Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/05/2017

Concorso Beni Culturali: ecco i rilievi del Tar che non avete ancora letto

Non si tratta di un errore burocratico. I rilievi fatti dal Tar del Lazio, in merito al concorso espletato dal Ministero dei Beni Culturali per la nomina dei Direttori dei 20 super musei italiani, non riguardano solo la nazionalità dei concorrenti (all’epoca del bando la legge italiana prevedeva che i dirigenti di Stato fossero di nazionalità italiana e il Ministro Franceschini era tenuto o a rispettare tale legge, oppure a promuoverne la modifica, ma non poteva ignorarla, come ha fatto). Essi fanno emergere almeno altre due questioni di ben altro peso e altra natura.

La prima concerne il fatto che i colloqui orali si sono svolti a porte chiuse e alcuni addirittura via skype, impedendo così la dovuta possibilità di controllo su come si siano realmente svolti tali esami e infrangendo una basilare legge a tutela della trasparenza in democrazia, secondo la quale tutti gli atti di un concorso pubblico devono essere pubblici.

La seconda questione denuncia gravi irregolarità riguardo ai criteri di assegnazione del punteggio. Si legge infatti: “Tali riflessioni, accompagnate dall’oscura circostanza che l’accorpamento con suddivisione in tre sottoclassi del punteggio previsto per il colloquio dei candidati ammessi alla decina è avvenuto ben dopo la individuazione, da parte della commissione di valutazione, dei criteri di assegnazione dei punteggi per le singole voci valutative nelle quali ripartire i 100 punti a disposizione: infatti, mentre (come si è già più volte ricordato) il meccanismo di assegnazione dei punteggi ai titoli presentati dai candidati è stato definito nella seduta della commissione tenutasi il 5 maggio 2015, i criteri di distribuzione dei venti punti (al massimo), da assegnare nel corso dei colloqui a coloro che erano stati selezionati per avere ingresso nella decina sono stati definiti nella seduta dell’11 luglio quando erano già noti i nomi dei candidati scrutinandi”.

In poche parole, quindi, si sono stabilite le regole del gioco a gioco già iniziato e dopo aver saputo quali carte ogni giocatore aveva in mano. Si potrebbe anche dire che se il candidato che si desiderava sostenere avesse inserito in curriculum di aver seguito un corso di danza cubana, sarebbe bastato stabilire che nel colloquio orale le competenze sulla danza cubana valevano il massimo assegnabile, cioè venti punti, per dargli un vantaggio che chiunque altro concorrente difficilmente avrebbe potuto colmare.

Per assurdo, ovvio. Ma qualcosa di non troppo dissimile deve essere pur accaduto, se colui che ha Diretto gli Uffizi per tanti anni senza generale scandalo e senza che mai il Ministero stesso gli avesse rivolto alcuna ammonizione non ha ricevuto nemmeno il punteggio necessario a entrare nella terna da proporre al Ministro e se alcune persone del tutto ignote e con curricula esilissimi o poco pertinenti siano state messe a dirigere istituti di grande peso. Del resto in tutta la lunga e circostanziata sentenza del Tar (che invitiamo a leggere per intero) si palesa lo sconcerto dei giudici di fronte alle modalità non certo chiare con cui si è svolto il concorso in ogni sua fase, ad esempio quando si parla di “...magmatica riconduzione dei 20 punti di massima assegnazione ai candidati della decina ammessi al colloquio...” o di “...illegittimità derivata dalle conclamate patologie che hanno corroso le frazionate procedure selettive...”.

