Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/05/2026

Dalla dottrina Mitterrand alla perfida Albione, le mirabili acrobazie complottiste di Fasanella

È uscita nelle librerie una nuova edizione di Che cosa sono le Br, Rcs, la lunga intervista che ventidue anni fa Giovanni Fasanella realizzò con Alberto Franceschini. Il volume viene riproposto al pubblico senza alcun aggiornamento critico del testo redatto nel 2004 e ormai ampiamente datato, nel quale l’ex brigatista dava ampio sfoggio della sua presa di distanze dal passato esercitandosi nel rito dell’autocritica (e della calunnia) degli altri.

La narrazione che allora propose Franceschini – scomparso nell’aprile del 2025 – è stata nel frattempo smentita da nuove testimonianze e acquisizioni storiografiche: dai dubbi espressi sulla morte di Feltrinelli e il ruolo di «Gunter», la cui identità, a differenza di Franceschini, era nota a diversi esponenti di Potere operaio, tra cui Oreste Scalzone che decenni dopo, a Parigi, lo mise in contatto con Carlo Feltrinelli quando questi stava lavorando al libro sul padre, Senior service; alla storia dei timer, secondo Franceschini «manipolati», recentemente smentita da Vittorio Battistoni, l’ingegnere meccanico dei Gap che fornì l’esplosivo all’editore oltre ad avergli dato indicazioni sulla costruzione del timer sul quale Feltrinelli, per la sua ossessione di «voler fare tutto da solo», commise degli errori che gli costarono la morte (Cf. Gappisti, di Davide Serafino, Deriveapprodi 2004), e altro ancora di cui scriveremo meglio più avanti.

Per ovviare a questo inconveniente e rendere appetibile la nuova edizione, l’autore ha aggiunto una prefazione che ripercorre con toni alquanto vittimistici la sua storia di giornalista, iniziata nel 1975 come cronista giudiziario all’interno della redazione torinese dell’Unità. Argomento che lo condusse a occuparsi delle indagini e dei processi che colpirono l’opposizione operaia armata che in quegli anni non faceva dormire i dirigenti della federazione torinese del Pci. Partito che condusse, insieme alla procura della repubblica sabauda, in una confusione di ruoli, funzioni e persino luoghi (basti pensare alle già narrate riunioni che il pm Caselli teneva nella federazione locale di quel partito o al ruolo politico svolto da Violante), una guerra senza frontiere ai gruppi della sinistra armata. L’Unità, organo ufficiale del Pci, divenne una delle tante trincee da dove quotidianamente veniva condotta questa battaglia. Più tardi, trasferitosi nella redazione romana, Fasanella passò alla cronaca politica fino al 1987, quando approdò alla redazione di Panorama dove restò comodamente anche dopo l’arrivo di Berlusconi. Un racconto autobiografico che solleva qualche dubbio sulla conferma del vecchio titolo per la nuova edizione: perché alla fine al lettore più che offrire l’ingiallita storia delle Br «secondo il verbo franceschiniano», si propone il poco avvincente percorso lavorativo di Fasanella.

Contrordine: non fu colpa di Mitterrand ma della regina Elisabetta

L’unico aspetto degno di segnalazione di questa nuova edizione è rappresentato dalla nuova postfazione, realizzata insieme a Mario José Cereghino, che con Fasanella ha già condiviso altri volumi. Postfazione che sostituisce quella firmata nel 2004 dal magistrato Rosario Priore. Una differenza non da poco perché Priore, in linea con le affermazioni dello stesso Franceschini, riteneva la Francia il «santuario del terrorismo», il luogo dove la lotta armata sarebbe stata ispirata, diretta e sostenuta. Secondo Priore, «il cervello parigino è esistito, agendo in perfetta intesa con le autorità di quel paese», la «centrale», situata Oltralpe, avrebbe sistematicamente promosso la destabilizzazione della democrazia italiana. Parigi – affermava sempre il magistrato – sarebbe stata al centro di intrighi internazionali, sostituendosi a Washington e Mosca nel ruolo di piattaforma destabilizzante dell’Italia. Priore (magistrato di simpatie conservatrici) metteva all’indice l’asse socialdemocratico guidato da Mitterrand che avrebbe tentato di giocare la terza forza tra le due maggiori potenze, destabilizzando volutamente la penisola italiana grazie alla protezione offerta ai militanti della lotta armata. Una tesi che avvalendosi di facili licenze narrative, trascurava il rigore cronologico degli eventi fino a dimenticare che negli anni Settanta la Francia era sotto la presidenza del centrista Giscard D’Estaing. Pur di delegittimare la cosiddetta dottrina Mitterrand, per Priore come per l’intera magistratura italiana, non si buttava nulla: ogni argomento era sempre buono.

Il ruolo del contesto internazionale è stato da sempre uno dei cavalli di battaglia su cui Fasanella ha fondato le sue congetture sulla storia del sequestro Moro e non solo, si veda il volume scritto stavolta con un suo collega di Panorama, arruolato per la bisogna, Corrado Incerti, sul presunto tentativo di uccisione di Berlinguer in Bulgaria, Berlinguer deve morire. Il piano dei servizi segreti dell’Est per uccidere il leader del Partito comunista. Siamo davanti ad uno dei tanti filoni prolifici della dietrologia sul sequestro Moro, rilanciato recentemente anche da Guido Salvini nella prefazione al libro di Stefano Romei, Storia segreta del caso Moro. Dall’operazione Fritz all’enigma Pacepa, in cui l’ex magistrato abbandona la pista delle ‘ndrine calabresi per allargare l’orizzonte del complotto sulla scena internazionale e le dinamiche geopolitiche dell’epoca.

Nella nuova postfazione Fasanella ribalta completamente la vecchia tesi di Priore spostando dalla Senna oltre Manica la regia occulta del sequestro. In un documento «oscurato», dunque non intelleggibile, trovato da Cereghino, saggista ed esperto di archivi anglosassoni – così recitano le cronache – si accennerebbe al «sostegno a una diversa azione sovversiva», dopo che la Nato avrebbe bocciato la proposta britannica di un colpo di Stato (che gli americani non avrebbero condiviso) per stoppare, in pieno 1976, il progetto di compromesso storico annunciato da Berlinguer, ma che in quel momento si sostanziava in una astensione parlamentare di Pci, Psi, Psdi, Pli, che consentiva alla Dc di governare con un monocolore guidato da Andreotti.

Non più Parigi ma la «perfida Albione», come spregiativamente Mussolini definiva l’Inghilterra, sarebbe stata all’origine – secondo il duo Fasanella-Cereghino – del sequestro Moro e del suo esito finale.

Attaccare Mario Moretti

Franceschini è stato nelle Br solo quattro anni per poi vivere dal carcere il resto della storia dell’organizzazione che aveva contribuito a fondare e da dove condusse una sorda battaglia contro il vertice esterno, fino a provocare le fatali scissioni del 1980 che condussero alla crisi irreversibile del gruppo e guidare la stagione allucinata delle esecuzioni sommarie per poi dissociarsi. Per questa ragione il suo racconto è inevitabilmente fondato su de relato, impressioni e supposizioni personali, idiosincrasie e antipatie croniche, valutazioni ex post condizionate dalla sua successiva scelta dissociativa che lo mise all’angolo, distaccato dal resto del gruppo e dai suoi passaggi finali. Un isolamento da lui mal sopportato, soprattutto quando Renato Curcio, il suo ex compagno di tante battaglie carcerarie, insieme a Moretti e altri brigatisti incarcerati, aprì nel 1987 la battaglia per una soluzione politica, da Franceschini – non a caso – fortemente osteggiata. Fu in quel momento che nella linea di mira di Franceschini entrò Mario Moretti attraverso una strategia diffamatoria condotta in collaborazione con Sergio Flamigni e ripresa da Fasanella. Il primo obiettivo dell’intervista del 2004 era infatti continuare a screditarne l’immagine, presentandolo come un “infiltrato”, una figura ambigua, estranea al gruppo fondatore, che avrebbe giocato sporco stravolgendo natura, storia e significato delle Brigate rosse, nonostante Moretti, unico tra gli esponenti del cosiddetto “necleo storico” continui ancora ed essere in esecuzione pena, ormai da 45 anni.

Parigi «santuario della lotta armata»

L’intervista uscì un anno dopo gli arresti che avevano messo fine al piccolo gruppo che 12 anni dopo la chiusura della lotta armata aveva rivendicato gli attentati mortali contro Massimo D’Antona (1999) e Marco Biagi (2001), entrambi giuslavoristi e consulenti di governo che avevano lavorato ai progetti di precarizzazione del mercato del lavoro. Circostanza che forniva il secondo obiettivo del libro: sostenere che la lotta armata fosse figlia di trame e potenze estere, giochi internazionali condotti da Paesi che avrebbero avuto un interesse specifico a destabilizzare la società italiana, i suoi equilibri politici, il suo «sviluppo democratico». Al centro di questa accusa era in quel momento la Francia, che con la sua “doctrine Mitterrand” aveva tollerato la presenza sul suo territorio di centinaia di fuoriusciti italiani condannati e ricercati per l’insorgenza degli anni '70 e '80. Questa politica d’accoglienza – spiegava Franceschini – avrebbe avuto un retropensiero: fare della Francia un «santuario della lotta armata». Disegno nato a metà degli anni '70 con l’ospitalità fornita agli ex del “Superclan”, poi allargata agli altri esuli della lotta armata. Simioni e gli altri del suo gruppo sarebbero stati: «il cervello parigino», fino ai nuovi attentati del 1999 e del 2001.

La procura bolognese

Le indagini e i processi hanno poi drasticamente smentito questa lettura fraudolenta: il piccolo gruppo di militanti che rivendicarono quelle azioni provenivano in parte dalla periferia romana, il resto dalla Toscana. Eppure all’inizio la procura bolognese sposò interamente la tesi del «santuario parigino». Le indagini furono indirizzate in Francia (precedute da diverse note depistatorie del Sisde che accusavano proprio il gruppo di Scalzone come cervello dei nuovi attentati, citate da Roberto Colozza in, L’affaire 7 aprile, Einaudi 2023), con indagini, rogatorie e la consegna straordinaria alle autorità italiane dell’autore di questo testo che lavorava in una università parigina, scriveva libri e collaborava alla luce del sole con quotidiani francesi. Militante del cosiddetto «partito dell’amnistia», molto vicino a Oreste Scalzone ma soprattutto che nulla c’entrava con la sigla Br-pcc, dissotterrata per rivendicare gli attentati. Ma le sigle, le singole storie e appartenenze organizzative, interessavano poco il pm e il nucleo investigativo, «gruppo Biagi» diretto da Vittorio Rizzi, che seguiva le indagini. Paolo Giovagnoli, che conduceva l’inchiesta, mirava solo agli esuli, i condannati per lotta armata riparati a Parigi che ai suoi occhi erano colpevoli di tutti i mali, perfetti capri espiatori delle sconfitte della sinistra, accusati di aver tramato con la potenza francese per destabilizzare la democrazia italiana impedendo l’ascesa al governo del Pci.

