Vorrebbero tanto scrivere “Armata Rossa”, così da associare, sul piano militare, l’esercito russo di oggi al “braccio armato” di quello che definivano “impero sovietico”. Questo, per un verso e, per l’altro, con una tale associazione, avrebbero un ulteriore pretesto per siglare una linea di continuità tra «l’attacco vile e barbaro» su Sumy, testimonianza delle «continue, orribili violenze russe» e la “calata dei cosacchi” in Europa di ottant’anni fa.
Il gioco sarebbe fatto: nel 1945 gli “alleati”, e solo loro, sconfissero la Germania nazista, mentre i “cosacchi” non fecero altro che “dilagare in Europa”.
Vorrebbero dunque scrivere “Armata Rossa”, ma si limitano a scrivere “Armata”: a buon intenditor, pensano quei ciarlatani, l’Armata rimane comunque e sempre quella dei cosacchi che abbeverano i cavalli a San Pietro e che oggi, coi raid missilistici, uccidono i civili ucraini e massacrano addirittura gli artisti che cercano «di portare l’Ucraina fuori dai confini».
Ma i “cosacchi del’Armata” non danno tregua: «Domenica è toccata a Sumy. Ieri a Kharkiv», lacrima sul Corriere della Sera il signor Paolo Mieli, che non ci sembra abbia speso tante lagrime sui civili del Donbass, che tutt’oggi rimangono vittime delle artiglierie di Kiev.
Ma, «A dispetto di una costante pioggia di missili sul suo Paese... Zelensky resiste. Incurante di chi gli suggerisce di accettare, per il suo bene ovviamente, una “pace ingiusta”».
Prode guerriero, che manda al macello diciottenni e sessantenni pur di continuare una guerra che poteva essere fermata nell’aprile del 2022. Il fatto che si sia proseguito nella mattanza – sia stata un’imposizione di Boris Johnson o una “decisione autonoma” di Kiev, stando alle contraddittorie dichiarazioni dell’allora capo delegazione ucraino a Istanbul, David Arakhamija, o che Macbeth-Boris si fosse fatto latore di un ordine della von der Leyen – cambia poco alla «ricostruzione storica disinvolta»: quella cioè del signor Mieli.
Che, in realtà, tra le varie ipocrite formule d’occasione, come quella secondo cui «Resiste, Zelensky, per sé, per il suo popolo» (quel popolo che viene accalappiato in strada a suon di manganelli e sbattuto in prima linea, quando non riesce a emigrare o dispone di soldi sufficienti a pagarsi l’esonero dalla ferma) spiattella anche la “rivelazione” che la “resistenza” ucraina serva a «dare all’Europa il tempo di armarsi in modo acconcio così da poter eventualmente reagire a qualche nuova improvvisazione putiniana».
Certo, serve proprio a quello, l’agognato «armarsi in modo acconcio»: a reagire all’invasione dell’Europa che avverrà tra cinque anni, o forse anche prima. È dunque tempo che «l’Europa, finalmente ricongiunta alla Gran Bretagna, faccia il proprio dovere nel prendere fin d’ora le giuste contromisure».
Mica la brama di profitti dei monopoli militar-industriali; mica la tenaglia reazionaria che si stringe sempre più al collo delle masse popolari, per toglier loro diritti sociali, economici, politici; no: bisogna «armarsi in modo acconcio» in modo da poter «reagire a qualche nuova improvvisazione putiniana».
Su questa strada, «La resistenza ucraina darà a quel che resta del mondo occidentale una consapevolezza nuova dei propri doveri», che sono quelli di armarsi per la guerra.
Nel frattempo, si auspica che «Giorgia Meloni trovi le parole giuste per non dissociarsi, al cospetto di Trump, da Ursula von der Leyen e, con lei, dall’Europa tutta (o quasi) che ha votato il suo piano di riarmo», a dispetto di un’Italia in cui, «più che nel resto d’Europa, l’armata dei “miti” dilaga a destra e a sinistra».
Fottuti “miti”, lavativi e codardi che non siete altro; anche se, ammette inconsapevolmente il signor Mieli, siete un’intera «armata».
Per fortuna, sospira lo “storico disinvolto”, la «parte più consistente del PD al Parlamento europeo (parte che in questa occasione ha preso il volto di Pina Picierno) lascia anch’esso sperare che non tutta la politica italiana si arrenda»: si arrenda, cioè, vigliaccamente di fronte al nemico, che oggi «ha preso il volto» dell’«autocrate del Cremlino».
Il cerchio delle «fandonie storiche disinvolte» del Corriere è così chiuso: non c’era bisogno di scomodare Sumy o Khar’kov – dio ce ne scampi dal ricordare i quasi dieci anni di bombardamenti nazigolpisti sulle città del Donbass, le bombe a grappolo su Stakhanov, Gorlovka, Jasinovataja, Lozovoe, Kalinovka, Logvinovo, Pervomajsk, i droni su Donetsk, Belgorod, Sudža... – per arrivare al nocciolo della questione: finirla con le “pretese assistenziali” delle masse popolari e dirottare tutto sulle armi; orientare le menti alla guerra e instillare nelle coscienze l’ineluttabilità della guerra, contrabbandando le proprie brame belliciste per le mire russe, asserendo che la «meta finale di Putin è ricostruire l’impero russo. Intende riprendersi anche i territori protetti dalla Nato, col rischio di fare esplodere la terza guerra mondiale».
Ecco chiuso il cerchio dei pruriti guerrafondai che da più di un secolo distinguono il Corriere della Sera: è da Mosca che arriva il pericolo di guerra mondiale; è dai russi e solo da essi che si spara deliberatamente sui civili e chissenefrega se gli stessi nazionalisti ucraini dicono il contrario: il 13 aprile, a Sumy, assicurano le “fonti” del Corriere, non c’erano che civili, poiché le cerimonie coi soldati ucraini, è vero che si svolgono, «ma in zone segrete e protette».
Esattamente il contrario di quanto denunciato dalle voci ucraine più ostili al Cremlino.
