Lunedì la portavoce del Dipartimento di Stato statunitense, Tammy Bruce, ha reso noto che l’amministrazione Trump ha deciso di ritirare l’adesione degli USA dall’UNESCO, l’agenzia del sistema della Nazioni Unite che si occupa di educazione, scienza e cultura. Si tratta della terza volta che la Casa Bianca decide di lasciare l’organizzazione.
La prima volta era stata con Reagan, nel 1984, rimanendone fuori per vent’anni. La seconda volta è stata sempre col tycoon, durante il suo primo mandato, nel 2017. La decisione era poi entrata in vigore effettivamente alla fine del 2018. Biden aveva successivamente deciso di chiedere di nuovo l’ammissione, e gli Stati Uniti erano rientrati nell’UNESCO a malapena due anni fa.
A febbraio, Trump aveva ordinato una revisione della durata di 90 giorni per quanto riguardava la partecipazione di Washington alla rete dell’agenzia. La revisione si è conclusa e l’annuncio di lunedì è il risultato. E ci sono vari motivi che spingono Trump a ripetere quel che aveva già fatto qualche anno fa.
La prima causa riguarda il solido legame con Israele. Alla fine del 2018, insieme a Washington, anche Tel Aviv aveva lasciato l’UNESCO. L’organizzazione, anche di recente, ha lanciato dei moniti contro l’entità sionista che ha già provocato molti danni a patrimoni storici e culturali dell’umanità davvero inestimabili.
Ma soprattutto, assai problematica è stata la decisione – che l’UNESCO ha preso da tempo – di ammettere lo Stato di Palestina come membro a tutti gli effetti dell’agenzia (mentre all’ONU è semplicemente un osservatore permanente). Tammy Bruce ha detto esplicitamente che l’UNESCO ha “contribuito alla proliferazione della retorica anti israeliana”, cosa inaccettabile per gli USA.
Non a caso, il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, ha dichiarato: “accogliamo con soddisfazione la decisione dell’amministrazione Usa di ritirarsi dall’Unesco, questo è un passo necessario per promuovere la giustizia e il diritto di Israele ad avere un trattamento equo in seno al sistema ONU”.
Anna Kelly, una portavoce della Casa Bianca, ha invece sottolineato come l’organizzazione con sede a Parigi porti avanti “cause culturali e sociali woke divisive” che sono in contrasto con la politica estera ‘America First‘ dell’amministrazione Trump. Ha insomma tirato fuori tutto l’armamentario ideologico che sostiene l’unilateralismo totale del secondo mandato di Donald Trump.
Trump ha mostrato di seguire una linea dura (spesso aleatoria e contraddittoria) in cui saltano tutte le camere di compensazione, anche con gli alleati. In un orizzonte del genere, il multilateralismo incarnato nell’ONU è un’opzione inutile, costosa, e persino controproducente a volte.
Ovviamente, non è dal Consiglio di Sicurezza che Washington si ritira, ma da alcuni rami delle Nazioni Unite, o perché considerati più inutili o per testare il terreno e vedere fino a che punto tali agenzie possono essere piegate al volere stelle-e-strisce. Così è stato, a inizio anno, per l’OMS, e così è ora per l’UNESCO.
La sua direttrice generale, Audrey Azoulay, ha dichiarato: “per quanto deplorevole possa essere, questo annuncio era previsto e l’UNESCO si stava preparando”. Il riferimento, è evidente, è alla storia recente dei rapporti con Washington, ma anche alle fonti di finanziamento, altro nodo che sta a cuore a Trump.
Gli Stati Uniti, infatti, avevano già sospeso i trasferimenti all’ingresso della Palestina nell’UNESCO, nel 2011. L’altalena delle vicende successive ha fatto poi accumulare alla Casa Bianca una serie di debiti verso l’agenzia ONU, che di certo il presidente statunitense non vede alcuna utilità nel saldare ora.
Parliamo comunque di cifre irrisorie per il faraonico bilancio USA. Basti considerare che sui conti dell’organizzazione parigina la fetta di fondi provenienti da Washington si era già più che dimezzata rispetto al 2017, dal 20% all’8%. Ad oggi, gli Stati Uniti sono ancora il maggior finanziatore, ma spendono poco più di 150 milioni di dollari.
Sicuramente per l’UNESCO il venir meno di queste risorse sarà un duro colpo. Ma è evidente che il tema economico è assolutamente accessorio in una decisione politica che è da ascrivere totalmente al campo delle scelte strategiche. Infatti, un’altra accusa rivolta all’agenzia è anche quella di essere troppo anti-americane e filo-cinese (il Dragone è il secondo finanziatore).
Ai tempi di Reagan, l’UNESCO era troppo vicina a Mosca. Oggi è troppo vicina a Pechino. La propaganda da Guerra Fredda torna uguale anche nello scontro a tutto campo con l’emergere di un mondo multipolare.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/07/2025
15/08/2024
Le proteste contro l’overtourism potrebbero estendersi oltre la Spagna
La lotta all’overtourism è diventata centrale nell’affermare il diritto alla città, specialmente in quei paesi periferici della UE che hanno visto stravolte le proprie vite dal turismo di massa deregolamentato che si è affermato negli ultimi anni.
Un fenomeno che interessa da vicino il nostro paese, non solo nelle località rivierasche o nelle tradizionali ‘città d’arte’.
Uno degli epicentri di questa battaglia è stata la penisola iberica, nella quale abbiamo visto svilupparsi una combinazione di forme di lotta che mettono in luce il medesimo problema: la non sopportazione delle condizioni di esistenza in luoghi monopolizzati dall’economia turistica e l’inadeguatezza delle politiche fino ad ora attuate per contrastarlo.
L’anno prossimo, a Lisbona, potrebbe tenersi un referendum per imporre la fine della concessione degli affitti brevi, su spinta del movimento per l’abitare della capitale che ne ha fatto una delle sue maggiori battaglie.
Fino ad ora, tutte le formule trovate da chi governa le città sembrano più che altro palliativi, tesi a mitigare solo alcuni effetti del fenomeno, senza risolvere le contraddizioni che sviluppa.
Parliamo di carenza d’alloggi per le classi popolari, precarietà lavorativa, trasformazione del tessuto urbano in un grande centro commerciale per il turismo mordi-e-fuggi, ecc.
Una recente ricerca ripresa sulle pagine de Il Fatto Quotidiano in un articolo di Roberto Rotunno, “Booking & C. hanno portato ancor più precari nel turismo”, mostra come le piattaforme aumentano il mercato delle imprese, ma i costi alti del servizio spingono a ridurre quelli del lavoro.
L’inchiesta in questione, “Dipendenza dalle piattaforme digitali e precarietà: un’analisi del settore turismo e ristorazione”, è stata svolta a otto mani da V.Cirillo, M.Deidda e D.Guarasco e J.Tramontano.
In essa si stabilisce, numeri alla mano, una correlazione difficile da ignorare per cui tra le prime vittime del capitalismo delle piattaforme c'è proprio la forza lavoro impiegata.
Ma la cosiddetta gig economy non ha fatto che esasperare un fenomeno già presente nel settore. In esso, nonostante la deregolamentazione del mercato del lavoro ‘legale’ e l’abbassamento degli standard contrattuali, non sono state eliminate forme di caporalato classico.
Lo ha mostrato chiaramente anche la recente inchiesta della Guardia di Finanza di Rimini, che ha scoperto una falsa agenzia di lavoro, già tra l’altro indagata in precedenza nell’operazione Free Job 1!
Un’azienda che ‘appaltava’ irregolarmente i suoi lavoratori, alcuni dei quali completamente a nero, nella riviera romagnola, come a Milano e Roma.
Una storia che unisce falsa intermediazione di manodopera ed evasione fiscale totale, e che è la rappresentazione plastica di come, all’ombra di un sistema a cui è concesso praticamente tutto, prosperi l’extra-legalità totale a danno della manodopera impiegata.
Non stupisce che la notizia non abbia avuto lo stesso trattamento della serrata dei balneari, chiamato impropriamente ‘sciopero’ da una informazione asservita ad una delle categorie peggiori di ‘prenditori’ nostrani.
Tornando al tema principale. La misura è colma tanto da preoccupare persino l’Unesco, che non sembra avere anch’esso soluzioni valide.
Abbiamo tradotto questo articolo della corrispondente a Madrid del Guardian, che mette in luce tutto questo.
Buona lettura.
Un fenomeno che interessa da vicino il nostro paese, non solo nelle località rivierasche o nelle tradizionali ‘città d’arte’.
Uno degli epicentri di questa battaglia è stata la penisola iberica, nella quale abbiamo visto svilupparsi una combinazione di forme di lotta che mettono in luce il medesimo problema: la non sopportazione delle condizioni di esistenza in luoghi monopolizzati dall’economia turistica e l’inadeguatezza delle politiche fino ad ora attuate per contrastarlo.
L’anno prossimo, a Lisbona, potrebbe tenersi un referendum per imporre la fine della concessione degli affitti brevi, su spinta del movimento per l’abitare della capitale che ne ha fatto una delle sue maggiori battaglie.
Fino ad ora, tutte le formule trovate da chi governa le città sembrano più che altro palliativi, tesi a mitigare solo alcuni effetti del fenomeno, senza risolvere le contraddizioni che sviluppa.
Parliamo di carenza d’alloggi per le classi popolari, precarietà lavorativa, trasformazione del tessuto urbano in un grande centro commerciale per il turismo mordi-e-fuggi, ecc.
Una recente ricerca ripresa sulle pagine de Il Fatto Quotidiano in un articolo di Roberto Rotunno, “Booking & C. hanno portato ancor più precari nel turismo”, mostra come le piattaforme aumentano il mercato delle imprese, ma i costi alti del servizio spingono a ridurre quelli del lavoro.
L’inchiesta in questione, “Dipendenza dalle piattaforme digitali e precarietà: un’analisi del settore turismo e ristorazione”, è stata svolta a otto mani da V.Cirillo, M.Deidda e D.Guarasco e J.Tramontano.
In essa si stabilisce, numeri alla mano, una correlazione difficile da ignorare per cui tra le prime vittime del capitalismo delle piattaforme c'è proprio la forza lavoro impiegata.
Ma la cosiddetta gig economy non ha fatto che esasperare un fenomeno già presente nel settore. In esso, nonostante la deregolamentazione del mercato del lavoro ‘legale’ e l’abbassamento degli standard contrattuali, non sono state eliminate forme di caporalato classico.
Lo ha mostrato chiaramente anche la recente inchiesta della Guardia di Finanza di Rimini, che ha scoperto una falsa agenzia di lavoro, già tra l’altro indagata in precedenza nell’operazione Free Job 1!
Un’azienda che ‘appaltava’ irregolarmente i suoi lavoratori, alcuni dei quali completamente a nero, nella riviera romagnola, come a Milano e Roma.
Una storia che unisce falsa intermediazione di manodopera ed evasione fiscale totale, e che è la rappresentazione plastica di come, all’ombra di un sistema a cui è concesso praticamente tutto, prosperi l’extra-legalità totale a danno della manodopera impiegata.
Non stupisce che la notizia non abbia avuto lo stesso trattamento della serrata dei balneari, chiamato impropriamente ‘sciopero’ da una informazione asservita ad una delle categorie peggiori di ‘prenditori’ nostrani.
Tornando al tema principale. La misura è colma tanto da preoccupare persino l’Unesco, che non sembra avere anch’esso soluzioni valide.
Abbiamo tradotto questo articolo della corrispondente a Madrid del Guardian, che mette in luce tutto questo.
Buona lettura.
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Le proteste per il turismo di massa potrebbero estendersi oltre la Spagna, dice il funzionario dell’Unesco
Le proteste per il turismo di massa potrebbero estendersi oltre la Spagna, dice il funzionario dell’Unesco
Ashifa Kassam (Madrid)
La situazione è “sbilanciata”: la popolazione locale non ha più un alloggio e viene frustrata dalle orde di turisti in cerca di selfie.
L’aumento del numero di visitatori, l’impennata dei prezzi degli alloggi e la crescita dei turisti che cercano i selfie hanno contribuito a creare situazioni “totalmente sbilanciate”, ha dichiarato un funzionario dell’Unesco, aggiungendo che, se non si affrontano questi problemi, l’ondata spagnola di proteste contro il turismo di massa potrebbe estendersi a tutta l’Europa.
Nelle ultime settimane decine di migliaia di manifestanti sono scesi in piazza nelle destinazioni più popolari della Spagna, chiedendo di limitare il turismo di massa e di ripensare un modello di business che, a loro dire, ha fatto lievitare i prezzi delle case e allontanato la popolazione locale dalle città.
Da Malaga a Maiorca, da Gran Canaria a Granada, gli organizzatori hanno sottolineato che le proteste non sono contro il turismo in sé, ma piuttosto una richiesta di approccio più equilibrato.
È un sentimento a cui fa eco Peter DeBrine, senior project officer dell’Unesco per il turismo sostenibile. “Quello che vediamo è che stiamo superando una soglia di tolleranza in queste destinazioni”, ha detto. “Stiamo cercando di riequilibrare la situazione. Ora è totalmente sbilanciata”.
Ha indicato una miriade di fattori per spiegare perché molti in Spagna – da sempre una delle destinazioni turistiche più popolari al mondo – stanno ora guidando il contrattacco all’industria turistica. Tra questi, la crisi degli alloggi, definita “la goccia che fa traboccare il vaso”.
Il turismo ha esacerbato le preoccupazioni esistenti sull’accessibilità economica degli alloggi, in quanto la diffusione di alloggi a breve termine spinge i residenti locali fuori dal mercato. “Credo che questo abbia aggiunto molta ansia e frustrazione alle persone che vivono in queste destinazioni”, ha detto DeBrine.
I lavoratori di località come Ibiza si sono ritrovati con poca scelta se non quella di vivere in furgoni, roulotte e tende, mentre a Malaga una “ribellione degli adesivi” ha visto i residenti affiggere adesivi – con la scritta “Una famiglia viveva qui” o “Tornatevene a casa” – fuori dai locali turistici della città.
Mentre la Spagna passa da un anno record all’altro, il numero vertiginoso di visitatori è un altro fattore che ha contribuito alle proteste, ha detto DeBrine. “Penso che per alcune destinazioni conti anche il modo in cui i turisti si comportano”, ha detto. “Penso che anche questo si aggiunga al problema: i turisti che non rispettano le destinazioni in cui viaggiano”.
Le destinazioni spagnole hanno da tempo cercato di contrastare quelli che la popolazione locale descrive come comportamenti antisociali: introducendo codici di abbigliamento, riducendo la vendita di alcolici, e, come è accaduto di recente in una località turistica, vietando i costumi gonfiabili a forma di pene e le bambole sessuali.
L’Unesco promuove da tempo i viaggi, sottolineando la loro singolare capacità di promuovere l’apprezzamento del patrimonio culturale in tutto il mondo. Ma in un’epoca di social media, questo ideale è diventato apparentemente più difficile da vendere, ha detto DeBrine.
“Voglio dire, ci siamo anche evoluti in quello che io chiamo un turismo motivato dai selfie”, ha detto. “Vogliono solo scattare una foto di qualcosa senza capire cosa sia e cosa significhi per il nostro passato e il nostro futuro”.
