collocandoli addirittura tra gli episodi fondativi del ’68 italiano: la statua del fondatore Gaetano Marzotto abbattuta, le ore di scontri con la polizia dentro territori abituati alla pacificazione e a un’etica del lavoro asfissiante. È l’autonomia di classe all’opera, prima che si generalizzi l’uso stesso della categoria.
Da quel fecondo spartiacque, nei grandi comuni industriali di Thiene, Schio, Marano, Bassano, l’autunno caldo evoca una generazione di giovanissimi quadri di movimento – interni/esterni al tessuto delle fabbriche – che avviano un’altra prassi e un’altra progettualità dentro i territori. Si consolida un’area di contrapposizione ed estraneità ai due mondi allora egemoni: il Veneto bianco – con i suoi cascami clericali e democristiani – e l’opposizione ufficiale, il Pci – con le sue strategie e ritualità paludate.
Inizia la stagione dei gruppi, l’emersione di un’“altra sinistra” che prende forma pubblica, con le sue sedi, le sue sigle, le sue iniziative. È una stagione breve, tutto si consuma in un lampo: i tempi sono accelerati, densi e straordinariamente fecondi. Potere operaio si è sciolta nel ’73, Lotta Continua annaspa dentro la radicalità delle sue contraddizioni e delle aspettative che il conflitto ha evocato soprattutto nelle componenti più giovanili. È il 1976, quando la nuova composizione giovanile di movimento nella bassa vicentina, matura un passaggio di rottura:
Tempo qualche settimana e usciamo da Lotta Continua. Semplicemente, senza strascichi polemici, anzi mantenendo intatto il patrimonio relazionale costruito nella militanza condivisa. Niente porte sbattute o accuse incrociate. D’altronde non portiamo via le masse, semplicemente una parte relativamente piccola ma molto coesa e determinata, non partecipa più a quell’agire collettivo e progettuale dopo tre anni abbondanti di appartenenza. Andiamo a costruire quotidianità da un’altra parte. Da quel momento siamo un’altra cosa […] Il nuovo riferimento è l’Autonomia Operaia, che non è un nuovo gruppo, ma un progetto politico e di lotta da costruire insieme. Con un tempismo perfetto arriva la proposta dei compagni dei Collettivi Politici Padovani, fatta a tutte le realtà di movimento della regione, di incontrarci per discutere un progetto di organizzazione regionale. (p. 38)Il veneto bianco riproduce le stesse dinamiche sociali e generazionali del resto d’Italia. Questa nuova composizione giovanile, al di là delle sigle di riferimento, si colloca culturalmente in una condizione di rottura esistenziale con il mondo dei padri: il rifiuto delle ideologie lavoriste – sia in salsa micro-capitalistica che berlingueriana – la tendenza a fare comunità, costruendo una nuova militanza che coincide con le scelte di vita, la musica, le sperimentazioni psichedeliche, la liberazione sessuale. E il tema delle legittimità dell’uso della forza – anche armata – che ormai comincia a diventare dirimente.
Nasce una militanza con caratteristiche nuove, che agisce dentro dinamiche e filiere sociali molto dirette. Con Alquati possiamo definirla di “medio raggio”, nel senso di un intervento politico pubblico, fortemente condiviso, praticato nel quotidiano e in uno specifico territorio; condizione che permette più facilmente di non scadere nel leaderismo e nel soggettivismo perché impegnata alla organizzazione della forma pubblica dell’autonomia operaia. Si tratta di organismi proletari di massa, autonomi da partiti e sindacati, dove la lotta per affermare i bisogni e l’uso della forza marciano di pari passo: si vuole essere quadri complessivi, nel senso che non deve esserci separazione tra il politico e il militare. Tra il ’76 e l’80 si registrano in Veneto più di 500 atti di “uso ragionato della forza”. Nella maggior parte dei casi sono azioni di sabotaggio e danneggiamenti nei confronti delle proprietà di fascisti, forze dell’ordine, politici democristiani e baroni universitari. Fratellanza e intelligenza, forza e complicità: questo diventa lo spazio dove si colloca la nuova militanza. (p. 51)Tutto si mescola freneticamente in mesi che valgono come anni, mentre la crisi italiana si avvita sempre di più tra tentazioni autoritarie e il fosco orizzonte del compromesso storico in gestazione.
In una dimensione di densa socialità e contropotere reale esercitato nei territori, si va a costituire quello che l’autore definisce “il laboratorio veneto” – un rapporto di forza reale che misura ogni giorno la propria egemonia; ma che costringe anche a reinventare continuamente forme, linguaggi e pratiche, per rimanere al passo con i tempi della crisi/ristrutturazione che sta ridisegnando la società veneta. L’allungamento della filiera produttiva – che oggi è assunto come elemento fondamentale di gerarchizzazione del lavoro vivo – conosce in quel tessuto un suo campo fondamentale di avvio e sperimentazione. I giovani autonomi vicentini “inseguono” davanti ai cancelli delle fabbriche i loro coetanei operai, organizzando le ronde contro gli straordinari o l’intervento contro i licenziamenti, ma devono anche nel contempo costruire le loro “filiere” alternative – sociali e antagoniste – in cui ricomporre nel territorio quel mondo operaio che si va sfilacciando, nel decentramento produttivo, nell’autosfruttamento dei capannoncini e del lavoro a domicilio.
Tutta la storia dell’Autonomia vicentina – per collocazione, cultura, memoria – è imperniata sul rifiuto/superamento della condizione operaia. L’esperienza storica dei Gruppi Sociali vive all’interno di questa dinamica diventando immediatamente lo strumento attraverso il quale aggredire e rompere la nuova costrizione al lavoro. In particolare questo progetto organizzativo trova sostegno pieno nella teoria dell’operaio sociale che permette a tutti – operai, disoccupati, studenti, piccoli commercianti, precari etc – di sentirsi direttamente messi in produzione [...] Esistiamo allora come operai e operaie sociali, non come figure sociologiche ma in quanto soggetti politici capaci di trovare soluzioni che liberino conflitto di classe, nella sua forma post-fordista. L’intervento militante quotidiano privilegia i nuovi distretti industriali, i nuovi laboratori, i paesi dove i comparti della grande fabbrica vengono decentrati. Il lavoro ci insegue sempre più dentro il territorio e noi lì lo abbiamo aspettato. Perché questo è il terreno in cui siamo più forti. (p. 93)L’operaio sociale è quindi la categoria che supporta questo sforzo tutto politico: e nasce dalla pratica, dalla necessità di “giustificare” e sistematizzare questi processi. Ortoprassi e spregiudicatezza teorica sono in quegli anni due poli che marcano un processo necessario e virtuoso di prassi-teoria-prassi (poi diventeranno sbracamento solipsistico, man mano che il conflitto si essiccherà e resteranno in campo solo i chiacchieroni da seminario, ma questa è un'altra storia).
L’autore rende puntigliosamente conto dei processi di formazione delle strutture autonome – dai coordinamenti operai ai comitati studenteschi, ricomposti orizzontalmente nella figura dei Gruppi Sociali– così come delle campagne che scandiranno la forza crescente dell’autonomia operaia in veneto e la sua progettualità nazionale, in rapporto con l’area milanese di Rosso.
