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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/01/2020

Le atomiche da Erdogan all’Italia: perché la notizia è credibile e fondata

di Alberto Negri - il manifesto


L’Italia finisce l’anno con la possibile opzione di diventare una delle maggiori potenze atomiche europee. Senza volerlo e a sua insaputa, come quasi tutta la nostra politica estera.

Che si esprime in Libia con geometrica inconsistenza, esposta nella conferenza stampa di fine anno da uno smarrito premier Conte che di questo passo stanotte confonderà i colpi d’artiglieria di Tripoli e i raid aerei del generale Haftar con i tradizionali botti di Capodanno.

Gli americani, dunque, potrebbero trasportare le testate atomiche dalla Turchia alle basi italiane come quella di Aviano. Il nostro ministero della Difesa afferma che si tratta di una notizia infondata: di testate atomiche in Italia ce ne sono già oltre 70 e se si aggiungessero quelle americane nella base di Incirlik sfonderemmo ogni record, superando anche la Germania (ma dietro a Gran Bretagna e Francia). Non solo la notizia non è infondata come affermano le fonti ufficiali del governo italiano, appare invece possibile se non addirittura probabile. A rivelare l’ipotesi all’agenzia americana Bloomberg è stato infatti il generale Charles Chuck Wald dell’US Air Force, ora in pensione ma che è stato comandante ad Aviano e continua a rivestire incarichi nella Amministrazione Usa.

In Italia il generale Wald si dimostrò un grande decisionista con pressioni sulle autorità locali per ottenere il via libera al grande Progetto Aviano 2000: imponenti infrastrutture e abitazioni per lo stormo e le famiglie dei militari. La decisione Usa sarebbe la conseguenza del riavvicinamento di Erdogan a Putin, sancito dalla vendita ad Ankara delle batterie anti-missile russe S-400: è la prima volta che un Paese Nato acquista armi da Mosca e per questo alla Turchia è stata congelata la consegna dei nuovi caccia F-35 e si annunciano sul reiss turco nuove sanzioni – secondo l’informato quotidiano israeliano Haaretz.

Se il trasferimento si concretizzasse i bunker americani in provincia di Pordenone dove ci sono già una cinquantina di atomiche diventerebbero il deposito nucleare più grande d’Europa. L’Italia viene considerata da sempre un’alleata fedele, a prescindere dal colore dei governi e questo esecutivo appare prono come gli altri ai voleri Washington vista la confidenza di Trump con il «l’amico Giuseppi» (Conte) – nonché con il «sovranista» Salvini che con la Lega regna in Friuli Venezia Giulia – e la recente visita a Roma del segretario di Stato Usa Mike Pompeo con il quale abbiamo parlato di parmigiano ma glissando su ogni seria questione strategica, Libia compresa. Gli americani, quindi, contano che non ci sia opposizione alla possibile richiesta.

Dell’ipotesi di un trasferimento dalla Turchia dell’arsenale atomico si parlò già nel 2016, ai tempi del tentato golpe, quando Erdogan sospettava che Washington fosse dietro l’operazione e che comunque non l’avesse osteggiata, anzi. Infatti a Incirlick furono ospitati alcuni aerei da rifornimento che consentirono ai caccia F-16 dei ribelli di minacciare Istanbul e Ankara. Incirlik, da cui dovevano partire i raid contro l’Isis, fu chiusa allora per un paio di settimane. Prepariamoci quindi con i botti di Capodanno ad accogliere il prossimo arrivo del Dottor Stranamore americano.

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29/12/2019

Aviano - In arrivo altre 50 bombe atomiche USA

Gli Stati Uniti potrebbero trasferire le 50 bombe atomiche dalla base di Incirlik in Turchia alla base militare di Aviano in Friuli. A rivelarlo è il Gazzettino in un lungo articolo nel quale segnala che il sito prescelto per lo spostamento dell’arsenale nucleare sarebbe l’aeroporto pordenonese Pagliano e Gori, sede di uno Stormo dell’Usaf (il 31esimo Fighter Wing) a capacità nucleare. Lapidaria la considerazione sul perché di questa destinazione: “Tale eventuale decisione sarebbe presa specie in considerazione della comprovata fedeltà dell’Italia, che sul tema atomiche non batte ciglio, qualunque sia il colore del governo nazionale”.

