Dopo Roma anche la Campania. In questi anni sul nostro giornale ci siamo occupati spesso ed abbiamo denunciato con dovizia di dati come la “risorsa turismo” si stia in realtà rivelando una fregatura per gli interessi collettivi (che ne subiscono più i disagi che i benefici) e, al contrario, una occasione di forte appropriazione privata degli introiti. Dopo il caso di Roma, i dati che arrivano da Napoli e dai siti turistici della Campania confermano l’evidenza di una narrazione, se non totalmente tossica, molto da scandagliare e decostruire.
Il Corriere del Mezzogiorno in un lungo articolo pubblicato sabato 15 giugno, documenta la “frenata” della crescita economica in Campania e usa i dati della Banca d’Italia per certificare la crisi. Ma dentro questo stato di crisi indica che “Fra i (pochi) settori in crescita, troviamo il turismo, soprattutto quello culturale”. In Campania, secondo i dati riportati, nel 2018 il numero totale dei visitatori dei musei, monumenti e aeree archeologiche statali è aumentato del 52% rispetto al 2013, contro il 39% della media italiana. I turisti hanno portato alla Campania un introito di 2,3 miliardi di euro, e, al primo posto dei siti più visitati c’è Pompei che si accaparra il 57,6% dei visitatori.
Si tratta di tanti soldi, dunque, per gli istituti museali autonomi “riformati” nel 2014 dal ministro Franceschini durante il governo Renzi. “Ma sarà davvero così?” si domanda il Corriere del Mezzogiorno.
E qui lo stesso giornale infila, una dopo l’altra, le stesse evidenze che avevamo registrato e denunciato nel caso di Roma. Stando a quanto emerge dai dati elaborati dalla Banca d’Italia, “gran parte dei guadagni dei musei vanno alle concessionarie di biglietteria, che si occupano, appunto, di vendere i ticket. Gli istituti autonomi campani hanno dato in gestione la biglietteria a un concessionario, con accordi abbastanza datati e che si rinnovano tacitamente. Tolto Pompei, che paga una quota del 7% per i grandi flussi di visitatori, gli altri poli restituiscono il 37,4% dei guadagni proprio a queste concessionarie. Il doppio rispetto alla media italiana del 17,4%”.
Il servizio aggiunge anche altre informazioni utili e che disegnano non una eccezione ma una regola voluta e sancita dai governi del centro-sinistra, prima con Ronchey negli anni ’90 e poi con Franceschini nel 2014 (l’anno in cui esplose lo scandalo degli introiti del Colosseo che andavano per il 70% ai concessionari privati). Secondo il Corriere del Mezzogiorno, “anche altri servizi come bookshop, guida e ristorazione sono appaltati a concessionarie. Ciò che resta ai musei, guardando agli introiti stimati a 5 milioni fra il 2013 e il 2017 è meno del 5%”.
Insomma anche per una regione che di risorse ne ha ma che ne necessita di ulteriori per affrontare la crisi, i modelli messi in campo per “mettere a valore” le risorse storiche di cui si dispone, alla fine finiscono solo per scaricare sulle comunità locali e gli abitanti i costi del turismo di massa (difficoltà nella raccolta rifiuti, aumenti degli affitti, gentrificazione, stress dei servizi tarati solo sui residenti ma utilizzati da milioni di persone in più ogni giorno e ogni anno) e per consentire ai soggetti privati di appropriarsi di quote crescenti dei benefici economici che ne derivano.
Infine, ma non certo per importanza, i concessionari privati dei beni pubblici (in questo caso musei, aree archeologiche etc) si rivelano “prenditori” come tutti gli altri e a danno degli interessi e dei soldi pubblici.
E’ notizia di questi giorni, che a Roma la società Electa, proprio lei, la concessionaria privata per il Colosseo, è finita sotto inchiesta per frode fiscale sugli introiti derivanti dalla sua attività di servizi su questo inestimabile bene storico e archeologico. E’ il quotidiano romano Il Messaggero a riferire di “una presunta frode milionaria, legata alla vendita dei biglietti e ai servizi come audioguide, cataloghi e visite guidate del Colosseo e degli altri siti museali collegati, tra cui il Foro Romano e il Palatino, quella su cui sta indagando la procura, che ha aperto un fascicolo a seguito di un accertamento dell’Agenzia delle entrate”.
L’inchiesta è arrivata fino alla Consip, ossia la centrale pubblica per l’assegnazione degli appalti. E’ sempre Il Messaggero a spiegare che “Nel mirino del pm infatti c’è anche il bando assegnato da Consip per l’affidamento della biglietteria e dei servizi aggiuntivi, gestiti da oltre vent’anni senza alcuna gara. Gli addetti la definiscono una «concessione ingessata», perché è scaduta da tempo e non può essere variata in alcun modo: venne affidata ad Electa Mondadori con CoopCulture nel 1997, che all’epoca si chiamavano Elemond e Pierreci. La mandataria è Electa, che si occupa di bookshop, cataloghi, mostre e pannelli didattici, mentre CoopCulture gestisce ticket, audioguide, laboratori”.