Rimane infine da chiederci come è stato presentato tutto questo dalla stampa. Pressoché all’unanimità con titoli incentrati sullo scandalo che il Tar non permette direttori stranieri per i musei italiani. A parte che il Ministro Franceschini dovrebbe imparare a fare o a farsi fare leggi che non vadano contro quelle già (a torto o a ragione) esistenti, giudichi ognuno dove sta il vero scandalo di questa storia: nella sentenza del Tar, nelle modalità del concorso o nella manipolazione della notizia?

da http://www.perunaltracitta.org

Franca Falletti è nata e vissuta a Firenze. Laureata in Storia dell’Arte medioevale e moderna presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze con Roberto Salvini e Ugo Procacci e perfezionata nella stessa materia e presso la medesima facoltà, ha inizialmente svolto attività di libera professione collaborando con studiosi e Istituzioni nel campo della ricerca, della catalogazione e della didattica. Dal giugno 1980 funzionario direttivo della Soprintendenza per i beni artistici e storici delle province di Firenze, Pistoia e Prato, dal dicembre del 1981 è stata vicedirettrice della Galleria dell’Accademia e dal marzo 1992 Direttrice del medesimo museo fino al 28 febbraio 2013.

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26/05/2017

Montanari: “Sui musei il pasticcio non è il Tar ma la fretta di Franceschini”

Uno storico dell’arte, Tomaso Montanari, prende parola sul vespaio sollevato da una sentenza del Tar relativa alla nomina di dirigenti stranieri in alcuni importanti musei italiani. Il Tar afferma che quella decisione ha violato la legge esistente e che si è agito con fretta sospetta. L’autore della decisione il ministro Franceschini, insieme al suo sponsor Renzi, evocano l’idea che a questo punto vadano sciolti i Tar e violata la legge piuttosto che “fare brutta figura”. Un rovesciamento di responsabilità che la dice lunga sulla coerenza costituzionale di ministri e dirigenti nel nostro paese. L’unica vera critica al Tar, semmai, è quella di essere stato tardivo nel pronunciarsi. Lo storico dell’arte Tommaso Montanari è sempre stato piuttosto severo con il Ministro dei Beni Culturali. Ma ha ragioni da vendere. E’ sufficiente rammentare il doppio pasticcio sul Colosseo (sia con la generosa concessione ai privati che incassano l’80% degli introiti dei biglietti, sia con lo scippo contro il Comune di Roma), oppure lo scandalo degli “scontrinisti” alla Biblioteca Nazionale, o ancora il generosissimo regime di concessioni ai privati nella gestione dell’immenso, prezioso e pubblico patrimonio museale del nostro paese.

E’ dalla famigerata Legge Ronchey, varata durante il furore privatizzatore e ultraliberista dei governi di metà anni Novanta, che il patrimonio pubblico in materia archeologica, museale e culturale nel nostro paese è stato prima lasciato degradare per poterlo poi privatizzare nei fatti. I benefici che trae il paese si limitano a quelli dei grandi eventi e magari dell’immagine, ma sul piano delle risorse, queste prendono sempre più la strada degli interessi privati piuttosto che distribuirsi nella società.

Sulla questione delle nomine dei direttori dei musei, lasciamo parlare Tommaso Montanari che nel suo blog sull’Huffington Post ha scritto “cose che noi umani dovremmo conoscere”, a fondo.

***** 


di Tomaso Montanari

“Vorrei ringraziare sinceramente Dario Franceschini, Matteo Renzi e Andrea Orlando. Le loro dichiarazioni di oggi mi hanno ringiovanito, riportandomi come per incanto all’Italia di vent’anni fa. Quando un pugnace Silvio Berlusconi attaccava frontalmente ogni giudice che gli desse torto, minacciando sfracelli e facendo rivoltare nella tomba il povero Montesquieu, che aveva ben spiegato perché il potere giudiziario, quello legislativo e quello esecutivo dovessero stare ben divisi.

E ora siamo daccapo. Il Tar del Lazio boccia impietosamente la “riforma” dei musei di Franceschini? Renzi tuona su facebook: “Non abbiamo sbagliato perché abbiamo provato a cambiare i musei: abbiamo sbagliato perché non abbiamo provato a cambiare i Tar!”.

Gli fa eco l’alternativa, cioè Orlando: “I Tar andrebbero cambiati“. E Franceschini si scaglia contro i giudici:“Sono preoccupato per la figura che l’Italia fa nel resto del mondo, e per le conseguenze pratiche perché da oggi alcuni musei sono senza direttore”.