Nasce Radio Sherwood – con la sua redazione vicentina – ed il settimanale politico Autonomia: strumenti indispensabili per rendere conto della ricchezza delle iniziative diffuse sul territorio.
Le ronde operaie “mobili” contro gli straordinari, diventano modello di intervento nel sociale, nella lotta per la casa e nelle prime occupazioni di spazi sociali. Il crescendo del contropotere evoca un crescendo di repressione, che prova a rintuzzare, palmo a palmo, l’egemonia che gli autonomi conquistano su pezzi importanti di tessuto sociale: i confederali e il PCI diventano parte attiva di questo sforzo di contrasto all’autonomia operaia, in un susseguirsi di arresti, processi e inchieste, che culmineranno, nel grande showdown finale del PM Calogero (il libro riporta anche l’imbarazzante e famigerato post pubblicato nel 2017 da Umberto Contarello, all’epoca ventiduenne segretario della FGCI padovana, che racconta di come Calogero andasse personalmente nei locali della Federazione del PCI ad istruirlo sulla versione che avrebbe dovuto sostenere come testimone d’accusa al processo contro l’Autonomia...).
Ma nel vicentino lo spartiacque di un’epoca non è il 7 aprile del ’79. È piuttosto la tragedia di Thiene, la morte inaspettata di tre giovani proletari dei collettivi vicentini, Angelo del Santo, Alberto Graziani e Maria Antonietta Berna, e il successivo assurdo suicidio in carcere di Lorenzo Bortoli. Donato Tagliapietra lascia capire che fu quell’evento a segnare la fine di qualcosa: agli attacchi repressivi le strutture autonome erano abituate; ma i fatti di Thiene recano un segno autodistruttivo che difficilmente avrebbe potuto ricomporsi.
A Thiene, attorno alle ore 17.00, un’esplosione provoca la morte di tre compagni, militanti dei Cpv. La storia si interrompe e si capisce che niente più sarebbe stato come prima. Esiste un prima e un dopo l’11 aprile ’79. (p. 163)I tre militanti stavano realizzando un ordigno esplosivo che sarebbe servito dentro la campagna di risposta alla maxi retata del 7 Aprile. Le strutture dell’autonomia vicentina rivendicano immediatamente l’internità delle figure e del percorso dei tre giovani militanti morti e scrivono in un comunicato uscito subito dopo i fatti:
Nessuna disputa di linea politica, nessuna differenziazione di impostazione di analisi dentro il movimento, può offuscare, negare l’appartenenza dei compagni all’intero movimento rivoluzionario, a tutti i comunisti. L’intero movimento di classe deve rivendicare a sé questi compagni caduti. Per non dimenticare. Per ricordare. (p. 164)L’autore ci riporta al clima drammatico di quei giorni.
Quella che si scatena contro una piccola realtà di provincia è una repressione senza eguali. Crudele e feroce. L’intento è quello di sradicare definitivamente l’organizzazione autonoma. Viene messa in campo da Dalla Chiesa attraverso un’operazione che militarizza per un mese un intera zona. (p. 167)Mandati di cattura e perquisizioni piovono a tappeto su tutto il territorio:
Nel nostro caso niente viene risparmiato, fino alla contestazione a tutti del reato di omicidio. Non esiste un impianto accusatorio, non è mai esistito durante tutta la fase processuale. La volontà di spargere terrore con la rappresaglia è l’impianto accusatorio. Scattano dappertutto posti di blocco, controlli nei luoghi frequentati dai compagni e nelle loro abitazioni. Nei luoghi frequentati dal movimento i poliziotti si scatenano contro le compagne con provocazioni sessiste. (p. 168)Le persone care alle vittime vengono arrestate o inquisite. Tra loro Lorenzo Bortoli, affittuario dell’appartamento in cui avviene la tragedia e compagno di Maria Antonietta. Dopo due mesi di isolamento, vessazioni, trasferimenti e provocazioni, Lorenzo si suicida nella sezione transiti del carcere di Verona. Da settimane è in piedi una campagna di opinione per la sua liberazione, visti i tentativi di suicidio già messi in atto e lo stato di profonda prostrazione psicologica provocata dalla morte della compagna, oltre che dalla detenzione. Il quarto funerale a pugni chiusi, nella piccola straziata provincia vicentina.
Tra latitanza, carcere e processi (le ultime prescrizioni arrivano nel 2006!) la vicenda politico organizzativa dei Collettivi politici vicentini termina all’inizio degli anni ’80. Le scelte di vita si dividono, il territorio muta segno rapidamente: l’eroina si diffonde capillarmente anche nei piccoli centri; ampi settori del Veneto, soprattutto fino al rapimento Dozier, restano zone altamente militarizzate (a Padova città si riuscirà a rompere il divieto di manifestazione solo nel 1985, dopo l’esecuzione sbirresca di Pedro Greco). E cosa più importante: la controrivoluzione sociale accompagna la valorizzazione capitalistica del “modello veneto”, che passa da dimensione produttiva marginale e periferica, all’inserimento nelle grandi filiere produttive tedesche e mitteleuropee.
L’autore, a differenza di altri che hanno contribuito ai volumi precedenti della serie, ci tiene a rendere onore ai tanti che hanno proseguito, negli anni '80/'90 la continuità di un’ipotesi politico organizzativa legata all’autonomia.
Quando uscii le cose erano cambiate, ma mi sentivo ancora interno a una situazione di lotta solida e importante. La storia continuava. Mai un giorno a Padova, dagli studi di Vicolo Pontecorvo, Radio Sherwood era stata in silenzio. Accompagnava sosteneva, difendeva e organizzava lo spazio autonomo. Nasceva il Coordinamento Nazionale Antinucleare Antimperialista, che tanta importanza ebbe in quel preciso momento, considerando quanto di drammatico stava succedendo dentro le organizzazioni combattenti clandestine e nelle carceri speciali. [...] Da quel ciclo di lotte presero vita le prime occupazioni con l’avvio, lungo gli anni Novanta del movimento dei Centri Sociali. Nel 1988 a Padova, in via Ticino, nasceva il Pedro, l’anno dopo a Mestre il Rivolta, poi il Morion a Venezia, l’Aggro nel Trevigiano, l’Emoprimodellalista nella bassa padovana, fino allo Ya Basta di Vicenza. [...] Quello fu molto sommariamente l’impianto di movimento con il quale si arrivò a Genova 2001. E dopo Genova il movimento di lotta contro la base americana di Dal Molin, a Vicenza, nel febbraio 2007 portò in piazza una manifestazione autonoma di 200.000 persone. (p. 203)Tutto storicamente corretto. Ma non ci si può sottrarre alla domanda più dolorosa, con cui fa i conti Elisabetta Michielin nella bella introduzione:
Aver visto giusto, aver guardato al territorio pone però un problema. Com’è potuto accadere che lo stesso territorio, lo stesso rifiuto del lavoro, abbia portato a un cambiamento di segno inaspettato nella sua radicalità? Insomma, come e perché si è prodotto l’uomo nuovo della Lega? Quei ragazzi che, piuttosto di entrare in fabbrica, avevano deciso di prendere le armi, come sono diventati gli sfruttatori di se stessi nelle miriadi di piccoli opifici che hanno fatto il miracolo del Nord Est nel secolo scorso? [...] E ancora: che quella produzione di soggettività, moltiplicatrice di libertà e di invenzione, abbia partorito il mostro dell’autoreferenzialità e dell’esclusione, in una parola l’inimicizia assoluta nei confronti dell’altro e la completa identificazione con il lavoro? (p. 9)Domande dolorose. Risposte che meriterebbero ben più di un libro.