Ritorna così a gala il contenzioso sulla convenzione tra Ministero dei Beni Culturali e le società private concessionarie. “Stando alla convenzione di ventidue anni fa, l’incasso avrebbe dovuto essere così ripartito: il 30,2% del fatturato alla Soprintendenza, il resto ai concessionari. L’ex presidente della commissione Affari costituzionali, Andrea Mazziotti, ha spulciato i conti dei Beni culturali e ha scoperto che allo Stato, dal 2001 al 2016, è andato solo l’11,2% e sui 74 milioni di euro lordi maturati dalla gestione dei servizi aggiuntivi, «la Soprintendenza ha incassato 8,9 milioni, anziché 22,4 milioni di euro». Cifre poi rettificate dal direttore generale di Electa Rosanna Cappelli. La concessione è stata rinnovata nel 2005 e confermata nel 2011 con proroga a oltranza, in pratica un monopolio. Fino a dicembre 2017, quando il Consiglio di Stato blocca l’assegnazione da parte di Consip per i servizi di biglietteria e audioguide del Colosseo. Un nuovo bando è imminente, ma l’inchiesta potrebbe cambiare tutto”.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/04/2017
La “guerra” del Colosseo. Governo e giunta Raggi ai ferri corti
Oggi alla Camera, il ministro dei Beni e delle Attività culturali, Dario Franceschini, risponderà nel question time alla interrogazione dei deputati del Pd i quali chiedono di sapere “se rispondono al vero le affermazioni della sindaca Virginia Raggi secondo le quali il decreto relativo all’istituzione del Parco Archeologico del Colosseo sarebbe lesivo degli interessi e delle competenze del Comune di Roma Capitale”.
In una conferenza stampa tenuta alcuni giorni fa, la sindaca aveva preannunciato un ricorso da parte dell'Amministrazione comunale contro il Decreto governativo che ha istituito il Parco archeologico del Colosseo, denunciando che l'atto unilaterale del Ministero sarebbe “lesivo degli interessi di Roma Capitale e produrrebbe una forte diminuzione delle risorse finanziarie dello Stato destinate alla tutela e valorizzazione del patrimonio culturale della Città di Roma”. Sullo “scippo” del Colosseo, sembra proprio che la sindaca Raggi abbia ragioni da vendere, tanto che anche un parlamentare romano come Walter Tocci, storico del Pci/Ds/PD, ex vicesindaco di Roma e membro della Commissione Cultura, ha bollato il provvedimento del ministero come "pastrocchio Franceschini".
A dare manforte alle ragioni della giunta comunale è arrivato anche il critico d’arte Tommaso Montanari che accusa la “post-verità di Franceschini” (ormai si dice elegantemente post-verità ma l’equivalente sarebbe “bugia”, ndr). Secondo Montanari “Come dimostra anche l’aggressiva operazione con la quale il ministro ha sfilato al Comune le Scuderie del Quirinale, siamo di fronte ad una precisa strategia: fare del Collegio Romano il vero centro decisionale della politica culturale romana. Se si aggiunge il fatto che la moglie di Franceschini guida l’opposizione Pd in Campidoglio ce n’è abbastanza per innescare uno scontro frontale”. Insomma parole pesanti come pietre sulle quali rincara la dose: “Lo “scippo” del Colosseo è la pietra tombale sul progetto di Antonio Cederna: un unico parco civico e archeologico che unisse l’Appia ai Fori senza soluzione di continuità. È dunque naturale che il sindaco reagisca”.
Ed a fianco del ricorso al Tar presentato dalla sindaca Raggi, si schiera anche il consigliere di opposizione di Sinistra per Roma, Stefano Fassina affermando che “Di fronte all’arroganza di un governo che va avanti nonostante le posizioni espresse da chi amministra il territorio e da una nutritissima e qualificatissima schiera di esperti, il ricorso al Tar per chiedere l’annullamento del decreto del Mibact delibera sul parco archeologico del Colosseo è giusto e necessario”.
L’azione unilaterale del governo sulla gestione dei beni archeologici e culturali di Roma (per onestà occorre dire che non è il primo governo a farlo), è rivelatrice di una guerra in corso da tempo sulla gestione di quello che viene definito “l’oro di Roma”, ossia il turismo che deriva dal suo immenso e mozzafiato patrimonio archeologico. Una dannazione che risale alla maledetta Legge Ronchey del 1995, l'epoca dei maledetti governi di Maastricht e del liberismo all'amatriciana (non meno violento e dannoso di quello di stampo anglosassone) che hanno spianato la strada alla privatizzazione anche in questo settore.
Come abbiamo denunciato con una nostra inchiesta nei mesi scorsi, il Comune di Roma e soprattutto gli abitanti della Capitale ricevono dei benefici minimi, talvolta irrisori, dalla maggiore risorsa a disposizione della città. C’è una appropriazione privata impressionante dei benefici del turismo e una deregolamentazione governativa che ha consegnato in mano ai privati la gestione dei servizi museali. Proprio il Colosseo è stata al centro di denunce perché l’80% degli introiti del biglietto finiscono in mano ad una società privata e ad una cooperativa.
Stavolta occorre dire che la sindaca Raggi fa bene a presentare il ricorso al Tar contro lo scippo effettuato dal governo. Ma sarebbe ancora meglio se avviasse un audit pubblico e popolare sulla gestione del turismo a Roma. Scoprirebbe quanti pochi benefici riceve la città – e soprattutto le sue periferie – da una risorsa che potrebbe fare la differenza sui fondi a disposizione per investire sulle esigenze degli abitanti e non dei profittatori privati.
