Sono atterrati all’aeroporto di Fiumicino, sei attivisti italiani del Convoy di terra della Global Sumud Flotilla violentemente sgomberati lunedì scorso mentre erano accampati nei pressi della città libica di Sirte. Erano in attesa di avere notizie di altri 10 attivisti – tra cui 2 italiani – che stavano negoziando il passaggio della Global Sumud Land Convoy e fermati perché accusati di “ingresso illegale”.
Il convoglio della ‘Flotilla di terra’ si era fermato all’altezza di Sirte, dove si era accampata, dopo la mancata autorizzazione di attraversare la Libia per arrivare poi in Egitto e quindi al valico di Rafah che lo separa da Gaza. “Siamo preoccupati per i nostri compagni, non abbiamo più loro notizie”, hanno dichiarato gli attivisti atterrati a Fiumicino.
I due attivisti italiani tra i dieci fermati in Cirenaica e rimasti ancora in Libia sono Domenico Centrone e Leonarda Alberizia. Avevano tentato una mediazione per il passaggio del convoglio umanitario entrando volontariamente nella terra di nessuno tra le due Libie (quella di Haftar a est, quella del governo di Tripoli a ovest) con un obiettivo preciso: negoziare per trovare un varco dove i camion del Land Convoy potessero passare senza essere bloccati.
Tre giorni dopo, di loro non si sa ancora nulla. Assieme a loro ci sono attivisti di altri paesi come Alicia Armesto Nuñez (Spagna), Laura Kwoczała (Polonia), Jenelle Jones (Usa), la dottoressa Maria Paula Giménez (Argentina), il dottor Lucas Ezequiel Aguilera (Argentina), Matias Alvarez Rodriguez (Uruguay), Ana Margarida França Santana Baptista (Portogallo) e Ashraf Khoja (Tunisia).
Secondo informazioni non ufficiali diffuse dalla Flotilla, le autorità della Libia orientale avrebbero accusato i dieci di essere entrati nella zona senza autorizzazione, e sarebbero in corso le procedure per la loro espulsione. Il ministero degli Esteri del governo di Haftar ha confermato le accuse di ingresso illegale, assicurando che viene fornita “l’assistenza sanitaria e umanitaria prevista dalla legge”. Ma il consolato italiano a Bengasi, pur avendone fatto richiesta, non ha ancora ottenuto il permesso di visitarli.
“Non li sentiamo da tre giorni, neanche le famiglie hanno avuto alcun contatto e stanno impazzendo”, ha detto Maria Elena Delia, portavoce italiana del movimento. “Al momento, non sappiamo neanche ufficialmente se siano in stato di fermo, in detenzione, ci arrivano semplicemente voci”.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/05/2026
Rientrati dalla Libia in Italia gli attivisti del Convoy per Gaza. Dieci ancora nelle mani dei libici
05/02/2026
Libia - L’ombra neocoloniale sull’omicidio di Saif Gheddafi
Saif al-Islam Gheddafi, figlio dell’ex leader della Libia Muammar Gheddafi (a sua volta deposto e ucciso nel 2011) è stato ucciso martedì da un commando all’interno della sua casa a Zintan, una città a circa 200 chilometri a sud-ovest della capitale Tripoli.
Mercoledì mattina, la Procura di Tripoli ha annunciato l’apertura di un’indagine sulla morte di Saif al-Islam Gheddafi, confermando che è stato ucciso a colpi di arma da fuoco nella sua casa nella città di Zintan.
Da quanto risulta dalle prime indagini quattro uomini armati e a volto coperto hanno fatto irruzione nell’abitazione di Saif Gheddafi, disattivando prima il sistema di videosorveglianza. Ci sarebbe stato uno scontro a fuoco tra il commando e lo stesso Saif, conclusosi con la morte di quest’ultimo.
Secondo il network saudita al Arabiya l’omicidio sarebbe avvenuto nel quadro degli scontri armati tra milizie locali e milizie fedeli all’ex regime di Gheddafi proseguiti per diverse ore nel pomeriggio, nella zona desertica di al-Hamada e nei pressi di Zintan.
Saif Gheddafi era uno dei più popolari leader politici della Libia e ambiva a presentarsi alle elezioni, una tappa che fino ad oggi è stata sistematicamente rinviata dal cosiddetto governo libico di Tripoli “riconosciuto dalla comunità internazionale”.
Contro di lui era stata emessa anche un condanna della Corte Penale Internazionale successivamente all’aggressione della Nato nel 2011 e alla violenta deposizione e uccisione del padre, Muhammar Gheddafi. Arrestato, era stato rilasciato nel 2017 grazie ad una amnistia.
Considerato a lungo come il successore del padre, nel 2021 Saif Gheddafi aveva annunciato la propria candidatura alla presidenza della Libia, ma le elezioni furono poi rinviate sine die.
Dalla morte del padre era considerato il leader della resistenza nazionale della Jamāhīriyya libica nel Consiglio nazionale di transizione (Cnt). Con l’acutizzazione della guerra civile in Libia Saif al-Islam Gheddafi ha acquisito sempre più importanza come riferimento della resistenza ad oltranza contro le milizie del Consiglio nazionale di transizione e contro la Nato.
L’analista libico Essam al-Zubair, sentito da Al Jazeera, ritiene che ad essere maggiormente colpite dalla morte di Saif al-Islam siano le correnti che si sono schierate con lui dopo aver abbandonato il sostegno al gen. Kalifa Haftar, mentre chi sostiene il generale ne trarrà beneficio.
Questo perché “i sostenitori di Gheddafi saranno costretti a schierarsi automaticamente con Haftar o dovranno affrontare una crisi interna che potrebbe portare alla disgregazione delle loro fila”. Sottolinea inoltre che la sua assenza eliminerebbe un elemento competitivo influente dalla mappa del conflitto politico, dando agli altri partiti un margine di manovra più ampio.
Secondo al-Zubair, l’emergere di Saif al-Islam come forte concorrente nel sud e l’estensione della sua presenza in aree dell’ovest e della Cirenaica, hanno approfondito lo stato di ostilità tra lui e Haftar, ed hanno spinto a tentativi di ostacolare la sua strada politica, incluso l’aver impedito ad alcuni suoi consiglieri di raggiungere la corte della Sabha durante il periodo della sua candidatura alle elezioni.
Anche un altro analista libico, Hazem al-Raisi, rileva che Khalifa Haftar potrebbe essere il “maggior beneficiario” della rimozione di Gheddafi dalla scena politica, ma non esclude un mandante internazionale per l’omicidio del leader libico.
È notizia di qualche giorno fa che Macron ha dato carta bianca ai suoi apparati di sicurezza per “ridimensionare” i leader africani che si sono sganciati dal controllo coloniale francese. Le responsabilità della Francia nel rovesciamento di Muhammar Gheddafi e la destabilizzazione della Libia sono note.
Colpisce anche il cinismo del quotidiano francese Le Monde che scrive: “L’ipotesi di un ritorno sulla scena del figlio del dittatore Muhammar Gheddafi ora è stata rimossa”. Quasi un timbro di approvazione...
Raisi segnala poi un incontro a Parigi sulla situazione libica proprio in coincidenza con l’uccisione di Saif Gheddafi, con la partecipazione dello statunitense Massaad Boulos, consigliere speciale di Trump per la regione.
In Libia, due governi continuano a contendersi il potere: quello di unità nazionale (Gnu) con sede a Tripoli, guidato da Abdul Hamid Dbaibah e riconosciuto dalle Nazioni Unite, e quello di Bengasi (est), guidato dal maresciallo Khalifa Haftar, che ha esteso la sua autorità al sud del paese.
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Mercoledì mattina, la Procura di Tripoli ha annunciato l’apertura di un’indagine sulla morte di Saif al-Islam Gheddafi, confermando che è stato ucciso a colpi di arma da fuoco nella sua casa nella città di Zintan.
Da quanto risulta dalle prime indagini quattro uomini armati e a volto coperto hanno fatto irruzione nell’abitazione di Saif Gheddafi, disattivando prima il sistema di videosorveglianza. Ci sarebbe stato uno scontro a fuoco tra il commando e lo stesso Saif, conclusosi con la morte di quest’ultimo.
Secondo il network saudita al Arabiya l’omicidio sarebbe avvenuto nel quadro degli scontri armati tra milizie locali e milizie fedeli all’ex regime di Gheddafi proseguiti per diverse ore nel pomeriggio, nella zona desertica di al-Hamada e nei pressi di Zintan.
Saif Gheddafi era uno dei più popolari leader politici della Libia e ambiva a presentarsi alle elezioni, una tappa che fino ad oggi è stata sistematicamente rinviata dal cosiddetto governo libico di Tripoli “riconosciuto dalla comunità internazionale”.
Contro di lui era stata emessa anche un condanna della Corte Penale Internazionale successivamente all’aggressione della Nato nel 2011 e alla violenta deposizione e uccisione del padre, Muhammar Gheddafi. Arrestato, era stato rilasciato nel 2017 grazie ad una amnistia.
Considerato a lungo come il successore del padre, nel 2021 Saif Gheddafi aveva annunciato la propria candidatura alla presidenza della Libia, ma le elezioni furono poi rinviate sine die.
Dalla morte del padre era considerato il leader della resistenza nazionale della Jamāhīriyya libica nel Consiglio nazionale di transizione (Cnt). Con l’acutizzazione della guerra civile in Libia Saif al-Islam Gheddafi ha acquisito sempre più importanza come riferimento della resistenza ad oltranza contro le milizie del Consiglio nazionale di transizione e contro la Nato.
L’analista libico Essam al-Zubair, sentito da Al Jazeera, ritiene che ad essere maggiormente colpite dalla morte di Saif al-Islam siano le correnti che si sono schierate con lui dopo aver abbandonato il sostegno al gen. Kalifa Haftar, mentre chi sostiene il generale ne trarrà beneficio.
Questo perché “i sostenitori di Gheddafi saranno costretti a schierarsi automaticamente con Haftar o dovranno affrontare una crisi interna che potrebbe portare alla disgregazione delle loro fila”. Sottolinea inoltre che la sua assenza eliminerebbe un elemento competitivo influente dalla mappa del conflitto politico, dando agli altri partiti un margine di manovra più ampio.
Secondo al-Zubair, l’emergere di Saif al-Islam come forte concorrente nel sud e l’estensione della sua presenza in aree dell’ovest e della Cirenaica, hanno approfondito lo stato di ostilità tra lui e Haftar, ed hanno spinto a tentativi di ostacolare la sua strada politica, incluso l’aver impedito ad alcuni suoi consiglieri di raggiungere la corte della Sabha durante il periodo della sua candidatura alle elezioni.
Anche un altro analista libico, Hazem al-Raisi, rileva che Khalifa Haftar potrebbe essere il “maggior beneficiario” della rimozione di Gheddafi dalla scena politica, ma non esclude un mandante internazionale per l’omicidio del leader libico.
È notizia di qualche giorno fa che Macron ha dato carta bianca ai suoi apparati di sicurezza per “ridimensionare” i leader africani che si sono sganciati dal controllo coloniale francese. Le responsabilità della Francia nel rovesciamento di Muhammar Gheddafi e la destabilizzazione della Libia sono note.
Colpisce anche il cinismo del quotidiano francese Le Monde che scrive: “L’ipotesi di un ritorno sulla scena del figlio del dittatore Muhammar Gheddafi ora è stata rimossa”. Quasi un timbro di approvazione...
Raisi segnala poi un incontro a Parigi sulla situazione libica proprio in coincidenza con l’uccisione di Saif Gheddafi, con la partecipazione dello statunitense Massaad Boulos, consigliere speciale di Trump per la regione.
In Libia, due governi continuano a contendersi il potere: quello di unità nazionale (Gnu) con sede a Tripoli, guidato da Abdul Hamid Dbaibah e riconosciuto dalle Nazioni Unite, e quello di Bengasi (est), guidato dal maresciallo Khalifa Haftar, che ha esteso la sua autorità al sud del paese.
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19/01/2026
I trafficanti libici finanziati dall’Unione Europea
L’Unione Europea si appresta a esportare il “modello Tripoli”, quello dei trafficanti di esseri umani pagati per tenersi i migranti, anche nella Cirenaica controllata dal generale Khalifa Haftar. Attraverso lo Strumento europeo per la pace, il fondo dal nome orwelliano con una dote da oltre 17 miliardi di euro con cui si finanziano anche le armi per Kiev, Bruxelles finanzierà con almeno 3 milioni di euro la costruzione di un Centro di coordinamento del soccorso marittimo (RCC) a Bengasi.
Sebbene la dicitura ufficiale parli di “soccorso”, le ONG che operano nel Mediterraneo e il giornalista tedesco Matthias Monroy, del Neues Deutschland, tratteggiano uno scenario opposto: una sala operativa speculare a quella di Tripoli, finalizzata non al salvataggio, ma all’intercettazione dei migranti per riportarli forzosamente in Libia.
La preoccupazione principale riguarda i soggetti che gestiranno operativamente le attività. Il centro sorgerà in un’area dominata dalla brigata Tareq Ben Zayed, guidata da Saddam Haftar, figlio del generale Khalifa. “Il nuovo Centro sorgerà in un’area controllata da apparati militari accusati di crimini di guerra, torture e violenze sistematiche contro migranti e rifugiati”, denuncia in una nota la ONG Mediterranea Saving Humans.
Secondo l’organizzazione umanitaria, il rischio concreto è l’istituzionalizzazione dei cosiddetti “pullback” anche alla parte orientale della Libia: attività di trasferimento forzoso dei migranti in mare nei centri di detenzione libici, mascherate da operazioni di ricerca e soccorso. È un sistema pensato per aggirare una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2012, che vieta i respingimenti verso il paese africano.
Tredici ONG hanno già sospeso le comunicazioni con il centro di Tripoli. A continuarle è Frontex, nonostante nel 2023 un’indagine indipendente dell’ONU sulla Libia abbia dettagliato in un dossier come, di fatto, la guardia costiera libica cooperi con i trafficanti di esseri umani. Sarà da chiarire se Frontex dialogherà anche con la futura struttura di Bengasi.
In generale, questa è l’ennesima iniziativa che va inserita nella più ampia strategia di esternalizzazione delle frontiere perseguita da Roma, che ha lanciato l’iniziativa di Bengasi, e condivisa dall’UE. Frontex ne è da sempre uno strumento fondamentale, con una crescente militarizzazione della sua azione. Di fatto, si affida ai trafficanti di esseri umani la gestione dei flussi migratori verso la UE, centellinando le entrate che servono a garantire il sistema produttivo europeo attraverso lavoro ricattabile e di disperati.
In questa strategia è sempre più coinvolta anche la parte orientale della Libia, segnando inoltre l’idea che alle centrali imperialiste va bene una Libia frammentata e governata da bande criminali. Fino al punto che la scorsa estate è stato mostrato come soldati di Haftar siano stati addestrati in Italia. In questo caso, ovviamente, la millantata difesa dei diritti umani e della democrazia scompare dai discorsi degli imperialisti europei e dei loro lacchè.
Fonte
Sebbene la dicitura ufficiale parli di “soccorso”, le ONG che operano nel Mediterraneo e il giornalista tedesco Matthias Monroy, del Neues Deutschland, tratteggiano uno scenario opposto: una sala operativa speculare a quella di Tripoli, finalizzata non al salvataggio, ma all’intercettazione dei migranti per riportarli forzosamente in Libia.
La preoccupazione principale riguarda i soggetti che gestiranno operativamente le attività. Il centro sorgerà in un’area dominata dalla brigata Tareq Ben Zayed, guidata da Saddam Haftar, figlio del generale Khalifa. “Il nuovo Centro sorgerà in un’area controllata da apparati militari accusati di crimini di guerra, torture e violenze sistematiche contro migranti e rifugiati”, denuncia in una nota la ONG Mediterranea Saving Humans.
Secondo l’organizzazione umanitaria, il rischio concreto è l’istituzionalizzazione dei cosiddetti “pullback” anche alla parte orientale della Libia: attività di trasferimento forzoso dei migranti in mare nei centri di detenzione libici, mascherate da operazioni di ricerca e soccorso. È un sistema pensato per aggirare una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2012, che vieta i respingimenti verso il paese africano.
Tredici ONG hanno già sospeso le comunicazioni con il centro di Tripoli. A continuarle è Frontex, nonostante nel 2023 un’indagine indipendente dell’ONU sulla Libia abbia dettagliato in un dossier come, di fatto, la guardia costiera libica cooperi con i trafficanti di esseri umani. Sarà da chiarire se Frontex dialogherà anche con la futura struttura di Bengasi.
In generale, questa è l’ennesima iniziativa che va inserita nella più ampia strategia di esternalizzazione delle frontiere perseguita da Roma, che ha lanciato l’iniziativa di Bengasi, e condivisa dall’UE. Frontex ne è da sempre uno strumento fondamentale, con una crescente militarizzazione della sua azione. Di fatto, si affida ai trafficanti di esseri umani la gestione dei flussi migratori verso la UE, centellinando le entrate che servono a garantire il sistema produttivo europeo attraverso lavoro ricattabile e di disperati.
In questa strategia è sempre più coinvolta anche la parte orientale della Libia, segnando inoltre l’idea che alle centrali imperialiste va bene una Libia frammentata e governata da bande criminali. Fino al punto che la scorsa estate è stato mostrato come soldati di Haftar siano stati addestrati in Italia. In questo caso, ovviamente, la millantata difesa dei diritti umani e della democrazia scompare dai discorsi degli imperialisti europei e dei loro lacchè.
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18/05/2025
Libia - Riesplode il caos che avevamo fatto finta di non vedere
di Alberto Negri
Regolamenti di conti mortali e scontri tra le fazioni in Tripolitania, avanzata delle truppe del generale Khalifa Haftar da Bengasi alla Sirte: la Libia sfugge a ogni controllo e soprattutto a quello del governo di Giorgia Meloni, che ieri a un certo punto stava valutando persino l’evacuazione degli italiani.