L’autore di una storia rovesciata

Nell’intervista con Fasanella, Franceschini da vita ad una narrazione edulcorata del proprio percorso politico che lo colloca sempre nel ruolo di puro e ragionevole, il migliore o meglio «il Mega», come amava farsi chiamare con deferenza nei cortili delle carceri speciali, a fronte della inconsistenza o peggio della ambiguità altrui. Eppure buona parte del suo racconto non trova riscontri: il primo ad andarsene dal Collettivo politico metropolitano nell’estate 1970 fu Moretti, in netto dissenso con Simioni. Franceschini, che si distaccò da Simioni con Curcio e Cagol solo più tardi, ammette la circostanza ma inventa l’esistenza di un legame sotterraneo di Moretti col Superclan, forse per far dimenticare il rapporto molto stretto che lui stesso ebbe con Simioni e il fatto che visse nella sua “Comune” e fece parte, con Cagol, della sua struttura riservata: «le zie rosse».

Fu sempre Franceschini a gestire in prima persona il sequestro Sossi, che segnava il cambio di strategia dalle prime Br avviando «l’attacco al cuore dello Stato» e che vide Moretti e parte della colonna milanese preoccupati che il lavoro nelle fabbriche passasse in secondo piano. A questo punto il racconto di Franceschini diverge completamente dalla testimonianza di Alfredo Buonavita, secondo il quale Moretti in dissenso si dimise dalla struttura di coordinamento nazionale per poi essere richiamato d’urgenza da Cagol dopo la cattura a Pinerolo di Curcio e Franceschini, dell’8 settembre 1974, mentre Corrado Alunni e altri uscirono nei primi mesi del 1976, dopo un definitivo chiarimento con Curcio.

Franceschini, ammette le dimissioni di Moretti nella riunione di Parma del 7 settembre, due giorni prima della sua cattura a Pinerolo, ma lo accusa meschinamente di aver finto le dimissioni rimanendo al suo posto nella successiva riunione, già stabilita per il 22 settembre successivo.

Sempre Franceschini scese a Roma per compiere quel sequestro di un esponente Dc che poi, dopo il suo arresto, verrà portato a termine nel marzo 1978, suscitando le sue critiche ex-post. Alcuni collaboratori di giustizia racconteranno dei rimproveri da lui lanciati contro i compagni esterni perché la morte di Margherita Cagol tardava ad essere vendicata a distanza di un anno, nonostante l’esecuzione di Coco, che avvenne tre giorni dopo l’anniversario della uccisione della fondatrice delle Br, fosse stata decisa in precedenza da Franceschini stesso: «Quel bersaglio lo avevamo indicato noi dopo il sequestro Sossi. Avevamo promesso di “giustiziare Coco”».

Il racconto che fa della sparatoria alla Spiotta è infarcito di grossolani errori, smentite dallo stesso memoriale del brigatista fuggito: cita due auto dei carabinieri giunte suol posto, mentre l'auto era una sola; descrive Cagol ferita ad una gamba anziché al braccio destro; afferma che il Br che era con Cagol usò il mitra che invece era in spalla alla Cagol e venne ritrovato nella sua macchina con tutti i colpi nel caricatore; cita la presenza di uomini in borghese che in realtà sopraggiunsero solo dopo. Palesemente racconta cose orecchiate male su cui poi costruisce sopra, come suo solito, congetture.

Sulle circostanze dell’arresto suo e di Curcio a Pinerolo è stato ampiamente smentito dallo stesso Curcio e recentemente anche da Pierluigi Zuffada (leggi qui). Accusa Moretti dell’arresto di Semeria alla stazione centrale di Milano, quando oggi è noto che fu una spia del Sid, l’operaio di Porto Marghera Leonio Bozzato, a consegnarlo ai carabinieri dopo averlo accompagnato alla stazione di Venezia. Fu proprio per coprire questo infiltrato che i carabinieri tentarono di uccidere Semeria sulla pensilina della stazione di Milano. Episodio che spinse Franceschini a chiedere all’Esecutivo di verificare se Moretti fosse una spia. Un abbaglio disastroso. Sempre Franceschini sostiene che gli arresti del 1975-'76 azzerarono le Br delle origini, legate al gruppo reggiano dell’Appartamento (da intendersi come quelle pure e genuine), per essere sostituite da una «nuova generazione», ovviamente equivoca e opaca, perché a lui sconosciuta. Affermazione ancora una volta scorretta, perché le prime Brigate rosse non sono riducibili al solo gruppo reggiano ma avevano ampie radici nelle fabbriche e quartieri milanesi, nonché rapporti con Torino, e poi perché Moretti era nel Cpm e Gallinari apparteneva all’Appartamento mentre nel 1975 arrivarono altri due reggiani, Bonisoli e Azzolini.

Sollecitato da Fasanella, si azzarda sul tema dei rapporti internazionali, a lui sconosciuti perché successivi al 1978. Cita verbali rilasciati da alcuni pentiti (Galati e Savasta) per sostenere che Moretti li avrebbe intessuti attraverso membri dell’ex Superclan riparati a Parigi e compromessi con potenze straniere. Citando Savasta fa il nome di un certo «Louis», che secondo il pentito sarebbe stato Vanni Mulinaris dell’Hyperion. Affermazioni irrilevanti sul piano storico poiché non pervenute da una conoscenza diretta dei fatti ma da letture di atti giudiziari e articoli di giornali degli anni successivi e da conversazioni con lo stesso Fasanella. Le indagini di polizia hanno poi accertato che dietro quel nome c’era Jean Louis Baudet, che sotto l’appellativo di «Paul» faceva da tramite per le Br con i referenti palestinesi. Un contatto con molta probabilità trovato da Antonio Bellavita, l’ex direttore di Controinformazione riparato a Parigi a metà degli anni '70, di cui Moretti si fidava ciecamente.

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25/08/2021

Neofascismo e revisionismo di Stato: è tempo di reagire

di Tomaso Montanari

1.

Domenica scorsa il ministro Franceschini si è assunto la responsabilità della nomina di Andrea De Pasquale alla guida dell’Archivio Centrale dello Stato. Lo ha fatto minimizzando indecentemente l’episodio della santificazione di Pino Rauti, di cui De Pasquale fu responsabile. La reazione delle associazioni delle vittime delle stragi fasciste è stata ferma: «La nomina di De Pasquale è un vulnus intollerabile, una operazione che sembra serva a tranquillizzare quegli apparati che ancora oggi hanno paura della verità. Noi non solo vigileremo ma non ci fermeremo qui». Se, come spero, impugneranno la nomina, avranno ottimi argomenti per vincere.

Sarebbe importante, perché ormai da anni è in corso un’agguerrita guerra culturale da parte di una destra più o meno apertamente fascista: una battaglia il cui obiettivo è niente meno che un revisionismo di Stato. E cioè la cancellazione della storia che racconta cosa fu davvero il fascismo, e cosa è stato il neofascismo criminale della seconda metà del Novecento.

Non si può nascondere che alcune battaglie revisioniste siano state vinte, grazie alla debolezza politica e culturale dei vertici della Repubblica. La legge del 2004 che istituisce la Giornata del Ricordo (delle Foibe) a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah) rappresenta il più clamoroso successo di questa falsificazione storica. In una coraggiosa lettera aperta, lo storico Angelo D’Orsi ha accusato il presidente Mattarella di aver fatto «un grave torto alla conoscenza storica» con il «discorso del 10 febbraio [2020], in cui non si è limitato a rendere onore a quelli che, nella narrazione corrente, ormai sono i “martiri delle foibe”, ma ha usato ancora una espressione storicamente errata, politicamente pericolosa, moralmente inaccettabile: “pulizia etnica”. Ella, signor Presidente, è caduto nella trappola della equiparazione del grande, spaventoso crimine, il genocidio della Shoah, con gli avvenimenti al Confine Orientale, tra Italia e Jugoslavia, fra il 1941 e il 1948, grosso modo». Le cose, ha invano spiegato D’Orsi al Capo dello Stato, andarono diversamente: «la storiografia ci dice tutt’altro [...]: le vittime accertate, ad oggi, furono poco più di 800 (compresi i militari), parecchie delle quali giustiziate, essendosi macchiate di crimini, autentici quanto taciuti, verso le popolazioni locali: nessun generale italiano accusato di crimini di guerra è mai stato punito».

La falsificazione agisce a tutti i livelli. Così Matteo Salvini prova a rovesciare la storia, sostenendo che il sottosegretario leghista Durigon, invocando il ritorno dell’intitolazione del Parco di Latina ad Arnaldo Mussolini, non farebbe altro che difendere una storia ininterrotta fino al provvedimento di «un sindaco di sinistra» che nel 2017 lo dedicò a Falcone e Borsellino. È falso: quel parco cambiò nome (come la stessa città, che si chiamava Littoria…) dopo la Liberazione, e solo nel 1996 un sindaco dichiaratamente fascista recuperò la dedica al fratello del Duce (peraltro senza atti formali, ma solo facendo realizzare alcuni cartelli stradali). Quel sindaco, Ajmone Finestra, non era un “innocuo” nostalgico: per i suoi crimini a Salò il pubblico ministero (che era Oscar Luigi Scalfaro...) chiese la pena di morte. È questa la storia che Durigon difende, e questo l’osceno grumo di neofascismo che Salvini accoglie, e su cui Mario Draghi vergognosamente tace.

Ed è questo il quadro culturale in cui si colloca un De Pasquale che, da direttore della Biblioteca Nazionale di Roma, accoglie la donazione del Fondo Rauti con un comunicato che definiva il fascista Pino Rauti «statista», e «organizzatore, pensatore, studioso, giornalista, deputato dal 1972 al 1992. Tanto attivo e creativo, quanto riflessivo e critico». Pura propaganda di parte: che negava la ragione stessa per cui quel fondo andava accuratamente studiato, e quindi eventualmente accettato dopo averne messo in chiaro la natura – giacché era evidentemente stato creato con finalità apologetiche che avrebbero dovuto essere sottoposte a serrata critica, e non amplificate sui media.

Quel che la Destra vuole ottenere è nientemeno che la negazione radicale del presupposto della nostra Costituzione, la quale è anche «un comando sui vinti», cioè sui fascisti: dal 1948 in poi, in Italia il fascismo non è in alcun modo equiparabile all’antifascismo, né è un’opzione praticabile per il futuro. È un tabù assoluto: e tale deve rimanere, se vogliamo che la democrazia sopravviva.