Fonte
04/01/2017
L’amico indiano di Alessandra Moretti accusato di schiavitù
La holding Sharma era pressoché sconosciuta al grande pubblico, con l’eccezione degli addetti ai lavori nel settore dei gioielli. Poi è scoppiata la clamorosa gaffe del viaggio in India “postato” su Instagram dalla capogruppo del Pd in Regione Veneto, Alessandra Moretti (poi dimessasi dall’incarico, restando consigliere regionale). La Moretti aveva partecipato ai quattro giorni di festa per il matrimonio di Jorge Sharma. È in quella occasione che l’opinione pubblica conosce il gruppo Sharma, una compagine indiana che opera in più comparti, nota a Vicenza come impresa nel commercio di pietre preziose, che ha base nella città del Palladio a pochi passi dalla Fiera. Le cronache di metà mese peraltro ricordano che in India è volato anche l’assessore alla sicurezza del Comune berico, Dario Rotondi. La vicinanza a Jorge Sharma rampollo della omonima famiglia è stata dichiarata dalla stessa Moretti: «una persona che mi è molto cara» ha detto al Corriere del Veneto del 15 dicembre.
Ma la galassia Sharma è al centro di una vicenda con risvolti penali per uno dei reati più odiosi e più severamente puniti dal codice, ovvero la riduzione in schiavitù. Un reato con una prescrizione lunghissima, che prevede una pena massima di vent’anni di carcere. Vvox.it infatti ha avuto conferma di questo coinvolgimento dopo avere attentamente letto una dettagliata denuncia depositata presso la questura di Vicenza alla fine dello scorso luglio. In quelle carte sta scritto che nel 2014 un giovane indiano viene avvicinato da «Narendra Sharma» fratello di «Giraj Sharma». Al ragazzo mentre si trova in India viene offerto un lavoro con la prospettiva di un buon salario, carte in regola con i visti ed un impiego con regolare contratto. Ma una volta in Italia la realtà, sempre stando alla denuncia, si manifesta di ben altra natura.
L’uomo si lamenta di non potere uscire mai dalla sede «in via dell’Industria 57 a Vicenza» (in foto). Più nello specifico nella stessa denuncia il giovane racconta così quanto accadutogli: «Non potevo uscire dal negozio, mai, mangiavo e dormivo lì dentro su un divano... non potevo mai uscire solo... non avevo diritto a parlare con nessuno... mi dicevano che dovevo solo fare il mio lavoro e che se avessi provato a uscire la polizia mi avrebbe catturato perché ero senza documenti». E ancora l’uomo spiega di avere avuto un serio problema con le sue gambe. «Una infezione» per la quale inizialmente «i signori Sharma mi accordano un appuntamento in ospedale» che poi «cancellano». Il rischio per la salute del giovane pare essere assai elevato.
Alcuni esponenti del sindacato berico Usb vengono a sapere della sua condizione. Nel 2016 approfittando di un momento di confusione nell’attività di via dell’Industria, fanno uscire il lavoratore e lo portano dritto all’ospedale di Vicenza dove viene curato a dovere. Dimesso l’uomo, debitamente assistito, si reca in questura e denuncia il tutto spiegando di volere perseguire penalmente chiunque sia responsabile di quanto capitatogli. Poi, ancora con l’aiuto del sindacato, gli viene trovato un luogo sicuro fuori dalla provincia di Vicenza.
Il giorno dopo con la copia della denuncia in mano i sindacalisti della Usb si presentano alla Direzione territoriale del lavoro berica e depositano un esposto dettagliato col quale chiedono di intervenire per valutare non solo l’accaduto, non solo la sussistenza di eventuali profili di «evasione contributiva e mancata regolarizzazione dei dipendenti», ma pure le condizioni di chi eventualmente si trovasse all’interno degli stabili del gruppo Sharma. L’intestazione del documento parla da sola perché si chiede all’ispettorato di valutare anche la violazione «dell’articolo 600 del codice penale», che è appunto il reato di riduzione in schiavitù. Per descrivere la condizione del ragazzo si usa il termine “recluso”. Ed è in questo senso che con ogni probabilità va inquadrato il blitz di cui i media avevano dato conto nell’estate del 2016. In quell’esposto peraltro l’Usb puntualizza anche la natura del problema medico del lavoratore, un problema al piede «con ferita, abrasione profonda infetta all’alluce» (nella denuncia firmata dall’indiano viene usato il termine «gambe»; ma il giovane non è a suo agio con la lingua italiana).
Il Gruppo Sharma, interpellato più volte da Vvox, non risponde. Molto conosciuto nell’ambiente orafo vicentino, si prepara a partecipare alla fiera berica del gioiello in programma a gennaio dove sarà presente nella hall 2.2.
Fonte
Ma la galassia Sharma è al centro di una vicenda con risvolti penali per uno dei reati più odiosi e più severamente puniti dal codice, ovvero la riduzione in schiavitù. Un reato con una prescrizione lunghissima, che prevede una pena massima di vent’anni di carcere. Vvox.it infatti ha avuto conferma di questo coinvolgimento dopo avere attentamente letto una dettagliata denuncia depositata presso la questura di Vicenza alla fine dello scorso luglio. In quelle carte sta scritto che nel 2014 un giovane indiano viene avvicinato da «Narendra Sharma» fratello di «Giraj Sharma». Al ragazzo mentre si trova in India viene offerto un lavoro con la prospettiva di un buon salario, carte in regola con i visti ed un impiego con regolare contratto. Ma una volta in Italia la realtà, sempre stando alla denuncia, si manifesta di ben altra natura.
L’uomo si lamenta di non potere uscire mai dalla sede «in via dell’Industria 57 a Vicenza» (in foto). Più nello specifico nella stessa denuncia il giovane racconta così quanto accadutogli: «Non potevo uscire dal negozio, mai, mangiavo e dormivo lì dentro su un divano... non potevo mai uscire solo... non avevo diritto a parlare con nessuno... mi dicevano che dovevo solo fare il mio lavoro e che se avessi provato a uscire la polizia mi avrebbe catturato perché ero senza documenti». E ancora l’uomo spiega di avere avuto un serio problema con le sue gambe. «Una infezione» per la quale inizialmente «i signori Sharma mi accordano un appuntamento in ospedale» che poi «cancellano». Il rischio per la salute del giovane pare essere assai elevato.
Alcuni esponenti del sindacato berico Usb vengono a sapere della sua condizione. Nel 2016 approfittando di un momento di confusione nell’attività di via dell’Industria, fanno uscire il lavoratore e lo portano dritto all’ospedale di Vicenza dove viene curato a dovere. Dimesso l’uomo, debitamente assistito, si reca in questura e denuncia il tutto spiegando di volere perseguire penalmente chiunque sia responsabile di quanto capitatogli. Poi, ancora con l’aiuto del sindacato, gli viene trovato un luogo sicuro fuori dalla provincia di Vicenza.
