Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/05/2020

Covid 19, lockdown e patrimonio culturale. Il colpo finale

di Luigi Di Gioia

Negli ultimi giorni, nel pieno delle discussioni per mettere un freno alla crisi post Covid-19, ovvero a quella che passerà alla storia come la più grave dalla Grande depressione del 1929, non sono mancati, tra i tanti, gli appelli per una ripresa delle attività culturali e una riapertura di luoghi come biblioteche e musei.

Qualcuno nel farlo ha solennemente affermato: la cultura è cibo per la mente. Per ciò che concerne i musei (e le biblioteche), il Governo ha indicato la data del 18 maggio. Qualcuno potrebbe pensare che le riaperture dei musei, e il patrimonio culturale in genere, possano contribuire alla ripresa italiana come è avvenuto negli ultimi anni, dopo la crisi economica e di consumi partita nel 2011, quando l’Italia fu raggiunta indirettamente dalla crisi generata dalla bolla speculativa finanziaria statunitense del 2007.

Occorre sottolineare che le due situazioni non sono assolutamente paragonabili. Sebbene entrambe siano conseguenza di una crisi dei consumi, quella che ci attende ha dinamiche decisamente diverse. L’Italia ha sfruttato, in questi precedenti anni di crisi, una congiuntura ad essa favorevole: nonostante l’allarme terrorismo a livello internazionale abbia generato un calo anche nei consumi turistici e conseguentemente culturali, il nostro Paese, considerato sicuro, ha sottratto piccole fette di mercato a destinazioni meno sicure.

Il patrimonio culturale, insieme al sole e al mare, è stato un asset importante di questa parziale ed effimera ripresa. Oggi è evidente che non potrà esserlo, considerando che la mobilità interna e il turismo incoming sono, e saranno, estremamente condizionati dalla pandemia e dalle restrizioni imposte dalle norme per il contenimento dei contagi. Indebolimento generalizzato delle capacità di spesa, indebitamento e aggressione ai risparmi, riduzione degli spostamenti singoli e soprattutto in gruppo, ingressi contingentati e misure di sicurezza, aumento dei costi di beni e servizi e, non da ultimo, la paura del contagio, sono tutti deterrenti alla ripresa del turismo e dei consumi culturali.

In particolare, i musei sono luoghi chiusi con assenza di sistemi di areazione naturale, per ovvi motivi di conservazione delle opere: quanti di noi, con l’arrivo della bella stagione e con l’invito pedante ad evitare luoghi chiusi, opteranno per una visita al museo?

In tutto questo le perdite per lo Stato sono evidenti. Secondo la Direzione generale Musei del Ministero dei Beni culturali e del Turismo, il lockdown ha causato ai musei una perdita netta di circa 20 milioni di euro al mese, della quale un buon 90% deriva dalla soppressione delle entrate di biglietteria e, per la restante parte, dei servizi accessori.

È questa, sicuramente, la motivazione tutta “economica” che ha spinto il ministro Franceschini, dopo settimane di silenzio, ad annunciarne trionfalmente la riapertura.

Occorre ribadire, però, che i musei statali, dichiarati per legge “servizi pubblici essenziali”, dovrebbero funzionare strutturalmente, al di là delle entrate generate, basandosi su risorse specificamente destinate dal bilancio pubblico. Le entrate dovrebbero essere utili esclusivamente a migliorare i servizi al pubblico, incrementare le collezioni, progettare interventi di valorizzazione, provvedere a interventi straordinari, etc.

La realtà dei fatti non è così. Il sistema era già ad un passo dal collasso: atavica mancanza di personale e disperata ricerca di risorse per l’ordinario.