Questa confusione e l’essere sempre in balìa delle fazioni e dei clan libici è dovuta essenzialmente alla scelta italiana ed europea di rinunciare a ogni strategia politica, tanto è vero che l’influenza militare maggiore è quella della Turchia e Ovest e della Russia di Putin, padrino del generale Haftar, a Est, in Cirenaica.
Ma mentre Erdogan e Putin si parlano, anche a distanza, noi riceviamo informazioni di seconda mano, e accuratamente ‘masticate’ dal sultano turco, e nessuna ovviamente da Mosca che ha appena ricevuto Haftar in pompa magna: oggi il generale riceve sostegno militare non solo da Mosca ma anche dalla Turchia che un tempo lo osteggiava apertamente e nel 2019 era intervenuta a difesa del governo Sarraj di Tripoli.
Come cambia il mondo... e qui ce ne accorgiamo sempre con un leggero ma fatale ritardo.
L’Italia e l’Europa hanno fatto in Libia una scelta comprensibile nel breve periodo – soprattutto a scopi propagandistici presso l’opinione pubblica – ma miope. Ammantato e imbellettato da accordi internazionali che dovrebbero fornire una copertura di legalità, l’Italia ha impiantato il “sistema libico”, ovvero un meccanismo di corruzione che prevede il versamento ai libici di somme di denaro da parte dell’Italia e dell’Europa in cambio della repressione violenta dei flussi migratori.
Così ci siamo trovati in mano non a uno Stato, sia pure in ricostruzione e dotato di ingenti risorse energetiche che da sempre interessano l’Eni, ma siamo precipitati nelle cronache della malavita libica. Per contenere i flussi migratori ci siamo affidati a dei criminali.
Esemplare il caso del generale Almasry che fa parte a pieno titolo di questo sistema. L’uomo, noto come il torturatore dei migranti e il capo del carcere di Mitiga, un criminale che aveva costruito la sua fama con un regime del terrore fatto di abusi, stupri e omicidi, è un ricercato dalla corte penale internazionale dell’Aja che avevamo arrestato a Torino e poi abbiamo rilasciato con un cavillo e il silenzio farisaico del ministro della Giustizia.
In Libia siamo talmente in buone mani che lunedì a Tripoli hanno fatto fuori, in circostanze poco chiare, un altro nostro “amico” del sistema di repressione libico. Si tratta di Abdulghani al Kikli, noto come “Ghnewa”, capo della potente Ssa, l’Apparato di Supporto alla Stabilizzazione.
Anche Al Kikli, come Almasry, è stato più volte avvistato in Italia dove andava e veniva indisturbato ospite. Alle sue milizie era affidata in parte la gestione delle carceri dove vengono rinchiusi i migranti. E infatti il suo nome è apparso in diversi dossier dell’Onu in cui si parla di abusi e torture nelle carceri di quello che veniva chiamato il “signore di Abu Salim”, la vecchia e famigerata prigione di Gheddafi che non ha mai smesso di inghiottire le sue vittime anche dopo la caduta del raìs.
A cosa si deve questo caos in Tripolitania? Siamo di fronte a lotte di potere e di soldi in cui il governo del premier Dbeibah è intervenuto appoggiandosi ad altre milizie, in particolare la Brigata 444, formata da combattenti provenienti da Misurata e ritenuta vicina al primo ministro, ovvero colui che firma gli accordi con l’Italia e l’Europa.
Chi oltrepassa certe “linee rosse” viene eliminato. È stato il caso di Bija, il noto trafficante di Zawiya, ucciso vicino a Tripoli nell’estate scorsa. E come l’eliminazione, tentata ma non riuscita, del ministro dell’Interno Adel Juma il 12 febbraio scorso.
Ricoverato per diversi mesi a Roma fu visitato in marzo proprio da Al Kikli. Nella girandola di alleanze e rivalità tripoline chi comanda ha la pistola in tasca e noi come Paese ci siamo in mezzo.
L’assenza di una vera strategia politica libica ha portato all’ascesa del generale Haftar, ex ufficiale di Gheddafi che nei suoi vent’anni di esilio in Usa è anche diventato cittadino americano. Il feldmaresciallo, che tiene in pugno la Cirenaica e l’Esercito Nazionale Libico (Lna), è sbarcato a Mosca, invitato il 9 alla parata della vittoria. Lui gioca una partita geopolitica che può disegnare nuovi equilibri nel caos libico. La Russia, dopo il parziale ritiro dalla Siria, ha scelto la Libia come nuovo avamposto africano e mediterraneo.
Ma la vera sorpresa è un’altra. Haftar ha mandato il figlio Saddam ad Ankara lo scorso aprile, ricucendo con la Turchia che nel 2020 lo aveva bloccato alle porte di Tripoli.
Haftar ha ottenuto forniture di droni turchi, addestramento per 1.500 uomini dell’Lna ed esercitazioni navali congiunte. In sintesi la Turchia, che mantiene basi in Tripolitania, si propone come mediatore per unificare le forze armate libiche. Il sultano di Ankara ha delle strategie, a noi, a quanto pare, resta soltanto la Gomorra libica.
Fonte
Regolamenti di conti mortali e scontri tra le fazioni in Tripolitania, avanzata delle truppe del generale Khalifa Haftar da Bengasi alla Sirte: la Libia sfugge a ogni controllo e soprattutto a quello del governo di Giorgia Meloni, che ieri a un certo punto stava valutando persino l’evacuazione degli italiani.
Questa confusione e l’essere sempre in balìa delle fazioni e dei clan libici è dovuta essenzialmente alla scelta italiana ed europea di rinunciare a ogni strategia politica, tanto è vero che l’influenza militare maggiore è quella della Turchia e Ovest e della Russia di Putin, padrino del generale Haftar, a Est, in Cirenaica.
Ma mentre Erdogan e Putin si parlano, anche a distanza, noi riceviamo informazioni di seconda mano, e accuratamente ‘masticate’ dal sultano turco, e nessuna ovviamente da Mosca che ha appena ricevuto Haftar in pompa magna: oggi il generale riceve sostegno militare non solo da Mosca ma anche dalla Turchia che un tempo lo osteggiava apertamente e nel 2019 era intervenuta a difesa del governo Sarraj di Tripoli.
Come cambia il mondo... e qui ce ne accorgiamo sempre con un leggero ma fatale ritardo.
L’Italia e l’Europa hanno fatto in Libia una scelta comprensibile nel breve periodo – soprattutto a scopi propagandistici presso l’opinione pubblica – ma miope. Ammantato e imbellettato da accordi internazionali che dovrebbero fornire una copertura di legalità, l’Italia ha impiantato il “sistema libico”, ovvero un meccanismo di corruzione che prevede il versamento ai libici di somme di denaro da parte dell’Italia e dell’Europa in cambio della repressione violenta dei flussi migratori.
Così ci siamo trovati in mano non a uno Stato, sia pure in ricostruzione e dotato di ingenti risorse energetiche che da sempre interessano l’Eni, ma siamo precipitati nelle cronache della malavita libica. Per contenere i flussi migratori ci siamo affidati a dei criminali.
Esemplare il caso del generale Almasry che fa parte a pieno titolo di questo sistema. L’uomo, noto come il torturatore dei migranti e il capo del carcere di Mitiga, un criminale che aveva costruito la sua fama con un regime del terrore fatto di abusi, stupri e omicidi, è un ricercato dalla corte penale internazionale dell’Aja che avevamo arrestato a Torino e poi abbiamo rilasciato con un cavillo e il silenzio farisaico del ministro della Giustizia.
In Libia siamo talmente in buone mani che lunedì a Tripoli hanno fatto fuori, in circostanze poco chiare, un altro nostro “amico” del sistema di repressione libico. Si tratta di Abdulghani al Kikli, noto come “Ghnewa”, capo della potente Ssa, l’Apparato di Supporto alla Stabilizzazione.
Anche Al Kikli, come Almasry, è stato più volte avvistato in Italia dove andava e veniva indisturbato ospite. Alle sue milizie era affidata in parte la gestione delle carceri dove vengono rinchiusi i migranti. E infatti il suo nome è apparso in diversi dossier dell’Onu in cui si parla di abusi e torture nelle carceri di quello che veniva chiamato il “signore di Abu Salim”, la vecchia e famigerata prigione di Gheddafi che non ha mai smesso di inghiottire le sue vittime anche dopo la caduta del raìs.
A cosa si deve questo caos in Tripolitania? Siamo di fronte a lotte di potere e di soldi in cui il governo del premier Dbeibah è intervenuto appoggiandosi ad altre milizie, in particolare la Brigata 444, formata da combattenti provenienti da Misurata e ritenuta vicina al primo ministro, ovvero colui che firma gli accordi con l’Italia e l’Europa.
Chi oltrepassa certe “linee rosse” viene eliminato. È stato il caso di Bija, il noto trafficante di Zawiya, ucciso vicino a Tripoli nell’estate scorsa. E come l’eliminazione, tentata ma non riuscita, del ministro dell’Interno Adel Juma il 12 febbraio scorso.
Ricoverato per diversi mesi a Roma fu visitato in marzo proprio da Al Kikli. Nella girandola di alleanze e rivalità tripoline chi comanda ha la pistola in tasca e noi come Paese ci siamo in mezzo.
L’assenza di una vera strategia politica libica ha portato all’ascesa del generale Haftar, ex ufficiale di Gheddafi che nei suoi vent’anni di esilio in Usa è anche diventato cittadino americano. Il feldmaresciallo, che tiene in pugno la Cirenaica e l’Esercito Nazionale Libico (Lna), è sbarcato a Mosca, invitato il 9 alla parata della vittoria. Lui gioca una partita geopolitica che può disegnare nuovi equilibri nel caos libico. La Russia, dopo il parziale ritiro dalla Siria, ha scelto la Libia come nuovo avamposto africano e mediterraneo.
Ma la vera sorpresa è un’altra. Haftar ha mandato il figlio Saddam ad Ankara lo scorso aprile, ricucendo con la Turchia che nel 2020 lo aveva bloccato alle porte di Tripoli.
Haftar ha ottenuto forniture di droni turchi, addestramento per 1.500 uomini dell’Lna ed esercitazioni navali congiunte. In sintesi la Turchia, che mantiene basi in Tripolitania, si propone come mediatore per unificare le forze armate libiche. Il sultano di Ankara ha delle strategie, a noi, a quanto pare, resta soltanto la Gomorra libica.
Fonte
28/08/2024
Libia - Nuove tensioni, questa volta intorno alla banca centrale
Il governo “parallelo” libico di Khalifa Haftar (insediato nell’est della Libia) ha annunciato lo stop alla produzione e all’export di petrolio come risposta al tentativo del governo di unità nazionale che comanda su Tripoli e sul nord-ovest del Paese di sostituire il governatore della Banca centrale.
Nei giorni scorsi il Consiglio presidenziale di Tripoli aveva annunciato la sostituzione del governatore Al-Siddiq Al-Kabir e del board della banca, richiesta che Al-Kabir aveva però rispedito al mittente, chiedendo una decisione comune tra l’Alto consiglio di Stato di Tripoli e la Camera dei Rappresentanti di Bengasi.
Prima di Haftar l’autoproclamato gruppo dei “Giovani delle attività petrolifere e sociali delle città oasi” aveva minacciato di chiudere i giacimenti dopo la decisione del Consiglio presidenziale della Libia di rimuovere Siddiq al Kabir dal ruolo di governatore della Banca centrale. Secondo fonti di “Agenzia nova”, i giacimenti potrebbero essere chiusi nelle regioni oasi nel sud-est del Paese già a partire da oggi, 27 agosto.
Nel frattempo il Consiglio presidenziale di Tripoli ha proceduto anche a nominare il vice governatore Abdul Fattah Abdel Ghaffar governatore ad interim della Banca centrale della Libia, che si occuperà di tutti i compiti e degli accordi finanziari fino a nuovo avviso.
Non è tardata ad arrivare la reazione del governo parallelo di Bengasi e ripresa dall’Ansa.
Fonte
Nei giorni scorsi il Consiglio presidenziale di Tripoli aveva annunciato la sostituzione del governatore Al-Siddiq Al-Kabir e del board della banca, richiesta che Al-Kabir aveva però rispedito al mittente, chiedendo una decisione comune tra l’Alto consiglio di Stato di Tripoli e la Camera dei Rappresentanti di Bengasi.
Prima di Haftar l’autoproclamato gruppo dei “Giovani delle attività petrolifere e sociali delle città oasi” aveva minacciato di chiudere i giacimenti dopo la decisione del Consiglio presidenziale della Libia di rimuovere Siddiq al Kabir dal ruolo di governatore della Banca centrale. Secondo fonti di “Agenzia nova”, i giacimenti potrebbero essere chiusi nelle regioni oasi nel sud-est del Paese già a partire da oggi, 27 agosto.
Nel frattempo il Consiglio presidenziale di Tripoli ha proceduto anche a nominare il vice governatore Abdul Fattah Abdel Ghaffar governatore ad interim della Banca centrale della Libia, che si occuperà di tutti i compiti e degli accordi finanziari fino a nuovo avviso.
Non è tardata ad arrivare la reazione del governo parallelo di Bengasi e ripresa dall’Ansa.
“A causa dei ripetuti attacchi di gruppi fuorilegge, con l’istigazione e l’assistenza dell’usurpato Consiglio presidenziale, allo scopo di controllare illegalmente la più importante istituzione finanziaria del Paese, che è la Banca Centrale della Libia, ignorando tutte le decisioni e le leggi emanate dalla Camera dei Rappresentanti e dal Consiglio di Stato, nonché la legislazione finanziaria dello Stato, ignorando quanto emesso dalla magistratura in merito alla sospensione delle decisioni errate perché rappresentano una palese e chiara usurpazione di potere, il governo di Bengasi dichiara lo stato di forza maggiore su tutti i giacimenti petroliferi, porti, istituzioni e installazioni, e blocca la produzione e l’esportazione di petrolio fino a ulteriore avviso e invita tutte le autorità competenti affiliate al governo libico, ciascuna secondo la propria posizione e responsabilità, a mettere in pratica la questione con urgenza”si legge nel comunicato delle autorità di Bengasi che rispondono al gen. Haftar.
Fonte
27/08/2023
Libia - La situazione sul terreno torna a complicarsi
Le milizie dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) del generale Khalifa Haftar ha lanciato giovedi degli attacchi aerei contro “gruppi armati stranieri al confine tra Libia e Ciad. In precedenza, le forze della Cirenaica avevano annunciato l’inizio di “un’ampia operazione militare, di terra e aerea, al confine libico-ciadiano”.
“Non permetteremo che il nostro Paese sia una base d’appoggio per qualsiasi gruppo o formazione armata che rappresenti una minaccia per i nostri vicini o lanci qualsiasi azione illegale”, ha dichiarato il portavoce del LNA Al Mismari, sottolineando che verrà preservato “il principio di non ingerenza negli affari interni dei paesi amici, fraterni e vicini e nei loro problemi politici”. L’operazione militare “via terra e via aerea non si fermerà finché non saranno raggiunti gli obiettivi fissati dal Comando generale”, ha detto il portavoce.
La ben informata agenzia Nova riferisce che giovedì 24 agosto, la Brigata Tariq bin Ziyad, guidata da Saddam Haftar, il figlio del generale Haftar, si era scontrata con alcuni gruppi armati nella città di Umm al Aranib, 250 chilometri a sud-est di Sebha, principale città della regione sud-occidentale libica del Fezzan.
La zona di confine tra Libia e Ciad è da qualche tempo teatro di rinnovate tensioni dopo che l’esercito ciadiano ha preso di mira, pochi giorni fa, il Fronte per l’alternanza e la concordia in Ciad (Fact), organizzazione paramilitare e politica di opposizione al governo militare del Ciad molto legato alla Francia e agli Stati Uniti. Nel paese ci sono migliaia di militari delle due potenze occidentali.
La situazione al confine tra Libia e Ciad si è fatta talmente tesa e confusa che l’ambasciata di Francia a Tripoli ha sentito il dovere di “smentire le false informazioni diffuse da alcuni organi di stampa e sui social network sul coinvolgimento francese nelle operazioni militari in Libia”.
Qualsiasi escalation della situazione in Niger avrà un impatto negativo sul territorio libico e sulla sicurezza della Libia. Lo ha detto Ahmed al Mismari, portavoce dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) comandato dal generale Khalifa Haftar, parlando ieri sera ai media libici e ripresi dall’agenzia Nova. “L’operazione militare che abbiamo lanciato prende di mira la regione sud-occidentale vicino ai confini con il Ciad e il Niger”, ha spiegato al Mismari, riferendosi all’avvio di una campagna di terra e aerea contro i gruppi dell’opposizione ciadiana nella regione sud-occidentale libica del Fezzan. “Questo territorio è stato testimone negli ultimi tempi dell’arrivo illegale di molte famiglie ciadiane, che hanno costituto una testa di ponte per l’immigrazione irregolare”, ha aggiunto il portavoce. La regione meridionale della Libia, a detta di Al Mismari, “è diventata un rifugio per criminali e terroristi in fuga attraverso le frontiere terrestri dei Paesi vicini”. Da parte loro, i rappresentanti dei Tebu, tribù di ceppo etiope presente nella Libia meridionale ma anche in Niger e Ciad, hanno accusato le forze di Haftar di “pulizia etnica” tramite l’insediamento, al loro posto, dei clan arabi con il pretesto di combattere i ribelli armati ciadiani.
La fortissima instabilità della zona di confine tra Libia e Ciad, soprattutto nel Fezzan, si accompagna alla secessione de facto della Libia in due entità diverse e contrapposte.
“La Libia oggi ha due governi, uno a est e uno a ovest. Se continua così, la Libia potrebbe andare verso una divisione a lungo termine perdendo la sua sovranità e integrità territoriale. Il popolo libico è molto preoccupato per questo, vuole che il Paese rimanga una nazione unita”, ha dichiarato il rappresentante speciale dell’Onu Abdoulaye Bathily.