Ma possibile che nessuno di costoro senta invece il bisogno di scusarsi? Di dimostrare un po’ di umiltà, invece di sfoderare una simile arroganza?

Il punto è molto semplice: una legge (non fascista: novellata nel 2001) dice che i posti della dirigenza pubblica sono riservati a chi ha la cittadinanza italiana. Si potrà discutere sulla sua bontà. Io non la trovo insensata: dai dirigenti dipendono molti posti di lavoro, sistemi complessi. In molti casi ci sono in gioco settori strategici. Ed è così in tutti i paesi. Franceschini grida che la National Gallery è diretta da un italiano: ma si dimentica di dire che quell’italiano è cittadino britannico.

E in ogni caso: se a un ministro una legge non piace, può chiedere al Parlamento di cambiarla. E Franceschini aveva i numeri per farlo. Se invece firma un atto che la aggira o peggio la vìola, può capitare che un giudice amministrativo annulli quell’atto. È la democrazia, bellezza! E io me ne sento garantito.

Non sarà il caso di cominciare a dire che non basta fare le cose, ma bisogna anche farle bene? La riforma Madia è stata massacrata dal Consiglio di Stato e dalla Corte Costituzionale, la riforma costituzionale è stata respinta dal popolo italiano: ma non sarebbe stato meglio farle bene, quelle riforme, invece che gridare contro chi ha dovuto constatarne il fallimento? Non è che la figuraccia dell’Italia l’ha causata un ministro incompetente circondato da incapaci?

E poi c’è un punto di merito. Il Tar dice che i colloqui per selezionare i direttori sono stati troppo frettolosi, e sono stati celebrati a porte chiuse. E che dunque i diritti dei concorrenti non sono stati rispettati. Se è vero è una cosa grave. E io so che è vero.

Quel concorso è stato condotto malissimo, ai limiti della farsa, per la stessa ragione per cui Franceschini non ha cambiato la legge: per la maledetta fretta mediatica di poter dire che aveva fatto qualcosa.

La commissione ha avuto (nella migliore delle ipotesi) nove minuti per leggere e valutare ogni curriculum e quindici minuti (questo è un dato ufficiale) per il colloquio che ha deciso la sorte degli Uffizi, o di Capodimonte.

Un elemento di comparazione: per scegliere l’ex direttore della Galleria Estense Davide Gasparotto come curatore della collezione di dipinti, il Getty Museum di Los Angeles ha ritenuto necessari un’intervista preliminare di 2 ore, un colloquio privato col direttore di 2 ore, due visite di tre giorni durante le quali il candidato ha trascorso molto tempo col direttore e il vicedirettore, e poi un lungo colloquio col presidente dei Trustee.

E in questo caso era un direttore di museo che diventava curatore di sezione: mentre noi abbiamo fatto il contrario (abbiamo preso direttori che in quasi tutti i casi non erano mai stati tali, ma al massimo conservatori di sezioni di musei secondari) in un quarto d’ora. La commissione contava solo due tecnici (un archeologo e uno storico dell’arte, entrambi professionalmente non italiani), accanto a una manager museale, a un rappresentante diretto del ministro stesso (l’autore materiale della riforma e consigliere giuridico principale del ministro) e a un presidente non proprio terzo rispetto alle volontà ministeriali (perché contestualmente confermato alla guida della Biennale di Venezia con una deroga alla legislazione vigente decisa dal governo).

Franceschini si trincera dietro i dati dell’affluenza ai musei: che però non dipendono certo dalla sua riforma (o pensiamo che gli australiani vadano gli Uffizi per la riforma Franceschini?), ma dalla congiuntura internazionale legata al terrorismo che vede crollare il turismo in Francia e nel Mediterraneo, e lo spinge nel nostro Paese, ritenuto più sicuro.