E se guerra deve essere, che si inviino dunque a Kiev le armi più micidiali, quelle finora tenute in serbo per tempi più “propizi”. Ecco allora che, secondo Die Welt, il primo paese che con ogni probabilità verrà visitato da Friedrich Merz in qualità di nuovo cancelliere tedesco, sarà proprio l’Ucraina, cui potrebbe portare “in dono” la fornitura di missili “Taurus”, con portata di 500 km.
Questo aiuterà i naizgolpisti di Kiev a «uscire dalla difensiva», assicura Merz e attaccare il ponte di Kerc, come del resto già teorizzato dall’ex comandante yankee in Europa Ben Hodges, secondo il quale l’elemento chiave nel conflitto in Ucraina è costituito dalla Crimea e la chiave per eliminare dai giochi la penisola, è mettere completamente fuori uso il ponte che collega Kerc alla terraferma.
A Bruxelles, ricorda PolitNavigator, il piano di Merz per i “Taurus” è già stato approvato, per bocca della lituana Kaja Kallas: «Dobbiamo fare di più, affinché l’Ucraina possa difendersi e i civili non debbano morire».
Ipocriti! Politici da cassetta e pennivendoli al loro servizio. Vogliono la guerra; fanno di tutto per scatenare la guerra e versano lacrime ipocrite sulla morte dei civili, che loro stessi affrettano ogni giorno di più.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/05/2024
Opinionisti un tanto al chilo
Scrive Paolo Mieli in un editoriale del Corriere della Sera:
Un prestigioso giornalista nonché storico, in sintesi, dovrebbe informarsi prima di scrivere (e anche prima di parlare). La Corte Penale Internazionale, infatti, ha giurisdizione sulle singole persone, non sugli Stati. E procede per quello che fanno, senza guardare al passaporto di cui dispongono.
Tant’è vero che lo scorso anno ha emesso un mandato di cattura anche per Putin, tra le lodi sperticate di tutto l’Occidente (Usa e Mieli compresi).
La sua azione è ovviamente opinabile, e infatti in questo caso non è piaciuta neanche ad Hamas, ma questo non tocca la sua funzione e “competenza”: indaga su singoli individui.
La giurisdizione sugli Stati è invece della Corte Internazionale di Giustizia, nota anche come Tribunale Internazionale dell’Aja, che ha però solo “poteri arbitrali” – non penali – nel dirimere contenziosi.
Ed è un organo delle Nazioni Unite, al contrario della Corte Penale, sempre duramente osteggiata dagli Stati Uniti. Che ormai, insieme ad Israele, vivono l’Onu e tutte le istituzioni “fra pari” come una fastidiosa limitazione al proprio suprematismo senza freni.
Proprio come Paolo Mieli, pare...
Fonte
“Fossimo nei panni di Benjamin Netanyahu, ci dichiareremmo disponibili a subire il processo minacciato dalla Corte dell’Aia. Compreso l’arresto. Suggeriremmo poi al ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant di fare la stessa cosa.Fare l’opinion maker deve essere diventato un mestiere dove l’ultima della qualità richieste è la mitica “competenza”. Ma Mieli si atteggia ad essere anche uno “storico”, e la faciloneria dovrebbe esser bandita anche in quella specializzazione, specie quando si occupa di istituzioni internazionali ancora attive.
Lo faremmo oggi stesso anche se quella del procuratore capo Karim Ahmad Khan è al momento solo una richiesta di incriminazione. E se Israele non ha mai riconosciuto la giurisdizione della Corte dell’Aia sul proprio Stato. Rinunceremmo a sottolineare l’anomalia della scelta di prendere una decisione di tale natura accomunandoci a tre leader di Hamas (Yahya Sinwar, Ismail Haniyeh e Mohammed Deif detto «il fantasma»).
Decisione sconvolgente sotto tre profili. In primo luogo, perché al momento non esiste uno Stato palestinese su cui Khan possa esercitare giurisdizione.”
Un prestigioso giornalista nonché storico, in sintesi, dovrebbe informarsi prima di scrivere (e anche prima di parlare). La Corte Penale Internazionale, infatti, ha giurisdizione sulle singole persone, non sugli Stati. E procede per quello che fanno, senza guardare al passaporto di cui dispongono.
Tant’è vero che lo scorso anno ha emesso un mandato di cattura anche per Putin, tra le lodi sperticate di tutto l’Occidente (Usa e Mieli compresi).
La sua azione è ovviamente opinabile, e infatti in questo caso non è piaciuta neanche ad Hamas, ma questo non tocca la sua funzione e “competenza”: indaga su singoli individui.
La giurisdizione sugli Stati è invece della Corte Internazionale di Giustizia, nota anche come Tribunale Internazionale dell’Aja, che ha però solo “poteri arbitrali” – non penali – nel dirimere contenziosi.
Ed è un organo delle Nazioni Unite, al contrario della Corte Penale, sempre duramente osteggiata dagli Stati Uniti. Che ormai, insieme ad Israele, vivono l’Onu e tutte le istituzioni “fra pari” come una fastidiosa limitazione al proprio suprematismo senza freni.
Proprio come Paolo Mieli, pare...
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07/04/2024
Inneggiare al genocidio tra facezie e sottigliezze
Quale dialogo può esserci con chi inneggia ad un genocidio? Non ci sono differenze di opinione, pareri da rispettare, dibattito. Chi sostiene un genocidio è fuori dal genere umano. Impossibile stabilirvi una qualsiasi forma di interlocuzione a meno che non lo si voglia ricondurre a più miti consigli a suon di palate.
