Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Aviano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Aviano. Mostra tutti i post

01/08/2026

Bombe atomiche ad Aviano: il Tribunale conferma la presenza, ma archivia l’esposto

Il Giudice per le indagini preliminari (Gip) di Pordenone ha disposto l’archiviazione della denuncia, presentata da decine di realtà insieme a vari cittadini e cittadine, sull’illegittimità della presenza di armi nucleari nella base statunitense di Aviano.

Il procedimento era nato dall’esposto presentato da questo nutrito gruppo di associazioni e persone impegnati sui temi del disarmo e della smilitarizzazione, particolarmente dirimenti in questo frangente storico segnato sempre più da guerre e riarmo.

Il provvedimento del Gip

I denuncianti riportano che il decreto di archiviazione in realtà non smentirebbe l’ipotesi della presenza di ordigni nucleari nella base militare di Aviano.

Il provvedimento del Gip Francesca Vortali infatti indica che tale presenza sarebbe riconducibile ad accordi e trattati internazionali, non smentendo de facto la presenza di tali ordigni sul suolo italiano.

Proprio quei trattati e quegli accordi (adesione Nato, piano Rearm Europe ecc.) sono stati criticati duramente nelle manifestazioni contro la guerra degli ultimi anni perché “imposti” alla popolazione senza nessun, vero, dibattito democratico all’interno del Paese.

Possibile ricorso alla Corte europea

Come si apprende da fonti locali, i denuncianti stanno valutando un possibile ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Non c’è dubbio infatti che la presenza di armi nucleari rappresenta un rischio per la sicurezza dei cittadini, come ben stiamo vedendo dal conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

Questo potrebbe dunque sollevare questioni legate alla tutela del diritto alla vita previsto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Fonti: nordest24.it, Jugocoord

Di seguito, riportiamo il comunicato stampa dei denunciati successivo all’ordinanza del Gip.

È giusto dare atto alla giudice Vortali di avere studiato e approfondito la questione sottoposta al suo giudizio, molto più di quanto abbiano fatto i precedenti magistrati di Roma e Brescia, che interpellati si sono limitati a scrivere due righe di motivazione per l’archiviazione.

La dottoressa ha anche riconosciuto a Wilpf Italia (Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà) la legittimazione ad agire a tutela degli interessi collettivi di disarmo e smilitarizzazione.

L’ordinanza considera sicura la presenza delle armi nucleari in Italia, provata dalle molteplici fonti addotte dai denuncianti. Del resto anche la Procura aveva implicitamente ammesso la presenza delle bombe, non avendo ravvisato accertamenti esperibili da produrre.

Nell’atto si ritiene giustificata l’importazione delle armi in questione, in base all’art. 51 del Codice penale (esercizio di un diritto o adempimento di un dovere); giustificazione che rappresenta un’ulteriore conferma della loro presenza, come fatto costituente reato ma discriminato ex art. 51; quindi non punibile.

Vengono ritenute legittime le preoccupazioni sanitarie, ambientali e di sicurezza espresse dai denuncianti, ma considerate attinenti a una dimensione politica e non penalistica.

I denuncianti non sono dello stesso avviso. La strada giudiziaria si fa ardua perché il ricorso per Cassazione è precluso da una costante giurisprudenza, che per le archiviazioni circoscrive l’ammissibilità ai soli casi di violazione del contraddittorio. In questo caso rispettato.

È possibile per i denuncianti ipotizzare il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, così motivando: la presenza delle armi nucleari rappresenta un rischio concreto e oggettivo per la vita dei cittadini (come riconosce l’ordinanza); presenza che viola l’art. 2 della Convenzione europea, laddove tutela il diritto alla vita nella sua accezione più ampia e impone agli Stati aderenti obblighi idonei ad escludere rischi.

Contro l’ordinanza in oggetto si sono espressi anche gli avvocati di Ialana (International Association of Lawyers Against Nuclear Arms) sostenendo che “è errato il richiamo all’art. 117 della Costituzione. Il meccanismo di prevalenza di una norma internazionale – ammesso che un accordo segreto di condivisione nucleare con l’Italia lo sia – sul diritto interno passa solo attraverso un incidente di costituzionalità.”

“Salvo che per il diritto europeo, non esiste applicazione diretta del diritto internazionale pattizio incompatibile col diritto interno, da parte del giudice ordinario. Le norme inderogabili di diritto internazionale umanitario vietano la minaccia e l’uso delle armi nucleari. Nessun trattato tra Stati può derogare a tali norme di ius cogens”.

Il fine ultimo da perseguire quindi è la rimozione delle testate nucleari statunitensi dalla base di Aviano. La loro presenza è un’aperta violazione del nostro ordinamento, interno e internazionale, che mette a rischio immediato l’esistenza di milioni di persone, in presenza dei venti di guerra diabolici che soffiano dall’Ucraina in Palestina.

Per i denuncianti (Tavola per la Pace Friuli Venezia Giulia, Abbasso la Guerra odv, Centro sociale 28 Maggio, Comunità Laudato Si’ Cremona, Comunità Laudato Sì Oglio Po, Coordinamento nazionale No Triv, Donne e Uomini contro la Guerra Brescia, Pax Christi Cremona e Tradate, Tavola della Pace Oglio Sud, WILPF Italia).

Fonte 

25/06/2026

Bugie e mezze verità sull’uso delle basi militari in Italia da parte statunitense

Il segretario della Nato, Mark Rutte, in una intervista a Fox News ha “sputtanato” un po’ tutti gli stati europei aderenti all’alleanza affermando che il quadro europeo ha visto coinvolte tra le 4.000 e le 5.000 missioni di volo statunitensi nell’aggressione contro l’Iran.

È fin troppo evidente come l’incidente sia avvenuto per un eccesso di zelo servilista di Rutte verso Trump, il quale aveva rimproverato gli alleati europei della Nato di non averlo aiutato nella guerra in Medio Oriente.