L’aver relegato, nel corso degli anni, in soffitta la propria mission culturale ed educativa, quella dettata dal codice etico dell’ICOM, International Council of Museums (è sufficiente qui ricordare la definizione: “Il museo è un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società, e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali ed immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, e le comunica e specificatamente le espone per scopi di studio, educazione e diletto”), per abdicare definitivamente al mercato e al turismo, ha visto i musei statali e in special modo i grandi musei dotati di autonomia finanziaria, oggigiorno, muoversi (spesso senza competenze adeguate) verso la ricerca spasmodica di risultati quantitativi (e quasi mai qualitativi), con attività a dir poco squalificanti e che a volte hanno raggiunto il grottesco (party, feste di matrimonio, cene di gala, sfilate di moda, zumba, salse e merengue, etc.). Viceversa, cura delle collezioni, ricerca scientifica, educazione e interpretazione del patrimonio, assunzione di personale qualificato, etc. sono voci passate in secondo piano, sotto la colonna “costi”, con accanto la casella “tagli” ove mettere la spunta.

È evidente che oggi il Covid-19 si inserisce in una crepa già aperta che porterà questo sistema al crollo.

Oggi, in questa crisi e in special modo con una riapertura fantasmatica e incondizionata (se non alle ormai note norme di sicurezza anti Covid-19 dettate dagli esperti, ma non ancora chiare e definite) proclamata per il 18 maggio, pagherà dazio in modo particolare e catastrofico il comparto delle società concessionarie (a scopo di lucro), a cui sono affidati i cosiddetti “servizi aggiuntivi”, ovvero la front line tra lo Stato e il mercato: ai mancati introiti dei mesi di lockdown, il comparto dovrà prevederne ulteriori alla riapertura, dovuti alle restrizioni e al picco negativo del turismo, a cui si sommeranno non solo i costi ordinari di gestione ma anche i nuovi e necessari costi per la sicurezza del pubblico e degli operatori.

Se dovesse collassare il comparto, oltre alle immaginabili e gravi conseguenze sul piano sociale (perdita di posti di lavoro in primis), anche il sistema pubblico non reggerebbe: nell’impossibilità strutturale, per mancanza di personale, di gestire le biglietterie e i servizi aggiuntivi, vedrebbe polverizzarsi anche quei pochi introiti derivanti dalla bigliettazione in clima (post) pandemia.

Questo scenario si prospetta anche per il resto delle attività culturali: mostre, teatro, cinema. Infatti, le imprese private che organizzano mostre d’arte ed eventi culturali hanno già pubblicamente gettato la spugna: niente riaperture delle mostre già in corso e nessuna inaugurazione di quelle previste. Cinema d’essai e teatri non riapriranno e quando e se lo faranno ci sarà un’impennata dei biglietti d’ingresso, determinando una esclusione, non certo democratica, del pubblico meno abbiente che, come sempre, pagherà il prezzo più alto della crisi.

Del resto il ministro Franceschini ha già lanciato l’idea di una Netflix della cultura: se per una élite aristocratica e fortunata ci sarà l’accesso limitato alla cultura dal vivo, per altri verrà confezionata una piattaforma a pagamento dove la cultura diviene mero intrattenimento in streaming (in linea, del resto, con le politiche museali più recenti); per tutti gli altri, la terza classe (sic!), ci saranno i video gratuiti sui canali social dei musei, ormai pronti al lancio anche su TikTok (qui si potrebbe aprire un’altra parentesi sulla qualità raccapricciante di molti video realizzati da diverse istituzioni museali pubbliche).

Ma in Italia il patrimonio culturale non è solo statale, con i suoi musei grandi e piccoli, ci sono i musei privati, e vi è una immensa ricchezza dislocata capillarmente in tutto lo stivale, la vera risorsa del nostro Paese: una miriade di piccoli e grandi musei e luoghi della cultura appartenenti ad altri enti, in particolare ai Comuni, con le loro diverse forme di gestione.

A fatica (senza parlare del mancato rispetto sia dei parametri relativi agli standard museali, D.M. 10 maggio 2001, sia dei principi dell’ICOM) si riusciva semplicemente a tenerli aperti a causa dei soliti problemi dovuti alla mancanza di risorse, che da oggi saranno ancora più scarse a seguito di nuove e più urgenti esigenze che i Comuni dovranno affrontare.