La ex Jamahiriya libica edificata da Muammar Gheddafi, brutalmente ucciso nel colpo di stato del 2011, è sostanzialmente divisa in due coalizioni politiche e militari rivali: da una parte il Governo di unità nazionale con sede a Tripoli del premier Abdulhamid Dabaiba, riconosciuto dalla comunità internazionale e appoggiato soprattutto dalla Turchia; dall’altra il Governo di stabilità nazionale, di fatto un esecutivo parallelo basato in Cirenaica e sostenuto dall’Egitto, in cui l’uomo forte è il generale Khalifa Haftar. Per uscire dallo stallo politico, l’inviato dell’Onu aveva lanciato, il 27 febbraio scorso, un piano per redigere gli emendamenti costituzionali e le leggi elettorali necessarie per tenere elezioni “libere, inclusive e trasparenti” entro il 2023. Tuttavia, il termine ultimo proposto da Bathily per preparare la tabella di marcia è scaduto il 15 giugno e lo stesso inviato ha detto che lo “status quo” non è più tollerabile
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“Non permetteremo che il nostro Paese sia una base d’appoggio per qualsiasi gruppo o formazione armata che rappresenti una minaccia per i nostri vicini o lanci qualsiasi azione illegale”, ha dichiarato il portavoce del LNA Al Mismari, sottolineando che verrà preservato “il principio di non ingerenza negli affari interni dei paesi amici, fraterni e vicini e nei loro problemi politici”. L’operazione militare “via terra e via aerea non si fermerà finché non saranno raggiunti gli obiettivi fissati dal Comando generale”, ha detto il portavoce.
La ben informata agenzia Nova riferisce che giovedì 24 agosto, la Brigata Tariq bin Ziyad, guidata da Saddam Haftar, il figlio del generale Haftar, si era scontrata con alcuni gruppi armati nella città di Umm al Aranib, 250 chilometri a sud-est di Sebha, principale città della regione sud-occidentale libica del Fezzan.
La zona di confine tra Libia e Ciad è da qualche tempo teatro di rinnovate tensioni dopo che l’esercito ciadiano ha preso di mira, pochi giorni fa, il Fronte per l’alternanza e la concordia in Ciad (Fact), organizzazione paramilitare e politica di opposizione al governo militare del Ciad molto legato alla Francia e agli Stati Uniti. Nel paese ci sono migliaia di militari delle due potenze occidentali.
La situazione al confine tra Libia e Ciad si è fatta talmente tesa e confusa che l’ambasciata di Francia a Tripoli ha sentito il dovere di “smentire le false informazioni diffuse da alcuni organi di stampa e sui social network sul coinvolgimento francese nelle operazioni militari in Libia”.
Qualsiasi escalation della situazione in Niger avrà un impatto negativo sul territorio libico e sulla sicurezza della Libia. Lo ha detto Ahmed al Mismari, portavoce dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) comandato dal generale Khalifa Haftar, parlando ieri sera ai media libici e ripresi dall’agenzia Nova. “L’operazione militare che abbiamo lanciato prende di mira la regione sud-occidentale vicino ai confini con il Ciad e il Niger”, ha spiegato al Mismari, riferendosi all’avvio di una campagna di terra e aerea contro i gruppi dell’opposizione ciadiana nella regione sud-occidentale libica del Fezzan. “Questo territorio è stato testimone negli ultimi tempi dell’arrivo illegale di molte famiglie ciadiane, che hanno costituto una testa di ponte per l’immigrazione irregolare”, ha aggiunto il portavoce. La regione meridionale della Libia, a detta di Al Mismari, “è diventata un rifugio per criminali e terroristi in fuga attraverso le frontiere terrestri dei Paesi vicini”. Da parte loro, i rappresentanti dei Tebu, tribù di ceppo etiope presente nella Libia meridionale ma anche in Niger e Ciad, hanno accusato le forze di Haftar di “pulizia etnica” tramite l’insediamento, al loro posto, dei clan arabi con il pretesto di combattere i ribelli armati ciadiani.
La fortissima instabilità della zona di confine tra Libia e Ciad, soprattutto nel Fezzan, si accompagna alla secessione de facto della Libia in due entità diverse e contrapposte.
“La Libia oggi ha due governi, uno a est e uno a ovest. Se continua così, la Libia potrebbe andare verso una divisione a lungo termine perdendo la sua sovranità e integrità territoriale. Il popolo libico è molto preoccupato per questo, vuole che il Paese rimanga una nazione unita”, ha dichiarato il rappresentante speciale dell’Onu Abdoulaye Bathily.
La ex Jamahiriya libica edificata da Muammar Gheddafi, brutalmente ucciso nel colpo di stato del 2011, è sostanzialmente divisa in due coalizioni politiche e militari rivali: da una parte il Governo di unità nazionale con sede a Tripoli del premier Abdulhamid Dabaiba, riconosciuto dalla comunità internazionale e appoggiato soprattutto dalla Turchia; dall’altra il Governo di stabilità nazionale, di fatto un esecutivo parallelo basato in Cirenaica e sostenuto dall’Egitto, in cui l’uomo forte è il generale Khalifa Haftar. Per uscire dallo stallo politico, l’inviato dell’Onu aveva lanciato, il 27 febbraio scorso, un piano per redigere gli emendamenti costituzionali e le leggi elettorali necessarie per tenere elezioni “libere, inclusive e trasparenti” entro il 2023. Tuttavia, il termine ultimo proposto da Bathily per preparare la tabella di marcia è scaduto il 15 giugno e lo stesso inviato ha detto che lo “status quo” non è più tollerabile
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10/05/2023
Sceneggiata Libica: il giallo delle vacanze romane del generale Haftar
05/05/2023
La Tunisia sorpassa la Libia nella rotta mediterranea dei migranti. Haftar è in Italia
Sull’aumento degli arrivi dei migranti in Italia via mare nel primo quadrimestre 2023 si registra il sorpasso della Tunisia sulla Libia come paese di partenza.
Almeno 24.383 persone sono arrivate sulle coste italiane dalle spiagge tunisine da inizio anno fino al 2 maggio. A questi numeri vanno aggiunti i 19.719 migranti intercettati dalle autorità tunisine al 30 aprile, secondo i dati pubblicati dal Forum tunisino per i diritti economici e sociali. Secondo l’organizzazione non governativa, inoltre, almeno 498 persone sono morte o risultano disperse lungo la rotta tunisina, di cui 371 nel solo mese di aprile.
La Libia adesso viene al secondo posto come punto di partenza con 16.637 migranti sbarcati al 2 maggio. L’Organizzazione Internazionale Migrazioni ha fatto sapere che dall’inizio del 2023 sono stati intercettati 4.819 migranti dalle autorità libiche. Complessivamente dalla Libia sono arrivati in Italia o sono stati riportati nel Paese nordafricano oltre 21 mila persone dal gennaio 2023. Più della metà dei nuovi arrivi, circa 10 mila, è partito dalla Cirenaica, la regione orientale della Libia dominata dal generale Khalifa Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico in conflitto con il governo di Tripoli.
Haftar oggi è in visita in Italia dove dovrebbe incontrare la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
I numeri forniti dal ministero dell’Interno italiano e visionati da Agenzia Nova, evidenziano poi un calo della rotta turca dopo la tragedia di Cutro, con 987 arrivi al 2 maggio rispetto ai 1.939 dello stesso periodo del 2022, un dato ancora in linea con i 16.115 sbarchi complessivi dei migranti partiti dalla Turchia lo scorso anno. Resta invece marginale la rotta che dall’Algeria ha portato in Italia almeno 199 migranti irregolari, in aumento rispetto alle 81 persone arrivate in Sardegna nello stesso periodo del 2022, a fronte di 1.389 arrivi del 2022.
Sui paesi di provenienza dei migranti che sbarcano in Italia, quelli dell’Africa subsahariana hanno ampiamente soppiantato i nordafricani nei primi mesi del 2023. Al primo posto per i migranti sbarcati in Italia al 2 maggio 2023 c’è infatti la Costa d’Avorio con 6.226 arrivi, mentre nello stesso periodo del 2022 c’era l’Egitto con circa 2.000 sbarchi dalla rotta libica, in particolare quella “orientale” che dalle coste della Cirenaica punta alla Sicilia.
Segue poi un altro Paese dell’Africa occidentale, la Guinea, con 4.868 arrivi al 2 maggio 2023, mentre nello stesso periodo dell’anno scorso c’era il Bangladesh con oltre 1.500 sbarchi. I cittadini dell’Egitto risultano oggi al terzo posto degli sbarchi irregolari in Italia, con 4.418 arrivi via mare, mentre lo scorso anno erano i tunisini (più di 1.200) a occupare il gradino più basso del podio. Da segnalare poi l’arrivo di 3.181 cittadini del Bangladesh che hanno molto probabilmente percorso la rotta libica orientale per poi sbarcare in Italia. I numeri dei migranti tunisini arrivati finora in Italia è più che raddoppiato nell’arco di un anno, con 2.987 sbarchi registrati al 2 maggio. Ma attenzione a non fare confusione: dalla Tunisia partono soprattutto africani, meno di uno su dieci è di nazionalità tunisina.
L’Oim ha fatto sapere che dall’inizio del 2023 sono stati intercettati 4.819 migranti dalle autorità libiche: complessivamente, quindi, dalla Libia sono arrivati in Italia o sono stati riportati nel Paese nordafricano oltre 21 mila persone dal gennaio 2023. Secondo Di Giacomo, i morti e i dispersi in mare da inizio anno sommando tutte le rotte (libiche e tunisine) del Mediterraneo centrale sono complessivamente 824. “Ma i morti potrebbero essere molti di più perché ci sono tantissimi naufragi fantasma”, commenta il portavoce di Oim.
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Almeno 24.383 persone sono arrivate sulle coste italiane dalle spiagge tunisine da inizio anno fino al 2 maggio. A questi numeri vanno aggiunti i 19.719 migranti intercettati dalle autorità tunisine al 30 aprile, secondo i dati pubblicati dal Forum tunisino per i diritti economici e sociali. Secondo l’organizzazione non governativa, inoltre, almeno 498 persone sono morte o risultano disperse lungo la rotta tunisina, di cui 371 nel solo mese di aprile.
La Libia adesso viene al secondo posto come punto di partenza con 16.637 migranti sbarcati al 2 maggio. L’Organizzazione Internazionale Migrazioni ha fatto sapere che dall’inizio del 2023 sono stati intercettati 4.819 migranti dalle autorità libiche. Complessivamente dalla Libia sono arrivati in Italia o sono stati riportati nel Paese nordafricano oltre 21 mila persone dal gennaio 2023. Più della metà dei nuovi arrivi, circa 10 mila, è partito dalla Cirenaica, la regione orientale della Libia dominata dal generale Khalifa Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico in conflitto con il governo di Tripoli.
Haftar oggi è in visita in Italia dove dovrebbe incontrare la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
I numeri forniti dal ministero dell’Interno italiano e visionati da Agenzia Nova, evidenziano poi un calo della rotta turca dopo la tragedia di Cutro, con 987 arrivi al 2 maggio rispetto ai 1.939 dello stesso periodo del 2022, un dato ancora in linea con i 16.115 sbarchi complessivi dei migranti partiti dalla Turchia lo scorso anno. Resta invece marginale la rotta che dall’Algeria ha portato in Italia almeno 199 migranti irregolari, in aumento rispetto alle 81 persone arrivate in Sardegna nello stesso periodo del 2022, a fronte di 1.389 arrivi del 2022.
Sui paesi di provenienza dei migranti che sbarcano in Italia, quelli dell’Africa subsahariana hanno ampiamente soppiantato i nordafricani nei primi mesi del 2023. Al primo posto per i migranti sbarcati in Italia al 2 maggio 2023 c’è infatti la Costa d’Avorio con 6.226 arrivi, mentre nello stesso periodo del 2022 c’era l’Egitto con circa 2.000 sbarchi dalla rotta libica, in particolare quella “orientale” che dalle coste della Cirenaica punta alla Sicilia.
Segue poi un altro Paese dell’Africa occidentale, la Guinea, con 4.868 arrivi al 2 maggio 2023, mentre nello stesso periodo dell’anno scorso c’era il Bangladesh con oltre 1.500 sbarchi. I cittadini dell’Egitto risultano oggi al terzo posto degli sbarchi irregolari in Italia, con 4.418 arrivi via mare, mentre lo scorso anno erano i tunisini (più di 1.200) a occupare il gradino più basso del podio. Da segnalare poi l’arrivo di 3.181 cittadini del Bangladesh che hanno molto probabilmente percorso la rotta libica orientale per poi sbarcare in Italia. I numeri dei migranti tunisini arrivati finora in Italia è più che raddoppiato nell’arco di un anno, con 2.987 sbarchi registrati al 2 maggio. Ma attenzione a non fare confusione: dalla Tunisia partono soprattutto africani, meno di uno su dieci è di nazionalità tunisina.
L’Oim ha fatto sapere che dall’inizio del 2023 sono stati intercettati 4.819 migranti dalle autorità libiche: complessivamente, quindi, dalla Libia sono arrivati in Italia o sono stati riportati nel Paese nordafricano oltre 21 mila persone dal gennaio 2023. Secondo Di Giacomo, i morti e i dispersi in mare da inizio anno sommando tutte le rotte (libiche e tunisine) del Mediterraneo centrale sono complessivamente 824. “Ma i morti potrebbero essere molti di più perché ci sono tantissimi naufragi fantasma”, commenta il portavoce di Oim.
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23/04/2023
Sudan - Combattimenti nonostante la tregua. Gli occidentali evacuano
In Sudan sono in corso ormai dallo scorso 15 aprile intensi combattimenti tra l’esercito regolare sudanese e le Forze di supporto rapido (Rsf), i paramilitari guidati dal generale Mohamed Hamdan “Hemeti” Dagalo.
I due generali oggi in conflitto tra loro, Mohamed Hamdan Dagalo e Abdelfatah al Burhan, furono il braccio e la mente del colpo di stato del 2021. Al Burhan 62 anni, è divenuto presidente del Consiglio sovrano di Transizione, l’organo esecutivo del Paese.
Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), dall’avvio dei combattimenti si contano ad oggi oltre 400 morti e 3.500 feriti nel Paese. A partire dal 21 aprile, le parti hanno concordato una tregua umanitaria per un periodo di 72 ore durante le celebrazioni dell’Eid al Fitr, la festa che sancisce la fine del mese sacro del Ramadan. La misura è stata tuttavia ignorata dalle parti in conflitto e nella capitale continuano a registrarsi esplosioni e colpi di armi da fuoco.
Le Rsf sono un esercito di circa 100mila uomini erede della milizia araba dei Janjaweed (ovvero “demoni a cavallo”) particolarmente violenti contro i ribelli del Darfur venti anni fa.
Le Forze di supporto rapido (Rsf) guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, hanno smentito di ricevere sostegno dal gruppo di mercenari russi Wagner, come annunciato in un’esclusiva della televisione statunitense CNN.
“Respingiamo categoricamente le accuse circa un nostro coinvolgimento con il gruppo Wagner nell’attuale conflitto in Sudan”, recita un comunicato diffuso dall’account Twitter ufficiale delle Rsf. Gli uomini del generale Dagalo accusano invece le Forze armate sudanesi (Saf) del generale Abdel Fattah al Burhan di essere sostenute da potenze straniere.
Anche il capo della compagnia russa Wagner Evgenij Prigozhin ha affermato di non sostenere nessuno dei partecipanti. “Sottolineo ancora una volta che la compagnia Wagner non partecipa in alcun modo al conflitto sudanese, e le domande di tutti i media riguardanti qualsiasi aiuto ad Abdel Fattah al-Burhan oppure al capo delle Forze di supporto rapido Mohamed Dagalo, o altre persone nel territorio del Sudan, non sono altro che un tentativo di provocazione”, ha affermato Prigozhin.
Secondo alcuni osservatori il conflitto in Sudan tra l’esercito di Abdel Fattah al Burhan e le milizie di Dagalo potrebbe estendersi prima o poi anche alla Libia. Una fonte libica ha riferito ad Agenzia Nova che sarebbe fallito “un tentativo di stabilire un ponte aereo diretto tra il sud della Libia e il Sudan”, dopo che i ribelli hanno perso il controllo di alcune basi militari sudanesi. In particolare, secondo la fonte, “ci sono stati tre voli, tra domenica e martedì, non per andare in Sudan ma per scaricare armi e munizioni a Kufra, nel sud-est della Libia, che sono state poi trasportate via terra oltre il confine”.
La 128esima Brigata dell’Lna del generale Haftar, uomo forte della Cirenaica, “ha da tempo assunto il controllo di alcune aree precedentemente presidiate dalle Brigate Subul Al Salam”, a loro volta guidate dal salafita radicale Abdul Rahman Hashem, “a ridosso del confine sudanese e del triangolo tra Ciad, Sudan e Libia”, ha detto l’analista libico Emadeddine Badi ad Agenzia Nova.
“Ci sono dei collegamenti tra Hemeti e Haftar”, ha confermato Badi. Secondo il quotidiano statunitense Wall Street Journal, i due generali si sono già aiutati a vicenda in passato. In particolare, il generale sudanese ha inviato combattenti per aiutare Haftar durante il tentativo, fallito, di impadronirsi della capitale libica Tripoli nel 2019. Ancora oggi, i miliziani sudanesi affiliati al generale Dagalo svolgono funzioni di guardia nelle strutture militari dell’Lna. Haftar e Hemedti sono, inoltre, alleati con gli Emirati Arabi Uniti, Paese che ha sostenuto Haftar militarmente in Libia e che avrebbe reclutato gli uomini di Hemeti per combattere in Yemen, teatro di un conflitto civile dal 2014.
L’Egitto, invece, ha allacciato legami molto stretti con il Consiglio sovrano del generale al Burhan, effettuando frequenti esercitazioni militari congiunte, l’ultima delle quali a inizio aprile presso la base navale di Port Sudan. “Non credo che gli egiziani controllino ciò che Haftar può fare”, riferisce Badi, spiegando anzi come l’Egitto dipenda sempre più da Haftar per la difesa del suo fianco occidentale. “Il suo sostegno (di Haftar) alle Rsf è probabilmente orchestrato in modo indipendente, oppure fatto per conto o in coordinamento con gli Emirati Arabi Uniti”, ha concluso l’esperto.
