L’Unione Europea si appresta a esportare il “modello Tripoli”, quello dei trafficanti di esseri umani pagati per tenersi i migranti, anche nella Cirenaica controllata dal generale Khalifa Haftar. Attraverso lo Strumento europeo per la pace, il fondo dal nome orwelliano con una dote da oltre 17 miliardi di euro con cui si finanziano anche le armi per Kiev, Bruxelles finanzierà con almeno 3 milioni di euro la costruzione di un Centro di coordinamento del soccorso marittimo (RCC) a Bengasi.
Sebbene la dicitura ufficiale parli di “soccorso”, le ONG che operano nel Mediterraneo e il giornalista tedesco Matthias Monroy, del Neues Deutschland, tratteggiano uno scenario opposto: una sala operativa speculare a quella di Tripoli, finalizzata non al salvataggio, ma all’intercettazione dei migranti per riportarli forzosamente in Libia.
La preoccupazione principale riguarda i soggetti che gestiranno operativamente le attività. Il centro sorgerà in un’area dominata dalla brigata Tareq Ben Zayed, guidata da Saddam Haftar, figlio del generale Khalifa. “Il nuovo Centro sorgerà in un’area controllata da apparati militari accusati di crimini di guerra, torture e violenze sistematiche contro migranti e rifugiati”, denuncia in una nota la ONG Mediterranea Saving Humans.
Secondo l’organizzazione umanitaria, il rischio concreto è l’istituzionalizzazione dei cosiddetti “pullback” anche alla parte orientale della Libia: attività di trasferimento forzoso dei migranti in mare nei centri di detenzione libici, mascherate da operazioni di ricerca e soccorso. È un sistema pensato per aggirare una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2012, che vieta i respingimenti verso il paese africano.
Tredici ONG hanno già sospeso le comunicazioni con il centro di Tripoli. A continuarle è Frontex, nonostante nel 2023 un’indagine indipendente dell’ONU sulla Libia abbia dettagliato in un dossier come, di fatto, la guardia costiera libica cooperi con i trafficanti di esseri umani. Sarà da chiarire se Frontex dialogherà anche con la futura struttura di Bengasi.
In generale, questa è l’ennesima iniziativa che va inserita nella più ampia strategia di esternalizzazione delle frontiere perseguita da Roma, che ha lanciato l’iniziativa di Bengasi, e condivisa dall’UE. Frontex ne è da sempre uno strumento fondamentale, con una crescente militarizzazione della sua azione. Di fatto, si affida ai trafficanti di esseri umani la gestione dei flussi migratori verso la UE, centellinando le entrate che servono a garantire il sistema produttivo europeo attraverso lavoro ricattabile e di disperati.
In questa strategia è sempre più coinvolta anche la parte orientale della Libia, segnando inoltre l’idea che alle centrali imperialiste va bene una Libia frammentata e governata da bande criminali. Fino al punto che la scorsa estate è stato mostrato come soldati di Haftar siano stati addestrati in Italia. In questo caso, ovviamente, la millantata difesa dei diritti umani e della democrazia scompare dai discorsi degli imperialisti europei e dei loro lacchè.
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19/01/2026
20/12/2025
Pakistan e Cirenaica stringono un accordo di cooperazione militare
Nei giorni scorsi, a Bengasi, i rappresentanti della leadership militare della Cirenaica (la regione orientale della Libia controllata dal generale Khalifa Haftar) e quelli dell’esercito pakistano hanno firmato un accordo di cooperazione militare al termine di un un incontro ufficiale svoltosi presso il quartier generale della cosiddetta “Guida Generale”.
L’accordo è stato sottoscritto da alcuni ufficiali degli Stati maggiori delle due parti, nel corso di una cerimonia alla quale hanno assistito il vicecomandante della Guida Generale, generale Saddam Haftar, e il capo delle Forze di difesa e capo di Stato maggiore dell’Esercito pachistano, feldmaresciallo Asim Munir, giunto a Bengasi alla guida di una delegazione militare di alto livello. L’intesa, spiega un comunicato congiunto, si inserisce nel quadro del rafforzamento della cooperazione nei settori della sicurezza e della difesa, con l’obiettivo di ampliare le prospettive di coordinamento bilaterale e sostenere gli sforzi per la stabilità regionale.
La firma dell’accordo conclude una visita ufficiale di più giorni del feldmaresciallo Munir in Libia orientale, la prima nel suo genere, che si colloca nel solco di un progressivo avvicinamento tra la leadership militare di Bengasi e Islamabad avviato nei mesi scorsi.
Già a luglio Saddam Haftar – figlio di Khalifa Haftar, comandante del cosiddetto “Esercito nazionale libico” che controlla la Libia orientale – aveva compiuto una visita ufficiale in Pakistan, incontrando lo stesso Munir e altri vertici militari, oltre al primo ministro pachistano Shehbaz Sharif, con colloqui incentrati sul rafforzamento delle relazioni bilaterali e sull’esplorazione di nuove forme di cooperazione nel settore della difesa.
Il Pakistan è una potenza nucleare riconosciuta, dotata di uno dei più grandi eserciti del mondo e di un’industria militare in espansione, e negli ultimi mesi ha rafforzato il proprio profilo strategico nel Medio Oriente.
In particolare, nei mesi scorsi Islamabad ha formalizzato un accordo di cooperazione strategica con l’Arabia Saudita che prevede impegni di mutua assistenza in caso di minacce alla sicurezza del Regno, configurandosi di fatto come una clausola di difesa collettiva paragonata, per struttura e finalità, all’articolo 5 della Nato.
In questo quadro, l’intesa firmata a Bengasi assume rilievo anche sul piano geopolitico, segnalando l’interesse della leadership militare libica orientale a diversificare le proprie relazioni internazionali e a rafforzare i legami con attori extra-regionali dotati di capacità militari avanzate e di un peso crescente negli equilibri di sicurezza tra Mediterraneo allargato, Medio Oriente e Asia meridionale.
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L’accordo è stato sottoscritto da alcuni ufficiali degli Stati maggiori delle due parti, nel corso di una cerimonia alla quale hanno assistito il vicecomandante della Guida Generale, generale Saddam Haftar, e il capo delle Forze di difesa e capo di Stato maggiore dell’Esercito pachistano, feldmaresciallo Asim Munir, giunto a Bengasi alla guida di una delegazione militare di alto livello. L’intesa, spiega un comunicato congiunto, si inserisce nel quadro del rafforzamento della cooperazione nei settori della sicurezza e della difesa, con l’obiettivo di ampliare le prospettive di coordinamento bilaterale e sostenere gli sforzi per la stabilità regionale.
La firma dell’accordo conclude una visita ufficiale di più giorni del feldmaresciallo Munir in Libia orientale, la prima nel suo genere, che si colloca nel solco di un progressivo avvicinamento tra la leadership militare di Bengasi e Islamabad avviato nei mesi scorsi.
Già a luglio Saddam Haftar – figlio di Khalifa Haftar, comandante del cosiddetto “Esercito nazionale libico” che controlla la Libia orientale – aveva compiuto una visita ufficiale in Pakistan, incontrando lo stesso Munir e altri vertici militari, oltre al primo ministro pachistano Shehbaz Sharif, con colloqui incentrati sul rafforzamento delle relazioni bilaterali e sull’esplorazione di nuove forme di cooperazione nel settore della difesa.
Il Pakistan è una potenza nucleare riconosciuta, dotata di uno dei più grandi eserciti del mondo e di un’industria militare in espansione, e negli ultimi mesi ha rafforzato il proprio profilo strategico nel Medio Oriente.
In particolare, nei mesi scorsi Islamabad ha formalizzato un accordo di cooperazione strategica con l’Arabia Saudita che prevede impegni di mutua assistenza in caso di minacce alla sicurezza del Regno, configurandosi di fatto come una clausola di difesa collettiva paragonata, per struttura e finalità, all’articolo 5 della Nato.
In questo quadro, l’intesa firmata a Bengasi assume rilievo anche sul piano geopolitico, segnalando l’interesse della leadership militare libica orientale a diversificare le proprie relazioni internazionali e a rafforzare i legami con attori extra-regionali dotati di capacità militari avanzate e di un peso crescente negli equilibri di sicurezza tra Mediterraneo allargato, Medio Oriente e Asia meridionale.
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09/07/2025
Espulsa delegazione della UE dalla Libia dell’est
Ieri una delegazione della Ue, della quale faceva parte anche il ministro dell’Interno italiano, Matteo Piantedosi, era arrivata in Libia all’aeroporto di Benina, in Cirenaica, ma il governo parallelo di Bengasi ha annullato la visita in programma denunciando “violazioni delle norme dello Stato libico”.
La visita dei ministri dell’Interno di Italia, Grecia e Malta – Matteo Piantedosi, Thanos Plevris e Byron Camilleri – e del commissario europeo per le Migrazioni, Magnus Brunner, è stata così annullata.
A molti è venuto quasi istintivo invocare una sorta di legge del contrappasso per il ministro Piantedosi – l’espulsore che viene espulso a sua volta – ma la vicenda appare più complessa delle apparenze.
Ai componenti della missione, di cui fanno parte i ministri dell’Interno di Italia, Grecia e Malta e il commissario europeo per le Migrazioni, Magnus Brunner, è stato comunicato che “devono lasciare immediatamente il territorio libico in quanto persone non gradite”.
Il comunicato ufficiale porta la firma del capo del governo libico dell’est, Osama Hammad, e definisce l’episodio un “chiaro superamento delle consuetudini diplomatiche e dei trattati internazionali”.
Nel testo si legge che le autorità di Bengasi hanno considerato il comportamento della delegazione europea una “mancanza di rispetto alla sovranità nazionale libica e una palese violazione delle leggi del Paese”, sottolineando inoltre “il mancato rispetto delle procedure di ingresso e soggiorno dei diplomatici stranieri stabilite dal governo libico”.
La nota aggiunge che “dopo l’arrivo della delegazione all’aeroporto internazionale di Benina”, le autorità hanno ritenuto necessario notificare ai funzionari europei “l’obbligo di lasciare immediatamente il territorio libico e considerarli persone non gradite”.
Il governo di Hammad ha inoltre ribadito “a tutti i diplomatici e membri delle missioni internazionali e delle organizzazioni non governative e governative l’importanza di rispettare pienamente la sovranità dello Stato libico”, attenendosi “alle leggi e ai regolamenti in vigore” e riconoscendo “le prerogative delle autorità libiche nel disciplinare le visite ufficiali”.
Il premier ha quindi invitato tutte le parti a “coordinarsi con il governo libico” in vista di futuri incontri diplomatici, sottolineando che eventuali future violazioni saranno gestite “secondo quanto previsto da accordi e trattati internazionali”.
La visita a Bengasi dei ministri sarebbe saltata sul nascere, a causa di una “imboscata diplomatica”. Secondo quanto riferiscono fonti informate a “Agenzia Nova”, l’episodio ha preso una piega imprevista già al momento dell’atterraggio dell’aereo con a bordo la delegazione europea, quando a scendere per primo è stato l’ambasciatore dell’Unione europea in Libia, Nicola Orlando.