Ma c’è anche chi, pur non inneggiando apertamente al genocidio, afferma di considerare “inevitabili” e “legittimi“, dopo i fatti del 7 ottobre (ancora non del tutto chiarissimi), il massacro, perpetrato dalle forze militari di occupazione israeliane, di 35.000 civili palestinesi (di cui la metà bambine/i) nonché il bombardamento sistematico di ospedali (con i pazienti dentro), scuole, asili, abitazioni, ambulanze, università, chiese, moschee, strutture di organizzazioni umanitarie, mediante lo sganciamento di 25.000 tonnellate di bombe (superato da un pezzo l’equivalente in megatoni delle due bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki) che piovono anche sulle tende degli sfollati come sulle file di migliaia di esseri umani, sfiniti ed affamati, in fila per un tozzo di pane o per un piatto di riso.
E, sempre costoro, si guardano bene dallo spendere anche solo mezza parola per stigmatizzare le deliberate uccisioni, da parte dei cecchini israeliani, di civili in fuga con le mani alzate, di reporter, medici, paramedici, volontari e – soprattutto – bambine e bambini, come ammettono candidamente (e senza lasciar trapelare alcun minimo segno di turbamento) gli stessi autori di queste nefandezze, nelle videochiamate che poi vengono “catturate” in rete.
E sarei spinto da non poche ragioni a considerare questa ultima specie di sionisti – certamente più raffinata e sottile – forse più spregevole e dannosa rispetto ai sionisti espliciti ed urlanti che, quasi sempre – apparendo per ciò che sono davvero – non complicano la vita di chi deve definirli e stabilire una distanza.
Che poi, essendo dei fanatici razzisti, assolutamente privi di argomenti e totalmente inclini all’insulto ed all’intolleranza più becera, non vengono quasi mai invitati nel talk show, tale è l’imbarazzo che creano.
E, tuttavia, vedo che il tipo di sionista negazionista del genocidio ma più soft e di buone maniere, è, praticamente onnipresente in tutti i principali talk televisivi.
Un esempio per tutti? Ma si, lui, Paolo Mieli, opinionista del Corsera, solitamente travestito da “storico”.
Fonte
Ma c’è anche chi, pur non inneggiando apertamente al genocidio, afferma di considerare “inevitabili” e “legittimi“, dopo i fatti del 7 ottobre (ancora non del tutto chiarissimi), il massacro, perpetrato dalle forze militari di occupazione israeliane, di 35.000 civili palestinesi (di cui la metà bambine/i) nonché il bombardamento sistematico di ospedali (con i pazienti dentro), scuole, asili, abitazioni, ambulanze, università, chiese, moschee, strutture di organizzazioni umanitarie, mediante lo sganciamento di 25.000 tonnellate di bombe (superato da un pezzo l’equivalente in megatoni delle due bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki) che piovono anche sulle tende degli sfollati come sulle file di migliaia di esseri umani, sfiniti ed affamati, in fila per un tozzo di pane o per un piatto di riso.
E, sempre costoro, si guardano bene dallo spendere anche solo mezza parola per stigmatizzare le deliberate uccisioni, da parte dei cecchini israeliani, di civili in fuga con le mani alzate, di reporter, medici, paramedici, volontari e – soprattutto – bambine e bambini, come ammettono candidamente (e senza lasciar trapelare alcun minimo segno di turbamento) gli stessi autori di queste nefandezze, nelle videochiamate che poi vengono “catturate” in rete.
E sarei spinto da non poche ragioni a considerare questa ultima specie di sionisti – certamente più raffinata e sottile – forse più spregevole e dannosa rispetto ai sionisti espliciti ed urlanti che, quasi sempre – apparendo per ciò che sono davvero – non complicano la vita di chi deve definirli e stabilire una distanza.
Che poi, essendo dei fanatici razzisti, assolutamente privi di argomenti e totalmente inclini all’insulto ed all’intolleranza più becera, non vengono quasi mai invitati nel talk show, tale è l’imbarazzo che creano.
E, tuttavia, vedo che il tipo di sionista negazionista del genocidio ma più soft e di buone maniere, è, praticamente onnipresente in tutti i principali talk televisivi.
Un esempio per tutti? Ma si, lui, Paolo Mieli, opinionista del Corsera, solitamente travestito da “storico”.
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13/10/2017
Stati Uniti e Israele lasciano l’Unesco. E’ veramente un problema?
Donald Trump ha deciso il ritiro formale degli Stati Uniti dall’Unesco – l’organizzazione delle Nazioni Unite con quasi 200 paesi membri preposta a promuovere la collaborazione scientifica, culturale e nell’educazione – denunciandone il suo «pregiudizio anti-israeliano». Gli Usa avevano già smesso di finanziare nel 2011 l’agenzia delle Nazioni Unite dopo la sua decisione di includere la Palestina come stato membro, ma avevano deciso di mantenere il proprio ufficio nella sede centrale di Parigi per cercare di continuare ad avere un peso politico sulle sue decisioni. Insomma volevano contare ma senza pagare. Secondo fonti citate dall’agenzia Associated Press, la decisione è stata presa in seguito alle recenti risoluzioni dell’Unesco che hanno condannato Israele e gli insediamenti nei territori occupati in Cisgiordania, risoluzioni che Washington considera anti-israeliane ma che il resto del mondo considera pienamente legittime.
Non è una sorpresa che anche Israele abbia deciso di ritirarsi, come ha annunciato il governo di Tel Aviv in un comunicato. “Il capo del governo” Benjamin Netanyahu “ha dato disposizione al ministero degli Esteri di preparare l’uscita di Israele dall’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura) parallelamente agli Stati Uniti”, si legge nella nota. “La mia personale raccomandazione al premier Benjamin Netanyahu – aveva detto l’ambasciatore israeliano nell’organismo, Carmel Shama-Hacohen – è quella di restare incollati agli Usa e lasciare immediatamente l’Unesco”.
L’ultimo “peccato” commesso dall’Unesco agli occhi di Washington e Tel Aviv, era stato commesso quando a luglio aveva dichiarato il centro storico di Hebron, nei Territori Palestinesi Occupati da Israele della Cisgiordania, come World Heritage Site, cioè un sito patrimonio dell’umanità non riconoscendone l’occupazione israeliana. A Hebron una minoranza di coloni israeliani appoggiati dall’esercito, controlla e vessa quotidianamente la maggioranza degli abitanti palestinesi della città, anche nei luoghi religiosi storici.
