Doveva essere una breve battuta di pesca di due pescatori con grande esperienza. Ma, non è andata così. I due non sono più rientrati né nel porto trezzoto né in altri porti.
I due pescatori, Fabio Giuffrida ed Enzo Cardì, 38 anni, il pomeriggio di venerdì 23 dicembre 2016 sono salpati dal porto di Aci Trezza su un motoscafo open bianco di 7 metri, con motore di 40 cavalli, per andare a pescare con “u conzu”, il palamito.
Avrebbero calato “u conzu” in mare la sera per ritirarlo il mattino, per rientrare ad Aci Trezza verso le ore 12 del 24 dicembre, la vigilia di Natale.
L’ultimo contatto telefonico tra Fabio e la famiglia risale alla mezzanotte. Poi, da quell’istante dei due pescatori e della loro barca non si è saputo più nulla.
Non è mai stato riscontrato un solo elemento che possa fare pensare ad un naufragio o ad un incidente in mare.
Non c’è alcun elemento per sostenere questa ipotesi. Il mare non ha mai restituito alcun pezzo di quella imbarcazione, effetti personali, attrezzature.
E non ci sono tracce di un loro attracco in altri porti o in uno sconfinamento fuori dalle acque territoriali.
Dopo 7 anni i familiari cercano e aspettano ancora notizie. Dopo 7 anni la Federazione Del Sociale USB Catania, che da sempre segue e attenziona la scomparsa di Fabio e Enzo, chiede alle autorità competenti come hanno qualificato questo avvenimento?
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/01/2024
18/12/2020
Liberi, dopo 108 giorni, i 18 pescatori di Mazara del Vallo
Sono stati liberati i 18 pescatori di Mazara del Vallo, dopo 108 giorni di prigionia in Libia, a Bengasi, nelle mani dei miliziani di Haftar. 108 giorni di prigionia scanditi dalla solidarietà da parte delle lavoratrici e dei lavoratori, in modo particolare da quelli del comparto della pesca. Fino a ieri, dal porto di Crotone e dal porto di Acitrezza, i pescatori hanno espresso la loro solidarietà aderendo alla nostra campagna “una foto con il cartello che chiede la liberazione dei 18 pescatori”.
La solidarietà è un'arma
Al momento non sono note le modalità che hanno permesso la liberazione dei 18 lavoratori. Una cosa è nota però ed è certa: i Trattati italo-libici che portano la firma di Minniti (PD), gli intrallazzi dell’UE con Tripoli e Bengasi, gli affari delle multinazionali, gli interessi espansionistici degli imperialismi presenti sotto varie forme nel Mediterraneo sono gli elementi che hanno dato la possibilità ad un inqualificabile personaggio come Haftar, di fare assaltare dalle sue motovedette militari (donate dall’Italia alla Libia!) dei pescherecci e di catturare 18 lavoratori e trattenerli per 108 giorni.
Festeggiamo la liberazione dei 18 pescatori, ma non abbassiamo la guardia, nel Mediterraneo militarizzato tutti i pescatori sono in pericolo.
Fonte
05/08/2018
Yemen - I pescatori scomparsi di Hodeidah
di Chiara Cruciati – Il Manifesto
Almeno 60 morti, forse 70,
oltre 100 feriti: è il bilancio dell’ultimo bombardamento saudita sulla
città costiera yemenita di Hodeidah, giovedì. Visti i target, ancora più
odioso: l’ospedale al-Thawra (rivoluzione, in arabo), il
porticciolo dei pescatori, un mercato del pesce. Le ambulanze hanno
fatto la spola per ore, per trasportare i feriti ed evacuare i pazienti dell’ospedale.
«Abbiamo assistito a un crimine brutale»: alza la voce Taha
al-Mutawakil, ministro dalla Salute dell’amministrazione dei ribelli
Houthi, che controllano Hodeidah dal 2014, mentre racconta delle
difficoltà nel trasferire i feriti in altre province, le stesse
difficoltà riportate dalla Croce Rossa che opera lì.
A nulla è servito finora lo sforzo diplomatico dell’Onu che dal
lancio delle operazioni aeree saudite ed emiratine sulla città stanno
tentando la via del negoziato: proprio giovedì l’inviato speciale
Griffiths faceva sapere di aver invitato le parti a Ginevra il 6
settembre.
Ma la battaglia prosegue, Hodeidah è fondamentale: principale
porto del paese, da cui entrava il 70% delle importazioni prima e il
70% degli aiuti umanitari oggi, si affaccia sul Mar Rosso e sulle acque
che vedono il passaggio di buona parte delle petroliere che dal Golfo
vanno a rifornire di energia l’Europa. La battaglia ha devastato la città, i suoi 400mila abitanti e la loro economia, la pesca.
«Il porto e il mercato erano pieni gente – si dispera Mohamed
al-Hasni, il capo del sindacato dei pescatori di Hodeidah – È stato un
massacro. Non ci sono siti militari qui. Non ci sono uomini
armati. Colpire [i pescatori] serve a diffondere terrore e paura». Una
paura alimentata dalla strategia della coalizione a guida saudita: dopo
aver colpito porticciolo e mercato, mentre i feriti venivano portati
d’urgenza all’ospedale, a pochi metri di distanza, al-Thawra veniva
colpito.
La coalizione a guida saudita, per bocca del portavoce al-Malki, nega
ogni responsabilità sebbene sia la sola aviazione che opera nei cieli
yemeniti. Non è la prima volta che i pescatori finiscono nel mirino. Le
piccole imbarcazioni blu e bianche, che da secoli solcano i mari di
fronte ad Hodeidah, non sono state risparmiate dal conflitto.
Da qui, dal porto, lo Yemen si è aperto al mondo: da due
secoli da Hodeidah partono caffè (il più buono del mondo arabo, si
dice), cotone, datteri, sandali, le famose stoffe locali lavorate a
mano.
Costruito sotto l’impero ottomano a metà del XIX secolo, fu ampliato
nei primi due decenni del secolo successivo dai colonizzatori britannici
con infrastrutture, strade e una ferrovia che collegava Hodeidah alla
capitale Sana’a, a nord. Arrivavano navi da Gran Bretagna, Italia, Russia, Germania, India.
Oggi lo scalo non esiste più. O meglio, c’è ancora, seppur danneggiato. Quello che non esiste quasi più sono le navi in arrivo:
dal 2015, dall’inizio dell’operazione saudita contro lo Yemen, Riyadh
ha imposto il blocco navale. Sono i sauditi a decidere cosa entra e
quando. Difficile anche uscire: i pescatori sono prede dei raid sauditi
perché accusati di trafficare armi per i ribelli Houthi. Dal 2015 oltre 250 barche sono stati distrutte, 152 pescatori uccisi e quasi 500 arrestati, secondo i dati del sindacato.
Riyadh ha distrutto un’intera economia: in pochissimi si avventurano
per mare per tornare spesso con le reti vuote. Al posto dei pescatori
yemeniti ci sono i grandi pescherecci egiziani ed emiratini che
saccheggiano il Mar Rosso e portano il pescato lontano. Secondo un
rapporto di marzo del ministero yemenita della Pesca, la perdita totale
dal 2015 a oggi ammonta a 4,5 miliardi di dollari: 37mila i pescatori hanno perso il lavoro, quasi 5mila barche sono ferme come 50 industrie di lavorazione del pesce.
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