Sul piazzale dell’aeroporto di Benina, tuttavia, ad accogliere la delegazione non c’erano gli interlocutori previsti dai protocolli definiti nei giorni precedenti. Al loro posto, erano presenti rappresentanti del Governo di stabilità nazionale guidato da Osama Hammad, premier designato dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk ma non riconosciuto dalla comunità internazionale.
La visita – precisano le fonti – era stata concordata con Khalifa Haftar, comandante generale dell’Esercito nazionale libico (ENL), e non con le autorità governative dell’Est.
Secondo questa ricostruzione nessun elemento andrebbe letto in chiave bilaterale contro l’Italia o altri Paesi membri dell’Unione europea: la questione è squisitamente legata ai delicati equilibri istituzionali in Libia e alle dispute di legittimità tra i diversi attori libici.
La delegazione europea ha chiesto di evitare foto ufficiali con gli interlocutori libici presenti all’aeroporto – diversi da quelli previsti dal protocollo – per non attribuire un riconoscimento formale al governo di Hammad, rimanendo però disponibile – come segno di rispetto – a incontrare le autorità locali in modo informale e senza esposizione mediatica.
A quel punto è scattata la reazione da parte libica con la dichiarazione che la visita non avrebbe più avuto luogo.
Secondo le fonti di “Agenzia Nova” – una delle fonti più informate sulla situazione libica – si è trattato di un’azione deliberata da parte del governo di Hammad, probabilmente finalizzata a ribadire la richiesta di pieno riconoscimento politico.
Secondo due analisti sentiti dall’Agenzia Nova, il blocco della delegazione europea all’aeroporto di Bengasi sarebbe anche il riflesso di una crisi diplomatica sempre più profonda tra il governo dell’Est libico e la Grecia. “Le relazioni tra Bengasi e Atene sono oggi estremamente deteriorate, anche per via del potenziale avvicinamento della Libia orientale alla Turchia e dell’eventuale ratifica del memorandum marittimo turco-libico da parte delle autorità dell’Est”. Sullo sfondo c’è l’allargamento della Zona Economica Esclusiva libica e il suo ricongiungimento con quella della Turchia.
Secondo un altro osservatore “Il gesto di Hammad – dichiarare persona non grata la delegazione europea – può essere letto anche come un tentativo di affermarsi come interlocutore politico autonomo, rafforzando la propria posizione nella complessa gerarchia del potere cirenaico”, afferma un analista dell’Istituto Internazionale di Studi Strategici.
Fonte
La visita dei ministri dell’Interno di Italia, Grecia e Malta – Matteo Piantedosi, Thanos Plevris e Byron Camilleri – e del commissario europeo per le Migrazioni, Magnus Brunner, è stata così annullata.
A molti è venuto quasi istintivo invocare una sorta di legge del contrappasso per il ministro Piantedosi – l’espulsore che viene espulso a sua volta – ma la vicenda appare più complessa delle apparenze.
Ai componenti della missione, di cui fanno parte i ministri dell’Interno di Italia, Grecia e Malta e il commissario europeo per le Migrazioni, Magnus Brunner, è stato comunicato che “devono lasciare immediatamente il territorio libico in quanto persone non gradite”.
Il comunicato ufficiale porta la firma del capo del governo libico dell’est, Osama Hammad, e definisce l’episodio un “chiaro superamento delle consuetudini diplomatiche e dei trattati internazionali”.
Nel testo si legge che le autorità di Bengasi hanno considerato il comportamento della delegazione europea una “mancanza di rispetto alla sovranità nazionale libica e una palese violazione delle leggi del Paese”, sottolineando inoltre “il mancato rispetto delle procedure di ingresso e soggiorno dei diplomatici stranieri stabilite dal governo libico”.
La nota aggiunge che “dopo l’arrivo della delegazione all’aeroporto internazionale di Benina”, le autorità hanno ritenuto necessario notificare ai funzionari europei “l’obbligo di lasciare immediatamente il territorio libico e considerarli persone non gradite”.
Il governo di Hammad ha inoltre ribadito “a tutti i diplomatici e membri delle missioni internazionali e delle organizzazioni non governative e governative l’importanza di rispettare pienamente la sovranità dello Stato libico”, attenendosi “alle leggi e ai regolamenti in vigore” e riconoscendo “le prerogative delle autorità libiche nel disciplinare le visite ufficiali”.
Il premier ha quindi invitato tutte le parti a “coordinarsi con il governo libico” in vista di futuri incontri diplomatici, sottolineando che eventuali future violazioni saranno gestite “secondo quanto previsto da accordi e trattati internazionali”.
La visita a Bengasi dei ministri sarebbe saltata sul nascere, a causa di una “imboscata diplomatica”. Secondo quanto riferiscono fonti informate a “Agenzia Nova”, l’episodio ha preso una piega imprevista già al momento dell’atterraggio dell’aereo con a bordo la delegazione europea, quando a scendere per primo è stato l’ambasciatore dell’Unione europea in Libia, Nicola Orlando.
Sul piazzale dell’aeroporto di Benina, tuttavia, ad accogliere la delegazione non c’erano gli interlocutori previsti dai protocolli definiti nei giorni precedenti. Al loro posto, erano presenti rappresentanti del Governo di stabilità nazionale guidato da Osama Hammad, premier designato dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk ma non riconosciuto dalla comunità internazionale.
La visita – precisano le fonti – era stata concordata con Khalifa Haftar, comandante generale dell’Esercito nazionale libico (ENL), e non con le autorità governative dell’Est.
Secondo questa ricostruzione nessun elemento andrebbe letto in chiave bilaterale contro l’Italia o altri Paesi membri dell’Unione europea: la questione è squisitamente legata ai delicati equilibri istituzionali in Libia e alle dispute di legittimità tra i diversi attori libici.
La delegazione europea ha chiesto di evitare foto ufficiali con gli interlocutori libici presenti all’aeroporto – diversi da quelli previsti dal protocollo – per non attribuire un riconoscimento formale al governo di Hammad, rimanendo però disponibile – come segno di rispetto – a incontrare le autorità locali in modo informale e senza esposizione mediatica.
A quel punto è scattata la reazione da parte libica con la dichiarazione che la visita non avrebbe più avuto luogo.
Secondo le fonti di “Agenzia Nova” – una delle fonti più informate sulla situazione libica – si è trattato di un’azione deliberata da parte del governo di Hammad, probabilmente finalizzata a ribadire la richiesta di pieno riconoscimento politico.
Secondo due analisti sentiti dall’Agenzia Nova, il blocco della delegazione europea all’aeroporto di Bengasi sarebbe anche il riflesso di una crisi diplomatica sempre più profonda tra il governo dell’Est libico e la Grecia. “Le relazioni tra Bengasi e Atene sono oggi estremamente deteriorate, anche per via del potenziale avvicinamento della Libia orientale alla Turchia e dell’eventuale ratifica del memorandum marittimo turco-libico da parte delle autorità dell’Est”. Sullo sfondo c’è l’allargamento della Zona Economica Esclusiva libica e il suo ricongiungimento con quella della Turchia.
Secondo un altro osservatore “Il gesto di Hammad – dichiarare persona non grata la delegazione europea – può essere letto anche come un tentativo di affermarsi come interlocutore politico autonomo, rafforzando la propria posizione nella complessa gerarchia del potere cirenaico”, afferma un analista dell’Istituto Internazionale di Studi Strategici.
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31/08/2023
Libia - La “furbata” con Israele colpo di grazia per il governo di Tripoli?
Le manifestazioni di protesta in Libia per l’incontro segreto avvenuto la scorsa settimana a Roma tra i ministri degli Esteri di Libia e Israele, sono arrivate fino all’assalto alla residenza dell’attuale premier Dabaiba e potrebbero avere pesanti conseguenze sulla stabilità del Governo di unità nazionale della Libia “riconosciuto” dalla comunità internazionale.
La ministra degli Esteri libica è fuggita a Londra, dopo aver lasciato il Paese a bordo di un jet privato.
Le proteste anti-governative e anti-israeliane si sono svolte sia nella capitale Tripoli che in altre città libiche come Zawiya e Misurata, sede di potenti milizie che non solo rifiutano ogni normalizzazione con Israele, ma adesso chiedono anche le dimissioni del premier “ad interim”, Abdulhamid Dabaiba.
Fonti libiche indicano che l’incontro informale tra Mangoush e Cohen era stato autorizzato dal capo dell’esecutivo, che ieri si è affrettato a visitare l’ambasciata palestinese a Tripoli, annunciando la rimozione di Mangoush dall’incarico e ribadendo un secco “no” a ogni tentativo di instaurare relazioni con Israele, ma potrebbe essere una mossa tardiva.
La Camera dei rappresentanti libica – da tempo in rotta con il premier Dabaiba – ha raccomandato che il Comitato 6+6 per redigere le “regole” per andare alle auspicate elezioni (forse nel 2024) non permetta a chi abbia avuto contatti con Israele di candidarsi alle elezioni.
Pochi giorni fa, il governo libico di Tripoli riconosciuto dalle Nazioni Unite aveva subito un duro colpo dagli Stati Uniti, che per la prima volta avevano sostenuto l’idea di insediare un nuovo governo tecnico per traghettare il Paese alle elezioni, scaricando di fatto Dabaiba.
Intanto a est della Libia l’Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar ha rafforzato i rapporti con Mosca grazie alla visita a Bengasi del viceministro russo Yunus-Bek Yevkurov.
Sul campo la Brigata Tariq bin Ziyad di Saddam Haftar, figlio dell’uomo forte della Cirenaica, ha lanciato un’operazione militare di terra e aerea contro i gruppi dell’opposizione ciadiana e le milizie delle tribù Tebu nel Fezzan, la regione meridionale libica ricca di petrolio e miniere d’oro al confine con Ciad e Niger.
È la conferma che la Libia rimane un paese instabile, teatro di scontri e divisioni tra coalizioni politiche e militari rivali, di fatto senza un governo eletto ma solo “riconosciuto” e legittimato dall’estero ma inconsistente all’interno del paese.
Fonte
La ministra degli Esteri libica è fuggita a Londra, dopo aver lasciato il Paese a bordo di un jet privato.
Le proteste anti-governative e anti-israeliane si sono svolte sia nella capitale Tripoli che in altre città libiche come Zawiya e Misurata, sede di potenti milizie che non solo rifiutano ogni normalizzazione con Israele, ma adesso chiedono anche le dimissioni del premier “ad interim”, Abdulhamid Dabaiba.
Fonti libiche indicano che l’incontro informale tra Mangoush e Cohen era stato autorizzato dal capo dell’esecutivo, che ieri si è affrettato a visitare l’ambasciata palestinese a Tripoli, annunciando la rimozione di Mangoush dall’incarico e ribadendo un secco “no” a ogni tentativo di instaurare relazioni con Israele, ma potrebbe essere una mossa tardiva.
La Camera dei rappresentanti libica – da tempo in rotta con il premier Dabaiba – ha raccomandato che il Comitato 6+6 per redigere le “regole” per andare alle auspicate elezioni (forse nel 2024) non permetta a chi abbia avuto contatti con Israele di candidarsi alle elezioni.
Pochi giorni fa, il governo libico di Tripoli riconosciuto dalle Nazioni Unite aveva subito un duro colpo dagli Stati Uniti, che per la prima volta avevano sostenuto l’idea di insediare un nuovo governo tecnico per traghettare il Paese alle elezioni, scaricando di fatto Dabaiba.