Oggi sul Corriere della Sera, uno degli esponenti più influenti della lobby sionista in Italia, Paolo Mieli, cura non casualmente un lungo editoriale nel quale prende la questione alla larga, accusando soprattutto l’Italia (uno degli stati più complici e asserviti ai diktat israeliani) di eccessiva indulgenza verso l’elezione di un esponente del Qatar a direttore generale dell’Unesco. Di fatto invitando l’Italia a seguire Usa e Israele nell’abbandono dell’organizzazione internazionale. E’ un particolare curioso, perché la stessa solerzia non era stata dimostrata da Mieli quando l’Arabia Saudita era stata nominata presidente di turno della Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite. Né dalla sua penna sono mai stati messi in discussione gli abusi pluridecennali dell’occupazione coloniale israeliana contro i palestinesi.
C’è però un dettaglio che sfugge ai sionisti “de noantri” ma anche alle autorità statunitensi ed israeliane. Oggi gli Usa non sono più decisivi per le sorti delle organizzazioni e delle relazioni internazionali, sono importanti certo per il loro peso specifico, ma il mondo ormai non coincide più – come dal dopoguerra agli anni ‘90 – con gli interessi e le scapricciate di Washington, tantomeno con quelle di Tel Aviv, è un mondo che tende fortemente al policentrismo. Se ne dovranno fare una ragione, entrambi.
Fonte
Non è una sorpresa che anche Israele abbia deciso di ritirarsi, come ha annunciato il governo di Tel Aviv in un comunicato. “Il capo del governo” Benjamin Netanyahu “ha dato disposizione al ministero degli Esteri di preparare l’uscita di Israele dall’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura) parallelamente agli Stati Uniti”, si legge nella nota. “La mia personale raccomandazione al premier Benjamin Netanyahu – aveva detto l’ambasciatore israeliano nell’organismo, Carmel Shama-Hacohen – è quella di restare incollati agli Usa e lasciare immediatamente l’Unesco”.
L’ultimo “peccato” commesso dall’Unesco agli occhi di Washington e Tel Aviv, era stato commesso quando a luglio aveva dichiarato il centro storico di Hebron, nei Territori Palestinesi Occupati da Israele della Cisgiordania, come World Heritage Site, cioè un sito patrimonio dell’umanità non riconoscendone l’occupazione israeliana. A Hebron una minoranza di coloni israeliani appoggiati dall’esercito, controlla e vessa quotidianamente la maggioranza degli abitanti palestinesi della città, anche nei luoghi religiosi storici.
Oggi sul Corriere della Sera, uno degli esponenti più influenti della lobby sionista in Italia, Paolo Mieli, cura non casualmente un lungo editoriale nel quale prende la questione alla larga, accusando soprattutto l’Italia (uno degli stati più complici e asserviti ai diktat israeliani) di eccessiva indulgenza verso l’elezione di un esponente del Qatar a direttore generale dell’Unesco. Di fatto invitando l’Italia a seguire Usa e Israele nell’abbandono dell’organizzazione internazionale. E’ un particolare curioso, perché la stessa solerzia non era stata dimostrata da Mieli quando l’Arabia Saudita era stata nominata presidente di turno della Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite. Né dalla sua penna sono mai stati messi in discussione gli abusi pluridecennali dell’occupazione coloniale israeliana contro i palestinesi.
C’è però un dettaglio che sfugge ai sionisti “de noantri” ma anche alle autorità statunitensi ed israeliane. Oggi gli Usa non sono più decisivi per le sorti delle organizzazioni e delle relazioni internazionali, sono importanti certo per il loro peso specifico, ma il mondo ormai non coincide più – come dal dopoguerra agli anni ‘90 – con gli interessi e le scapricciate di Washington, tantomeno con quelle di Tel Aviv, è un mondo che tende fortemente al policentrismo. Se ne dovranno fare una ragione, entrambi.
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27/01/2017
L’Italia rischia molto nel caos in Libia
Alcuni giorni fa una autobomba è esplosa vicino l'ambasciata italiana a Tripoli. Ne abbiamo riferito anche sul nostro giornale. L'Italia è il primo paese occidentale ad aver riaperto la propria sede diplomatica in Libia. A questo fatto è dedicato oggi un preoccupato editoriale di Paolo Mieli sul Corriere della Sera.
In particolare l'editoriale è preoccupato della posizione del governo italiano, che è apparsa troppo frettolosa nell'aprire l'ambasciata in Libia e nella capitale controllata dal governo “di unità nazionale” di Serraj, mentre la polarizzazione e la divisione in Libia vede crescere il peso di Haftar, l'uomo forte che controlla Tobruk, sostenuto dall'Egitto e ora anche dalla Russia.
La preoccupazione di Mieli e del Corriere della Sera coincide con quella di altri ambienti. Insomma la politica estera italiana in Libia (oggi affidata ad un personaggio come Alfano, sic!) starebbe ancora una volta mettendo una toppa peggiore del buco.
Sono passati sei anni dal “tradimento” del governo Berlusconi verso Gheddafi, con cui aveva da poco sottoscritto un trattato di amicizia, e che vide l'Italia allinearsi ai bombardamenti francesi e britannici sulla Libia e alla liquidazione fisica del leader libico. Ma la destabilizzazione e il caos prodotto da quella aggressione militare continuano a far saltare ogni tentativo di stabilità del paese. La divisione di potere tra “quelli di Tripoli e quelli di Tobruk”, con in mezzo milizie armate indipendenti e nuclei di miliziani dell'Isis e di altri gruppi jihadisti, continua a mantenere il paese dove l'Italia ha forti e storici investimenti nel petrolio e nel gas, nel caos e nella guerra civile permanente.