Molti chiuderanno al solo pensiero di dover sostenere ulteriori costi per adeguarsi alle norme di sicurezza anti Covid-19. A fronte di questa devastazione dell’intero settore culturale a farne le spese saranno i soggetti più deboli e, tra questi, i lavoratori precari e non, in primis quelli del settore privato, come sempre meno tutelati e garantiti nonché più esposti alle crisi di mercato.

Lo scenario davanti a noi è alquanto drammatico, ancor più se si pensa all’annunciato lockdown a intermittenza.

Difficile essere ottimisti al momento, meglio usare il “pessimismo dell’intelligenza” e, parafrasando Antonio Gramsci, prevedere la peggiore situazione possibile, di modo da poter mettere in movimento tutte le riserve di volontà e ottimismo, per essere in grado di abbattere l’ostacolo e pensare ad una alternativa possibile.

E non si tratta qui, semplicemente, di limitarsi a trovare altre fonti d’entrata per colmare le perdite di cui sopra: occorre innanzitutto riposizionare i musei (e il patrimonio culturale tout court) fuori dal mercato e all’interno del più stretto controllo pubblico, con risorse specificamente destinate dal bilancio pubblico (siano esse risorse comunitarie, statali, regionali e degli enti locali), garantendo la stabilità del personale e dei professionisti della cultura, con nuove assunzioni, per adempiere ai compiti etici ad esso pertinenti quale, ad esempio, il ruolo fondamentale di istituzioni culturali, ovvero ridisegnando i musei e il patrimonio culturale a partire dal loro ruolo educativo accanto alle scuole e alle università, alle biblioteche e alla ricerca scientifica e, non da ultimo, al servizio dei cittadini, delle comunità locali, dei territori: non a caso i beni culturali un tempo erano appannaggio dell’allora Ministero della Pubblica Istruzione, mentre oggi sono associati al Turismo (MiBACT, Ministero per i Beni, le Attività Culturali e il Turismo) e succubi delle logiche mercantili e, dunque, delle crisi fisiologiche del mercato.

Sarà poi necessario che i cittadini (ri)prendano possesso del proprio patrimonio, partecipando direttamente, democraticamente e senza scopo di lucro, alla cura e alla gestione del bene comune, e possono farlo in tanti modi, tanti sono già gli esempi in Italia (fondazioni e cooperative di comunità, fondazioni di partecipazione, ecomusei, etc.) e tanti se ne potranno ideare, in grado di generare ricavi e redditività reinvestibili nel miglioramento dei servizi e, pertanto, nella qualità della vita delle stesse comunità.

È auspicabile, inoltre, che nei territori nascano e si costruiscano reti museali, formali e non, a geometria variabile, in grado di affrontare il problema dei singoli musei in maniera aggregata, per ottimizzarne la gestione, favorire le economie di scala, di scopo e di specializzazione, che possano garantire più facilmente la sopravvivenza e la crescita dei più piccoli.

Restando in tema di pandemia, dunque, occorre “prendersi cura” dei beni più preziosi per cercare di uscire dalla crisi.

Dobbiamo sempre tenere a mente che cultura, ricerca, istruzione, sanità, servizi sociali, biodiversità sono beni preziosi, non merci. Ricordiamoci che chi ci ha imposto il lockdown lo ha motivato con l’insufficienza dei posti in terapia intensiva: oggi dobbiamo innanzitutto pretendere la ricostruzione del Sistema Sanitario Nazionale, e pretenderlo avulso da interessi privati e regionalistici, partendo dalle reali esigenze di cura delle comunità locali nei rispettivi territori.

Le risorse e le strategie si trovano, ci sono: patrimoniale, lotta all’evasione fiscale, riduzione delle spese militari, etc. Non dimentichiamoci, infine, che l’essere umano è sempre storicamente condizionato dal rapporto con gli altri e con la natura, pertanto la sola aberrante ipotesi di un lockdown a intermittenza dovrebbe imporci questa via d’uscita.