L’ipotesi del trasferimento delle bombe nucleari da Incirlik ad Aviano era stata ventilata già nel 2016, quando Erdogan aveva sventato un golpe militare contro la sua persona ed aveva additato gli Usa tra i possibili fiancheggiatori del colpo di stato. Erdogan aveva addirittura fatto staccare l’energia elettrica alla base militare Usa, interrompendo l’attività operativa del locale contingente americano. La tensione venne risolta ma negli ultimi tempi le relazioni tra l’ex alleato Nato e Washington è schizzata di nuovo verso l’alto soprattutto con la decisione turca di acquisire aerei e contraerea dalla Russia.

La notizia del trasferimento delle bombe atomiche da Incirlik ad Aviano è stata resa nota dall’agenzia Bloomberg che ha intervistato il generale in pensione Charles Chuck Wald ex comandante proprio del 31esimo Fighter Wing di Aviano dal 1995 al 1997. “Molti ricordano la sua presenza in Pedemontana come a dir poco ingombrante, specie quando lasciò metaforicamente il segno sui tavoli degli amministratori locali, onde far capire che il Progetto Aviano 2000 (mega opera infrastrutturale destinata ad allocare stormo e famiglie al seguito) non doveva trovare ostacoli di sorta. Come in effetti è stato, ciclopica burocrazia italica a parte” ricorda il Gazzettino.

Da Incirlik potrebbero quindi sbarcare ad Aviano una cinquantina di bombe nucleari, che si aggiungerebbero alle circa 30 già qui immagazzinate, altre cinquanta bombe atomiche sono invece stoccate nelle base militare di Ghedi a Brescia. E a questo punto la base militare di Aviano diventerebbe il maggior deposito atomico presente in Europa Occidentale.

È evidente che questa minaccia e questa ulteriore militarizzazione nucleare del nostro paese da parte degli Stati Uniti dovrebbe far scattare le dovute contromisure da parte delle coscienze e delle forze antimilitarista (se ne rimangono ancora). Battiamo un colpo?

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29/07/2016

Turchia. Il regime accusa: dietro il golpe la Nato

Le accuse del regime turco al governo degli Stati Uniti, alla Cia e alle strutture della Nato per il fallito golpe del 15 luglio continuano a caratterizzare lo scontro tra Ankara e Washington. Sia Barack Obama sia vari capi delle forze armate statunitensi sono intervenuti più volte per smentire ogni loro coinvolgimento sulla sfortunata sollevazione dei militari di due settimane fa, ma con i giorni cominciano ad emergere degli elementi che, in mancanza di prove concrete e inoppugnabili, sembrano comunque verosimili.

Nei giorni scorsi il ministro della Giustizia Bekir Bozdag, durante un’intervista televisiva, ha dichiarato: «Gli Stati Uniti sanno che Fethullah Gülen ha dato vita a questo golpe. Obama lo sa meglio del suo stesso nome. Sono convinto che l’intelligence statunitense sa troppe cose». Secondo il ministro turco Washington sapeva cosa stava per succedere e non ha fatto nulla per mettere in guardia Ankara. Ma altri suoi colleghi del governo di Ankara sono stati ancora più espliciti, accusando l’esecutivo statunitense di aver sostenuto il tentativo di regime change in Turchia, per stoppare il repentino avvicinamento di Erdogan alla Russia e ad Israele, il che allontanerebbe ulteriormente l’importante membro della Nato dagli interessi politici e geostrategici degli Stati Uniti.

Poi sono venute le accuse da parte di alcuni media filogovernativi che hanno accusato gli Stati Uniti di aver cercato di assassinare Erdogan.

In particolare il quotidiano filoregime Yeni Safak ha puntato l’indice contro la Casa Bianca. Il giornale ha scritto che il golpe sarebbe stato organizzato dall’ex comandante di missione dell’Isaf – la missione della Nato in Afghanistan – John Campbell, coadiuvato da un’ottantina di agenti della Cia dislocati in Turchia. L’operazione sarebbe stata ‘oliata’ con lo stanziamento da parte di Washington di circa due miliardi di dollari, fatti passare tramite una filiale in Nigeria della United Bank of Africa e utilizzati per corrompere i generali e gli ufficiali ribelli. Dopo il suo pensionamento, nel maggio scorso, Campbell si sarebbe recato in Turchia almeno 2 volte per incontri segreti con alti ufficiali golpisti scrive Yeni Safak citando fonti d’intelligence.