Il giorno dopo con la copia della denuncia in mano i sindacalisti della Usb si presentano alla Direzione territoriale del lavoro berica e depositano un esposto dettagliato col quale chiedono di intervenire per valutare non solo l’accaduto, non solo la sussistenza di eventuali profili di «evasione contributiva e mancata regolarizzazione dei dipendenti», ma pure le condizioni di chi eventualmente si trovasse all’interno degli stabili del gruppo Sharma. L’intestazione del documento parla da sola perché si chiede all’ispettorato di valutare anche la violazione «dell’articolo 600 del codice penale», che è appunto il reato di riduzione in schiavitù. Per descrivere la condizione del ragazzo si usa il termine “recluso”. Ed è in questo senso che con ogni probabilità va inquadrato il blitz di cui i media avevano dato conto nell’estate del 2016. In quell’esposto peraltro l’Usb puntualizza anche la natura del problema medico del lavoratore, un problema al piede «con ferita, abrasione profonda infetta all’alluce» (nella denuncia firmata dall’indiano viene usato il termine «gambe»; ma il giovane non è a suo agio con la lingua italiana).
Il Gruppo Sharma, interpellato più volte da Vvox, non risponde. Molto conosciuto nell’ambiente orafo vicentino, si prepara a partecipare alla fiera berica del gioiello in programma a gennaio dove sarà presente nella hall 2.2.
Fonte
06/03/2015
Washington e la NATO alla guerra in Ucraina
Da oggi, ogni momento può essere quello buono per trasferire in Ucraina 300 paracadutisti della 173^ Brigata di fanteria aviotrasportata di US Army, di stanza a Vicenza. “Siamo pronti a partire per addestrare le unità locali secondo quanto ci è stato richiesto dalle autorità ucraine”, spiega il portavoce della brigata, Michael Weisman. L’ordine di trasferimento è atteso da Washington, ma potrebbe essere deciso alla fine di posticipare di qualche giorno il trasferimento dei parà “per verificare se le milizie separatiste filo-russe onoreranno l’accordo per il cessate il fuoco, deciso a Minsk a febbraio”, come spiegato dal Comandante di US Army Europe, gen. Ben Hodges. Originariamente il Pentagono prevedeva di iniziare i primi giorni di marzo le attività addestrative a favore della Guardia nazionale ucraina. Un mese fa, sul sito ufficiale del Dipartimento della difesa era comparso un bando di gara per l’individuazione di un’azienda che fornisse dal 5 marzo sino al 31 ottobre 2015 sette bus da 50 passeggeri per il trasporto di 300 militari dall’aeroporto della città di L’viv sino all’International Peace Keeping and Security Center, il grande poligono d’addestramento che sorge a Yavoriv, nell’Ucraina occidentale. Sempre secondo il Pentagono, le unità assegnate alle attività addestrative in territorio ucraino si alterneranno ogni due mesi.
“Il programma di formazione a favore di quattro compagnie della Guardia nazionale rientra tra le iniziative volute dal Dipartimento della difesa per assistere l’Ucraina e potenziare le sue capacità nell’assicurare l’ordine, condurre la difesa interna e far rispettare le leggi”, ha dichiarato Vanessa Hillman, portavoce del Pentagono. Le attività delle forze armate Usa saranno finanziate grazie al Global Security Contingency Fund (GSCF), approvato lo scorso anno dal Congresso. Il fondo prevede nello specifico lo stanziamento di 19 milioni di dollari a favore delle unità della Guardia nazionale ucraina, costituita nel marzo 2014 anche grazie l’incorporazione delle formazioni neonaziste Donbass, Azov, Aidar, Dnepr-1 e Dnepr-2, macchiatesi di gravi crimini contro le popolazioni di lingua russa. “Gli Stati Uniti dovranno però fornire il prima possibile aiuti militari letali al governo ucraino se i separatisti sostenuti da Mosca continueranno a guadagnare terreno”, ha auspicato il Capo di stato maggiore, gen. Martin Dempsey, durante un’audizione al Comitato per le forze armate del Senato.
Intanto la forza navale di pronto intervento della Nato “Standing Maritime Group 2” ha fatto ingresso nel Mar Nero per partecipare a una serie di esercitazioni con le marine alleate della regione (Bulgaria, Romania e Turchia). “Il trasferimento nel Mar Nero della SMNG2 è stata assunta in ambito alleato come risposta all’annessione russa della Crimea lo scorso anno e al sostegno che Mosca assicura ai separatisti nell’Ucraina orientale”, riferisce il Comando Nato. Il gruppo navale è posto sotto il comando dell’ammiraglio statunitense Brad Williamson ed è composto da sei unità da guerra, l’incrociatore lanciamissili “USS Vicksburg”, le fregate “Aliseo” (Italia), “Fredericton” (Canada), “Regina Maria” (Romania) e “Turgutreis” (Turchia) e la nave rifornitrice “Spessart” (Germania). “Le esercitazioni in Mar Nero prevedono operazioni anti-sottomarino, di guerra anti-area e di difesa da attacchi condotti da piccole imbarcazioni”, spiega Bruxelles.
Dalla Germania, il gen. Frank Gorenc, comandante delle forze aeree Usa in Europa, annuncia invece l’arrivo nella base aerea di Spangdahlem di dodici aerei da attacco al suolo A-10 Thunderbolt II e 300 aviatori del 355th Fighter Wing, provenienti da Davis-Monthan (Arizona). Uomini e mezzi saranno impiegati per esercitazioni e rischieramenti in Est Europa perlomeno sino all’agosto 2015. L’US Army prevede di trasferire a metà marzo (per nove mesi) nella località tedesca di Ansbach, 450 unità della 3^ brigata di combattimento di stanza a Fort Stewart, Georgia. Con i militari giungeranno in Germania anche 25 elicotteri UH-60 “Black Hawk” che saranno impiegati nell’ambito dell’operazione “Atlantic Resolve”, la missione militare avviata dal Pentagono dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina, “a difesa” dei partner Nato dell’Europa orientale.
Per il 2015 “Atlantic Resolve” prevede le esercitazioni aeree in Estonia e Romania di un gruppo di volo dell’US Air Force dotato di cacciabombardieri a capacità nucleare F-16; il trasferimento a rotazione in Polonia di caccia F-16 e velivoli da trasporto C-130 “Hercules”; un’esercitazione in primavera dell’Air National Guard con caccia F-15 in Bulgaria (“Thracian Eagle”) e, successivamente, con caccia F-16 ancora in Bulgaria ed Estonia; gli aviolanci dei paracadutisti del 173rd Airborne Brigade Combat Team di Vincenza in Romania e Bulgaria ad aprile; l’esercitazione estiva “Saber Strike” nelle Repubbliche baltiche e in Polonia. “Stiamo pianificando di inviare truppe anche in Ungheria, Repubblica Ceca e Georgia come deterrenza contro un’eventuale espansione russa in Europa orientale”, ha dichiarato il Comando di US Army Europe. In vista della piena operatività della forza di pronto intervento che la Nato ha varato al recente vertice in Galles per fronteggiare la Russia, l’esercito statunitense ha infine deciso di riposizionare in Europa una brigata con 220 tra carri armati e veicoli da combattimento “Bradley”. Le unità dovrebbero essere ospitate in alcune basi in Germania e in Baltico.