La newsletter Affari Internazionali, che riproduciamo integralmente più sotto per il suo interesse, è firmata da Roberto Aliboni, consigliere scientifico dell'Istituto Affari Internazionali ed esperto strategico autorevole. Una persona che sa di cosa parla, magari anche giungendo a conclusioni assai diverse dalle nostre. Nella newsletter non si affronta il ruolo dell'Italia nel caos libico. Ma l'editoriale del Corriere della Sera di oggi è indicativo del brivido di paura che corre lungo la schiena di chi (dall'Eni al governo) deve cercare di capire quale sarà il futuro di un paese importante per l'Italia come la Libia ed è consapevole di non averne azzeccata una dal 2011 fino ad oggi.
Dalla newsletter Affari Internazionali
di Robero Aliboni*
In novembre la Brigata per la Difesa di Bengasi – una formazione islamista formata nel giugno 2016 e collegata agli estremisti di Tripoli del mufti al Gharayani e di Khalifa Ghweil – ha attaccato da Giufra, Libia centrale, le forze di Haftar – stanziate nella “mezzaluna del petrolio” già dal settembre scorso – con il proposito di alleggerire la pressione dell’Enl (Esercito nazionale libico) sugli islamisti di Bengasi e di Derna.
L’Enl li ha ributtati indietro e fra dicembre e gennaio ha continuato a tenerli sotto il tiro della sua aviazione. In queste missioni, tuttavia, sono stati colpiti uomini e materiali di Misurata presenti a Giufra, aprendo un duro contenzioso fra Misurata e Tobruk.
Più intenzionalmente, le forze aeree e la 12° brigata di fanteria dell’Eln hanno attaccato a Sebha, Libia meridionale, una postazione della Terza Forza di Misurata riuscendo a togliergliela (1). La Terza Forza occupa i campi petroliferi del Fezzan dal 2014, escludendo i rivali dalla regione e assicurando la linea di rifornimenti che da Sebha arriva a Misurata attraverso Giufra.
Rischi di nuova polarizzazione
Questi sviluppi da un lato attestano il rafforzamento militare di Haftar, grazie all’appoggio crescente che riceve da Egitto e Russia, e la sua espansione sul territorio; dall’altro costituiscono per Misurata una non trascurabile minaccia logistica e militare (tanto più che la Forza ha subito nel tempo non poche perdite ed è attualmente troppo allungata e frammentata), alla quale la città potrebbe decidere di rispondere riaprendo il conflitto civile.
Alcuni osservatori sottolineano che nella missione in Libia centrale della Brigata per la Difesa di Bengasi c’è proprio l’obbiettivo di spingere Misurata a rispondere all’Enl.
Qual è l’interesse degli islamisti ad agire in questo senso? Se un nuovo scontro militare si aprisse, l’area politica centrista e moderata che oggi bene o male Misurata rappresenta con il suo appoggio a Serraj potrebbe essere indotta ad allearsi di nuovo con l’ala islamista estremista.
Si tratterebbe di un’alleanza tattica, ma, come si è visto in Siria, di tali alleanze tattiche è lastricato il fallimento politico dei moderati. Si può aggiungere che i tentativi di putsch di Khalifa Ghweil a Tripoli sono una dimensione della stessa strategia. Il rischio di una nuova polarizzazione e di un nuovo scontro militare in Libia non è da sottovalutare.
Il fallimento dell’accordo di Skhirat e il ‘reset’
Se le tendenze al cambiamento e al rovesciamento degli equilibri militari esistono, è perché l’Accordo di Skhirat e il Comitato presidenziale guidato da Sarraj hanno largamente fallito.
Per evitare la ricaduta della Libia nella guerra civile, occorre rinegoziare l’Accordo di Skhirat e integrare in esso le forze che se ne sono sentite o ne sono state escluse. Il ‘reset’ suggerito dall’International Crisis Group in uno studio recente è il tema all’ordine del giorno (2).
E in effetti, la rinegoziazione è già in corso nel quadro Onu. Nella Commissione per il dialogo politico (nata con gli Accordi di Skhirat) si discute di nuovi assetti, in particolare della riduzione a quattro o a cinque dei membri del Consiglio presidenziale e dell’inserimento di un primo ministro per assolvere le funzioni di guida politica oggi svolte dal presidente del Consiglio.
Una piattaforma complessiva è emersa nella conferenza organizzata il 13-14 dicembre 2016 al Cairo con la partecipazione essenzialmente di esponenti delle opposizioni. Martin Kobler, il mediatore capo dell’Onu in Libia, l’ha apprezzata.
Mediazione politica autorevole cercasi
Ma l’Onu, a causa del fallimento degli Accordi di Skhirat e dell’insufficiente e talvolta ambiguo sostegno che ha ricevuto dai suoi fautori internazionali, difficilmente è il luogo in cui oggi possa emergere un accordo politico effettivo.
L’accordo potrà anche essere consacrato nel quadro Onu, ma deve emergere fra i libici, che al posto delle caselle e dei programmi devono trovare un equilibrio condiviso di obiettivi e di poteri.
Quest’accordo è problematico perché Haftar ha acquisito un margine di prevalenza militare e ha gli elementi per credere di poter ampliare questo margine e vincere. Tuttavia, benché indebolita sul piano militare, Misurata resta per Haftar un rivale militare di primo piano.
Se una mediazione politica autorevole non si farà viva in tempi brevi, Misurata potrebbe decidere di sfidare militarmente Haftar piuttosto che negoziare con lui e i suoi alleati. Gli sviluppi sul terreno fra dicembre e gennaio di cui abbiamo parlato hanno già riavvicinato le varie anime di Misurata di contro al campo avverso, facilitando un’eventuale opzione militare.
Esiste una mediazione autorevole che possa portare i libici all’accordo politico che l’Onu difficilmente può oggi promuovere? Autorevoli commentatori dei fatti di Libia, come Mezran (3) e Pack (4), suggeriscono d’aspettare che l’amministrazione del Presidente Trump nomini, secondo quanto sembra di sapere, un inviato presidenziale speciale nella persona di Phillip Escaravage, un vecchio amico e collaboratore di Trump, buon conoscitore della Libia.