A conferma delle accuse vari media turchi citano alcuni elementi. Intanto il complotto sarebbe stato organizzato e coordinato dalla base militare turca di Incirlik, dove parecchie centinaia di militari statunitensi gestiscono i raid aerei contro le postazioni dello Stato Islamico in Siria e Iraq. Il generale Bekir Ercan Van, responsabile della base, è stato arrestato insieme ad un consistente numero di alti ufficiali e militari, con l’accusa di aver sostenuto la sollevazione. Per molti giorni dopo il 15 luglio alla installazione militare in dotazione alla Nato le autorità turche hanno letteralmente tagliato i rifornimenti di energia elettrica, e per alcune ore la base è stata addirittura assediata dai militari lealisti che hanno impedito le comunicazioni con l’esterno.

Altro elemento: il fulcro del putsch erano alcuni battaglioni turchi che negli ultimi anni sono stati sotto comando Nato inseriti nella Forza di reazione rapida – per lo più statunitense – nel corso di varie missioni militari dell’Alleanza Atlantica in vari paesi, in particolare in Afghanistan. Nei giorni scorsi due generali turchi di stanza in Afghanistan sono stati arrestati dalle autorità di Dubai su richiesta del regime turco. Il general Mehmet Cahit Bakir, comandante delle forze turche in Afghanistan, e il generale di brigata Sener Topuc sono stati fermati all’aeroporto di Dubai grazie alla cooperazione tra intelligence turca e le autorità degli Emirati arabi uniti. Secondo quanto riferito dal quotidiano turco Hurriyet i due generali sono stati trasferiti in Turchia subito dopo l’arresto.

Secondo quanto riferito dai media turchi, inoltre, insieme ai sette ufficiali turchi riparati a Salonicco subito dopo il fallimento del golpe ci sarebbero stati anche alcuni agenti della Cia, ma la notizia non è stata confermata da nessun media ellenico.

Sempre il quotidiano Yeni Safak ha scritto che nell’operazione coordinata dalla Casa Bianca sarebbe coinvolto anche Henri Barkey, ex ufficiale dell’agenzia di intelligence Usa e attuale direttore del programma per il Medio Oriente al Woodrow Wilson Center. Secondo il giornale, che cita fonti delle indagini, avrebbe trascorso la notte del 15 luglio in un hotel su una delle isole dei Principi, un piccolo arcipelago a poca distanza da Istanbul, organizzando un presunto “incontro clandestino” con altri esperti stranieri.

Secondo quanto riportato da vari media turchi, compresa l’agenzia stampa ufficiale Anadolu, i golpisti per riconoscersi avrebbero utilizzato una banconota da un dollaro con la stessa lettera iniziale – la F o in certi casi la J e la C – nel numero di serie. Il che, secondo le accuse, sarebbe una ulteriore riprova del legame tra i golpisti e gli Stati Uniti. Banconote da un dollaro sarebbero state trovate addosso o nelle abitazioni di alcuni dei militari e di altri arrestati perché accusati di aver preso parte alla sollevazione. Anadolu cita il caso del colonnello della gendarmeria Kamil Gunler, i giudici Neslihan Dagli e Guluzar Gulsen Firat, e anche un docente di una scuola coranica nella provincia orientale di Mus, Bahattin Turkaslan. E poi ancora poliziotti, imprenditori e accademici.

Ovviamente è difficile dire quanto siano fondate le varie notizie diffuse in questi giorni dalla stampa erdoganiana – alcune delle quali obiettivamente di tono complottista – ma ciò che conta è che il regime punta il dito contro Washington in maniera frontale.

L’oggetto del contendere, oltre alle nuove alleanze internazionali annunciate da Erdogan nelle ultime settimane, sarebbe rappresentato dalla numerose e strategiche basi che la Nato e gli Stati Uniti hanno potuto utilizzare finora in territorio turco, a partire da quella di Incirlik, fuori dalla quale alcuni membri del gruppo ultra-nazionalista di destra ‘Associazione della Gioventù Anatolica’ ha organizzato una manifestazione per “mandare un messaggio agli Usa golpisti”.