Luigi Di Gioia opera da oltre venti anni nel settore della gestione e valorizzazione dei beni culturali con cooperative e aziende private, associazioni e enti del Terzo settore e a stretto contatto con gli Enti pubblici, occupandosi anche di formazione ed educazione al patrimonio culturale con Istituti scolastici ed Enti di formazione. Ha conseguito diversi titoli accademici e formativi, tra cui una laurea magistrale in “Management dei Beni Culturali” presso l’Università di Macerata, una laurea in “Conservazione dei Beni Culturali” presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, un diploma universitario in “Operatore dei Beni culturali” presso l’Università di Bari, un master del FSE attuato dalla Scuola Superiore di Studi Universitari e di Perfezionamento Sant’Anna di Pisa presso il Pastis di Brindisi in “Turismo e Beni Culturali”.

Fonte

17/01/2017

Ticketlandia. Il patrimonio artistico svenduto sul mercato

Il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, alcuni giorni fa, ha rilasciato una dichiarazione che ha suscitato, giustamente, polemiche e giudizi negativi: introdurre un biglietto di ingresso al Pantheon. “Penso che entro la fine della legislatura per visitare il Pantheon si pagherà il biglietto, magari anche basso” (fonte Ansa.it), ha dichiarato il Ministro, aggiungendo che i proventi derivanti dalla vendita dei biglietti potranno servire per il mantenimento ed i restauri, ordinari e straordinari della struttura. Oppure potrebbero essere versati per il 20% nel fondo di solidarietà del Ministero stesso. Contrari a questa ipotesi si sono già detti il vicesindaco Bergamo e il decano dei giornalisti della Capitale, Vittorio Emiliani (per anni direttore de Il Messaggero).

Il Pantheon si calcola che venga visitato ogni anno da oltre 7 milioni di persone (sui 13 milioni di turisti che visitano annualmente Roma). Si ripropone nuovamente la contraddizione tra le possibilità offerte dai siti storici, artistici e archeologici di Roma – ma anche di altre città – e la destinazione/appropriazione dei proventi che ne derivano. Si, perché è da tempo che annusando l’aria e guardando i conti ci si è accorti che sui beni archeologici, museali e artistici ci si ingrassano i privati lasciando al pubblico (il Ministero Beni Culturali) spesso solo gli oneri.

Ogni anno i 420 istituti dello Stato registrano un incasso totale di biglietteria che nel 2014 si è aggirato sui 111 milioni. Questa cifra (niente affatto straordinaria) è al netto dell'aggio concesso ai privati ai quali sono stati dati in concessione i servizi museali e dei beni archeologici. Infatti se lo Stato incassa 111 milioni ben 49 milioni, sempre nel 2014, sono stati incassati solo dai servizi aggiuntivi (audioguide, bookshop, gadget, caffetterie, prenotazioni e prevendite, ristoranti e visite guidate) gestiti dai privati. Di questi proventi, solo 7 milioni sono finiti nelle casse statali.

E’ dal 1993 con la legge Ronchey è stata aperta la porta ai privati nella gestione del patrimonio artistico pubblico. Il risultato è stata spartizione della torta tra pochi eletti. I pincipali "privati del patrimonio", sono Civita Cultura, Electa, Coop. Si tratta di società che in questi anni si sono sostituite allo Stato nella gestione di biglietterie, servizi di prenotazione, ristoranti, audioguide, cataloghi, sicurezza e personale, con percentuali sugli incassi estremamente vantaggiose: oltre l'85% sui servizi aggiuntivi, il 30% sulla biglietteria, il 100% sulla prevendita.