Nel dettaglio Rutte ha poi sottolineato che le basi militari in Italia hanno svolto un ruolo “massiccio” a sostegno dell’operazione Epic Fury in Iran, con 500 aerei Usa decollati dal territorio italiano, suscitando inevitabilmente uno scontro politico tra governo e opposizione.

Il ministero della Difesa italiano, decisamente irritato, ha respinto la ricostruzione del segretario generale della Nato Mark Rutte sull’uso delle basi italiane nell’ambito della guerra Usa contro l’Iran, ribadendo che l’Italia ha autorizzato esclusivamente attività “tecniche e logistiche, non cinetiche” nell’ambito delle procedure previste dagli accordi esistenti – si legge nella nota del ministero della Difesa – “Le volte in cui si è prospettata una richiesta che esulava da questo perimetro, come è noto, l’Italia non ha concesso l’autorizzazione”.

Delle due l’una: o ha mentito il segretario della Nato o ha mentito il governo italiano che nei mesi scorsi ha sempre negato di aver concesso le basi militari per le operazioni militari statunitensi.

Il governo afferma di aver solo autorizzato operazioni previste dai trattati bilaterali tra USA e Italia del 1957, ma il cui contenuto continua a rimanere in gran parte secretato.

Più volte abbiamo denunciato come in base agli automatismi previsti in questi trattati internazionali firmati nei decenni scorsi dai governi italiani, molto spesso l’Italia si è ritrovata coinvolta in conflitti anche senza dichiarazioni formali se non discussioni postume – e quindi inefficaci – in Parlamento.

In secondo luogo, che da Sigonella siano partiti aerei militari statunitensi è impossibile negarlo. Uno dei droni partiti dalla base militare in Sicilia, tra l’altro, risulta essere stato abbattuto sui cieli del Golfo durante i combattimenti tra statunitensi e iraniani.

Il giornalista Antonio Mazzeo, che monitora da una vita le attività militari nella base di Sigonella, ricorda come nelle ore immediatamente precedenti l’attacco su Teheran, dalla base di Sigonella sarebbe decollato un velivolo da pattugliamento marittimo Boeing P-8 Poseidon, utilizzato anche per attività di intelligence e guerra elettronica.

Ma non c’è solo Sigonella. Anche dalla base militare di Aviano, in Friuli, sono arrivati e partiti aerei militari statunitensi impegnati nella guerra contro l’Iran.

Nel furbesco linguaggio del ministero della Difesa italiano, queste non sarebbero “attività cinetiche”, come se “fare il pieno” di carburante o di munizioni agli attaccanti fosse un un normale “servizio pubblico” neutrale.

Ma anche una fonte della Nato ha provato a mettere furbescamente una toppa su quanto affermato da Rutte: “Il segretario Generale ha sottolineato come gli Alleati, inclusa l’Italia, abbiano rispettato gli accordi bilaterali esistenti in materia di basi e sorvoli. Il punto chiave è che il Segretario Generale non ha detto nulla riguardo alle armi cinetiche, ha affermato che gli Alleati hanno onorato i loro impegni, non che siano andati oltre”.

Nel linguaggio militare, “attività cinetica” è un termine tecnico che, nella stragrande maggioranza dei casi, è un eufemismo per indicare il combattimento e l’uso della forza letale.

Il termine “cinetico” nel gergo militare ha subito un’evoluzione. Il suo significato si è ampliato per indicare le operazioni di guerra convenzionale e di combattimento, specialmente dopo l’11 settembre, per distinguerle da forme di conflitto più moderne. Il termine è stato talvolta usato anche in contesti più ampi per descrivere operazioni di forza, come le recenti azioni militari statunitensi in Venezuela in occasione del sequestro del presidente Maduro.

Commentando le dichiarazioni del segretario della Nato, l’ex comandante del Comitato Operativo Interforze, gen. Bartolini, ha affermato che “Durante l’operazione Epic Fury è stato attuato un ponte aereo che è transitato dalle basi americane in tutta Europa verso i paesi della penisola araba, attraversando gli spazi aerei di tutto il vecchio continente. Il che non significa assolutamente che da dette basi siano partite missioni operative contro l’Iran che siano andate oltre ai normali trasporti aerei per l’area, che si svolgono a fini vari, ad esempio logistici, e non legati direttamente alle operazioni”.

Insomma, quando si parla dell’uso delle basi militari in Italia da parte degli Stati Uniti si precipita in una zona paludosa di mezze bugie e mezze verità (in linguaggio burocratico-militare) che però non riescono più a nascondere la sostanza del problema: occorre mettere fine ai vincoli e agli automatismi previsti dai trattati internazionali, per evitare che il nostro paese si ritrovi in guerra senza neanche essersene reso conto.

Si tratta di un crimine e di una responsabilità in più delle nostre classi dirigenti.

Fonte

04/06/2026

L’opzione delle armi nucleari USA si riaffaccia in Europa, Italia inclusa

Il Financial Times ha rivelato in un articolo che gli Stati Uniti starebbero pensando di nuovo alla installazione di armi nucleari in Europa, riavviando così quella che fu la famosa “Direttiva 39” della fine degli anni Settanta e che portò all’installazione degli euromissili nel continente europeo. Anche l’Italia venne coinvolta nell’operazione ospitando nel 1983 i missili Cruise con testate nucleari nella base di Comiso, in Sicilia. Gli altri paesi europei coinvolti furono Germania, Belgio e Paesi Bassi.

La Polonia non ha fatto mistero di essere pronta ad ospitare le armi nucleari Usa sul proprio territorio, dunque a ridosso dei confini russi.