La frustrazione nei confronti delle crescenti orde di amanti dei selfie si è manifestata a giugno a Maiorca, dove centinaia di persone hanno inscenato una protesta in una pittoresca baia per lamentarsi del sovraffollamento e del degrado ambientale causato dai molti Instagrammer e influencer che si affollano sul posto per catturare l’immagine perfetta.
Settimane dopo, tuttavia, le proteste in Spagna hanno preso una piega amara dopo che un gruppo di manifestanti muniti di pistole ad acqua ha spruzzato acqua sui turisti. Altri portavano cartelli con scritto “Turisti tornate a casa” e “Non siete i benvenuti”.
DeBrine ha descritto le azioni come “estreme e non necessarie”, ma le ha viste come frutto della frustrazione: “E probabilmente non spariranno finché non ci sarà una qualche risposta”.
È necessario un cambiamento di paradigma, ha detto, in cui i responsabili delle decisioni inizino a chiedersi come migliorare le cose per i residenti. “È un po’ un cliché, ma io dico sempre che i luoghi migliori in cui vivere sono anche i luoghi migliori da visitare”.
Si tratta di un cambiamento già visibile in molti luoghi, ha detto, indicando la spinta della Danimarca a incoraggiare comportamenti sostenibili e rispettosi del clima e la tassa d’ingresso di Venezia. A Barcellona, il sindaco ha recentemente promesso di limitare gli affitti di appartamenti ai turisti entro il 2028, mentre Maiorca e Dubrovnik hanno preso provvedimenti per limitare gli arrivi delle navi da crociera.
Non tutte queste soluzioni funzioneranno necessariamente, ha detto DeBrine, indicando come esempio i precedenti tentativi di disperdere i turisti all’interno delle destinazioni hotspot.
La strategia ha portato a conseguenze indesiderate, in quanto alcuni abitanti del luogo hanno iniziato a lamentarsi del rumore e della pressione sulle infrastrutture locali, mentre altri si sono visti espellere dalle zone in cui le abitazioni venivano sempre più spesso convertite in affitti a breve termine. “All’improvviso ci sono persone dappertutto in una destinazione e anche questo è un po’ un problema”.
Ma queste carenze sono preferibili all’alternativa in cui le autorità locali si rifiutano di riconoscere il problema, rischiando di diffondere le proteste contro il turismo al di fuori della Spagna, ha detto DeBrine.
“Abbiamo una piccola finestra per iniziare a fare dei cambiamenti e provare cose diverse”, ha detto. “L’obiettivo è diventare più sostenibili, quindi come ci arriviamo?”
Fonte
08/09/2021
L’Italia esorcizza lo spettro della Conferenza di Durban
Secondo quanto si apprende da fonti della Farnesina, l’Italia – così come Israele, Stati Uniti ed alcuni paesi europei – non parteciperà alla prossima Conferenza Mondiale Contro il Razzismo di Durban che si svolgerà entro la fine del mese a New York.
Nei mesi scorsi Israele e Stati Uniti avevano innescato le consuete e prevedibili polemiche per il fatto che la nuova conferenza intergovernativa dell’Unesco rischiasse di trasformarsi in una nuova conferenza anti israeliana.
Un nuovo atto di codardia e miopia sul piano della politica internazionale da parte del nostro governo, teso ad esorcizzare l’onda lunga della famosa Conferenza di Durban del 2001 avvenuta alla vigilia dell’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono dell’11 settembre.
Nella prima e storica Conferenza delle Nazioni Unite a Durban, svoltasi nei primissimi giorni del settembre 2001 in Sudafrica, Israele venne definito uno “stato razzista e di apartheid”.
Pochi giorni prima degli attacchi alle Torri Gemelle, in Sudafrica si svolse infatti, la Terza Conferenza delle Nazioni Unite contro il Razzismo, le discriminazioni razziali, la xenofobia e la correlata intolleranza.
Quella di Durban fu la prima delle grandi Conferenze internazionali a tenersi nel nuovo millennio, e significativamente si svolse proprio in Sudafrica: uno dei paesi che aveva più sofferto delle discriminazioni razziali, sottoposto per decenni al regime dell’Apartheid (definito dalle stesse Nazioni Unite “un crimine contro l’umanità”) che aveva tradotto in istituzione e in legge dello Stato, la segregazione e l’odio razziale.
La Conferenza mondiale sul razzismo, ha acquistato in questi venti anni un significato che è andato molto al di là degli stessi risultati della conferenza medesima.
Il ritiro delle delegazioni statunitense e israeliana avvenne a metà dei lavori, nonostante la mediazione tentata dalla Norvegia e dalla Presidente della Conferenza, la signora Zuma – già Ministro degli Esteri del Sudafrica. L’Assemblea aveva adottato due documenti di compromesso sulle questioni più spinose: il problema palestinese e quello delle responsabilità e degli eventuali ‘risarcimenti’ per i crimini del passato.
Verso Israele, che i paesi arabi pretendevano fosse definito nella risoluzione uno ‘stato razzista’, il primo documento evitava invece qualsiasi critica diretta; pur riconoscendo ai palestinesi il diritto all’autodeterminazione ed esprimendo ‘preoccupazione’ per le loro difficoltà sotto l’occupazione israeliana. Sui crimini del passato, il secondo documento riconosceva la ‘tragedia’ della schiavitù e della tratta degli schiavi, ma non esprimeva ‘scuse’; e pur promettendo assistenza, cooperazione e annunci per la cancellazione del debito dei paesi più poveri, non accettava di considerarli un risarcimento, come avrebbero voluto gli africani e molti altri paesi del Sud del mondo.
La proposta di dichiarazione finale non nominava ufficialmente Israele ma affermava che una occupazione straniera basata sugli insediamenti, sulla discriminazione razziale, sul blocco militare costituisce una “seria violazione dei diritti umani internazionali, un nuovo tipo di apartheid, un crimine contro l’umanità e una seria minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale”.
I paesi arabi ed alcuni paesi africani, sostenevano però che la frase era troppo generica e che doveva rimanere perché non si riferiva a Israele in particolare. Israele invece, sostenuta da Stati Uniti, Australia e Canada, chiedeva che fosse tolta dal testo finale. La dichiarazione più controversa, quella che equiparava sionismo e apartheid era già stata eliminata dalla bozza di dichiarazione proprio in seguito alle proteste statunitensi ed israeliane.
Ma se questa era la discussione nella Conferenza governativa, la polemica politica era esplosa con l’approvazione di una risoluzione presentata da circa tremila Organizzazioni non governative. Nella risoluzione, approvata nel corso della notte, si accusava lo Stato di Israele di “crimini razzisti sistematici, fra i quali crimini di guerra, atti di genocidio e di epurazione etnica”.
Alla Conferenza ufficiale di Durban, che aveva visto l’attiva partecipazione di oltre cento delegazioni governative, si era infatti affiancato un affollato Forum delle Organizzazioni Non Governative (Ong), dal quale erano usciti due documenti importanti: la “Political Declaration” e le “General Conclusions”, articolate su diverse sezioni – che sostanzialmente si proponevano come linee guida per una azione più efficace ed incisiva contro tutte le espressioni di razzismo, discriminazione ed intolleranza; prendendo spunto dalle migliori pratiche sperimentate nei diversi paesi, e confrontandosi con i problemi connessi ai nuovi strumenti di comunicazione, alle forme contemporanee di riduzione in schiavitù, ai conflitti etnici, alla xenofobia contro gli immigrati.
I due documenti – usciti peraltro molti mesi dopo la Conferenza – contengono molti articoli di grande importanza su temi come la protezione delle vittime del razzismo, la lotta contro il traffico delle persone, le misure di prevenzione e sensibilizzazione, le proposte educative, il rapporto con i media e l’uso delle nuove tecnologie, l’affermazione dei diritti delle minoranze, dei lavoratori migranti, dei richiedenti asilo, dei rifugiati e delle loro famiglie; così come l’individuazione e il riconoscimento di un’ampia gamma di basi della discriminazione, che vanno dal colore della pelle alla lingua, alla religione, al sesso o all’orientamento sessuale, alla cultura, alla provenienza etnica, alle cosiddette discriminazioni ‘multiple’, che si intersecano sulla pelle dei soggetti più deboli, come le donne o i bambini. Infine, l’affermazione forse più significativa, quella che il razzismo ci riguarda tutti, essendo presente, anche se in forme diverse, in ciascuno dei nostri Stati.
Era proprio questo il problema di fondo, reso poi chiaro da quanto accaduto: ogni paese ha i suoi problemi, e non ha intenzione di confrontarcisi, e ammettere le proprie responsabilità: l’India ha i suoi ‘intoccabili’, i paesi islamici le discriminazioni di genere, Israele l’occupazione dei Territori Palestinesi, gli Stati Uniti l’eredità della schiavitù, Francia o Gran Bretagna le colpe del colonialismo; l’intera Europa, poi, era in difficoltà sulla questione degli immigrati.
Sono passati venti anni, ma a quanto pare la coscienza sporca degli Stati occidentali – e di Israele – non sembra aver dato segni di ravvedimento, al contrario. Ragione per cui i paesi che si considerano la “culla della civiltà” – fino a ritenere di doverla esportare a forza di bombardamenti come in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria – diserteranno una conferenza mondiale delle Nazioni Unite per non dover sentire discorsi che non gli piacciono.
Codardi politici e bugiardi sanguinari, come sempre.
Fonte
Nei mesi scorsi Israele e Stati Uniti avevano innescato le consuete e prevedibili polemiche per il fatto che la nuova conferenza intergovernativa dell’Unesco rischiasse di trasformarsi in una nuova conferenza anti israeliana.
Un nuovo atto di codardia e miopia sul piano della politica internazionale da parte del nostro governo, teso ad esorcizzare l’onda lunga della famosa Conferenza di Durban del 2001 avvenuta alla vigilia dell’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono dell’11 settembre.
Nella prima e storica Conferenza delle Nazioni Unite a Durban, svoltasi nei primissimi giorni del settembre 2001 in Sudafrica, Israele venne definito uno “stato razzista e di apartheid”.
Pochi giorni prima degli attacchi alle Torri Gemelle, in Sudafrica si svolse infatti, la Terza Conferenza delle Nazioni Unite contro il Razzismo, le discriminazioni razziali, la xenofobia e la correlata intolleranza.
Quella di Durban fu la prima delle grandi Conferenze internazionali a tenersi nel nuovo millennio, e significativamente si svolse proprio in Sudafrica: uno dei paesi che aveva più sofferto delle discriminazioni razziali, sottoposto per decenni al regime dell’Apartheid (definito dalle stesse Nazioni Unite “un crimine contro l’umanità”) che aveva tradotto in istituzione e in legge dello Stato, la segregazione e l’odio razziale.
La Conferenza mondiale sul razzismo, ha acquistato in questi venti anni un significato che è andato molto al di là degli stessi risultati della conferenza medesima.
Il ritiro delle delegazioni statunitense e israeliana avvenne a metà dei lavori, nonostante la mediazione tentata dalla Norvegia e dalla Presidente della Conferenza, la signora Zuma – già Ministro degli Esteri del Sudafrica. L’Assemblea aveva adottato due documenti di compromesso sulle questioni più spinose: il problema palestinese e quello delle responsabilità e degli eventuali ‘risarcimenti’ per i crimini del passato.
Verso Israele, che i paesi arabi pretendevano fosse definito nella risoluzione uno ‘stato razzista’, il primo documento evitava invece qualsiasi critica diretta; pur riconoscendo ai palestinesi il diritto all’autodeterminazione ed esprimendo ‘preoccupazione’ per le loro difficoltà sotto l’occupazione israeliana. Sui crimini del passato, il secondo documento riconosceva la ‘tragedia’ della schiavitù e della tratta degli schiavi, ma non esprimeva ‘scuse’; e pur promettendo assistenza, cooperazione e annunci per la cancellazione del debito dei paesi più poveri, non accettava di considerarli un risarcimento, come avrebbero voluto gli africani e molti altri paesi del Sud del mondo.
La proposta di dichiarazione finale non nominava ufficialmente Israele ma affermava che una occupazione straniera basata sugli insediamenti, sulla discriminazione razziale, sul blocco militare costituisce una “seria violazione dei diritti umani internazionali, un nuovo tipo di apartheid, un crimine contro l’umanità e una seria minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale”.
I paesi arabi ed alcuni paesi africani, sostenevano però che la frase era troppo generica e che doveva rimanere perché non si riferiva a Israele in particolare. Israele invece, sostenuta da Stati Uniti, Australia e Canada, chiedeva che fosse tolta dal testo finale. La dichiarazione più controversa, quella che equiparava sionismo e apartheid era già stata eliminata dalla bozza di dichiarazione proprio in seguito alle proteste statunitensi ed israeliane.
Ma se questa era la discussione nella Conferenza governativa, la polemica politica era esplosa con l’approvazione di una risoluzione presentata da circa tremila Organizzazioni non governative. Nella risoluzione, approvata nel corso della notte, si accusava lo Stato di Israele di “crimini razzisti sistematici, fra i quali crimini di guerra, atti di genocidio e di epurazione etnica”.
Alla Conferenza ufficiale di Durban, che aveva visto l’attiva partecipazione di oltre cento delegazioni governative, si era infatti affiancato un affollato Forum delle Organizzazioni Non Governative (Ong), dal quale erano usciti due documenti importanti: la “Political Declaration” e le “General Conclusions”, articolate su diverse sezioni – che sostanzialmente si proponevano come linee guida per una azione più efficace ed incisiva contro tutte le espressioni di razzismo, discriminazione ed intolleranza; prendendo spunto dalle migliori pratiche sperimentate nei diversi paesi, e confrontandosi con i problemi connessi ai nuovi strumenti di comunicazione, alle forme contemporanee di riduzione in schiavitù, ai conflitti etnici, alla xenofobia contro gli immigrati.
I due documenti – usciti peraltro molti mesi dopo la Conferenza – contengono molti articoli di grande importanza su temi come la protezione delle vittime del razzismo, la lotta contro il traffico delle persone, le misure di prevenzione e sensibilizzazione, le proposte educative, il rapporto con i media e l’uso delle nuove tecnologie, l’affermazione dei diritti delle minoranze, dei lavoratori migranti, dei richiedenti asilo, dei rifugiati e delle loro famiglie; così come l’individuazione e il riconoscimento di un’ampia gamma di basi della discriminazione, che vanno dal colore della pelle alla lingua, alla religione, al sesso o all’orientamento sessuale, alla cultura, alla provenienza etnica, alle cosiddette discriminazioni ‘multiple’, che si intersecano sulla pelle dei soggetti più deboli, come le donne o i bambini. Infine, l’affermazione forse più significativa, quella che il razzismo ci riguarda tutti, essendo presente, anche se in forme diverse, in ciascuno dei nostri Stati.
Era proprio questo il problema di fondo, reso poi chiaro da quanto accaduto: ogni paese ha i suoi problemi, e non ha intenzione di confrontarcisi, e ammettere le proprie responsabilità: l’India ha i suoi ‘intoccabili’, i paesi islamici le discriminazioni di genere, Israele l’occupazione dei Territori Palestinesi, gli Stati Uniti l’eredità della schiavitù, Francia o Gran Bretagna le colpe del colonialismo; l’intera Europa, poi, era in difficoltà sulla questione degli immigrati.