Secondo le accuse in cambio del loro presunto appoggio al tentativo di golpe gli Stati Uniti avrebbero avuto in uso dal nuovo governo supportato dai militari ribelli un’altra base al confine con la Siria, scrive sempre il quotidiano Yeni Safak.

E a nessuno è sfuggito il carattere doloso di un grande incendio che, all’inizio di questa settimana, ha assediato una base Nato a poca distanza da Smirne: un chiaro segnale, secondo alcuni analisti, a Washington.

In Turchia, fomentato dal regime ma trasversale anche all’interno degli schieramenti di opposizione, cresce un inconsueto sentimento anti-americano. Tanto che il leader del partito nazionalista di destra Mhp – gli ‘ex’ Lupi Grigi – Devlet Bahceli ha affermato che, se provate, le accuse di un coinvolgimento statunitense “significherebbe che gli Usa e i centri del potere globale vogliono trascinare la Turchia nella guerra civile”.

Le autorità statunitensi cercano di smorzare la polemica, ma sull’estradizione dell’imam Gulen, che vive dal 1999 in una sorta di fortezza protetta da uomini armati in una cittadina della Pennsylvania, la Casa Bianca non sembra per ora disposta a cedere. E nei giorni scorsi il Dipartimento di Stato americano ha autorizzato la “partenza volontaria” delle famiglie del suo personale in Turchia, adottando una misura che viene presa solo quando la situazione della sicurezza si aggrava “in modo significativo”.

Gli Stati Uniti hanno messo in guardia i loro connazionali contro un possibile rafforzamento delle attività di polizia e militari in Turchia, oltre che su possibili limitazioni alla libertà di circolare. Washington “chiede ai cittadini americani di riconsiderare i loro piani di viaggio verso la Turchia”, ha poi aggiunto l’ambasciata ad Ankara.

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25/07/2016

Ankara accusa la Cia. La Nato cerca alternative a Incirlik?

Una grande foto di un militare crucciato e, accanto, il titolo a caratteri cubitali: “Quest’uomo ha diretto il golpe”. Nella sua prima pagina di oggi, il quotidiano turco Yeni Safak, sostenitore del presidente Erdogan, punta direttamente il dito contro un generale degli Stati Uniti, John F. Campbell, e contro il governo di Washington per il tentativo di colpo di stato del 15 luglio scorso, accusando esplicitamente la Cia di averlo finanziato attraverso una banca con sede in Nigeria.

Il braccio di ferro tra Ankara e Washington continua, dopo che già nei giorni scorsi diversi esponenti del governo islamo-nazionalista turco avevano non solo esplicitamente accusato gli Stati Uniti di proteggere e ospitare l’ispiratore del colpo di stato, l’imam/magnate Fethullah Gulen, residente ormai dal 1999 in Pennsylvania, ma anche di aver sobillato e sostenuto i militari protagonisti dell’azzardato putsch.

Proprio oggi il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha diffidato i rappresentanti dell’Ue dal «fare dichiarazioni minacciose sul fatto che la Turchia non potrà entrare nell’Unione», e nel contempo ha chiesto di nuovo formalmente l’estradizione dagli Usa di Gulen. “Altrimenti le relazioni tra Ankara e Washington – avverte Cavusoglu – potrebbero deteriorarsi”.

Turchia isolata al G20

Che qualcosa si sia rotto definitivamente nelle già difficili relazioni tra la Turchia e il fronte dei paesi occidentali – e non certo per la brutale violazione dei diritti umani e politici che contraddistingue il controgolpe erdoganiano, ampiamente presente ben prima del 15 luglio – lo dimostra quanto sta accadendo in queste ore alla riunione dei ministri delle Finanze dei paesi aderenti al G20 in corso a Chengdu. In Cina la delegazione turca sta cercando di ottenere una esplicita dichiarazione di sostegno al governo di Ankara ed al presidente Erdogan. Ma ciò che non è avvenuto nelle quattro concitate ore durante le quali i militari turchi hanno messo in atto un piano miseramente fallito, le cancellerie occidentali non sembrano disposte a concederlo nemmeno ora. Il vicepremier di Ankara, Mehmet Simsek, ha proposto ai suoi colleghi un comunicato finale che richiamasse esplicitamente la riaffermata legittimità del governo turco ma ha ottenuto un rifiuto, in particolare da parte dei rappresentanti dell’Unione Europea. Simsek ha negato la circostanza, ma è stato il commissario all’economia dell’Unione Europea, il francese Pierre Moscovici, a confermarla durante una conferenza stampa.