Un leghista bolognese ha difeso la nomina di De Pasquale auspicando che faccia emergere dai fondi dell’Archivio Centrale dello Stato «qualcosa occultato per anni». Dalla riabilitazione dei Ragazzi di Salò perpetrata da Luciano Violante alla legge sulle Foibe, dal parco di Latina al sostegno leghista a De Pasquale l’obiettivo è sempre lo stesso: riscrivere la storia dalla parte del fascismo. Sapendo benissimo che l’unico modo per farlo, è falsificarla.

2.

Mi sono dimesso dal Consiglio Superiore dei Beni Culturali per protestare pubblicamente contro l’arroganza del ministro della Cultura Dario Franceschini, e denunciare l’umiliazione di quello che dovrebbe essere il massimo organo tecnico-scientifico del patrimonio. Sabato il Consiglio Superiore aveva inviato al ministro una nota in cui lo invitava a «tenere in adeguata considerazione» le forti obiezioni espresse dalle associazioni dei familiari delle vittime delle stragi di Bologna, Brescia, Milano sulla nomina di Andrea De Pasquale, «anche alla luce dell’importante ruolo di garanzia attribuito dalla normativa vigente all’Archivio medesimo per la conoscenza della memoria storica dell’Italia contemporanea». Franceschini non ha risposto, ma domenica ha annunciato che la nomina ormai era fatta. Le associazioni hanno risposto che la nomina «sbatte la porta in faccia alle associazioni e alle tante donne e uomini di cultura che si sono associati alle nostre preoccupazioni», e ribadito che «la nomina di De Pasquale è un vulnus intollerabile, una operazione che sembra serva a tranquillizzare quegli apparati che ancora oggi hanno paura della verità».

La nomina del responsabile dell’archivio centrale della Repubblica spetta al presidente del Consiglio dei ministri, che se ne è lavato le mani: così il ministro della Cultura si è trovato a godere di una insana autarchia. Nel modo in cui l’ha usata si intrecciano tutti i fili della involuzione del governo del patrimonio culturale. La rosa dei candidati era straordinariamente esigua: perché da anni i ranghi degli archivisti di Stato vengono massacrati dal letale definanziamento imposto da una politica senza cultura e senza memoria. Il progressivo svuotarsi della tutela consente l’espandersi dell’arbitrio del livello politico, sempre più insofferente ad ogni limite. E una parte dei funzionari rinuncia volentieri alla propria autonomia, genuflettendosi alla politica e ottenendo così una rapida carriera da yes-men.

Questa fatale deriva, che segna la fine del governo autonomo del patrimonio culturale secondo scienza e coscienza, è esattamente ciò di cui si dovrebbe occupare il Consiglio Superiore. Perché affidare l’Archivio Centrale a un non archivista che si è prestato a una aggressiva campagna neofascista, significa privare quel cruciale istituto di ogni autorevolezza scientifica, e dunque renderlo un docile strumento della politica. Mentre l’unica garanzia che la verità storica non venga occultata o manipolata, sarebbe un soprintendente tecnicamente indiscutibile, culturalmente autorevole e indipendente dalla politica.

Ho inutilmente chiesto che il Consiglio condividesse la reazione delle associazioni alla nomina, stigmatizzando il mancato ascolto da parte del ministro. La risposta del presidente, il professor Marco D’Alberti (da qualche mese divenuto consigliere giuridico del Presidente del Consiglio Draghi) è stata che «qualunque ulteriore presa di posizione del collegio sarebbe inopportuna e istituzionalmente impropria». Così il Consiglio continuerà a fare nomine in organi purtroppo inutili (consigli scientifici e consigli di amministrazione dei musei autonomi soggetti all’arbitrio dei super direttori), ad approvare finanziatissimi progetti speciali dei quali non riceve adeguata documentazione, e a tenersi accuratamente lontano dai problemi veri. Clamoroso il caso del PNRR e della conseguente istituzione di una Soprintendenza speciale: ci è stato consentito di parlarne solo dopo che il Consiglio dei Ministri aveva preso la decisione. E allora qual è il ruolo del Consiglio nel governo del patrimonio?

Dimettendosene, il 28 maggio 1960, Ranuccio Bianchi Bandinelli scriveva che «il Consiglio Superiore non è tenuto quale organo attraverso il quale alcuni competenti specialisti sono chiamati ad affiancare e orientare le direttive ministeriali, ma piuttosto come strumento per avallare e coprire decisioni già prese, spesso provocate da pressioni che possono dirsi politiche solo nel senso deteriore del termine, cioè del tutto particolaristico e clientelistico». È ancora così: e se quelle decisioni rappresentano un’apertura al revisionismo fascista, è il momento di dare l’allarme. Non lascio il posto di combattimento: lascio un Consiglio Superiore reso inutile, ma resto nel Comitato tecnico scientifico delle Belle Arti, presidio di tutela dell’interesse generale.

In Assemblea Costituente, Concetto Marchesi spiegò quale fosse la colpa degli intellettuali fattisi zona grigia intorno all’avanzata del fascismo: «Perché è avvenuto tutto questo? Per mancanza di capacità e di cultura? No: per mancanza di coscienza civile. È avvenuto [...] perché si trattava di una scienza, di una cultura, di un’arte interessata, e quindi destinata a volgersi verso tutti gli approdi sotto la spinta di ogni vento». Per la piccola parte che dipende da me, la storia non deve ripetersi.

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Ancora fascisti al governo

Il nazifascista Pino Rauti, capo di Ordine Nuovo e indagato per la strage di Piazza Fontana, è stato “uno dei personaggi chiave della Storia della Destra in Italia: organizzatore, pensatore, studioso, giornalista, deputato dal 1972 al 1992. Tanto attivo e creativo, quanto riflessivo e critico”.

Con queste parole mielate Andrea De Pasquale definiva Rauti, acquisendone gli archivi nella Biblioteca che dirigeva.

Ora questo burocrate, estimatore di uno dei personaggi coinvolti nelle storie più nere della Repubblica, è stato nominato dal ministro Franceschini direttore dell’Archivio Centrale dello Stato.

I familiari delle vittime delle stragi fasciste avevano pubblicamente chiesto al ministro di non fare quella nomina. Poi lo stesso Consiglio superiore dei Beni Culturali si era pronunciato contro di essa. Ma il ministro ha tirato dritto e il compagno Tomaso Montanari, per cui l’antifascismo non è una foglia di fico per coprire intrighi ed affari, si è dimesso dall’organismo.

Nulla di quello che avviene è casuale. Con la finzione ipocrita della superiorità della cultura, del superamento delle divisioni, della storia condivisa,in Italia si sta diffondendo un livello di tolleranza verso il fascismo che ha come precedenti solo quello del governo Tambroni del 1960. Solo che allora il governo si basava sui voti del MSI e la Resistenza era ancora un ricordo vivo.

Oggi il governo Draghi galleggia e costruisce carriere politiche sul disperdersi della memoria, sulla costruzione revisionista, sulle pulsioni reazionarie sempre più legittimate. Così la nomina di De Pasquale segue la permanenza al governo di Durigon.

Chi legittima il fascismo come idee e storia e non come crimine è oggi al governo. Anzi è il governi Draghi che vive di questa legittimazione. E i partiti che protestano sempre attaccati alla poltrona sono penosi complici. E a sua volta Mattarella tace.

Alla prossima celebrazione antifascista dobbiamo travolgere di fischi tutti i palchi ufficiali coi governanti.

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01/11/2020

Teatro e Cinema: il sipario si sta chiudendo per sempre

Nel nuovo DPCM, firmato il 25 ottobre 2020, sono descritte misure per il contenimento della pandemia che prevedono la chiusura immediata di palestre, sport giovanile, teatri e cinema. Ancora una volta i teatri e i cinema, dopo il lockdown di marzo 2020, sono i primi a chiudere totalmente, trascinando in un ulteriore baratro, i lavoratori dello spettacolo, musicisti, compagnie teatrali, tecnici del suono, operatori culturali di ogni genere.

Il ministro Franceschini giustifica questa scelta affermando che si tratta soltanto di ridurre la mobilità e di una pausa. Il maestro Muti ha subito risposto che si tratta di un segnale sbagliato dove a rimetterci è soltanto il mondo della cultura, i suoi operatori e una visione della società dove arte, musica e teatro vengono considerati superflui. Persino il mite Veltroni domanda perché le messe sono consentite e gli spettacoli no.

La perdita stimata per un solo mese di chiusura è di 64 milioni di euro di introiti diretti per il mondo dello spettacolo, più di 3 miliardi di euro il volume d’affari che gira intorno al mondo di teatri, cinema e concerti, 327.000 lavoratori che stanno dietro a questo mondo e che hanno una retribuzione media annua di poco più di 10.000 euro, altro che Fedez e Jovanotti! Difficile fare però un’analisi seria e complessa rispetto a questa chiusura, ma alcune considerazioni di fondo sono necessarie per cercare di capire e creare dei contenitori aperti da dove far ripartire i luoghi dello spettacolo.

Covid, scienza e spettacolo.

La totale mancanza di una linea guida rispetto alle dinamiche di difesa, d’informazione e di presidio delle strutture pubbliche e private in grado di arginare il covid-19, a 10 mesi dall’inizio della pandemia, i DPCM di questo governo fragile, le destre inguardabili, le dichiarazioni dei funzionari OMS, la mancanza di unione tra Stati per la lotta contro il Covid, le varie uscite dei virologi di turno, ormai star dei salotti televisivi, il mondo variegato e contorto delle fake news e del complottismo hanno dimostrato, ancora una volta, come l’informazione sia diventato un bene comune fondamentale da difendere e da ripensare per superare questa crisi particolare e per cominciare a cambiare questo sistema sociale. Il teatro e il cinema non possono subire questo processo economico, politico e culturale di cui non hanno responsabilità, né in termini di contagio né in termini di informazione errata.

I mondi divisi.

La società occidentale neoliberista continua a dividere classi, persone, stati, cittadini, generi, età, luoghi, tempi. In questo caso la lotta dei lavoratori dello spettacolo ha un senso soltanto se si aggancia alla battaglia sul salario minimo, sul reddito di base incondizionato, sulla pensione minima, su quelle lotte che hanno caratterizzato i riders, i call center, le ultime industrie rimaste, lo sfruttamento incondizionato della maggior parte delle lavoratrici e lavoratori, il futuro delle nuove generazioni, il modo di lavorare e il domandarsi, una volta per tutte, che cosa è il lavoro.

Il rituale.

In questo momento storico ed economico l’arte in tutte le sue forme sta vivendo un cambiamento radicale dove l’essere con altri, la solitudine degli altri, la malattia, il contagio, il momento fondamentale in cui si incontra l’altro, la storia, la memoria, l’essere davvero insieme ad altri in un incontro pubblico stanno venendo meno. La musica, il teatro o il cinema assumono un valore simbolico che permette di unire le linee del passato con il mondo futuro. Il Covid, oltre la necessità reale e oltre il negazionismo, non deve rappresentare un’ennesima occasione per abbandonare l’altro, il diverso, ciò che ancora si può mettere in discussione e ciò che ancora rimane da fare.