Il Financial Times scrive che “Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha dichiarato dopo una riunione dei ministri degli Esteri dell’Alleanza il mese scorso, che c’era “un’intesa comune sul fatto che, mentre gli Stati Uniti si orienteranno maggiormente verso altri teatri operativi... la deterrenza e la difesa complessive in Europa devono rimanere invariate”. “Voglio essere assolutamente chiaro... Se qualcuno fosse così sciocco da attaccarci, la risposta sarebbe devastante”, ha affermato Rutte”.

Il rilancio del riarmo nucleare in Europa, segna la conclusione definitiva dei negoziati avviati alla fine degli anni Ottanta (c’era ancora l’URSS) e che portò alla riduzione degli arsenali atomici dislocati in Europa.

Nella fase storica più recente, nel 2010 Obama e l’allora presidente russo Medvedev firmarono a Praga il trattato New Start, che evolveva i precedenti accordi Start sulle armi nucleari strategiche. Il trattato fissava un limite di 1.550 testate nucleari strategiche dispiegate per ciascuna delle due superpotenze.

Ma solo due anni dopo la firma del trattato, nel 2012, l’amministrazione Obama chiedeva nuovi investimenti per rafforzare il sistema di deterrenza nucleare statunitense. La prima amministrazione Trump (2026) ne avrebbe accelerato la modernizzazione. Contestualmente la Russia aveva avviato un vasto programma di aggiornamento del proprio arsenale nucleare già nel decennio 2011-2020, seguito da un nuovo piano ancora in attesa di compimento.

A livello mondiale subito dopo Stati Uniti e Russia si collocano Cina, Francia e Regno Unito, riconosciuti come Stati nucleari dal Trattato di non proliferazione (TNP).  Pechino possiede circa 600 testate, un numero in crescita costante. La Francia dispone di circa 290 testate nucleari, mentre il Regno Unito ne possiede circa 225.

In Asia ci sono poi India e Pakistan che possiedono rispettivamente circa 180 e 170 testate nucleari. Infine ci sono Israele che si stima detenga circa 90 testate e la Corea del Nord che dispone oggi di un numero stimato in circa 30 e 50 testate nucleari.

La Russia investe annualmente circa 8,5 miliardi di dollari nel settore nucleare militare, mentre gli Stati Uniti spendono in questo settore oltre 35 miliardi, quattro volte di più. La Russia possiede circa 6.370 testate atomiche. Gli Stati Uniti ne possiedono tra le 5.000 e le 6.000 a seconda delle metodologie di conteggio.

Di queste armi nucleari USA, più di un centinaio risultano ancora dislocate in Europa, e tra queste alcune decine – i dati sono però discordanti – sono stoccate in Italia, nelle basi militari di di Aviano e Ghedi.

Eppure, in teoria, l’Italia non potrebbe ospitare armi nucleari in base al Trattato di non proliferazione nucleare che ha firmato il 2 maggio del 1975. In particolare, l’articolo II del TNP è estremamente chiaro e vincolante per i Paesi che, come l’Italia, non possedevano armi atomiche al momento della firma.

L’articolo II recita testualmente: “Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari”. Questo impegno implicava il divieto non solo di produrre, ma anche di ricevere e ospitare sul proprio territorio ordigni nucleari di qualsiasi tipo. La sottoscrizione di questo trattato avrebbe dovuto, in teoria, rendere il suolo italiano completamente libero da tali armamenti, ma come abbiamo visto non è affatto così.

La base aerea di Aviano, in provincia di Pordenone, ospita circa 50 testate (tra le 20 e le 30 secondo fonti diverse, ndr), mentre la base aerea di Ghedi, in provincia di Brescia, ospiterebbe il rimanente arsenale, quantificato in circa 20-40 bombe. Si tratta di ordigni nucleari B61-12 di esclusiva proprietà e controllo degli Stati Uniti, presenti nel nostro Paese nell’ambito della NATO. La base militare di Ghedi, situata a circa 25 chilometri da Brescia, è sede di una flotta di 30 cacciabombardieri F-35, velivoli progettati per il trasporto e il lancio di armamenti nucleari.

Mentre imperversano i dott. Stranamore de noantri, diventa sempre più prioritario porre il problema dell’allontanamento di queste armi nucleari dal territorio italiano in ogni agenda di politica internazionale che riguardi il nostro paese.

Fonte

29/10/2022

Armi nucleari. Arrivano quelle “nuove”, anche in Italia

Gli Stati Uniti hanno deciso di accorciare i tempi del dispiegamento delle nuove bombe nucleari tattiche B61-12 potenziate in Europa sostituendo le B61 più “vetuste”. Dunque anche in Italia ed in particolare nelle basi militari di Ghedi (Brescia) ed Aviano (Pordenone). Le nuove bombe dovrebbero essere consegnate alle basi NATO in Europa entro dicembre e non più nella primavera del 2023 come precedentemente previsto. A segnalarlo è il giornale statunitense Politico, citando un cablogramma diplomatico statunitense che rivela quanto riferito da funzionari statunitensi agli alleati della NATO durante una riunione a porte chiuse svoltasi a Bruxelles nei giorni scorsi.

La mossa, prevede la sostituzione delle armi nucleari più vecchie con la versione più recente nelle varie basi militari Usa e Nato in Europa per un potenziale utilizzo da parte di bombardieri e aerei da combattimento statunitensi e alleati.

Inutile dire che la decisione Usa arriva in una situazione di crescenti tensioni con la Russia, con l’evocazione dell’utilizzo delle armi nucleari in Ucraina e l’affermazione di una linea nella Nato secondo cui va fatto di più per dissuadere Mosca dall’attraversare quella linea.

Anticipare la data di sostituzione delle bombe nucleari nelle basi in Europa, è stata una sorpresa per molti osservatori, i quali temono che possa alimentare ulteriormente una situazione già pericolosa. L’annuncio dato all’incontro di Bruxelles è arrivato pochi giorni prima che la NATO iniziasse la sua esercitazione nucleare annuale, nota come Steadfast Noon che ha incluso circa 70 velivoli militari.