Fonte
In una conferenza stampa tenuta alcuni giorni fa, la sindaca aveva preannunciato un ricorso da parte dell'Amministrazione comunale contro il Decreto governativo che ha istituito il Parco archeologico del Colosseo, denunciando che l'atto unilaterale del Ministero sarebbe “lesivo degli interessi di Roma Capitale e produrrebbe una forte diminuzione delle risorse finanziarie dello Stato destinate alla tutela e valorizzazione del patrimonio culturale della Città di Roma”. Sullo “scippo” del Colosseo, sembra proprio che la sindaca Raggi abbia ragioni da vendere, tanto che anche un parlamentare romano come Walter Tocci, storico del Pci/Ds/PD, ex vicesindaco di Roma e membro della Commissione Cultura, ha bollato il provvedimento del ministero come "pastrocchio Franceschini".
A dare manforte alle ragioni della giunta comunale è arrivato anche il critico d’arte Tommaso Montanari che accusa la “post-verità di Franceschini” (ormai si dice elegantemente post-verità ma l’equivalente sarebbe “bugia”, ndr). Secondo Montanari “Come dimostra anche l’aggressiva operazione con la quale il ministro ha sfilato al Comune le Scuderie del Quirinale, siamo di fronte ad una precisa strategia: fare del Collegio Romano il vero centro decisionale della politica culturale romana. Se si aggiunge il fatto che la moglie di Franceschini guida l’opposizione Pd in Campidoglio ce n’è abbastanza per innescare uno scontro frontale”. Insomma parole pesanti come pietre sulle quali rincara la dose: “Lo “scippo” del Colosseo è la pietra tombale sul progetto di Antonio Cederna: un unico parco civico e archeologico che unisse l’Appia ai Fori senza soluzione di continuità. È dunque naturale che il sindaco reagisca”.
Ed a fianco del ricorso al Tar presentato dalla sindaca Raggi, si schiera anche il consigliere di opposizione di Sinistra per Roma, Stefano Fassina affermando che “Di fronte all’arroganza di un governo che va avanti nonostante le posizioni espresse da chi amministra il territorio e da una nutritissima e qualificatissima schiera di esperti, il ricorso al Tar per chiedere l’annullamento del decreto del Mibact delibera sul parco archeologico del Colosseo è giusto e necessario”.
L’azione unilaterale del governo sulla gestione dei beni archeologici e culturali di Roma (per onestà occorre dire che non è il primo governo a farlo), è rivelatrice di una guerra in corso da tempo sulla gestione di quello che viene definito “l’oro di Roma”, ossia il turismo che deriva dal suo immenso e mozzafiato patrimonio archeologico. Una dannazione che risale alla maledetta Legge Ronchey del 1995, l'epoca dei maledetti governi di Maastricht e del liberismo all'amatriciana (non meno violento e dannoso di quello di stampo anglosassone) che hanno spianato la strada alla privatizzazione anche in questo settore.
Come abbiamo denunciato con una nostra inchiesta nei mesi scorsi, il Comune di Roma e soprattutto gli abitanti della Capitale ricevono dei benefici minimi, talvolta irrisori, dalla maggiore risorsa a disposizione della città. C’è una appropriazione privata impressionante dei benefici del turismo e una deregolamentazione governativa che ha consegnato in mano ai privati la gestione dei servizi museali. Proprio il Colosseo è stata al centro di denunce perché l’80% degli introiti del biglietto finiscono in mano ad una società privata e ad una cooperativa.
Stavolta occorre dire che la sindaca Raggi fa bene a presentare il ricorso al Tar contro lo scippo effettuato dal governo. Ma sarebbe ancora meglio se avviasse un audit pubblico e popolare sulla gestione del turismo a Roma. Scoprirebbe quanti pochi benefici riceve la città – e soprattutto le sue periferie – da una risorsa che potrebbe fare la differenza sui fondi a disposizione per investire sulle esigenze degli abitanti e non dei profittatori privati.
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09/07/2016
Se il Colosseo lo chiude Della Valle è tutto ok...
eno di un anno fa, nel settembre del 2015, Renzi e Franceschini montarono una violentissima polemica, di dimensioni planetarie, contro i sindacati che avevano fatto chiudere il Colosseo per due ore a causa di una assemblea perfettamente legale e debitamente annunciata. Il governo, riunito d’urgenza, emanò a favore di telecamere un decreto che dichiarava la cultura «servizio pubblico essenziale»: non per costringere se stesso a tenere aperti archivi e biblioteche, o a finanziare teatri e musei, ma per impedire ai lavoratori della cultura di esercitare i loro diritti costituzionali.
Ebbene, venerdì scorso il Colosseo è stato chiuso per ben più di due ore, e nell’orario di apertura è stato per due terzi inaccessibile anche a chi aveva prenotato, per organizzare la festa privata vip dello sponsor della pulitura: e nessuno osa nemmeno dirlo. Semplicemente se lo chiude Della Valle non è nemmeno una notizia, se lo chiudono i sindacati è uno scandalo da prima pagina.
Ma non tutti gli italiani sono ciechi. Pubblico qua di seguito, in forma anonima, la lettera inviatami da un testimone oculare, un archeologo precario che ‘lavora’ all’Anfiteatro:
Le rubo qualche minuto poiché sento la necessità di raccontarle ciò che di incredibile è accaduto oggi al Colosseo. Per me, per noi, perché raccontare e denunciare possa far cambiare qualcosa in questo paese. Piccola premessa: sono un dottore di ricerca in archeologia, guida turistica abilitata, vincitore di un concorso ai servizi culturali al comune di Roma e mai assunto.