Intanto a est della Libia l’Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar ha rafforzato i rapporti con Mosca grazie alla visita a Bengasi del viceministro russo Yunus-Bek Yevkurov.
Sul campo la Brigata Tariq bin Ziyad di Saddam Haftar, figlio dell’uomo forte della Cirenaica, ha lanciato un’operazione militare di terra e aerea contro i gruppi dell’opposizione ciadiana e le milizie delle tribù Tebu nel Fezzan, la regione meridionale libica ricca di petrolio e miniere d’oro al confine con Ciad e Niger.
È la conferma che la Libia rimane un paese instabile, teatro di scontri e divisioni tra coalizioni politiche e militari rivali, di fatto senza un governo eletto ma solo “riconosciuto” e legittimato dall’estero ma inconsistente all’interno del paese.
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30/08/2023
Tajani si fida degli israeliani, media l’incontro segreto con la Libia e cade nella trappola
di Alberto Negri
Come se non bastassero l’indomabile instabilità libica (55 morti in scontri tra fazioni tripoline a cavallo di ferragosto) e la tragica questione dei migranti, il ministro degli esteri italiano Tajani ha favorito la scorsa settimana un incontro segreto a Roma tra il capo della diplomazia israeliana e la ministra libica Mangoush (data per «sospesa» e in «viaggio» verso la Turchia).
Gli israeliani sui media hanno fatto trapelare la notizia ed è scoppiato un putiferio in Libia: sono esplose le proteste popolari – anche manovrate ad arte – e soprattutto l’esecutivo di Daibaba, quello con cui tratta Roma, appare sempre più in difficoltà.
Insomma, l’Italia e il suo alleato libico sono caduti in una trappola assolutamente da evitare. Se gli Stati Uniti – che finalmente dopo oltre due anni di assenza hanno inviato un ambasciatore a Roma – intendono allargare il Patto di Abramo tra Israele e i Paesi arabi forse è il caso di lasciarlo fare a loro: a noi non ne viene in tasca nulla (anzi), se non una medaglietta per un governo che discetta di un fantomatico Piano Mattei per l’Africa senza neppure avere i soldi per varare una legge finanziaria decente.
Tajani deve essersi accorto di essere scivolato sulla classica buccia di banana visto che, intervistato in tv per delucidazioni sull’incontro, ha seccamente risposto: «Beh, questi sono rapporti tra due Paesi stranieri». Un po’ poco per essere il ministro degli esteri, parole così banali che rivelano tutto l’imbarazzo per la vicenda.
Al di là delle plausibili buone intenzioni di pacificazione tra stati e popoli e di voler giocare un ruolo nel Mediterraneo, l’Italia non può ignorare la questione palestinese per cui Israele vìola sistematicamente tutte le risoluzioni dell’Onu. Insomma ci siamo infilati in un ginepraio.
Ma in questo caso c’è dell’altro: la conduzione quasi dilettantesca di una manovra diplomatica che doveva restare segreta. Non si capisce come e perché il ministro si sia fidato così degli israeliani.
Altro che incontro “storico” come lo hanno descritto alcune testate italiane: questa vicenda si sta rivelando un imbroglio che intorbida ancora di più le acque insidiose della palude libica e in un certo senso avvantaggia la Cirenaica in mano al generale Khalifa Haftar.
In primo luogo ne fa le spese la ministra degli esteri, Najla el Mangoush, sospesa e forse in fuga. È noto che già non godeva di molte simpatie in una società dove la parità di diritti è assai poco praticata ed era poco gradita anche perché aveva vissuto all’estero e ricopriva un posto molto ambito.
Mangoush prima di diventare irrintracciabile aveva diffuso la sua versione dell’incontro definendolo «casuale» ma la stampa israeliana ha persino pubblicato l’agenda del colloquio.
Secondo alcune fonti avrebbe agito di sua iniziativa ma sembra più che altro una versione per mettere una toppa maldestra alla vicenda: secondo i media israeliani l’incontro era stato ampiamente programmato.
E qui veniamo alle conseguenze per lo stesso governo di Daibaba, la Libia e l’Italia. Sono circa due anni che l’Onu, gli Usa e gli europei tentano invano di fare andare i libici alle urne, riportare l’unità e stabilizzare il Paese ma la contrapposizione tra Tripolitania e Cirenaica finora ha reso impossibile questo traguardo.
Il primo ministro libico è apparso recentemente in grandi difficoltà per gli scontri tra le milizie salafite di Tripoli che teoricamente rispondono ai suoi ordini. In realtà sia l’Onu che soprattutto gli Stati Uniti lo potrebbero anche scaricare: la carta del negoziato con Israele, che si poteva giocare in vista di nuove elezioni, è stata bruciata e forse si terrà in sella perché ci sono ben poche alternative.
Una cosa è certa: la Tripolitania di Daibaba, alleata della Turchia, appare anche più fragile della Cirenaica di Haftar sostenuta da Egitto, Russia, Emirati e in buoni rapporti con la Francia.
Il giorno prima della morte di Prighozin era arrivato a Tobruk il viceministro della difesa russo Yunus-Bek Yevkurov, ex leader della repubblica di Inguscezia, a maggioranza musulmana, brevemente arrestato dai combattenti di Wagner nel quartier generale di Rostov durante la loro ribellione in giugno.
Così Haftar si è assicurato con il Cremlino la continuità della missione della Wagner in Libia 24 ore prima che il suo capo uscisse di scena per sempre. Una strana coincidenza.
Ormai nessuno può vendere come una coincidenza l’incontro di Roma tra la ministra libica e quello israeliano. Nelle intenzioni una brillante iniziativa diplomatica segreta che si è rivelata una trappola.
Fonte
Come se non bastassero l’indomabile instabilità libica (55 morti in scontri tra fazioni tripoline a cavallo di ferragosto) e la tragica questione dei migranti, il ministro degli esteri italiano Tajani ha favorito la scorsa settimana un incontro segreto a Roma tra il capo della diplomazia israeliana e la ministra libica Mangoush (data per «sospesa» e in «viaggio» verso la Turchia).
Gli israeliani sui media hanno fatto trapelare la notizia ed è scoppiato un putiferio in Libia: sono esplose le proteste popolari – anche manovrate ad arte – e soprattutto l’esecutivo di Daibaba, quello con cui tratta Roma, appare sempre più in difficoltà.
Insomma, l’Italia e il suo alleato libico sono caduti in una trappola assolutamente da evitare. Se gli Stati Uniti – che finalmente dopo oltre due anni di assenza hanno inviato un ambasciatore a Roma – intendono allargare il Patto di Abramo tra Israele e i Paesi arabi forse è il caso di lasciarlo fare a loro: a noi non ne viene in tasca nulla (anzi), se non una medaglietta per un governo che discetta di un fantomatico Piano Mattei per l’Africa senza neppure avere i soldi per varare una legge finanziaria decente.
Tajani deve essersi accorto di essere scivolato sulla classica buccia di banana visto che, intervistato in tv per delucidazioni sull’incontro, ha seccamente risposto: «Beh, questi sono rapporti tra due Paesi stranieri». Un po’ poco per essere il ministro degli esteri, parole così banali che rivelano tutto l’imbarazzo per la vicenda.
Al di là delle plausibili buone intenzioni di pacificazione tra stati e popoli e di voler giocare un ruolo nel Mediterraneo, l’Italia non può ignorare la questione palestinese per cui Israele vìola sistematicamente tutte le risoluzioni dell’Onu. Insomma ci siamo infilati in un ginepraio.
Ma in questo caso c’è dell’altro: la conduzione quasi dilettantesca di una manovra diplomatica che doveva restare segreta. Non si capisce come e perché il ministro si sia fidato così degli israeliani.
Altro che incontro “storico” come lo hanno descritto alcune testate italiane: questa vicenda si sta rivelando un imbroglio che intorbida ancora di più le acque insidiose della palude libica e in un certo senso avvantaggia la Cirenaica in mano al generale Khalifa Haftar.
In primo luogo ne fa le spese la ministra degli esteri, Najla el Mangoush, sospesa e forse in fuga. È noto che già non godeva di molte simpatie in una società dove la parità di diritti è assai poco praticata ed era poco gradita anche perché aveva vissuto all’estero e ricopriva un posto molto ambito.
Mangoush prima di diventare irrintracciabile aveva diffuso la sua versione dell’incontro definendolo «casuale» ma la stampa israeliana ha persino pubblicato l’agenda del colloquio.
Secondo alcune fonti avrebbe agito di sua iniziativa ma sembra più che altro una versione per mettere una toppa maldestra alla vicenda: secondo i media israeliani l’incontro era stato ampiamente programmato.
E qui veniamo alle conseguenze per lo stesso governo di Daibaba, la Libia e l’Italia. Sono circa due anni che l’Onu, gli Usa e gli europei tentano invano di fare andare i libici alle urne, riportare l’unità e stabilizzare il Paese ma la contrapposizione tra Tripolitania e Cirenaica finora ha reso impossibile questo traguardo.
Il primo ministro libico è apparso recentemente in grandi difficoltà per gli scontri tra le milizie salafite di Tripoli che teoricamente rispondono ai suoi ordini. In realtà sia l’Onu che soprattutto gli Stati Uniti lo potrebbero anche scaricare: la carta del negoziato con Israele, che si poteva giocare in vista di nuove elezioni, è stata bruciata e forse si terrà in sella perché ci sono ben poche alternative.
Una cosa è certa: la Tripolitania di Daibaba, alleata della Turchia, appare anche più fragile della Cirenaica di Haftar sostenuta da Egitto, Russia, Emirati e in buoni rapporti con la Francia.
Il giorno prima della morte di Prighozin era arrivato a Tobruk il viceministro della difesa russo Yunus-Bek Yevkurov, ex leader della repubblica di Inguscezia, a maggioranza musulmana, brevemente arrestato dai combattenti di Wagner nel quartier generale di Rostov durante la loro ribellione in giugno.
Così Haftar si è assicurato con il Cremlino la continuità della missione della Wagner in Libia 24 ore prima che il suo capo uscisse di scena per sempre. Una strana coincidenza.
Ormai nessuno può vendere come una coincidenza l’incontro di Roma tra la ministra libica e quello israeliano. Nelle intenzioni una brillante iniziativa diplomatica segreta che si è rivelata una trappola.
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27/08/2023
Libia - La situazione sul terreno torna a complicarsi
Le milizie dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) del generale Khalifa Haftar ha lanciato giovedi degli attacchi aerei contro “gruppi armati stranieri al confine tra Libia e Ciad. In precedenza, le forze della Cirenaica avevano annunciato l’inizio di “un’ampia operazione militare, di terra e aerea, al confine libico-ciadiano”.
“Non permetteremo che il nostro Paese sia una base d’appoggio per qualsiasi gruppo o formazione armata che rappresenti una minaccia per i nostri vicini o lanci qualsiasi azione illegale”, ha dichiarato il portavoce del LNA Al Mismari, sottolineando che verrà preservato “il principio di non ingerenza negli affari interni dei paesi amici, fraterni e vicini e nei loro problemi politici”. L’operazione militare “via terra e via aerea non si fermerà finché non saranno raggiunti gli obiettivi fissati dal Comando generale”, ha detto il portavoce.