In Italia ci sono due basi militari dove sono collocati ordigni nucleari americani: Ghedi (Bs) e Aviano (Pn). Nella prima (Ghedi) la regola di ingaggio è quella del “Nato nuclear sharing group” dove il paese ospitante mette a disposizione il vettore. In pratica alcuni velivoli della nostra Aeronautica, oggi i Tornado e a breve gli F-35, sono dotati di bombe di questo genere. Una prima stima parla di 60 ordigni nucleari presenti in Italia ma secondo altre fonti ne risultano circa un centinaio.

Nella seconda base (Aviano) ci sono le bombe nucleri B-61, vale a dire bombe nucleari di fabbricazione americana per l’impiego tattico e strategico da caccia e bombardieri.

A Ghedi dunque ci sono dispositivi nucleari americani pronti a essere aviotrasportati dalla nostra Aeronautica Militare. Ad Aviano ci sono invece aerei Usa attrezzati per il trasporto e il lancio di ordigni di questo genere. Aviano è la base militare dove gli statunitensi si muovono in piena autonomia mentre a Ghedi ci sono regole militari condivise tra i Paesi Alleati.

In Europa sono schierate le varianti tattiche Mod.3 e Mod.4, con un potenziale regolabile fino ai 45-60 Kt. Le B-61 sono bombe nucleari di fabbricazione americana per l’impiego tattico e strategico da caccia e bombardieri.

In realtà, come spiegano i giuristi di Ialana, la sostituzione delle vecchie bombe nucleari con quelle nuove richiederebbe l’autorizzazione del Parlamento, ma non ci sembra che siano venute – né dal governo né dalle opposizioni – avvisaglie in tal senso.

La decisione Usa di anticipare lo stoccaggio delle nuove armi nucleari nelle basi militari in Europa è stata valutata negativamente dalla Russia. L’ambasciatore russo a Washington, Anatoli Antonov, ha sollecitato gli Stati Uniti a ritirare le testate nucleari dispiegate in paesi esteri. “In questo momento di tensioni e rischi aumentati, i Paesi nucleari hanno una responsabilità particolare per prevenire l’escalation. Per questo, torno a chiedere a Washington di riportare tutte le testate nucleari dispiegate all’estero in territorio nazionale, di eliminare le infrastrutture all’estero in cui sono immagazzinate e mantenute, e di rinunciare alla pratica delle simulazioni del loro impiego con forze di Paesi non nucleari nel quadro della missioni della Nato (come l’esercitazione in corso in questi giorni Steadfast Noon) che va contro i principi di base del Trattato di non proliferazione”, ha affermato Antonov.

Fonte

08/01/2020

“In Italia ci sono decine di bombe atomiche. Pochi lo sanno e chi sa tace”

di Claudio Giangiacomo

La maggior parte dei cittadini italiani ignora che nel nostro paese sono schierate circa 70 testate nucleari statunitensi: un fatto gravissimo, giacché nel malaugurato caso di una guerra nucleare queste basi sarebbero tra i primi obiettivi di un attacco.

Negli anni '80 vi erano in Europa migliaia di testate nucleari, sia statunitensi che sovietiche: ma nel 1987 il Trattato INF (Forze Nucleari Intermedie), firmato da Gorbachev e Reagan, impose di rimuovere tutte le testate sui missili a raggio corto e intermedio, lasciando però molte testate a caduta degli Stati Uniti trasportate da aerei schierate nei paesi europei della NATO.

Il loro numero è stato progressivamente ridotto fino alle attuali 140, delle quali ben 70 schierate in Italia, nella base militare USA di Aviano e in quella italiana di Ghedi Torre; queste ultime quindi sarebbero operative in caso di necessità per i caccia Tornado dell’Aeronautica Militare Italiana.

Queste testate non sono, come si potrebbe pensare, residuati della Guerra Fredda, ma costituiscono un fattore di pericolosa destabilizzazione ed una pesante ipoteca sulla strada del disarmo nucleare. Infatti gli USA hanno investito ben 10 miliardi di $ per il loro ammodernamento, il Life Extension Program, che ne farà, tecnicamente e militarmente, una testata nuova con accresciute capacità militari, chiamata B61-12.

Sebbene la potenza esplosiva non aumenterà, raggiungendo al massimo 50 kt (più di 3 volte quella di Hiroshima), la testata sarà dotata di alette di guida di coda che consentiranno una precisione molto superiore su bersagli che altrimenti richiederebbero potenze esplosive molto superiori.

Nessun governo italiano ha mai avuto nulla da ridire sulla presenza di queste testate in Italia. Tale presenza viene pretestuosamente giustificata in base alla dottrina della condivisione nucleare (nuclear sharing) dell’Alleanza NATO, che implica per i paesi membri obblighi di mantenimento delle attrezzature tecniche necessarie per il loro uso (tra cui aerei da guerra, sottomarini etc.) e di conservazione sul proprio territorio.

Sebbene la questione non sia mai stata portata all’attenzione della corte internazionale, da più parti si afferma che la condivisione nucleare violi gli articoli I e II del TNP, che prevede il divieto di trasferimento (da parte del paese nucleare) e di accettazione (da parte del paese non nucleare) del controllo diretto o indiretto sulle armi nucleari. La NATO sostiene che non si tratti di proliferazione non essendovi trasferimento diretto e/o indiretto delle nukes perché, anche se presenti in basi situate in altri paesi, il loro controllo sarebbe rimesso alle forze militari USA.

Indipendentemente dalla evidente infondatezza di tale posizione, la questione rimanda alla presenza delle basi “statunitensi” o NATO sul territorio italiano, in quanto strettamente connesso alla presenza degli ordigni nucleari ed in particolare delle norme ad esse applicabili.