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“Il programma di formazione a favore di quattro compagnie della Guardia nazionale rientra tra le iniziative volute dal Dipartimento della difesa per assistere l’Ucraina e potenziare le sue capacità nell’assicurare l’ordine, condurre la difesa interna e far rispettare le leggi”, ha dichiarato Vanessa Hillman, portavoce del Pentagono. Le attività delle forze armate Usa saranno finanziate grazie al Global Security Contingency Fund (GSCF), approvato lo scorso anno dal Congresso. Il fondo prevede nello specifico lo stanziamento di 19 milioni di dollari a favore delle unità della Guardia nazionale ucraina, costituita nel marzo 2014 anche grazie l’incorporazione delle formazioni neonaziste Donbass, Azov, Aidar, Dnepr-1 e Dnepr-2, macchiatesi di gravi crimini contro le popolazioni di lingua russa. “Gli Stati Uniti dovranno però fornire il prima possibile aiuti militari letali al governo ucraino se i separatisti sostenuti da Mosca continueranno a guadagnare terreno”, ha auspicato il Capo di stato maggiore, gen. Martin Dempsey, durante un’audizione al Comitato per le forze armate del Senato.
Intanto la forza navale di pronto intervento della Nato “Standing Maritime Group 2” ha fatto ingresso nel Mar Nero per partecipare a una serie di esercitazioni con le marine alleate della regione (Bulgaria, Romania e Turchia). “Il trasferimento nel Mar Nero della SMNG2 è stata assunta in ambito alleato come risposta all’annessione russa della Crimea lo scorso anno e al sostegno che Mosca assicura ai separatisti nell’Ucraina orientale”, riferisce il Comando Nato. Il gruppo navale è posto sotto il comando dell’ammiraglio statunitense Brad Williamson ed è composto da sei unità da guerra, l’incrociatore lanciamissili “USS Vicksburg”, le fregate “Aliseo” (Italia), “Fredericton” (Canada), “Regina Maria” (Romania) e “Turgutreis” (Turchia) e la nave rifornitrice “Spessart” (Germania). “Le esercitazioni in Mar Nero prevedono operazioni anti-sottomarino, di guerra anti-area e di difesa da attacchi condotti da piccole imbarcazioni”, spiega Bruxelles.
Dalla Germania, il gen. Frank Gorenc, comandante delle forze aeree Usa in Europa, annuncia invece l’arrivo nella base aerea di Spangdahlem di dodici aerei da attacco al suolo A-10 Thunderbolt II e 300 aviatori del 355th Fighter Wing, provenienti da Davis-Monthan (Arizona). Uomini e mezzi saranno impiegati per esercitazioni e rischieramenti in Est Europa perlomeno sino all’agosto 2015. L’US Army prevede di trasferire a metà marzo (per nove mesi) nella località tedesca di Ansbach, 450 unità della 3^ brigata di combattimento di stanza a Fort Stewart, Georgia. Con i militari giungeranno in Germania anche 25 elicotteri UH-60 “Black Hawk” che saranno impiegati nell’ambito dell’operazione “Atlantic Resolve”, la missione militare avviata dal Pentagono dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina, “a difesa” dei partner Nato dell’Europa orientale.
Per il 2015 “Atlantic Resolve” prevede le esercitazioni aeree in Estonia e Romania di un gruppo di volo dell’US Air Force dotato di cacciabombardieri a capacità nucleare F-16; il trasferimento a rotazione in Polonia di caccia F-16 e velivoli da trasporto C-130 “Hercules”; un’esercitazione in primavera dell’Air National Guard con caccia F-15 in Bulgaria (“Thracian Eagle”) e, successivamente, con caccia F-16 ancora in Bulgaria ed Estonia; gli aviolanci dei paracadutisti del 173rd Airborne Brigade Combat Team di Vincenza in Romania e Bulgaria ad aprile; l’esercitazione estiva “Saber Strike” nelle Repubbliche baltiche e in Polonia. “Stiamo pianificando di inviare truppe anche in Ungheria, Repubblica Ceca e Georgia come deterrenza contro un’eventuale espansione russa in Europa orientale”, ha dichiarato il Comando di US Army Europe. In vista della piena operatività della forza di pronto intervento che la Nato ha varato al recente vertice in Galles per fronteggiare la Russia, l’esercito statunitense ha infine deciso di riposizionare in Europa una brigata con 220 tra carri armati e veicoli da combattimento “Bradley”. Le unità dovrebbero essere ospitate in alcune basi in Germania e in Baltico.
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03/01/2015
Una Tav anche sotto le ville palladiane venete?
La
contrarietà al modo sbrigativo con cui vengono decise opere
infrastrutturali di dubbia o nulla utilità anima non solo trinariciuti
movimenti annidati tra le vette della ValSusa (cui va come sempre il
nostro totale appoggio), ma anche in ambienti competenti e niente
affatto "antagonisti". Questa denuncia proveniente da Vicenza svela un tassello di una strategia di sperpero di risorse pubbliche all'unico
scopo di ingrassare le solite aziende "specializzate" in alta velocità
ferroviaria.
Questa volta, a dover venire danneggiato, non è una valle, ma un patrimonio culturale e artistico di prim'ordine.
*****
TAV, TUNNEL SOTTO LE
VILLE VENETE A VICENZA: IL MINISTERO DEI BENI CULTURALI METTE IN MORA
IL COMUNE DI VICENZA PER L'IMPATTO DELL'OPERA SUL SITO UNESCO
La lettera (che alleghiamo in forma integrale), firmata da direttore dell'Ufficio Unesco del MiBACT Gianni Bonazzi, arriva dopo che una missiva della prof. Francesca Leder, docente dell'Università di Ferrara e membro di OUT – osservatorio urbano-territoriale Vicenza – aveva segnalato il 30 dicembre scorso all'UNESCO la forte preoccupazione destata dal progetto ferroviario promosso dal Comune di Vicenza, dalla Camera di Commercio e sostenuto dal Ministero delle Infrastrutture.
Per la seconda volta in pochi mesi (agosto e dicembre) gli uffici centrali di Parigi dell'UNESCO e quelli del Ministero dei Beni Culturali sono stati interpellati e sollecitati perché si esprimessero sulla compatibilità di progetti della portata di quello relativo all'insediamento di Borgo Berga, ad un passo dalla Rotonda e dal centro storico di Vicenza (prima segnalazione), e del tracciato dell'Alta Velocità/Alta Capacità, con tutto il corredo di opere complementari (seconda segnalazione), fermamente volute da questa Amministrazione, così come affermato pubblicamente dal Sindaco di Vicenza Achille Variati e confermato dalle azioni messe in campo sinora.
Opere che considerano necessario la realizzazione di un tunnel carrabile che attraversa longitudinalmente Monte Berico, la collina che domina la città storica, per sbucare proprio sotto la Villa Valmarana ai Nani (universalmente nota per i suoi meravigliosi affreschi del Tiepolo) distruggendo così, in modo definitivo, quel brano di paesaggio culturale che comprende le ville palladiane e il loro intorno.