Domanda e offerta.

La società neoliberista, il consumismo sfrenato e la società dello spettacolo hanno modificato e desertificato i luoghi dell’arte da molto tempo ormai: le nostre città sono state svuotate di cinema, teatri e sala da concerto in nome dei luoghi non luoghi (Augè), come i centri commerciali, gli aeroporti, le autostrade o le stesse multisale. La società attuale ha privilegiato la domanda del mercato, come se la cultura fosse un oggetto da vendere, a secondo delle mode o dei condizionamenti pubblicitari, e oscurato l’offerta culturale proveniente da movimenti artistici, gruppi teatrali o musicisti di spessore. Il Covid ha trovato una terra già bruciata da decenni ormai, privilegiando la cosa, il profitto, il valore di scambio e non le persone e le idee del mondo artistico.

Rivoluzione digitale e trasformazione antropologica.

Non possiamo più tornare indietro: il mondo digitale, dopo le profonde trasformazioni strutturali e finanziarie, avvenute a partire dagli anni '80, ha cambiato il nostro modo di essere, osservare, vedere un film, ascoltare una poesia, partecipare ad un concerto. In questa decisiva mutazione antropologica l’arte deve riprendersi le sue responsabilità e mutare direzioni, ripensare luoghi e tecnologie, individuare i luoghi da cui ripartire, capire i tempi dell’attesa e quelli della rivoluzione da intraprendere. Amazon, Netflix e Facebook, i loro algoritmi e big data, devono restituirci i loro profitti in termini di reddito, ma anche le nostre idee, i nostri pensieri e le nostre possibilità.

Fonte

31/10/2020

“Prima delle rose vogliamo il pane!”


Giornata di lotta, venerdì 30, per i lavoratori della cultura e dello spettacolo, presenti in molte piazze d'Italia.

Da Milano a Roma, da Torino a Bologna, da Pescara a Palermo, da Catania a Napoli, la voce del teatro, del cinema, della danza, del circo, dello spettacolo dal vivo tutto, si è levata alta ancora una volta, da Marzo scorso, per protestare contro l’incongrua e nuova chiusura degli spazi dell’arte, a fronte della persistente insufficienza di contributi e risorse da destinare al settore.

Un comparto che, già in crisi strutturale prima della pandemia, a causa dei costanti tagli al Fus (Fondo Unico per lo Spettacolo) e alla spesa prevista per le attività culturali – tagli determinati, anch’essi, dallo scellerato Patto di Stabilità e dalle politiche di austerità imposte dalla Unione Europea – ha finito per essere colpito quasi mortalmente dal diffondersi, nella primavera scorsa, della Sars-Cov-2.

Bersaglio principale delle contestazioni e delle sacrosante rivendicazioni è, logicamente, insieme al Governo, il Ministro Dem Dario Franceschini. Titolare del Mibact e autore di una sciagurata riforma, che aveva già inferto, con le sue logiche aziendalistiche e produttivistiche, un colpo di grazia alle piccole imprese teatrali, alle produzioni cinematografiche indipendenti e, conseguentemente, a tutte quelle lavoratrici e a quei lavoratori che, ad esse, legano la loro sopravvivenza, artistica ed esistenziale.

Favorendo, di contro, teatri stabili, grandi compagnie, circuiti che hanno finito per detenere il monopolio della distribuzione, ricche case di produzione e nomi di prestigio, che ben si prestano ad una concezione mercantile della cultura e dell’arte.

Nomi e aziende che, d’altronde, poco o niente si sono viste in piazza!

D’altra parte, tanto il Premier Giuseppe Conte quanto il Ministro della Cultura, nulla fanno per farsi amare da una categoria che, in troppi casi, annovera lavoratori le cui condizioni economiche sono, frequentemente, sotto la soglia di povertà.

I quali però, sarebbero anche disposti – spesso commettendo un’ingenuità imperdonabile e rovinosa per sé stessi – a rinunciare a più giusti guadagni pur di tenere vivo il sacro fuoco della loro arte. E se solo fossero tenuti nella considerazione che si deve a chi, con il proprio lavoro, si suppone dovrebbe accrescere l’interesse e la vivacità culturale di un popolo.

Invece Conte, in primavera, durante una delle sue conferenze stampa, legate alla promulgazione dei tanti e arzigogolati Dpcm, ebbe a definire artisti e intellettuali alla stregua di divertenti intrattenitori.

Mentre il ministro Franceschini, qualche giorno fa, ha addirittura liquidato le proteste dei lavoratori della cultura, come stucchevoli e prive di comprensione per il delicato momento che il paese si trova ad affrontare.

Sancendo così, ad horas, la chiusura di Teatri, Cinema, Sale d’opera, Circhi. Nonché la sospensione, a tempo indeterminato, dei concerti dal vivo.

Spazi d’arte, insomma, di cui il Ministro e il Governo non sembrano comprendere la vera ragione economica.

Questi, infatti, al netto della loro valenza culturale, altro non sono se non luoghi di lavoro – atipico e intermittente, ancorché creativo, e spesso sottopagato – per tante lavoratrici e lavoratori che, con la loro dedizione, forniscono o dovrebbero fornire, ai cittadini della Polis, quel nutrimento per l’intelligenza che consentisse, nella migliore delle ipotesi, la formazione di una coscienza e di un pensiero critico.

Male che vada, ci si potrebbe accontentare comunque di un meno triviale senso estetico e del gusto. Un fattore che in un universo comunicativo dominato dai social, dalle D’Urso, dalla coppia Ferragni-Fedez, da giornalistucoli-conduttori o da maître à penser sedicenti liberal (da Lucia Annunziata in giù), non sarebbe certo da trascurare.

E invece, il primo comparto a chiudere, ancora una volta, dopo una falsa ripartenza – per di più nella stagione estiva che, di solito, corrisponde a quella di chiusura di cinema e teatri – è stato proprio quello dello spettacolo.

Falsa ripartenza, che aveva altresì illuso le categorie, impegnate lavorativamente nel settore, su una possibile ripresa economica. Che, a questo punto, ci sembra quantomai improbabile.

Ciò, nonostante un rapporto dell’Agis abbia documentato che, da Luglio – momento della ripresa degli spettacoli dopo il lockdown – ad oggi, si sia verificato un solo contagio tra sale cinematografiche e teatrali.

Che avevano, a loro spese e con enormi sacrifici economici, adottato tutte le misure imposte dai regolamenti in materia. Sacrifici, di fatto, resi vani dalle nuove disposizioni e dalla ripresa della diffusione dei contagi.

Ma c’è di più. La summenzionata chiusura sta avvenendo a fronte di insufficienti misure di sostegno, di scarse risorse di emergenza e di ammortizzatori assolutamente inadeguati, predisposti da un Governo la cui unica preoccupazione è, ancora una volta, tutelare esclusivamente il profitto e gli interessi dell’oligarchia confindustriale.

Dalla cui orbita sono esclusi, chiaramente, quei settori la cui catena del valore è agganciata all’economia della conoscenza e dell’immateriale.

Con un danno, specie su piccole aziende e lavoratori non baciati dalle calde luci della fama, che rischia di annichilire per sempre il mondo della cultura e dello spettacolo.

Sembra quasi superfluo, su questo giornale, dalle pagine del quale portiamo avanti, da tempo, una battaglia per le idee e la formazione di un pensiero critico e di una controcultura, che sappia opporsi all’ideologia del neoliberismo dominante – anche e soprattutto con le sue dinamiche di colonizzazione dell’immaginario – ricordare che un simile annichilimento porterebbe a compimento una strage sul terreno della coscienza civile e critica del Paese.

Ma necessita ricordarlo. Anzi, gridarlo. Come un urlo disperato su un precipizio. Perché l’Italia – e con essa l’intero occidente – vive un passaggio delicato della sua Storia. E, infondo al tunnel, la luce che si intravede sembra più quella di una fiaccola a Norimberga che quella di un Sol dell’avvenire.

Per questo, dobbiamo tutelare il nostro patrimonio culturale. Anche se già depauperato da quarant’anni di dittatura del Mercato.

Per questo dobbiamo lottare affianco dei lavoratori del settore. Per questo si devono unire le lotte. E operai, studenti, mondo della cultura, partite iva, nuovi ceti proletarizzati, devono tornare a riempire le piazze insieme. Senza distinguo e senza paura.

Com’è successo venerdì e come, si spera, tornerà a succedere ancora.

A Napoli, per esempio, in Piazza del Gesù, si sono ritrovati, insieme, lavoratori della cultura e operai della Whirlpool.

E, pur con le loro insanabili differenze, Cobas, Federazione del Sociale Usb, e Confederali. La Cgil, pur nella sua inconsistenza pluri-trentennale, ha voluto battere un timido colpo.

Ma le rivendicazioni importanti sono quelle che, in questi mesi, hanno elaborato piattaforme e associazioni, costituitesi sui social e online, autonomamente e fuori dai circuiti sindacali, e che hanno visto l’ adesione di tante lavoratrici e lavoratori.

Quelle rivendicazioni hanno rappresentato la piattaforma di partenza per la giornata di lotta di venerdì.

Reddito di emergenza; risorse certe per la ripartenza; registro di categoria; riconoscimento giuridico delle diverse figure professionali; creazione dell’Intermittenza come in Francia, in modo da tutelare la fisiologica discontinuità di una forma di lavoro che, per sua stessa specificità, risulta essere atipico; tavolo permanente tra parti sociali e ministeri; stabilizzazione dei lavoratori precari delle fondazioni lirico sinfoniche; reddito per tutti; sospensione degli affitti e delle utenze.

Sono queste, dunque, alcune delle istanze che la voce dei lavoratori ha fatto riecheggiare nelle piazze.

Intanto, la lotta continua. Per la tutela dei diritti. Per un’esistenza che non sia invisibile agli occhi della società. Per la sussistenza. Per la resistenza culturale. Per il diritto al dissenso e al pensiero critico.

Ma come recitava uno striscione in piazza: Prima delle rose vogliamo il pane!

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30/05/2017

Concorso Beni Culturali: ecco i rilievi del Tar che non avete ancora letto

Non si tratta di un errore burocratico. I rilievi fatti dal Tar del Lazio, in merito al concorso espletato dal Ministero dei Beni Culturali per la nomina dei Direttori dei 20 super musei italiani, non riguardano solo la nazionalità dei concorrenti (all’epoca del bando la legge italiana prevedeva che i dirigenti di Stato fossero di nazionalità italiana e il Ministro Franceschini era tenuto o a rispettare tale legge, oppure a promuoverne la modifica, ma non poteva ignorarla, come ha fatto). Essi fanno emergere almeno altre due questioni di ben altro peso e altra natura.