Tale presenza trova la sua giustificazione normativa nella bilateralizzazione dell’art. 3 del trattato Nato, che impegna le parti a sviluppare le loro capacità di difesa, individualmente e congiuntamente, e a prestarsi reciproca assistenza.

Oltre alle indicazioni contenute nello Statuto delle Truppe, ratificato nel 1956, la costruzione e gestione delle basi militari è poi regolata da convenzioni bi- o multilaterali tra i paesi della Nato.

Tali accordi bilaterali o multilaterali che siano, sarebbero dovuti essere stati assunti nelle forme previste dagli artt. 72 ed 80 della costituzione italiana ma è, invece, stata utilizzata la cosiddetta procedura semplificata, non prevista dalla Costituzione ma disciplinata dalla legge 11.12.1984 n. 839, senza però, come prescritto, procedere alla loro pubblicazione, sottraendoli così sia al controllo delle Camere che del Presidente della Repubblica.

Solo a seguito dei fatti del Cermis, fu pubblicato lo “shell agreement” “accordo conchiglia”, l’accordo quadro fra Italia e Usa sulle basi in Italia. Rimane invece totalmente segreto il BIA del 20.10.1954, cioè il Bilateral Infrastrutture Agreement che regola le condizioni dell’utilizzo delle basi americane in Italia, anch’esso approvato con la procedura semplificata.

Pur limitandoci a quanto oggi noto, si può sicuramente affermare che le basi non possono in alcun modo ritenersi “extra territoriali”.

Il già citato Statuto delle Truppe della NATO, ratificato in Italia dal 21.1.1956, all’articolo II stabilisce, infatti, che le truppe straniere ospitate in Italia debbano rispettare il diritto vigente del paese ospitante e tale principio è confermato in più parti del memorandum reso pubblico nel 1995.

La prima significativa conferma della non extraterritorialità e della sottoposizione alle norme del diritto italiano la si rinviene nella sezione VI dell’annesso A al memorandum, ove già all’articolo I si legge: “L’istallazione è posta sotto il Comando Italiano...” e ciò sia se la base è utilizzata congiuntamente che esclusivamente dalle forze armate USA (ciò che cambia nei due casi sono le funzioni del comando che comunque resta italiano).

La seconda ed ancor più significativa conferma, però, l’abbiamo dalla lettura dell’art. 3 della sezione VI dove vengono definite le funzioni del Comandante USA. Leggiamo nell’articolo: “Il Comandante USA esercita il comando pieno sul personale, l’equipaggiamento e le operazioni statunitensi. Egli deve preventivamente informare il Comandante italiano in merito a tutte le attività USA di rilievo, con particolare riferimento all’attività operativa e addestrativa, ai movimenti di materiali, armamenti, personale militare e civile, nonché agli avvenimenti o inconvenienti che dovessero verificarsi.

Analogamente il Comandante italiano tiene informato il Comandante USA su tutte le attività nazionali di rilievo. Nel caso ritenga che le attività USA non rispettino le leggi italiane vigenti, il Comandante italiano informerà immediatamente il Comandante USA e si rivolgerà immediatamente alle autorità italiane superiori per un parere”.

Dalla lettura del memorandum risulta quindi, a nostro giudizio, evidente che sia le istallazioni che le medesime operazioni ed attività delle forze ospitate, anche per la parte posta sotto il Comando USA, debbano rispettare le leggi vigenti in Italia, tanto che al Comandante italiano è rimesso il controllo del loro rispetto.

Detto ciò, a questo punto, non possiamo esimerci dal far rilevare come, indipendentemente dalla violazione del TNP, la permanenza in Italia di ordigni nucleari sia effettuata in palese violazione della legge n. 185 del 9 luglio 1990 che espressamente prevede all’art. 1 comma 7: “Sono vietate la fabbricazione, l’importazione, l’esportazione ed il transito di armi biologiche, chimiche e nucleari, nonché la ricerca preordinata alla loro produzione o la cessione della relativa tecnologia”.

Sebbene al successivo comma 9 lett. c) del medesimo articolo si preveda una inapplicabilità della norma in relazione ai materiali di armamento e di equipaggiamento delle forze dei paesi alleati, questa deroga è limitata al transito e non alla permanenza stabile nel territorio italiano.

Fonte

06/01/2020

Da Vicenza via Aviano i marines verso l’Iraq

di Antonio Mazzeo - il manifesto

A 48 ore dal raid non è trapelata alcuna informazione sul paese da cui è decollato il veicolo senza pilota che ha sganciato i missili contro il convoglio partito dall’aeroporto della capitale irachena.

L’amministrazione Trump ha imposto il totale silenzio per evitare frizioni con i paesi partner in prima linea nelle operazioni di guerra con droni killer. Il governo italiano ipocritamente ha omesso di informare l’opinione pubblica e il Parlamento del ruolo chiave della base siciliana di Sigonella (smentita arrivata solo ieri, 5/1, ndr), da oltre un decennio piattaforma di lancio e centro strategico per le trasmissioni-guida dei veicoli senza pilota Usa.

Altrettanto deprecabile il tentativo di ridimensionare i rischi di eventuali ritorsioni per i militari italiani impegnati nelle missioni in Iraq, Afghanistan, Libano e Corno d’Africa; anche se i vertici delle forze armate hanno ordinato il rafforzamento delle misure di sicurezza e diffidano a pensare a eventuali ridimensionamenti dei contingenti schierati. Eppure, le ipotesi più credibili vedono tra gli scali militari da cui sarebbe partito l’attacco Usa, in particolare Kuwait City e Gibuti, istallazioni dove operano stabilmente reparti italiani.

Inoltre ancora a Gibuti imprese italiane private sono impegnate nelle opere di ampliamento delle piste e degli hangar in cui sono ospitati i Reaper Usa già utilizzati nei mesi scorsi in bombardamenti e omicidi extra giudiziari in Somalia, Yemen e Iraq.