Sono passati venti anni, ma a quanto pare la coscienza sporca degli Stati occidentali – e di Israele – non sembra aver dato segni di ravvedimento, al contrario. Ragione per cui i paesi che si considerano la “culla della civiltà” – fino a ritenere di doverla esportare a forza di bombardamenti come in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria – diserteranno una conferenza mondiale delle Nazioni Unite per non dover sentire discorsi che non gli piacciono.
Codardi politici e bugiardi sanguinari, come sempre.
Fonte
06/07/2020
L’Unesco riconosce Cuba leader in Educazione
L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (Unesco) ha elogiato i risultati delle politiche di Cuba in materia d’Educazione inclusiva e di qualità nel recente Rapporto sul Controllo dell’Educazione nel Mondo 2020 (noto come rapporto GEM).
Questa relazione riporta il meccanismo di controllo globale sull’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile (ODS) No. 4: Garantire un’educazione inclusiva, equa e di qualità, e promuovere opportunità per apprendere per tutta la vita per tutti.
L’edizione del 2020 sottolinea che la partecipazione nell’educazione della prima infanzia nell’Isola Grande delle Antille è del 100%, come parte della meta 4.2 di queste ODS: «Da qui al 2030 assicurare che tutte le bambine e tutti i bambini abbiano accesso ai servizi d’attenzione e sviluppo nella prima infanzia e un’educazione prescolare di qualità per far sì che siano preparati per la scuola elementare».
Yahima Esquivel, rappresentante permanente di Cuba presso l’Unesco, ha risaltato nel suo account in Twitter che il rapporto mondiale «segnala l’efficacia del programma cubano “Educa tuo Figlio” per assicurare un’ educazione di qualità e inclusiva dalla prima infanzia e nei contesti rurali» ed elogia «il Programma d’Educazione Sessuale di Cuba, segnalando la sua messa a fuoco preventiva, di genere e di diritti sessuali in tutti i piani degli studi di base, corsi scelti e studi dopo i diplomi».
La diplomatica cubana ha segnalato l’elogio dell’organismo internazionale agli sforzi dell’Isola come esempio ha indicato l’inserimento degli alunni con necessità speciali nel sistema educativo convenzionale.
Ancora una volta l’Unesco riconosce come leader il settore a livello mondiale da parte di Cuba, nazione che nell’Articolo 73 della sua Costituzione stabilisce che «l’educazione è un diritto di tutte le persone ed è responsabilità dello Stato, che garantisce servizi d’educazione gratuiti, accessibili e di qualità per la formazione integrale dalla prima infanzia all’insegnamento universitario post diploma».
Fonte
Questa relazione riporta il meccanismo di controllo globale sull’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile (ODS) No. 4: Garantire un’educazione inclusiva, equa e di qualità, e promuovere opportunità per apprendere per tutta la vita per tutti.
L’edizione del 2020 sottolinea che la partecipazione nell’educazione della prima infanzia nell’Isola Grande delle Antille è del 100%, come parte della meta 4.2 di queste ODS: «Da qui al 2030 assicurare che tutte le bambine e tutti i bambini abbiano accesso ai servizi d’attenzione e sviluppo nella prima infanzia e un’educazione prescolare di qualità per far sì che siano preparati per la scuola elementare».
Yahima Esquivel, rappresentante permanente di Cuba presso l’Unesco, ha risaltato nel suo account in Twitter che il rapporto mondiale «segnala l’efficacia del programma cubano “Educa tuo Figlio” per assicurare un’ educazione di qualità e inclusiva dalla prima infanzia e nei contesti rurali» ed elogia «il Programma d’Educazione Sessuale di Cuba, segnalando la sua messa a fuoco preventiva, di genere e di diritti sessuali in tutti i piani degli studi di base, corsi scelti e studi dopo i diplomi».
La diplomatica cubana ha segnalato l’elogio dell’organismo internazionale agli sforzi dell’Isola come esempio ha indicato l’inserimento degli alunni con necessità speciali nel sistema educativo convenzionale.
Ancora una volta l’Unesco riconosce come leader il settore a livello mondiale da parte di Cuba, nazione che nell’Articolo 73 della sua Costituzione stabilisce che «l’educazione è un diritto di tutte le persone ed è responsabilità dello Stato, che garantisce servizi d’educazione gratuiti, accessibili e di qualità per la formazione integrale dalla prima infanzia all’insegnamento universitario post diploma».
Fonte
13/10/2017
Stati Uniti e Israele lasciano l’Unesco. E’ veramente un problema?
Donald Trump ha deciso il ritiro formale degli Stati Uniti dall’Unesco – l’organizzazione delle Nazioni Unite con quasi 200 paesi membri preposta a promuovere la collaborazione scientifica, culturale e nell’educazione – denunciandone il suo «pregiudizio anti-israeliano». Gli Usa avevano già smesso di finanziare nel 2011 l’agenzia delle Nazioni Unite dopo la sua decisione di includere la Palestina come stato membro, ma avevano deciso di mantenere il proprio ufficio nella sede centrale di Parigi per cercare di continuare ad avere un peso politico sulle sue decisioni. Insomma volevano contare ma senza pagare. Secondo fonti citate dall’agenzia Associated Press, la decisione è stata presa in seguito alle recenti risoluzioni dell’Unesco che hanno condannato Israele e gli insediamenti nei territori occupati in Cisgiordania, risoluzioni che Washington considera anti-israeliane ma che il resto del mondo considera pienamente legittime.
Non è una sorpresa che anche Israele abbia deciso di ritirarsi, come ha annunciato il governo di Tel Aviv in un comunicato. “Il capo del governo” Benjamin Netanyahu “ha dato disposizione al ministero degli Esteri di preparare l’uscita di Israele dall’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura) parallelamente agli Stati Uniti”, si legge nella nota. “La mia personale raccomandazione al premier Benjamin Netanyahu – aveva detto l’ambasciatore israeliano nell’organismo, Carmel Shama-Hacohen – è quella di restare incollati agli Usa e lasciare immediatamente l’Unesco”.
L’ultimo “peccato” commesso dall’Unesco agli occhi di Washington e Tel Aviv, era stato commesso quando a luglio aveva dichiarato il centro storico di Hebron, nei Territori Palestinesi Occupati da Israele della Cisgiordania, come World Heritage Site, cioè un sito patrimonio dell’umanità non riconoscendone l’occupazione israeliana. A Hebron una minoranza di coloni israeliani appoggiati dall’esercito, controlla e vessa quotidianamente la maggioranza degli abitanti palestinesi della città, anche nei luoghi religiosi storici.
Oggi sul Corriere della Sera, uno degli esponenti più influenti della lobby sionista in Italia, Paolo Mieli, cura non casualmente un lungo editoriale nel quale prende la questione alla larga, accusando soprattutto l’Italia (uno degli stati più complici e asserviti ai diktat israeliani) di eccessiva indulgenza verso l’elezione di un esponente del Qatar a direttore generale dell’Unesco. Di fatto invitando l’Italia a seguire Usa e Israele nell’abbandono dell’organizzazione internazionale. E’ un particolare curioso, perché la stessa solerzia non era stata dimostrata da Mieli quando l’Arabia Saudita era stata nominata presidente di turno della Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite. Né dalla sua penna sono mai stati messi in discussione gli abusi pluridecennali dell’occupazione coloniale israeliana contro i palestinesi.
C’è però un dettaglio che sfugge ai sionisti “de noantri” ma anche alle autorità statunitensi ed israeliane. Oggi gli Usa non sono più decisivi per le sorti delle organizzazioni e delle relazioni internazionali, sono importanti certo per il loro peso specifico, ma il mondo ormai non coincide più – come dal dopoguerra agli anni ‘90 – con gli interessi e le scapricciate di Washington, tantomeno con quelle di Tel Aviv, è un mondo che tende fortemente al policentrismo. Se ne dovranno fare una ragione, entrambi.
Fonte
Non è una sorpresa che anche Israele abbia deciso di ritirarsi, come ha annunciato il governo di Tel Aviv in un comunicato. “Il capo del governo” Benjamin Netanyahu “ha dato disposizione al ministero degli Esteri di preparare l’uscita di Israele dall’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura) parallelamente agli Stati Uniti”, si legge nella nota. “La mia personale raccomandazione al premier Benjamin Netanyahu – aveva detto l’ambasciatore israeliano nell’organismo, Carmel Shama-Hacohen – è quella di restare incollati agli Usa e lasciare immediatamente l’Unesco”.
L’ultimo “peccato” commesso dall’Unesco agli occhi di Washington e Tel Aviv, era stato commesso quando a luglio aveva dichiarato il centro storico di Hebron, nei Territori Palestinesi Occupati da Israele della Cisgiordania, come World Heritage Site, cioè un sito patrimonio dell’umanità non riconoscendone l’occupazione israeliana. A Hebron una minoranza di coloni israeliani appoggiati dall’esercito, controlla e vessa quotidianamente la maggioranza degli abitanti palestinesi della città, anche nei luoghi religiosi storici.
Oggi sul Corriere della Sera, uno degli esponenti più influenti della lobby sionista in Italia, Paolo Mieli, cura non casualmente un lungo editoriale nel quale prende la questione alla larga, accusando soprattutto l’Italia (uno degli stati più complici e asserviti ai diktat israeliani) di eccessiva indulgenza verso l’elezione di un esponente del Qatar a direttore generale dell’Unesco. Di fatto invitando l’Italia a seguire Usa e Israele nell’abbandono dell’organizzazione internazionale. E’ un particolare curioso, perché la stessa solerzia non era stata dimostrata da Mieli quando l’Arabia Saudita era stata nominata presidente di turno della Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite. Né dalla sua penna sono mai stati messi in discussione gli abusi pluridecennali dell’occupazione coloniale israeliana contro i palestinesi.
C’è però un dettaglio che sfugge ai sionisti “de noantri” ma anche alle autorità statunitensi ed israeliane. Oggi gli Usa non sono più decisivi per le sorti delle organizzazioni e delle relazioni internazionali, sono importanti certo per il loro peso specifico, ma il mondo ormai non coincide più – come dal dopoguerra agli anni ‘90 – con gli interessi e le scapricciate di Washington, tantomeno con quelle di Tel Aviv, è un mondo che tende fortemente al policentrismo. Se ne dovranno fare una ragione, entrambi.
Fonte
05/11/2016
Gerusalemme est. Quello che le risoluzioni non dicono
«L’Unesco nega l’identità del popolo ebraico». «La risoluzione nega il legame religioso di Israele con il Muro del Pianto e il Monte del Tempio». «La decisione di cancellare le radici giudaico-cristiane dei luoghi santi di Gerusalemme è “l’inizio della fine”». «L’Unesco riscrive la storia: il Monte del Tempio e il Muro del pianto non sono luoghi legati all’ebraismo».
Sono queste le affermazioni catastrofiche con le quali, nelle ultime
due settimane, è stata descritta dai media una risoluzione approvata
dall’Unesco – l’agenzia dell’Onu che si occupa di patrimonio culturale
ed educazione – intitolata Palestina occupata e contente una
condanna dell’occupazione israeliana. La risoluzione, proposta da sette
paesi islamici (Egitto, Algeria, Marocco, Libano, Oman, Qatar e Sudan), è
stata approvata con 24 voti a favore, 6 contro (Usa, Germania, Gran
Bretagna, Lituania, Estonia, Olanda) e 26 astensioni, tra cui quella
dell’Italia, della Francia e della Spagna.
L’approvazione di questa risoluzione è stata interpretata dal governo israeliano – e, di riflesso, dai media, sempre supini ai poteri dominanti – come un disconoscimento del legame ebraico con Gerusalemme est. Israele ha quindi sospeso la collaborazione con l’Unesco.
In molti, ovviamente, si sono stracciati le vesti anche in Italia. Per quanto riguarda i media, in prima linea si è trovato ovviamente «Il Foglio» che – non nuovo a iniziative di questo genere – ha invitato i suoi lettori a una manifestazione di protesta davanti alla sede dell’Unesco a Roma, parlando perfino di «Shoah culturale», nella consueta reductio ad Hitlerum che svilisce l’Olocausto e relativizza il nazismo, e di «rischio esistenziale». Altri giornali, come il «Corriere della Sera» hanno dedicato alla questione pagine su pagine, ospitando interventi come quello dell’ex ministro delle Finanze israeliano Yair Lapid, che al solito sovrappone volutamente antisemitismo e antisionismo:
Sul «Fatto quotidiano», l’ex direttore dell’«Unità» Furio Colombo ha invece affermato che Renzi
Anche il mondo politico italiano si è sentito in dovere di condannare l’Unesco: a partire da Luigi Di Maio del M5S, secondo cui la risoluzione Unesco allontanerebbe la pace. Dunque il problema è l’Unesco, non il colonialismo israeliano, la pulizia etnica di cui è ed è stato fautore, l’occupazione, la riduzione in cattività e in povertà di centinaia di migliaia di palestinesi.
Il più fiero alfiere delle posizioni sioniste è stato, però, come al solito Matteo Renzi, al quale non è andata giù l’astensione italiana: secondo il premier – che evidentemente finge di ignorare che l’Italia, che ancora non ha neanche riconosciuto lo Stato di Palestina, si è sempre astenuta sulla questione israelo-palestinese (ad esempio, nel 2011 sull’ingresso dello Stato di Palestina nell’Unesco), non certo per ostilità alla causa sionista – avrebbe preferito un voto contrario, al punto da chiedere spiegazioni al ministro degli Esteri Gentiloni. Allo stesso Gentiloni che ha come consigliere per la cooperazione internazionale e i diritti umani il giovane piddino Andrea Tobia Zevi, uno che allo Human Rights Council ha denunciato una presunta «ossessione per Israele» che sarebbe stata all’origine delle numerose risoluzioni internazionali contro il paese. Insomma, non certo un simpatizzante della causa palestinese.
Le parole di Renzi sono state chiarissime ed emblematiche del suo sionismo:
Sembrerebbe, dunque, non aver avuto torto D’Alema, se è vero che, qualche mese fa, si lasciò sfuggire durante una cena che «Renzi è un uomo del Mossad. Bisogna sconfiggerlo». Del resto, colui che viene considerato il vero e proprio “guru” di Renzi, da anni suoi consigliere economico e «interprete principale della Renzinomics», è Yoram Gutgeld, deputato del Pd e commissario alla spending review. Gutgeld è nato a Tel Aviv e, oltre a essere senior partner della McKinsey (la multinazionale di consulenza manageriale) ed ex consulente di Marchionne, ha prestato servizio nelle Israel Defense Forces, per poi diventare tenente colonnello nei reparti regolari (leggi). Secondo alcuni, avrebbe persino messo mano a una riforma del Mossad (leggi 1 e 2 ). Insomma, uno di quelli con cui non ci farebbe particolarmente piacere andare a cena.
La vicinanza tra Renzi – e del suo governo, probabilmente il più filosionista della storia italiana – e Israele passa, inoltre, per l’altro suo consigliere fidatissimo (leggi 1 e 2), Marco Carrai, il teo-con che – qualche mese fa – sembrava essere a un passo prima dalla nomina a capo della cyber-security e poi a quella a consulente al Dis (l’organismo di coordinamento dei Servizi segreti) per Palazzo Chigi. Una scalata ai vertici dei servizi che sarebbe stata frenata dalla Cia (!!), scettica per i rapporti stretti tra Carrai e Israele, sia in termini di amicizia sia di rapporti economici (leggi 1, 2 e 3). Nel 2012, già prima di diventare presidente del Consiglio, del resto, Renzi si era mostrato titubante sul riconoscimento della Palestina come stato e aveva, al contrario, affermato che «talvolta Israele eccede nella difesa, e dobbiamo dirlo, ma è tempo che la sinistra pronunci parole inequivocabili sul diritto di Israele di vivere senza minacce».