Ebbene, oggi si è parlato molto della conferenza stampa, ma nessuno ha parlato dello spettacolo che si son trovati davanti turisti e cittadini presenti dell’anfiteatro. Interi gruppi, provenienti da ogni dove, che avevano da mesi prenotato e acquistato il biglietto di accesso all’arena, ai sotterranei e al terzo ordine, si sono visti senza preavviso vietare l’accesso sia all’arena sia al terzo ordine. E tutto mentre gran parte del secondo livello, normalmente aperto al pubblico, era anch’esso chiuso. Caos totale, migliaia di turisti compressi in spazi ridottissimi. Tutto mentre sfilavano hostess, personalità, guardie del corpo tra sedie dorate impilate, tavoli, piatti, bicchieri, lampade e lanterne. Musica ad alto volume e chi più ne ha più ne metta. Due giorni di preparativi, per la conferenza e la cena di stasera che ha impedito anche l’accesso serale dei visitatori all’anfiteatro. Difficilmente dimenticherò le facce basite degli stranieri dei miei gruppi e il terribile effetto che mi ha fatto vedere dall’alto i corridoi del Colosseo pacchianamente addobbati a festa, una festa per pochi, pochissimi eletti. Franceschini scrive “pubblico e privato insieme per il patrimonio culturale”. Io parlerei piuttosto di un “pubblico oggi privato del patrimonio culturale”.
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22/09/2015
I prossimi siete voi
Non è inutile tornare sulla questione dell’assemblea al Colosseo,
anzi. Anche perché voci autorevoli si sono levate contro i lavoratori.
Ora, il fatto è che autorevole, in Italia, è diventato sinonimo di risibile. Prendiamo i titoli del Corriere della Sera di oggi, che rilancia un proclama del governo: il Colosseo diventerà come gli ospedali.
La battuta è talmente telefonata che ci arrivano anche Staino e
Giannelli, se si applicano, per dire. E che dire della Sottosegretaria
di Stato ai beni culturali e al turismo (MiBACT), Francesca Barracciu,
che twitta che l’assemblea sindacale al Colosseo è (testuale eh) 1 reato? E poi precisa, dall’alto del suo ruolo nel Governo italiano, che intendeva reato in senso lato? La sottosegretaria è nota alle cronache, (tralascio quelle giudiziarie) per un gustoso episodio che potete leggere qui:
in sostanza, durante un convegno, ha confuso Salvatore Satta e
Sebastiano Satta. La colpa, va detto, se l’è presa il suo addetto stampa
(bella scelta, sottosegretaria, lei sì che sa quali menti assumere),
perché, ebbe a dichiarare la Barracciu: Non ho potuto scrivere io l’intervento per i saluti perché impegnata in questi giorni a Lisbona.
Probabilmente, aggiungo io, impegnata a capire la differenza tra
baccalà e stoccafisso. Certo che richiama alla mente quella scena di Sua eccellenza si fermò a mangiare
nella quale un ministro fascista (il compianto Raimondo Vianello)
inaugura una lapide intitolata all’eroe Gino Petazzoni, senza ovviamente
avere la più pallida idea di chi sia, questo Gino Petazzoni, anzi
confondendolo con tale Maria Pocchiola (qui il link, dall’ 1:04).
Ma è ovvio che non si possa pretendere che un sottosegretario alle
politiche culturali abbia competenze di questo tipo: sarebbe 1 ingiustizia.
Ed è ovviamente ridicolo il governo, che invece di pagare il dovuto ai lavoratori si mette a pepetiare sull’immagine pubblica da offrire ai turisti: bei turisti di merda che ci portiamo in casa, se si adontano per un Colosseo chiuso e non perché i lavoratori che dovrebbero tenerlo aperto avanzano un anno e mezzo di straordinari non pagati. Senza contare il fatto che io, se fossi un turista e vedessi scritto bello grande che, per restaurare il Colosseo ci sono voluti i soldi di un privato, perché il governo se lo è fatto passare per il cazzo, di prendersi cura di uno dei suoi monumenti più famosi, penserei che il governo italiano ha fatto una enorme figura di merda. E senza contare il ridicolo, sempre del governo, che invece di mettersi in regola con i pagamenti, come dovrebbe fare non dico ogni governo, ma come fa ogni singolo giorno ogni persona decente di questo paese, si mette a strillare e ad accusare i suoi creditori di indegnità esattamente come quel ridicolissimo personaggio di Alberto Sordi.
Eppure vi dirò, che questo copione è scontato.
Quelli che non capisco, francamente, sono i giornalisti. Ma veramente credete che, fiancheggiando questi inadempienti incompetenti del governo, ci guadagnerete qualcosa? Certo, le grandi firme si salveranno, se non altro per i loro conti in banca, ma voi altri? Quelli normali, quelli a stipendio? Voi che aggredite con violenza i lavoratori, che impapocchiate, che mistificate, come direbbe De Crescenzo: vi siete fatti bene i conti? Vi conviene? A parte l’intrinseca indegnità umana di concetti tipo c’è gente che il lavoro di quelli del Colosseo lo farebbe a un terzo del prezzo, lo sapete, sì, che i prossimi siete voi?
Dice e lo sappiamo sì, ma dobbiamo pur sbarcare il lunario, anche se prima o poi toccherà a noi. Appunto, dico io. Non è questo un buon motivo per mettersi, una volta tanto, dalla parte della ragione?
Dobbiamo morire tutti, prima o poi: perché, dunque, aspettare la morte con i calzoni pieni di merda e una bugia in bocca?