La cosa più deprecabile è l'assoluta indifferenza nei confronti degli impegni presi dal Comune di Vicenza
attraverso la firma della convenzione internazionale per la
conservazione del patrimonio culturale sottoscritta all'atto del
riconoscimento (nel 1994 e nel 1996) e rinnovata anche negli ultimi mesi
grazie ad una verifica dello stato di conservazione del patrimonio
culturale palladiano.
I cittadini e le associazioni ambientaliste sono lasciati soli nell'impegno della tutela del bene mondiale: oggi come nei mesi scorsi tacciono le istituzioni culturali cittadine, prestigiose realtà come il CISA, il Centro Internazionale di Studi "Andrea Palladio", che ha il compito di difendere l'opera palladiana essendo questa la ragione stessa dell'esistenza del Centro.
Con questa lettera si è chiesto un intervento deciso da parte degli organi nazionali e internazionali competenti e una messa in mora del comportamento dell'Amministrazione comunale incapace di assumere appieno questa importante e delicata responsabilità di coordinare le azioni di tutela dell'intero complesso del patrimonio palladiano, bene culturale mondiale UNESCO.
La risposta è arrivata a breve giro di posta e questo per i cittadini e le associazioni riunite in OUT è un importante segnale culturale e politico con il quale l'Amministrazione comunale non può non fare i conti.
IN ALLEGATO LA SEGNALAZIONE INVIATA DA OUT ALL'UNESCO E LA LETTERA INVIATA DAL MIBACT AL COMUNE DI VICENZA.
PER CONTATTARE OUT: scrivere a osservatoriourbanovi@gmail.com
OUT Osservatorio urbano/territoriale di Vicenza è un tavolo di
discussione sui temi dell’urbanistica promosso dalle associazioni
Civiltà del Verde, Italia Nostra (Sezione di Vicenza) e Legambiente
Vicenza in collaborazione con comitati e singoli cittadini.
Info: http://osservatoriourbanovi.
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27/10/2014
Ebola? In Italia possono portarlo i soldati Usa
Abbiamo nelle orecchie il berciare dei leghisti e anche di Grillo (che quando vuol sparar scemenze è secondo a pochi): "gli immigrati africani portano l'Ebola!". Facile dire che si tratta di ignoranti allarmisti (e qualche insulto in più se lo meritano certamente...), perché l'evoluzione di questa malattia è così rapida (pochi giorni) che è assolutamente impossibile che dei migranti "clandestini" - quelli che debbono attraversare il Sahara e poi salire su barconi dopo mesi di attesa - possano arrivare vivi su queste sponde.
Al contrario, tutti i casi di infezione reale verificatisi nei paesi avanzati sono riferiti a cittadini occidentali rientrati via aereo dai paesi focolai dell'infezione. Medici, infermieri, missionari, diplomatici di basso rango...
E ora i militari statunitensi. Ricorderete certamente la bizzarra decisione di Obama e del Pentagono di mandare a combattere il virus... da 3.000 marines, mentre i cubani mandavano 300 tra medici e infermieri. Una decisione, quella Usa, contro la logica e parecchio pericolosa. Perché i marines a tutto sono preparati, meno che a vedersela con i nemici invisibili come i virus (certo, ci sono anche reparti specializzati nella guerra chimico-batteriologica, ma non è che rischino meno...).
Ed ecco qui la notizia di oggi, presa dal serissimo e filo americanissimo Sole 24Ore:
Ebola, soldati Usa dalla Liberia in isolamento in Italia
Un gruppo di soldati americani di rientro dalla Liberia, uno dei Paesi dell'Africa occidentale colpiti dall'epidemia di Ebola, sono posti in isolamento in Italia. Lo riferiscono Cnn e Cbs News.
I soldati, riferisce la Cnn, dovranno rimanere nella base militare americana di Vicenza, per 21 giorni, dove saranno monitorati, senza possibilità di contatto con la famiglie. Il Pentagono sostiene che si tratta di una precauzione.
I militari posti sotto osservazione sono attualmente 11 e tra loro c'è anche il generale Darryl Williams, comandante dell'esercito Usa in Africa. Secondo quanto riporta l'emittente Usa, i militari al loro arrivo in Italia sono stati accolti dai carabinieri che indossavano tute protettive. Per la giornata di oggi è atteso il rientro in Italia di altri trenta soldati statunitensi.
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21/09/2014
Guerra a Gazzo Padovano
“Era fuori di sè. Convinto di essere in guerra, è salito su un traliccio dell’alta tensione, immaginando di essere circondato da nemici armati fino ai denti. Ha urlato a lungo “Wolf”, il nome di battaglia del suo amico e comandante, un sergente, che era stato ucciso in battaglia. Dava ordini, implorava aiuto. Per farlo scendere, la military police e i carabinieri, comprendendo che stava vivendo in un incubo, gli hanno dato ordini come se fossero in guerra. E solo allora ha obbedito.”
Fin qui, la cronaca de Il Giornale di Vicenza. Ma cosa sarebbe successo se il militare statunitense trentenne, rientrato da circa un anno dalla missione in Afghanistan, fosse stato armato? Magari con uno dei cimeli che i soldati si portano a casa dal fronte. E se sotto il traliccio fosse passato un uomo, magari con la barba? O una donna che, visti i primi freschi autunnali, fosse stata coperta da una sciarpa? Cosa sarebbe successo se il soldato, immerso nel suo delirio guerriero, avesse aperto il fuoco contro coloro che, in quello che military police e carabinieri hanno riconosciuto come un incubo, potevano apparirgli possibili terroristi da neutralizzare?
Vicenza scopre, grazie alle notizie di cronaca, un’altra compensazione legata alla militarizzazione del territorio. La guerra e la sua pazzia, che vediamo solo sui telegiornali, può diventare realtà su un traliccio di uno dei tanti Comuni nei quali vivono i soldati tornati dal fronte. E che non sia partito un proiettile non è il frutto di una scelta ponderata, ma una pura casualità. Non è casuale, invece, che certi episodi accadano: la responsabilità - anche quella di eventuali tragedie - sta nelle scelte di chi ha voluto una base militare.
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06/09/2014
Da Vicenza e Aviano parà Usa per war games in Ucraina
Oltre duecento paracadutisti statunitensi stanno per essere trasferiti in Ucraina per partecipare ad una vasta esercitazione militare multinazionale. I parà appartengono tutti al 173rd Airborne Brigade Combat Team, il reparto d’élite aviotrasportato dell’esercito Usa di stanza a Vicenza. I war games si terranno dal 16 al 26 settembre nella parte occidentale del paese; le unità statunitensi raggiungeranno l’International Peacekeeping and Security Center di Yavoriv con voli cargo che decolleranno dalla base aerea di Aviano (Pordenone). Quella della 173^ brigata aviotrasportata di Vicenza sarà la prima presenza di truppe Usa in territorio ucraino dopo lo scoppio del conflitto interno.