Ma cosa dice, davvero, il testo della risoluzione dell’Unesco? Al punto 3, dopo il consueto preambolo, la Risoluzione afferma «l’importanza che Gerusalemme e le proprie mura detengono per le tre religioni monoteiste». Al punto 36 viene ribadita «la convinzione affermata dalla comunità internazionale secondo cui i due siti sono significativi per Giudaismo, Cristianesimo e Islam». Non ci sembra, quindi, che sia negato alcun legame tra l’ebraismo e Gerusalemme. Nei punti successivi non si parla più della religione ebraica, ma dell’occupazione israeliana:
La zona della Spianata delle Moschee, cioè Al-Ḥaram Al-Sharif, del resto, costituisce uno dei fulcri del conflitto israelo-palestinese dal 1967: essa è, infatti, il terzo luogo più sacro dell’Islam. Lì, dove sorgono le grandi moschee di ‘Umar e al-Aqsa, sarebbe avvenuta l’ascesa al cielo di Maometto: i primi musulmani pregavano, quindi, rivolti verso Gerusalemme. Tuttavia, lo stesso posto rappresenta anche il luogo più sacro per gli ebrei, il Monte del Tempio, dove sorgeva il secondo Tempio distrutto dai romani nel 70 d.C.: di esso è rimasto solo il cosiddetto muro del Pianto. Per i cristiani è, invece, il luogo della crocefissione e della passione di Gesù. La città vecchia di Gerusalemme, quindi, racchiude in meno di un chilometro quadrato i luoghi fondamentali delle tre grandi religioni monoteiste.
Gerusalemme, inoltre, è per gli ebrei la capitale dell’antico Regno unito di Israele, quello di Davide e Salomone: l’unica fonte per questa affermazione è la Bibbia. Non esistono, quindi, prove storiche dell’esistenza di questo Regno ma, per i sionisti, l’affermazione di Gerusalemme come proprio diritto ha assunto da sempre un ruolo di primaria importanza. Ad esempio, già negli anni Trenta, il movimento sionista ha iniziato a chiedere di trasferirvi il corpo del fondatore Theodor Herzl, morto nel 1904 e sepolto in Austria:
Anche i palestinesi, comunque, hanno da sempre attribuito una grande importanza simbolica a Gerusalemme: lo stesso Stato di Palestina – autoproclamato nel 1988 e riconosciuto dall’Onu nel 2012 – ha Gerusalemme est come capitale rivendicata.
L’importanza simbolica della Spianta delle Moschee, ufficialmente amministrata dalla Giordania dal 1967, è emersa, poi, in tutta la sua evidenza alla fine del settembre 2000, quando Ariel Sharon, scortato da oltre mille guardie del corpo, vi fece la sua famosa passeggiata: il suo intento era quello di mettere in difficoltà il governo laburista di Barak e di assicurarsi la leadership nel Likud. Questa passeggiata fu considerata dai palestinesi come una provocazione: il giorno dopo una loro manifestazione di protesta fu duramente repressa dalla polizia, che uccise quattro manifestanti. La protesta si estese quindi a tutti i territori occupati, dando inizio alla Seconda Intifada. Sharon, invece, fu nominato primo ministro.
A oggi, tutti i checkpoint di ingresso alla Spianata delle Moschee sono controllati da Israele, che così limita pesantemente il diritto di preghiera dei musulmani. Per i palestinesi che arrivano fuori da Israele, recarsi a pregare lì significa, infatti, trascorrere molte ore nei checkpoint israeliani in condizioni igieniche pessime (leggi), e subire varie restrizioni all’ingresso della moschea. La riconquista della Spianata delle moschee è considerata come una priorità da molti palestinesi: per questo, una delle milizie palestinesi si chiama Brigata dei Martiri di al Aqsa. Nel 2015, i continui ostacoli posti da Israele all’accesso dei palestinesi alla Spianata ha acceso una nuova ondata di conflittualità nell’area.
Alla luce di ciò, sembra davvero difficile considerare un affronto a Israele le parole contenute nella Risoluzione Unesco di qualche giorno fa. Qualunque persone intellettualmente onesta, infatti, dovrebbe riconoscere che esiste una profonda differenza tra affermare il legame storico della religione ebraica con i luoghi sacri di Gerusalemme est e affermare i diritti sulla città di Israele, potenza occupante e colonizzatrice. Confondere questi due aspetti sarebbe come riconoscere che la Francia ha diritti sull’Algeria o l’Italia sull’Etiopia.
Questi due piani vengono invece volutamente sovrapposti dai sionisti. Si capisce, quindi, come il fulcro politico della vicenda sia racchiuso in parole come quelle contenute nell’intervista pubblicata su «Repubblica» al politologo statunitense Kenneth Schultz, che in modo sibillino giustifica l’aggressività di Israele:
Il clamore intorno alla vicenda formalistica dei nomi, dunque, sposta il discorso da quella che è la sostanza della Risoluzione stessa: la condanna dell’occupazione israeliana. È questo che Israele e i suoi fans non riescono a digerire: ma dirlo apertamente significherebbe aprire un dibattito sull’occupazione e sulle sue politiche coloniali, aspetti su cui preferiscono tenere all’oscuro l’opinione pubblica mondiale. La questione nominalistica è, quindi, utilizzata come scorciatoia per svilire la Risoluzione in toto.
Per Israele, dunque, è più utile sviare il discorso dalla condanna della sua occupazione a questioni culturali-religiose (non diciamo storiche, perché ovviamente né la pretesa che Maometto sia asceso al cielo, né quella che ci sia stato un regno di Davide e Salomone sono fondate storicamente). Il riferimento ai legami religiosi, infatti, ha da sempre costituito la base delle pretese sioniste su quell’area: come ha affermato lo stesso Netanyahu in passato, «rivendicare radici tanto profonde, certificate nei testi e nelle tradizioni bibliche – precisamente nella Torah, la scritta e l’orale, nel cui costante studio si forgia il giudaismo – è per la repubblica d’Israele anche una strategia geopolitica». I libri sacri, però, non dovrebbero essere usati come fonti di legittimità perché sono miti fondativi creati ex post: ogni nazionalismo, anche quello sionista, ha bisogno di «inventare una tradizione». Come ha scritto lo storico Gelvin,
L’approvazione di questa risoluzione è stata interpretata dal governo israeliano – e, di riflesso, dai media, sempre supini ai poteri dominanti – come un disconoscimento del legame ebraico con Gerusalemme est. Israele ha quindi sospeso la collaborazione con l’Unesco.
In molti, ovviamente, si sono stracciati le vesti anche in Italia. Per quanto riguarda i media, in prima linea si è trovato ovviamente «Il Foglio» che – non nuovo a iniziative di questo genere – ha invitato i suoi lettori a una manifestazione di protesta davanti alla sede dell’Unesco a Roma, parlando perfino di «Shoah culturale», nella consueta reductio ad Hitlerum che svilisce l’Olocausto e relativizza il nazismo, e di «rischio esistenziale». Altri giornali, come il «Corriere della Sera» hanno dedicato alla questione pagine su pagine, ospitando interventi come quello dell’ex ministro delle Finanze israeliano Yair Lapid, che al solito sovrappone volutamente antisemitismo e antisionismo:
L’Unesco ha deciso di cancellare la storia, così com’è realmente accaduta, per ragioni politiche. […] L’ossessione di alcune organizzazioni delle Nazioni Unite nei confronti di Israele non è un segreto per nessuno. Nell’ultimo decennio il Consiglio per i diritti umani dell’Onu […] ha emesso 67 risoluzioni di condanna verso Israele. […] Il Consiglio per i diritti umani dell’Onu ha condannato Israele, un paese democratico che rispetta le leggi internazionali e protegge i diritti delle minoranze, più spesso di tutti gli altri paesi sommati. Potrei produrre mille altri esempi, ma credo di essere stato chiaro. […] Quando il consiglio esecutivo dell’Unesco voterà per ratificare questa risoluzione, i paesi che si sono finora astenuti saranno chiamati a esprimere chiaramente la loro posizione. A quel punto, potranno scegliere se schierarsi dalla parte della storia, dei fatti e della verità, oppure riconoscere i loro pregiudizi nei confronti degli ebrei. E questo spiega perché il nostro popolo ha bisogno di uno stato forte e libero.Israele. «Un paese democratico che rispetta le leggi internazionali e protegge i diritti delle minoranze»: parole che fanno accapponare la pelle a chiunque conosca minimamente la storia dello stato sionista. E, infatti, dei mille esempi che secondo lui potrebbe produrre, Lapid ne fornisce zero.
Sul «Fatto quotidiano», l’ex direttore dell’«Unità» Furio Colombo ha invece affermato che Renzi
dovrà anche essere in grado di spiegare perché il ministro degli Esteri italiano ha dato istruzione al rappresentante italiano presso l’Unesco di astenersi su un atto di negazionismo così esplicito ed estremo. Si tratta di una decisione che sposta l’Italia dalla parte di coloro che, sotto tutti i pretesti possibili hanno, come impegno principale in quell’area del mondo tormentata (come adesso) da spaventose guerre di Califfato, petrolio e religione, lo sradicamento di Israele che, semplicemente non deve esistere.Negazionismo, dunque: un nuovo, velato, riferimento alla Shoah. Sullo stesso quotidiano, un confuso editoriale dello scrittore Alon Altaras ha invece suggerito che «mettere in dubbio il legame tra Gerusalemme e Israele» sia «come separare Roma dall’Italia». Grande spazio mediatico è stato dato anche alle parole del rabbino di Venezia Scialom Bahbout, che ha accusato l’Italia di collaborare – tramite la sua astensione – «a un atto terroristico che si propone di cancellare migliaia di anni di storia». Ammettiamo che il legame tra condanna dell’occupazione israeliana e terrorismo ci sfugge: semmai è proprio l’occupazione e il suo mancato riconoscimento a provocare risentimenti che possono sfociare anche in pratiche terroriste.
Anche il mondo politico italiano si è sentito in dovere di condannare l’Unesco: a partire da Luigi Di Maio del M5S, secondo cui la risoluzione Unesco allontanerebbe la pace. Dunque il problema è l’Unesco, non il colonialismo israeliano, la pulizia etnica di cui è ed è stato fautore, l’occupazione, la riduzione in cattività e in povertà di centinaia di migliaia di palestinesi.
Il più fiero alfiere delle posizioni sioniste è stato, però, come al solito Matteo Renzi, al quale non è andata giù l’astensione italiana: secondo il premier – che evidentemente finge di ignorare che l’Italia, che ancora non ha neanche riconosciuto lo Stato di Palestina, si è sempre astenuta sulla questione israelo-palestinese (ad esempio, nel 2011 sull’ingresso dello Stato di Palestina nell’Unesco), non certo per ostilità alla causa sionista – avrebbe preferito un voto contrario, al punto da chiedere spiegazioni al ministro degli Esteri Gentiloni. Allo stesso Gentiloni che ha come consigliere per la cooperazione internazionale e i diritti umani il giovane piddino Andrea Tobia Zevi, uno che allo Human Rights Council ha denunciato una presunta «ossessione per Israele» che sarebbe stata all’origine delle numerose risoluzioni internazionali contro il paese. Insomma, non certo un simpatizzante della causa palestinese.
Le parole di Renzi sono state chiarissime ed emblematiche del suo sionismo:
Una vicenda allucinante, ho chiesto al ministro Esteri di vederci subito al mio ritorno a Roma. È incomprensibile, inaccettabile e sbagliato. Ho chiesto espressamente ieri ai nostri di smetterla con queste posizioni. Non si può continuare con queste mozioni finalizzate ad attaccare Israele. Se c’è da rompere su questo l’unità europea che si rompa.Le parole – con un registro tra l’altro più adatto a quello di un presidente di una squadra di calcio (“i nostri”?!) che a un presidente del consiglio – hanno ricevuto, ovviamente, l’immediato apprezzamento del governo israeliano.
Sembrerebbe, dunque, non aver avuto torto D’Alema, se è vero che, qualche mese fa, si lasciò sfuggire durante una cena che «Renzi è un uomo del Mossad. Bisogna sconfiggerlo». Del resto, colui che viene considerato il vero e proprio “guru” di Renzi, da anni suoi consigliere economico e «interprete principale della Renzinomics», è Yoram Gutgeld, deputato del Pd e commissario alla spending review. Gutgeld è nato a Tel Aviv e, oltre a essere senior partner della McKinsey (la multinazionale di consulenza manageriale) ed ex consulente di Marchionne, ha prestato servizio nelle Israel Defense Forces, per poi diventare tenente colonnello nei reparti regolari (leggi). Secondo alcuni, avrebbe persino messo mano a una riforma del Mossad (leggi 1 e 2 ). Insomma, uno di quelli con cui non ci farebbe particolarmente piacere andare a cena.
La vicinanza tra Renzi – e del suo governo, probabilmente il più filosionista della storia italiana – e Israele passa, inoltre, per l’altro suo consigliere fidatissimo (leggi 1 e 2), Marco Carrai, il teo-con che – qualche mese fa – sembrava essere a un passo prima dalla nomina a capo della cyber-security e poi a quella a consulente al Dis (l’organismo di coordinamento dei Servizi segreti) per Palazzo Chigi. Una scalata ai vertici dei servizi che sarebbe stata frenata dalla Cia (!!), scettica per i rapporti stretti tra Carrai e Israele, sia in termini di amicizia sia di rapporti economici (leggi 1, 2 e 3). Nel 2012, già prima di diventare presidente del Consiglio, del resto, Renzi si era mostrato titubante sul riconoscimento della Palestina come stato e aveva, al contrario, affermato che «talvolta Israele eccede nella difesa, e dobbiamo dirlo, ma è tempo che la sinistra pronunci parole inequivocabili sul diritto di Israele di vivere senza minacce».
Ma cosa dice, davvero, il testo della risoluzione dell’Unesco? Al punto 3, dopo il consueto preambolo, la Risoluzione afferma «l’importanza che Gerusalemme e le proprie mura detengono per le tre religioni monoteiste». Al punto 36 viene ribadita «la convinzione affermata dalla comunità internazionale secondo cui i due siti sono significativi per Giudaismo, Cristianesimo e Islam». Non ci sembra, quindi, che sia negato alcun legame tra l’ebraismo e Gerusalemme. Nei punti successivi non si parla più della religione ebraica, ma dell’occupazione israeliana:
4. Condanna fortemente il rifiuto di Israele di implementare le precedenti decisioni UNESCO in materia di Gerusalemme […];Si tratta, quindi, non di un disconoscimento del legame tra l’ebraismo e l’area di Gerusalemme est, ma di una condivisibile – per quanto sia scarsa la simpatia che suscitano i paesi promotori – condanna all’occupazione militare e al colonialismo israeliano: in nessuna parte della risoluzione si afferma che i luoghi sacri siano soltanto per la religione musulmana, così come non si sostiene che questi luoghi non abbiano nulla a che fare con l’ebraismo. Per sostenere il contrario e spingere all’ennesima crociata sionista, dunque, i sionisti non possono far altro che affermare che questo disconoscimento sarebbe implicito nell’uso dei nomi arabi per la Spianata delle Moschee e i luoghi Gerusalemme Est citati nella Risoluzione (anche se non per tutti i luoghi, visto che nella risoluzione si utilizza la doppia denominazione per la Tomba di Rachele/moschea di Bilal Ibn Rabaḥ e per la Grotta dei Patriarchi/moschea al Haram al Ibrahim): si usano, infatti, solo i nomi di moschea di al-Aqsa e di Al-Ḥaram Al-Sharif per parlare del complesso che gli ebrei chiamano Har haBáyit (o Monte del Tempio) e solo quello di piazza Al-Buraq/piazza del Muro occidentale per quello che gli ebrei chiamano HaKotel HaMa’aravi (Muro del pianto). Ma ciò è del tutto normale, visto che gli estensori sono islamici: quanti italiani usano la denominazione croata di Rijeka per la città di Fiume o quella doppia? Il resto del mondo potrebbe pensare a proporre analoghe risoluzioni di condanna all’occupazione israeliana con duplice denominazione: polemiche del genere perderebbero del tutto senso.