Oggi infatti in molti siti archeologici e museali (dal Colosseo agli Uffizi) la biglietteria è affidata a concessionari privati che, secondo la legge hanno il loro “aggio” ma non possono trattenere oltre il 30% del costo del biglietto. In compenso possono incassare integralmente i diritti di prevendita che, per esempio, per gli Uffizi di Firenze arrivano fino a 4 euro. Agli Uffizi il servizio è stato finora gestito da Civita Cultura che ha ereditato un contratto di appalto, ormai scaduto, risalente agli anni ’90 e siglato con Firenze Musei. Facendo la stima che agli Uffizi ci sia una media di 5000 presenze giornaliere, per ben 3500 ci sono le prenotazioni, dunque la prevendita gestita dai privati. In pratica 14mila euro ogni 24 ore.

Inoltre, in alcuni casi la Corte dei Conti ha denunciato che nemmeno la soglia del 30% spesso viene rispettata. Al Colosseo, infatti, sui 12 euro a biglietto, alla Soprintendenza invece che il 70%, arriva solo il 30%. Il restante va alla società privata Electa in base ad accordi e concessioni su cui ancora non si riesce a venire a capo e che risalgono, sempre tra proroghe e ricorsi, al 1997, quattro anni dopo l’entrata in vigore della Legge Ronchey e la bellezza di 20 anni fa.

Si calcola che nel 2014 i visitatori al Colosseo sino stati 6 milioni e 181mila, con un introito lordo totale di 41 milioni e 440mila euro. Nel 2015, si è registrato un incremento di visitatori, saliti a 6milioni e 551mila e gli introiti lordi sono saliti a 44 milioni e 613mila. Ma il deputato di Scelta Civica, Andrea Mazziotti, ha scoperto che allo Stato, dal 2001 a oggi (da quando i dati sono disponibili), non sarebbe andato il 30,2 per cento ma solo l’11,9 per cento.” Perché lo Stato avrebbe incassato quasi il 19 per cento in meno rispetto a quanto previsto dall’unico accordo vigente? Su 74milioni di euro di incasso lordo maturato dalla gestione dei ‘servizi aggiuntivi’ denuncia Mazziotti in una interrogazione parlamentare.

Nel 2013 la Corte dei Conti aveva richiesto esplicitamente di istituire nuove gare per le concessioni e con criteri trasparenti. Negli anni precedenti c’erano stati dei tentativi delle precedenti amministrazioni, che erano però falliti sotto una raffica di ricorsi al Tar impugnati dai "soliti" concessionari privati che vedevano minacciati i loro oligopoli, i quali molto spesso hanno il piede sia nel pubblico che nel privato. Un palese conflitto di interessi.

Il dott. Albino Ruberti, ad esempio, è amministratore delegato sia di Civita Cultura che di Zètema, società del Comune di Roma che nominalmente dovrebbe essere concorrente di Civita Cultura. Ruberti, in una intervista a La Repubblica, ci tiene a sottolineare che ad esempio “I ricavi sono molti bassi e il modello in essere non offre possibilità di fare investimenti. Siamo solo dei concessionari che guadagnano sui biglietti e i servizi aggiuntivi, ma non possiamo decidere né il prezzo né una strategia di marketing”.

Eppure a guardare i dati, la società Civita Cultura è presente in ben 82 musei (fra i quali gli Uffizi di Firenze) e nel 2014 ha fatturato circa 70 milioni di euro. Un'altra società privata come Coop Culture, che insieme alla Electa gestisce il Colosseo, è presente in 13 regioni italiane (tra cui la contestata Reggia di Venaria e i Musei civici di Torino) e ha chiuso il 2014 con ricavi per 43 milioni di euro. L’Electa, nel 2002 è stata acquisita dalla Mondadori.