Fonte
Ed è ovviamente ridicolo il governo, che invece di pagare il dovuto ai lavoratori si mette a pepetiare sull’immagine pubblica da offrire ai turisti: bei turisti di merda che ci portiamo in casa, se si adontano per un Colosseo chiuso e non perché i lavoratori che dovrebbero tenerlo aperto avanzano un anno e mezzo di straordinari non pagati. Senza contare il fatto che io, se fossi un turista e vedessi scritto bello grande che, per restaurare il Colosseo ci sono voluti i soldi di un privato, perché il governo se lo è fatto passare per il cazzo, di prendersi cura di uno dei suoi monumenti più famosi, penserei che il governo italiano ha fatto una enorme figura di merda. E senza contare il ridicolo, sempre del governo, che invece di mettersi in regola con i pagamenti, come dovrebbe fare non dico ogni governo, ma come fa ogni singolo giorno ogni persona decente di questo paese, si mette a strillare e ad accusare i suoi creditori di indegnità esattamente come quel ridicolissimo personaggio di Alberto Sordi.
Eppure vi dirò, che questo copione è scontato.
Quelli che non capisco, francamente, sono i giornalisti. Ma veramente credete che, fiancheggiando questi inadempienti incompetenti del governo, ci guadagnerete qualcosa? Certo, le grandi firme si salveranno, se non altro per i loro conti in banca, ma voi altri? Quelli normali, quelli a stipendio? Voi che aggredite con violenza i lavoratori, che impapocchiate, che mistificate, come direbbe De Crescenzo: vi siete fatti bene i conti? Vi conviene? A parte l’intrinseca indegnità umana di concetti tipo c’è gente che il lavoro di quelli del Colosseo lo farebbe a un terzo del prezzo, lo sapete, sì, che i prossimi siete voi?
Dice e lo sappiamo sì, ma dobbiamo pur sbarcare il lunario, anche se prima o poi toccherà a noi. Appunto, dico io. Non è questo un buon motivo per mettersi, una volta tanto, dalla parte della ragione?
Dobbiamo morire tutti, prima o poi: perché, dunque, aspettare la morte con i calzoni pieni di merda e una bugia in bocca?
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21/09/2015
Il twittarolo del Colosseo
di Giovanni Gnazzi
Il giochino è il solito: un’assemblea sindacale, regolarmente annunciata ed autorizzata, ha dato occasione a Renzi per lanciare l’ennesima intemerata contro i lavoratori. Che, per la loro assemblea, si sono resi indisponibili al loro turno di lavoro ed hanno così reso impossibile l’accesso al Colosseo dei turisti e dei visitatori in generale. Domanda: se si riteneva che l’orario e la modalità dell’assemblea fossero inaccettabili, perché non lo si è detto prima? Inutile gridare dopo, a meno che non siano grida strumentali e opportunistiche.
Come quelle di ieri, che hanno indicato i lavoratori come colpevoli del mancato servizio e dell’abbandono dei turisti. E’ stata scomodata l’immagine della capitale e del Paese, l’affronto a chi aveva da tempo prenotato la visita al monumento storico e non ha potuto accedervi, il disservizio e il costo che il mancato ingresso dei turisti ha comportato. Dimenticando però che questo succede in tutto il mondo.
Quei lavoratori avevano le loro buone ragioni per riunirsi in assemblea ed interrompere dunque il loro lavoro, dal momento che non ricevono gli straordinari che gli sono dovuti dal Novembre del 2014.
Viste le ripetute sollecitazioni da parte dei sindacati a onorare il contratto da parte delle istituzioni preposte, che hanno invece risposto con il silenzio e l’inadempienza, cos’altro dovevano fare i lavoratori? Quali altre possibilità ci sono se non la lotta sindacale per ottenere il dovuto dal padronato o dalle istituzioni che del padronato hanno assorbito la sottocultura da caporalato? Invocare il senso di responsabilità dei lavoratori mentre irresponsabilmente ci si rifiuta di rispettare gli oneri contrattuali è indegno. Se i turisti hanno i loro diritti, altrettanti ne hanno i lavoratori.
L’utenza pubblica - straniera nella fattispecie - è stata danneggiata, si è detto: e come avrebbe potuto non esserlo, visto che la chiusura del sito è risultata essere l’unica maniera per la quale le istituzioni non potranno più rifiutarsi di pagare il dovuto approfittando del silenzio? Stabilire che la cittadinanza non può subire la ripercussione di una agitazione sindacale è per principio una sciocchezza colossale, perché comporterebbe che tutti coloro che lavorano nei servizi pubblici e privati non potranno mai protestare o battersi per un miglioramento delle loro condizioni e nemmeno per ottenere quanto dovuto, perché qualunque iniziativa danneggia chiaramente il regolare svolgimento del servizio.
Nelle società di massa, infatti, ogni attività lavorativa, a qualunque livello, è intrecciata alle altre ed è fatale che un’interruzione di qualunque di essa comporta delle ricadute su terzi. E’ impossibile che ciò non avvenga. L’interruzione della produzione o dell’erogazione di un servizio quale che sia, comporta un disagio per l’utenza generale.
E allora cos’altro resta da fare a chi vede violato un suo diritto? Andare dai turisti e farsi dare da loro il denaro che non riesce ad avere dalle istituzioni? Franceschini ha finto dolore per i poveri turisti che avevano chissà quando e come prenotato il loro viaggio e la loro visita, dimenticandosi però di dire che chi lavora va pagato e che anche chi non è turista è portatore sano di diritti, primo tra i quali quello di essere rispettato dal datore di lavoro. Nello specifico della vicenda romana Franceschini sa benissimo che i lavoratori sono in credito ma ritiene che, come avvenuto per i pensionati, non importa che il credito sia esigibile e che vada quindi onorato, peggio per loro.