Intanto le prime unità della 173° brigata aviotrasportata dell’esercito Usa di stanza a Vicenza (aeroporto Dal Molin e Camp Ederle) hanno già raggiunto l’Iraq via Aviano, base aerea strategica e nucleare della Us Air Force.

Prevedibile poi che l’escalation comporterà il trasferimento in Medio Oriente dei carri armati e delle munizioni stoccati nell’hub toscano di Camp Darby via Livorno e aeroscalo di Pisa. Le trasmissioni ai droni via Sigonella e Muos di Niscemi (CL), la mobilitazione di tutte le maggiori installazioni Usa e Nato in Italia, l’allarme rosso nelle basi operative delle forze armate in Medio Oriente e Africa, sono la prova evidente che la frontiera italiana si è proiettata ormai a ridosso di Teheran e Baghdad.

Fonte

01/01/2020

Le atomiche da Erdogan all’Italia: perché la notizia è credibile e fondata

di Alberto Negri - il manifesto


L’Italia finisce l’anno con la possibile opzione di diventare una delle maggiori potenze atomiche europee. Senza volerlo e a sua insaputa, come quasi tutta la nostra politica estera.

Che si esprime in Libia con geometrica inconsistenza, esposta nella conferenza stampa di fine anno da uno smarrito premier Conte che di questo passo stanotte confonderà i colpi d’artiglieria di Tripoli e i raid aerei del generale Haftar con i tradizionali botti di Capodanno.

Gli americani, dunque, potrebbero trasportare le testate atomiche dalla Turchia alle basi italiane come quella di Aviano. Il nostro ministero della Difesa afferma che si tratta di una notizia infondata: di testate atomiche in Italia ce ne sono già oltre 70 e se si aggiungessero quelle americane nella base di Incirlik sfonderemmo ogni record, superando anche la Germania (ma dietro a Gran Bretagna e Francia). Non solo la notizia non è infondata come affermano le fonti ufficiali del governo italiano, appare invece possibile se non addirittura probabile. A rivelare l’ipotesi all’agenzia americana Bloomberg è stato infatti il generale Charles Chuck Wald dell’US Air Force, ora in pensione ma che è stato comandante ad Aviano e continua a rivestire incarichi nella Amministrazione Usa.

In Italia il generale Wald si dimostrò un grande decisionista con pressioni sulle autorità locali per ottenere il via libera al grande Progetto Aviano 2000: imponenti infrastrutture e abitazioni per lo stormo e le famiglie dei militari. La decisione Usa sarebbe la conseguenza del riavvicinamento di Erdogan a Putin, sancito dalla vendita ad Ankara delle batterie anti-missile russe S-400: è la prima volta che un Paese Nato acquista armi da Mosca e per questo alla Turchia è stata congelata la consegna dei nuovi caccia F-35 e si annunciano sul reiss turco nuove sanzioni – secondo l’informato quotidiano israeliano Haaretz.

Se il trasferimento si concretizzasse i bunker americani in provincia di Pordenone dove ci sono già una cinquantina di atomiche diventerebbero il deposito nucleare più grande d’Europa. L’Italia viene considerata da sempre un’alleata fedele, a prescindere dal colore dei governi e questo esecutivo appare prono come gli altri ai voleri Washington vista la confidenza di Trump con il «l’amico Giuseppi» (Conte) – nonché con il «sovranista» Salvini che con la Lega regna in Friuli Venezia Giulia – e la recente visita a Roma del segretario di Stato Usa Mike Pompeo con il quale abbiamo parlato di parmigiano ma glissando su ogni seria questione strategica, Libia compresa. Gli americani, quindi, contano che non ci sia opposizione alla possibile richiesta.

Dell’ipotesi di un trasferimento dalla Turchia dell’arsenale atomico si parlò già nel 2016, ai tempi del tentato golpe, quando Erdogan sospettava che Washington fosse dietro l’operazione e che comunque non l’avesse osteggiata, anzi. Infatti a Incirlick furono ospitati alcuni aerei da rifornimento che consentirono ai caccia F-16 dei ribelli di minacciare Istanbul e Ankara. Incirlik, da cui dovevano partire i raid contro l’Isis, fu chiusa allora per un paio di settimane. Prepariamoci quindi con i botti di Capodanno ad accogliere il prossimo arrivo del Dottor Stranamore americano.

Fonte

29/12/2019

Aviano - In arrivo altre 50 bombe atomiche USA

Gli Stati Uniti potrebbero trasferire le 50 bombe atomiche dalla base di Incirlik in Turchia alla base militare di Aviano in Friuli. A rivelarlo è il Gazzettino in un lungo articolo nel quale segnala che il sito prescelto per lo spostamento dell’arsenale nucleare sarebbe l’aeroporto pordenonese Pagliano e Gori, sede di uno Stormo dell’Usaf (il 31esimo Fighter Wing) a capacità nucleare. Lapidaria la considerazione sul perché di questa destinazione: “Tale eventuale decisione sarebbe presa specie in considerazione della comprovata fedeltà dell’Italia, che sul tema atomiche non batte ciglio, qualunque sia il colore del governo nazionale”.

L’ipotesi del trasferimento delle bombe nucleari da Incirlik ad Aviano era stata ventilata già nel 2016, quando Erdogan aveva sventato un golpe militare contro la sua persona ed aveva additato gli Usa tra i possibili fiancheggiatori del colpo di stato. Erdogan aveva addirittura fatto staccare l’energia elettrica alla base militare Usa, interrompendo l’attività operativa del locale contingente americano. La tensione venne risolta ma negli ultimi tempi le relazioni tra l’ex alleato Nato e Washington è schizzata di nuovo verso l’alto soprattutto con la decisione turca di acquisire aerei e contraerea dalla Russia.