La prima concerne il fatto che i colloqui orali si sono svolti a porte chiuse e alcuni addirittura via skype, impedendo così la dovuta possibilità di controllo su come si siano realmente svolti tali esami e infrangendo una basilare legge a tutela della trasparenza in democrazia, secondo la quale tutti gli atti di un concorso pubblico devono essere pubblici.

La seconda questione denuncia gravi irregolarità riguardo ai criteri di assegnazione del punteggio. Si legge infatti: “Tali riflessioni, accompagnate dall’oscura circostanza che l’accorpamento con suddivisione in tre sottoclassi del punteggio previsto per il colloquio dei candidati ammessi alla decina è avvenuto ben dopo la individuazione, da parte della commissione di valutazione, dei criteri di assegnazione dei punteggi per le singole voci valutative nelle quali ripartire i 100 punti a disposizione: infatti, mentre (come si è già più volte ricordato) il meccanismo di assegnazione dei punteggi ai titoli presentati dai candidati è stato definito nella seduta della commissione tenutasi il 5 maggio 2015, i criteri di distribuzione dei venti punti (al massimo), da assegnare nel corso dei colloqui a coloro che erano stati selezionati per avere ingresso nella decina sono stati definiti nella seduta dell’11 luglio quando erano già noti i nomi dei candidati scrutinandi”.

In poche parole, quindi, si sono stabilite le regole del gioco a gioco già iniziato e dopo aver saputo quali carte ogni giocatore aveva in mano. Si potrebbe anche dire che se il candidato che si desiderava sostenere avesse inserito in curriculum di aver seguito un corso di danza cubana, sarebbe bastato stabilire che nel colloquio orale le competenze sulla danza cubana valevano il massimo assegnabile, cioè venti punti, per dargli un vantaggio che chiunque altro concorrente difficilmente avrebbe potuto colmare.

Per assurdo, ovvio. Ma qualcosa di non troppo dissimile deve essere pur accaduto, se colui che ha Diretto gli Uffizi per tanti anni senza generale scandalo e senza che mai il Ministero stesso gli avesse rivolto alcuna ammonizione non ha ricevuto nemmeno il punteggio necessario a entrare nella terna da proporre al Ministro e se alcune persone del tutto ignote e con curricula esilissimi o poco pertinenti siano state messe a dirigere istituti di grande peso. Del resto in tutta la lunga e circostanziata sentenza del Tar (che invitiamo a leggere per intero) si palesa lo sconcerto dei giudici di fronte alle modalità non certo chiare con cui si è svolto il concorso in ogni sua fase, ad esempio quando si parla di “...magmatica riconduzione dei 20 punti di massima assegnazione ai candidati della decina ammessi al colloquio...” o di “...illegittimità derivata dalle conclamate patologie che hanno corroso le frazionate procedure selettive...”.

Rimane infine da chiederci come è stato presentato tutto questo dalla stampa. Pressoché all’unanimità con titoli incentrati sullo scandalo che il Tar non permette direttori stranieri per i musei italiani. A parte che il Ministro Franceschini dovrebbe imparare a fare o a farsi fare leggi che non vadano contro quelle già (a torto o a ragione) esistenti, giudichi ognuno dove sta il vero scandalo di questa storia: nella sentenza del Tar, nelle modalità del concorso o nella manipolazione della notizia?

da http://www.perunaltracitta.org

Franca Falletti è nata e vissuta a Firenze. Laureata in Storia dell’Arte medioevale e moderna presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze con Roberto Salvini e Ugo Procacci e perfezionata nella stessa materia e presso la medesima facoltà, ha inizialmente svolto attività di libera professione collaborando con studiosi e Istituzioni nel campo della ricerca, della catalogazione e della didattica. Dal giugno 1980 funzionario direttivo della Soprintendenza per i beni artistici e storici delle province di Firenze, Pistoia e Prato, dal dicembre del 1981 è stata vicedirettrice della Galleria dell’Accademia e dal marzo 1992 Direttrice del medesimo museo fino al 28 febbraio 2013.

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26/05/2017

Montanari: “Sui musei il pasticcio non è il Tar ma la fretta di Franceschini”

Uno storico dell’arte, Tomaso Montanari, prende parola sul vespaio sollevato da una sentenza del Tar relativa alla nomina di dirigenti stranieri in alcuni importanti musei italiani. Il Tar afferma che quella decisione ha violato la legge esistente e che si è agito con fretta sospetta. L’autore della decisione il ministro Franceschini, insieme al suo sponsor Renzi, evocano l’idea che a questo punto vadano sciolti i Tar e violata la legge piuttosto che “fare brutta figura”. Un rovesciamento di responsabilità che la dice lunga sulla coerenza costituzionale di ministri e dirigenti nel nostro paese. L’unica vera critica al Tar, semmai, è quella di essere stato tardivo nel pronunciarsi. Lo storico dell’arte Tommaso Montanari è sempre stato piuttosto severo con il Ministro dei Beni Culturali. Ma ha ragioni da vendere. E’ sufficiente rammentare il doppio pasticcio sul Colosseo (sia con la generosa concessione ai privati che incassano l’80% degli introiti dei biglietti, sia con lo scippo contro il Comune di Roma), oppure lo scandalo degli “scontrinisti” alla Biblioteca Nazionale, o ancora il generosissimo regime di concessioni ai privati nella gestione dell’immenso, prezioso e pubblico patrimonio museale del nostro paese.

E’ dalla famigerata Legge Ronchey, varata durante il furore privatizzatore e ultraliberista dei governi di metà anni Novanta, che il patrimonio pubblico in materia archeologica, museale e culturale nel nostro paese è stato prima lasciato degradare per poterlo poi privatizzare nei fatti. I benefici che trae il paese si limitano a quelli dei grandi eventi e magari dell’immagine, ma sul piano delle risorse, queste prendono sempre più la strada degli interessi privati piuttosto che distribuirsi nella società.

Sulla questione delle nomine dei direttori dei musei, lasciamo parlare Tommaso Montanari che nel suo blog sull’Huffington Post ha scritto “cose che noi umani dovremmo conoscere”, a fondo.

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di Tomaso Montanari

“Vorrei ringraziare sinceramente Dario Franceschini, Matteo Renzi e Andrea Orlando. Le loro dichiarazioni di oggi mi hanno ringiovanito, riportandomi come per incanto all’Italia di vent’anni fa. Quando un pugnace Silvio Berlusconi attaccava frontalmente ogni giudice che gli desse torto, minacciando sfracelli e facendo rivoltare nella tomba il povero Montesquieu, che aveva ben spiegato perché il potere giudiziario, quello legislativo e quello esecutivo dovessero stare ben divisi.

E ora siamo daccapo. Il Tar del Lazio boccia impietosamente la “riforma” dei musei di Franceschini? Renzi tuona su facebook: “Non abbiamo sbagliato perché abbiamo provato a cambiare i musei: abbiamo sbagliato perché non abbiamo provato a cambiare i Tar!”.

Gli fa eco l’alternativa, cioè Orlando: “I Tar andrebbero cambiati“. E Franceschini si scaglia contro i giudici:“Sono preoccupato per la figura che l’Italia fa nel resto del mondo, e per le conseguenze pratiche perché da oggi alcuni musei sono senza direttore”.

Ma possibile che nessuno di costoro senta invece il bisogno di scusarsi? Di dimostrare un po’ di umiltà, invece di sfoderare una simile arroganza?

Il punto è molto semplice: una legge (non fascista: novellata nel 2001) dice che i posti della dirigenza pubblica sono riservati a chi ha la cittadinanza italiana. Si potrà discutere sulla sua bontà. Io non la trovo insensata: dai dirigenti dipendono molti posti di lavoro, sistemi complessi. In molti casi ci sono in gioco settori strategici. Ed è così in tutti i paesi. Franceschini grida che la National Gallery è diretta da un italiano: ma si dimentica di dire che quell’italiano è cittadino britannico.

E in ogni caso: se a un ministro una legge non piace, può chiedere al Parlamento di cambiarla. E Franceschini aveva i numeri per farlo. Se invece firma un atto che la aggira o peggio la vìola, può capitare che un giudice amministrativo annulli quell’atto. È la democrazia, bellezza! E io me ne sento garantito.

Non sarà il caso di cominciare a dire che non basta fare le cose, ma bisogna anche farle bene? La riforma Madia è stata massacrata dal Consiglio di Stato e dalla Corte Costituzionale, la riforma costituzionale è stata respinta dal popolo italiano: ma non sarebbe stato meglio farle bene, quelle riforme, invece che gridare contro chi ha dovuto constatarne il fallimento? Non è che la figuraccia dell’Italia l’ha causata un ministro incompetente circondato da incapaci?

E poi c’è un punto di merito. Il Tar dice che i colloqui per selezionare i direttori sono stati troppo frettolosi, e sono stati celebrati a porte chiuse. E che dunque i diritti dei concorrenti non sono stati rispettati. Se è vero è una cosa grave. E io so che è vero.

Quel concorso è stato condotto malissimo, ai limiti della farsa, per la stessa ragione per cui Franceschini non ha cambiato la legge: per la maledetta fretta mediatica di poter dire che aveva fatto qualcosa.

La commissione ha avuto (nella migliore delle ipotesi) nove minuti per leggere e valutare ogni curriculum e quindici minuti (questo è un dato ufficiale) per il colloquio che ha deciso la sorte degli Uffizi, o di Capodimonte.

Un elemento di comparazione: per scegliere l’ex direttore della Galleria Estense Davide Gasparotto come curatore della collezione di dipinti, il Getty Museum di Los Angeles ha ritenuto necessari un’intervista preliminare di 2 ore, un colloquio privato col direttore di 2 ore, due visite di tre giorni durante le quali il candidato ha trascorso molto tempo col direttore e il vicedirettore, e poi un lungo colloquio col presidente dei Trustee.

E in questo caso era un direttore di museo che diventava curatore di sezione: mentre noi abbiamo fatto il contrario (abbiamo preso direttori che in quasi tutti i casi non erano mai stati tali, ma al massimo conservatori di sezioni di musei secondari) in un quarto d’ora. La commissione contava solo due tecnici (un archeologo e uno storico dell’arte, entrambi professionalmente non italiani), accanto a una manager museale, a un rappresentante diretto del ministro stesso (l’autore materiale della riforma e consigliere giuridico principale del ministro) e a un presidente non proprio terzo rispetto alle volontà ministeriali (perché contestualmente confermato alla guida della Biennale di Venezia con una deroga alla legislazione vigente decisa dal governo).