L’esercitazione prenderà il nome di “Rapid Trident” e vedrà la partecipazione di 1,300 militari di 15 nazioni (Ucraina, Azerbaijan, Bulgaria, Canada, Georgia, Germania, Gran Bretagna, Lettonia, Lituania, Moldavia, Norvegia, Polonia, Romania, Spagna e Stati Uniti). “Saranno eseguite operazioni di peacekeeping, trasporto mezzi, pattugliamento, individuazione e disattivazione di materiale esplodente”, ha riferito il portavoce del Pentagono, colonnello Steve Warren. “L’esercitazione si terrà a Lviv, al confine con la Polonia, e contribuirà a promuovere la stabilità e la sicurezza regionale, rafforzare la partnership e favorire la fiducia con gli alleati, mentre migliorerà l’interoperabilità tra il Comando delle forze Usa in Europa USAREUR, le unità terrestri dell’Ucraina e altri paesi Nato”. Il Pentagono ha annunciato inoltre di aver consegnato alle autorità di Kiev nuovi aiuti militari “non letali”, tra cui “caschi protettivi, dispositivi robot anti-esplosivi, sacchi a pelo, uniformi, sistemi di radiocomunicazione, giubbotti antiproiettile e kit sanitari”.
“Rapid Trident” era stata programmata inizialmente per il mese di luglio, ma il Comando di US Army in Europa aveva poi deciso di spostarla a settembre. L’esercitazione viene condotta annualmente in Ucraina sin dal 1995, anche se originariamente vedeva schierate solo unità nazionali e statunitensi. L’ultima edizione si è tenuta nel luglio 2013 e ha visto partecipare oltre un migliaio di militari di 17 paesi (Stati Uniti, Ucraina, Armenia, Azerbaijan, Bulgaria, Canada, Danimarca, Georgia, Germania, Gran Bretagna, Moldavia, Norvegia, Polonia, Romania, Serbia, Svezia e Turchia). Anche lo scorso anno hanno preso parte a “Rapid Trident” i paracadutisti del 173rd Infantry Brigade Combat Team di Vicenza, portando a termine oltre 300 lanci da elicotteri e aerei e l’addestramento delle unità ucraine al trasporto mobile aereo. L’esercitazione fu monitorata da “ispettori” del Comando per le forze terrestri della Nato di Izmir (Turchia).
In est Europa sono in corso altre importanti esercitazioni dell’Alleanza Atlantica con palesi obiettivi anti-russi. In un ampio territorio comprendente la Germania orientale e le Repubbliche baltiche, si svolge “Steadfast Javelin II”, a cui partecipano centinaia di militari di 13 paesi (Bulgaria, Canada, Germania, Gran Bretagna, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovenia, Stati Uniti e Italia, quest’ultima con i paracadutisti della Brigata “Folgore”), più due nazioni della Partnership for peace, Bosnia Erzegovina e Serbia. Una dozzina di cacciabombardieri F-15 e 180 militari statunitensi, provenienti dalla base di Lakenhealth (Gran Bretagna), sono impegnati invece in Bulgaria in un’esercitazione bilaterale di due settimane con le forze aeree locali. Da ottobre sino alla fine dell’anno si terrà invece una vasta esercitazione terrestre in Polonia e nelle Repubbliche baltiche a cui prenderanno parte 600 unità della 1^ Divisione cavalleria di US Army, proveniente da Fort Hood (Texas), con carri armati M-1 “Abrams”, blindati e velivoli corazzati.
Al Comando Nato di Bruxelles si approntano intanto i programmi per trasferire stabilmente in Europa orientale uomini e mezzi dell’Alleanza. Al recente vertice in Galles, è stata approvata la creazione di una forza di pronto intervento con “punte di lancia” (Spearhead), capaci di entrare in azione nel giro di 48 ore, con il supporto di aviazione, marina e forze speciali. La task force avrà a disposizione basi permanenti, depositi di munizioni e carburante e tutte le infrastrutture di supporto necessarie, nei paesi Nato prossimi alla frontiera con la Russia. Saranno avviate presto attività addestrative delle unità speciali e di pronto intervento dell’Europa orientale. Il governo polacco ha formalmente chiesto a Washington di trasferire stabilmente in Polonia perlomeno un gruppo di volo con cacciabombardieri F-16 a capacità nucleare, di stanza oggi ad Aviano. Il presidente della Romania, Traian Basescu, ha annunciato che prossimamente un contingente di 200 militari Nato, tra piloti, meccanici e tecnici di manutenzione di velivoli aerei sarà stazionato in uno scalo militare rumeno. Bruxelles ha infine dato un colpo di acceleratore al programma di allargamento Nato a Macedonia, Montenegro, Georgia, Bosnia-Erzegovina, Serbia e, ovviamente, all’Ucraina.
Il 173rd Airborne Brigade Combat Team di Vicenza è stato impiegato nei principali scacchieri di guerra mediorientali, in particolare in Iraq e in Afghanistan, dove più di un centinaio di suoi militari hanno perso la vita. Da qualche mese, i comandi generali della brigata e quattro battaglioni (due provenienti dalla base di Bamberg, Germania e due dalla base vicentina di Camp Ederle) sono stati trasferiti nel nuovo hub logistico-militare realizzato all’interno dell’ex aeroporto “Dal Molin” di Vicenza, rinominato “Camp Del Din”. I lavori infrastrutturali, avviati nel 2008, hanno comportato una spesa di 289 milioni di euro. Sono stati realizzati, in particolare, 31 nuovi edifici destinati a caserme-alloggio per 2.000 militari, magazzini, spazi operativi, officine di manutenzione velivoli, uffici e centri comando, due parcheggi multipiano per 800 auto e 50 motocicli, diversi centri sportivi. Con il trasferimento al “Dal Molin” dei due battaglioni della 173rd Airborne Brigade provieniti dalla Germania, il numero dei soldati Usa a Vicenza ha raggiunto le 4.000 unità.
Fonte
L’esercitazione prenderà il nome di “Rapid Trident” e vedrà la partecipazione di 1,300 militari di 15 nazioni (Ucraina, Azerbaijan, Bulgaria, Canada, Georgia, Germania, Gran Bretagna, Lettonia, Lituania, Moldavia, Norvegia, Polonia, Romania, Spagna e Stati Uniti). “Saranno eseguite operazioni di peacekeeping, trasporto mezzi, pattugliamento, individuazione e disattivazione di materiale esplodente”, ha riferito il portavoce del Pentagono, colonnello Steve Warren. “L’esercitazione si terrà a Lviv, al confine con la Polonia, e contribuirà a promuovere la stabilità e la sicurezza regionale, rafforzare la partnership e favorire la fiducia con gli alleati, mentre migliorerà l’interoperabilità tra il Comando delle forze Usa in Europa USAREUR, le unità terrestri dell’Ucraina e altri paesi Nato”. Il Pentagono ha annunciato inoltre di aver consegnato alle autorità di Kiev nuovi aiuti militari “non letali”, tra cui “caschi protettivi, dispositivi robot anti-esplosivi, sacchi a pelo, uniformi, sistemi di radiocomunicazione, giubbotti antiproiettile e kit sanitari”.