5. Condanna fortemente il fallimento di Israele, potenza occupante, nel cessare i persistenti scavi e lavori in Gerusalemme Est ed in particolare all’interno ed intorno alla città vecchia [...];
8. Condanna fortemente l’escalation dell’aggressione Israeliana e le misure illegali nei confronti di Awqaf e del proprio personale, e nei confronti della libertà di culto e dell’accesso dei musulmani alla loro Moschea santa Al-Aqsa/Al-Haram AlSharif, e chiede ad Israele, la potenza occupante, di rispettare lo status quo storico per cessare immediatamente tali misure;
9. Deplora fermamente i continui assalti alla Moschea Al-Aqsa/Al-Haram AlSharif da parte di estremisti israeliani di destra e delle forze armate, e spinge Israele, potenza occupante, ad intraprendere le misure necessarie a prevenire abusi provocatori che violino la santità e l’integrità della Moschea Al-Aqsa/Al-Haram AlSharif;
10. Denuncia fermamente le continue aggressioni Israeliane verso i civili, incluse figure religiose islamiche e sacerdoti, denuncia l’ingresso con la forza nelle varie moschee ed edifici storici del complesso Al-Aqsa/Al-Haram AlSharif da parte di ufficiali israeliani, […], e l’arresto ed il ferimento di musulmani in preghiera e di guardie di Awqaf; e spinge Israele, la potenza occupante, a terminare queste aggressioni e gli abusi che infiammano la tensione sul territorio e tra le religioni;
11. Disapprova la restrizione di accesso da parte di Israele alla Moschea Al-Aqṣa/Al-Ḥaram Al-Sharif durante l’ Eid Al-Adha 2015 e le conseguenti violenze, e chiede Israele, la potenza occupante, di cessare tutte le violazioni contro la Moschea Al-Aqṣa/Al-Ḥaram Al-Sharif;
12. Condanna fermamente il rifiuto di Israele di concedere visti agli esperti UNESCO incaricati per il progetto UNESCO per il Centro per i Manoscritti Islamici di Al-Aqṣa /Al-Ḥaram AlSharif, e chiede ad Israele di concedere apposito visto agli esperti UNESCO scienza alcuna restrizione;
13. Condanna il danno causato dalle forze israeliane, specialmente a partire dall’Agosto 2015, alle porte e finestre della Moschea al-Qibli all’interno del complesso Al-Aqṣa/Al-Ḥaram AlSharif, e riafferma, a tale proposito, l’obbligo di Israele a rispettare l’integrità, l’autenticità ed il patrimonio culturale della Moschea Al-Aqṣa/Al-Ḥaram AlSharif [...];
25. Sottolinea con forte preoccupazione che Israele, la potenza occupante, non ha rispettato nessuna delle 121 risoluzioni del comitato esecutivo cosi come quelle del World Heritage Committee [...].
30. Condanna i confronti militari all’interno ed intorno alla Striscia di Gaza ed i danni causati ai civili, inclusa l’uccisione ed il ferimento di migliaia di palestinesi civili, tra cui bambini, cosi come il continuo impatto negativo sulle competenze UNESCO, gli attacchi verso scuole ed altri edifici culturali e scolastici […];
31. Condanna fortemente i continui blocchi della Striscia di Gaza, che influiscono pesantemente sul libero e fluente movimento di personale e aiuti umanitari cosi come l’intollerabile numero di vittime tra i bambini palestinesi, gli attacchi alle scuole ed altri edifici culturali, ed il rifiuto all’accesso all’educazione, e chiede ad Israele, la potenza occupante, di rendere agevoli immediatamente i passaggi.
La zona della Spianata delle Moschee, cioè Al-Ḥaram Al-Sharif, del resto, costituisce uno dei fulcri del conflitto israelo-palestinese dal 1967: essa è, infatti, il terzo luogo più sacro dell’Islam. Lì, dove sorgono le grandi moschee di ‘Umar e al-Aqsa, sarebbe avvenuta l’ascesa al cielo di Maometto: i primi musulmani pregavano, quindi, rivolti verso Gerusalemme. Tuttavia, lo stesso posto rappresenta anche il luogo più sacro per gli ebrei, il Monte del Tempio, dove sorgeva il secondo Tempio distrutto dai romani nel 70 d.C.: di esso è rimasto solo il cosiddetto muro del Pianto. Per i cristiani è, invece, il luogo della crocefissione e della passione di Gesù. La città vecchia di Gerusalemme, quindi, racchiude in meno di un chilometro quadrato i luoghi fondamentali delle tre grandi religioni monoteiste.
Gerusalemme, inoltre, è per gli ebrei la capitale dell’antico Regno unito di Israele, quello di Davide e Salomone: l’unica fonte per questa affermazione è la Bibbia. Non esistono, quindi, prove storiche dell’esistenza di questo Regno ma, per i sionisti, l’affermazione di Gerusalemme come proprio diritto ha assunto da sempre un ruolo di primaria importanza. Ad esempio, già negli anni Trenta, il movimento sionista ha iniziato a chiedere di trasferirvi il corpo del fondatore Theodor Herzl, morto nel 1904 e sepolto in Austria:
Nel 1935, una commissione nominata dai dirigenti dell’Organizzazione sionista mondiale arrivò alla conclusione che «il luogo di riposo definitivo di Herzl dovrà essere Gerusalemme, capitale della Palestina», anche perché «sia il sentimento nazionale, sia la congiuntura politica, nazionale e storica fanno di Gerusalemme l’unica scelta possibile». Il 18 agosto 1949, Herzl fu, quindi, tumulato in una collina ribattezzata Monte Herzl in occasione del primo funerale di stato della storia d’Israele. [Gelvin, Il conflitto israelo-palestinese, p. 72]Nonostante la nota risoluzione n. 181 dell’Onu (1947) prevedesse l’internazionalizzazione di Gerusalemme, nel 1948, dopo la guerra, la città fu divisa tra Israele (la cosiddetta “Città nuova”, la sua parte occidentale) e la Giordania (la cosiddetta “Città vecchia”, la sua parte orientale dove sorge la Spianata delle Moschee). La comunità internazionale continuò a richiedere l’internazionalizzazione della città, ma Israele già nel 1949 proclamò sua capitale Gerusalemme ovest. Durante la guerra dei Sei giorni del 1967, l’esercito israeliano invase e occupò anche Gerusalemme est, dichiarando tutta la città sua capitale eterna e indivisibile: i video che mostrano i soldati israeliani piangere sotto il Muro del pianto dopo aver conquistato la Spianata delle moschee sono indicativi di questo significato simbolico. Nel 1980, questo nuovo status di Gerusalemme fu unilateralmente inserito da Israele nella sua «Legge fondamentale», dichiarata dal consiglio di sicurezza dell’Onu priva di validità e considerata una violazione del diritto internazionale. Come ha scritto lo storico Gelvin,
il valore che gli israeliani attribuivano al territorio conquistato era di tipo ideologico. […] Gerusalemme ebbe sempre un valore simbolico particolare nell’ideologia sionista. In quanto capitale del regno di Davide e Salomone era, per così dire, un ricordo vivente dell’età dell’oro dell’antico regno d’Israele, semplicemente centrale nella narrazione storica sionista. [Gelvin, Il conflitto israelo-palestinese, p. 236]Per questo, il governo israeliano ha cercato continuamente, da allora, di separare politicamente la città dalla Cisgiordania, iniziando a circondare Gerusalemme Est con quartieri abitati da israeliani. Dal 1967, Gerusalemme Est è diventata luogo di residenza di circa 200.000 israeliani e i suoi confini sono stati estesi all’interno della Cisgiordania: la superficie di Gerusalemme Est è così passata dai 6,5 chilometri quadrati del 1967 agli oltre 70 attuali, andando a costituire oltre il 10% della Cisgiordania. La comunità internazionale considera questi insediamenti una violazione del diritto internazionale e della Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, secondo la quale una potenza occupante non può trasferire parte della propria popolazione civile nel territorio che occupa. Tra il 1951 e il 2002, del resto, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato ben 73 risoluzioni – di cui dieci con oggetto lo status di Gerusalemme – contro Israele e le sue politiche d’occupazione: nessuna di esse è mai stata rispettata dai sionisti. Solo nel 2015, le risoluzioni dell’Onu contro Israele sono state venti. Nessun paese, ad oggi, ha comunque la sua ambasciata presso Israele a Gerusalemme.
Anche i palestinesi, comunque, hanno da sempre attribuito una grande importanza simbolica a Gerusalemme: lo stesso Stato di Palestina – autoproclamato nel 1988 e riconosciuto dall’Onu nel 2012 – ha Gerusalemme est come capitale rivendicata.
L’importanza simbolica della Spianta delle Moschee, ufficialmente amministrata dalla Giordania dal 1967, è emersa, poi, in tutta la sua evidenza alla fine del settembre 2000, quando Ariel Sharon, scortato da oltre mille guardie del corpo, vi fece la sua famosa passeggiata: il suo intento era quello di mettere in difficoltà il governo laburista di Barak e di assicurarsi la leadership nel Likud. Questa passeggiata fu considerata dai palestinesi come una provocazione: il giorno dopo una loro manifestazione di protesta fu duramente repressa dalla polizia, che uccise quattro manifestanti. La protesta si estese quindi a tutti i territori occupati, dando inizio alla Seconda Intifada. Sharon, invece, fu nominato primo ministro.
A oggi, tutti i checkpoint di ingresso alla Spianata delle Moschee sono controllati da Israele, che così limita pesantemente il diritto di preghiera dei musulmani. Per i palestinesi che arrivano fuori da Israele, recarsi a pregare lì significa, infatti, trascorrere molte ore nei checkpoint israeliani in condizioni igieniche pessime (leggi), e subire varie restrizioni all’ingresso della moschea. La riconquista della Spianata delle moschee è considerata come una priorità da molti palestinesi: per questo, una delle milizie palestinesi si chiama Brigata dei Martiri di al Aqsa. Nel 2015, i continui ostacoli posti da Israele all’accesso dei palestinesi alla Spianata ha acceso una nuova ondata di conflittualità nell’area.
Alla luce di ciò, sembra davvero difficile considerare un affronto a Israele le parole contenute nella Risoluzione Unesco di qualche giorno fa. Qualunque persone intellettualmente onesta, infatti, dovrebbe riconoscere che esiste una profonda differenza tra affermare il legame storico della religione ebraica con i luoghi sacri di Gerusalemme est e affermare i diritti sulla città di Israele, potenza occupante e colonizzatrice. Confondere questi due aspetti sarebbe come riconoscere che la Francia ha diritti sull’Algeria o l’Italia sull’Etiopia.
Questi due piani vengono invece volutamente sovrapposti dai sionisti. Si capisce, quindi, come il fulcro politico della vicenda sia racchiuso in parole come quelle contenute nell’intervista pubblicata su «Repubblica» al politologo statunitense Kenneth Schultz, che in modo sibillino giustifica l’aggressività di Israele:
Perché la ridefinizione di un territorio è strettamente legata all’identità nazionale. In questo caso, un’organizzazione internazionale in sostanza arriva a negare le connessioni tra Israele, il Monte del Tempio e il Muro del Pianto. È comprensibile che ciò provochi rabbia, negli israeliani: non solo vedono negati i loro legami religiosi a quei siti, ma la questione ha a che fare con l’affermazione della loro identità come popolo. Viene intesa come un tentativo di indebolire l’affermazione della sovranità statale di Israele.Il clamore mediatico intorno a una interpretazione falsificante della risoluzione dell’Unesco, dunque, è chiaramente utile all’affermazione della narrazione storica sionista, che legittima le pretese israeliane. L’indubbio legame tra la religione ebraica e l’area della Spianata delle Moschee, infatti, NON è messo in discussione dalla Risoluzione dell’Unesco. Essa, però, viene criticata e rifiutata con l’intento di negare l’occupazione israeliana di Gerusalemme Est (e della Palestina) e di affermare la pretesa israeliana di averla come capitale unica ed eterna. Per questo, il governo israeliano ha ringraziato compiaciuto Renzi. E per questo il viceministro della Cooperazione regionale Ayooub Kara ha affermato in modo demenziale che i terremoti che hanno scosso in questi giorni il centro Italia costituiscono una punizione divina contro la sua astensione all’Unesco: Kara, infatti, non è neanche ebreo ma druso, quindi appartenente a un gruppo musulmano sciita, e quello che a lui e al suo governo non va giù è proprio la condanna dell’occupazione israeliana, che poco ha a che fare con l’ebraismo e la sua tradizione.
Il clamore intorno alla vicenda formalistica dei nomi, dunque, sposta il discorso da quella che è la sostanza della Risoluzione stessa: la condanna dell’occupazione israeliana. È questo che Israele e i suoi fans non riescono a digerire: ma dirlo apertamente significherebbe aprire un dibattito sull’occupazione e sulle sue politiche coloniali, aspetti su cui preferiscono tenere all’oscuro l’opinione pubblica mondiale. La questione nominalistica è, quindi, utilizzata come scorciatoia per svilire la Risoluzione in toto.