La strumentalità ha toccato il suo picco con Renzi e non poteva essere diversamente. Il finto sdegno è destinato ad approfittare dell’occasione per dare un’ulteriore limata ai diritti, primo tra tutti quello allo sciopero ed all’attività sindacale.
Renzi, com’è ormai noto, ha un’idea particolare del mondo del lavoro, per la sua particolare storia di dipendente unico nell’azienda paterna; ma l’obiettivo che ha è quello di piegare con la forza e i ricatti quello che resta della titolarità della rappresentanza delle categorie e dei diritti acquisiti. Per questo è stato messo a Palazzo Chigi.
Poi, siccome come affermava Flaiano, "la situazione è grave ma non è seria", il cameriere di Marchionne ha deciso che la prossima settimana porterà un decreto in CdM - l’ennesimo - che porterebbe i Beni Culturali nei servizi pubblici essenziali. Nessun problema, anzi. Sarebbe ora che l’Italia inserisse a pieno titolo la sua ricchezza culturale nei beni pubblici essenziali, ma per valorizzare il turismo, non per cercare di punire i lavoratori.
Renzi si rilassi: beni essenziali o no, le battaglie sindacali dei lavoratori continueranno. Lo leggerà su Twitter, anche se sarà in volo col suo nuovo aereo pagato da noi, lavoratori del Colosseo compresi.
Fonte
Il giochino è il solito: un’assemblea sindacale, regolarmente annunciata ed autorizzata, ha dato occasione a Renzi per lanciare l’ennesima intemerata contro i lavoratori. Che, per la loro assemblea, si sono resi indisponibili al loro turno di lavoro ed hanno così reso impossibile l’accesso al Colosseo dei turisti e dei visitatori in generale. Domanda: se si riteneva che l’orario e la modalità dell’assemblea fossero inaccettabili, perché non lo si è detto prima? Inutile gridare dopo, a meno che non siano grida strumentali e opportunistiche.
Come quelle di ieri, che hanno indicato i lavoratori come colpevoli del mancato servizio e dell’abbandono dei turisti. E’ stata scomodata l’immagine della capitale e del Paese, l’affronto a chi aveva da tempo prenotato la visita al monumento storico e non ha potuto accedervi, il disservizio e il costo che il mancato ingresso dei turisti ha comportato. Dimenticando però che questo succede in tutto il mondo.
Quei lavoratori avevano le loro buone ragioni per riunirsi in assemblea ed interrompere dunque il loro lavoro, dal momento che non ricevono gli straordinari che gli sono dovuti dal Novembre del 2014.
Viste le ripetute sollecitazioni da parte dei sindacati a onorare il contratto da parte delle istituzioni preposte, che hanno invece risposto con il silenzio e l’inadempienza, cos’altro dovevano fare i lavoratori? Quali altre possibilità ci sono se non la lotta sindacale per ottenere il dovuto dal padronato o dalle istituzioni che del padronato hanno assorbito la sottocultura da caporalato? Invocare il senso di responsabilità dei lavoratori mentre irresponsabilmente ci si rifiuta di rispettare gli oneri contrattuali è indegno. Se i turisti hanno i loro diritti, altrettanti ne hanno i lavoratori.
L’utenza pubblica - straniera nella fattispecie - è stata danneggiata, si è detto: e come avrebbe potuto non esserlo, visto che la chiusura del sito è risultata essere l’unica maniera per la quale le istituzioni non potranno più rifiutarsi di pagare il dovuto approfittando del silenzio? Stabilire che la cittadinanza non può subire la ripercussione di una agitazione sindacale è per principio una sciocchezza colossale, perché comporterebbe che tutti coloro che lavorano nei servizi pubblici e privati non potranno mai protestare o battersi per un miglioramento delle loro condizioni e nemmeno per ottenere quanto dovuto, perché qualunque iniziativa danneggia chiaramente il regolare svolgimento del servizio.
Nelle società di massa, infatti, ogni attività lavorativa, a qualunque livello, è intrecciata alle altre ed è fatale che un’interruzione di qualunque di essa comporta delle ricadute su terzi. E’ impossibile che ciò non avvenga. L’interruzione della produzione o dell’erogazione di un servizio quale che sia, comporta un disagio per l’utenza generale.
E allora cos’altro resta da fare a chi vede violato un suo diritto? Andare dai turisti e farsi dare da loro il denaro che non riesce ad avere dalle istituzioni? Franceschini ha finto dolore per i poveri turisti che avevano chissà quando e come prenotato il loro viaggio e la loro visita, dimenticandosi però di dire che chi lavora va pagato e che anche chi non è turista è portatore sano di diritti, primo tra i quali quello di essere rispettato dal datore di lavoro. Nello specifico della vicenda romana Franceschini sa benissimo che i lavoratori sono in credito ma ritiene che, come avvenuto per i pensionati, non importa che il credito sia esigibile e che vada quindi onorato, peggio per loro.
La strumentalità ha toccato il suo picco con Renzi e non poteva essere diversamente. Il finto sdegno è destinato ad approfittare dell’occasione per dare un’ulteriore limata ai diritti, primo tra tutti quello allo sciopero ed all’attività sindacale.
Renzi, com’è ormai noto, ha un’idea particolare del mondo del lavoro, per la sua particolare storia di dipendente unico nell’azienda paterna; ma l’obiettivo che ha è quello di piegare con la forza e i ricatti quello che resta della titolarità della rappresentanza delle categorie e dei diritti acquisiti. Per questo è stato messo a Palazzo Chigi.