Intanto vari esponenti del regime turco continuano ad accusare non meglio precisate potenze straniere di essere intervenute in Turchia tramite alcuni settori militari per cambiarne gli equilibri di potere ed imporre i propri interessi. Il presidente Barack Obama durante il fine settimana è dovuto intervenire di persona per smentire un coinvolgimento del suo paese nei fatti del 15 luglio ma sono sempre più numerosi i sospetti che dietro il fallito golpe ci sia proprio Washington, preoccupata del repentino avvicinamento di Ankara alla Russia e a Israele e contrariata dai ripetuti no di Erdogan alle proprie direttive.

Gli Usa dietro il golpe?

Ad esempio Wadah Khanfar, ex direttore di Al Jazeera, afferma che un tentativo di golpe delle dimensioni di quello tentato il 15 luglio scorso non avrebbe potuto essere condotto senza che i militari avessero previamente consultato o comunque informato gli americani. Il richiamo esplicito al mantenimento delle precedenti alleanze internazionali, contenuto nel proclama diffuso dai golpisti la notte di dieci giorni fa, potrebbe riferirsi proprio ad una richiesta di riconoscimento indirizzata, seppur non esplicitamente, ad Ue e Stati Uniti.
A Mosca, vari esponenti politici del partito di maggioranza, “Russia Unita”, hanno affermato che il presidente Vladimir Putin sarebbe convinto che a manovrare i militari ribelli siano stati gli Stati Uniti. Non è un caso che, recuperate da poche settimane le relazioni con Ankara dopo la crisi provocata dall’abbattimento di un caccia di Mosca da parte di un jet turco, Putin sia stato tra i primi capi di stato a chiamare personalmente Erdogan per esprimergli il suo appoggio. Al contrario, mentre i carri armati dei militari golpisti occupavano alcune posizioni chiave ad Ankara ed Istanbul, il segretario di Stato Usa John Kerry si limitava ad una confusa ed ambigua dichiarazione riaffermando esclusivamente l’auspicio che in Turchia fossero salvaguardate l’unità e la stabilità del paese. Solo quando, più tardi, era evidente che il putsch era fallito la Casa Bianca ha diffuso una dichiarazione di solidarietà alle istituzioni democratiche turche, anche stavolta però senza nominare il presidente e senza esprimergli esplicitamente l’appoggio di Washington. Il comportamento dell’Unione Europea è stato simile a quello degli Stati Uniti.

Erdogan si aspettava il golpe

I servizi segreti turchi avevano avvisato Erdogan sulla possibilità di un colpo di stato militare ben 15 volte negli ultimi sei mesi. Ciò spiega, tra le altre cose, perché i golpisti hanno fallito e perché la reazione da parte del regime sia stata tanto rapida quanto brutale, con liste di proscrizione già stilate da tempo che hanno permesso al ‘sultano’, grazie al clima di riconquistata legittimazione, di far arrestare o espellere finora dall’esercito, dalla polizia, dalla magistratura, dall’amministrazione pubblica e dalla scuola quasi 70 mila persone. Alcuni media espressione di movimenti radicali kemalisti e nazionalisti di opposizione, come il Vatan Partisi, avevano più volte avvisato nei mesi scorsi che “l’imperialismo” – cioè potenze straniere occidentali – stava preparando un colpo di mano in Turchia.

Secondo le ricostruzioni più attendibili finora proposte della giornata del 15 luglio, inizialmente il colpo di stato avrebbe dovuto essere attuato agli inizi di agosto, qualche giorno prima la già prevista riunione del Consiglio Militare Supremo che all’ordine del giorno prevedeva una consistente purga di ufficiali e militari considerati vicini a Gulen. Ma le purghe nelle forze armate, e anche alcuni arresti, sono stati anticipati dal regime all’inizio di luglio e correvano insistenti voci che alla fine di questo mese il governo avesse in programma epurazioni ancora più consistenti, con l’intenzione di decapitare i settori gulenisti ancora abbastanza forti nell’esercito. Forse a diffondere le voci sarebbe stato lo stesso regime, per spingere i settori ribelli a uscire allo scoperto.