E poi: siamo sicuri che i musei si misurino solo con i numeri? A Brera moltissime tavole del Rinascimento hanno subito gravi danni a causa della noncuranza del nuovo direttore. Palazzo Pitti è diventato una cava di opere di pregio concesse in prestito per ragioni politiche, e un set da addii al celibato privati di lusso. Al Palazzo Ducale di Mantova si fa la fiera del mobile. E da nessuna parte si fa più ricerca, cioè non si produce più conoscenza. I musei assomigliano ormai a luna park pregiati: e a rimetterci sono i cittadini comuni, che non hanno molte altre occasioni di crescere culturalmente.

Il prossimo ministro per i Beni culturali dovrà smontare la “riforma” Franceschini pietra per pietra, errore per errore. Questa sentenza del Tar può essere un buon inizio.

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27/04/2017

La “guerra” del Colosseo. Governo e giunta Raggi ai ferri corti

Oggi alla Camera, il ministro dei Beni e delle Attività culturali, Dario Franceschini, risponderà nel question time alla interrogazione dei deputati del Pd i quali chiedono di sapere “se rispondono al vero le affermazioni della sindaca Virginia Raggi secondo le quali il decreto relativo all’istituzione del Parco Archeologico del Colosseo sarebbe lesivo degli interessi e delle competenze del Comune di Roma Capitale”.

In una conferenza stampa tenuta alcuni giorni fa, la sindaca aveva preannunciato un ricorso da parte dell'Amministrazione comunale contro il Decreto governativo che ha istituito il Parco archeologico del Colosseo, denunciando che l'atto unilaterale del Ministero sarebbe “lesivo degli interessi di Roma Capitale e produrrebbe una forte diminuzione delle risorse finanziarie dello Stato destinate alla tutela e valorizzazione del patrimonio culturale della Città di Roma”. Sullo “scippo” del Colosseo, sembra proprio che la sindaca Raggi abbia ragioni da vendere, tanto che anche un parlamentare romano come Walter Tocci, storico del Pci/Ds/PD, ex vicesindaco di Roma e membro della Commissione Cultura, ha bollato il provvedimento del ministero come "pastrocchio Franceschini".

A dare manforte alle ragioni della giunta comunale è arrivato anche il critico d’arte Tommaso Montanari che accusa la “post-verità di Franceschini” (ormai si dice elegantemente post-verità ma l’equivalente sarebbe “bugia”, ndr). Secondo Montanari “Come dimostra anche l’aggressiva operazione con la quale il ministro ha sfilato al Comune le Scuderie del Quirinale, siamo di fronte ad una precisa strategia: fare del Collegio Romano il vero centro decisionale della politica culturale romana. Se si aggiunge il fatto che la moglie di Franceschini guida l’opposizione Pd in Campidoglio ce n’è abbastanza per innescare uno scontro frontale”. Insomma parole pesanti come pietre sulle quali rincara la dose: “Lo “scippo” del Colosseo è la pietra tombale sul progetto di Antonio Cederna: un unico parco civico e archeologico che unisse l’Appia ai Fori senza soluzione di continuità. È dunque naturale che il sindaco reagisca”.

Ed a fianco del ricorso al Tar presentato dalla sindaca Raggi, si schiera anche il consigliere di opposizione di Sinistra per Roma, Stefano Fassina affermando che “Di fronte all’arroganza di un governo che va avanti nonostante le posizioni espresse da chi amministra il territorio e da una nutritissima e qualificatissima schiera di esperti, il ricorso al Tar per chiedere l’annullamento del decreto del Mibact delibera sul parco archeologico del Colosseo è giusto e necessario”.

L’azione unilaterale del governo sulla gestione dei beni archeologici e culturali di Roma (per onestà occorre dire che non è il primo governo a farlo), è rivelatrice di una guerra in corso da tempo sulla gestione di quello che viene definito “l’oro di Roma”, ossia il turismo che deriva dal suo immenso e mozzafiato patrimonio archeologico. Una dannazione che risale alla maledetta Legge Ronchey del 1995, l'epoca dei maledetti governi di Maastricht e del liberismo all'amatriciana (non meno violento e dannoso di quello di stampo anglosassone) che hanno spianato la strada alla privatizzazione anche in questo settore.