Nel frattempo, ci sarebbe un francese ferito durante le operazioni di evacuazione dell’ambasciata di Parigi. Secondo la ricostruzione il convoglio francese sarebbe stato attaccato da aerei durante l’evacuazione questa mattina, lungo la strada da Bahri a Omdurman. La Francia ha iniziato una “rapida operazione di evacuazione” dei suoi cittadini e del suo personale diplomatico in Sudan. Lo riferisce oggi il ministero degli Esteri, secondo cui l’operazione includerà cittadini di “Paesi europei e alleati”.
Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha confermato l’evacuazione del personale diplomatico dell’ambasciata Usa in Sudan, a causa dei violenti combattimenti in corso nella capitale, Khartoum portando il personale dell’ambasciata alla base militare di Camp Lemonnier, in Gibuti.
Anche l’Italia sta predisponendo un piano per il rientro degli italiani che si trovano in Sudan. Ad annunciarlo è il sottosegretario agli Esteri, Maria Tripodi.
Fonte
I due generali oggi in conflitto tra loro, Mohamed Hamdan Dagalo e Abdelfatah al Burhan, furono il braccio e la mente del colpo di stato del 2021. Al Burhan 62 anni, è divenuto presidente del Consiglio sovrano di Transizione, l’organo esecutivo del Paese.
Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), dall’avvio dei combattimenti si contano ad oggi oltre 400 morti e 3.500 feriti nel Paese. A partire dal 21 aprile, le parti hanno concordato una tregua umanitaria per un periodo di 72 ore durante le celebrazioni dell’Eid al Fitr, la festa che sancisce la fine del mese sacro del Ramadan. La misura è stata tuttavia ignorata dalle parti in conflitto e nella capitale continuano a registrarsi esplosioni e colpi di armi da fuoco.
Le Rsf sono un esercito di circa 100mila uomini erede della milizia araba dei Janjaweed (ovvero “demoni a cavallo”) particolarmente violenti contro i ribelli del Darfur venti anni fa.
Le Forze di supporto rapido (Rsf) guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, hanno smentito di ricevere sostegno dal gruppo di mercenari russi Wagner, come annunciato in un’esclusiva della televisione statunitense CNN.
“Respingiamo categoricamente le accuse circa un nostro coinvolgimento con il gruppo Wagner nell’attuale conflitto in Sudan”, recita un comunicato diffuso dall’account Twitter ufficiale delle Rsf. Gli uomini del generale Dagalo accusano invece le Forze armate sudanesi (Saf) del generale Abdel Fattah al Burhan di essere sostenute da potenze straniere.
Anche il capo della compagnia russa Wagner Evgenij Prigozhin ha affermato di non sostenere nessuno dei partecipanti. “Sottolineo ancora una volta che la compagnia Wagner non partecipa in alcun modo al conflitto sudanese, e le domande di tutti i media riguardanti qualsiasi aiuto ad Abdel Fattah al-Burhan oppure al capo delle Forze di supporto rapido Mohamed Dagalo, o altre persone nel territorio del Sudan, non sono altro che un tentativo di provocazione”, ha affermato Prigozhin.
Secondo alcuni osservatori il conflitto in Sudan tra l’esercito di Abdel Fattah al Burhan e le milizie di Dagalo potrebbe estendersi prima o poi anche alla Libia. Una fonte libica ha riferito ad Agenzia Nova che sarebbe fallito “un tentativo di stabilire un ponte aereo diretto tra il sud della Libia e il Sudan”, dopo che i ribelli hanno perso il controllo di alcune basi militari sudanesi. In particolare, secondo la fonte, “ci sono stati tre voli, tra domenica e martedì, non per andare in Sudan ma per scaricare armi e munizioni a Kufra, nel sud-est della Libia, che sono state poi trasportate via terra oltre il confine”.
La 128esima Brigata dell’Lna del generale Haftar, uomo forte della Cirenaica, “ha da tempo assunto il controllo di alcune aree precedentemente presidiate dalle Brigate Subul Al Salam”, a loro volta guidate dal salafita radicale Abdul Rahman Hashem, “a ridosso del confine sudanese e del triangolo tra Ciad, Sudan e Libia”, ha detto l’analista libico Emadeddine Badi ad Agenzia Nova.
“Ci sono dei collegamenti tra Hemeti e Haftar”, ha confermato Badi. Secondo il quotidiano statunitense Wall Street Journal, i due generali si sono già aiutati a vicenda in passato. In particolare, il generale sudanese ha inviato combattenti per aiutare Haftar durante il tentativo, fallito, di impadronirsi della capitale libica Tripoli nel 2019. Ancora oggi, i miliziani sudanesi affiliati al generale Dagalo svolgono funzioni di guardia nelle strutture militari dell’Lna. Haftar e Hemedti sono, inoltre, alleati con gli Emirati Arabi Uniti, Paese che ha sostenuto Haftar militarmente in Libia e che avrebbe reclutato gli uomini di Hemeti per combattere in Yemen, teatro di un conflitto civile dal 2014.
L’Egitto, invece, ha allacciato legami molto stretti con il Consiglio sovrano del generale al Burhan, effettuando frequenti esercitazioni militari congiunte, l’ultima delle quali a inizio aprile presso la base navale di Port Sudan. “Non credo che gli egiziani controllino ciò che Haftar può fare”, riferisce Badi, spiegando anzi come l’Egitto dipenda sempre più da Haftar per la difesa del suo fianco occidentale. “Il suo sostegno (di Haftar) alle Rsf è probabilmente orchestrato in modo indipendente, oppure fatto per conto o in coordinamento con gli Emirati Arabi Uniti”, ha concluso l’esperto.
Nel frattempo, ci sarebbe un francese ferito durante le operazioni di evacuazione dell’ambasciata di Parigi. Secondo la ricostruzione il convoglio francese sarebbe stato attaccato da aerei durante l’evacuazione questa mattina, lungo la strada da Bahri a Omdurman. La Francia ha iniziato una “rapida operazione di evacuazione” dei suoi cittadini e del suo personale diplomatico in Sudan. Lo riferisce oggi il ministero degli Esteri, secondo cui l’operazione includerà cittadini di “Paesi europei e alleati”.
Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha confermato l’evacuazione del personale diplomatico dell’ambasciata Usa in Sudan, a causa dei violenti combattimenti in corso nella capitale, Khartoum portando il personale dell’ambasciata alla base militare di Camp Lemonnier, in Gibuti.
Anche l’Italia sta predisponendo un piano per il rientro degli italiani che si trovano in Sudan. Ad annunciarlo è il sottosegretario agli Esteri, Maria Tripodi.
Fonte
18/10/2022
Libia - Haftar rilancia la guerra civile
La soluzione politica alla crisi in Libia è fallita e per questo serve che il “popolo libico” organizzi proteste in tutto il Paese dal momento che “una battaglia inevitabile deve essere combattuta”. Ad annunciarlo, secondo quanto riporta l’agenzia Nova, è stato il comandante dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna), generale Khalifa Haftar, nel corso di un discorso tenuto ieri in occasione di una parata militare nel capoluogo meridionale di Sabha.
Sebbene Haftar non abbia mai pronunciato la parola “guerra”, il generale ha promesso che il suo esercito proteggerà il popolo durante le necessarie “rivolte” contro chi detiene il potere nel Paese, ovvero “i corrotti, coloro che hanno tradito la fiducia e depredato la ricchezza del popolo, e coloro che portano armi e terrorizzano i cittadini e le istituzioni statali”. Secondo quanto riferito dal portale di informazione libico “Al Wasat”, Haftar ha sostenuto che il prolungato conflitto politico nel Paese ha fatto perdere del “tempo prezioso” in “polemiche e liti” che non hanno portato ad una riconciliazione nazionale ma che anzi hanno esacerbato la crisi esistente.
“L’enorme somma di denaro spesa dai governi degli ultimi dieci anni avrebbe potuto risollevare la vite dei cittadini (…) e determinare uno sviluppo sorprendente in tutti i settori, ma è stata sprecata nel sistema di corruzione del governo senza investire nel raggiungimento della crescita e della ripresa economica”, ha sottolineato il generale. “Abbiamo raggiunto la fase in cui tutti devono ammettere il fallimento (…) e che non c’è modo di continuare a camminare in un vicolo cieco, e non c’è percorso che porti al successo se non il percorso fatto dalla gente”, ha concluso Haftar.
La dichiarazione di guerra di Haftar piomba come un macigno su una normalizzazione difficile e una dualità di potere in Libia che ha fatto spesso parlare di rischio secessione tra la Tripolitania e la Cirenaica (la regione più a est). La Libia destabilizzata dall’intervento militare della Nato nel 2011 non è più riuscita a trovare una stabilità e unità interna.
I vari tentativi di giungere ad un accordo tra i due governi – il GNU di Tripoli e il LNA di Tobruk – non hanno portato a successi, nonostante l’attività della Turchia consolidatasi come arbitro della situazione libica. In seguito alla firma di un memorandum con il governo di Tripoli, Ankara è intervenuta nella guerra civile libica con uomini e mezzi e la sua presenza è stata estesa, proprio nel giugno scorso, per altri 18 mesi, allo scopo di avere il massimo controllo possibile sul territorio e un’intelligence adeguata. Pur confermando il proprio interesse nei confronti della Tripolitania Ankara ha anche iniziato un certo dialogo con Aguila Saleh e i suoi rappresentanti a Tobruk, anche in virtù di una nuova spinta collaborativa con Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.
Sebbene l’evento non sia stato pubblicizzato, ad agosto il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan aveva ricevuto ad Ankara figure di spicco del governo di Tobruk, tra cui proprio Aguila Saleh che ne è l’eminenza grigia.
La sostituzione a luglio di Mustafa Sanallah, alla guida della NOC (la compagnia petrolifera libica) era stata vista da molti come un cambiamento necessario voluto dal capo del governo di Tripoli Dbeibah sia per placare il malcontento popolare, sfociato nelle proteste contro il malgoverno e il blocco petrolifero, sia per rinforzare l’accordo di non belligeranza tra lo stesso leader del Gnu e il generale Khalifa Haftar, che aveva portato alla fine del blocco petrolifero e alla ripresa dell’export di idrocarburi.
Le ripercussioni del caos libico per l’Italia sono evidenti ormai da anni. Occorre rammentare che l’Italia è il terzo partner commerciale della Libia dopo Turchia e Cina. L’Italia si conferma, nei primi 7 mesi del 2022, il primo mercato di destinazione dell’export della Libia con una quota di mercato del 26,74% davanti a Spagna (10,91% e 2,15 mld di euro), Germania (10,67% e 2,10 mld di euro), Cina (8,81% e 1,73 mld di euro).
Fonte
Sebbene Haftar non abbia mai pronunciato la parola “guerra”, il generale ha promesso che il suo esercito proteggerà il popolo durante le necessarie “rivolte” contro chi detiene il potere nel Paese, ovvero “i corrotti, coloro che hanno tradito la fiducia e depredato la ricchezza del popolo, e coloro che portano armi e terrorizzano i cittadini e le istituzioni statali”. Secondo quanto riferito dal portale di informazione libico “Al Wasat”, Haftar ha sostenuto che il prolungato conflitto politico nel Paese ha fatto perdere del “tempo prezioso” in “polemiche e liti” che non hanno portato ad una riconciliazione nazionale ma che anzi hanno esacerbato la crisi esistente.
“L’enorme somma di denaro spesa dai governi degli ultimi dieci anni avrebbe potuto risollevare la vite dei cittadini (…) e determinare uno sviluppo sorprendente in tutti i settori, ma è stata sprecata nel sistema di corruzione del governo senza investire nel raggiungimento della crescita e della ripresa economica”, ha sottolineato il generale. “Abbiamo raggiunto la fase in cui tutti devono ammettere il fallimento (…) e che non c’è modo di continuare a camminare in un vicolo cieco, e non c’è percorso che porti al successo se non il percorso fatto dalla gente”, ha concluso Haftar.
La dichiarazione di guerra di Haftar piomba come un macigno su una normalizzazione difficile e una dualità di potere in Libia che ha fatto spesso parlare di rischio secessione tra la Tripolitania e la Cirenaica (la regione più a est). La Libia destabilizzata dall’intervento militare della Nato nel 2011 non è più riuscita a trovare una stabilità e unità interna.
I vari tentativi di giungere ad un accordo tra i due governi – il GNU di Tripoli e il LNA di Tobruk – non hanno portato a successi, nonostante l’attività della Turchia consolidatasi come arbitro della situazione libica. In seguito alla firma di un memorandum con il governo di Tripoli, Ankara è intervenuta nella guerra civile libica con uomini e mezzi e la sua presenza è stata estesa, proprio nel giugno scorso, per altri 18 mesi, allo scopo di avere il massimo controllo possibile sul territorio e un’intelligence adeguata. Pur confermando il proprio interesse nei confronti della Tripolitania Ankara ha anche iniziato un certo dialogo con Aguila Saleh e i suoi rappresentanti a Tobruk, anche in virtù di una nuova spinta collaborativa con Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.
Sebbene l’evento non sia stato pubblicizzato, ad agosto il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan aveva ricevuto ad Ankara figure di spicco del governo di Tobruk, tra cui proprio Aguila Saleh che ne è l’eminenza grigia.
La sostituzione a luglio di Mustafa Sanallah, alla guida della NOC (la compagnia petrolifera libica) era stata vista da molti come un cambiamento necessario voluto dal capo del governo di Tripoli Dbeibah sia per placare il malcontento popolare, sfociato nelle proteste contro il malgoverno e il blocco petrolifero, sia per rinforzare l’accordo di non belligeranza tra lo stesso leader del Gnu e il generale Khalifa Haftar, che aveva portato alla fine del blocco petrolifero e alla ripresa dell’export di idrocarburi.
Le ripercussioni del caos libico per l’Italia sono evidenti ormai da anni. Occorre rammentare che l’Italia è il terzo partner commerciale della Libia dopo Turchia e Cina. L’Italia si conferma, nei primi 7 mesi del 2022, il primo mercato di destinazione dell’export della Libia con una quota di mercato del 26,74% davanti a Spagna (10,91% e 2,15 mld di euro), Germania (10,67% e 2,10 mld di euro), Cina (8,81% e 1,73 mld di euro).
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30/07/2022
L’amara sorte degli alleati degli Usa. Il gen. Haftar condannato da un tribunale della Virginia
Il generale libico Haftar, è in possesso anche della nazionalità statunitense. Dopo aver servito nelle Forze armate ai tempi di Gheddafi, Haftar aveva disertato negli Stati Uniti già negli anni ’80 a seguito della sua cattura nella guerra tra Libia e Ciad.
Il generale Haftar si era rifugiato negli Usa vivendo nel nord della Virginia, dove lui e la sua famiglia continuano ancora oggi possedere delle proprietà. Ed è stato proprio un tribunale della Virginia a condannare Haftar per crimini di guerra e al risarcimento di 50 milioni di dollari per le vittime. L’accusa sosteneva che Haftar, in qualità di comandante dell’Lna, fosse responsabile di molteplici crimini di guerra commessi contro i civili da parte dei militari e dei mercenari sotto il suo controllo, in particolare durante l’assedio di Ganfouda, e delle perdite e delle sofferenze inflitte ai querelanti.
Nel 2011, Haftar era ritornato in Libia per sostenere gli oppositori a Gheddafi durante la guerra civile, scoppiata dopo il colpo di stato e l’intervento militare della Nato favorito dalla Francia.
Negli anni successivi, Haftar ha raggiunto il comando dell’autoproclamato Esercito nazionale libico in Cirenaica, regione che punta all’indipendenza da Tripoli. Nell’aprile del 2019, aveva tentato, senza successo, di prendere il potere nel Paese, cercando di conquistare militarmente la capitale Tripoli e di deporre l’allora Governo di accordo nazionale (Gna) riconosciuto dalla comunità internazionale. Il cessate il fuoco raggiunto nel 2020 avrebbe dovuto portare alle elezioni nel dicembre 2021, ma il voto è stato rimandato per le controversie sulla legge elettorale e i candidati e gli scontri tra le varie fazioni libiche.
La questione del doppio passaporto è ancora oggi uno dei principali ostacoli all’adozione delle regole per andare al voto.
Il dipartimento di Stato Usa ha dichiarato di “non entrare nel merito di procedimenti legali privati che non vedono un suo coinvolgimento: tuttavia, gli Stati Uniti rimangono fortemente preoccupati in merito alle presunte violazioni dei diritti umani commesse dalle parti coinvolte nel conflitto in Libia” ha detto un portavoce del dipartimento di Stato.
Haftar, forte delle sue relazioni precedenti, aveva tentato senza successo di far archiviare le accuse contro di lui presentate al tribunale distrettuale della Virginia orientale, rivendicando addirittura l’immunità come capo di Stato. Alla vigilia della sua deposizione lo scorso anno, il giudice distrettuale degli Stati Uniti Leonie Brinkema aveva congelato momentaneamente il caso nel timore che potesse essere utilizzate per interferire nelle elezioni che si sarebbero dovute tenere lo scorso 24 dicembre in Libia, ma poi le elezioni sono state rimandate a data da destinarsi e il tribunale ha proceduto contro Haftar in contumacia fino alla sentenza.
Nel 2011 Haftar era stato l’uomo degli amerikani sul campo, mentre i bombardieri Nato colpivano i palazzi istituzionali e le truppe di Gheddafi facilitando il colpo di stato delle composite forze antigheddafiane. Nel caos successivo alla violenta deposizione di Gheddafi, Haftar aveva costruito la sua base nella Cirenaica (la regione orientale della Libia al confine dell’Egitto elevando Tobruk come Capitale alternativa a Tripoli).
Fino al 2019, quando tentò l’assalto a Tripoli, ha goduto di molte sponsorizzazioni, inclusa quella Usa. Ma dopo aver fallito il colpo, molti sostenitori di Haftar si sono defilati e, ancora una volta, gli uomini che hanno fatto il lavoro sporco per gli Usa (ma non solo), vengono mollati e, alla prima occasione, eliminati finendo in carcere o perdendo la vita.