Fatto sta che il cosiddetto ‘Comitato della Pace’ decise di anticipare l’ammutinamento, fissando l’ora X alle 3.00 di notte del 16 luglio. Ma Erdogan e gli alti comandi dell’esercito vennero avvisati durante la giornata dell’imminente sollevazione – e a quel punto alcuni dei generali aderenti al complotto, fiutando la malaparata, potrebbero essersi sfilati – obbligando i golpisti ad anticipare la loro azione alle 21 del giorno prima. Sappiamo tutti com’è andata a finire.

Erdogan avvisato da Mosca e Teheran?

Insomma non solo Erdogan si aspettava un golpe militare e si era preparato per respingerlo e trarre vantaggio dal suo fallimento, ma il 15 luglio qualcuno avvisò Erdogan di quanto stava per accadere.

Secondo varie fonti furono i servizi di intelligence di Mosca ad allertare i colleghi turchi di quanto stava per accadere, condividendo con il Mit di Ankara le informazioni ottenute dal monitoraggio sulle comunicazioni interne alle forze armate turche probabilmente realizzato a partire dalle base russa di Latakia, in Siria. A diffondere questa versione dei fatti è stata l’agenzia semiufficiale iraniana Fars, anche se il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, ha in seguito smentito la circostanza.

Chiunque abbia allertato i servizi turchi – anche se in patria i vertici del Mit sono sotto accusa per l’inefficienza dimostrata durante i fatti del 15 luglio – spicca la esplicita dichiarazione di solidarietà inviata dal governo di Teheran a quello di Ankara a poche ore dal fallimento del golpe. Il governo iraniano ha espresso sollievo per il fallimento del putsch e la stampa vicina al presidente Hassan Rouhani ha sottolineato con enfasi il ‘ruolo positivo svolto dal popolo turco che è sceso in strada a difendere la democrazia”. I vertici del paese, da anni in scontro frontale con la Turchia sul terreno siriano ma non solo, sperano ora che la rottura con Washington e la Nato si stabilizzi e che Ankara cerchi un riavvicinamento non solo con Mosca, ma anche con Teheran. Almeno questo sembra essere un auspicio del governo ‘riformista’ iraniano, mentre invece vari organi di stampa conservatori hanno scritto che «il golpe in Turchia è stato pianificato dallo stesso Erdogan per accrescere la sua popolarità e per coprire i gravissimi errori che ha commesso in politica interna ed estera». Anche i leader riformisti iraniani non sembrano del tutto convinti che lo scontro tra Ankara e Washington porterà ad una rottura netta, ma certo vi colgono una opportunità per rompere il fronte avversario e godere degli eventuali benefici. Ad esempio portando gli Stati Uniti, deterioratisi ulteriormente i rapporti con la Turchia, a rafforzare il dialogo con Teheran revocando definitivamente ogni forma di sanzione o restrizione. Oppure, al contrario, convincendo Ankara a cercare nell’Iran un partner regionale insieme al quale bilanciare le crescenti pressioni statunitensi ed europee. A rafforzare la relazione tra due paesi ancora formalmente nemici potrebbe essere proprio la Russia, partner privilegiato dell’Iran che grazie all’intervento delle proprie forze armate in Siria (e al protagonismo militare di Hebzollah) ha recuperato un certo ruolo nella regione sbaragliando i piani dei paesi sponsor dei ribelli jihadisti, tra i quali la stessa Ankara oltre alle petromonarchie.

L’avvicinamento di Ankara alla Russia e all’Iran

Il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo turco si incontreranno nella prima settimana di agosto in Russia, secondo quanto confermato nei giorni scorsi dall’addetto stampa del presidente russo, Dmitry Peskov. “In effetti, oggi, attraverso canali diplomatici viene preparato ed elaborato l’incontro tra Putin e Erdogan. Eravamo d’accordo che questo incontro avrà luogo ai primi di agosto, sarà nella Federazione Russa, ma non viene specificata la città e la data”, ha detto Peskov, che ha negato che l’incontro si terrà a Baku, in Azerbaigian. “Baku deve ospitare la riunione trilaterale dei presidenti di Russia, Azerbaigian e Iran” ha aggiunto Peskov.