Come abbiamo denunciato con una nostra inchiesta nei mesi scorsi, il Comune di Roma e soprattutto gli abitanti della Capitale ricevono dei benefici minimi, talvolta irrisori, dalla maggiore risorsa a disposizione della città. C’è una appropriazione privata impressionante dei benefici del turismo e una deregolamentazione governativa che ha consegnato in mano ai privati la gestione dei servizi museali. Proprio il Colosseo è stata al centro di denunce perché l’80% degli introiti del biglietto finiscono in mano ad una società privata e ad una cooperativa.

Stavolta occorre dire che la sindaca Raggi fa bene a presentare il ricorso al Tar contro lo scippo effettuato dal governo. Ma sarebbe ancora meglio se avviasse un audit pubblico e popolare sulla gestione del turismo a Roma. Scoprirebbe quanti pochi benefici riceve la città – e soprattutto le sue periferie – da una risorsa che potrebbe fare la differenza sui fondi a disposizione per investire sulle esigenze degli abitanti e non dei profittatori privati.

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10/03/2016

Reggia di Caserta. La realtà e la propaganda

Ma cos'è successo alla Reggia di Caserta? Secondo i media di regime tre sindacati (Usb, Uil, Ugl) avrebbero protestato perché il neo direttore lavora troppo. Se così fosse, in effetti, ci sarebbe da preoccuparsi. Nell'amministrazione pubblica, notoriamente, i dirigenti sono in genere super-assenteisti e i sindacati migliori non mancano mai di denunciare questa "libertà dall'orario" che affligge i "controllori".

A Caserta, viceversa, c'è un nuovo direttore che si dà molto da fare, il che sarebbe certamente un bene assoluto se, oltre a essere presente, si preoccupasse anche di organizzare per il meglio il servizio, senza cercare scorciatoie come quelle che qui Usb indica, e che non tornano affatto a beneficio del funzionamento della struttura.

Se i media italiani fossero un po' più seri, sul piano deontologico, probabilmente avrebbero già fatto la fine di Zaman, chiuso dalla polizia di Erdogan. Ma a quanto pare non corrono questo rischio...

Se un appunto può esser fatto ai sindacalisti di Caserta, insomma, è quello di non aver calcolato in anticipo, con maggiore esattezza, il contesto di degrado e strumentalizzazione che caratterizza questo mondo. Dove non conta più il "cosa avviene", ma solo il "come lo si racconta".

*****

“Ci risiamo”, dichiara Domenico Blasi, dell’USB P.I. Beni Culturali, “Ogni occasione è buona per sparare, ad alzo zero, contro i lavoratori e i loro rappresentanti, organizzazioni sindacali e RSU, e contro i fatti e la verità, ripetendo le scene surreali già avvenute non molto tempo fa a proposito dell’assemblea al Colosseo”.

Prosegue Blasi: “L’unico scopo delle vere e proprie sceneggiate sui Beni Culturali messe in piedi da Presidente del Consiglio, Ministro, alti vertici del Ministero, ora in armonia con i massimi rappresentati di un sindacato che blatera senza sapere di che cosa si sta parlando, è sempre e solo quello di fare una gran confusione in cui, grazie a una informazione prona e succube, che neppure fa la fatica di verificare e controllare le informazioni che poi strombazza con grande evidenza, si possa nascondere l’ennesimo e gratuito attacco alle rappresentanze sindacali, ai lavoratori, ai loro diritti ed alla gestione pubblica dei beni culturali in Italia”.

“Ma come al solito si parte dalla mistificazione e dalla confusione per confezionare un bersaglio pronto per essere esposto alla gogna mediatica – sottolinea il rappresentante USB – quei sindacalisti e lavoratori fannulloni, che si lamentano di un direttore della Reggia di Caserta che “lavorerebbe troppo”. Peccato che nessuno abbia esaminato realmente quanto i sindacalisti e i rappresentanti dei lavoratori della Reggia abbiano realmente scritto”.