Fonte
Il generale Haftar si era rifugiato negli Usa vivendo nel nord della Virginia, dove lui e la sua famiglia continuano ancora oggi possedere delle proprietà. Ed è stato proprio un tribunale della Virginia a condannare Haftar per crimini di guerra e al risarcimento di 50 milioni di dollari per le vittime. L’accusa sosteneva che Haftar, in qualità di comandante dell’Lna, fosse responsabile di molteplici crimini di guerra commessi contro i civili da parte dei militari e dei mercenari sotto il suo controllo, in particolare durante l’assedio di Ganfouda, e delle perdite e delle sofferenze inflitte ai querelanti.
Nel 2011, Haftar era ritornato in Libia per sostenere gli oppositori a Gheddafi durante la guerra civile, scoppiata dopo il colpo di stato e l’intervento militare della Nato favorito dalla Francia.
Negli anni successivi, Haftar ha raggiunto il comando dell’autoproclamato Esercito nazionale libico in Cirenaica, regione che punta all’indipendenza da Tripoli. Nell’aprile del 2019, aveva tentato, senza successo, di prendere il potere nel Paese, cercando di conquistare militarmente la capitale Tripoli e di deporre l’allora Governo di accordo nazionale (Gna) riconosciuto dalla comunità internazionale. Il cessate il fuoco raggiunto nel 2020 avrebbe dovuto portare alle elezioni nel dicembre 2021, ma il voto è stato rimandato per le controversie sulla legge elettorale e i candidati e gli scontri tra le varie fazioni libiche.
La questione del doppio passaporto è ancora oggi uno dei principali ostacoli all’adozione delle regole per andare al voto.
Il dipartimento di Stato Usa ha dichiarato di “non entrare nel merito di procedimenti legali privati che non vedono un suo coinvolgimento: tuttavia, gli Stati Uniti rimangono fortemente preoccupati in merito alle presunte violazioni dei diritti umani commesse dalle parti coinvolte nel conflitto in Libia” ha detto un portavoce del dipartimento di Stato.
Haftar, forte delle sue relazioni precedenti, aveva tentato senza successo di far archiviare le accuse contro di lui presentate al tribunale distrettuale della Virginia orientale, rivendicando addirittura l’immunità come capo di Stato. Alla vigilia della sua deposizione lo scorso anno, il giudice distrettuale degli Stati Uniti Leonie Brinkema aveva congelato momentaneamente il caso nel timore che potesse essere utilizzate per interferire nelle elezioni che si sarebbero dovute tenere lo scorso 24 dicembre in Libia, ma poi le elezioni sono state rimandate a data da destinarsi e il tribunale ha proceduto contro Haftar in contumacia fino alla sentenza.
Nel 2011 Haftar era stato l’uomo degli amerikani sul campo, mentre i bombardieri Nato colpivano i palazzi istituzionali e le truppe di Gheddafi facilitando il colpo di stato delle composite forze antigheddafiane. Nel caos successivo alla violenta deposizione di Gheddafi, Haftar aveva costruito la sua base nella Cirenaica (la regione orientale della Libia al confine dell’Egitto elevando Tobruk come Capitale alternativa a Tripoli).
Fino al 2019, quando tentò l’assalto a Tripoli, ha goduto di molte sponsorizzazioni, inclusa quella Usa. Ma dopo aver fallito il colpo, molti sostenitori di Haftar si sono defilati e, ancora una volta, gli uomini che hanno fatto il lavoro sporco per gli Usa (ma non solo), vengono mollati e, alla prima occasione, eliminati finendo in carcere o perdendo la vita.
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04/07/2022
Libia - Manifestazioni rabbiose in molte città. Haftar rilancia le sue carte
Manifestazioni di protesta stanno dilagando in molte città libiche dove manifestanti hanno bloccato numerosi ponti e strade nella regione occidentale del Paese, in segno di protesta contro l’intera classe politica considerata responsabile delle precarie condizioni di vita della popolazione. Ne riferisce in un ampio servizio l’agenzia Nova. Il movimento giovanile Baltris ha annunciato l’inizio della disobbedienza civile in tutte le città e regioni della Libia, chiedendo il rovesciamento di tutti gli organi istituzionali attuali, nonché lo svolgimento di elezioni parlamentari e presidenziali. Il gruppo promotore delle manifestazioni popolari scoppiate nel Paese venerdì primo luglio, ha riferito che sono in corso preparativi per allestire un picchetto permanente nella Piazza dei Martiri, nel centro di Tripoli. Si prevedono manifestazioni di massa in varie città libiche per chiedere lo svolgimento di elezioni al più presto e l’uscita delle forze straniere dal Paese.
L’agenzia Nova ricorda che era dal 2019 che non si verificavano dimostrazioni di tale portata non solo a Tripoli, ma anche a Bengasi (est), Misurata (ovest), Tobruk (est) e Sebha (sud). Venerdì, la capitale ha visto una grande manifestazione nella Piazza dei Martiri organizzata da vari movimenti giovanili per chiedere lo svolgimento di elezioni presidenziali e parlamentari e il rovesciamento di tutti gli organi attuali. I manifestanti si sono diretti verso il quartier generale del primo ministro nell’area di Al Sikka Road, bloccando alcuni automobilisti e scandendo slogan come “Libia! Libia!” e “No, no ai battaglioni!”. I dimostranti, in gran parte giovani, sono stati allontanati dalle forze di sicurezza che hanno esploso colpi di arma da fuoco in aria.
Ma anche nella città orientale di Tobruk alcuni dimostranti sono entrati nella Camera dei rappresentanti, la sede del parlamento libico basato nell’est del Paese. L’edificio è stato preso d’assalto da alcuni manifestanti, che sono apparentemente riusciti a dare alle fiamme alcuni documenti e computer. Le immagini televisive mostrano le fiamme che divampano all’esterno ma anche all’interno di una parte dell’edificio, mentre la folla grida “Libia! Libia!”. Alcune auto dei parlamentari sono state date alle fiamme e anche l’abitazione del presidente della Camera, Aguila Saleh, è stata raggiunta da alcuni dimostranti. Anche a Bengasi, roccaforte del generale Khalifa Haftar, decine di persone hanno manifestato chiedendo un miglioramento delle condizioni di vita e la fine delle sofferenze dei cittadini.
A Misurata, terza città della Libia, alcuni manifestanti hanno cercato, senza successo, di fare irruzione nel quartier generale della municipalità. Persino la città di Sebha – capoluogo della regione del Fezzan – non è stata risparmiata dalle proteste. I dimostranti hanno preso d’assalto la sede locale del ministero delle Finanze, trafugando documenti, saccheggiando attrezzature e appiccando incendi all’interno dell’edificio. Sebha è un importante snodo delle rotte del petrolio, del carburante e dei migranti.
Approfittando della situazione il comando generale dell’Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar ha annunciato il suo “pieno sostegno” alla volontà popolare e alle richieste dei cittadini, sottolineando di seguire con attenzione il “movimento popolare” espressione di “legittime richieste alla luce dell’aggravarsi della crisi libica e del basso livello dei servizi e della qualità di vita”. Dopo aver messo in guardia in una dichiarazione contro la violazione di strutture pubbliche e private, il comando dell’Lna ha affermato che “non deluderà il popolo che non lascerà esposto a ricatti e manomissioni”. Le forze del generale Haftar invitano i cittadini a organizzare “legittime manifestazioni attraverso un movimento civile pacifico e organizzato, per tracciare una tabella di marcia per la salvezza dall’amara realtà e dall’assurdità esistente, per muoversi verso la costruzione di uno Stato civile dotato di libero arbitrio”. La dichiarazione ha sottolineato che la leadership dell’Lna adotterà “tutte le misure necessarie per preservare l’indipendenza della Libia” e respingerà “qualsiasi tentativo di imporre le decisioni ai libici dall’esterno”.
Da febbraio è in corso un braccio di ferro tra due coalizioni rivali in Libia: da una parte il Governo di unità nazionale (Gun) del premier ad interim Abdulhamid Dabaiba con sede a Tripoli, riconosciuto al livello internazionale ma sfiduciato dal Parlamento; dall’altra il Governo di stabilità nazionale designato dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk e guidato da Fathi Bashagha, appoggiato a sua volta dal generale Khalifa Haftar. L’esecutivo del premier uscente controlla la capitale Tripoli e diverse zone della Tripolitania, la regione più popolosa del Paese. Il Gsn sostenuto dal Parlamento dell’est e dal generale libico Khalifa Haftar controlla i pozzi petroliferi situati in Cirenaica e nel Fezzan, oltre agli edifici governativi di Bengasi (est), Sirte (centro-nord) e Sebha (sud-ovest).
Intanto la produzione petrolifera della Libia è crollata per effetto dei blocchi dei terminal di esportazione, con gravi conseguenze sul sistema elettrico che dipende dal combustibile e dal gas. Lunghi blackout stanno colpendo la popolazione in tutto il Paese, mentre le temperature raggiungono anche i 45 gradi.
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L’agenzia Nova ricorda che era dal 2019 che non si verificavano dimostrazioni di tale portata non solo a Tripoli, ma anche a Bengasi (est), Misurata (ovest), Tobruk (est) e Sebha (sud). Venerdì, la capitale ha visto una grande manifestazione nella Piazza dei Martiri organizzata da vari movimenti giovanili per chiedere lo svolgimento di elezioni presidenziali e parlamentari e il rovesciamento di tutti gli organi attuali. I manifestanti si sono diretti verso il quartier generale del primo ministro nell’area di Al Sikka Road, bloccando alcuni automobilisti e scandendo slogan come “Libia! Libia!” e “No, no ai battaglioni!”. I dimostranti, in gran parte giovani, sono stati allontanati dalle forze di sicurezza che hanno esploso colpi di arma da fuoco in aria.
Ma anche nella città orientale di Tobruk alcuni dimostranti sono entrati nella Camera dei rappresentanti, la sede del parlamento libico basato nell’est del Paese. L’edificio è stato preso d’assalto da alcuni manifestanti, che sono apparentemente riusciti a dare alle fiamme alcuni documenti e computer. Le immagini televisive mostrano le fiamme che divampano all’esterno ma anche all’interno di una parte dell’edificio, mentre la folla grida “Libia! Libia!”. Alcune auto dei parlamentari sono state date alle fiamme e anche l’abitazione del presidente della Camera, Aguila Saleh, è stata raggiunta da alcuni dimostranti. Anche a Bengasi, roccaforte del generale Khalifa Haftar, decine di persone hanno manifestato chiedendo un miglioramento delle condizioni di vita e la fine delle sofferenze dei cittadini.
A Misurata, terza città della Libia, alcuni manifestanti hanno cercato, senza successo, di fare irruzione nel quartier generale della municipalità. Persino la città di Sebha – capoluogo della regione del Fezzan – non è stata risparmiata dalle proteste. I dimostranti hanno preso d’assalto la sede locale del ministero delle Finanze, trafugando documenti, saccheggiando attrezzature e appiccando incendi all’interno dell’edificio. Sebha è un importante snodo delle rotte del petrolio, del carburante e dei migranti.
Approfittando della situazione il comando generale dell’Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar ha annunciato il suo “pieno sostegno” alla volontà popolare e alle richieste dei cittadini, sottolineando di seguire con attenzione il “movimento popolare” espressione di “legittime richieste alla luce dell’aggravarsi della crisi libica e del basso livello dei servizi e della qualità di vita”. Dopo aver messo in guardia in una dichiarazione contro la violazione di strutture pubbliche e private, il comando dell’Lna ha affermato che “non deluderà il popolo che non lascerà esposto a ricatti e manomissioni”. Le forze del generale Haftar invitano i cittadini a organizzare “legittime manifestazioni attraverso un movimento civile pacifico e organizzato, per tracciare una tabella di marcia per la salvezza dall’amara realtà e dall’assurdità esistente, per muoversi verso la costruzione di uno Stato civile dotato di libero arbitrio”. La dichiarazione ha sottolineato che la leadership dell’Lna adotterà “tutte le misure necessarie per preservare l’indipendenza della Libia” e respingerà “qualsiasi tentativo di imporre le decisioni ai libici dall’esterno”.
Da febbraio è in corso un braccio di ferro tra due coalizioni rivali in Libia: da una parte il Governo di unità nazionale (Gun) del premier ad interim Abdulhamid Dabaiba con sede a Tripoli, riconosciuto al livello internazionale ma sfiduciato dal Parlamento; dall’altra il Governo di stabilità nazionale designato dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk e guidato da Fathi Bashagha, appoggiato a sua volta dal generale Khalifa Haftar. L’esecutivo del premier uscente controlla la capitale Tripoli e diverse zone della Tripolitania, la regione più popolosa del Paese. Il Gsn sostenuto dal Parlamento dell’est e dal generale libico Khalifa Haftar controlla i pozzi petroliferi situati in Cirenaica e nel Fezzan, oltre agli edifici governativi di Bengasi (est), Sirte (centro-nord) e Sebha (sud-ovest).
Intanto la produzione petrolifera della Libia è crollata per effetto dei blocchi dei terminal di esportazione, con gravi conseguenze sul sistema elettrico che dipende dal combustibile e dal gas. Lunghi blackout stanno colpendo la popolazione in tutto il Paese, mentre le temperature raggiungono anche i 45 gradi.
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25/11/2021
Libia - Elezioni in salita
L’Alta commissione elettorale nazionale della Libia ha accolto le candidature di 73 persone sulle 98 presentate nella verifica preliminare dei candidati alle elezioni che si svolgeranno nel paese alla fine del prossimo 24 dicembre.
Ma sulle esclusioni dalle candidature si stanno verificando episodi destinati a mettere in fibrillazione un processo elettorale che solo le cancellerie occidentali possono immaginarsi come “normale”.
Infatti è stato escluso Saif al Islam Gheddafi, secondogenito del defunto leader libico, che diversi sondaggi indicavano con buone possibilità di vittoria. Successivamente il tribunale militare della città di Misurata in Libia è andato ben oltre, emettendo una condanna a morte per il comandante dell’Esercito nazionale libico, il generale Khalifa Haftar anche lui candidato alle elezioni.
La sentenza è stata emessa contro Haftar e altri sei ufficiali, in un caso relativo all’attentato all’Air Defense College della città, ordinando la loro espulsione dal servizio militare e la privazione dei loro diritti civili. Il tribunale ha incaricato il dipartimento di polizia militare di eseguire immediatamente la sentenza, in conformità con la legge di procedura penale militare.
Superfluo segnalare che la decisione della Corte marziale di Misurata appare fortemente politica ed è destinata a suscitare aspre polemiche nel Paese che si aggiungono alla bocciatura della candidatura di Saif al Islam Gheddafi.
Ma i motivi di tensione in Libia sembrano non essersi esauriti. L’agenzia Nova riferisce che la sede della Corte d’appello di Sebha, il capoluogo della regione autonoma libica del Fezzan, è stata oggetto oggi di “un attacco armato da parte di un gruppo fuorilegge”. L’attacco è stato confermato dal ministero della Giustizia del Governo di unità nazionale (Gun).
I membri del gruppo “hanno estratto le armi, minacciato, intimidito e cacciato coloro che si trovavano all’interno del tribunale, terrorizzando magistrati, dipendenti e cittadini”. La nota del dicastero non fa riferimento ad eventuali vittime o feriti nell’attacco ma si sottolinea la necessità di preservare la magistratura ovunque si trovi in Libia, soprattutto in un momento in cui si cerca di rendere il Paese sicuro e stabile. In precedenza, alcuni organi di stampa di Tripoli avevano riferito che uomini armati affiliati al generale Khalifa Haftar avevano fatto irruzione nella sede del tribunale di Sebha, nel sud della Libia, interrompendone i lavori. La nota del ministero non precisa l’affiliazione o l’origine del gruppo, definito soltanto “fuorilegge".
Fonte
Ma sulle esclusioni dalle candidature si stanno verificando episodi destinati a mettere in fibrillazione un processo elettorale che solo le cancellerie occidentali possono immaginarsi come “normale”.
Infatti è stato escluso Saif al Islam Gheddafi, secondogenito del defunto leader libico, che diversi sondaggi indicavano con buone possibilità di vittoria. Successivamente il tribunale militare della città di Misurata in Libia è andato ben oltre, emettendo una condanna a morte per il comandante dell’Esercito nazionale libico, il generale Khalifa Haftar anche lui candidato alle elezioni.
La sentenza è stata emessa contro Haftar e altri sei ufficiali, in un caso relativo all’attentato all’Air Defense College della città, ordinando la loro espulsione dal servizio militare e la privazione dei loro diritti civili. Il tribunale ha incaricato il dipartimento di polizia militare di eseguire immediatamente la sentenza, in conformità con la legge di procedura penale militare.
Superfluo segnalare che la decisione della Corte marziale di Misurata appare fortemente politica ed è destinata a suscitare aspre polemiche nel Paese che si aggiungono alla bocciatura della candidatura di Saif al Islam Gheddafi.
Ma i motivi di tensione in Libia sembrano non essersi esauriti. L’agenzia Nova riferisce che la sede della Corte d’appello di Sebha, il capoluogo della regione autonoma libica del Fezzan, è stata oggetto oggi di “un attacco armato da parte di un gruppo fuorilegge”. L’attacco è stato confermato dal ministero della Giustizia del Governo di unità nazionale (Gun).
I membri del gruppo “hanno estratto le armi, minacciato, intimidito e cacciato coloro che si trovavano all’interno del tribunale, terrorizzando magistrati, dipendenti e cittadini”. La nota del dicastero non fa riferimento ad eventuali vittime o feriti nell’attacco ma si sottolinea la necessità di preservare la magistratura ovunque si trovi in Libia, soprattutto in un momento in cui si cerca di rendere il Paese sicuro e stabile. In precedenza, alcuni organi di stampa di Tripoli avevano riferito che uomini armati affiliati al generale Khalifa Haftar avevano fatto irruzione nella sede del tribunale di Sebha, nel sud della Libia, interrompendone i lavori. La nota del ministero non precisa l’affiliazione o l’origine del gruppo, definito soltanto “fuorilegge".