Nonostante il carattere strumentale, mutevole e a geometria variabile delle alleanze internazionali in un’epoca di spiccata competizione interimperialistica, l’avvicinamento della Turchia alla Russia sembra avviato. E paradossalmente il tentativo di golpe del 15 luglio, non andato in porto, potrebbe accelerare una tendenza che Washington (e Israele) considerano una iattura. D’altronde la Russia è un partner primario dell’economia turca in profonda crisi.

Quanto all’Iran, i due paesi sono stati a lungo alleati prima dell’esplosione del carnaio siriano in cui Ankara e Teheran si sono ritrovate su fronti opposti, e comunque anche in piena epoca di sanzioni economiche e commerciali internazionali hanno mantenuto un buon livello di scambi con la Turchia che ha in parte violato le restrizioni imposte dalla ‘comunità internazionale’ a causa dello sviluppo da parte iraniana del suo programma nucleare. Il 4 giugno di quest’anno il colosso turco Unit International, guidato da Unal Aysal, ha annunciato la firma di un accordo con il ministero dell’energia dell’Iran per la costruzione di sette centrali, in sette regioni differenti della repubblica iraniana. Gli impianti, la cui costruzione inizierà nel gennaio 2017, produrranno ben 6.020 megawatts, pari al 10% del fabbisogno energetico iraniano, un affare da 4,2 miliardi di dollari.

L’assedio turco alla base Nato di Incirlik

Se gli Stati Uniti, una volta fallito un tentativo di regime change in Turchia da loro presumibilmente ispirato, dovessero andare ad una rottura con Erdogan (o, al contrario, se fosse il regime turco a rompere del tutto con Washington) la Nato perderebbe un importante bastione in Medio Oriente, e rischierebbe di spingere il paese in bocca a Mosca e a Teheran. Una prospettiva che gli apprendisti stregoni della Casa Bianca difficilmente potrebbero permettersi visti i continui rovesci in Medio Oriente e la costante perdita di egemonia nell’area. Nei giorni scorsi il portavoce del dipartimento di stato americano, John Kirby, ha dichiarato che al momento non esiste alcun rischio che la Turchia venga espulsa dalla Nato. Il rischio più concreto è infatti proprio quello che il regime di Ankara, magari non formalmente, allenti ulteriormente le proprie relazioni con l’Alleanza Atlantica rimanendone parte e avvicinandosi nel contempo ai paesi competitori degli Stati Uniti.

Basti guardare quanto sta succedendo intorno alla base turca di Incirlik, utilizzata da migliaia di militari statunitensi per gestire i bombardamenti contro le postazioni dello Stato Islamico in Siria, per rendersi conto dello stato dell’arte.

Domenica scorsa, due giorni dopo il fallito golpe, alcuni importanti comandanti della base sono stati arrestati insieme ad una consistente pattuglia di ufficiali e soldati con l’accusa di aver aiutato i golpisti. E’ possibile, ha chiesto la stampa turca e non solo, che i golpisti abbiano operato in una base con una così forte presenza di soldati statunitensi senza che Washington ne sapesse niente? A scanso di equivoci poche ore dopo che Erdogan aveva ripreso il controllo della situazione le autorità turche hanno ordinato l’interruzione della fornitura di energia elettrica alla base di Incirlik, e il blocco delle comunicazioni con l’esterno. Se questa seconda misura è stata interrotta dopo 24 ore, il taglio dell’elettricità è durato parecchi giorni mettendo in allerta il governo degli Stati Uniti che nel frattempo si era visto anche negare il permesso a far decollare i propri caccia verso Siria e Iraq.

La Nato cerca un’alternativa ad Incirlik?

La base di Incirlik, situata a poca distanza dalla città di Adana e a neanche 100 km dalla frontiera con la Siria è strategica per la Nato e per gli Stati Uniti grazie alla sua posizione incuneata in pieno Medio Oriente. A Incirlik sono di stanza la maggior parte dei circa 2.500 militari statunitensi che si trovano in Turchia ed è una delle principali basi operative e logistiche per le operazioni militari contro lo Stato Islamico, ma in generale uno dei pezzi essenziali della scacchiera strategica Usa nella regione dove nel frattempo i russi hanno rafforzato la propria presenza grazie all’intervento in Siria del settembre scorso. Non è un caso che, secondo dichiarazioni di alcuni generali statunitensi, Washington ad Incirlik abbia piazzato ben 50 testate nucleari che non servono di certo al contrasto alle organizzazioni jihadiste.