La quota di ricavi provenienti dalla gestione dei beni pubblici che finisce nelle tasche di queste società private, non è poca roba. Civita Cultura, il cui presidente è Luigi Abete (ex presidente Confindustria e poi Bnl Paribas), ha chiuso il 2014 con 9,6 milioni di euro di ricavi, gestendo da sola 13 musei in Campania, 14 nel Lazio, 32 in Toscana, 11 in Veneto, 3 in Lombardia, 2 nelle Marche, 2 in Sicilia, 4 in Umbria, 1 in Piemonte. Ma a Firenze, il fiore all’occhiello di Civita Cultura è la prestigiosa Opera Laboratori Fiorentini, (un posto dove si restaurano i Leonardo da Vinci per intendersi) controllata all’80% dalla società romana e che vede anche qui il sott. Albino Ruberti, sedere sulla poltrona di amministratore delegato. Opera Laboratori Fiorentini gestisce di fatto il Polo Museale di Firenze e ha chiuso il 2014 con ricavi per 53 milioni di euro.

“Il risultato è che i nostri musei non sono più centri di produzione e redistribuzione della conoscenza (come invece il Louvre, o il British Museum, o il Prado), ma fatiscenti “discount della bellezza”, proni ad un turismo mordi e fuggi” denuncia lo storico dell’arte Alberto Montanari, precisando che un dogma a cui non crede è proprio quello secondo cui “il patrimonio culturale deve sottostare alle regole del mercato”. Scrive Montanari: “Personalmente sono in radicale disaccordo con questo dogma perché il fine ultimo del patrimonio è il pieno sviluppo della persona umana, un valore che non deve stare sul mercato”. Come dargli torto? Ed è proprio da qui che occorre ripartire per una visione emancipatrice dell’accesso e della gestione di un inestimabile patrimonio archeologico, artistico come quello di Roma e del nostro paese nel suo complesso.

Fonte

21/09/2015

"Giù le mani dal Colosseo", ma veramente



Una piccola inchiesta porta alla luce particolari che meritano di essere conosciuti. Personaggi come Renzi e Marino o la Commissione di Garanzia sugli scioperi, vanno tenuti alla larga dai diritti dei lavoratori e dal patrimonio pubblico, perché sono un pericolo. Sulla vicenda dell’assemblea dei lavoratori e lavoratrici del Colosseo, abbiamo dovuto sopportare  un volume di idiozie, menzogne e contumelie decisamente insopportabili.

Secondo tutti i membri dell’establishment che hanno preso la parola – da Renzi al presidente della Commissione di Garanzia sugli scioperi – i lavoratori hanno sì diritto all’assemblea ma senza ostacolare il flusso dei visitatori. Una operazione decisamente complicata e una affermazione totalmente in malafede e strumentale vediamo perché:

Il Colosseo è aperto tutti i giorni con i seguenti orari:

-  08.30 - 16.30: fino al 15 febbraio

-  08.30 - 17.00: dal 16 febbraio al 15 marzo

-  08.30 - 17.30: dal 16 all'ultimo sabato di marzo.

- 08.30 - 19.15: dall'ultima domenica di marzo fino al 31 agosto

- 08.30 - 19.00: dal 1 al 30 settembre

- 08.30 - 18.30: dal 1 all'ultimo sabato di ottobre

Quindi a seconda dell’esposizione solare, i lavoratori – per non ostacolare il flusso di visitatori al Colosseo – potrebbero riunirsi in assemblea non prima delle 16.30 in pieno inverno, dopo le 19.15 in piena estate. Oppure dovrebbero tenere le assemblee all'alba.

Area Archeologica di Pompei

Vediamo invece gli scavi archeologici di Pompei che sono aperti tutti i giorni con i seguenti orari:

- dalle 9.00 alle 19.30 dal 1 aprile al 31 ottobre

- dalle 9.00 alle 17.00 dal 1 novembre al 31 marzo

Anche in questo caso i lavoratori dovrebbero riunirsi in assemblea praticamente all’ora di cena tra aprile e ottobre, e dalle 17.00 poi da novembre a marzo.

Cliccando qui potete leggere il quotidiano francese Le Monde che racconta dello sciopero al prestigioso museo del Louvre di Parigi a marzo del 2013 (vedi la foto in copertina).

Qui invece è la BBC che ci racconta lo sciopero degli addetti alle pulizie al prestigioso British Museum di Londra tre anni fa.