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25/06/2021
Libia - Pace e i mercenari
Al centro della conferenza di questa settimana sulla Libia c’erano sostanzialmente due argomenti: l’evacuazione di militari e mercenari stranieri e la preparazione delle elezioni presidenziali e parlamentari teoricamente in programma il 24 dicembre prossimo. Gli impegni presi dai paesi riunitisi a Berlino sembrano in apparenza prospettare qualche progresso significativo su entrambe le questioni, ma l’ottimismo ostentato e le promesse finite nel comunicato finale del summit si scontrano con la quasi totale assenza di misure concrete per far seguire i fatti alle parole.
Per quanto riguarda i combattenti stranieri, in una conferenza stampa alla fine dei lavori, la ministra degli Esteri del governo provvisorio libico, Najla al-Mangoush, ha addirittura auspicato un ritiro dal paese nordafricano a partire “dai prossimi giorni”. Secondo alcune stime, potrebbero essere fino a 20 mila i mercenari e i soldati stranieri impegnati in territorio libico.
Questi uomini combattono su entrambi i fronti del conflitto che infiamma da anni la Libia. Da un lato c’è il contingente di militari turchi, affiancato da mercenari reclutati in Siria e non solo, che appoggiava l’ormai defunto Governo di Accordo Nazionale, già sponsorizzato dall’ONU e di stanza a Tripoli. Dall’altra una galassia di uomini provenienti da paesi come Sudan e Ciad, nonché quelli della compagnia privata russa Wagner Group che, secondo alcuni farebbe capo al Cremlino o al regime degli Emirati Arabi. Questi ultimi sono schierati invece a difesa di un’amministrazione separata che controlla la porzione orientale del paese e che ha avuto a lungo il suo punto di riferimento nell’esercito del generale Khalifa Haftar, ex “asset” della CIA e sostenuto anche da Egitto e Francia.
Questa folla di combattenti, a cui si aggiungono le milizie armate indigene proliferate dopo il rovesciamento di Gheddafi, è il motivo immediato più serio dello stallo della situazione in Libia, anche se rappresenta in definitiva il riflesso della competizione internazionale per assicurarsi la maggiore influenza possibile su un paese le cui ricchezze e il cui posizionamento strategico fanno gola a molti.
Promesse per il ritiro delle forze straniere, così come per far rispettare un embargo internazionale sulla fornitura di armi, sono state fatte più volte nel recente passato, come ad esempio nella prima conferenza di Berlino del gennaio 2020, ma finora mai mantenute. La Turchia, inoltre, sostiene di essere in Libia legittimamente, dal momento che l’intervento degli uomini sotto il controllo di Ankara era stato chiesto dal precedente governo di Tripoli.
Per il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, questa volta ci sarebbe però un’intesa tra Russia e Turchia per un ritiro “graduale” dei combattenti, in modo anche da non stravolgere gli equilibri venutisi a creare sul campo e sfavorire una delle due parti. Secondo un funzionario del dipartimento di Stato americano citato dalla Reuters, i due paesi che al momento hanno forse i maggiori interessi in Libia si sarebbero accordati per un ritiro iniziale di 300 mercenari ciascuno. Erdogan, comunque, avrebbe spiegato al presidente francese Macron che è sua intenzione evacuare i mercenari siriani dalla Libia, se dovessero esserci le condizioni, ma che i militari regolari turchi resteranno nel paese africano.
L’altra questione cruciale è di natura politica e, in ultima analisi, ha a che fare con la possibile unificazione delle fragili istituzioni libiche, così da garantire un clima adatto al voto di dicembre che dovrebbe far nascere un governo solido capace di portare il paese fuori dalla crisi. Per fare ciò, devono essere implementate le misure legislative e costituzionali necessarie, stipulate durante i colloqui di pace patrocinati dalle Nazioni Unite lo scorso novembre. Il “Forum per il dialogo politico in Libia” era stato lanciato dopo il cessate il fuoco di ottobre che aveva fermato l’offensiva contro Tripoli di Haftar durata oltre un anno. L’assedio della capitale era stato spezzato in seguito all’intervento militare turco, grazie al quale le forze dell’ex generale di Gheddafi erano state respinte fino a Sirte.
A Berlino, il primo ministro ad interim Abdul Hamid Dbeibeh, nominato a marzo assieme a un “consiglio presidenziale”, ha fatto appello direttamente al parlamento libico per approvare, tra l’altro, una legge elettorale che permetta di mandare il paese alle urne a dicembre. Questo stallo legislativo è oggetto di critiche da tempo, ma finora la situazione è cambiata di poco, anche perché il parlamento dovrebbe in definitiva approvare misure che porterebbero tra pochi mesi alla perdita del potere dei suoi membri.
Gli interessi contrapposti delle potenze che competono in Libia rendono dunque molto difficile una soluzione della crisi secondo la “roadmap” promossa dalle Nazioni Unite. È evidente che il ritiro delle forze straniere, primo passo verso la normalizzazione, non avverrà senza che ognuno dei paesi coinvolti sia stato in grado di consolidare la propria posizione o, più banalmente, di ottenere qualcosa in cambio. Per la Russia si tratta ad esempio di mantenere l’influenza su un paese dove aveva già un peso importante nell’era Gheddafi, mentre la Turchia di Erdogan si muove anch’essa nel quadro dell’aggressiva politica estera perseguita nell’area Medio Oriente/Africa del Nord in questi anni.
Ankara intende anche e soprattutto salvare il trattato che ha stipulato con il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli sulla delimitazione dei confini marittimi nel Mediterraneo orientale. Questo elemento della politica libica di Erdogan ha implicazioni strategiche importantissime, avendo a che fare con questioni energetiche e con la disputa con la Grecia attorno allo status di Cipro.
In linea generale, il controllo delle riserve petrolifere e di gas naturale della Libia accende gli appetiti di molti, anche se la torta è di dimensioni ancora più grandi. Secondo un recentissimo studio pubblicato dall’ONU, se la Libia dovesse essere stabilizzata potrebbe generare da qui al 2025 una crescita extra pari a oltre 160 miliardi di dollari.
Gli sviluppi seguiti ai colloqui di pace dello scorso autunno avevano comunque suscitato una certa fiducia nella comunità internazionale, soprattutto per via del convergere sulla soluzione politica di governi che si erano fino ad allora confrontati militarmente in Libia, come Turchia ed Egitto. Il direttore del “think tank” libico Sadeq Institute, Anas El Gomati, prima della conferenza di Berlino aveva però già messo in guardia dal pericolo della mancanza di un meccanismo vincolante per sgomberare i combattenti stranieri e sbloccare il percorso di transizione. Senza di questo, sottolineava Gomati, “non c’è assolutamente modo di evitare un altro conflitto”.
Quella che Alberto Negri su Il Manifesto ha definito “l’apoteosi dell’ipocrisia occidentale e orientale” rischia così di prolungare l’agonia della Libia, causata peraltro proprio dalla finta rivoluzione del 2011 orchestrata da Washington, Parigi e Londra. Con l’impegno per la pace e l’unità che resta per il momento solo sulla carta, la situazione sul terreno potrebbe tornare a esplodere in qualsiasi momento.
A conferma di ciò, in concomitanza con il summit di Berlino, il generale Haftar è tornato a muoversi. Nel sud del paese ha mobilitato le forze ai suoi ordini per cercare di prendere il controllo di alcuni importanti giacimenti petroliferi e di gas naturale, chiudendo poi il valico di frontiera di Asin con l’Algeria. La mossa di Haftar, ha spiegato alla testata on-line Asia Times l’esperta di Libia Alia Brahimi, “serve a ricordare che [il generale] non uscirà di scena in silenzio” e che “non si farà escludere da qualsiasi accordo” dovesse essere raggiunto per il futuro della Libia.
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Per quanto riguarda i combattenti stranieri, in una conferenza stampa alla fine dei lavori, la ministra degli Esteri del governo provvisorio libico, Najla al-Mangoush, ha addirittura auspicato un ritiro dal paese nordafricano a partire “dai prossimi giorni”. Secondo alcune stime, potrebbero essere fino a 20 mila i mercenari e i soldati stranieri impegnati in territorio libico.
Questi uomini combattono su entrambi i fronti del conflitto che infiamma da anni la Libia. Da un lato c’è il contingente di militari turchi, affiancato da mercenari reclutati in Siria e non solo, che appoggiava l’ormai defunto Governo di Accordo Nazionale, già sponsorizzato dall’ONU e di stanza a Tripoli. Dall’altra una galassia di uomini provenienti da paesi come Sudan e Ciad, nonché quelli della compagnia privata russa Wagner Group che, secondo alcuni farebbe capo al Cremlino o al regime degli Emirati Arabi. Questi ultimi sono schierati invece a difesa di un’amministrazione separata che controlla la porzione orientale del paese e che ha avuto a lungo il suo punto di riferimento nell’esercito del generale Khalifa Haftar, ex “asset” della CIA e sostenuto anche da Egitto e Francia.
Questa folla di combattenti, a cui si aggiungono le milizie armate indigene proliferate dopo il rovesciamento di Gheddafi, è il motivo immediato più serio dello stallo della situazione in Libia, anche se rappresenta in definitiva il riflesso della competizione internazionale per assicurarsi la maggiore influenza possibile su un paese le cui ricchezze e il cui posizionamento strategico fanno gola a molti.
Promesse per il ritiro delle forze straniere, così come per far rispettare un embargo internazionale sulla fornitura di armi, sono state fatte più volte nel recente passato, come ad esempio nella prima conferenza di Berlino del gennaio 2020, ma finora mai mantenute. La Turchia, inoltre, sostiene di essere in Libia legittimamente, dal momento che l’intervento degli uomini sotto il controllo di Ankara era stato chiesto dal precedente governo di Tripoli.
Per il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, questa volta ci sarebbe però un’intesa tra Russia e Turchia per un ritiro “graduale” dei combattenti, in modo anche da non stravolgere gli equilibri venutisi a creare sul campo e sfavorire una delle due parti. Secondo un funzionario del dipartimento di Stato americano citato dalla Reuters, i due paesi che al momento hanno forse i maggiori interessi in Libia si sarebbero accordati per un ritiro iniziale di 300 mercenari ciascuno. Erdogan, comunque, avrebbe spiegato al presidente francese Macron che è sua intenzione evacuare i mercenari siriani dalla Libia, se dovessero esserci le condizioni, ma che i militari regolari turchi resteranno nel paese africano.
L’altra questione cruciale è di natura politica e, in ultima analisi, ha a che fare con la possibile unificazione delle fragili istituzioni libiche, così da garantire un clima adatto al voto di dicembre che dovrebbe far nascere un governo solido capace di portare il paese fuori dalla crisi. Per fare ciò, devono essere implementate le misure legislative e costituzionali necessarie, stipulate durante i colloqui di pace patrocinati dalle Nazioni Unite lo scorso novembre. Il “Forum per il dialogo politico in Libia” era stato lanciato dopo il cessate il fuoco di ottobre che aveva fermato l’offensiva contro Tripoli di Haftar durata oltre un anno. L’assedio della capitale era stato spezzato in seguito all’intervento militare turco, grazie al quale le forze dell’ex generale di Gheddafi erano state respinte fino a Sirte.
A Berlino, il primo ministro ad interim Abdul Hamid Dbeibeh, nominato a marzo assieme a un “consiglio presidenziale”, ha fatto appello direttamente al parlamento libico per approvare, tra l’altro, una legge elettorale che permetta di mandare il paese alle urne a dicembre. Questo stallo legislativo è oggetto di critiche da tempo, ma finora la situazione è cambiata di poco, anche perché il parlamento dovrebbe in definitiva approvare misure che porterebbero tra pochi mesi alla perdita del potere dei suoi membri.
Gli interessi contrapposti delle potenze che competono in Libia rendono dunque molto difficile una soluzione della crisi secondo la “roadmap” promossa dalle Nazioni Unite. È evidente che il ritiro delle forze straniere, primo passo verso la normalizzazione, non avverrà senza che ognuno dei paesi coinvolti sia stato in grado di consolidare la propria posizione o, più banalmente, di ottenere qualcosa in cambio. Per la Russia si tratta ad esempio di mantenere l’influenza su un paese dove aveva già un peso importante nell’era Gheddafi, mentre la Turchia di Erdogan si muove anch’essa nel quadro dell’aggressiva politica estera perseguita nell’area Medio Oriente/Africa del Nord in questi anni.
Ankara intende anche e soprattutto salvare il trattato che ha stipulato con il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli sulla delimitazione dei confini marittimi nel Mediterraneo orientale. Questo elemento della politica libica di Erdogan ha implicazioni strategiche importantissime, avendo a che fare con questioni energetiche e con la disputa con la Grecia attorno allo status di Cipro.
In linea generale, il controllo delle riserve petrolifere e di gas naturale della Libia accende gli appetiti di molti, anche se la torta è di dimensioni ancora più grandi. Secondo un recentissimo studio pubblicato dall’ONU, se la Libia dovesse essere stabilizzata potrebbe generare da qui al 2025 una crescita extra pari a oltre 160 miliardi di dollari.
Gli sviluppi seguiti ai colloqui di pace dello scorso autunno avevano comunque suscitato una certa fiducia nella comunità internazionale, soprattutto per via del convergere sulla soluzione politica di governi che si erano fino ad allora confrontati militarmente in Libia, come Turchia ed Egitto. Il direttore del “think tank” libico Sadeq Institute, Anas El Gomati, prima della conferenza di Berlino aveva però già messo in guardia dal pericolo della mancanza di un meccanismo vincolante per sgomberare i combattenti stranieri e sbloccare il percorso di transizione. Senza di questo, sottolineava Gomati, “non c’è assolutamente modo di evitare un altro conflitto”.
Quella che Alberto Negri su Il Manifesto ha definito “l’apoteosi dell’ipocrisia occidentale e orientale” rischia così di prolungare l’agonia della Libia, causata peraltro proprio dalla finta rivoluzione del 2011 orchestrata da Washington, Parigi e Londra. Con l’impegno per la pace e l’unità che resta per il momento solo sulla carta, la situazione sul terreno potrebbe tornare a esplodere in qualsiasi momento.
A conferma di ciò, in concomitanza con il summit di Berlino, il generale Haftar è tornato a muoversi. Nel sud del paese ha mobilitato le forze ai suoi ordini per cercare di prendere il controllo di alcuni importanti giacimenti petroliferi e di gas naturale, chiudendo poi il valico di frontiera di Asin con l’Algeria. La mossa di Haftar, ha spiegato alla testata on-line Asia Times l’esperta di Libia Alia Brahimi, “serve a ricordare che [il generale] non uscirà di scena in silenzio” e che “non si farà escludere da qualsiasi accordo” dovesse essere raggiunto per il futuro della Libia.
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15/01/2021
Libia - Rientra in gioco anche il figlio di Gheddafi
L’agenzia Nova riferisce che Miftah al Werfalli e Omar Abu Shreda – emissari di Saif al Islam Gheddafi, il secondogenito del leader libico Muammar Gheddafi ucciso nel 2011 dai golpisti – sono stati ricevuti a Mosca dal vice ministro degli Esteri russo, Mikhail Bogdanov.
Secondo una dichiarazione rilasciata dal ministero degli Esteri russo, ripresa dai media libici, Bogdanov ha avuto con al Werfalli e Abu Shreda uno scambio di opinioni sugli sviluppi della situazione in Libia e nella regione, con un focus sui problemi di una soluzione globale della crisi libica in conformità con le decisioni della Conferenza internazionale di Berlino e le disposizioni della risoluzione 2510 del Consiglio di sicurezza dell'ONU.
Le autorità russe hanno sottolineato “l’importanza di garantire il carattere globale del dialogo libico e ha ribadito il suo fermo sostegno all’unità, all’integrità territoriale e alla sovranità della Libia”, sottolinea il ministero degli Affari esteri. Non è la prima volta che il nome di Saif al Islam Gheddafi, rifugiatosi nella città Stato di Zintan, torna a circolare sui media. Le milizie di Zintan lo hanno liberato nel 2017 e da allora è sotto la loro protezione.
Da tempo la sua presenza veniva spesso segnalata a Mosca. Secondo alcuni osservatori, Saif al Islam è “il più attrezzato culturalmente” per un eventuale progetto di leadership, per le relazioni internazionali intrattenute fino a poco prima della caduta di Gheddafi padre (in particolare con la Gran Bretagna), ma anche per il ruolo di primo piano ricoperto durante il governo del padre. Secondo le fonti raccolte da Nova, ai tempi del governo del padre Muammar molti governi, tra cui l’Italia, consideravano Saif al Islam come l’unica persona a cui rivolgersi in caso di seri problemi e in più di un’occasione avrebbe dato dimostrazione di saper dialogare.
Secondo Ahmad Kaddaf al-Dam, leader del Fronte Libico di Lotta Nazionale, nonché cugino dell’ex leader libico Muʿammar Gheddafi, Saif al-Islam Gheddafi si candiderà “perché al momento è l’unico candidato in grado di presentare un piano d’azione degno di questo nome ed è pronto a riportare la pace nel Paese. Sono convinto che la maggior parte dei libici sostenga proprio la sua candidatura alle elezioni. Ritengo che qualsiasi comune cittadino comprenda cosa stia realmente accadendo a livello politico nel nostro Paese”.
La principale difficoltà a una sua ipotetica investitura è stata finora, oltre all’opposizione della Turchia, la reticenza di alcuni paesi del Golfo, come l’Arabia Saudita, in passato tra i principali avversari del regime di Muammar Gheddafi e che ora appoggiano il generale Khalifa Haftar e le forze della Cirenaica ossia la regione da dove partirono le rivolte e il golpe contro il Gheddafi nel 2011.