Poi, siccome come affermava Flaiano, "la situazione è grave ma non è seria", il cameriere di Marchionne ha deciso che la prossima settimana porterà un decreto in CdM - l’ennesimo - che porterebbe i Beni Culturali nei servizi pubblici essenziali. Nessun problema, anzi. Sarebbe ora che l’Italia inserisse a pieno titolo la sua ricchezza culturale nei beni pubblici essenziali, ma per valorizzare il turismo, non per cercare di punire i lavoratori.
Renzi si rilassi: beni essenziali o no, le battaglie sindacali dei lavoratori continueranno. Lo leggerà su Twitter, anche se sarà in volo col suo nuovo aereo pagato da noi, lavoratori del Colosseo compresi.
Fonte
"Giù le mani dal Colosseo", ma veramente
Una piccola inchiesta porta alla luce particolari che meritano di essere conosciuti. Personaggi come Renzi e Marino o la Commissione di Garanzia sugli scioperi, vanno tenuti alla larga dai diritti dei lavoratori e dal patrimonio pubblico, perché sono un pericolo. Sulla vicenda dell’assemblea dei lavoratori e lavoratrici del Colosseo, abbiamo dovuto sopportare un volume di idiozie, menzogne e contumelie decisamente insopportabili.
Secondo tutti i membri dell’establishment che hanno preso la parola – da Renzi al presidente della Commissione di Garanzia sugli scioperi – i lavoratori hanno sì diritto all’assemblea ma senza ostacolare il flusso dei visitatori. Una operazione decisamente complicata e una affermazione totalmente in malafede e strumentale vediamo perché:
Il Colosseo è aperto tutti i giorni con i seguenti orari:
- 08.30 - 16.30: fino al 15 febbraio
- 08.30 - 17.00: dal 16 febbraio al 15 marzo
- 08.30 - 17.30: dal 16 all'ultimo sabato di marzo.
- 08.30 - 19.15: dall'ultima domenica di marzo fino al 31 agosto
- 08.30 - 19.00: dal 1 al 30 settembre
- 08.30 - 18.30: dal 1 all'ultimo sabato di ottobre
Quindi a seconda dell’esposizione solare, i lavoratori – per non ostacolare il flusso di visitatori al Colosseo – potrebbero riunirsi in assemblea non prima delle 16.30 in pieno inverno, dopo le 19.15 in piena estate. Oppure dovrebbero tenere le assemblee all'alba.
Area Archeologica di Pompei
Vediamo invece gli scavi archeologici di Pompei che sono aperti tutti i giorni con i seguenti orari:
- dalle 9.00 alle 19.30 dal 1 aprile al 31 ottobre
- dalle 9.00 alle 17.00 dal 1 novembre al 31 marzo
Anche in questo caso i lavoratori dovrebbero riunirsi in assemblea praticamente all’ora di cena tra aprile e ottobre, e dalle 17.00 poi da novembre a marzo.
Cliccando qui potete leggere il quotidiano francese Le Monde che racconta dello sciopero al prestigioso museo del Louvre di Parigi a marzo del 2013 (vedi la foto in copertina).
Qui invece è la BBC che ci racconta lo sciopero degli addetti alle pulizie al prestigioso British Museum di Londra tre anni fa.
Né in Francia né in Gran Bretagna abbiamo assistito alle vergognose pantomime, alle sguaiatezze e alle aggressive dichiarazioni del Presidente del Consiglio o del Sindaco per lo sciopero dei lavoratori. Renzi e Marino insomma hanno dato una dimostrazione di evidente peggiorità rispetto ai loro colleghi di altri paesi europei.
Ma se un lavoratore o una lavoratrice del personale del Colosseo o degli Scavi archeologici di Pompei volesse andare da visitatore nei prestigiosi palazzi istituzionali come Palazzo Chigi o Quirinale, quale offerta si troverebbe a disposizione?
Vediamo qui di seguito le possibilità di accesso al pubblico dei palazzi istituzionali:
Palazzo Chigi
Calendario visite guidate Palazzo Chigi anno 2015/2016
OTTOBRE : sabato 17 e 31
NOVEMBRE: sabato 14 e 28
DICEMBRE: sabato 12 e 19
GENNAIO 2015: sabato 16 e 30
FEBBRAIO: sabato 13 e 27
MARZO: sabato 5 e 19
APRILE: sabato 2 e 16
MAGGIO: sabato 7 e 21
Il palazzo della Presidenza del Consiglio è dunque visitabile al pubblico che ne volesse visionare le opere d’arte, le sontuose stanze e cortili solo 2 sabati per ogni mese e solo dalle 9 alle 12
Quirinale
Giorni di apertura
martedì – mercoledì – venerdì – sabato – domenica.
Il Palazzo sarà chiuso nel periodo delle festività natalizie, per le celebrazioni della Festa della Repubblica e nel mese di agosto.
Orari
Dalle 9.30 alle 16.00.
Ultimo ingresso per il percorso 1 (artistico-istituzionale) ore 14.30; per il percorso 2 (artistico-istituzionale e tematico) ore 13.30. È necessario presentarsi 30 minuti prima dell’orario di inizio della visita.
Insomma per visitare Palazzo Chigi o il Quirinale, come si dice, devi cogliere l'attimo!
Infine ma non certo per importanza, chi ci guadagna con gli incassi dei biglietti del Colosseo? Non ci crederete ma è una società privata del circuito Mondadori cioè di Berlusconi.