Né in Francia né in Gran Bretagna abbiamo assistito alle vergognose pantomime, alle sguaiatezze e alle aggressive dichiarazioni del Presidente del Consiglio o del Sindaco per lo sciopero dei lavoratori. Renzi e Marino insomma hanno dato una dimostrazione di evidente peggiorità rispetto ai loro colleghi di altri paesi europei.

Ma se un lavoratore o una lavoratrice del personale del Colosseo o degli Scavi archeologici di Pompei volesse andare da visitatore nei prestigiosi palazzi istituzionali come Palazzo Chigi o Quirinale, quale offerta si troverebbe a disposizione?

Vediamo qui di seguito le possibilità di accesso al pubblico dei palazzi istituzionali:

Palazzo Chigi

Calendario visite guidate Palazzo Chigi anno 2015/2016

OTTOBRE : sabato 17  e 31
NOVEMBRE: sabato 14 e 28
DICEMBRE: sabato 12 e 19             
GENNAIO 2015: sabato 16 e 30            
FEBBRAIO: sabato 13 e 27                        
MARZO: sabato 5 e 19                           
APRILE: sabato 2 e 16                        
MAGGIO: sabato 7 e 21 

Il palazzo della Presidenza del Consiglio è dunque visitabile al pubblico che ne volesse visionare le opere d’arte, le sontuose stanze e cortili solo 2 sabati per ogni mese e solo dalle 9 alle 12

Quirinale
Giorni di apertura

martedì – mercoledì – venerdì – sabato – domenica.

Il Palazzo sarà chiuso nel periodo delle festività natalizie, per le celebrazioni della Festa della Repubblica e nel mese di agosto.

Orari

Dalle 9.30 alle 16.00.
Ultimo ingresso per il percorso 1 (artistico-istituzionale) ore 14.30; per il percorso 2 (artistico-istituzionale e tematico) ore 13.30. È necessario presentarsi 30 minuti prima dell’orario di inizio della visita.

Insomma per visitare Palazzo Chigi o il Quirinale, come si dice, devi cogliere l'attimo!

Infine ma non certo per importanza, chi ci guadagna con gli incassi dei biglietti del Colosseo? Non ci crederete ma è una società privata del circuito Mondadori cioè di Berlusconi.
Per quanto riguarda il ricavato della vendita dei biglietti d'ingresso al Colosseo, ai Fori, a Palazzo Venezia, la parte più consistente degli incassi non andrebbero al Polo Museale romano, cioè al Ministero Beni Culturali e Turismo, ma alle imprese  private concessionarie dei servizi. Contropiano ha già scritto in passato su questo.

Al Colosseo, il 69,8 % dei 3 euro aggiuntivi al costo del biglietto d’ingresso (di 12 euro complessivi) andrebbe alla concessionaria dei servizi, la Electa del gruppo Mondadori. Questa percentuale, scrive la Corte dei Conti in una recente relazione, «viola il dettato normativo attribuendo percentuali di entrate opposte a quelle leggi» (non più del 30%).

Un’altra situazione denunciata dalla Corte è quella degli ingressi a Palazzo Venezia, sede di un museo ma anche, in questi mesi, di una mostra su Carlo Saraceni (che terminerà il 2 marzo). I magistrati contabili accusano: su 10 euro pagati per il biglietto dal visitatore, 7,75 vanno alla società privata  Civita Cultura.

Scrive il settimanale L’Espresso del 12 gennaio 2015:
“Nella Città eterna, che ogni anno richiama oltre 12 milioni di visitatori, lo Stato racimola solo le briciole dal tourbillon di acquisti culturali. Nel 2013 fra visite guidate, merchandising, prenotazioni, spuntini e caffè, monumenti e musei statali hanno incassato oltre 17 milioni di euro. Introiti virtualmente balsamici per le finanze esangui del Mibact, ma finiti quasi tutti nelle tasche dei privati: 15 milioni sono rimasti ai concessionari. Il Colosseo, icona universale dell’antica Roma, è anche l’emblema del suo paradosso, l’incapacità di farsi ricca col proprio patrimonio: 8 milioni infatti sono stati trattenuti dai concessionari e solo 1,2 sono andati alla soprintendenza”
Renzi, Marino, il Presidente della Repubblica, il presidente della Commissione di garanzia hanno perso una ottima occasione per tacere.