“Rapid Trident” era stata programmata inizialmente per il mese di luglio, ma il Comando di US Army in Europa aveva poi deciso di spostarla a settembre. L’esercitazione viene condotta annualmente in Ucraina sin dal 1995, anche se originariamente vedeva schierate solo unità nazionali e statunitensi. L’ultima edizione si è tenuta nel luglio 2013 e ha visto partecipare oltre un migliaio di militari di 17 paesi (Stati Uniti, Ucraina, Armenia, Azerbaijan, Bulgaria, Canada, Danimarca, Georgia, Germania, Gran Bretagna, Moldavia, Norvegia, Polonia, Romania, Serbia, Svezia e Turchia). Anche lo scorso anno hanno preso parte a “Rapid Trident” i paracadutisti del 173rd Infantry Brigade Combat Team di Vicenza, portando a termine oltre 300 lanci da elicotteri e aerei e l’addestramento delle unità ucraine al trasporto mobile aereo. L’esercitazione fu monitorata da “ispettori” del Comando per le forze terrestri della Nato di Izmir (Turchia).
In est Europa sono in corso altre importanti esercitazioni dell’Alleanza Atlantica con palesi obiettivi anti-russi. In un ampio territorio comprendente la Germania orientale e le Repubbliche baltiche, si svolge “Steadfast Javelin II”, a cui partecipano centinaia di militari di 13 paesi (Bulgaria, Canada, Germania, Gran Bretagna, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovenia, Stati Uniti e Italia, quest’ultima con i paracadutisti della Brigata “Folgore”), più due nazioni della Partnership for peace, Bosnia Erzegovina e Serbia. Una dozzina di cacciabombardieri F-15 e 180 militari statunitensi, provenienti dalla base di Lakenhealth (Gran Bretagna), sono impegnati invece in Bulgaria in un’esercitazione bilaterale di due settimane con le forze aeree locali. Da ottobre sino alla fine dell’anno si terrà invece una vasta esercitazione terrestre in Polonia e nelle Repubbliche baltiche a cui prenderanno parte 600 unità della 1^ Divisione cavalleria di US Army, proveniente da Fort Hood (Texas), con carri armati M-1 “Abrams”, blindati e velivoli corazzati.
Al Comando Nato di Bruxelles si approntano intanto i programmi per trasferire stabilmente in Europa orientale uomini e mezzi dell’Alleanza. Al recente vertice in Galles, è stata approvata la creazione di una forza di pronto intervento con “punte di lancia” (Spearhead), capaci di entrare in azione nel giro di 48 ore, con il supporto di aviazione, marina e forze speciali. La task force avrà a disposizione basi permanenti, depositi di munizioni e carburante e tutte le infrastrutture di supporto necessarie, nei paesi Nato prossimi alla frontiera con la Russia. Saranno avviate presto attività addestrative delle unità speciali e di pronto intervento dell’Europa orientale. Il governo polacco ha formalmente chiesto a Washington di trasferire stabilmente in Polonia perlomeno un gruppo di volo con cacciabombardieri F-16 a capacità nucleare, di stanza oggi ad Aviano. Il presidente della Romania, Traian Basescu, ha annunciato che prossimamente un contingente di 200 militari Nato, tra piloti, meccanici e tecnici di manutenzione di velivoli aerei sarà stazionato in uno scalo militare rumeno. Bruxelles ha infine dato un colpo di acceleratore al programma di allargamento Nato a Macedonia, Montenegro, Georgia, Bosnia-Erzegovina, Serbia e, ovviamente, all’Ucraina.
Il 173rd Airborne Brigade Combat Team di Vicenza è stato impiegato nei principali scacchieri di guerra mediorientali, in particolare in Iraq e in Afghanistan, dove più di un centinaio di suoi militari hanno perso la vita. Da qualche mese, i comandi generali della brigata e quattro battaglioni (due provenienti dalla base di Bamberg, Germania e due dalla base vicentina di Camp Ederle) sono stati trasferiti nel nuovo hub logistico-militare realizzato all’interno dell’ex aeroporto “Dal Molin” di Vicenza, rinominato “Camp Del Din”. I lavori infrastrutturali, avviati nel 2008, hanno comportato una spesa di 289 milioni di euro. Sono stati realizzati, in particolare, 31 nuovi edifici destinati a caserme-alloggio per 2.000 militari, magazzini, spazi operativi, officine di manutenzione velivoli, uffici e centri comando, due parcheggi multipiano per 800 auto e 50 motocicli, diversi centri sportivi. Con il trasferimento al “Dal Molin” dei due battaglioni della 173rd Airborne Brigade provieniti dalla Germania, il numero dei soldati Usa a Vicenza ha raggiunto le 4.000 unità.
Fonte
07/01/2014
Vicenza: lo stupratore in divisa non fa notizia
Abbiano cercato inutilmente sui grandi quotidiani nazionali articoli che parlassero di uno stupro avvenuto a Vicenza nel novembre scorso. Ma la ricerca è stata quasi vana, perché la vicenda ha "meritato" qualche articolo sulla stampa locale e al massimo un trafiletto su quella nazionale. Eppure i media italiani ultimamente sembrano molto sensibili alla denuncia degli stupri e della violenza sulle donne, ma in misura maggiore proporzionalmente alla distanza tra noi, l’Italia, e l’evento. E quindi in base a questa logica sono gli eclatanti e barbari stupri la cui eco ci giunge dalla lontana India a guadagnare le prime pagine.
La notizia è questa: un militare statunitense di 21 anni è indagato dalla procura della Repubblica di Vicenza per violenza sessuale e sequestro nei confronti di una ragazza, minorenne, residente a Schio, nel vicentino. La vicenda al centro degli accertamenti della procura risale al mese di novembre, quando la ragazza, assieme ai fratelli, si era recata in una discoteca vicino alla caserma "Ederle" a Vicenza. Lì, secondo quanto denunciato ai carabinieri dalla vittima, aveva conosciuto il giovane militare. Alcune ore dopo era uscita dal locale e l'uomo, ubriaco, l'aveva inseguita e poi fermata con una scusa. Poi l'avrebbe obbligata a seguirla in un vicolo buio e appartato e l’avrebbe violentata. Dopo lo stupro l’adolescente aveva fatto ricorso alle cure mediche e si era poi recata subito dai carabinieri a sporgere denuncia contro il violentatore.
Uno stupro di una minorenne da parte di un militare statunitense in un territorio già occupato e vandalizzato dalle truppe di Washington come quello di Vicenza non merita le prime pagine o le home page dei principali quotidiani? Evidentemente no…
Fonte
La notizia è questa: un militare statunitense di 21 anni è indagato dalla procura della Repubblica di Vicenza per violenza sessuale e sequestro nei confronti di una ragazza, minorenne, residente a Schio, nel vicentino. La vicenda al centro degli accertamenti della procura risale al mese di novembre, quando la ragazza, assieme ai fratelli, si era recata in una discoteca vicino alla caserma "Ederle" a Vicenza. Lì, secondo quanto denunciato ai carabinieri dalla vittima, aveva conosciuto il giovane militare. Alcune ore dopo era uscita dal locale e l'uomo, ubriaco, l'aveva inseguita e poi fermata con una scusa. Poi l'avrebbe obbligata a seguirla in un vicolo buio e appartato e l’avrebbe violentata. Dopo lo stupro l’adolescente aveva fatto ricorso alle cure mediche e si era poi recata subito dai carabinieri a sporgere denuncia contro il violentatore.
Uno stupro di una minorenne da parte di un militare statunitense in un territorio già occupato e vandalizzato dalle truppe di Washington come quello di Vicenza non merita le prime pagine o le home page dei principali quotidiani? Evidentemente no…
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