Per quanto riguarda il ricavato della vendita dei biglietti d'ingresso al Colosseo, ai Fori, a Palazzo Venezia, la parte più consistente degli incassi non andrebbero al Polo Museale romano, cioè al Ministero Beni Culturali e Turismo, ma alle imprese private concessionarie dei servizi. Contropiano ha già scritto in passato su questo.
Al Colosseo, il 69,8 % dei 3 euro aggiuntivi al costo del biglietto d’ingresso (di 12 euro complessivi) andrebbe alla concessionaria dei servizi, la Electa del gruppo Mondadori. Questa percentuale, scrive la Corte dei Conti in una recente relazione, «viola il dettato normativo attribuendo percentuali di entrate opposte a quelle leggi» (non più del 30%).
Un’altra situazione denunciata dalla Corte è quella degli ingressi a Palazzo Venezia, sede di un museo ma anche, in questi mesi, di una mostra su Carlo Saraceni (che terminerà il 2 marzo). I magistrati contabili accusano: su 10 euro pagati per il biglietto dal visitatore, 7,75 vanno alla società privata Civita Cultura.
Scrive il settimanale L’Espresso del 12 gennaio 2015:
“Nella Città eterna, che ogni anno richiama oltre 12 milioni di visitatori, lo Stato racimola solo le briciole dal tourbillon di acquisti culturali. Nel 2013 fra visite guidate, merchandising, prenotazioni, spuntini e caffè, monumenti e musei statali hanno incassato oltre 17 milioni di euro. Introiti virtualmente balsamici per le finanze esangui del Mibact, ma finiti quasi tutti nelle tasche dei privati: 15 milioni sono rimasti ai concessionari. Il Colosseo, icona universale dell’antica Roma, è anche l’emblema del suo paradosso, l’incapacità di farsi ricca col proprio patrimonio: 8 milioni infatti sono stati trattenuti dai concessionari e solo 1,2 sono andati alla soprintendenza”Renzi, Marino, il Presidente della Repubblica, il presidente della Commissione di garanzia hanno perso una ottima occasione per tacere.
Fonte
19/09/2015
Colosseo
Il tweet di Matteo Renzi che inveisce contro i sindacalisti che sarebbero nemici dell'Italia è autentico linguaggio fascista. Il regime di allora considerava italiano tutto ciò che era dalla sua parte e antitaliana ogni opposizione. Che poi Renzi e Franceschini aggrediscano i lavoratori e il loro diritto democratico a riunirsi nel nome della cultura aggiunge beffa all'infamia. I lavoratori del Colosseo e di altri beni culturali hanno completamente ragione. Gestiscono con competenza e passione un patrimonio di tutti mentre governi e burocrazia li mettono in condizioni di disagio permanente. Taglio degli organici, turni massacranti, straordinario e talvolta orario normale non pagati. È un miracolo che si rinnova tutti i giorni che i grandi siti archeologici ed i musei siano aperti.
Si dovrebbe solo gratitudine all'abnegazione di chi fa funzionare un sistema sottoposto a tagli di risorse e di posti di lavoro. Invece il più insulso ed inutile dei ministri della cultura, Dario Franceschini, compare in pubblico solo per minacciare chi il sistema culturale lo fa funzionare. E un presidente del consiglio che spende una valigia di euro in voli di stato, magari per andare a vedere il tennis, accusa di antitalianità chi vorrebbe che il servizio pubblico funzionasse meglio. Certo all'Expo di Milano ci sono lavoratori che in seguito ad accordo con CGIL CISL. UIL gratis ci lavorano davvero. In quel caso il sindacalismo diventa patriottico, mentre se rivendica la retribuzione delle ore lavorate danneggia il paese.
Ma tutta questa infamia è in realtà un pretesto. Per imporre il lavoro senza diritti e a titolo gratuito o quasi bisogna far sì che ogni forma di conflitto sia dichiarata fuorilegge in quanto danno al paese. Il governo conservatore britannico di Cameron sta varando un durissima legge antisciopero che i suoi stessi parlamentari hanno definito da dittatura fascista. Il pretesto in quel caso è stato il rifiuto dei lavoratori della metropolitana di Londra di lavorare di notte, anche in questo caso senza organici e retribuzioni adeguate.
Renzi ed i suoi hanno lo stesso obiettivo del primo ministro di sua maestà. Anche da noi si vogliono varare nuove leggi antisciopero, che si aggiungano a quelle pesanti già in vigore. Del resto il presidente del consiglio ha detto che a Marchionne spetta un monumento e se il capo della Fiat diventa un bene culturale, allora è giusto tutelarlo, imponendo a tutto il paese il regime di lavoro che vige a Pomigliano. A sostegno delle meschinità di Renzi e Franceschini si è scatenata la solita vandea della casta e del giornalismo di regime: i mostri del Colosseo hanno lasciato due ore i turisti ad aspettare che si svolgesse l'assemblea, vergogna! Il fatto poi che quella riunione sia un diritto garantito dalla legge e dalla Costituzione, non solo non fa riflettere il regime, ma lo incattivisce. Le leggi e la Costituzione vanno cambiate se in esse trova ancora spazio la protesta, perché I lavoratori devono solo essere "usi a obbedir tacendo".
Più di tanti discorsi sono vicende in fondo piccole come questa che mostrano il degrado raggiunto dalla democrazia italiana e dai suoi governanti, che ad ogni problema reagiscono manifestando tutta la loro arrogante ignoranza. Per questo, in nome della democrazia e della cultura bisogna stare senza se e senza ma con i lavoratori del Colosseo e con il loro diritto a lavorare con dignità e non come schiavi.
Fonte
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