“Il punto in questione è l’ultimo, e neppure il più importante, di una serie di segnalazioni che Renzi e compagnia cantante si guardano bene dal citare, e che vogliamo qui ricordare. Il direttore della Reggia di Caserta – spiega il sindacalista – disattende le norme vigenti in materia di tutela e sicurezza del sito culturale, che prescrivono l’apertura degli spazi museali in rapporto al personale in servizio; il direttore voleva spostare parte del personale di vigilanza, quello che assicura l’apertura del museo, negli uffici per fargli svolgere mansioni amministrative. E non interessa a nessuno che così facendo si sguarnisce ancora di più l’organico del personale impegnato nella vigilanza attiva delle sale, riducendo la sicurezza e la stessa fruizione del Museo? Inoltre l’organizzazione degli eventi negli spazi del Museo della Reggia di Caserta avviene disattendendo le procedure previste dalla legge e dagli accordi firmati in materia. Infine l’Amministrazione concede tali spazi a terzi a titolo gratuito, distraendo il personale dalle funzioni istituzionali, tutela e fruizione del Museo”.

“Non ci sembra un caso che tali indecenti e pretestuosi attacchi si siano concentrati su due luoghi, la Reggia e il Colosseo, che costituiscono un vero e proprio ‘oggetto del desiderio’ da parte degli operatori privati, perché si presterebbero a garantire incassi milionari ai chi dovesse assumerne la completa gestione”, conclude Blasi.

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06/10/2015

Torta in faccia a Dario Franceschini

C'è il dubbio che il ministro dei beni culturali Dario Franceschini sia veramente una persona in carne ed ossa.  Questo perché non ci sono suoi atti rilevanti alla guida di un ministero pure strategico per il nostro paese. I beni culturali sono abbandonati o svenduti e il governo, con il suo ministro, è totalmente assente.

Dario Franceschini non dice nulla, fa ancora meno, non si sente e non si vede. Forse davvero non esiste. Poi quando, come al Colosseo, una sacrosanta assemblea di lavoratori non pagati ferma per due ore il flusso di turisti, ecco che il ministro compare su Twitter  per minacciare sfracelli. Sembra un orologio a cucù un po' malandato che per cautela il proprietario carica  e fa cantare solo in certe occasioni, quelle delle proteste dei lavoratori.

Così a Torino giorni fa la Casa della Regina è stata chiusa per una giornata ai turisti a causa di incontro di dirigenti bancari. Poco dopo, la vicina grandiosa Reggia di Venaria è stata anch'essa vietata ai turisti per ospitare una festa a pagamento in costume settecentesco. Ovviamente in questi come in tanti altri episodi di uso privato di beni culturali pubblici il ministro non ha twittato nulla. Il cucù evidentemente non aveva ricevuto la carica.

Anche a nome dei lavoratori che mandano avanti tra gli insulti il patrimonio culturale del paese tiriamo così la torta al ministro, anche se rischiamo di colpire nel vuoto.


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03/01/2015

Una Tav anche sotto le ville palladiane venete?


La contrarietà al modo sbrigativo con cui vengono decise opere infrastrutturali di dubbia o nulla utilità anima non solo trinariciuti movimenti annidati tra le vette della ValSusa (cui va come sempre il nostro totale appoggio), ma anche in ambienti competenti e niente affatto "antagonisti". Questa denuncia proveniente da Vicenza svela un tassello di una strategia di sperpero di risorse pubbliche all'unico scopo di ingrassare le solite aziende "specializzate" in alta velocità ferroviaria.

Questa volta, a dover venire danneggiato, non è una valle, ma un patrimonio culturale e artistico di prim'ordine.

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TAV, TUNNEL SOTTO LE VILLE VENETE A VICENZA: IL MINISTERO DEI BENI CULTURALI METTE IN MORA IL COMUNE DI VICENZA PER L'IMPATTO DELL'OPERA SUL SITO UNESCO

L'ufficio UNESCO del MiBACT (Ministero dei beni e delle attività culturali), scrive al Comune di Vicenza chiedendo informazioni sugli impatti che il progetto di attraversamento del territorio vicentino della ferrovia Alta Velocità/Alta Capacità può arrecare al sito UNESCO di Vicenza.