Essi sviluppano degli argomenti per sottolineare che una stabilizzazione della Libia conviene agli Usa. Ma quali sono gli obiettivi del presidente Trump in realtà non è ancora chiaro. Essi comunque potrebbero divergere significativamente dagli interessi europei.
Aspettando Trump e l’Europa
Intanto la diplomazia dei maggiori Paesi europei ha già integrato la nozione di un ‘reset’ degli Accordi di Skhirat, è consapevole dei rischi in atto e sta esercitando pressioni soprattutto sui patroni regionali di Tobruk e Haftar perché si moderino militarmente e politicamente favorendo un compromesso.
Gli ultimi passi che l’Italia ha compiuto verso la Libia sono troppo vicini al governo Serraj e potrebbero risultare più dannosi che utili nel tentativo di ricostituire le condizioni per un compromesso politico fra le parti libiche.
Il lento ma evidente riemergere dalla crisi Regeni con l’Egitto potrebbe invece mettere anche l’Italia in grado di agire con efficacia nella direzione di una mediazione da parte europea.
È da dire che, mentre inizia la presidenza Trump, agli occhi dei libici e dei Paesi della regione gli europei appaiono anche più deboli del consueto. Essi, del resto, non hanno fatto nulla per coordinarsi fra di loro e cercare così di accrescere la loro autorità.
Tuttavia, il tentativo di una mediazione come quella in corso va fatto, anche per cercare di preparare le condizioni per un’autonomia europea nel Mediterraneo. All’epoca della crisi di Suez, nel 1956, gli Usa negarono tale autonomia agli europei nel Mediterraneo, ma hanno poi protetto gli interessi europei nel quadro dell’Alleanza. Oggi il rischio è che quest’autonomia venga negata ancora più recisamente e senza nessuna contropartita.
Note
(1) W. Pusztai and A. Delalande, “A New Civil War Could Break Out in Libya”, War Is Boring, in https://warisboring.com/a-new-civil-war-could-break-out-in-libya-1e0fa7c20cf0#.rl0p7auk9.
(2) International Crisis Group, The Libyan Political Agreement: Time for a Reset, Brussels, 4 November 2016 in https://www.crisisgroup.org/middle-east-north-africa/north-africa/libya/libyan-political-agreement-time-reset.
(3) Karim Mezran, The Case for Wider US Engagement in Libya, Atlantic Council, January 4, 2017, in http://www.atlanticcouncil.org/blogs/menasource/the-case-for-wider-us-engagement-in-libya.
(4) J. Pack and N. Mason, A Trumpian Peace Deal in Libya?, Foreign Affairs, Snapshot, January 10, 2017 in https://www.foreignaffairs.com/articles/libya/2017-01-10/trumpian-peace-deal-libya.
* Roberto Aliboni è consigliere scientifico dello IAI.
Fonte
In particolare l'editoriale è preoccupato della posizione del governo italiano, che è apparsa troppo frettolosa nell'aprire l'ambasciata in Libia e nella capitale controllata dal governo “di unità nazionale” di Serraj, mentre la polarizzazione e la divisione in Libia vede crescere il peso di Haftar, l'uomo forte che controlla Tobruk, sostenuto dall'Egitto e ora anche dalla Russia.
La preoccupazione di Mieli e del Corriere della Sera coincide con quella di altri ambienti. Insomma la politica estera italiana in Libia (oggi affidata ad un personaggio come Alfano, sic!) starebbe ancora una volta mettendo una toppa peggiore del buco.
Sono passati sei anni dal “tradimento” del governo Berlusconi verso Gheddafi, con cui aveva da poco sottoscritto un trattato di amicizia, e che vide l'Italia allinearsi ai bombardamenti francesi e britannici sulla Libia e alla liquidazione fisica del leader libico. Ma la destabilizzazione e il caos prodotto da quella aggressione militare continuano a far saltare ogni tentativo di stabilità del paese. La divisione di potere tra “quelli di Tripoli e quelli di Tobruk”, con in mezzo milizie armate indipendenti e nuclei di miliziani dell'Isis e di altri gruppi jihadisti, continua a mantenere il paese dove l'Italia ha forti e storici investimenti nel petrolio e nel gas, nel caos e nella guerra civile permanente.
La newsletter Affari Internazionali, che riproduciamo integralmente più sotto per il suo interesse, è firmata da Roberto Aliboni, consigliere scientifico dell'Istituto Affari Internazionali ed esperto strategico autorevole. Una persona che sa di cosa parla, magari anche giungendo a conclusioni assai diverse dalle nostre. Nella newsletter non si affronta il ruolo dell'Italia nel caos libico. Ma l'editoriale del Corriere della Sera di oggi è indicativo del brivido di paura che corre lungo la schiena di chi (dall'Eni al governo) deve cercare di capire quale sarà il futuro di un paese importante per l'Italia come la Libia ed è consapevole di non averne azzeccata una dal 2011 fino ad oggi.
*****
Dalla newsletter Affari Internazionali
di Robero Aliboni*
In novembre la Brigata per la Difesa di Bengasi – una formazione islamista formata nel giugno 2016 e collegata agli estremisti di Tripoli del mufti al Gharayani e di Khalifa Ghweil – ha attaccato da Giufra, Libia centrale, le forze di Haftar – stanziate nella “mezzaluna del petrolio” già dal settembre scorso – con il proposito di alleggerire la pressione dell’Enl (Esercito nazionale libico) sugli islamisti di Bengasi e di Derna.
L’Enl li ha ributtati indietro e fra dicembre e gennaio ha continuato a tenerli sotto il tiro della sua aviazione. In queste missioni, tuttavia, sono stati colpiti uomini e materiali di Misurata presenti a Giufra, aprendo un duro contenzioso fra Misurata e Tobruk.
Più intenzionalmente, le forze aeree e la 12° brigata di fanteria dell’Eln hanno attaccato a Sebha, Libia meridionale, una postazione della Terza Forza di Misurata riuscendo a togliergliela (1). La Terza Forza occupa i campi petroliferi del Fezzan dal 2014, escludendo i rivali dalla regione e assicurando la linea di rifornimenti che da Sebha arriva a Misurata attraverso Giufra.