Per Israele, dunque, è più utile sviare il discorso dalla condanna della sua occupazione a questioni culturali-religiose (non diciamo storiche, perché ovviamente né la pretesa che Maometto sia asceso al cielo, né quella che ci sia stato un regno di Davide e Salomone sono fondate storicamente). Il riferimento ai legami religiosi, infatti, ha da sempre costituito la base delle pretese sioniste su quell’area: come ha affermato lo stesso Netanyahu in passato, «rivendicare radici tanto profonde, certificate nei testi e nelle tradizioni bibliche – precisamente nella Torah, la scritta e l’orale, nel cui costante studio si forgia il giudaismo – è per la repubblica d’Israele anche una strategia geopolitica». I libri sacri, però, non dovrebbero essere usati come fonti di legittimità perché sono miti fondativi creati ex post: ogni nazionalismo, anche quello sionista, ha bisogno di «inventare una tradizione». Come ha scritto lo storico Gelvin,
naturalmente, la ricostruzione sionista della storia ebraica presenta qualche smagliatura; ma è una caratteristica comune dei movimenti nazionalisti […]. Dopotutto la Palestina è stata ricordata nei testi e nei rituali ebraici per secoli, e per secoli gli ebrei riuniti in occasione dell’annuale cena cerimoniale della loro Pasqua si sono augurati: «Il prossimo anno a Gerusalemme». C’è, però, una grande differenza tra rammemorare Gerusalemme e intraprendere un’azione di insediamento su ampia scala per poi rivendicare l’autodeterminazione degli ebrei di Palestina. Al pari dei movimenti nazionalisti che li hanno preceduti e seguiti, l’operazione dei sionisti è consistita nel leggere la propria storia in maniera selettiva per trarne conclusioni che sarebbero risultate incomprensibili ai loro antenati prima dell’avvento dell’età moderna. La narrazione sionista della vicenda storica del popolo ebraico […] conferisce un posto d’onore agli antichi periodi di unità politica e di dominio all’interno della Palestina. [Gelvin, Il conflitto israelo-palestinese, pp. 10-11]Il nocciolo di questa questione è stato intelligentemente evidenziato, invece, da Moni Ovadia – come al solito una delle poche voci ebraiche fuori dal coro, autore di un bell’editoriale sulla questione pubblicato sul «Manifesto» –, in un’intervista a «Repubblica»:
Attaccarsi a queste cose, come fa Netanyahu, è propaganda nazionalista. Lui è un uomo di destra che parla di un presunto “diritto divino” degli ebrei su quella terra, e in nome di ciò mette in discussione la legittimità di esistere dei palestinesi. I quali sono stati vessati, espropriati delle proprie terre, vivono in una prigione a cielo aperto, isolati dalla comunità internazionale. Ad oggi ci sono 500mila coloni che si sono insediati illegalmente in territori che non gli spettano. Si chiama occupazione. Ci rendiamo conto?Fonte
27/10/2016
Moni Ovadia: Israele - Palestina, la verità del documento dell'Unesco
di Moni Ovadia – Il Manifesto
Le parole sono importanti! sentenziava Nanni Moretti in una scena da culto di una sua memorabile pellicola, dando ratifica all’affermazione con un sonoro ceffone vibrato ad una giornalista colpevole di esprimersi con un eloquio mediocre ed improprio. Dal tempo di quell’accorato grido di dolore del geniale cineasta molta acqua è passata sotto i ponti. Abusare perversamente le parole è diventata pratica comune che non provoca reazioni di sofferenza; in questi giorni, il nostro capo del governo si è prodotto in una tecnica di perversione del senso, sostituendo la parola italiana condono con l’anglicismo di sonorità meno sconcia voluntary disclosure.
L’ordine del discorso e la scelta delle parole possono diventare particolarmente insidiosi quando si parla di Israele, governo israeliano, israeliani, ebrei e via dicendo. A me è capitato di sentirmi apostrofare con il termine “antipatizzante” di Israele per avere definito “colonie” le colonie israeliane della Cisgiordania invece di descriverle con il più neutro “insediamenti”. Gli ultras proisraeliani a prescindere, ma anche coloro che non sono estremisti del campo – potremmo definirli i moderati di ogni schieramento – manifestano un’immediata idiosincrasia nei confronti di un crudo linguaggio di verità, qualora utilizzato nei riguardi di Israele.
Per queste sensibilissime persone, parole accettabili all’indirizzo di qualsiasi altro paese occupante e colonialista del mondo, diventano inascoltabili se utilizzate per criticare gli atti dei governi israeliani. Questa ipersensibilità ha provocato l’ennesima crociata pro Israele sulla stampa mainstream e nelle piazze, per denunciare l’antisemitismo dell’Unesco a proposito della sua risoluzione sulla Palestina occupata.
Nella traduzione integrale della risoluzione al comma 3 leggiamo: “Affermando l’importanza che Gerusalemme e le sue mura rappresentano per le tre religioni monoteiste, affermando anche che in nessun modo la presente risoluzione, che intende salvaguardare il patrimonio culturale della Palestina e di Gerusalemme Est, riguarderà le risoluzioni prese in considerazione dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e le risoluzioni relative allo status legale di Palestina e Gerusalemme...”.
In apertura, la risoluzione riconosce che Gerusalemme e le sue mura sono sacre ai tre monoteismi e ai loro fedeli: ebrei, cristiani musulmani. Non c’era dunque alcuna ragione di gridare all’antisemitismo, di accusare la risoluzione di voler negare il legame degli ebrei con quei luoghi. In realtà a me pare di intuire che la reazione degli ultras pro Israele, senza se e senza ma, dipenda piuttosto dal fatto che nei commi successivi la risoluzione si riferisca ripetutamente ad Israele con la definizione di “potenza occupante” e ne denunci la pratica violenta dei fatti compiuti sul territorio.
Ora, Israele è, piaccia o non piaccia, una potenza occupante e lo è da cinquant’anni e questo secondo le risoluzioni dell’Onu, non secondo i pro palestinesi. Ma attenti a dirlo! Diventereste illico et immediate antisionisti, ovvero antisraeliani, ovvero antisemiti. Guai all’Unesco che osa affermare che Israele è potenza occupante.
Invece, i politici israeliani di governo possono gridare ai quattro venti che Gerusalemme è la sacra ed indivisa capitale dello Stato di Israele nell’assoluto silenzio delle anime belle, e i leader dei partiti religiosi possono sostenere impunemente che tutta la terra di quella che fu la Palestina mandataria appartiene agli ebrei perché fa parte della terra “donata” da Dio.
Gli zeloti che fanno parte dell’elettorato della destra utrareazionaria sostenitrice di Netanyahu, possono farneticare di distruggere le moschee per edificare al loro posto il “Terzo Tempio” e compiere atti aggressivi nei confronti dei palestinesi, nessuno scandalo. È scandalo invece se il documento dell’Unesco non riconosce alle autorità israeliane e ai fanatici di Israele il diritto ad esercitare il proprio arbitrio.
Forse disturba la mancata identificazione di ebrei e governo israeliano in carica. Le anime belle della democrazia a popoli alterni sanno che le due cose sono diverse, ma dà loro un incontenibile fastidio. Eppure il problema di una precisa distinzione fra israeliani ed ebrei è ormai incandescente.
Un recente articolo apparso sul quotidiano israeliano Ha’aretz a firma di Chemi Shalev titolava: “Trump mostra agli estremisti di destra come amare Israele ed odiare gli ebrei” (alcuni estremisti di destra americani disprezzano gli ebrei progressisti con lo stesso veleno con il quale la destra israeliana odia gli ebrei di sinistra).
Eccolo il capolavoro che hanno edificato i nazionalisti e i fanatici religiosi israeliani con la fattiva collaborazione degli ultras pro sionisti e il benevolo sussiego di certi moderati che sono amici di Israele a prescindere.
Grazie a loro, gli eredi degli antisemiti di ogni tipo possono tornare ad odiare gli ebrei cominciando dai maledettissimi rossi e poi... Poi si vedrà.
Massa d’urto religiosa di questa nuova ideologia sono i cosiddetti cristiano/sionisti. Sono milioni, appartengono a chiese evangeliche millenariste e avventiste, sono sostenitori del sionismo integralista, rivendicano il diritto degli ebrei a possedere tutta la Terra Promessa e auspicano il ritorno di tutti gli ebrei in Eretz Israel perché secondo le loro profezie ciò provocherà la seconda parusia di Gesù e l’Armageddon. E gli ebrei? Quelli che riconosceranno il Cristo saranno salvi. E gli altri? Si fotteranno bruciando nelle fiamme dell’inferno! (L’interpretazione è mia).
Fonte
Le parole sono importanti! sentenziava Nanni Moretti in una scena da culto di una sua memorabile pellicola, dando ratifica all’affermazione con un sonoro ceffone vibrato ad una giornalista colpevole di esprimersi con un eloquio mediocre ed improprio. Dal tempo di quell’accorato grido di dolore del geniale cineasta molta acqua è passata sotto i ponti. Abusare perversamente le parole è diventata pratica comune che non provoca reazioni di sofferenza; in questi giorni, il nostro capo del governo si è prodotto in una tecnica di perversione del senso, sostituendo la parola italiana condono con l’anglicismo di sonorità meno sconcia voluntary disclosure.
L’ordine del discorso e la scelta delle parole possono diventare particolarmente insidiosi quando si parla di Israele, governo israeliano, israeliani, ebrei e via dicendo. A me è capitato di sentirmi apostrofare con il termine “antipatizzante” di Israele per avere definito “colonie” le colonie israeliane della Cisgiordania invece di descriverle con il più neutro “insediamenti”. Gli ultras proisraeliani a prescindere, ma anche coloro che non sono estremisti del campo – potremmo definirli i moderati di ogni schieramento – manifestano un’immediata idiosincrasia nei confronti di un crudo linguaggio di verità, qualora utilizzato nei riguardi di Israele.
Per queste sensibilissime persone, parole accettabili all’indirizzo di qualsiasi altro paese occupante e colonialista del mondo, diventano inascoltabili se utilizzate per criticare gli atti dei governi israeliani. Questa ipersensibilità ha provocato l’ennesima crociata pro Israele sulla stampa mainstream e nelle piazze, per denunciare l’antisemitismo dell’Unesco a proposito della sua risoluzione sulla Palestina occupata.
Nella traduzione integrale della risoluzione al comma 3 leggiamo: “Affermando l’importanza che Gerusalemme e le sue mura rappresentano per le tre religioni monoteiste, affermando anche che in nessun modo la presente risoluzione, che intende salvaguardare il patrimonio culturale della Palestina e di Gerusalemme Est, riguarderà le risoluzioni prese in considerazione dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e le risoluzioni relative allo status legale di Palestina e Gerusalemme...”.
In apertura, la risoluzione riconosce che Gerusalemme e le sue mura sono sacre ai tre monoteismi e ai loro fedeli: ebrei, cristiani musulmani. Non c’era dunque alcuna ragione di gridare all’antisemitismo, di accusare la risoluzione di voler negare il legame degli ebrei con quei luoghi. In realtà a me pare di intuire che la reazione degli ultras pro Israele, senza se e senza ma, dipenda piuttosto dal fatto che nei commi successivi la risoluzione si riferisca ripetutamente ad Israele con la definizione di “potenza occupante” e ne denunci la pratica violenta dei fatti compiuti sul territorio.
Ora, Israele è, piaccia o non piaccia, una potenza occupante e lo è da cinquant’anni e questo secondo le risoluzioni dell’Onu, non secondo i pro palestinesi. Ma attenti a dirlo! Diventereste illico et immediate antisionisti, ovvero antisraeliani, ovvero antisemiti. Guai all’Unesco che osa affermare che Israele è potenza occupante.
Invece, i politici israeliani di governo possono gridare ai quattro venti che Gerusalemme è la sacra ed indivisa capitale dello Stato di Israele nell’assoluto silenzio delle anime belle, e i leader dei partiti religiosi possono sostenere impunemente che tutta la terra di quella che fu la Palestina mandataria appartiene agli ebrei perché fa parte della terra “donata” da Dio.
Gli zeloti che fanno parte dell’elettorato della destra utrareazionaria sostenitrice di Netanyahu, possono farneticare di distruggere le moschee per edificare al loro posto il “Terzo Tempio” e compiere atti aggressivi nei confronti dei palestinesi, nessuno scandalo. È scandalo invece se il documento dell’Unesco non riconosce alle autorità israeliane e ai fanatici di Israele il diritto ad esercitare il proprio arbitrio.
Forse disturba la mancata identificazione di ebrei e governo israeliano in carica. Le anime belle della democrazia a popoli alterni sanno che le due cose sono diverse, ma dà loro un incontenibile fastidio. Eppure il problema di una precisa distinzione fra israeliani ed ebrei è ormai incandescente.
Un recente articolo apparso sul quotidiano israeliano Ha’aretz a firma di Chemi Shalev titolava: “Trump mostra agli estremisti di destra come amare Israele ed odiare gli ebrei” (alcuni estremisti di destra americani disprezzano gli ebrei progressisti con lo stesso veleno con il quale la destra israeliana odia gli ebrei di sinistra).
Eccolo il capolavoro che hanno edificato i nazionalisti e i fanatici religiosi israeliani con la fattiva collaborazione degli ultras pro sionisti e il benevolo sussiego di certi moderati che sono amici di Israele a prescindere.
Grazie a loro, gli eredi degli antisemiti di ogni tipo possono tornare ad odiare gli ebrei cominciando dai maledettissimi rossi e poi... Poi si vedrà.
Massa d’urto religiosa di questa nuova ideologia sono i cosiddetti cristiano/sionisti. Sono milioni, appartengono a chiese evangeliche millenariste e avventiste, sono sostenitori del sionismo integralista, rivendicano il diritto degli ebrei a possedere tutta la Terra Promessa e auspicano il ritorno di tutti gli ebrei in Eretz Israel perché secondo le loro profezie ciò provocherà la seconda parusia di Gesù e l’Armageddon. E gli ebrei? Quelli che riconosceranno il Cristo saranno salvi. E gli altri? Si fotteranno bruciando nelle fiamme dell’inferno! (L’interpretazione è mia).
Fonte
22/10/2016
Nuova marchetta di Renzi al governo israeliano
di Michele Giorgio – Il Manifesto
«Ringraziamo e ci felicitiamo con il governo italiano per questa importante dichiarazione». Con queste parole del portavoce del ministero degli esteri, Emmanuel Nahshon, Israele ha applaudito alle parole del presidente del consiglio italiano Matteo Renzi che ha definito «allucinante» la recente risoluzione dell’Unesco sullo status della Spianata delle mosche, risoluzione sulla quale l’Italia si è astenuta, in linea con la posizione europea.
Secondo Renzi, che ha addossato ogni responsabilità al ministro degli esteri Gentiloni, accusandolo di aver votato «in automatico», «Non si può continuare con queste mozioni finalizzate ad attaccare Israele». Il premier ha lanciato un avvertimento: «Se c’è da rompere su questo l’unità europea che si rompa».
Renzi si dice addirittura pronto a rompere con l’Ue. Lo farebbe per Israele e non per le politiche scellerate dell’Europa a guida tedesca che penalizzano lo sviluppo, il lavoro, la ripresa economica a danno anche di milioni di essere umani. In realtà non si deve dare peso eccessivo a questo gesto, quasi una boutade, che non ha alcun valore politico concreto e che vuole solo riaffermare l’alleanza con il governo Netanyahu, è un modo per dire «presente, ho fatto la mia parte».
Renzi ha segnalato di aver accolto le pressioni che Tel Aviv sta facendo sui principali alleati in Europa – la Repubblica Ceca e, appunto, l’Italia – dopo il voto all’Unesco che Israele descrive come una negazione dei legami tra gli ebrei e la Spianata delle Moschee, il sito religioso islamico che secondo gli ebrei coincide con il Monte del biblico Tempio distrutto duemila anni fa.
Il presidente del consiglio italiano deve sapere che si è accalorato tanto per qualcosa, lo status del luogo santo, che Israele non può mutare, se non vuole andare alla rottura delle relazioni con la Giordania, sua strettissima alleata, e scatenare reazioni ovunque nel mondo arabo-islamico perdendo le amicizie che si è costruito dietro le quinte in questi anni.