La notizia del trasferimento delle bombe atomiche da Incirlik ad Aviano è stata resa nota dall’agenzia Bloomberg che ha intervistato il generale in pensione Charles Chuck Wald ex comandante proprio del 31esimo Fighter Wing di Aviano dal 1995 al 1997. “Molti ricordano la sua presenza in Pedemontana come a dir poco ingombrante, specie quando lasciò metaforicamente il segno sui tavoli degli amministratori locali, onde far capire che il Progetto Aviano 2000 (mega opera infrastrutturale destinata ad allocare stormo e famiglie al seguito) non doveva trovare ostacoli di sorta. Come in effetti è stato, ciclopica burocrazia italica a parte” ricorda il Gazzettino.

Da Incirlik potrebbero quindi sbarcare ad Aviano una cinquantina di bombe nucleari, che si aggiungerebbero alle circa 30 già qui immagazzinate, altre cinquanta bombe atomiche sono invece stoccate nelle base militare di Ghedi a Brescia. E a questo punto la base militare di Aviano diventerebbe il maggior deposito atomico presente in Europa Occidentale.

È evidente che questa minaccia e questa ulteriore militarizzazione nucleare del nostro paese da parte degli Stati Uniti dovrebbe far scattare le dovute contromisure da parte delle coscienze e delle forze antimilitarista (se ne rimangono ancora). Battiamo un colpo?

Fonte

13/01/2019

B61–12, qui in Italia


Sembra il nome di una vitamina.

Invece è una bomba nucleare di nuova generazione, con potenzialità distruttive dieci volte superiori a quelle sganciate su Hiroshima e Nagasaki.

Il pensiero va immediatamente alla Corea del Nord e all’arsenale nucleare di Kim Jong-un, oppure all’Iran e all’arsenale nucleare di Rouhani, più esposti mediaticamente di quanto non lo siano USA, Israele, Cina, Russia, Francia, Pakistan, Regno Unito, India.

Sciaguratamente non dobbiamo fare troppa strada.

A quanto pare fino ad oggi abbiamo consentito che sul nostro territorio, e precisamente ad Aviano e Ghedi, gli Usa “parcheggiassero” ben settanta bombe B61 che devono essere sostituite da altrettante B61–12.

Nonostante l’Italia abbia sottoscritto il Trattato di non proliferazione nucleare e, in virtù di quel Trattato non possa avere armi nucleari sul proprio territorio, in violazione dei nostri impegni internazionali, consentiamo che gli USA ci trattino come se fossimo la loro dependance dove alloggia la propria servitù.

In caso di conflitto, di sicuro saremmo oggetto di rappresaglie, proprio per distruggere gli arsenali nucleari che ospitiamo.

E se questa “ospitalità nucleare” è diretta conseguenza della adesione alla NATO, uscirne è forse il modo più coerente per applicare l’articolo 11 della nostra Costituzione.

Fonte

22/07/2017

Italia. Le atomiche sotto il letto, in gran segreto

Il Pentagono non rivelerà più i report delle ispezioni di sicurezza sui suoi armamenti atomici. Per decenni questo tipo di informazioni sono rimaste accessibili al pubblico e hanno permesso di avere un minimo di controllo sulla gestione degli arsenali da parte dei militari, per capire se venivano rispettate misure di sicurezza adeguate. Ora inversione a U: il Pentagono ha deciso che questi dati verranno secretati. Non sarà quindi più possibile sapere se le bombe di Aviano e Ghedi hanno falle di sicurezza, emerse grazie a ispezioni ufficiali dello stesso governo americano.

Segreti di efficienza
La decisione arriva improvvisa dopo che per anni esperti e giornalisti hanno potuto accedere a questo tipo di informazioni, che non hanno mai comportato alcun rischio sicurezza, visto che i report non contengono dati classificati. “Senza rivelare informazioni coperte dal segreto di Stato, i rapporti delle ispezioni possono indicare se ci sono stati problemi con il personale che maneggia gli armamenti nucleari, o per l’equipaggiamento tecnico o sullo stoccaggio delle armi”, spiega Steven Aftergood, di “Project on Government Secrecy”. La decisione della US Air Force e del Joint Chiefs of Staff, sembra più volta a proteggere mancanze che segreti militari.

L’Italia super atomica
Il provvedimento non menziona in particolare Aviano e Ghedi, ma ci interessa molto, visto che l’Italia è diventata la nazione con il più alto numero di ordigni nucleari Usa in Europa. Secondo i dati della Federation of American Scientists, ad Aviano e Ghedi sono stoccate settanta delle centottanta atomiche Usa presenti in Europa e il nostro è l’unico paese con due basi nucleari: quella dell’Aeronautica militare di Ghedi e quella statunitense di Aviano. Mentre si parla e si discute in Parlamento dell’arrivo in Italia della nuova bomba termonucleare B61-12 per sostituire le vecchie B-61 e andare in dotazione ai caccia F-35. In Senato, presentate quattro mozioni per bloccare questo tipo di ordigni.

Fonte

06/09/2014

Da Vicenza e Aviano parà Usa per war games in Ucraina

Oltre duecento paracadutisti statunitensi stanno per essere trasferiti in Ucraina per partecipare ad una vasta esercitazione militare multinazionale. I parà appartengono tutti al 173rd Airborne Brigade Combat Team, il reparto d’élite aviotrasportato dell’esercito Usa di stanza a Vicenza. I war games si terranno dal 16 al 26 settembre nella parte occidentale del paese; le unità statunitensi raggiungeranno l’International Peacekeeping and Security Center di Yavoriv con voli cargo che decolleranno dalla base aerea di Aviano (Pordenone). Quella della 173^ brigata aviotrasportata di Vicenza sarà la prima presenza di truppe Usa in territorio ucraino dopo lo scoppio del conflitto interno.