Rischi di nuova polarizzazione
Questi sviluppi da un lato attestano il rafforzamento militare di Haftar, grazie all’appoggio crescente che riceve da Egitto e Russia, e la sua espansione sul territorio; dall’altro costituiscono per Misurata una non trascurabile minaccia logistica e militare (tanto più che la Forza ha subito nel tempo non poche perdite ed è attualmente troppo allungata e frammentata), alla quale la città potrebbe decidere di rispondere riaprendo il conflitto civile.
Alcuni osservatori sottolineano che nella missione in Libia centrale della Brigata per la Difesa di Bengasi c’è proprio l’obbiettivo di spingere Misurata a rispondere all’Enl.
Qual è l’interesse degli islamisti ad agire in questo senso? Se un nuovo scontro militare si aprisse, l’area politica centrista e moderata che oggi bene o male Misurata rappresenta con il suo appoggio a Serraj potrebbe essere indotta ad allearsi di nuovo con l’ala islamista estremista.
Si tratterebbe di un’alleanza tattica, ma, come si è visto in Siria, di tali alleanze tattiche è lastricato il fallimento politico dei moderati. Si può aggiungere che i tentativi di putsch di Khalifa Ghweil a Tripoli sono una dimensione della stessa strategia. Il rischio di una nuova polarizzazione e di un nuovo scontro militare in Libia non è da sottovalutare.
Il fallimento dell’accordo di Skhirat e il ‘reset’
Se le tendenze al cambiamento e al rovesciamento degli equilibri militari esistono, è perché l’Accordo di Skhirat e il Comitato presidenziale guidato da Sarraj hanno largamente fallito.
Per evitare la ricaduta della Libia nella guerra civile, occorre rinegoziare l’Accordo di Skhirat e integrare in esso le forze che se ne sono sentite o ne sono state escluse. Il ‘reset’ suggerito dall’International Crisis Group in uno studio recente è il tema all’ordine del giorno (2).
E in effetti, la rinegoziazione è già in corso nel quadro Onu. Nella Commissione per il dialogo politico (nata con gli Accordi di Skhirat) si discute di nuovi assetti, in particolare della riduzione a quattro o a cinque dei membri del Consiglio presidenziale e dell’inserimento di un primo ministro per assolvere le funzioni di guida politica oggi svolte dal presidente del Consiglio.
Una piattaforma complessiva è emersa nella conferenza organizzata il 13-14 dicembre 2016 al Cairo con la partecipazione essenzialmente di esponenti delle opposizioni. Martin Kobler, il mediatore capo dell’Onu in Libia, l’ha apprezzata.
Mediazione politica autorevole cercasi
Ma l’Onu, a causa del fallimento degli Accordi di Skhirat e dell’insufficiente e talvolta ambiguo sostegno che ha ricevuto dai suoi fautori internazionali, difficilmente è il luogo in cui oggi possa emergere un accordo politico effettivo.
L’accordo potrà anche essere consacrato nel quadro Onu, ma deve emergere fra i libici, che al posto delle caselle e dei programmi devono trovare un equilibrio condiviso di obiettivi e di poteri.
Quest’accordo è problematico perché Haftar ha acquisito un margine di prevalenza militare e ha gli elementi per credere di poter ampliare questo margine e vincere. Tuttavia, benché indebolita sul piano militare, Misurata resta per Haftar un rivale militare di primo piano.
Se una mediazione politica autorevole non si farà viva in tempi brevi, Misurata potrebbe decidere di sfidare militarmente Haftar piuttosto che negoziare con lui e i suoi alleati. Gli sviluppi sul terreno fra dicembre e gennaio di cui abbiamo parlato hanno già riavvicinato le varie anime di Misurata di contro al campo avverso, facilitando un’eventuale opzione militare.
Esiste una mediazione autorevole che possa portare i libici all’accordo politico che l’Onu difficilmente può oggi promuovere? Autorevoli commentatori dei fatti di Libia, come Mezran (3) e Pack (4), suggeriscono d’aspettare che l’amministrazione del Presidente Trump nomini, secondo quanto sembra di sapere, un inviato presidenziale speciale nella persona di Phillip Escaravage, un vecchio amico e collaboratore di Trump, buon conoscitore della Libia.
Essi sviluppano degli argomenti per sottolineare che una stabilizzazione della Libia conviene agli Usa. Ma quali sono gli obiettivi del presidente Trump in realtà non è ancora chiaro. Essi comunque potrebbero divergere significativamente dagli interessi europei.
Aspettando Trump e l’Europa
Intanto la diplomazia dei maggiori Paesi europei ha già integrato la nozione di un ‘reset’ degli Accordi di Skhirat, è consapevole dei rischi in atto e sta esercitando pressioni soprattutto sui patroni regionali di Tobruk e Haftar perché si moderino militarmente e politicamente favorendo un compromesso.
Gli ultimi passi che l’Italia ha compiuto verso la Libia sono troppo vicini al governo Serraj e potrebbero risultare più dannosi che utili nel tentativo di ricostituire le condizioni per un compromesso politico fra le parti libiche.
Il lento ma evidente riemergere dalla crisi Regeni con l’Egitto potrebbe invece mettere anche l’Italia in grado di agire con efficacia nella direzione di una mediazione da parte europea.
È da dire che, mentre inizia la presidenza Trump, agli occhi dei libici e dei Paesi della regione gli europei appaiono anche più deboli del consueto. Essi, del resto, non hanno fatto nulla per coordinarsi fra di loro e cercare così di accrescere la loro autorità.
Tuttavia, il tentativo di una mediazione come quella in corso va fatto, anche per cercare di preparare le condizioni per un’autonomia europea nel Mediterraneo. All’epoca della crisi di Suez, nel 1956, gli Usa negarono tale autonomia agli europei nel Mediterraneo, ma hanno poi protetto gli interessi europei nel quadro dell’Alleanza. Oggi il rischio è che quest’autonomia venga negata ancora più recisamente e senza nessuna contropartita.