La ben informata agenzia Nova riferisce che giovedì 24 agosto, la Brigata Tariq bin Ziyad, guidata da Saddam Haftar, il figlio del generale Haftar, si era scontrata con alcuni gruppi armati nella città di Umm al Aranib, 250 chilometri a sud-est di Sebha, principale città della regione sud-occidentale libica del Fezzan.
La zona di confine tra Libia e Ciad è da qualche tempo teatro di rinnovate tensioni dopo che l’esercito ciadiano ha preso di mira, pochi giorni fa, il Fronte per l’alternanza e la concordia in Ciad (Fact), organizzazione paramilitare e politica di opposizione al governo militare del Ciad molto legato alla Francia e agli Stati Uniti. Nel paese ci sono migliaia di militari delle due potenze occidentali.
La situazione al confine tra Libia e Ciad si è fatta talmente tesa e confusa che l’ambasciata di Francia a Tripoli ha sentito il dovere di “smentire le false informazioni diffuse da alcuni organi di stampa e sui social network sul coinvolgimento francese nelle operazioni militari in Libia”.
Qualsiasi escalation della situazione in Niger avrà un impatto negativo sul territorio libico e sulla sicurezza della Libia. Lo ha detto Ahmed al Mismari, portavoce dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) comandato dal generale Khalifa Haftar, parlando ieri sera ai media libici e ripresi dall’agenzia Nova. “L’operazione militare che abbiamo lanciato prende di mira la regione sud-occidentale vicino ai confini con il Ciad e il Niger”, ha spiegato al Mismari, riferendosi all’avvio di una campagna di terra e aerea contro i gruppi dell’opposizione ciadiana nella regione sud-occidentale libica del Fezzan. “Questo territorio è stato testimone negli ultimi tempi dell’arrivo illegale di molte famiglie ciadiane, che hanno costituto una testa di ponte per l’immigrazione irregolare”, ha aggiunto il portavoce. La regione meridionale della Libia, a detta di Al Mismari, “è diventata un rifugio per criminali e terroristi in fuga attraverso le frontiere terrestri dei Paesi vicini”. Da parte loro, i rappresentanti dei Tebu, tribù di ceppo etiope presente nella Libia meridionale ma anche in Niger e Ciad, hanno accusato le forze di Haftar di “pulizia etnica” tramite l’insediamento, al loro posto, dei clan arabi con il pretesto di combattere i ribelli armati ciadiani.
La fortissima instabilità della zona di confine tra Libia e Ciad, soprattutto nel Fezzan, si accompagna alla secessione de facto della Libia in due entità diverse e contrapposte.
“La Libia oggi ha due governi, uno a est e uno a ovest. Se continua così, la Libia potrebbe andare verso una divisione a lungo termine perdendo la sua sovranità e integrità territoriale. Il popolo libico è molto preoccupato per questo, vuole che il Paese rimanga una nazione unita”, ha dichiarato il rappresentante speciale dell’Onu Abdoulaye Bathily.
La ex Jamahiriya libica edificata da Muammar Gheddafi, brutalmente ucciso nel colpo di stato del 2011, è sostanzialmente divisa in due coalizioni politiche e militari rivali: da una parte il Governo di unità nazionale con sede a Tripoli del premier Abdulhamid Dabaiba, riconosciuto dalla comunità internazionale e appoggiato soprattutto dalla Turchia; dall’altra il Governo di stabilità nazionale, di fatto un esecutivo parallelo basato in Cirenaica e sostenuto dall’Egitto, in cui l’uomo forte è il generale Khalifa Haftar. Per uscire dallo stallo politico, l’inviato dell’Onu aveva lanciato, il 27 febbraio scorso, un piano per redigere gli emendamenti costituzionali e le leggi elettorali necessarie per tenere elezioni “libere, inclusive e trasparenti” entro il 2023. Tuttavia, il termine ultimo proposto da Bathily per preparare la tabella di marcia è scaduto il 15 giugno e lo stesso inviato ha detto che lo “status quo” non è più tollerabile
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“Non permetteremo che il nostro Paese sia una base d’appoggio per qualsiasi gruppo o formazione armata che rappresenti una minaccia per i nostri vicini o lanci qualsiasi azione illegale”, ha dichiarato il portavoce del LNA Al Mismari, sottolineando che verrà preservato “il principio di non ingerenza negli affari interni dei paesi amici, fraterni e vicini e nei loro problemi politici”. L’operazione militare “via terra e via aerea non si fermerà finché non saranno raggiunti gli obiettivi fissati dal Comando generale”, ha detto il portavoce.
La ben informata agenzia Nova riferisce che giovedì 24 agosto, la Brigata Tariq bin Ziyad, guidata da Saddam Haftar, il figlio del generale Haftar, si era scontrata con alcuni gruppi armati nella città di Umm al Aranib, 250 chilometri a sud-est di Sebha, principale città della regione sud-occidentale libica del Fezzan.
La zona di confine tra Libia e Ciad è da qualche tempo teatro di rinnovate tensioni dopo che l’esercito ciadiano ha preso di mira, pochi giorni fa, il Fronte per l’alternanza e la concordia in Ciad (Fact), organizzazione paramilitare e politica di opposizione al governo militare del Ciad molto legato alla Francia e agli Stati Uniti. Nel paese ci sono migliaia di militari delle due potenze occidentali.
La situazione al confine tra Libia e Ciad si è fatta talmente tesa e confusa che l’ambasciata di Francia a Tripoli ha sentito il dovere di “smentire le false informazioni diffuse da alcuni organi di stampa e sui social network sul coinvolgimento francese nelle operazioni militari in Libia”.
Qualsiasi escalation della situazione in Niger avrà un impatto negativo sul territorio libico e sulla sicurezza della Libia. Lo ha detto Ahmed al Mismari, portavoce dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) comandato dal generale Khalifa Haftar, parlando ieri sera ai media libici e ripresi dall’agenzia Nova. “L’operazione militare che abbiamo lanciato prende di mira la regione sud-occidentale vicino ai confini con il Ciad e il Niger”, ha spiegato al Mismari, riferendosi all’avvio di una campagna di terra e aerea contro i gruppi dell’opposizione ciadiana nella regione sud-occidentale libica del Fezzan. “Questo territorio è stato testimone negli ultimi tempi dell’arrivo illegale di molte famiglie ciadiane, che hanno costituto una testa di ponte per l’immigrazione irregolare”, ha aggiunto il portavoce. La regione meridionale della Libia, a detta di Al Mismari, “è diventata un rifugio per criminali e terroristi in fuga attraverso le frontiere terrestri dei Paesi vicini”. Da parte loro, i rappresentanti dei Tebu, tribù di ceppo etiope presente nella Libia meridionale ma anche in Niger e Ciad, hanno accusato le forze di Haftar di “pulizia etnica” tramite l’insediamento, al loro posto, dei clan arabi con il pretesto di combattere i ribelli armati ciadiani.
La fortissima instabilità della zona di confine tra Libia e Ciad, soprattutto nel Fezzan, si accompagna alla secessione de facto della Libia in due entità diverse e contrapposte.
“La Libia oggi ha due governi, uno a est e uno a ovest. Se continua così, la Libia potrebbe andare verso una divisione a lungo termine perdendo la sua sovranità e integrità territoriale. Il popolo libico è molto preoccupato per questo, vuole che il Paese rimanga una nazione unita”, ha dichiarato il rappresentante speciale dell’Onu Abdoulaye Bathily.
La ex Jamahiriya libica edificata da Muammar Gheddafi, brutalmente ucciso nel colpo di stato del 2011, è sostanzialmente divisa in due coalizioni politiche e militari rivali: da una parte il Governo di unità nazionale con sede a Tripoli del premier Abdulhamid Dabaiba, riconosciuto dalla comunità internazionale e appoggiato soprattutto dalla Turchia; dall’altra il Governo di stabilità nazionale, di fatto un esecutivo parallelo basato in Cirenaica e sostenuto dall’Egitto, in cui l’uomo forte è il generale Khalifa Haftar. Per uscire dallo stallo politico, l’inviato dell’Onu aveva lanciato, il 27 febbraio scorso, un piano per redigere gli emendamenti costituzionali e le leggi elettorali necessarie per tenere elezioni “libere, inclusive e trasparenti” entro il 2023. Tuttavia, il termine ultimo proposto da Bathily per preparare la tabella di marcia è scaduto il 15 giugno e lo stesso inviato ha detto che lo “status quo” non è più tollerabile
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29/01/2023
Quale scenario attende la Meloni in Libia?
La Meloni oggi è in visita in Libia. Dopo la tappa del Presidente del Consiglio in Algeria e la visita di Tajani in Egitto, il governo sta mostrando un certo attivismo verso i paesi della sponda sud del Mediterraneo. Anche nel dossier libico, come in quello algerino ed egiziano, appare evidente però che la politica estera la stia disegnando più l’Eni che la Farnesina. Ma la Libia per l’Italia è decisamente la realtà più rognosa. Quale situazione troverà sul campo la premier Meloni?
Da anni ormai la Libia è divisa tra due coalizioni politiche e militari rivali: da una parte il Governo di unità nazionale con sede a Tripoli del premier Abdulhamid Dabaiba, riconosciuto dalle Comunità internazionale e appoggiato dalla Turchia; dall’altra il Governo di stabilità nazionale basato a Tobruk e guidato dal premier designato Bashagha. Di fatto è un esecutivo parallelo basato in Cirenaica, sostenuto inizialmente da Egitto e Russia ma oggi apparentemente abbandonato a sé stesso.
Il leader di Tobruk, Bashaga, recentemente si è scagliato contro l’Eni, l’unica multinazionale a non aver mai abbandonato il Paese (nemmeno durante la guerra), che in più garantisce di fatto l’unica fonte di reddito del Paese, peraltro mentre i prezzi del petrolio sui mercati internazionali sono altissimi, e che si appresta ad investire diverse decine di miliardi di dollari in Libia. In un post su Twitter, Bashagha ha voluto inviare un “messaggio alla leadership di Eni: siamo venuti a conoscenza del fatto che avete iniziato discussioni con l’attuale dirigenza illegittima della Noc e con il passato Governo di unità nazionale, il cui mandato è scaduto lo scorso dicembre”.
Le discussioni, tenutesi nell’ambito Consiglio supremo libico per gli affari energetici convocato a Tripoli dal premier “ufficialmente riconosciuto” Dabaiba, “avevano come scopo la modifica delle quote delle partecipazioni nelle aree offshore libiche, a grave danno degli interessi sovrani della Libia e del suo popolo”, aggiunge Bashagha, chiedendo “di cessare immediatamente di portare avanti queste misure che danneggeranno le comuni e storiche relazioni tra Libia e Italia”.
Inoltre il capo dell’esecutivo parallelo basato a Tobruk ha avvertito che “coloro che rinunciano ai diritti dei libici e sfruttano la nostra grande nazione in un momento di difficoltà ne avranno la responsabilità legale e morale”. Tramite una dichiarazione ripresa dalla stampa libica, Bashagha ha aggiunto che “lo sfruttamento del cosiddetto Consiglio supremo libico per gli affari energetici per stringere accordi sospetti senza uno studio di fattibilità e la conoscenza dei loro benefici per lo Stato libico avrà conseguenze disastrose per tutti”. Il leader libico della Cirenaica ha anche messo in guardia “i partner stranieri dal trattare opportunisticamente le fonti di reddito dei libici sfruttando la divisione politica”.