L’esercitazione prenderà il nome di “Rapid Trident” e vedrà la partecipazione di 1,300 militari di 15 nazioni (Ucraina, Azerbaijan, Bulgaria, Canada, Georgia, Germania, Gran Bretagna, Lettonia, Lituania, Moldavia, Norvegia, Polonia, Romania, Spagna e Stati Uniti). “Saranno eseguite operazioni di peacekeeping, trasporto mezzi, pattugliamento, individuazione e disattivazione di materiale esplodente”, ha riferito il portavoce del Pentagono, colonnello Steve Warren. “L’esercitazione si terrà a Lviv, al confine con la Polonia, e contribuirà a promuovere la stabilità e la sicurezza regionale, rafforzare la partnership e favorire la fiducia con gli alleati, mentre migliorerà  l’interoperabilità tra il Comando delle forze Usa in Europa USAREUR, le unità terrestri dell’Ucraina e altri paesi Nato”. Il Pentagono ha annunciato inoltre di aver consegnato alle autorità di Kiev nuovi aiuti militari “non letali”, tra cui “caschi protettivi, dispositivi robot anti-esplosivi, sacchi a pelo, uniformi, sistemi di radiocomunicazione, giubbotti antiproiettile e kit sanitari”.

“Rapid Trident” era stata programmata inizialmente per il mese di luglio, ma il Comando di US Army in Europa aveva poi deciso di spostarla a settembre. L’esercitazione viene condotta annualmente in Ucraina sin dal 1995, anche se originariamente vedeva schierate solo unità nazionali e statunitensi. L’ultima edizione si è tenuta nel luglio 2013 e ha visto partecipare oltre un migliaio di militari di 17 paesi (Stati Uniti, Ucraina, Armenia, Azerbaijan, Bulgaria, Canada, Danimarca, Georgia, Germania, Gran Bretagna, Moldavia, Norvegia, Polonia, Romania, Serbia, Svezia e Turchia). Anche lo scorso anno hanno preso parte a “Rapid Trident” i paracadutisti del 173rd Infantry Brigade Combat Team di Vicenza, portando a termine oltre 300 lanci da elicotteri e aerei e l’addestramento delle unità ucraine al trasporto mobile aereo. L’esercitazione fu monitorata da “ispettori” del Comando per le forze terrestri della Nato di Izmir (Turchia).

In est Europa sono in corso altre importanti esercitazioni dell’Alleanza Atlantica con palesi obiettivi anti-russi. In un ampio territorio comprendente la Germania orientale e le Repubbliche baltiche, si svolge “Steadfast Javelin II”, a cui partecipano centinaia di militari di 13 paesi (Bulgaria, Canada, Germania, Gran Bretagna, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovenia, Stati Uniti e Italia, quest’ultima con i paracadutisti della Brigata “Folgore”), più due nazioni della Partnership for peace, Bosnia Erzegovina e Serbia. Una dozzina di cacciabombardieri F-15 e 180 militari statunitensi, provenienti dalla base di Lakenhealth (Gran Bretagna), sono impegnati invece in Bulgaria in un’esercitazione bilaterale di due settimane con le forze aeree locali. Da ottobre sino alla fine dell’anno si terrà invece una vasta esercitazione terrestre in Polonia e nelle Repubbliche baltiche a cui prenderanno parte 600 unità della 1^ Divisione cavalleria di US Army, proveniente da Fort Hood (Texas), con carri armati M-1 “Abrams”, blindati e velivoli corazzati.

Al Comando Nato di Bruxelles si approntano intanto i programmi per trasferire stabilmente in Europa orientale uomini e mezzi dell’Alleanza. Al recente vertice in Galles, è stata approvata la creazione di una forza di pronto intervento con “punte di lancia” (Spearhead), capaci di entrare in azione nel giro di 48 ore, con il supporto di aviazione, marina e forze speciali. La task force avrà a disposizione basi permanenti, depositi di munizioni e carburante e tutte le infrastrutture di supporto necessarie, nei paesi Nato prossimi alla frontiera con la Russia. Saranno avviate presto attività addestrative delle unità speciali e di pronto intervento dell’Europa orientale. Il governo polacco ha formalmente chiesto a Washington di trasferire stabilmente in Polonia perlomeno un gruppo di volo con cacciabombardieri F-16 a capacità nucleare, di stanza oggi ad Aviano. Il presidente della Romania, Traian Basescu, ha annunciato che prossimamente un contingente di 200 militari Nato, tra piloti, meccanici e tecnici di manutenzione di velivoli aerei sarà stazionato in uno scalo militare rumeno. Bruxelles ha infine dato un colpo di acceleratore al programma di allargamento Nato a Macedonia, Montenegro, Georgia, Bosnia-Erzegovina, Serbia e, ovviamente, all’Ucraina.

Il 173rd Airborne Brigade Combat Team di Vicenza è stato impiegato nei principali scacchieri di guerra mediorientali, in particolare in Iraq e in Afghanistan, dove più di un centinaio di suoi militari hanno perso la vita. Da qualche mese, i comandi generali della brigata e quattro battaglioni (due provenienti dalla base di Bamberg, Germania e due dalla base vicentina di Camp Ederle) sono stati trasferiti nel nuovo hub logistico-militare realizzato all’interno dell’ex aeroporto “Dal Molin” di Vicenza, rinominato “Camp Del Din”. I lavori infrastrutturali, avviati nel 2008, hanno comportato una spesa di 289 milioni di euro. Sono stati realizzati, in particolare, 31 nuovi edifici destinati a caserme-alloggio per 2.000 militari, magazzini, spazi operativi, officine di manutenzione velivoli, uffici e centri comando, due parcheggi multipiano per 800 auto e 50 motocicli, diversi centri sportivi. Con il trasferimento al “Dal Molin” dei due battaglioni della 173rd Airborne Brigade provieniti dalla Germania, il numero dei soldati Usa a Vicenza ha raggiunto le 4.000 unità.

Fonte