Franceschini si trincera dietro i dati dell’affluenza ai musei: che però non dipendono certo dalla sua riforma (o pensiamo che gli australiani vadano gli Uffizi per la riforma Franceschini?), ma dalla congiuntura internazionale legata al terrorismo che vede crollare il turismo in Francia e nel Mediterraneo, e lo spinge nel nostro Paese, ritenuto più sicuro.

E poi: siamo sicuri che i musei si misurino solo con i numeri? A Brera moltissime tavole del Rinascimento hanno subito gravi danni a causa della noncuranza del nuovo direttore. Palazzo Pitti è diventato una cava di opere di pregio concesse in prestito per ragioni politiche, e un set da addii al celibato privati di lusso. Al Palazzo Ducale di Mantova si fa la fiera del mobile. E da nessuna parte si fa più ricerca, cioè non si produce più conoscenza. I musei assomigliano ormai a luna park pregiati: e a rimetterci sono i cittadini comuni, che non hanno molte altre occasioni di crescere culturalmente.

Il prossimo ministro per i Beni culturali dovrà smontare la “riforma” Franceschini pietra per pietra, errore per errore. Questa sentenza del Tar può essere un buon inizio.

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27/04/2017

La “guerra” del Colosseo. Governo e giunta Raggi ai ferri corti

Oggi alla Camera, il ministro dei Beni e delle Attività culturali, Dario Franceschini, risponderà nel question time alla interrogazione dei deputati del Pd i quali chiedono di sapere “se rispondono al vero le affermazioni della sindaca Virginia Raggi secondo le quali il decreto relativo all’istituzione del Parco Archeologico del Colosseo sarebbe lesivo degli interessi e delle competenze del Comune di Roma Capitale”.

In una conferenza stampa tenuta alcuni giorni fa, la sindaca aveva preannunciato un ricorso da parte dell'Amministrazione comunale contro il Decreto governativo che ha istituito il Parco archeologico del Colosseo, denunciando che l'atto unilaterale del Ministero sarebbe “lesivo degli interessi di Roma Capitale e produrrebbe una forte diminuzione delle risorse finanziarie dello Stato destinate alla tutela e valorizzazione del patrimonio culturale della Città di Roma”. Sullo “scippo” del Colosseo, sembra proprio che la sindaca Raggi abbia ragioni da vendere, tanto che anche un parlamentare romano come Walter Tocci, storico del Pci/Ds/PD, ex vicesindaco di Roma e membro della Commissione Cultura, ha bollato il provvedimento del ministero come "pastrocchio Franceschini".

A dare manforte alle ragioni della giunta comunale è arrivato anche il critico d’arte Tommaso Montanari che accusa la “post-verità di Franceschini” (ormai si dice elegantemente post-verità ma l’equivalente sarebbe “bugia”, ndr). Secondo Montanari “Come dimostra anche l’aggressiva operazione con la quale il ministro ha sfilato al Comune le Scuderie del Quirinale, siamo di fronte ad una precisa strategia: fare del Collegio Romano il vero centro decisionale della politica culturale romana. Se si aggiunge il fatto che la moglie di Franceschini guida l’opposizione Pd in Campidoglio ce n’è abbastanza per innescare uno scontro frontale”. Insomma parole pesanti come pietre sulle quali rincara la dose: “Lo “scippo” del Colosseo è la pietra tombale sul progetto di Antonio Cederna: un unico parco civico e archeologico che unisse l’Appia ai Fori senza soluzione di continuità. È dunque naturale che il sindaco reagisca”.

Ed a fianco del ricorso al Tar presentato dalla sindaca Raggi, si schiera anche il consigliere di opposizione di Sinistra per Roma, Stefano Fassina affermando che “Di fronte all’arroganza di un governo che va avanti nonostante le posizioni espresse da chi amministra il territorio e da una nutritissima e qualificatissima schiera di esperti, il ricorso al Tar per chiedere l’annullamento del decreto del Mibact delibera sul parco archeologico del Colosseo è giusto e necessario”.

L’azione unilaterale del governo sulla gestione dei beni archeologici e culturali di Roma (per onestà occorre dire che non è il primo governo a farlo), è rivelatrice di una guerra in corso da tempo sulla gestione di quello che viene definito “l’oro di Roma”, ossia il turismo che deriva dal suo immenso e mozzafiato patrimonio archeologico. Una dannazione che risale alla maledetta Legge Ronchey del 1995, l'epoca dei maledetti governi di Maastricht e del liberismo all'amatriciana (non meno violento e dannoso di quello di stampo anglosassone) che hanno spianato la strada alla privatizzazione anche in questo settore.

Come abbiamo denunciato con una nostra inchiesta nei mesi scorsi, il Comune di Roma e soprattutto gli abitanti della Capitale ricevono dei benefici minimi, talvolta irrisori, dalla maggiore risorsa a disposizione della città. C’è una appropriazione privata impressionante dei benefici del turismo e una deregolamentazione governativa che ha consegnato in mano ai privati la gestione dei servizi museali. Proprio il Colosseo è stata al centro di denunce perché l’80% degli introiti del biglietto finiscono in mano ad una società privata e ad una cooperativa.

Stavolta occorre dire che la sindaca Raggi fa bene a presentare il ricorso al Tar contro lo scippo effettuato dal governo. Ma sarebbe ancora meglio se avviasse un audit pubblico e popolare sulla gestione del turismo a Roma. Scoprirebbe quanti pochi benefici riceve la città – e soprattutto le sue periferie – da una risorsa che potrebbe fare la differenza sui fondi a disposizione per investire sulle esigenze degli abitanti e non dei profittatori privati.

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12/12/2016

Le tappe della disfatta (del Pd)

Un elenco di date, svolte, menzogne, tutte molto decisive. Dentro l'apparente mancanza di consapevolezza dell'abisso in cui un partito stava precipitando. A noi sembra che il Pd sia piuttosto un partito "scalato" dall'esterno, per ignavia e opportunismo dei suoi protagonisti storici, fino a farne l'unico contenitore adatto a contemperare le indicazioni di politica economica provenienti dalla Troika e interessi clientelari-mafiosi. Almeno per qualche tempo, ormai scaduto...

Un "partito" così, insomma, non ha più necessità di interrogarsi sulla strada intrapresa, le sconfitte subite, la delusione degli iscritti, il consenso popolare, le correzioni di rotta necessarie alla sopravvivenza. E' un puro strumento in mano a poteri che dispongono, ma non chiedono pareri.

Comunque, un elenco molto utile per chiunque non voglia camminare con gli occhi foderati di prosciutto.

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Certe volte bisogna ritornare alla storia. Il partito democratico nasce nel 2007. Il suo manifesto ideologico è il discorso del Lingotto di Veltroni.”L'Europa è andata a destra, in questi anni, perché la sinistra è apparsa imprigionata, salvo eccezioni, in schemi che l'hanno fatta apparire vecchia e conservatrice, ideologica e chiusa. Ad una società in movimento, veloce, portatrice di domande e bisogni del tutto inediti, si è risposto con la logica dei "blocchi sociali" e della pura tutela di conquiste la cui difesa immobile finiva con il privare di diritti fondamentali altri pezzi di società”.

Puro Renzismo in anticipo. Contribuisce immediatamente al crollo del secondo governo Prodi, quando Veltroni proclama la dottrina della vocazione maggioritaria, scatenando le ire di Mastella. Poi i giornali diranno che fu colpa di Turigliatto.

Alle elezioni del 2008 il PD, pur avendo bruciato ogni spazio alla sua sinistra, viene distrutto da Berlusconi.

Nel 2009 il partito perde rovinosamente le regionali in Sardegna portando alle dimissioni di Veltroni.

Nel 2009 alle europee, segretario Franceschini, il PD perde sette punti rispetto alle politiche.

Nel 2011 il partito democratico perde le primarie per le candidature a sindaco a favore dei sindaci arancioni, che saranno eletti alla guida del centrosinistra a Genova, Milano, Napoli, Cagliari.

A novembre del 2011 subisce, senza reagire, il ricatto internazionale con la regia del Quirinale che impedisce al paese di andare al voto dopo la caduta di Berlusconi. Vota con il governo Monti le riforme Fornero e il pareggio di bilancio in Costituzione, dopo aver solennemente giurato, con il segretario Bersani, di non farlo. Prende atto della abolizione delle pratiche di concertazione con i sindacati.

Nei 4 anni successivi pur avendo sempre tenuto la poltrona di Palazzo Chigi non fa nulla per revocare queste misure del governo Monti.

Sconvolgendo ogni aspettativa il PD perde le elezioni del 2013 prendendo appena il 25,43% dei voti in Italia, sessantamila meno del movimento 5 stelle. Ottiene la maggioranza e quindi il premio solo grazie ai voti dall’estero e a quelli portati in dote, oltre un milione, dalla sinistra di SEL con cui rompe da subito sulla vicenda dell’elezione del nuovo capo dello stato.

Ottiene si il famoso 41% alle elezioni europee del 2014 ma perde poi, dopo otto anni, le regionali in Liguria. A Roma la giunta Marino viene travolta da scandali e lotte di fazione interne.

Alle amministrative del 2016 perde appunto Roma, Napoli e Torino, quest’ultima appannaggio del centrosinistra dal 1993.

Un brand di successo non c’è che dire. Ma nessuno, mai, che si fermi a riflettere se il problema di questa catena di fallimenti non sia l’innovazione di processo ma quella di prodotto.

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08/07/2016

Renzi: la situazione precipita

Dalle elezioni amministrative è iniziata una reazione a catena che sta travolgendo tutto, complice anche la “botta” della Brexit.

In primo luogo le amministrative hanno distrutto l’immagine del Renzi sempre e comunque vincente. Nel complesso il fiorentino se l’è cavata con la risicata vittoria milanese (regalatagli dai renziani di complemento di Basilio Rizzo ed amici) ma non ha potuto evitare una vistosa crepa nel suo blocco di maggioranza, con le critiche di Franceschini.

Come era prevedibile, il risultato delle amministrative è andato molto al di là del significato locale (altro che “votare per i sindaci”, come sostenevano imbecilli e renziani coperti) ed ha attivato un terremoto nazionale. Il doppio nodo è diventato quello dell’Italicum e del referendum. L’esito delle amministrative ha dimostrato che:
 
a. la tendenza del Pd è a calare;
 
b. il risultato del referendum non è affatto scontato, anzi si profila la vittoria del No;

c. con il doppio turno vince il M5s.