La dichiarazione di fuoco di Bashagha – fin qui ignorata dall’Eni – ha colto l’occasione da una lettera indirizzata dal ministro del Petrolio e del gas del Governo di unità nazionale (Gun), Mohamed Aoun, al primo ministro Abdulhamid Dabaiba. Nella lettera, il ministro libico – da tempo escluso dai gangli decisionali del comparto energetico in Libia – accusa la National Oil Corporation libica di aver “violato le decisioni e le leggi che disciplinano la questione” per aver “avviato trattative in merito senza l’autorizzazione con decisione del Consiglio dei ministri”. Secondo Aoun, “non c’è necessità per rinegoziare i termini” delle intese con Eni, accusando l’azienda italiana di voler “approfittare delle fragili condizioni che la Libia sta attraversando”, aprendo un “precedente negativo che aprirà la porta ad altre compagnie petrolifere per richiedere la stessa procedura, il che farà perdere stabilità e continuità al modello contrattuale libico”.
L’agenzia Nova riferisce che, secondo il sito web d’informazione libico basato a Tripoli “Sada”, la compagnia italiana Eni avrebbe chiesto alle autorità libiche di modificare alcune importanti disposizioni relative al blocco di gas offshore NC41 (140 chilometri a nord-ovest di Tripoli) e al giacimento onshore a gas di Wafa. Occorre sottolineare che il ministero del Petrolio è stato fortemente depotenziato con l’istituzione del Consiglio libico supremo per gli affari energetici che fa capo al primo ministro Dabaiba in persona.
A dicembre il Consiglio supremo libico per gli affari energetici, ha effettivamente discusso della cooperazione nel settore degli idrocarburi con Eni, in particolare per quanto riguarda le aree esplorative A, B ed E. L’agenzia Nova segnala che l’incontro aveva esaminato anche il dossier delle energie da fonti rinnovabili, nonché le proposte e le raccomandazioni speciali da deferire al Consiglio dei ministri per prendere decisioni al riguardo. Spazio era stato dato anche alla strategia per lo sviluppo della produzione della National Oil Corporation, che per quanto riguarda il petrolio è stabile a 1,2 milioni di barili di petrolio con la prospettiva di raggiungere i livelli antecedenti al 2011 di 1,6 milioni di barili di petrolio nei prossimi mesi.
Nascono da questa situazione le dichiarazioni sempre più ruvide del premier del governo parallelo di Tobruk, Fathi Bashagha. Nei suoi interventi pubblici, l’ex ministro dell’Interno del Governo di accordo nazionale (Gna) utilizza toni sempre più aspri, battendo spesso il tasto sulla difesa della “sovranità” e del “cittadino libico” nel tentativo di recuperare consensi interni dopo alcune uscite a vuoto. Soprattutto dopo il maldestro tentativo di entrare a Tripoli con la forza il 27 agosto scorso, Bashagha ha perso gran parte della sua credibilità. Il tentato golpe, concluso con un tragico bilancio di 32 morti e 159 feriti, ha probabilmente segnato il punto più basso della carriera dell’ex uomo forte di Misurata ed oggi leader del governo parallelo a Tobruk.
Occorre segnalare anche che l’Italia in Libia un piccolo risultato l’ha raggiunto, ma sarebbe meglio dire che lo ha raggiunto Eni attraverso una Ong che ha agito da mediatrice.
A dicembre infatti le delegazioni delle tribù Aheli e Tebu di Murzuq, città situata nel sud-ovest della Libia, si sono riunite a Roma per un incontro definito da esse stesse “storico”. Le due tribù erano in conflitto da tempo e una aveva anche fatto da testa di ponte per l’offensiva del generale Haftar nel sud della Libia. L’obiettivo della riunione a Roma è stato la firma dell’accordo dallo slogan “La pace è buona”, un’intesa mediata dall’Italia e, in particolare, dall’organizzazione non governativa Ara Pacis Initiatives for Peace.
Murzuq e la regione del Fezzan rappresentano “una chiave per la stabilità e il benessere della Libia, che sono stabilità e benessere per l’Italia” ha dichiarato il responsabile della Farnesina per il Mediterraneo e il Medio Oriente Alfredo Conte presente alla firma dell’accordo.
Il sud della Libia e la stessa Murzuq rappresentano uno snodo cruciale per il contrabbando di merci come droga e sigarette, oltre che per il traffico di esseri umani. Ma la rilevanza di Murzuq, sta soprattutto nella sua vicinanza ai giacimenti petroliferi di El Feel e Sharara. Il primo è gestito dalla compagnia petrolifera statale libica National Oil Corporation (Noc) attraverso la società Mellitah Oil and Gas Company, compartecipata paritariamente con Eni.
A luglio proprio a El Feel c’è stata la ripresa delle attività di produzione e pompaggio dell’impianto, con tassi di estrazione previsti in circa 70 mila barili al giorno. Sharara, invece, è il più grande giacimento petrolifero della Libia e da solo vanta una produzione di circa 300 mila barili al giorno. Il giacimento è gestito però da una joint venture (Akakus) che riunisce la libica National Oil Corporation, la spagnola Repsol, la francese Total, l’austriaca Omv e la norvegese Statoil.
A dicembre però il leader libico di Tobruk Bashaga ha preso le distanza da uno dei suoi sponsor più importanti – l’Egitto di Al Sisi – sulla questione decisiva delle ZEE (Zone Economiche Esclusive) nel Mediterraneo. E questa sarà una delle rogne principali della visita di Meloni in Libia e per la politica estera italiana nella regione.
Il ministero degli Affari esteri del Governo di unità nazionale di Tripoli ha infatti respinto ufficialmente la decisione unilaterale dell’Egitto di delimitare i suoi confini marittimi occidentali, considerandola come una violazione delle sue acque territoriali e della piattaforma continentale dello Stato libico. A dicembre il presidente dell’Egitto, Abdel Fattah al Sisi, ha firmato un decreto presidenziale per definire i confini occidentali della propria Zona economica esclusiva (ZEE) senza però contemplare il parere della parte interessata, ovvero la Libia. La nuova definizione dei confini marittimi occidentali delle acque dell’Egitto si contrappone a tutti gli accordi stipulati dal governo libico di Tripoli con la Turchia: sia al memorandum turco-libico del 2019, sia ai più recenti accordi di ottobre 2022.
Infine ci sono i rapporti delle varie fazioni libiche con Washington che fino ad oggi è rimasto molto sullo sfondo. Il leader del governo parallelo di Tobruk, Bashagha, si è espresso contro l’estradizione negli Stati Uniti dell’ex agente dell’intelligence libica Abu Agila Mohammad Masud Kheir al Marimi, sospettato dell’attentato al volo Pan Am 103 a Lockerbie nel 1988.
Il premier libico del governo parallelo di Tobruk parla di atto “illegale e inaccettabile”. In un post su Facebook, il premier della Cirenaica ha affermato che la consegna di un cittadino libico a una parte straniera “è un processo pericoloso che ha avuto luogo al di fuori del sistema giudiziario e non può essere paragonato al processo che ha avuto luogo durante l’era del colonnello Muammar Gheddafi“, ritenendo quanto accaduto “un rapimento inaccettabile che viola la dignità dei libici e la sovranità del Paese”. Queste dichiarazioni hanno allontanato Bashagha dall’orbita di Washington, che già non vedevano di buon occhio gli ammiccamenti dei politici dell’est alla Russia. Eppure il capo della Cia recentemente si è incontrato proprio con l’uomo forte del governo parallelo di Tobruk: il generale Haftar.
Il direttore della Cia, Burns, oltre al governo di Tripoli, il 13 gennaio scorso, ha infatti incontrato a Bengasi anche l’uomo forte del governo parallelo di Tobruk. Gli Usa sono preoccupati dell’influenza della Russia e della presenza dei contractors della compagnia Wagner in Libia a sostegno del governo parallelo in Cirenaica.
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Da anni ormai la Libia è divisa tra due coalizioni politiche e militari rivali: da una parte il Governo di unità nazionale con sede a Tripoli del premier Abdulhamid Dabaiba, riconosciuto dalle Comunità internazionale e appoggiato dalla Turchia; dall’altra il Governo di stabilità nazionale basato a Tobruk e guidato dal premier designato Bashagha. Di fatto è un esecutivo parallelo basato in Cirenaica, sostenuto inizialmente da Egitto e Russia ma oggi apparentemente abbandonato a sé stesso.
Il leader di Tobruk, Bashaga, recentemente si è scagliato contro l’Eni, l’unica multinazionale a non aver mai abbandonato il Paese (nemmeno durante la guerra), che in più garantisce di fatto l’unica fonte di reddito del Paese, peraltro mentre i prezzi del petrolio sui mercati internazionali sono altissimi, e che si appresta ad investire diverse decine di miliardi di dollari in Libia. In un post su Twitter, Bashagha ha voluto inviare un “messaggio alla leadership di Eni: siamo venuti a conoscenza del fatto che avete iniziato discussioni con l’attuale dirigenza illegittima della Noc e con il passato Governo di unità nazionale, il cui mandato è scaduto lo scorso dicembre”.
Le discussioni, tenutesi nell’ambito Consiglio supremo libico per gli affari energetici convocato a Tripoli dal premier “ufficialmente riconosciuto” Dabaiba, “avevano come scopo la modifica delle quote delle partecipazioni nelle aree offshore libiche, a grave danno degli interessi sovrani della Libia e del suo popolo”, aggiunge Bashagha, chiedendo “di cessare immediatamente di portare avanti queste misure che danneggeranno le comuni e storiche relazioni tra Libia e Italia”.
Inoltre il capo dell’esecutivo parallelo basato a Tobruk ha avvertito che “coloro che rinunciano ai diritti dei libici e sfruttano la nostra grande nazione in un momento di difficoltà ne avranno la responsabilità legale e morale”. Tramite una dichiarazione ripresa dalla stampa libica, Bashagha ha aggiunto che “lo sfruttamento del cosiddetto Consiglio supremo libico per gli affari energetici per stringere accordi sospetti senza uno studio di fattibilità e la conoscenza dei loro benefici per lo Stato libico avrà conseguenze disastrose per tutti”. Il leader libico della Cirenaica ha anche messo in guardia “i partner stranieri dal trattare opportunisticamente le fonti di reddito dei libici sfruttando la divisione politica”.
La dichiarazione di fuoco di Bashagha – fin qui ignorata dall’Eni – ha colto l’occasione da una lettera indirizzata dal ministro del Petrolio e del gas del Governo di unità nazionale (Gun), Mohamed Aoun, al primo ministro Abdulhamid Dabaiba. Nella lettera, il ministro libico – da tempo escluso dai gangli decisionali del comparto energetico in Libia – accusa la National Oil Corporation libica di aver “violato le decisioni e le leggi che disciplinano la questione” per aver “avviato trattative in merito senza l’autorizzazione con decisione del Consiglio dei ministri”. Secondo Aoun, “non c’è necessità per rinegoziare i termini” delle intese con Eni, accusando l’azienda italiana di voler “approfittare delle fragili condizioni che la Libia sta attraversando”, aprendo un “precedente negativo che aprirà la porta ad altre compagnie petrolifere per richiedere la stessa procedura, il che farà perdere stabilità e continuità al modello contrattuale libico”.