Note
(1) W. Pusztai and A. Delalande, “A New Civil War Could Break Out in Libya”, War Is Boring, in https://warisboring.com/a-new-civil-war-could-break-out-in-libya-1e0fa7c20cf0#.rl0p7auk9.
(2) International Crisis Group, The Libyan Political Agreement: Time for a Reset, Brussels, 4 November 2016 in https://www.crisisgroup.org/middle-east-north-africa/north-africa/libya/libyan-political-agreement-time-reset.
(3) Karim Mezran, The Case for Wider US Engagement in Libya, Atlantic Council, January 4, 2017, in http://www.atlanticcouncil.org/blogs/menasource/the-case-for-wider-us-engagement-in-libya.
(4) J. Pack and N. Mason, A Trumpian Peace Deal in Libya?, Foreign Affairs, Snapshot, January 10, 2017 in https://www.foreignaffairs.com/articles/libya/2017-01-10/trumpian-peace-deal-libya.
* Roberto Aliboni è consigliere scientifico dello IAI.
Fonte
27/08/2015
Torta in faccia a Paolo Mieli
La torta in faccia di oggi, la merita ampiamente Paolo Mieli con il suo editoriale sul Corsera.
Il supponente Mieli, che continua a godere di successo e credibilità assai superiori alle proprie qualità di storico e giornalista, oggi si sofferma su un disco incantato. Rivolto alla sinistra greca (ma anche a quella tedesca o italiana) ripete uno stantìo ritornello: “se, per un accidente della storia, vi capita di vincere le elezioni, sfogliate i giornali, cercate un pretesto, sparate a zero contro il vostro governo e pensate subito a dividervi”. Dunque avrebbe fatto male la sinistra greca – quelli di Unità Popolare ma anche il Kke – a prendere le distanze dalle scelte del governo di Tsipras. Così come avrebbe fatto male Oskar Lafontanine a prendere le distanze dalla Spd e fondare la Linke. Avrebbe fatto male Pastorino a guastare la possibile vittoria della candidata renziana del Pd alla regione Liguria. C’è poi il non detto: avrebbe fatto male la sinistra italiana (il Prc allora) a rompere con il governo Prodi.
Il discorso di Mieli è quello che ci sentiamo fare da tempo e da sempre. La sinistra deve governare e in nome del governo deve rinunciare ai propri contenuti di classe, “di sinistra”, perché il governo... è il governo.
Ma se un governo di sinistra o con dentro la sinistra firma gli stessi memorandum con l’Unione Europea che avevano accettato i governi di destra continuando il massacro sociale della popolazione, perché mai una forza di classe dovrebbe sostenere o rimanere con quel governo? Se la Spd ha fatto le medesime politiche sociali di destra della Cdu trovando quasi naturale allearvisi per formare il governo, perché avrebbe fatto male Lafontaine? E vogliamo parlare poi dei governi Prodi? Stendiamo un velo pietoso sulla inutilità e cosciente inservibilità di ben sessanta parlamentari in quell’esecutivo.
La torta in faccia a Paolo Mieli la lanciamo volentieri, ma avendo già avviato l’ordinazione in pasticceria per chi, ancora oggi e dentro la gabbia costruita da Unione Europea, Eurozona, Patto di Stabilità e pareggio di bilancio in Costituzione, venisse ancora a parlarci di “sinistra di governo”.
Non si può fare! Alternativa significa esattamente il contrario: rottura, priorità sociali definite, duttilità ma nessuno sconto al nemico in difficoltà.
Fonte
Il supponente Mieli, che continua a godere di successo e credibilità assai superiori alle proprie qualità di storico e giornalista, oggi si sofferma su un disco incantato. Rivolto alla sinistra greca (ma anche a quella tedesca o italiana) ripete uno stantìo ritornello: “se, per un accidente della storia, vi capita di vincere le elezioni, sfogliate i giornali, cercate un pretesto, sparate a zero contro il vostro governo e pensate subito a dividervi”. Dunque avrebbe fatto male la sinistra greca – quelli di Unità Popolare ma anche il Kke – a prendere le distanze dalle scelte del governo di Tsipras. Così come avrebbe fatto male Oskar Lafontanine a prendere le distanze dalla Spd e fondare la Linke. Avrebbe fatto male Pastorino a guastare la possibile vittoria della candidata renziana del Pd alla regione Liguria. C’è poi il non detto: avrebbe fatto male la sinistra italiana (il Prc allora) a rompere con il governo Prodi.
Il discorso di Mieli è quello che ci sentiamo fare da tempo e da sempre. La sinistra deve governare e in nome del governo deve rinunciare ai propri contenuti di classe, “di sinistra”, perché il governo... è il governo.
Ma se un governo di sinistra o con dentro la sinistra firma gli stessi memorandum con l’Unione Europea che avevano accettato i governi di destra continuando il massacro sociale della popolazione, perché mai una forza di classe dovrebbe sostenere o rimanere con quel governo? Se la Spd ha fatto le medesime politiche sociali di destra della Cdu trovando quasi naturale allearvisi per formare il governo, perché avrebbe fatto male Lafontaine? E vogliamo parlare poi dei governi Prodi? Stendiamo un velo pietoso sulla inutilità e cosciente inservibilità di ben sessanta parlamentari in quell’esecutivo.
La torta in faccia a Paolo Mieli la lanciamo volentieri, ma avendo già avviato l’ordinazione in pasticceria per chi, ancora oggi e dentro la gabbia costruita da Unione Europea, Eurozona, Patto di Stabilità e pareggio di bilancio in Costituzione, venisse ancora a parlarci di “sinistra di governo”.
Non si può fare! Alternativa significa esattamente il contrario: rottura, priorità sociali definite, duttilità ma nessuno sconto al nemico in difficoltà.
Fonte
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