Mesi fa scrivemmo pure che se le amministrative fossero andate male per il Pd, la maggioranza bulgara di Renzi nel Pd avrebbe iniziato a sfaldarsi, anche per timore di una seconda sconfitta al Referendum. Le cose stanno andando secondo copione: ha iniziato a smarcarsi Franceschini, che è l’azionista più forte del correntone renziano, con un buon 15-20% al seguito; se dovessero aggiungersi piemontesi (imbestialiti per il risultato torinese) e campani guidati da De Luca, per lui non ci sarebbe più speranza. Un sintomo sono state le sparate contro la battuta di De Luca sulla Raggi “bambolina imbambolata”: conoscendo De Luca ha detto cose infinitamente più pesanti anche su colleghe di partito, questa volta ci è andato leggero, ma le reazioni, molto al di là dell’effettiva portata del caso, credo siano dovute, più che al “politicamente corretto” per cui certe cose non si dicono, alla voglia di mandare un messaggio intimidatorio a De Luca, dimostrandogli come potrebbe essere schiacciato mediaticamente.

Ora è Franceschini a calare l’asso e non si tratta solo del suo peso percentuale in casa Pd, ma anche del fatto che, notoriamente è in rapporti preferenziali con il Colle. Renzi dice “se vince il No tutti a casa, anche il Parlamento”, ma fa i conti senza l’oste del Quirinale che potrebbe non sciogliere le Camere e nominare Franceschini a capo di un governo di unità nazionale (o formula simile) con l’incarico di rifare la legge elettorale invalidata di fatto dal Referendum.

Anche per questo Franceschini ha iniziato ad alzare il fuoco di sbarramento sull’Italicum, sia per porre le premesse di una sua candidatura a Palazzo Chigi, sia perché sa quale sia il terrore dei suoi compagni di partito di vedere i 5 stelle vincitori del ballottaggio. E stanno piovendo sondaggi uno peggiore dell’altro per Renzi: addirittura M5s primo partito al primo turno, che al ballottaggio batte il Pd (anche in coalizione) con uno stacco dai 9 ai 13 punti.

Renzi non sa come uscirne, perché deve tenere il punto e non farsi detronizzare, ma sa anche lui che il referendum, che aveva sognato come l’incoronazione plebiscitaria prima delle politiche, sta diventando l’incubo della sua fine e sa anche che con l’Italicum perde. Ma cambiare la legge elettorale significherebbe ammettere la sconfitta prima del referendum (pessima cosa per lui!) e poi, con un referendum perso lui scomparirebbe dalla scena politica. Poi c’è anche la grana della Corte Costituzionale che potrebbe bocciargli l’Italicum, per cui torneremmo all’ipotesi del Consultellum (proporzionale con clausole di sbarramento) con il rischio di votare con quel sistema: i tempi sarebbero strettissimi per una nuova legge elettorale e sia la destra che il centro potrebbero trovare conveniente votare con un proporzionale più o meno rettificato. Per cui, a quel punto, che legge elettorale potresti fare?

Il fiorentino non è tipo che si perda d’animo ed è uomo di decisioni audaci ed improvvise (occorre riconoscerglielo), per cui sta mettendo a punto un piano di emergenza: sciogliere subiti le Camere ed andare a votare con l’Italicum già a settembre, con questi risultati:
 
a. bloccare le manovre per scalzarlo nel partito;
b. votare prima che le tendenze al successo dei 5 stelle si rafforzino;
 
c. votare prima del referendum, che slitterebbe a dicembre, e che, in caso di vittoria alle politiche, potrebbe essere affrontato meglio;
 
d. epurare le liste del Pd del maggior numero possibile di oppositori;
 
e. prendere tutti gli altri (destra, M5s, Sinistra Italiana ed oppositori interni) di sorpresa.

Si badi che a Renzi non sarebbe necessario vincere alla Camera (al Senato non vincerà nessuno): anche se vincesse il M5s, poi il governo non si farebbe, perché al Senato mancherebbe la maggioranza e questo sarebbe la dimostrazione della bontà della sua riforma costituzionale, per cui il referendum potrebbe essere vinto. A quel punto, nuove elezioni e tentativo di risalire la china.

Piano audace, ma con diversi punti delicati. In primo luogo il Presidente Mattarella potrebbe rinviare il governo alle Camere per verificare se c’è ancora una maggioranza (e lì potremmo assistere ad un numero di varietà, per cui i renziani votano la sfiducia e gli oppositori la fiducia. E’ già successo nel 1987). Poi potrebbe prendere atto della crisi ma non sciogliere le camere, con l’ottimo motivo del referendum pendente, per cui sarebbe scorretto rinviarlo a dicembre per fare nuove elezioni ancora con le due camere, mentre c’è una riforma che ne abolisce una. E magari nominare Capo del Governo, indovina chi? Franceschini! Basterebbe comunque fare un po’ di manfrina per perdere tempo e far venire avanti il referendum.

Peraltro il piano di Renzi determinerebbe un ingorgo istituzionale fra elezioni, referendum costituzionale e pronuncia della Corte tale da mandare in corto circuito il sistema (quando ero giovane, avremmo detto “in tilt” come al flipper, ma c’è ancora qualcuno che gioca a flipper?). Ma non finisce qui.

Un paio di mesi fa, avevamo scritto che l’uscita di Davigo e gli umori che si respiravano nell’Anm facevano presagire che, intorno a luglio, sarebbe arrivato un siluro giudiziario che avrebbe colpito il governo. Infatti è arrivato lo scandalo Alfano che, in un primo momento potrebbe favorire il piano di Renzi con Area Popolare che si smarca dalla maggioranza, però le cose non sono cosi semplici. In primo luogo questo scandalo è appena agli inizi, non sappiamo dove va a parare e già lampeggia il nome di Lotti (il “siluro in sala macchine” di cui avevamo parlato). Se dovesse andare avanti colpendo al cuore il potere renziano, andare a nuove elezioni sotto questo macigno sarebbe da suicidi.

In secondo luogo, il groviglio istituzionale rischierebbe di diventare inestricabile e Mattarella avrebbe ottimo gioco per far saltare in aria il giochino renziano. Infine, se rompe con Area Popolare, Renzi poi con chi si allea? Soprattutto, una rottura del genere compatterebbe i residui del centro con Berlusconi e magari potrebbe rivenire fuori una destra competitiva. A quel punto, il mix fra nuove elezioni e scandali potrebbero dare al M5s quella maggioranza che gli manca al Senato. O magari (hai visto mai?!) un imprevistissimo ballottaggio M5s-Destra con il Pd escluso. Qui ormai può succedere tutto.

E il tutto mentre nessuno si preoccupa della situazione bancaria che rischia un crack generalizzato. Guardate che qui viene giù tutto.

05/07/2016

Renzi è ora più debole, e si vede da Franceschini

Si chiama Matteo Renzi il più grande e urgente problema dell’Unione Europea; ed anche della Germania di Schaeuble. Fin qui la sua azione è stata fondamentale per l’imposizione del modello sociale e istituzionale che l’ordoliberismo predilige: mercato del lavoro senza difese e certezze per i dipendenti, istituzioni al riparo dalla volontà popolare, massimo potere alle imprese, massimo favore per i capitali esteri, politica economica mercantilista.

Ma il ragazzo non ha già più fiato. I prossimi passaggi – a cominciare dal referendum sulla sua controriforma costituzionale – sono ora vissuti come un rischio fortissimo. L’Italia è, dopo il voto sulla Brexit, un elemento imprevisto di instabilità che si aggiunge alla Spagna, all’Austria, all’Olanda e altri minori.

Il ragazzo non ha più fiato e la muta dei pretendenti al trono, dentro e fuori il Pd, sente l’odore della sua paura, e comincia a girare intorno al sovrano in difficoltà. E lui non riesce neppure a dissimulare questo disagio sotto il solito fluviale bla bla che ormai addormenta anche i suoi supporters.

Invece di mostrarsi saldo in sella, comincia già a distribuire minacce esplicite alle sue stesse truppe: “Parlo anche ai renziani del primo e dell’ultimo minuto, a chi sale e a chi scende dal carro. Non c’è garanzia per nessuno in questo partito, a cominciare da me. Girate, fate iniziative, visitate le aziende, fateli i tavolini. State in mezzo alla gente o io e voi non abbiamo futuro”. La precarietà diffusa a piene mani tra la popolazione che lavora sembra si riverberi ora anche sui piani alti del Palazzo.

E prima che il gallo avesse voglia di cantare, già un professionista del galleggiamento come Dario Franceschini si incaricava di dar corpo al prototipo del “renziano che sale e scende dal carro del vincitore”. Lo ha fatto “aprendo” – come si usa dire – a una modifica della legge elettorale, con la proposta di spostare l’abnorme premio di maggioranza dalla lista (lo stesso Pd, nelle speranze di un anno e mezzo fa) alla “coalizione”, in modo “da prendere qualcosa sul centro (Verdini, ndr) e qualcosa sulla sinistra (Sel o quel che ne resta, ndr).

Il voto delle amministrative, nella corte renziana, ha colpito duro. Molti che popolano la direzione del Pd si sono resi conto che, se alle ormai prossime elezioni politiche dovessero vincere i grillini, per molti di loro la carriera da parlamentare sarebbe già finita. E sui territori nessuno ha uno straccio di base sociale sufficiente a garantirgli una poltrona da amministratore.

Ottobre sembra dunque il mese di tutti i redde rationem. “Se il referendum passa la classe politica dà un segnale, la più bella pagina di autoriforma in Occidente”, ha spiegato ancora una volta Renzi. In quel caso la classe politica “sarà più in grado di guidare e cambiare il Paese. Si chiude la stagione delle riforme e si apre la stagione del futuro”. Ovvero dalla fase dello scasso costituzionale alla gestione senza freni del potere delegato da Bruxelles e dal sistema delle imprese.

Una ragione in più, se ne servissero altre, per schiantarlo sotto una valanga di NO.

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06/10/2015

Torta in faccia a Dario Franceschini

C'è il dubbio che il ministro dei beni culturali Dario Franceschini sia veramente una persona in carne ed ossa.  Questo perché non ci sono suoi atti rilevanti alla guida di un ministero pure strategico per il nostro paese. I beni culturali sono abbandonati o svenduti e il governo, con il suo ministro, è totalmente assente.

Dario Franceschini non dice nulla, fa ancora meno, non si sente e non si vede. Forse davvero non esiste. Poi quando, come al Colosseo, una sacrosanta assemblea di lavoratori non pagati ferma per due ore il flusso di turisti, ecco che il ministro compare su Twitter  per minacciare sfracelli. Sembra un orologio a cucù un po' malandato che per cautela il proprietario carica  e fa cantare solo in certe occasioni, quelle delle proteste dei lavoratori.

Così a Torino giorni fa la Casa della Regina è stata chiusa per una giornata ai turisti a causa di incontro di dirigenti bancari. Poco dopo, la vicina grandiosa Reggia di Venaria è stata anch'essa vietata ai turisti per ospitare una festa a pagamento in costume settecentesco. Ovviamente in questi come in tanti altri episodi di uso privato di beni culturali pubblici il ministro non ha twittato nulla. Il cucù evidentemente non aveva ricevuto la carica.