L’agenzia Nova riferisce che, secondo il sito web d’informazione libico basato a Tripoli “Sada”, la compagnia italiana Eni avrebbe chiesto alle autorità libiche di modificare alcune importanti disposizioni relative al blocco di gas offshore NC41 (140 chilometri a nord-ovest di Tripoli) e al giacimento onshore a gas di Wafa. Occorre sottolineare che il ministero del Petrolio è stato fortemente depotenziato con l’istituzione del Consiglio libico supremo per gli affari energetici che fa capo al primo ministro Dabaiba in persona.
A dicembre il Consiglio supremo libico per gli affari energetici, ha effettivamente discusso della cooperazione nel settore degli idrocarburi con Eni, in particolare per quanto riguarda le aree esplorative A, B ed E. L’agenzia Nova segnala che l’incontro aveva esaminato anche il dossier delle energie da fonti rinnovabili, nonché le proposte e le raccomandazioni speciali da deferire al Consiglio dei ministri per prendere decisioni al riguardo. Spazio era stato dato anche alla strategia per lo sviluppo della produzione della National Oil Corporation, che per quanto riguarda il petrolio è stabile a 1,2 milioni di barili di petrolio con la prospettiva di raggiungere i livelli antecedenti al 2011 di 1,6 milioni di barili di petrolio nei prossimi mesi.
Nascono da questa situazione le dichiarazioni sempre più ruvide del premier del governo parallelo di Tobruk, Fathi Bashagha. Nei suoi interventi pubblici, l’ex ministro dell’Interno del Governo di accordo nazionale (Gna) utilizza toni sempre più aspri, battendo spesso il tasto sulla difesa della “sovranità” e del “cittadino libico” nel tentativo di recuperare consensi interni dopo alcune uscite a vuoto. Soprattutto dopo il maldestro tentativo di entrare a Tripoli con la forza il 27 agosto scorso, Bashagha ha perso gran parte della sua credibilità. Il tentato golpe, concluso con un tragico bilancio di 32 morti e 159 feriti, ha probabilmente segnato il punto più basso della carriera dell’ex uomo forte di Misurata ed oggi leader del governo parallelo a Tobruk.
Occorre segnalare anche che l’Italia in Libia un piccolo risultato l’ha raggiunto, ma sarebbe meglio dire che lo ha raggiunto Eni attraverso una Ong che ha agito da mediatrice.
A dicembre infatti le delegazioni delle tribù Aheli e Tebu di Murzuq, città situata nel sud-ovest della Libia, si sono riunite a Roma per un incontro definito da esse stesse “storico”. Le due tribù erano in conflitto da tempo e una aveva anche fatto da testa di ponte per l’offensiva del generale Haftar nel sud della Libia. L’obiettivo della riunione a Roma è stato la firma dell’accordo dallo slogan “La pace è buona”, un’intesa mediata dall’Italia e, in particolare, dall’organizzazione non governativa Ara Pacis Initiatives for Peace.
Murzuq e la regione del Fezzan rappresentano “una chiave per la stabilità e il benessere della Libia, che sono stabilità e benessere per l’Italia” ha dichiarato il responsabile della Farnesina per il Mediterraneo e il Medio Oriente Alfredo Conte presente alla firma dell’accordo.
Il sud della Libia e la stessa Murzuq rappresentano uno snodo cruciale per il contrabbando di merci come droga e sigarette, oltre che per il traffico di esseri umani. Ma la rilevanza di Murzuq, sta soprattutto nella sua vicinanza ai giacimenti petroliferi di El Feel e Sharara. Il primo è gestito dalla compagnia petrolifera statale libica National Oil Corporation (Noc) attraverso la società Mellitah Oil and Gas Company, compartecipata paritariamente con Eni.
A luglio proprio a El Feel c’è stata la ripresa delle attività di produzione e pompaggio dell’impianto, con tassi di estrazione previsti in circa 70 mila barili al giorno. Sharara, invece, è il più grande giacimento petrolifero della Libia e da solo vanta una produzione di circa 300 mila barili al giorno. Il giacimento è gestito però da una joint venture (Akakus) che riunisce la libica National Oil Corporation, la spagnola Repsol, la francese Total, l’austriaca Omv e la norvegese Statoil.
A dicembre però il leader libico di Tobruk Bashaga ha preso le distanza da uno dei suoi sponsor più importanti – l’Egitto di Al Sisi – sulla questione decisiva delle ZEE (Zone Economiche Esclusive) nel Mediterraneo. E questa sarà una delle rogne principali della visita di Meloni in Libia e per la politica estera italiana nella regione.
Il ministero degli Affari esteri del Governo di unità nazionale di Tripoli ha infatti respinto ufficialmente la decisione unilaterale dell’Egitto di delimitare i suoi confini marittimi occidentali, considerandola come una violazione delle sue acque territoriali e della piattaforma continentale dello Stato libico. A dicembre il presidente dell’Egitto, Abdel Fattah al Sisi, ha firmato un decreto presidenziale per definire i confini occidentali della propria Zona economica esclusiva (ZEE) senza però contemplare il parere della parte interessata, ovvero la Libia. La nuova definizione dei confini marittimi occidentali delle acque dell’Egitto si contrappone a tutti gli accordi stipulati dal governo libico di Tripoli con la Turchia: sia al memorandum turco-libico del 2019, sia ai più recenti accordi di ottobre 2022.
Infine ci sono i rapporti delle varie fazioni libiche con Washington che fino ad oggi è rimasto molto sullo sfondo. Il leader del governo parallelo di Tobruk, Bashagha, si è espresso contro l’estradizione negli Stati Uniti dell’ex agente dell’intelligence libica Abu Agila Mohammad Masud Kheir al Marimi, sospettato dell’attentato al volo Pan Am 103 a Lockerbie nel 1988.
Il premier libico del governo parallelo di Tobruk parla di atto “illegale e inaccettabile”. In un post su Facebook, il premier della Cirenaica ha affermato che la consegna di un cittadino libico a una parte straniera “è un processo pericoloso che ha avuto luogo al di fuori del sistema giudiziario e non può essere paragonato al processo che ha avuto luogo durante l’era del colonnello Muammar Gheddafi“, ritenendo quanto accaduto “un rapimento inaccettabile che viola la dignità dei libici e la sovranità del Paese”. Queste dichiarazioni hanno allontanato Bashagha dall’orbita di Washington, che già non vedevano di buon occhio gli ammiccamenti dei politici dell’est alla Russia. Eppure il capo della Cia recentemente si è incontrato proprio con l’uomo forte del governo parallelo di Tobruk: il generale Haftar.
Il direttore della Cia, Burns, oltre al governo di Tripoli, il 13 gennaio scorso, ha infatti incontrato a Bengasi anche l’uomo forte del governo parallelo di Tobruk. Gli Usa sono preoccupati dell’influenza della Russia e della presenza dei contractors della compagnia Wagner in Libia a sostegno del governo parallelo in Cirenaica.
Fonte
07/04/2014
Libia: dopo intervento militare Usa ribelli cedono sul petrolio
Durante la giornata di ieri i ribelli separatisti della Cirenaica hanno annunciato di aver raggiunto un accordo per la riapertura di alcuni porti e terminal petroliferi della regione orientale bloccati dalle loro milizie a partire dalla scorsa estate.
Senza ancora conferme governative, i ribelli sostengono che l'accordo riguarderebbe la riapertura di due dei tre porti nelle loro mani: si tratterebbe di Zueitina e Hariga. I portavoce del cosiddetto ‘governo della Cirenaica’ non hanno invece fatto alcuna menzione dei terminal di Es Sider né del porto di Ras Lanuf che quindi rimarrebbero nelle loro mani.
I negoziati erano iniziati mercoledì a Brega tra i ribelli delle regioni orientali che rivendicano l'indipendenza della Cirenaica, e rappresentanti del debole governo di Tripoli, nel tentativo di porre fine ad un braccio di ferro che dura da nove mesi e che ha causato il crollo della produzione di greggio libica, precipitata a soli 250.000 barili al giorno contro il milione e mezzo precedente.
A cambiare la situazione sicuramente è stato l'assalto due settimane fa nel Mediterraneo da parte dei Navy Seals degli Stati Uniti contro la petroliera nordcoreana Morning Glory, che aveva caricato greggio da uno dei porti controllati dai ribelli senza che la marina di Tripoli fosse in grado di bloccarla.
Una volta dimostrato chi comanda davvero in Libia – la marina USA – i ribelli probabilmente hanno cambiato strategia nell’impossibilità di poter esportare e vendere autonomamente il greggio estratto nei giacimenti della Cirenaica.
Comunque lunedì scorso, per propiziare il negoziato, il governo aveva ordinato la scarcerazione di tre miliziani ribelli arrestati sulla petroliera assaltata dai marines statunitensi. Inoltre l’intesa raggiunta – questa sera il governo di Tripoli informerà nel corso di una annunciata conferenza stampa – prevede inoltre il pagamento di un compenso ai ribelli di Bengasi, l’abbandono dei capi d’accusa a loro carico e il ritiro della minaccia di un’offensiva militare nella regione.
Fonte
Senza ancora conferme governative, i ribelli sostengono che l'accordo riguarderebbe la riapertura di due dei tre porti nelle loro mani: si tratterebbe di Zueitina e Hariga. I portavoce del cosiddetto ‘governo della Cirenaica’ non hanno invece fatto alcuna menzione dei terminal di Es Sider né del porto di Ras Lanuf che quindi rimarrebbero nelle loro mani.
I negoziati erano iniziati mercoledì a Brega tra i ribelli delle regioni orientali che rivendicano l'indipendenza della Cirenaica, e rappresentanti del debole governo di Tripoli, nel tentativo di porre fine ad un braccio di ferro che dura da nove mesi e che ha causato il crollo della produzione di greggio libica, precipitata a soli 250.000 barili al giorno contro il milione e mezzo precedente.
A cambiare la situazione sicuramente è stato l'assalto due settimane fa nel Mediterraneo da parte dei Navy Seals degli Stati Uniti contro la petroliera nordcoreana Morning Glory, che aveva caricato greggio da uno dei porti controllati dai ribelli senza che la marina di Tripoli fosse in grado di bloccarla.
Una volta dimostrato chi comanda davvero in Libia – la marina USA – i ribelli probabilmente hanno cambiato strategia nell’impossibilità di poter esportare e vendere autonomamente il greggio estratto nei giacimenti della Cirenaica.
Comunque lunedì scorso, per propiziare il negoziato, il governo aveva ordinato la scarcerazione di tre miliziani ribelli arrestati sulla petroliera assaltata dai marines statunitensi. Inoltre l’intesa raggiunta – questa sera il governo di Tripoli informerà nel corso di una annunciata conferenza stampa – prevede inoltre il pagamento di un compenso ai ribelli di Bengasi, l’abbandono dei capi d’accusa a loro carico e il ritiro della minaccia di un’offensiva militare nella regione.
Fonte
17/03/2014
Libia - Navy Seal Usa sequestrano una petroliera nordcoreana.
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Le forze d'assalto dei Navy Seals della Marina statunitense - raccontano le agenzie di stampa - hanno preso il controllo della petroliera nordcoreana Morning Glory che trasportava greggio - caricato illegalmente da ex ribelli - di proprietà della compagnia nazionale petrolifera libica. Lo ha reso noto lo stesso Pentagono. Sottolineiamo l'aggettivo "illegalmente", perché a buon diritto si potrebbe chiedere "in base a quale legge" - e di quale paese - forze armate statunitensi sequestrano una petroliera che aveva fatto il pieno - pagando il corrispettivo - in uno stato terzo?
Si apprende che lo avrebbero fatto "su richiesta dei governi libico e cipriota". E viene da chiedersi se gli Usa siano stati pagati per questa operazione, oppure se l'abbiano fatta "di buon grado", magari per chiarire chi è "il padrone di ultima istanza" del petrolio libico.
L’operazione, spiega il Pentagono, "ha avuto luogo domenica dopo le ore 22.00 al largo delle coste di Cipro"; la nave - nordcoreana, ripetiamo - sarà riportata indietro, nel poroto libcio di Sidra, per obbligarla a scaricare il greggio.
Tutto inizia con la "dichiarazione di indipendenza" della Cirenaica dal resto della Libia. Ricordiamo che propriio la ribellione di questa regione (delle tribù che l'abitano) aveva dato il via alla "rivolta contro Gheddafi" che poi i paesi occidentali avevano fornito di "copertura aerea" per scacciare e uccidere il vecchio Colonnello. Pecato che quelle tribù, come spiegato inutilmente dai gheddafiani allora, erano egemonizzate da wahabbiti qaedisti, che si sono poi resi protagonisti dell'uccisione dell'ambasciatore statunitense e poi dell'indipendenza.
E quindi avevano cominciato a vendere petrolio in proprio, anziché passare per le "sette sorelle" - o più - che hanno contratti con il "governo legittimo" (quello di Zeidan, cittadino tedesco fuggito a Berlino una settimana fa). Sabato scorso Abdo Rabbo Al Barassi, premier dell’autoproclamato governo della Cirenaica, lo aveva annunciato ufficialmente nel corso di una cerimonia.
La nave nordcoreana, dopo il carico, si era allontanata senza che la "marina libica" riuscisse a impederglielo. A questo punto sono intervenuti gli americani.
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13/03/2014
Destituito il premier, Libia sull’orlo della guerra civile
Sarebbe fuggito in Europa – più precisamente in Germania – l’ex presidente del consiglio libico, Ali Zeidan, sfiduciato l’altro ieri dal Parlamento provvisorio di Tripoli che ha nominato neopremier il ministro della Difesa, Abdullah al Thani. Alla destituzione è seguito un provvedimento della procura generale che ieri sera ha imposto all’ex primo ministro il divieto di espatrio per il suo presunto coinvolgimento in un caso di appropriazione indebita di fondi pubblici.
Ma lo storico oppositore di Gheddafi, designato alla guida del governo dal Congresso Generale Nazionale libico il 14 ottobre del 2012, aveva a quel punto già lasciato il Paese a bordo di un aereo. Dopo una sosta a Malta di qualche ora Zeidan è ripartito alla volta di un Paese straniero, ha precisato in un’intervista tv il premier maltese Joseph Muscat. Molto probabilmente la Germania, visto che Zeidan ha anche la nazionalità tedesca. Che la sua carriera politica fosse finita si era capito il 10 ottobre del 2013, quando un gruppo di uomini armati lo aveva rapito a Tripoli e poi rilasciato. Qualche giorno dopo era stato lo stesso uomo dell’Occidente a denunciare un tentativo di colpo di Stato e nel febbraio scorso le voci su un presunto ultimatum di sapore golpista e l’intimazione a dimettersi rivolto da alcune potenti milizie ai deputati del Congresso transitorio avevano ulteriormente accresciuto le preoccupazioni di Zeidan, fino alla sfiducia di martedì e alla fuga.
Dopo il repentino cambio di governo il presidente del Congresso, Nuri Abu Sahmain, ha immediatamente lanciato ai ribelli secessionisti della Cirenaica un ultimatum: entro due settimane devono togliere il blocco ai porti occupati e bloccati da mesi, altrimenti il governo centrale interverrà con la forza. Ma i leader separatisti si considerano di fatto indipendenti da Tripoli ed hanno cominciato a vendere – o almeno ci provano – il petrolio dei pozzi dell’est del paese bypassando completamente le autorità centrali. Giorni fa alcune imbarcazioni governative avevano bloccato e sequestrato una petroliera nord coreana che aveva ‘illegalmente’ caricato parecchie tonnellate di greggio.
In queste ore milizie fedeli al governo provenienti da Misurata avrebbero preso il controllo di infrastrutture chiave nella città di Sirte nel quadro di un’offensiva contro i ribelli che da luglio hanno il controllo dei terminal petroliferi dell’est. La conquista di una base aerea e di altre infrastrutture a Sirte è stata confermata da un portavoce dei ribelli inquadrati nelle cosiddette “Forze di difesa della Cirenaica”. L’avanzata delle unità governative dovrebbe puntare verso As Sidra, centro nevralgico per l’esportazione del greggio situato circa 180 chilometri a est di Sirte.
“Abbiamo deciso di concedere una scadenza massima di due settimane per la fine del blocco dei siti petroliferi” ha avvertito ieri il presidente del Congresso generale nazionale (Cgn, parlamento) Nouri Abou Sahmein, che è anche capo di stato maggiore delle alquanto deboli e sgangherate forze armate libiche. “Se l’ultimatum non dovesse essere rispettato, verrà attuata un’operazione militare in corso di preparazione” ha minacciato Abou Sahmein. Due giorni fa il parlamento libico ha ordinato la creazione di una Forza armata speciale per “liberare e rimuovere il blocco in vigore su tutti i porti petroliferi della Libia”. Nella nuova unità militare dovrebbero entrare a far parte sia soldati regolari sia ex ribelli che hanno combattuto contro il governo di Gheddafi nel 2011.
Ma la decisione del Congresso ha generato più di un’aggressione: per alcuni media ed osservatori un’operazione armata contro i ribelli delle “Forze di difesa della Cirenaica” potrebbe “far precipitare il paese nella guerra civile” oltre che provocare “una divisione territoriale netta”.
Ma la sospensione delle esportazioni di oro nero nei tre principali terminal petroliferi dell’est ha provocato un crollo delle entrate petrolifere nelle casse dello Stato e dopo mesi di blocco dei pozzi dell’est il governo ha deciso di tentare un rischioso colpo di mano.
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Riassunto della politica internazionale occidentale: la balcanizzazione del mondo, tranne il proprio ovviamente.
10/03/2014
Libia: scontro sul petrolio. Governo: “bombarderemo navi ribelli”
Si è detta pronta ad intervenire con la forza la Marina militare libica nel caso in cui la petroliera nord-coreana Morning Glory, ancorata da sabato nel porto di al Sedra (o al Sidra), ad est della capitale Tripoli, non dovesse allontanarsi, come ingiunto dalle autorità di Tripoli. Lo riferisce il quotidiano Libya Herald precisando che quattro navi delle forze libiche “stanno aspettando fuori dal porto” e “si stanno preparando all’uscita della petroliera” per scortarla verso un altro terminal portuale, dove sarà fermata per controlli a tappeto “prima che esca dalle acque territoriali libiche”.
Secondo molti analisti in realtà la marina libica non avrebbe a disposizione unità in grado di combattere. L’esercito conta poche migliaia di uomini mentre le milizie dei vari signori della guerra e tribù, almeno 300 secondo l’ultimo rapporto del Ce.Si, potrebbero contare su 100mila uomini armati. Decine di migliaia, in Cirenaica, molti dei quali legati a gruppi jihadisti.
Nel fine settimana si è infervorato lo scontro politico-diplomatico tra il governo libico e la proprietà della nave sotto accusa, ma soprattutto tra Tripoli e i ribelli separatisti della Cirenaica intenzionati ad esportare greggio senza passare per il governo centrale. Dallo scorso agosto gli insorti hanno il controllo dei tre principali porti orientali con l’obiettivo dichiarato di ottenere maggiore autonomia, praticamente totale, nella gestione delle risorse petrolifere.
Un “comitato di crisi” appositamente costituito da esponenti di governo e giuristi ha lanciato un ultimatum alla Morning Glory, scaduto ieri alle 14. Sul posto la situazione rimane tesa ed incerta. All’origine della nuova crisi sul petrolio della Cirenaica c’è un tentativo dei miliziani armati locali di “commettere un atto di pirateria” che “rappresenta una violazione della sovranità nazionale” ha dichiarato il ministro del Petrolio, Omar Shakmak, aggiungendo che “tocca al ministero della Difesa trattare con quella nave”. Poche ore prima, un portavoce dei ribelli indipendentisti aveva annunciato: “abbiamo cominciato ad esportare petrolio, è stato il nostro primo carico”.
Abb-Rabbo Albarassi, autoproclamatosi premier della Cirenaica indipendente, ha ribattuto di «aver tentato di raggiungere un accordo con il governo e Congresso di Tripoli ma loro non hanno voluto. Se ci attaccano risponderemo con le armi». La guerra civile libica non è ancora finita.
Lo scorso gennaio la marina militare ha già bloccato due imbarcazioni che stavano cercando di prelevare greggio dallo stesso porto di Sedra, senza alcuna autorizzazione da parte della National Oil Corporation (Noc). Anche in quel caso il governo aveva minacciato di bombardare ogni nave cisterna che avrebbe attraccato senza alcuna autorizzazione. A luglio dello scorso anno il settore petrolifero, vitale per le finanze pubbliche della Libia, è già stato messo in crisi dalle guardie addette alla sicurezza che hanno chiuso alcuni dei principali terminal di produzione ed esportazione, accusando le autorità di corruzione e rivendicando una distribuzione più equa delle entrate petrolifere. I successivi blocchi delle attività petrolifere hanno fatto calare la produzione quotidiana del 50%, causando perdite milionarie ad uno Stato che nei fatti non esiste più. La Libia dipende per il 90% dalla vendita di greggio e la produzione, dopo la ribellione a Est, cominciata nel maggio scorso, è scesa a soli 260mila barili giornalieri. Ai tempi di Gheddafi era 1,6 milioni.
La vicenda del porto di al Sedra si inserisce in un contesto di grande insicurezza in tutto l’est della Libia, dove sono attivi anche gruppi armati stranieri, e nel sud, teatro di violenti tensioni tra diverse comunità. Anche la situazione politica appare sempre più incerta con un braccio di ferro aperto tra il Congresso generale nazionale (parlamento) e il governo di Ali Zeidan.
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Secondo molti analisti in realtà la marina libica non avrebbe a disposizione unità in grado di combattere. L’esercito conta poche migliaia di uomini mentre le milizie dei vari signori della guerra e tribù, almeno 300 secondo l’ultimo rapporto del Ce.Si, potrebbero contare su 100mila uomini armati. Decine di migliaia, in Cirenaica, molti dei quali legati a gruppi jihadisti.
Nel fine settimana si è infervorato lo scontro politico-diplomatico tra il governo libico e la proprietà della nave sotto accusa, ma soprattutto tra Tripoli e i ribelli separatisti della Cirenaica intenzionati ad esportare greggio senza passare per il governo centrale. Dallo scorso agosto gli insorti hanno il controllo dei tre principali porti orientali con l’obiettivo dichiarato di ottenere maggiore autonomia, praticamente totale, nella gestione delle risorse petrolifere.
Un “comitato di crisi” appositamente costituito da esponenti di governo e giuristi ha lanciato un ultimatum alla Morning Glory, scaduto ieri alle 14. Sul posto la situazione rimane tesa ed incerta. All’origine della nuova crisi sul petrolio della Cirenaica c’è un tentativo dei miliziani armati locali di “commettere un atto di pirateria” che “rappresenta una violazione della sovranità nazionale” ha dichiarato il ministro del Petrolio, Omar Shakmak, aggiungendo che “tocca al ministero della Difesa trattare con quella nave”. Poche ore prima, un portavoce dei ribelli indipendentisti aveva annunciato: “abbiamo cominciato ad esportare petrolio, è stato il nostro primo carico”.
Abb-Rabbo Albarassi, autoproclamatosi premier della Cirenaica indipendente, ha ribattuto di «aver tentato di raggiungere un accordo con il governo e Congresso di Tripoli ma loro non hanno voluto. Se ci attaccano risponderemo con le armi». La guerra civile libica non è ancora finita.
Lo scorso gennaio la marina militare ha già bloccato due imbarcazioni che stavano cercando di prelevare greggio dallo stesso porto di Sedra, senza alcuna autorizzazione da parte della National Oil Corporation (Noc). Anche in quel caso il governo aveva minacciato di bombardare ogni nave cisterna che avrebbe attraccato senza alcuna autorizzazione. A luglio dello scorso anno il settore petrolifero, vitale per le finanze pubbliche della Libia, è già stato messo in crisi dalle guardie addette alla sicurezza che hanno chiuso alcuni dei principali terminal di produzione ed esportazione, accusando le autorità di corruzione e rivendicando una distribuzione più equa delle entrate petrolifere. I successivi blocchi delle attività petrolifere hanno fatto calare la produzione quotidiana del 50%, causando perdite milionarie ad uno Stato che nei fatti non esiste più. La Libia dipende per il 90% dalla vendita di greggio e la produzione, dopo la ribellione a Est, cominciata nel maggio scorso, è scesa a soli 260mila barili giornalieri. Ai tempi di Gheddafi era 1,6 milioni.
La vicenda del porto di al Sedra si inserisce in un contesto di grande insicurezza in tutto l’est della Libia, dove sono attivi anche gruppi armati stranieri, e nel sud, teatro di violenti tensioni tra diverse comunità. Anche la situazione politica appare sempre più incerta con un braccio di ferro aperto tra il Congresso generale nazionale (parlamento) e il governo di Ali Zeidan.
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12/11/2013
Libia in pezzi: la Cirenaica fonda compagnia petrolifera e Banca Centrale
La Libia rischia di esplodere. E in tempi brevi, anzi brevissimi. Il neo costituito ‘governo della Cirenaica’ composto da 24 ministri freschi freschi di nomina ha infatti annunciato ieri la creazione di una propria compagnia di gestione del gas e del petrolio che avrà come sede temporanea la città di Tobruk. E come se non bastasse i separatisti hanno deciso di fondare anche una Banca federale per la Cirenaica, una sorta di Banca Centrale locale. Teoricamente il distacco dalle autorità di Tripoli annunciato solo poche settimane fa avrebbe dovuto essere solo parziale, lasciando al governo centrale la responsabilità delle questioni fondamentali, ma l’annuncio di ieri da parte del “premier di Bengasi” Abd al Rabu al Barassi rende quella della Cirenaica una vera e propria separazione totale, alla quale il debole governo nazionale di Ali Zeidan non potrà non rispondere. Ma come?
Le scottanti novità sono state annunciate ieri dal capo dell’esecutivo della regione orientale della Libia nel corso di una conferenza stampa realizzata ad Ajdabiya, ad appena due settimane dalla creazione del governo locale. Qualche giorno fa Zeidan aveva denunciato alcuni “tentativi” da parte di alcune società petrolifere straniere di “stringere accordi illegittimi” per acquisire petrolio libico attraverso “canali non ufficiali”, annunciando che “in caso di azioni commerciali illegittime” il governo di Tripoli avrebbe reagito “con la forza”.
“Annuncio la creazione della Libya Oil and gas corp” ha detto al Barassi in un messaggio trasmesso alla televisione di stato, aggiungendo che “aspetteremo la risposta di Tripoli e del Fezzan, poi cominceremo a vendere il petrolio e metteremo da parte la quota regionale destinata all’ovest e al sud”.
La mossa dei ‘federalisti’ di Bengasi, come li definisce la stampa libica, giunge come una sfida aperta al governo libico già alle prese con un disperato tentativo di ristabilire il controllo sui terminal petroliferi nell’est del paese - Zueitina, Ras Lanouf e Sedra - assediati ormai da luglio da gruppi armati di vario tipo che ritardano o addirittura bloccano le esportazioni di greggio per ottenere finanziamenti e potere. Il governo di Tripoli accusa le milizie di voler mettere le mani su alcuni dei giacimenti più ricchi del paese mentre i ras locali accusano le autorità centrali di vendere il petrolio sottobanco senza redistribuire i proventi alle popolazioni locali. La Petroleum Facilities Guard, l’ex milizia separatista convertita in un'azienda con il controllo di pozzi e giacimenti della Libia orientale, ricatta da mesi Zeidan con una sequela di scioperi e blitz alle istituzioni del governo centrale.
Nel frattempo la produzione di greggio è letteralmente crollata, diminuendo dal milione e mezzo di barili al giorno di luglio agli attuali 100.000, con una perdita stimata di 10 miliardi di euro. Una tragedia per una paese che ricava ben il 95% dei suoi introiti dalla vendita del petrolio e del gas. Una tragedia anche per le ‘nuove’ autorità di Tripoli, al quale le spinte autonomiste dell’est rischiano di sottrarre la maggioranza dei giacimenti di idrocarburi, trasformando in una federazione di bantustan privi di risorse la Tripolitania e il Fezzan. Anche se è probabile che a soffiare sul fuoco delle rivendicazioni autonomiste del ‘governo’ della Cirenaica ci siano alcuni paesi stranieri e anche alcune compagnie petrolifere, da alcuni mesi è iniziata la fuga di alcune grandi major internazionali del petrolio, stanche dell’instabilità e dell’ingovernabilità del paese. Ad esempio la statunitense Marathon Oil starebbe progettando la cessione di una parte importante delle proprie proprietà in Libia. Anche l’italiana Eni, stando a quanto dichiarato dal ministro degli Esteri Emma Bonino, starebbe «pensando di chiudere dei pozzi» dopo gli attacchi al terminal di Mellitah.
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04/11/2013
Libia: lo strappo della Cirenaica
Procede rapido il distacco della Cirenaica dal resto di una Libia ridotta dall’invasione della Nato a un mosaico di instabili bantustan controllati dalle milizie e dai signori della guerra.
Dopo l’annuncio di pochi giorni fa, nelle ultime ore Ibrahim Jadhran, comandante della Guardia alle installazioni petrolifere nell’est del paese e a capo del sedicente Ufficio politico autonomo della Cirenaica, ha annunciato la composizione di un nuovo esecutivo della regione orientale “indipendente” da quello di Tripoli. Nel corso di una cerimonia svoltasi ad Ajdabiya, Jadhran ha nominato 24 ‘ministri’ del nuovo gabinetto, che però deve convivere e rivaleggiare con il “Consiglio di transizione della Cirenaica”, guidato a sua volta da Ahmed Zubair Al-Senussi.
La Cirenaica si è autoproclamata regione autonoma nel marzo scorso, quando un’assemblea di 200 tra capi tribali e miliziani ha dichiarato la nascita della regione di Barqa, corrispondente alla Cirenaica. L’assemblea aveva istituito un Consiglio di transizione cirenaico, con a capo Ahmed al Senussi, nipote di re Idriss – marionetta in mano alle potenze coloniali europee - deposto nel 1969 da Muhammar Gheddafi. Ma poi il processo di autonomizzazione da Tripoli ha subito una forte accelerazione, creando tensioni con le altre regioni e con alcuni rais locali. In ballo c’è il controllo del petrolio nascosto nel sottosuolo, visto che alle nuove istituzioni spetterà anche la gestione delle risorse naturali della regione, circa l’80% delle riserve libiche totali. Il nuovo governo di Barqa – il nome arabo della Cirenaica – rivendica il controllo sui quattro distretti di Bengasi, Montagna verde, Tobruk e Ajdabiya.
Ma le autorità ‘centrali’ di Tripoli – termine più che eufemistico in un paese che non esiste più – hanno definito illegali le decisioni dei separatisti della Cirenaica e minacciano di intervenire con la forza, chiedendo il sostegno dei paesi occidentali.
Presto nel paese gli scontri mai terminati dalla cosiddetta ‘liberazione’ della Libia potrebbero subire una forte impennata.
Fonte
La guerra a Gheddaffi è stato un autentico capolavoro di politica internazionale cazzo!
Dopo l’annuncio di pochi giorni fa, nelle ultime ore Ibrahim Jadhran, comandante della Guardia alle installazioni petrolifere nell’est del paese e a capo del sedicente Ufficio politico autonomo della Cirenaica, ha annunciato la composizione di un nuovo esecutivo della regione orientale “indipendente” da quello di Tripoli. Nel corso di una cerimonia svoltasi ad Ajdabiya, Jadhran ha nominato 24 ‘ministri’ del nuovo gabinetto, che però deve convivere e rivaleggiare con il “Consiglio di transizione della Cirenaica”, guidato a sua volta da Ahmed Zubair Al-Senussi.
La Cirenaica si è autoproclamata regione autonoma nel marzo scorso, quando un’assemblea di 200 tra capi tribali e miliziani ha dichiarato la nascita della regione di Barqa, corrispondente alla Cirenaica. L’assemblea aveva istituito un Consiglio di transizione cirenaico, con a capo Ahmed al Senussi, nipote di re Idriss – marionetta in mano alle potenze coloniali europee - deposto nel 1969 da Muhammar Gheddafi. Ma poi il processo di autonomizzazione da Tripoli ha subito una forte accelerazione, creando tensioni con le altre regioni e con alcuni rais locali. In ballo c’è il controllo del petrolio nascosto nel sottosuolo, visto che alle nuove istituzioni spetterà anche la gestione delle risorse naturali della regione, circa l’80% delle riserve libiche totali. Il nuovo governo di Barqa – il nome arabo della Cirenaica – rivendica il controllo sui quattro distretti di Bengasi, Montagna verde, Tobruk e Ajdabiya.
Ma le autorità ‘centrali’ di Tripoli – termine più che eufemistico in un paese che non esiste più – hanno definito illegali le decisioni dei separatisti della Cirenaica e minacciano di intervenire con la forza, chiedendo il sostegno dei paesi occidentali.
Presto nel paese gli scontri mai terminati dalla cosiddetta ‘liberazione’ della Libia potrebbero subire una forte impennata.
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La guerra a Gheddaffi è stato un autentico capolavoro di politica internazionale cazzo!
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