Fonte

19/09/2015

Colosseo


Il tweet di Matteo Renzi che inveisce contro i sindacalisti che sarebbero nemici dell'Italia è autentico linguaggio fascista. Il regime di allora considerava italiano tutto ciò che era dalla sua parte e antitaliana ogni opposizione. Che poi Renzi e Franceschini aggrediscano i lavoratori e il loro diritto democratico a riunirsi nel nome della cultura aggiunge beffa all'infamia. I lavoratori del Colosseo e di altri beni culturali hanno completamente ragione. Gestiscono con competenza e passione un patrimonio di tutti mentre governi e burocrazia li mettono in condizioni di disagio permanente. Taglio degli organici, turni massacranti, straordinario e talvolta orario normale non pagati. È un miracolo che si rinnova tutti i giorni che i grandi siti archeologici ed i musei siano aperti.

Si dovrebbe solo gratitudine all'abnegazione di chi fa funzionare un sistema sottoposto a tagli di risorse e di posti di lavoro. Invece il più insulso ed inutile dei ministri della cultura, Dario Franceschini, compare in pubblico solo per minacciare chi il sistema culturale lo fa funzionare. E un presidente del consiglio che spende una valigia di euro in voli di stato, magari per andare a vedere il tennis, accusa di antitalianità chi vorrebbe che il servizio pubblico funzionasse meglio. Certo all'Expo di Milano ci sono lavoratori che in seguito ad accordo con CGIL CISL. UIL gratis ci lavorano davvero. In quel caso il sindacalismo diventa patriottico, mentre se rivendica la retribuzione delle ore lavorate danneggia il paese.

Ma tutta questa infamia è in realtà un pretesto. Per imporre il lavoro senza diritti e a titolo gratuito o quasi bisogna far sì che ogni forma di conflitto sia dichiarata fuorilegge in quanto danno al paese. Il governo conservatore britannico di Cameron sta varando un durissima legge antisciopero che i suoi stessi parlamentari hanno definito da dittatura fascista. Il pretesto in quel caso è stato il rifiuto dei lavoratori della metropolitana di Londra di lavorare di notte, anche in questo caso senza organici e retribuzioni adeguate.

Renzi ed i suoi hanno lo stesso obiettivo del primo ministro di sua maestà. Anche da noi si vogliono varare nuove leggi antisciopero, che si aggiungano a quelle pesanti già in vigore. Del resto il presidente del consiglio ha detto che a Marchionne spetta un monumento e se il capo della Fiat diventa un bene culturale, allora è giusto tutelarlo, imponendo a tutto il paese il regime di lavoro che vige a Pomigliano. A sostegno delle meschinità di Renzi e Franceschini si è scatenata la solita vandea della casta e del giornalismo di regime: i mostri del Colosseo hanno lasciato due ore i turisti ad aspettare che si svolgesse l'assemblea, vergogna! Il fatto poi che quella riunione sia un diritto garantito dalla legge e dalla Costituzione, non solo non fa riflettere il regime, ma lo incattivisce. Le leggi e la Costituzione vanno cambiate se in esse trova ancora spazio la protesta, perché I lavoratori devono solo essere "usi a obbedir tacendo".

Più di tanti discorsi sono vicende in fondo piccole come questa che mostrano il degrado raggiunto dalla democrazia italiana e dai suoi governanti, che ad ogni problema reagiscono manifestando tutta la loro arrogante ignoranza. Per questo, in nome della democrazia e della cultura bisogna stare senza se e senza ma con i lavoratori del Colosseo e con il loro diritto a lavorare con dignità e non come schiavi.

Fonte