Se i rapporti tra Stati Uniti e Turchia dovessero saltare, Washington e la Nato dovrebbero risolvere un serio problema: dove trasferire l’infrastruttura militare finora ospitata ad Incirlik?

La questione è così poco peregrina che nei giorni scorsi alcuni media iracheni hanno candidato la base aerea di Qayyarah, la più grande del paese, come alternativa a quella turca. “La posizione geografica della base area di al Qayyarah è molto importante per l’Iraq ed in particolare per la città di Mosul. Ma in realtà la sua vera importanza a livello regionale sta nel dato che potrebbe benissimo diventare una degna alternativa della base Incirlik (in Turchia) per gli Stati Uniti” ha detto alla stampa l’esperto iracheno in questioni militari Ali al Rubaei. “Quando un jet militare decolla dal Qatar, il suo viaggio tra andata e ritorno (per la Siria), dura tre ore e mezzo. Mentre dalla base di al Qayyarah non impiega più di cinque minuti e questo fa risparmiare all’aviazione Usa molto tempo per raggiungere i suoi obbiettivi”, ha aggiunto l’analista iracheno.

Fonte

20/07/2016

La scure di Erdogan su scuola e università, epurati a migliaia

Non si arrestano le purghe di massa da parte del regime turco dopo il fallito colpo di stato di venerdì scorso. Dopo esercito, magistratura, gendarmeria e amministrazione pubblica oggi nel mirino della vendetta di Erdogan sono finite scuola e università, sia sul versante pubblico che privato. Il Consiglio per l’alta educazione (Yok), organo costituzionale responsabile della supervisione delle università turche, ha “chiesto” le dimissioni di 1.577 rettori. Tra questi, 1.176 sono di università pubbliche e il resto di fondazioni universitarie. Sono inoltre stati sospesi con effetto immediato oltre 15.200 tra impiegati e funzionari del ministero della Pubblica Istruzione, mentre il ministero dell’Educazione ha revocato la licenza d’insegnamento a 21 mila docenti che lavorano in scuole private. Contro gli insegnanti epurati è stata anche aperta un’inchiesta, che potrebbe portare nei prossimi giorni a numerosi arresti con l’accusa di appartenenza ad organizzazione terroristica, quale è considerata la confraternita Hizmet guidata dall’imam/magnate Fethullah Gulen, che il regime considera l’ispiratore del fallito putsch. Già ieri erano stati sospesi dall’incarico novemila dipendenti del Ministero dell’Interno, per la maggior parte poliziotti, e anche tremila tra giudici e procuratori.

La direzione del Mit ha sospeso circa 100 membri dell’intelligence, per la maggior parte non più agenti attivi. La Presidenza turca per gli Affari religiosi (Diyanet), massima autorità islamica che dipende dallo Stato, ha informato oggi di aver allontanato 492 dipendenti – tra cui numerosi imam e docenti di religione – perché sospettati di legami con gli ambienti di Gulen. Epurati anche 200 funzionari dell’Ufficio del Primo Ministro.

Sempre oggi l’Alto Consiglio per la radio e televisione turco ha annunciato di aver ritirato le licenze di trasmissione a tutte le emittenti radiotelevisive vicine all’imam Fethullah Gulen, in totale 24 (alcuni media vicini a Hizmet erano già stati sequestrati o chiusi nei mesi scorsi).

Intanto oggi il totale delle persone arrestate con l’accusa di complicità nell’ammutinamento armato è salito a 9350. Tra questi anche un secondo consigliere militare di Recep Tayyip Erdogan, bloccato in un hotel a pochi chilometri da Antalya, rinomata località balneare sulla costa meridionale dell’Anatolia, dove l’uomo era andato fornendo generalità false. Il tenente colonnello Erkan Kivrak, esperto in questioni aeronautiche è accusato di essere personalmente coinvolto nel maldestro colpo di Stato del 15 luglio. Nella scala gerarchica dello staff consultivo del presidente della Turchia, