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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/03/2014

Libia - Ex premier Zeidan: “Diventeremo una base di Al Qaeda”

La sede del Ministero degli Esteri a Bengasi colpita da un’esplosione (Foto: Abdullah Doma/AFP/GETTY IMAGES)

La Libia diventerà un feudo qaedista. Questa la cupa profezia lanciata oggi dall’ex premier libico Ali Zeidan, fuggito in Europa dopo la sfiducia del proprio parlamento all’inizio di marzo. E annuncia il suo ritorno, “molto presto”, nel Paese al fine di fronteggiare le minacce estremiste dei gruppi islamisti.

“La Libia potrebbe diventare una base per le operazioni di Al Qaeda in Italia, in Gran Bretagna, in Francia, in Spagna e in Marocco, ovunque – ha detto Zeidan in un’intervista al quotidiano inglese The TimesLe armi sono dappertutto, le munizioni sono dappertutto. Il mio piano è combattere per riformare lo Stato e stabilizzare la situazione. Queste persone [gruppi legati ad Al Qaeda e alla Fratellanza Musulmana, ndr] vogliono che la Libia non sia un Paese civile, uno Stato di legge, ma vogliono che diventi come l’Afghanistan”.
La mozione di sfiducia contro Zeidan era stata votata in massa da due partiti considerati nemici: il movimento radicale Wafa e il partito Costruzione e Giustizia, braccio politico dei Fratelli Musulmani in Libia. E oggi l’ex premier punta il dito contro il loro presunto ruolo destabilizzatore.

A quasi tre anni dalla deposizione e uccisione del colonnello Gheddafi, dittatore dal pugno di ferro ma capace per decenni di tenere insieme le diverse anime del Paese, dalle tribù beduine ai movimenti separatisti della Cirenaica, il Paese figlio dei bombardamenti della NATO della primavera del 2011 non riesce a trovare alcun tipo di stabilità, né politica né economica.

A monte gli interessi di non pochi attori internazionali che vedono nella Libia la preda perfetta per forme di “neocolonialismo energetico”. Tanto fondamentale è la questione greggio da essere utilizzata dalle stesse opposizioni al regime di Tripoli: nella ribelle Cirenaica, le milizie armate – che sostennero la caduta di Gheddafi e che ora puntano alla loro parte del bottino – agiscono indisturbate, occupando porti e tentando di vendere all’estero il prezioso petrolio libico, liberi dal controllo del potere centrale.

Se il colpo della Morning Glory, nave battente bandiera nordcoreana e carica di greggio libico, fosse andato a buon fine (si calcola che portasse con sé petrolio per un valore di 35 milioni di dollari), il governo ombra di Bengasi, autonominatosi lo scorso anno e guidato da Ibrahim Jadhran, avrebbe oggi in mano risorse tali da permettersi un conflitto interno con Tripoli. Un conflitto che avrebbe potuto tradursi in una guerra civile aperta.

La Libia è nel caos, incapace di ricostruirsi e di porre fine alle dispute politiche, economiche e tribali. Le elezioni previste per il prossimo luglio si svolgeranno in un clima di settarismi e violenze, prodotto della tradizionale spaccatura interna libica. Gli attentati firmati da gruppi vicini ad Al Qaeda stanno aumentando di numero, mentre le milizie armate non intendono abbandonare le armi. La Cirenaica, da sempre difficilmente allineata alla Tripolitania. Da due anni il braccio di ferro continua, tra occupazioni di porti e tentativi di vendere all’estero il petrolio libico senza passare per la capitale, provocando un crollo delle esportazioni di greggio (da 1.4 milioni di barili al giorno dello scorso luglio fino i 375mila di oggi).

Per ora la conseguenza più eclatante è la caduta di un governo messo in piedi dopo i bombardamenti della NATO e da subito incapace di tenere insieme le diverse anime politiche e tribali della Libia e troppo debole per controllare (e ritirare) le armi rimaste in mano alle milizie dopo la caduta di Gheddafi.

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14/03/2014

Zeidan: il nostro (ex) uomo a Tripoli

Sembra ieri. E lo era: il 6 marzo 2014. Quando l'allora premier libico Ali Zeidan, alla Farnesina, alla sontuosa (40 delegazioni) Conferenza Internazionale sulla Libia, dialogava, fra gran sorrisi, con la ministra degli Esteri, Federica Mogherini.

Sic transit gloria mundi: in pochi giorni Zeidan è diventato un fuggitivo di lusso, e ovviamente, intoccabile.

Dapprima il “parlamento” di Tripoli che lo sfiducia dopo che i suoi “rivoluzionari”  riescono a far partire una “loro” petroliera sotto il naso del “governo”; poi i “magistrati libici” che, indagando sulle sue ruberie, gli impongono di non lasciare il Paese. Ma Zeidan – il “nostro” Uomo a Tripoli – viola la sua personale no-fly-zone e scappa in Europa. Certamente, con il suo carico di ricchezze e – soprattutto – di segreti sui nostrani politici che ha tenuto (e/o che lo hanno tenuto) a busta paga e che, per questo, non spenderanno una parola per la sua estradizione.

Fossimo un paese civile, lo scandalo di questo dittatorello, tenuto su anche dalla nostra “classe dirigente” farebbe tremare i Palazzi del potere. Ma non ne parla nessuno. Nemmeno tra i cascami di quella che fu l’”estrema sinistra” oggi impegnati ad organizzare un’altra oscena manifestazione in difesa dell’imperialismo italiano.

Zeidan? Gli avevamo dedicato un articolo nell’ottobre di un anno fa. Lo ripubblichiamo nella speranza che, almeno adesso, qualcuno si ricordi che per questo gangster il nostro Paese ha fatto una guerra.

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13/03/2014

Destituito il premier, Libia sull’orlo della guerra civile


Sarebbe fuggito in Europa – più precisamente in Germania – l’ex presidente del consiglio libico, Ali Zeidan, sfiduciato l’altro ieri dal Parlamento provvisorio di Tripoli che ha nominato neopremier il ministro della Difesa, Abdullah al Thani. Alla destituzione è seguito un provvedimento della procura generale che ieri sera ha imposto all’ex primo ministro il divieto di espatrio per il suo presunto coinvolgimento in un caso di appropriazione indebita di fondi pubblici.

Ma lo storico oppositore di Gheddafi, designato alla guida del governo dal Congresso Generale Nazionale libico il 14 ottobre del 2012, aveva a quel punto già lasciato il Paese a bordo di un aereo. Dopo una sosta a Malta di qualche ora Zeidan è ripartito alla volta di un Paese straniero, ha precisato in un’intervista tv il premier maltese Joseph Muscat. Molto probabilmente la Germania, visto che Zeidan ha anche la nazionalità tedesca. Che la sua carriera politica fosse finita si era capito il 10 ottobre del 2013, quando un gruppo di uomini armati lo aveva rapito a Tripoli e poi rilasciato. Qualche giorno dopo era stato lo stesso uomo dell’Occidente a denunciare un tentativo di colpo di Stato e nel febbraio scorso le voci su un presunto ultimatum di sapore golpista e l’intimazione a dimettersi rivolto da alcune potenti milizie ai deputati del Congresso transitorio avevano ulteriormente accresciuto le preoccupazioni di Zeidan, fino alla sfiducia di martedì e alla fuga.

Dopo il repentino cambio di governo il presidente del Congresso, Nuri Abu Sahmain, ha immediatamente lanciato ai ribelli secessionisti della Cirenaica un ultimatum: entro due settimane devono togliere il blocco ai porti occupati e bloccati da mesi, altrimenti il governo centrale interverrà con la forza. Ma i leader separatisti si considerano di fatto indipendenti da Tripoli ed hanno cominciato a vendere – o almeno ci provano – il petrolio dei pozzi dell’est del paese bypassando completamente le autorità centrali. Giorni fa alcune imbarcazioni governative avevano bloccato e sequestrato una petroliera nord coreana che aveva ‘illegalmente’ caricato parecchie tonnellate di greggio.

In queste ore milizie fedeli al governo provenienti da Misurata avrebbero preso il controllo di infrastrutture chiave nella città di Sirte nel quadro di un’offensiva contro i ribelli che da luglio hanno il controllo dei terminal petroliferi dell’est. La conquista di una base aerea e di altre infrastrutture a Sirte è stata confermata da un portavoce dei ribelli inquadrati nelle cosiddette “Forze di difesa della Cirenaica”. L’avanzata delle unità governative dovrebbe puntare verso As Sidra, centro nevralgico per l’esportazione del greggio situato circa 180 chilometri a est di Sirte.

“Abbiamo deciso di concedere una scadenza massima di due settimane per la fine del blocco dei siti petroliferi” ha avvertito ieri il presidente del Congresso generale nazionale (Cgn, parlamento) Nouri Abou Sahmein, che è anche capo di stato maggiore delle alquanto deboli e sgangherate forze armate libiche. “Se l’ultimatum non dovesse essere rispettato, verrà attuata un’operazione militare in corso di preparazione” ha minacciato Abou Sahmein. Due giorni fa il parlamento libico ha ordinato la creazione di una Forza armata speciale per “liberare e rimuovere il blocco in vigore su tutti i porti petroliferi della Libia”. Nella nuova unità militare dovrebbero entrare a far parte sia soldati regolari sia ex ribelli che hanno combattuto contro il governo di Gheddafi nel 2011.

Ma la decisione del Congresso ha generato più di un’aggressione: per alcuni media ed osservatori un’operazione armata contro i ribelli delle “Forze di difesa della Cirenaica” potrebbe “far precipitare il paese nella guerra civile” oltre che provocare “una divisione territoriale netta”.

Ma la sospensione delle esportazioni di oro nero nei tre principali terminal petroliferi dell’est ha provocato un crollo delle entrate petrolifere nelle casse dello Stato e dopo mesi di blocco dei pozzi dell’est il governo ha deciso di tentare un rischioso colpo di mano.

Fonte

Riassunto della politica internazionale occidentale: la balcanizzazione del mondo, tranne il proprio ovviamente.