Anche a nome dei lavoratori che mandano avanti tra gli insulti il patrimonio culturale del paese tiriamo così la torta al ministro, anche se rischiamo di colpire nel vuoto.


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29/09/2015

Benni. Perché ho rifiutato il premio De Sica

Stefano Benni, scrittore e non solo, ha rifiutato il premio Vittorio De Sica, assegnatogli furbescamente dal ministro Franceschini per mascherare con un nomina indubbiamente di sinistra una linea di politica culturale e dell'istruzione decisamente elitaria, classista, censitaria. Insomma: di destra estrema.

Qui di seguito la motivazione ufficiale, che lo stesso Benni ha deciso di rendere nota in seguito al diffondersi metastatico di motivazioni strambe sui vari media.

*****

Poiché sono uscite notizie un po' imprecise a riguardo, ecco il testo della motivazione con cui il Lupo Benni non ha accettato il premio Vittorio De Sica:

Gentili responsabili del premio De Sica e gentile Ministro Franceschini, vi ringrazio per la vostra stima e per il premio che volete attribuirmi.

I premi sono uno diverso dall'altro e il vostro è contraddistinto, in modo chiaro e legittimo, dall'appoggio governativo, come dimostra il fatto che è un ministro a consegnarlo.

Scelgo quindi di non accettare. Come i governi precedenti, questo governo (con l'opposizione per una volta solidale), sembra considerare la cultura l'ultima risorsa e la meno necessaria.

Non mi aspettavo questo accanimento di tagli alla musica, al teatro, ai musei, alle biblioteche, mentre la televisione di stato continua a temere i libri, e gli Istituti Italiani di Cultura all'estero vengono di fatto paralizzati. Non mi sembra ci sia molto da festeggiare.

Vi faccio i sinceri auguri di una bella cerimonia e stimo molti dei premiati, ma mi piacerebbe che subito dopo l'evento il governo riflettesse se vuole continuare in questo clima di decreti distruttivi e improvvisati, privilegi intoccabili e processi alle opinioni. Nessuno pretende grandi cifre da Expo, ma la cultura (e la sua sorgente, la scuola) andrebbero rispettate e aiutate in modo diverso. Accettiamo responsabilmente i sacrifici, ma non quello dell'intelligenza.

Comprendo il vostro desiderio di ricordare il grande Vittorio De Sica, e voi comprenderete il mio piccolo disagio.

Un cordiale saluto e buon lavoro

Stefano Benni

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21/09/2015

Il twittarolo del Colosseo

di Giovanni Gnazzi

Il giochino è il solito: un’assemblea sindacale, regolarmente annunciata ed autorizzata, ha dato occasione a Renzi per lanciare l’ennesima intemerata contro i lavoratori. Che, per la loro assemblea, si sono resi indisponibili al loro turno di lavoro ed hanno così reso impossibile l’accesso al Colosseo dei turisti e dei visitatori in generale. Domanda: se si riteneva che l’orario e la modalità dell’assemblea fossero inaccettabili, perché non lo si è detto prima? Inutile gridare dopo, a meno che non siano grida strumentali e opportunistiche.

Come quelle di ieri, che hanno indicato i lavoratori come colpevoli del mancato servizio e dell’abbandono dei turisti. E’ stata scomodata l’immagine della capitale e del Paese, l’affronto a chi aveva da tempo prenotato la visita al monumento storico e non ha potuto accedervi, il disservizio e il costo che il mancato ingresso dei turisti ha comportato. Dimenticando però che questo succede in tutto il mondo.

Quei lavoratori avevano le loro buone ragioni per riunirsi in assemblea ed interrompere dunque il loro lavoro, dal momento che non ricevono gli straordinari che gli sono dovuti dal Novembre del 2014.

Viste le ripetute sollecitazioni da parte dei sindacati a onorare il contratto da parte delle istituzioni preposte, che hanno invece risposto con il silenzio e l’inadempienza, cos’altro dovevano fare i lavoratori? Quali altre possibilità ci sono se non la lotta sindacale per ottenere il dovuto dal padronato o dalle istituzioni che del padronato hanno assorbito la sottocultura da caporalato? Invocare il senso di responsabilità dei lavoratori mentre irresponsabilmente ci si rifiuta di rispettare gli oneri contrattuali è indegno. Se i turisti hanno i loro diritti, altrettanti ne hanno i lavoratori.

L’utenza pubblica - straniera nella fattispecie - è stata danneggiata, si è detto: e come avrebbe potuto non esserlo, visto che la chiusura del sito è risultata essere l’unica maniera per la quale le istituzioni non potranno più rifiutarsi di pagare il dovuto approfittando del silenzio? Stabilire che la cittadinanza non può subire la ripercussione di una agitazione sindacale è per principio una sciocchezza colossale, perché comporterebbe che tutti coloro che lavorano nei servizi pubblici e privati non potranno mai protestare o battersi per un miglioramento delle loro condizioni e nemmeno per ottenere quanto dovuto, perché qualunque iniziativa danneggia chiaramente il regolare svolgimento del servizio.

Nelle società di massa, infatti, ogni attività lavorativa, a qualunque livello, è intrecciata alle altre ed è fatale che un’interruzione di qualunque di essa comporta delle ricadute su terzi. E’ impossibile che ciò non avvenga. L’interruzione della produzione o dell’erogazione di un servizio quale che sia, comporta un disagio per l’utenza generale.

E allora cos’altro resta da fare a chi vede violato un suo diritto? Andare dai turisti e farsi dare da loro il denaro che non riesce ad avere dalle istituzioni? Franceschini ha finto dolore per i poveri turisti che avevano chissà quando e come prenotato il loro viaggio e la loro visita, dimenticandosi però di dire che chi lavora va pagato e che anche chi non è turista è portatore sano di diritti, primo tra i quali quello di essere rispettato dal datore di lavoro. Nello specifico della vicenda romana Franceschini sa benissimo che i lavoratori sono in credito ma ritiene che, come avvenuto per i pensionati, non importa che il credito sia esigibile e che vada quindi onorato, peggio per loro.

La strumentalità ha toccato il suo picco con Renzi e non poteva essere diversamente. Il finto sdegno è destinato ad approfittare dell’occasione per dare un’ulteriore limata ai diritti, primo tra tutti quello allo sciopero ed all’attività sindacale.

Renzi, com’è ormai noto, ha un’idea particolare del mondo del lavoro, per la sua particolare storia di dipendente unico nell’azienda paterna; ma l’obiettivo che ha è quello di piegare con la forza e i ricatti quello che resta della titolarità della rappresentanza delle categorie e dei diritti acquisiti. Per questo è stato messo a Palazzo Chigi.

Poi, siccome come affermava Flaiano, "la situazione è grave ma non è seria", il cameriere di Marchionne ha deciso che la prossima settimana porterà un decreto in CdM - l’ennesimo - che porterebbe i Beni Culturali nei servizi pubblici essenziali. Nessun problema, anzi. Sarebbe ora che l’Italia inserisse a pieno titolo la sua ricchezza culturale nei beni pubblici essenziali, ma per valorizzare il turismo, non per cercare di punire i lavoratori.

Renzi si rilassi: beni essenziali o no, le battaglie sindacali dei lavoratori continueranno. Lo leggerà su Twitter, anche se sarà in volo col suo nuovo aereo pagato da noi, lavoratori del Colosseo compresi.

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19/09/2015

Colosseo


Il tweet di Matteo Renzi che inveisce contro i sindacalisti che sarebbero nemici dell'Italia è autentico linguaggio fascista. Il regime di allora considerava italiano tutto ciò che era dalla sua parte e antitaliana ogni opposizione. Che poi Renzi e Franceschini aggrediscano i lavoratori e il loro diritto democratico a riunirsi nel nome della cultura aggiunge beffa all'infamia. I lavoratori del Colosseo e di altri beni culturali hanno completamente ragione. Gestiscono con competenza e passione un patrimonio di tutti mentre governi e burocrazia li mettono in condizioni di disagio permanente. Taglio degli organici, turni massacranti, straordinario e talvolta orario normale non pagati. È un miracolo che si rinnova tutti i giorni che i grandi siti archeologici ed i musei siano aperti.

Si dovrebbe solo gratitudine all'abnegazione di chi fa funzionare un sistema sottoposto a tagli di risorse e di posti di lavoro. Invece il più insulso ed inutile dei ministri della cultura, Dario Franceschini, compare in pubblico solo per minacciare chi il sistema culturale lo fa funzionare. E un presidente del consiglio che spende una valigia di euro in voli di stato, magari per andare a vedere il tennis, accusa di antitalianità chi vorrebbe che il servizio pubblico funzionasse meglio. Certo all'Expo di Milano ci sono lavoratori che in seguito ad accordo con CGIL CISL. UIL gratis ci lavorano davvero. In quel caso il sindacalismo diventa patriottico, mentre se rivendica la retribuzione delle ore lavorate danneggia il paese.

Ma tutta questa infamia è in realtà un pretesto. Per imporre il lavoro senza diritti e a titolo gratuito o quasi bisogna far sì che ogni forma di conflitto sia dichiarata fuorilegge in quanto danno al paese. Il governo conservatore britannico di Cameron sta varando un durissima legge antisciopero che i suoi stessi parlamentari hanno definito da dittatura fascista. Il pretesto in quel caso è stato il rifiuto dei lavoratori della metropolitana di Londra di lavorare di notte, anche in questo caso senza organici e retribuzioni adeguate.

Renzi ed i suoi hanno lo stesso obiettivo del primo ministro di sua maestà. Anche da noi si vogliono varare nuove leggi antisciopero, che si aggiungano a quelle pesanti già in vigore. Del resto il presidente del consiglio ha detto che a Marchionne spetta un monumento e se il capo della Fiat diventa un bene culturale, allora è giusto tutelarlo, imponendo a tutto il paese il regime di lavoro che vige a Pomigliano. A sostegno delle meschinità di Renzi e Franceschini si è scatenata la solita vandea della casta e del giornalismo di regime: i mostri del Colosseo hanno lasciato due ore i turisti ad aspettare che si svolgesse l'assemblea, vergogna! Il fatto poi che quella riunione sia un diritto garantito dalla legge e dalla Costituzione, non solo non fa riflettere il regime, ma lo incattivisce. Le leggi e la Costituzione vanno cambiate se in esse trova ancora spazio la protesta, perché I lavoratori devono solo essere "usi a obbedir tacendo".

Più di tanti discorsi sono vicende in fondo piccole come questa che mostrano il degrado raggiunto dalla democrazia italiana e dai suoi governanti, che ad ogni problema reagiscono manifestando tutta la loro arrogante ignoranza. Per questo, in nome della democrazia e della cultura bisogna stare senza se e senza ma con i lavoratori del Colosseo e con il loro diritto a lavorare con dignità e non come schiavi.

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