Quando sul tavolo ci sono le moschee di al Aqsa e della Roccia nessun re, principe e presidente musulmano può mostrarsi compiacente, la difesa del luogo santo è sicura ed automatica. Netanyahu lo sa bene. La monarchia hashemita, discendente dalla famiglia di Maometto, si considera custode di Haram al Sharif, la Spianata delle moschee. E ha già fatto la voce grossa un anno fa di fronte alle “visite” al sito da parte di militanti della destra religiosa israeliana, obbligando Netanyahu a rispettare lo status deciso quasi 50 anni fa, dopo l’occupazione di Gerusalemme est da parte di Israele, che non nega ai fedeli di altre fedi di visitare il sito ma riserva il diritto di pregarvi solo ai musulmani.
A Gerusalemme gli ebrei pregano al Muro del Pianto, i cristiani al Santo Sepolcro e i musulmani alla Spianata. Rompere questo equilibrio scatenerebbe reazioni imprevedibili. E Renzi farebbe bene a domandarsi cosa accadrebbe se i musulmani o i cristiani chiedessero di pregare al Muro del Pianto che pure è parte della Spianata/Monte del Tempio. Lo status quo perciò è la condizione migliore per le tre fedi monoteistiche a Gerusalemme e l’Unesco – al di là del tono del testo e dei toponimi islamici usati nella risoluzione – non ha fatto altro che ribadirlo e richiamare Israele al suo rispetto.
La risoluzione dell’agenzia dell’Onu approvata martedì scorso, condanna le presunte visite di preghiera degli attivisti israeliani e chiede al governo Netanyahu di adottare misure per prevenire provocazioni che violano l’integrità delle moschee. Denuncia gli scavi fatti e le infrastrutture costruite unilateralmente da Israele nell’area che riguarda anche la Spianata delle Moschee. Più di tutto il documento dell’Unesco ribadisce che Israele è la potenza occupante a Gerusalemme est. Il testo perciò è in linea con il diritto internazionale e le risoluzioni dell’Onu 242 e 338 votate dopo la Guerra dei Sei Giorni.
Le violazioni dello status quo sono sempre sfociate in violenze con morti e feriti. Nell’ottobre 1990 il progetto di una organizzazione messianica israeliana di cominciare la costruzione del Tempio sulla Spianata causò scontri tra dimostranti e polizia che si conclusero con la strage di 20 palestinesi. Nel settembre 2000 la famosa “passeggiata” dell’ex premier israeliano Ariel Sharon sulla Spianata innescò la seconda Intifada palestinese.
Fonte
In meno di una decina di giorni Renzi ha pareggiato a livello internazionale la quantità di danni fatti a casa, c'è di che rallegrarsene.
«Ringraziamo e ci felicitiamo con il governo italiano per questa importante dichiarazione». Con queste parole del portavoce del ministero degli esteri, Emmanuel Nahshon, Israele ha applaudito alle parole del presidente del consiglio italiano Matteo Renzi che ha definito «allucinante» la recente risoluzione dell’Unesco sullo status della Spianata delle mosche, risoluzione sulla quale l’Italia si è astenuta, in linea con la posizione europea.
Secondo Renzi, che ha addossato ogni responsabilità al ministro degli esteri Gentiloni, accusandolo di aver votato «in automatico», «Non si può continuare con queste mozioni finalizzate ad attaccare Israele». Il premier ha lanciato un avvertimento: «Se c’è da rompere su questo l’unità europea che si rompa».
Renzi si dice addirittura pronto a rompere con l’Ue. Lo farebbe per Israele e non per le politiche scellerate dell’Europa a guida tedesca che penalizzano lo sviluppo, il lavoro, la ripresa economica a danno anche di milioni di essere umani. In realtà non si deve dare peso eccessivo a questo gesto, quasi una boutade, che non ha alcun valore politico concreto e che vuole solo riaffermare l’alleanza con il governo Netanyahu, è un modo per dire «presente, ho fatto la mia parte».
Renzi ha segnalato di aver accolto le pressioni che Tel Aviv sta facendo sui principali alleati in Europa – la Repubblica Ceca e, appunto, l’Italia – dopo il voto all’Unesco che Israele descrive come una negazione dei legami tra gli ebrei e la Spianata delle Moschee, il sito religioso islamico che secondo gli ebrei coincide con il Monte del biblico Tempio distrutto duemila anni fa.
Il presidente del consiglio italiano deve sapere che si è accalorato tanto per qualcosa, lo status del luogo santo, che Israele non può mutare, se non vuole andare alla rottura delle relazioni con la Giordania, sua strettissima alleata, e scatenare reazioni ovunque nel mondo arabo-islamico perdendo le amicizie che si è costruito dietro le quinte in questi anni.
Quando sul tavolo ci sono le moschee di al Aqsa e della Roccia nessun re, principe e presidente musulmano può mostrarsi compiacente, la difesa del luogo santo è sicura ed automatica. Netanyahu lo sa bene. La monarchia hashemita, discendente dalla famiglia di Maometto, si considera custode di Haram al Sharif, la Spianata delle moschee. E ha già fatto la voce grossa un anno fa di fronte alle “visite” al sito da parte di militanti della destra religiosa israeliana, obbligando Netanyahu a rispettare lo status deciso quasi 50 anni fa, dopo l’occupazione di Gerusalemme est da parte di Israele, che non nega ai fedeli di altre fedi di visitare il sito ma riserva il diritto di pregarvi solo ai musulmani.
A Gerusalemme gli ebrei pregano al Muro del Pianto, i cristiani al Santo Sepolcro e i musulmani alla Spianata. Rompere questo equilibrio scatenerebbe reazioni imprevedibili. E Renzi farebbe bene a domandarsi cosa accadrebbe se i musulmani o i cristiani chiedessero di pregare al Muro del Pianto che pure è parte della Spianata/Monte del Tempio. Lo status quo perciò è la condizione migliore per le tre fedi monoteistiche a Gerusalemme e l’Unesco – al di là del tono del testo e dei toponimi islamici usati nella risoluzione – non ha fatto altro che ribadirlo e richiamare Israele al suo rispetto.
La risoluzione dell’agenzia dell’Onu approvata martedì scorso, condanna le presunte visite di preghiera degli attivisti israeliani e chiede al governo Netanyahu di adottare misure per prevenire provocazioni che violano l’integrità delle moschee. Denuncia gli scavi fatti e le infrastrutture costruite unilateralmente da Israele nell’area che riguarda anche la Spianata delle Moschee. Più di tutto il documento dell’Unesco ribadisce che Israele è la potenza occupante a Gerusalemme est. Il testo perciò è in linea con il diritto internazionale e le risoluzioni dell’Onu 242 e 338 votate dopo la Guerra dei Sei Giorni.
Le violazioni dello status quo sono sempre sfociate in violenze con morti e feriti. Nell’ottobre 1990 il progetto di una organizzazione messianica israeliana di cominciare la costruzione del Tempio sulla Spianata causò scontri tra dimostranti e polizia che si conclusero con la strage di 20 palestinesi. Nel settembre 2000 la famosa “passeggiata” dell’ex premier israeliano Ariel Sharon sulla Spianata innescò la seconda Intifada palestinese.
Fonte
In meno di una decina di giorni Renzi ha pareggiato a livello internazionale la quantità di danni fatti a casa, c'è di che rallegrarsene.
29/09/2015
I bombardamenti sauditi polverizzano il patrimonio dello Yemen
di Chiara Cruciati – Il Manifesto
La guerra contro lo Yemen è una guerra occulta: oltre 4mila morti, 1 milione di sfollati interni, 21 milioni di persone senza accesso costante a cibo e acqua. Alla devastazione subita dalla popolazione civile se ne aggiunge un’altra: quella alle immense ricchezze archeologiche e architettoniche di un paese che è stato culla della civiltà araba e islamica. Sana’a, Marib, Aden: città, che ad ogni angolo narrano la storia del mondo arabo e il suo incontro con popoli asiatici e africani, sono in macerie. «Paradiso»: questo significa in arabo il nome Aden, la città portuale a sud, target dei violenti raid della coalizione anti-Houthi guidata dall’Arabia Saudita.
Quello che lo Stato Islamico sta facendo in Iraq e in Siria, cancellando Palmira e Nimrud, Riyadh lo sta facendo in Yemen, nel silenzio del mondo. Ne abbiamo parlato con Lamya Khalidi, archeologa staunitense di origini palestinesi al Centro Nazionale della Ricerca Scientifica (Cnrs) francese. Lamya ha vissuto in Yemen per otto anni e lo segue dal 2001. Oggi monitora i danni provocati dal conflitto in corso.
Dopo oltre cinque mesi di guerra, è possibile fare un bilancio dei siti distrutti o danneggiati, stimare le perdite per il patrimonio yemenita?
È difficile dare i dati esatti, neppure le autorità locali sono in grado di muoversi sul campo per documentare i danneggiamenti. Al momento, comunque, il bilancio è terribile. L’ultimo rapporto del Ministero degli Interni risale al 19 luglio e comprende 43 siti (moschee, siti archeologici e luoghi turistici). Ritengo che tale numero sia aumentato a dismisura negli ultimi due mesi a causa della violenza dei bombardamenti. È impossibile stimare il numero di reperti danneggiati o distrutti. Possiamo farlo nel caso del Museo di Dhamar, polverizzato in un bombardamento aereo: conoscevamo prima il numero di oggetti lì conservati, non servono altre stime, si è perso tutto. E non dimentichiamo che i raid, il caos e la povertà facilitano i saccheggiamento di siti e musei. Ci sono poi siti che sono stati bombardati più volte, come l’antica diga di Marib o i siti di Baraqish e Sirwah, risalenti al primo millennio a.C.
Tra i siti più noti, simboli dell’impatto della distruzione di un’eredità mondiale, quali sono ormai persi per sempre?
Vista l’ampiezza della distruzione, dobbiamo dividere i danni a patrimoni tangibili in cinque categorie: le città; i monumenti come moschee, cittadelle, forti; i siti archeologici; i reperti archeologici; e i musei.
Il museo di Dhamar è un significativo esempio della portata della perdita. Il museo ospitava decine di migliaia di reperti, alla cui catalogazione hanno lavorato molti archeologici yemeniti e stranieri. Si trovava in un sito archeologico, scavato prima della costruzione del museo. È stato polverizzato in un secondo, non riesco a capire come nessuno possa reagire. Se il museo nazionale egiziano del Cairo fosse bombardato, il mondo si mobiliterebbe, scioccato e disgustato. Quando il museo di Mosul è stato vandalizzato, i video hanno fatto il giro del mondo e la reazione della gente è stata durissima. Qui stiamo parlando di musei nazionali, istituzioni nazionali che proteggono tesori inestimabili.
I siti archeologici sono numerosi, molti sono stati colpiti all’inizio del conflitto dalla coalizione saudita e poi bombardati di nuovi, nonostante gli sforzi di Unesco e archeologi di proteggere un patrimonio mondiale. Tra questi la diga di Marib, ancora oggi target, è un’impresa del genio ingegneristico del primo millennio a.C. quando a governare lo Yemen era la dinastia Sabei. Un’altra città della stessa epoca, Baraqish, restaurata da un team italiano, è stata colpita solo pochi giorni fa: il tempio di Nakrah, completamente ristrutturato dagli italiani, il tempio di Athtar, le mura cittadine e anche la casa usata dal team, sono ridotti in macerie.
Se parliamo di città, classificate siti Unesco per la loro architettura mozzafiato, unica, la lista è lunga: è difficile trovare in Yemen un villaggio che non abbia la sua particolarità. Il più ovvio atto di vandalismo sono i raid contro le città vecchie di Sana’a e Shibam, entrambe patrimonio dell’umanità. Meno note sono Zabid, Saada e Wadi Dhahr, in lista per l’ingresso all’Unesco.
E poi ci sono i monumenti, moschee e cittadelle, tombe sacre, distrutti dai raid aerei o vandalizzati da gruppi come Isis e al Qaeda, che vi vedono forme di idolatria. Non è qualcosa di nuovo in Yemen: da quando ci lavoro, da 15 anni, i miliziani Wahhabi spesso arrivano dall’Arabia Saudita per distruggere l’eredità yemenita. Ma queste moschee e tombe sono parte di un’identità ricchissima e antica, che intreccia insieme l’Islam religioso e quello culturale.
Molti non sanno di quanto sia esteso il patrimonio yemenita, della sua universalità. È un paese con una cultura che è un mosaico di elementi, dall’Asia sudoccidentale, dall’Africa dell’Est, dal Medio Oriente. È un incredibile mix di popoli, suoni, sapori, estetica, architettura che si sono uniti naturalmente, in un modo bellissimo, con sullo sfondo uno dei paesaggi più vari al mondo. Ora tutto ciò è in pericolo.
Pensa che in futuro sarà possibile recuperare parte di questa eredità? O si tratta di danni irreparabili?
La principale tragedia sono le vittime civili e la profondità dei danni alle infrastrutture e alle case. Quando la crisi finirà, il recupero di questo patrimonio non sarà una priorità. In ogni caso, si potrà recuperare solo quello che esiste ancora. Quello che è stato distrutto, è perso per sempre, è insostituibile. I bombardamenti continui contro alcuni siti e la demolizione completa di altri lasciano ben poca speranza. Quello che l’Isis sta compiendo in Siria e Iraq contro i patrimoni locali è esattamente lo stesso di quello che Riyadh fa in Yemen.
Ci sono organizzazioni internazionali che stanno tentando di fare pressioni sui sauditi per proteggere questa eredità?
Quello che sta succedendo in Yemen sta avvenendo nel silenzio assoluto del mondo. Non c’è neppure una buona copertura mediatica. Intanto la gente è terrorizzata, i raid sono così violenti e colpiscono pesantemente le aree abitate, intere famiglie non sanno dove andare o cosa fare. Questa è la dimostrazione che la coalizione bombarda indiscriminatamente, senza preoccuparsi di vite umane, patrimonio o diritto internazionale. I racconti di amici e colleghi rimasti in Yemen mi ricordano l’attacco israeliano contro Gaza della scorsa estate.
Nel caso del patrimonio storico, i raid sono sì indiscriminati ma anche molto precisi. Alcuni siti sono nel mezzo del deserto, come la diga di Marib. Puoi colpirla solo con coordinate precise. E poi lo rifai, per settimane: è chiaramente una distruzione voluta perché quel sito non minaccia nessuno. Non ci sono strade vicino, né villaggi intorno. L’Unesco ha consegnato all’Arabia Saudita una lista di siti protetti, ma Riyadh è indifferente. La pressione che viene fatta sui sauditi è nulla: i tentativi di protezione non sono proporzionali al livello di distruzione. L’Unesco cerca di fare la sua parte ma non ha influenza. Nessuno ascolta.
In un editoriale sul New York Times, lei ha parlato di “vandalismo saudita”. Qual è l’obiettivo di Riyadh quando distrugge i simboli di un paese con una storia millenaria? Imporre la propria narrativa, la propria autorità?
Non so quale sia l’obiettivo, ma posso dire che si tratta di una distruzione calcolata: conosco questi siti, dove si trovano, quali sono abitati e quali no, e so che non è facile colpirli a meno che non lo si voglia. Dall’altro lato abbiamo città come Sana’a e Shibam, siti Unesco, chiaramente molto popolati: è evidente che siano affollati di civili e siano sede di un patrimonio importante. I sauditi, che in mano hanno una lista no-fly, non rispondono alle domande sul perché stanno compiendo una simile distruzione. Non penso lo faranno fino a quando i loro alleati, gli Stati Uniti e l’Europa, invieranno loro un equipaggiamento ad alta precisione che provoca distruzione di massa. Nessuno li sta accusando di crimini contro l’umanità. Si tratta di puro vandalismo, esattamente quello che compie l’Isis in Siria.