A maggio il nome di Saif al Islam Gheddafi, era tornato a circolare sui media, in particolare a causa delle notizie riguardanti un piano per la sua uccisione ordito dai servizi segreti turchi ma poi saltato per divergenze affaristiche tra le milizie della città di Zawiya che dovevano realizzare l’azione.
Tra gli ostacoli per il rientro in gioco di Saif al Islam Gheddafi c’è il fatto che risulta ancora ricercato dalla Corte penale internazionale, in particolare dopo che il 10 marzo 2020 la Corte d’appello della Cpi aveva respinto il ricorso dei suoi legali ribadendo che debba comparire davanti al tribunale dell’Aia.
Nonostante fosse stato processato a Tripoli nel 2014 e condannato a morte, la Corte penale internazionale aveva indicato che la decisione emessa da una giurisdizione nazionale deve essere definitiva prima che un caso possa essere dichiarato irricevibile. Dopo aver esaminato le osservazioni della difesa, del procuratore, delle vittime, del governo libico e di altri, la Camera d’appello aveva quindi riscontrato che la sentenza della Corte di Tripoli “non può essere considerata definitiva”.
Fonte
Secondo una dichiarazione rilasciata dal ministero degli Esteri russo, ripresa dai media libici, Bogdanov ha avuto con al Werfalli e Abu Shreda uno scambio di opinioni sugli sviluppi della situazione in Libia e nella regione, con un focus sui problemi di una soluzione globale della crisi libica in conformità con le decisioni della Conferenza internazionale di Berlino e le disposizioni della risoluzione 2510 del Consiglio di sicurezza dell'ONU.
Le autorità russe hanno sottolineato “l’importanza di garantire il carattere globale del dialogo libico e ha ribadito il suo fermo sostegno all’unità, all’integrità territoriale e alla sovranità della Libia”, sottolinea il ministero degli Affari esteri. Non è la prima volta che il nome di Saif al Islam Gheddafi, rifugiatosi nella città Stato di Zintan, torna a circolare sui media. Le milizie di Zintan lo hanno liberato nel 2017 e da allora è sotto la loro protezione.
Da tempo la sua presenza veniva spesso segnalata a Mosca. Secondo alcuni osservatori, Saif al Islam è “il più attrezzato culturalmente” per un eventuale progetto di leadership, per le relazioni internazionali intrattenute fino a poco prima della caduta di Gheddafi padre (in particolare con la Gran Bretagna), ma anche per il ruolo di primo piano ricoperto durante il governo del padre. Secondo le fonti raccolte da Nova, ai tempi del governo del padre Muammar molti governi, tra cui l’Italia, consideravano Saif al Islam come l’unica persona a cui rivolgersi in caso di seri problemi e in più di un’occasione avrebbe dato dimostrazione di saper dialogare.
Secondo Ahmad Kaddaf al-Dam, leader del Fronte Libico di Lotta Nazionale, nonché cugino dell’ex leader libico Muʿammar Gheddafi, Saif al-Islam Gheddafi si candiderà “perché al momento è l’unico candidato in grado di presentare un piano d’azione degno di questo nome ed è pronto a riportare la pace nel Paese. Sono convinto che la maggior parte dei libici sostenga proprio la sua candidatura alle elezioni. Ritengo che qualsiasi comune cittadino comprenda cosa stia realmente accadendo a livello politico nel nostro Paese”.
La principale difficoltà a una sua ipotetica investitura è stata finora, oltre all’opposizione della Turchia, la reticenza di alcuni paesi del Golfo, come l’Arabia Saudita, in passato tra i principali avversari del regime di Muammar Gheddafi e che ora appoggiano il generale Khalifa Haftar e le forze della Cirenaica ossia la regione da dove partirono le rivolte e il golpe contro il Gheddafi nel 2011.
A maggio il nome di Saif al Islam Gheddafi, era tornato a circolare sui media, in particolare a causa delle notizie riguardanti un piano per la sua uccisione ordito dai servizi segreti turchi ma poi saltato per divergenze affaristiche tra le milizie della città di Zawiya che dovevano realizzare l’azione.
Tra gli ostacoli per il rientro in gioco di Saif al Islam Gheddafi c’è il fatto che risulta ancora ricercato dalla Corte penale internazionale, in particolare dopo che il 10 marzo 2020 la Corte d’appello della Cpi aveva respinto il ricorso dei suoi legali ribadendo che debba comparire davanti al tribunale dell’Aia.
Nonostante fosse stato processato a Tripoli nel 2014 e condannato a morte, la Corte penale internazionale aveva indicato che la decisione emessa da una giurisdizione nazionale deve essere definitiva prima che un caso possa essere dichiarato irricevibile. Dopo aver esaminato le osservazioni della difesa, del procuratore, delle vittime, del governo libico e di altri, la Camera d’appello aveva quindi riscontrato che la sentenza della Corte di Tripoli “non può essere considerata definitiva”.
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18/12/2020
Liberi, dopo 108 giorni, i 18 pescatori di Mazara del Vallo
Sono stati liberati i 18 pescatori di Mazara del Vallo, dopo 108 giorni di prigionia in Libia, a Bengasi, nelle mani dei miliziani di Haftar. 108 giorni di prigionia scanditi dalla solidarietà da parte delle lavoratrici e dei lavoratori, in modo particolare da quelli del comparto della pesca. Fino a ieri, dal porto di Crotone e dal porto di Acitrezza, i pescatori hanno espresso la loro solidarietà aderendo alla nostra campagna “una foto con il cartello che chiede la liberazione dei 18 pescatori”.
La solidarietà è un'arma
Al momento non sono note le modalità che hanno permesso la liberazione dei 18 lavoratori. Una cosa è nota però ed è certa: i Trattati italo-libici che portano la firma di Minniti (PD), gli intrallazzi dell’UE con Tripoli e Bengasi, gli affari delle multinazionali, gli interessi espansionistici degli imperialismi presenti sotto varie forme nel Mediterraneo sono gli elementi che hanno dato la possibilità ad un inqualificabile personaggio come Haftar, di fare assaltare dalle sue motovedette militari (donate dall’Italia alla Libia!) dei pescherecci e di catturare 18 lavoratori e trattenerli per 108 giorni.
Festeggiamo la liberazione dei 18 pescatori, ma non abbassiamo la guardia, nel Mediterraneo militarizzato tutti i pescatori sono in pericolo.
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19/09/2020
Libia - Esce di scena Serraj. Riprende produzione ed esportazione di petrolio
A conferma del proverbio che invita a guardarsi dagli “amici” perché ai nemici dovrebbe pensarci il padreterno, alla fine della storia nella guerra civile libica, ad uscire di scena sarà proprio il “premier riconosciuto dalla comunità internazionale”, come ci hanno ripetuto ipocritamente per anni giornali, agenzie, telegiornali e cancellerie.
Fayez Al Serraj, l’attuale premier libico, ha infatti annunciato la sua intenzione di lasciare l’incarico entro fine ottobre, cedendo il passo al nuovo esecutivo che dovrebbe scaturire dai negoziati nell’ambito del Dialogo Politico Libico sotto egida Onu.
Insomma la prima testa a cadere per la ripresa del dialogo nazionale in Libia è stata proprio quella del personaggio politico le cui debolezze sul campo erano più evidente dei suoi punti di forza (legittimità internazionale, sostegno della Turchia).
Il capo dell’esercito nazionale libico (Lna), generale Khalifa Haftar, ha annunciato che la Libia riprenderà la produzione e l’esportazione di petrolio dopo mesi di sospensione.
I primi effetti dell’uscita di scena di Serraj sono stati quelli attesi da tempo, soprattutto sul piano della produzione ed esportazione del petrolio libico, e quindi dello sblocco delle ingenti somme che ne derivano ma che erano rimaste congelate.
“Alla luce del deterioramento delle condizioni di vita dei cittadini libici, lo stato maggiore delle forze armate dell’Lna ha deciso di riprendere la produzione e l’esportazione di petrolio, rispettando tutte le condizioni e le misure che garantiscono un’equa distribuzione del reddito e che non ci sia un utilizzo per sponsorizzare il terrorismo”, ha detto il gen. Haftar, rivale di Serraj, sul profilo dell’account Facebook dell’Lna.
La maggior parte dei giacimenti e dei porti petroliferi libici erano stati infatti chiusi da gennaio a causa del conflitto armato in corso tra le milizie di Tobruk (Haftar) e quelle di Tripoli (Serraj).
Ma sulla normalizzazione si sta mettendo di traverso un altro generale. Si tratta del comandate della regione militare occidentale della Libia sotto controllo del governo di Tripoli. Il generale Osama Jawili, ha annunciato il proprio rifiuto all’accordo tra il vicepresidente del Consiglio presidenziale del Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli Ahmad Maiteeq, e il comandante dell’Esercito nazionale libico (Lna), Khalifa Haftar, sulla ripresa di estrazione ed esportazioni di petrolio.
A riferirlo è l’agenzia Nova che riprende il portale libico “Al Wasat”. “Siamo in attesa di una presa di posizione da parte dei membri della presidenza e dai parlamentari riguardo al presunto accordo”, ha affermato Jawili, aggiungendo che chiunque tenga all’unità libica deve astenersi dagli interessi personali nei prossimi colloqui internazionali.
Fonte
Fayez Al Serraj, l’attuale premier libico, ha infatti annunciato la sua intenzione di lasciare l’incarico entro fine ottobre, cedendo il passo al nuovo esecutivo che dovrebbe scaturire dai negoziati nell’ambito del Dialogo Politico Libico sotto egida Onu.
Insomma la prima testa a cadere per la ripresa del dialogo nazionale in Libia è stata proprio quella del personaggio politico le cui debolezze sul campo erano più evidente dei suoi punti di forza (legittimità internazionale, sostegno della Turchia).
Il capo dell’esercito nazionale libico (Lna), generale Khalifa Haftar, ha annunciato che la Libia riprenderà la produzione e l’esportazione di petrolio dopo mesi di sospensione.
I primi effetti dell’uscita di scena di Serraj sono stati quelli attesi da tempo, soprattutto sul piano della produzione ed esportazione del petrolio libico, e quindi dello sblocco delle ingenti somme che ne derivano ma che erano rimaste congelate.
“Alla luce del deterioramento delle condizioni di vita dei cittadini libici, lo stato maggiore delle forze armate dell’Lna ha deciso di riprendere la produzione e l’esportazione di petrolio, rispettando tutte le condizioni e le misure che garantiscono un’equa distribuzione del reddito e che non ci sia un utilizzo per sponsorizzare il terrorismo”, ha detto il gen. Haftar, rivale di Serraj, sul profilo dell’account Facebook dell’Lna.
La maggior parte dei giacimenti e dei porti petroliferi libici erano stati infatti chiusi da gennaio a causa del conflitto armato in corso tra le milizie di Tobruk (Haftar) e quelle di Tripoli (Serraj).
Ma sulla normalizzazione si sta mettendo di traverso un altro generale. Si tratta del comandate della regione militare occidentale della Libia sotto controllo del governo di Tripoli. Il generale Osama Jawili, ha annunciato il proprio rifiuto all’accordo tra il vicepresidente del Consiglio presidenziale del Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli Ahmad Maiteeq, e il comandante dell’Esercito nazionale libico (Lna), Khalifa Haftar, sulla ripresa di estrazione ed esportazioni di petrolio.
A riferirlo è l’agenzia Nova che riprende il portale libico “Al Wasat”. “Siamo in attesa di una presa di posizione da parte dei membri della presidenza e dai parlamentari riguardo al presunto accordo”, ha affermato Jawili, aggiungendo che chiunque tenga all’unità libica deve astenersi dagli interessi personali nei prossimi colloqui internazionali.
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15/09/2020
Libia - Proteste a Bengasi, il governo si dimette
di Roberto Prinzi – il Manifesto
La Libia è una pentola a pressione sul punto di scoppiare. Le proteste di agosto in Tripolitania contro le condizioni di vita precarie, la crisi energetica e il malgoverno erano state un’avvisaglia. Quelle simili degli ultimi giorni in Cirenaica, nell’est, sono più di una conferma.
Nel baratro in cui versa il paese – lacerato da una guerra fratricida e imperversato da milizie e mercenari stranieri – a pagare i conti del conflitto è soprattutto la popolazione civile, ritrovatasi ancora più impoverita e senza servizi nell’ultimo anno e mezzo e che ora guarda con crescente preoccupazione all’epidemia di Covid-19 in pericolosa crescita nelle ultime settimane.
Le ultime proteste hanno avuto come fulcro Bengasi, il capoluogo della Cirenaica. Qui domenica i manifestanti – alcuni armati con pistole – sono riusciti a dar fuoco persino a un edificio governativo. Ma a mobilitarsi sono state anche al-Bayda (sede del “governo ad interim” cirenaico) e al-Marj. Qui, denuncia la missione Onu nel paese, la tensione è stata altissima: le forze di sicurezza avrebbero usato «contro manifestanti pacifici un uso eccessivo della forza».
Il bilancio delle Nazioni unite parla di un civile ucciso, di altri tre feriti e un imprecisato numero di persone «arrestate e detenute arbitrariamente». Il dito è puntato contro l’Enl, l’autoproclamato Esercito nazionale libico del generale Haftar, che però accusa i «terroristi pronti a sfruttare le proteste per distruggere e rubare proprietà pubbliche e private».
Il malcontento popolare ha avuto immediate conseguenze politiche: il premier di Tobruk al-Thinni ha rassegnato due giorni fa le dimissioni ad Aguilah Saleh, il presidente del parlamento di Tobruk non riconosciuto internazionalmente.
Alcune fonti locali riferiscono che ora sarà sostituito da Ibrahim Bouchnaf (attuale ministro dell’interno del governo cirenaico) il cui compito sarà quello di formare un nuovo esecutivo. Ma al momento sono solo indiscrezioni: alcuni media libici scrivevano ieri mattina che Saleh era intenzionato a respingere le dimissioni.
Già, Saleh, il «moderato» per la comunità internazionale e per i nemici tripolini che vedono in lui l’unico interlocutore per la pace. Ma è lui che realmente governa la Cirenaica o è ancora il generale Haftar, nemico giurato del Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli del premier al-Sarraj? Le proteste di questi giorni pongono legittimamente la domanda.
È vero che Haftar è isolato e che i partner stranieri lo hanno messo da parte dopo le sue brucianti sconfitte militari. Tuttavia è lui (grazie al sostegno di gran parte delle tribù) che tiene chiusi da più di 240 giorni i campi petroliferi del paese. Una mossa nata in chiave anti-Gna per dividere meglio i profitti del petrolio, ma che si sta rivelando un clamoroso autogol: sia per le perdite economiche (a oggi stimate a 9,8 miliardi di dollari) sia per i frequenti blackout, sempre più insostenibili per la popolazione civile.
Ed è ancora Haftar, non Saleh, che decide la sorte dei 18 pescatori italiani e di due natanti sequestrati 12 giorni fa a largo di Bengasi. Sono ambienti vicini al generale ad aver proposto uno scambio nei giorni scorsi: il rilascio dei nostri connazionali in cambio della liberazione di quattro libici arrestati nel 2015 a Catania e condannati a 30 anni di carcere come trafficanti e assassini. Per l’Enl erano «giovani calciatori in cerca di fortuna in Germania».
Di tutt’altro avviso è il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro che ha ricordato come, oltre a essere scafisti, «lasciarono anche morire in maniera spietata 49 migranti sprangando il boccaporto della stiva per non ritrovarseli in coperta». Il silenzio calato sulla vicenda preoccupa sempre più i familiari dei 18 sequestrati che hanno protestato ieri a Mazara del Vallo (Trapani) contro «l’inefficienza del governo italiano».
Fonte
La Libia è una pentola a pressione sul punto di scoppiare. Le proteste di agosto in Tripolitania contro le condizioni di vita precarie, la crisi energetica e il malgoverno erano state un’avvisaglia. Quelle simili degli ultimi giorni in Cirenaica, nell’est, sono più di una conferma.
Nel baratro in cui versa il paese – lacerato da una guerra fratricida e imperversato da milizie e mercenari stranieri – a pagare i conti del conflitto è soprattutto la popolazione civile, ritrovatasi ancora più impoverita e senza servizi nell’ultimo anno e mezzo e che ora guarda con crescente preoccupazione all’epidemia di Covid-19 in pericolosa crescita nelle ultime settimane.
Le ultime proteste hanno avuto come fulcro Bengasi, il capoluogo della Cirenaica. Qui domenica i manifestanti – alcuni armati con pistole – sono riusciti a dar fuoco persino a un edificio governativo. Ma a mobilitarsi sono state anche al-Bayda (sede del “governo ad interim” cirenaico) e al-Marj. Qui, denuncia la missione Onu nel paese, la tensione è stata altissima: le forze di sicurezza avrebbero usato «contro manifestanti pacifici un uso eccessivo della forza».
Il bilancio delle Nazioni unite parla di un civile ucciso, di altri tre feriti e un imprecisato numero di persone «arrestate e detenute arbitrariamente». Il dito è puntato contro l’Enl, l’autoproclamato Esercito nazionale libico del generale Haftar, che però accusa i «terroristi pronti a sfruttare le proteste per distruggere e rubare proprietà pubbliche e private».
Il malcontento popolare ha avuto immediate conseguenze politiche: il premier di Tobruk al-Thinni ha rassegnato due giorni fa le dimissioni ad Aguilah Saleh, il presidente del parlamento di Tobruk non riconosciuto internazionalmente.
Alcune fonti locali riferiscono che ora sarà sostituito da Ibrahim Bouchnaf (attuale ministro dell’interno del governo cirenaico) il cui compito sarà quello di formare un nuovo esecutivo. Ma al momento sono solo indiscrezioni: alcuni media libici scrivevano ieri mattina che Saleh era intenzionato a respingere le dimissioni.
Già, Saleh, il «moderato» per la comunità internazionale e per i nemici tripolini che vedono in lui l’unico interlocutore per la pace. Ma è lui che realmente governa la Cirenaica o è ancora il generale Haftar, nemico giurato del Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli del premier al-Sarraj? Le proteste di questi giorni pongono legittimamente la domanda.