La lettera (che alleghiamo in forma integrale), firmata da direttore dell'Ufficio Unesco del MiBACT Gianni Bonazzi, arriva dopo che una missiva della prof. Francesca Leder, docente dell'Università di Ferrara e membro di OUT – osservatorio urbano-territoriale Vicenza – aveva segnalato il 30 dicembre scorso all'UNESCO la forte preoccupazione destata dal progetto ferroviario promosso dal Comune di Vicenza, dalla Camera di Commercio e sostenuto dal Ministero delle Infrastrutture.

Per la seconda volta in pochi mesi (agosto e dicembre) gli uffici centrali di Parigi dell'UNESCO e quelli del Ministero dei Beni Culturali sono stati interpellati e sollecitati perché si esprimessero sulla compatibilità di progetti della portata di quello relativo all'insediamento di Borgo Berga, ad un passo dalla Rotonda e dal centro storico di Vicenza (prima segnalazione), e del tracciato dell'Alta Velocità/Alta Capacità, con tutto il corredo di opere complementari (seconda segnalazione), fermamente volute da questa Amministrazione, così come affermato pubblicamente dal Sindaco di Vicenza Achille Variati e confermato dalle azioni messe in campo sinora.

Opere che considerano necessario la realizzazione di un tunnel carrabile che attraversa longitudinalmente Monte Berico, la collina che domina la città storica, per sbucare proprio sotto la Villa Valmarana ai Nani (universalmente nota per i suoi meravigliosi affreschi del Tiepolo) distruggendo così, in modo definitivo, quel brano di paesaggio culturale che comprende le ville palladiane e il loro intorno.
 
La cosa più deprecabile è l'assoluta indifferenza nei confronti degli impegni presi dal Comune di Vicenza attraverso la firma della convenzione internazionale per la conservazione del patrimonio culturale sottoscritta all'atto del riconoscimento (nel 1994 e nel 1996) e rinnovata anche negli ultimi mesi grazie ad una verifica dello stato di conservazione del patrimonio culturale palladiano.

I cittadini e le associazioni ambientaliste sono lasciati soli nell'impegno della tutela del bene mondiale: oggi come nei mesi scorsi tacciono le istituzioni culturali cittadine, prestigiose realtà come il CISA, il Centro Internazionale di Studi "Andrea Palladio", che ha il compito di difendere l'opera palladiana essendo questa la ragione stessa dell'esistenza del Centro.

Con questa lettera si è chiesto un intervento deciso da parte degli organi nazionali e internazionali competenti e una messa in mora del comportamento dell'Amministrazione comunale incapace di assumere appieno questa importante e delicata responsabilità di coordinare le azioni di tutela dell'intero complesso del patrimonio palladiano, bene culturale mondiale UNESCO.

La risposta è arrivata a breve giro di posta e questo per i cittadini e le associazioni riunite in OUT è un importante segnale culturale e politico con il quale l'Amministrazione comunale non può non fare i conti.

IN ALLEGATO LA SEGNALAZIONE INVIATA DA OUT ALL'UNESCO E LA LETTERA INVIATA DAL MIBACT AL COMUNE DI VICENZA.

docUNESCO_VicenzaSite_in_Danger_2ndPetition__ITA.doc162 KB


pdfNota_MiBACT_Prot._4_02.01.15.pdf1.34 MB

PER CONTATTARE OUT: scrivere a osservatoriourbanovi@gmail.com
 
OUT Osservatorio urbano/territoriale di Vicenza è un tavolo di discussione sui temi dell’urbanistica promosso dalle associazioni Civiltà del Verde, Italia Nostra (Sezione di Vicenza) e Legambiente Vicenza in collaborazione con comitati e singoli cittadini.

Info: http://osservatoriourbanovi.wordpress.com/about/

Fonte