Fonte
21/09/2015
Yemen - La coalizione avanza, Sana'a rischia il suo passato
Un anno fa i ribelli Houthi occupavano Sana’a per protestare contro la loro esclusione dal famoso “dialogo nazionale” e chiedere la formazione di un nuovo governo: le Nazioni Unite si erano allora impegnate in un accordo che vedeva dei consiglieri Houthi entrare nel nuovo gabinetto. Nel gennaio scorso, a patto non rispettato, il gruppo sciita rientrava nella capitale e la occupava definitivamente. Oggi, dopo sei mesi di raid della coalizione anti-sciita guidata dall’Arabia Saudita, gli Houthi sono ancora a Sana’a e la guerra che il presidente yemenita Abd Rabbo Mansour Hadi ha preferito al dialogo ha causato quasi 5 mila vittime, secondo gli ultimi dati Onu.
Ma la fase finale del conflitto è alle porte: la coalizione guidata da Riyadh, che ai raid aerei cominciati lo scorso marzo ora affianca anche decine di migliaia di soldati a terra, è pronta a marciare su Sana’a. Dopo aver sferrato l’attacco su Ma’rib, dove due settimane fa gli Houthi avevano ucciso 60 tra soldati emiratini, sauditi e bahreiniti, ora i carri armati del Golfo si preparano a riconquistare la capitale yemenita con il supporto dei raid aerei.
I bombardamenti sono cominciati venerdì sera e hanno colpito varie zone della capitale, tra cui il Ministero dell’Interno, la residenza dell’ambasciatore dell’Oman, il campo delle Guardie d’Onore e il quartiere residenziale di al-Fulayihi, Patrimonio mondiale dell’Umanità. Secondo l’agenzia stampa Saba, controllata dagli Houthi, i morti sono stati 30 e i feriti oltre 120. Non è la prima volta che i jet sauditi aprono il fuoco sul centro storico di Sana’a, protetto dall’Unesco: lo scorso giugno un raid aveva sbriciolato tre antichi edifici nel quartiere di al-Qassimi.
A quanto pare, gli appelli dell’Unesco a difendere il patrimonio architettonico del paese si sono rivelati inutili. Secondo Anna Paolini, rappresentante dell’agenzia Onu in Yemen e nel Golfo intervistata dal portale Middle East Eye, “nonostante la tecnologia avanzata di cui dispone l’Arabia Saudita, in guerra, come abbiamo visto in Iraq, non c’è mai una precisione al 100 per cento nel colpire gli obiettivi”. La Convenzione del 1954 per la “Protezione della proprietà culturale in caso di conflitto armato”, poi, non viene rispettata da nessuna delle parti: “Gli Houthi nascondono le armi negli edifici storici – ha aggiunto – e questo li rende un obiettivo per i raid”.
E’ insorto il Comune di Sana’a: in un comunicato diffuso sabato dalla Saba, il consiglio cittadino ha denunciato “l’attacco barbarico” perpetrato dalla coalizione anti-Houthi contro la Città Vecchia, definito “non solo un attacco contro gli yemeniti, la loro storia e la loro civiltà” ma anche contro “la storia e il patrimonio del mondo”. Ma è solo l’inizio: nonostante gli Houthi si siano detti pronti al dialogo, il presidente Hadi ha rifiutato nuovamente la proposta fatta dall’inviato Onu in Yemen Ismail Ould Cheikh Ahmad per un tavolo negoziale tra fazioni yemenite e paesi della regione. Tremano gli abitanti di Sana’a: “L’Arabia Saudita – ha detto uno di loro a Middle East Eye – distruggerà tutto”.
Fonte
03/01/2015
Una Tav anche sotto le ville palladiane venete?
La
contrarietà al modo sbrigativo con cui vengono decise opere
infrastrutturali di dubbia o nulla utilità anima non solo trinariciuti
movimenti annidati tra le vette della ValSusa (cui va come sempre il
nostro totale appoggio), ma anche in ambienti competenti e niente
affatto "antagonisti". Questa denuncia proveniente da Vicenza svela un tassello di una strategia di sperpero di risorse pubbliche all'unico
scopo di ingrassare le solite aziende "specializzate" in alta velocità
ferroviaria.
Questa volta, a dover venire danneggiato, non è una valle, ma un patrimonio culturale e artistico di prim'ordine.
*****
TAV, TUNNEL SOTTO LE
VILLE VENETE A VICENZA: IL MINISTERO DEI BENI CULTURALI METTE IN MORA
IL COMUNE DI VICENZA PER L'IMPATTO DELL'OPERA SUL SITO UNESCO
La lettera (che alleghiamo in forma integrale), firmata da direttore dell'Ufficio Unesco del MiBACT Gianni Bonazzi, arriva dopo che una missiva della prof. Francesca Leder, docente dell'Università di Ferrara e membro di OUT – osservatorio urbano-territoriale Vicenza – aveva segnalato il 30 dicembre scorso all'UNESCO la forte preoccupazione destata dal progetto ferroviario promosso dal Comune di Vicenza, dalla Camera di Commercio e sostenuto dal Ministero delle Infrastrutture.
Per la seconda volta in pochi mesi (agosto e dicembre) gli uffici centrali di Parigi dell'UNESCO e quelli del Ministero dei Beni Culturali sono stati interpellati e sollecitati perché si esprimessero sulla compatibilità di progetti della portata di quello relativo all'insediamento di Borgo Berga, ad un passo dalla Rotonda e dal centro storico di Vicenza (prima segnalazione), e del tracciato dell'Alta Velocità/Alta Capacità, con tutto il corredo di opere complementari (seconda segnalazione), fermamente volute da questa Amministrazione, così come affermato pubblicamente dal Sindaco di Vicenza Achille Variati e confermato dalle azioni messe in campo sinora.
Opere che considerano necessario la realizzazione di un tunnel carrabile che attraversa longitudinalmente Monte Berico, la collina che domina la città storica, per sbucare proprio sotto la Villa Valmarana ai Nani (universalmente nota per i suoi meravigliosi affreschi del Tiepolo) distruggendo così, in modo definitivo, quel brano di paesaggio culturale che comprende le ville palladiane e il loro intorno.
La cosa più deprecabile è l'assoluta indifferenza nei confronti degli impegni presi dal Comune di Vicenza
attraverso la firma della convenzione internazionale per la
conservazione del patrimonio culturale sottoscritta all'atto del
riconoscimento (nel 1994 e nel 1996) e rinnovata anche negli ultimi mesi
grazie ad una verifica dello stato di conservazione del patrimonio
culturale palladiano.
I cittadini e le associazioni ambientaliste sono lasciati soli nell'impegno della tutela del bene mondiale: oggi come nei mesi scorsi tacciono le istituzioni culturali cittadine, prestigiose realtà come il CISA, il Centro Internazionale di Studi "Andrea Palladio", che ha il compito di difendere l'opera palladiana essendo questa la ragione stessa dell'esistenza del Centro.
Con questa lettera si è chiesto un intervento deciso da parte degli organi nazionali e internazionali competenti e una messa in mora del comportamento dell'Amministrazione comunale incapace di assumere appieno questa importante e delicata responsabilità di coordinare le azioni di tutela dell'intero complesso del patrimonio palladiano, bene culturale mondiale UNESCO.
La risposta è arrivata a breve giro di posta e questo per i cittadini e le associazioni riunite in OUT è un importante segnale culturale e politico con il quale l'Amministrazione comunale non può non fare i conti.
IN ALLEGATO LA SEGNALAZIONE INVIATA DA OUT ALL'UNESCO E LA LETTERA INVIATA DAL MIBACT AL COMUNE DI VICENZA.
PER CONTATTARE OUT: scrivere a osservatoriourbanovi@gmail.com
OUT Osservatorio urbano/territoriale di Vicenza è un tavolo di
discussione sui temi dell’urbanistica promosso dalle associazioni
Civiltà del Verde, Italia Nostra (Sezione di Vicenza) e Legambiente
Vicenza in collaborazione con comitati e singoli cittadini.
Info: http://osservatoriourbanovi.
Fonte
10/11/2013
Israele e USA fuori dall'UNESCO
Stati Uniti e Israele non avranno più diritto di voto all'Unesco. E'
quanto ha deciso ieri l'agenzia Onu per l'istruzione, la cultura e la
scienza come conseguenza del mancato pagamento delle quote di
finanziamento da parte dei due Stati, in protesta all'ammissione della
Palestina come stato membro dell'Unesco nell'ottobre del 2011.
L'annuncio ufficiale sarà dato oggi nella sessione plenaria dell'agenzia Onu, che aveva concesso a Israele e Stati Uniti la data-limite dell'8 novembre per giustificare il mancato pagamento della quota di adesione negli ultimi due anni e presentare un piano di rientro del debito. "Gli Stati Uniti non hanno presentato i documenti - ha detto una fonte interna all'agenzia all'AFP - quindi hanno perso automaticamente i loro diritti". "Ci spiace molto - ha dichiarato la direttrice dell'Unesco Irina Bokova - ma sono le regole: questo ha un impatto su tutti i nostri programmi".
Washington, maggior contributore dell'agenzia con sede a Parigi, versava annualmente circa 240 milioni di dollari, ovvero il 22 per cento dell'intero budget: il mancato pagamento ha avuto effetti devastanti sui programmi dell'Unesco, il cui budget, da oltre 650 milioni di dollari, si è ridotto a 507 con l'assenza delle quote americane e israeliane. L'agenzia ha dovuto effettuare tagli sui programmi e sul personale, che nel 2012 ammontava a 2.100 persone sparse tra l'ufficio centrale di Parigi e le sedi distaccate dei quattro angoli del mondo. La stessa Bokova, rieletta un mese fa, aveva raccolto 75 milioni di dollari nel tentativo di combattere la crisi finanziaria dell'agenzia.
Remissiva la risposta statunitense. "Gli Stati Uniti - ha annunciato la portavoce del Dipartimento di Stato Jen Psaki - intendono continuare il loro impegno all'Unesco in ogni modo possibile, partecipando alle riunioni e ai dibattiti". Ha aggiunto poi che il presidente Usa Barack Obama sta chiedendo al Congresso l'autorizzazione a scongelare i pagamenti all'agenzia Onu. Una mossa azzardata per Obama, che va a toccare la legislazione americana: due leggi approvate negli anni '90 dagli Usa vietano infatti specificatamente il finanziamento di qualsiasi organizzazione Onu che accetti la Palestina come membro a pieno titolo.
Non è la prima rottura tra Stati Uniti e Unesco: nel 1984, l'allora presidente Ronald Reagan ritirò la delegazione statunitense per protestare contro le politiche dell'agenzia, che in piena Guerra Fredda aveva avviato dei programmi di comunicazione e istruzione destinati a guidare i Paesi in via di sviluppo in modo paritario e "neutrale" rispetto ai due blocchi. Gli Stati Uniti allora accusarono l'agenzia di anti-americanismo e di non aver abbracciato i valori del mondo occidentale. E rientrarono solo nel 2003.
Impassibile, invece, la risposta israeliana: "Lo sapevamo ed eravamo pronti - ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri israeliano Ygal Palmor - è conseguenza della nostra scelta di due anni fa". D'altronde, Tel Aviv ha sempre fatto capire di non aver bisogno del controllo dell'Unesco sui programmi di istruzione e sulla supervisione dei siti presenti sul suo territorio: lo scorso maggio le autorità israeliane avevano addirittura vietato l'ingresso a una delegazione dell'Unesco che doveva condurre un'analisi sullo stato di conservazione dei siti della città vecchia di Gerusalemme. La scusa era stata la "politicizzazione dell'evento" da parte dei palestinesi: lamentavano la "giudaizzazione" della Città Santa occupata, dove la distruzione dei luoghi storici dei palestinesi è diventata prassi comune per far posto a monumenti forzatamente restituiti all'attualità che garantiscano il "carattere ebraico" della città.
Fonte
L'annuncio ufficiale sarà dato oggi nella sessione plenaria dell'agenzia Onu, che aveva concesso a Israele e Stati Uniti la data-limite dell'8 novembre per giustificare il mancato pagamento della quota di adesione negli ultimi due anni e presentare un piano di rientro del debito. "Gli Stati Uniti non hanno presentato i documenti - ha detto una fonte interna all'agenzia all'AFP - quindi hanno perso automaticamente i loro diritti". "Ci spiace molto - ha dichiarato la direttrice dell'Unesco Irina Bokova - ma sono le regole: questo ha un impatto su tutti i nostri programmi".
Washington, maggior contributore dell'agenzia con sede a Parigi, versava annualmente circa 240 milioni di dollari, ovvero il 22 per cento dell'intero budget: il mancato pagamento ha avuto effetti devastanti sui programmi dell'Unesco, il cui budget, da oltre 650 milioni di dollari, si è ridotto a 507 con l'assenza delle quote americane e israeliane. L'agenzia ha dovuto effettuare tagli sui programmi e sul personale, che nel 2012 ammontava a 2.100 persone sparse tra l'ufficio centrale di Parigi e le sedi distaccate dei quattro angoli del mondo. La stessa Bokova, rieletta un mese fa, aveva raccolto 75 milioni di dollari nel tentativo di combattere la crisi finanziaria dell'agenzia.
Remissiva la risposta statunitense. "Gli Stati Uniti - ha annunciato la portavoce del Dipartimento di Stato Jen Psaki - intendono continuare il loro impegno all'Unesco in ogni modo possibile, partecipando alle riunioni e ai dibattiti". Ha aggiunto poi che il presidente Usa Barack Obama sta chiedendo al Congresso l'autorizzazione a scongelare i pagamenti all'agenzia Onu. Una mossa azzardata per Obama, che va a toccare la legislazione americana: due leggi approvate negli anni '90 dagli Usa vietano infatti specificatamente il finanziamento di qualsiasi organizzazione Onu che accetti la Palestina come membro a pieno titolo.
Non è la prima rottura tra Stati Uniti e Unesco: nel 1984, l'allora presidente Ronald Reagan ritirò la delegazione statunitense per protestare contro le politiche dell'agenzia, che in piena Guerra Fredda aveva avviato dei programmi di comunicazione e istruzione destinati a guidare i Paesi in via di sviluppo in modo paritario e "neutrale" rispetto ai due blocchi. Gli Stati Uniti allora accusarono l'agenzia di anti-americanismo e di non aver abbracciato i valori del mondo occidentale. E rientrarono solo nel 2003.
Impassibile, invece, la risposta israeliana: "Lo sapevamo ed eravamo pronti - ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri israeliano Ygal Palmor - è conseguenza della nostra scelta di due anni fa". D'altronde, Tel Aviv ha sempre fatto capire di non aver bisogno del controllo dell'Unesco sui programmi di istruzione e sulla supervisione dei siti presenti sul suo territorio: lo scorso maggio le autorità israeliane avevano addirittura vietato l'ingresso a una delegazione dell'Unesco che doveva condurre un'analisi sullo stato di conservazione dei siti della città vecchia di Gerusalemme. La scusa era stata la "politicizzazione dell'evento" da parte dei palestinesi: lamentavano la "giudaizzazione" della Città Santa occupata, dove la distruzione dei luoghi storici dei palestinesi è diventata prassi comune per far posto a monumenti forzatamente restituiti all'attualità che garantiscano il "carattere ebraico" della città.
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