È vero che Haftar è isolato e che i partner stranieri lo hanno messo da parte dopo le sue brucianti sconfitte militari. Tuttavia è lui (grazie al sostegno di gran parte delle tribù) che tiene chiusi da più di 240 giorni i campi petroliferi del paese. Una mossa nata in chiave anti-Gna per dividere meglio i profitti del petrolio, ma che si sta rivelando un clamoroso autogol: sia per le perdite economiche (a oggi stimate a 9,8 miliardi di dollari) sia per i frequenti blackout, sempre più insostenibili per la popolazione civile.
Ed è ancora Haftar, non Saleh, che decide la sorte dei 18 pescatori italiani e di due natanti sequestrati 12 giorni fa a largo di Bengasi. Sono ambienti vicini al generale ad aver proposto uno scambio nei giorni scorsi: il rilascio dei nostri connazionali in cambio della liberazione di quattro libici arrestati nel 2015 a Catania e condannati a 30 anni di carcere come trafficanti e assassini. Per l’Enl erano «giovani calciatori in cerca di fortuna in Germania».
Di tutt’altro avviso è il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro che ha ricordato come, oltre a essere scafisti, «lasciarono anche morire in maniera spietata 49 migranti sprangando il boccaporto della stiva per non ritrovarseli in coperta». Il silenzio calato sulla vicenda preoccupa sempre più i familiari dei 18 sequestrati che hanno protestato ieri a Mazara del Vallo (Trapani) contro «l’inefficienza del governo italiano».
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18/08/2020
Libia - La Turchia stabilirà due basi militari nel paese
A Tripoli sono arrivati i ministri della Difesa di Turchia e Qatar per incontrare gli esponenti del Governo di accordo nazionale (Gna).
Fonti governative libiche hanno riferito ad “Agenzia Nova” che il programma della visita di Akar, accompagnato dal collega qatariota, includerà anche un confronto “sui passi compiuti finora per stabilire una base navale turca a Misurata e una base aerea ad Al Watiya, a sud-ovest di Tripoli”.
Si tratta di una notizia rilevante, anche per l’Italia, visto che l’insediamento militare della Turchia prevede che il famoso ospedale “protetto” da un contingente di soldati italiani a Misurata dovrà... togliere le tende e trasferirsi un pò più fuori la città per lasciare il posto ai turchi. La notizia è emersa nel recente viaggio del ministro della Difesa italiano Guerini a Tripoli.
I ministri della Difesa di Turchia e Qatar discuteranno con gli esponenti di Tripoli anche dei modi per aumentare il sostegno militare alle forze armate del governo di Sarraj e rafforzare le posizioni a ovest di Sirte, la città della Libia centrale diventata la linea rossa nello scontro tra i due governi libici e i loro alleati internazionali.
La risposta del governo di Tobruk, quello di Haftar, non si è fatta attendere con una dichiarazione secondo cui l’unica istituzione legittimata a rappresentare il popolo libico è il parlamento che si riunisce a Tobruk, in Cirenaica, “o chiunque venga autorizzato” dallo stesso organismo: ogni entità non eletta che legifera al suo posto “commette un crimine”.
È quanto si legge in una nota ufficiale diffusa dalla Camera dei rappresentanti della Libia che di fatto delegittima ogni atto siglato dal governo di Tripoli. “Nessuna entità non eletta può rappresentare il popolo o parte di esso”, spiega il testo in riferimento al Governo di accordo nazionale (Gna) guidato dal premier Fayez al Sarraj a Tripoli.
Occorre rammentare che il mandato del parlamento eletto nel 2014, peraltro con una scarsa affluenza inferiore al 20 per cento degli aventi diritto, è scaduto da diverso tempo. I deputati libici non sono mai riusciti a votare la fiducia al Gna, mentre un gruppo di circa 40 parlamentari ha creato un proprio parlamento “parallelo” in Tripoli, dove ha sede il Consiglio presidenziale riconosciuto dalla Comunità internazionale e sostenuto dalla Turchia.
Ma a Tripoli è arrivato con una visita a sorpresa anche il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, che dovrebbe incontrare i principali esponenti del Consiglio presidenziale del Governo di accordo nazionale (Gna).
Come noto, la Germania è entrata nella crisi libica come paese guida del cosiddetto “processo di Berlino”, cioè l’iniziativa diplomatica tesa a riunire attorno allo stesso tavolo tutti gli agenti stranieri coinvolti nella crisi in corso con l’obiettivo di fermare l’ingerenza straniera per mettere a tacere le armi.
La Germania si è detta “pronta a considerare”, insieme a Francia e Italia, l’imposizione di sanzioni nei confronti di potenze straniere che violano l’embargo sulle armi in Libia. Una linea che ha già aperto e continua a provocare tensione con “l’alleata” Turchia che sta materialmente fornendo soldati e armamenti allo stesso governo di Tripoli.
Fonte
Fonti governative libiche hanno riferito ad “Agenzia Nova” che il programma della visita di Akar, accompagnato dal collega qatariota, includerà anche un confronto “sui passi compiuti finora per stabilire una base navale turca a Misurata e una base aerea ad Al Watiya, a sud-ovest di Tripoli”.
Si tratta di una notizia rilevante, anche per l’Italia, visto che l’insediamento militare della Turchia prevede che il famoso ospedale “protetto” da un contingente di soldati italiani a Misurata dovrà... togliere le tende e trasferirsi un pò più fuori la città per lasciare il posto ai turchi. La notizia è emersa nel recente viaggio del ministro della Difesa italiano Guerini a Tripoli.
I ministri della Difesa di Turchia e Qatar discuteranno con gli esponenti di Tripoli anche dei modi per aumentare il sostegno militare alle forze armate del governo di Sarraj e rafforzare le posizioni a ovest di Sirte, la città della Libia centrale diventata la linea rossa nello scontro tra i due governi libici e i loro alleati internazionali.
La risposta del governo di Tobruk, quello di Haftar, non si è fatta attendere con una dichiarazione secondo cui l’unica istituzione legittimata a rappresentare il popolo libico è il parlamento che si riunisce a Tobruk, in Cirenaica, “o chiunque venga autorizzato” dallo stesso organismo: ogni entità non eletta che legifera al suo posto “commette un crimine”.
È quanto si legge in una nota ufficiale diffusa dalla Camera dei rappresentanti della Libia che di fatto delegittima ogni atto siglato dal governo di Tripoli. “Nessuna entità non eletta può rappresentare il popolo o parte di esso”, spiega il testo in riferimento al Governo di accordo nazionale (Gna) guidato dal premier Fayez al Sarraj a Tripoli.
Occorre rammentare che il mandato del parlamento eletto nel 2014, peraltro con una scarsa affluenza inferiore al 20 per cento degli aventi diritto, è scaduto da diverso tempo. I deputati libici non sono mai riusciti a votare la fiducia al Gna, mentre un gruppo di circa 40 parlamentari ha creato un proprio parlamento “parallelo” in Tripoli, dove ha sede il Consiglio presidenziale riconosciuto dalla Comunità internazionale e sostenuto dalla Turchia.
Ma a Tripoli è arrivato con una visita a sorpresa anche il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, che dovrebbe incontrare i principali esponenti del Consiglio presidenziale del Governo di accordo nazionale (Gna).
Come noto, la Germania è entrata nella crisi libica come paese guida del cosiddetto “processo di Berlino”, cioè l’iniziativa diplomatica tesa a riunire attorno allo stesso tavolo tutti gli agenti stranieri coinvolti nella crisi in corso con l’obiettivo di fermare l’ingerenza straniera per mettere a tacere le armi.
La Germania si è detta “pronta a considerare”, insieme a Francia e Italia, l’imposizione di sanzioni nei confronti di potenze straniere che violano l’embargo sulle armi in Libia. Una linea che ha già aperto e continua a provocare tensione con “l’alleata” Turchia che sta materialmente fornendo soldati e armamenti allo stesso governo di Tripoli.
Fonte
08/07/2020
Libia - Aspri combattimenti e negoziati segreti
Torna a salire la tensione sul territorio libico, dove raid aerei, ritrovamenti di fosse di cadaveri ed esplosioni nelle aree urbane segnano gli ultimi giorni di un conflitto che, seppur mai sopito, aveva conosciuto una relativa tregua nelle ultime settimane.
Relativa, perché episodi di guerriglia urbana e attacchi spot non hanno mai smesso di interessare soprattutto la faglia che segna il confine tra l’avanzata delle forze alleate al Governo di accordo nazionale (Gna) e quelle dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar.
I fatti ci dicono che il 4 luglio un misterioso raid aereo ha colpito la base militare Al Watiya, 130 chilometri a ovest di Tripoli, controllata dagli uomini di Fayez al Sarraj, quella base ad alto valore simbolico, oltre che logistico, riconquistata dalle milizie inviate dalla Turchia a metà maggio in cui furono ritrovati due sistemi Pantsir (batterie contraeree dotate di radar per intercettare più bersagli contemporaneamente) made in Russia, riconquista che sancì la ritirata di Haftar dalla Tripolitania sia il riequilibrio delle forze in campo dopo 14 mesi di conflitto.
D’altra parte, Agenzia Nova riporta la notizia di una forte esplosione nel villaggio di Sukna, nei pressi di Jufra, sede della base aerea nelle mani dell’Lna, causata secondo la fonte da un attacco condotto da droni turchi. L’operazione, negata dagli uomini di Haftar, se confermata sarebbe la risposta diretta ai raid di Al Watiya.
La fonte ha inoltre indicato Al Jufra come prossimo terreno di iniziative delle forze Gna-turche, possibilità di non secondaria importanza considerato che Al Jufra è sia un avamposto strategico per il controllo della Mezzaluna petrolifera nelle mani di Haftar, sia perché nello scorso giugno il presidente dell’Egitto, Abdel Fatah al Sisi, aveva indicato la base di Al Jufra e la città di Sirte come la «linea rossa» la cui violazione avrebbe potuto condurre Il Cairo all’intervento diretto militare in quel che rimane della Libia.
Questi due episodi manifestano tutta la difficoltà dei negoziati che, tuttavia, continuano a ritmo serrato nei corridoi delle diplomazie internazionali, e che a dispetto del sangue che attraversa le strade libiche, da questi fatti guadagnano e perdono forza negoziale nelle trattative.
La partita in atto sulla Libia infatti sconta tutto il peso geopolitico della relazione-scontro tra la Turchia e la Russia, “amici guardinghi” in Siria ma su barricate opposte nella sponda sud del Mediterraneo, con i primi a sostegno di Serraj in compagnia delle sempre meno incisive Nazioni unite e dei qataraini, e i secondi dalla parte di Haftar insieme all’Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
A questa contrapposizione, chiara negli intenti e negli interessi – la Turchia vuole continuare l’estrazione di gas naturali nei giacimenti marini a largo delle coste libiche, la Federazione Russa mira all’agognato accesso al Mediterraneo occidentale, l’Egitto a estendere l’area d’influenza in funzione anti-Islam politico, tutti vogliono il petrolio – vanno aggiunti i contraddittori francesi, l’inadeguatezza italiana e l’indecisione statunitense.
La Francia sostiene “ufficialmente” il governo Serraj, ma sono i maggiori indiziati per il bombardamento di Al Watiya e già erano intervenuti per sostenere militarmente Haftar, causando ad aprile la protesta ufficiale del ministro degli Affari esteri del Governo di accordo nazionale libico per la presenza di caccia francesi Rafale e di un aereo da rifornimento in volo nello spazio aereo sopra Misurata, e ritirandosi poi temporaneamente dalla missione Nato “Sea Guardian” a seguito dell’incidente di metà giugno nel Mediterraneo tra la Marina turca e quella francese.
Il governo italiano, troppo spesso in bilico tra le due posizioni sul dossier libico, da una parte incontra con Lorenzo Guerini in missione ufficiale ad Ankara il collega ministro della Difesa della Turchia, Hulusi Akar, discutendo secondo la stampa locale di temi regionali e della possibilità di cooperazione bilaterale, mentre la notizia dell’arrivo a Roma del ministro della Difesa ad interim del Governo di accordo nazionale libico, Salah Al Din Al Namroush, è stata smentita dall’emittente televisiva libica 218 Tv.
Dall’altra, ieri il Senato nella discussione, non senza sussulti, sul rifinanziamento del missioni militari all’estero, approvava tra le altre cose la necessità di intensificare l’azione diplomatica con le autorità libiche, quelle dello Gna, per rafforzare i programmi di formazione del personale della Marina militare libica nella direzione del rispetto del diritto internazionale del mare e dei diritti umani.
È su queste due direttrici che si sta sviluppando il conflitto libico, la guerra guerreggiata che a dispetto degli stop and go non concede una vera tregua alla popolazione e alle milizie/eserciti impegnati, mentre nelle stanze della politica i negoziati proseguono incessanti nel tentativo delle parti in gioco di perseguire i rispettivi interessi. Negoziati e interessi nei quali quelli che appaiono ancora ondeggianti sono quelli statunitensi dopo “la ritirata” della loro ambasciata e dei loro soldati dalla Libia.
Interessi e ingerenze esterne che in una guerra civile “conto terzi”, non coincidono mai con gli interessi del popolo.
Fonte
Relativa, perché episodi di guerriglia urbana e attacchi spot non hanno mai smesso di interessare soprattutto la faglia che segna il confine tra l’avanzata delle forze alleate al Governo di accordo nazionale (Gna) e quelle dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar.
I fatti ci dicono che il 4 luglio un misterioso raid aereo ha colpito la base militare Al Watiya, 130 chilometri a ovest di Tripoli, controllata dagli uomini di Fayez al Sarraj, quella base ad alto valore simbolico, oltre che logistico, riconquistata dalle milizie inviate dalla Turchia a metà maggio in cui furono ritrovati due sistemi Pantsir (batterie contraeree dotate di radar per intercettare più bersagli contemporaneamente) made in Russia, riconquista che sancì la ritirata di Haftar dalla Tripolitania sia il riequilibrio delle forze in campo dopo 14 mesi di conflitto.
D’altra parte, Agenzia Nova riporta la notizia di una forte esplosione nel villaggio di Sukna, nei pressi di Jufra, sede della base aerea nelle mani dell’Lna, causata secondo la fonte da un attacco condotto da droni turchi. L’operazione, negata dagli uomini di Haftar, se confermata sarebbe la risposta diretta ai raid di Al Watiya.
La fonte ha inoltre indicato Al Jufra come prossimo terreno di iniziative delle forze Gna-turche, possibilità di non secondaria importanza considerato che Al Jufra è sia un avamposto strategico per il controllo della Mezzaluna petrolifera nelle mani di Haftar, sia perché nello scorso giugno il presidente dell’Egitto, Abdel Fatah al Sisi, aveva indicato la base di Al Jufra e la città di Sirte come la «linea rossa» la cui violazione avrebbe potuto condurre Il Cairo all’intervento diretto militare in quel che rimane della Libia.
Questi due episodi manifestano tutta la difficoltà dei negoziati che, tuttavia, continuano a ritmo serrato nei corridoi delle diplomazie internazionali, e che a dispetto del sangue che attraversa le strade libiche, da questi fatti guadagnano e perdono forza negoziale nelle trattative.
La partita in atto sulla Libia infatti sconta tutto il peso geopolitico della relazione-scontro tra la Turchia e la Russia, “amici guardinghi” in Siria ma su barricate opposte nella sponda sud del Mediterraneo, con i primi a sostegno di Serraj in compagnia delle sempre meno incisive Nazioni unite e dei qataraini, e i secondi dalla parte di Haftar insieme all’Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
A questa contrapposizione, chiara negli intenti e negli interessi – la Turchia vuole continuare l’estrazione di gas naturali nei giacimenti marini a largo delle coste libiche, la Federazione Russa mira all’agognato accesso al Mediterraneo occidentale, l’Egitto a estendere l’area d’influenza in funzione anti-Islam politico, tutti vogliono il petrolio – vanno aggiunti i contraddittori francesi, l’inadeguatezza italiana e l’indecisione statunitense.
La Francia sostiene “ufficialmente” il governo Serraj, ma sono i maggiori indiziati per il bombardamento di Al Watiya e già erano intervenuti per sostenere militarmente Haftar, causando ad aprile la protesta ufficiale del ministro degli Affari esteri del Governo di accordo nazionale libico per la presenza di caccia francesi Rafale e di un aereo da rifornimento in volo nello spazio aereo sopra Misurata, e ritirandosi poi temporaneamente dalla missione Nato “Sea Guardian” a seguito dell’incidente di metà giugno nel Mediterraneo tra la Marina turca e quella francese.
Il governo italiano, troppo spesso in bilico tra le due posizioni sul dossier libico, da una parte incontra con Lorenzo Guerini in missione ufficiale ad Ankara il collega ministro della Difesa della Turchia, Hulusi Akar, discutendo secondo la stampa locale di temi regionali e della possibilità di cooperazione bilaterale, mentre la notizia dell’arrivo a Roma del ministro della Difesa ad interim del Governo di accordo nazionale libico, Salah Al Din Al Namroush, è stata smentita dall’emittente televisiva libica 218 Tv.
Dall’altra, ieri il Senato nella discussione, non senza sussulti, sul rifinanziamento del missioni militari all’estero, approvava tra le altre cose la necessità di intensificare l’azione diplomatica con le autorità libiche, quelle dello Gna, per rafforzare i programmi di formazione del personale della Marina militare libica nella direzione del rispetto del diritto internazionale del mare e dei diritti umani.
È su queste due direttrici che si sta sviluppando il conflitto libico, la guerra guerreggiata che a dispetto degli stop and go non concede una vera tregua alla popolazione e alle milizie/eserciti impegnati, mentre nelle stanze della politica i negoziati proseguono incessanti nel tentativo delle parti in gioco di perseguire i rispettivi interessi. Negoziati e interessi nei quali quelli che appaiono ancora ondeggianti sono quelli statunitensi dopo “la ritirata” della loro ambasciata e dei loro soldati dalla Libia.
Interessi e ingerenze esterne che in una guerra civile “conto terzi”, non coincidono mai con gli interessi del popolo.
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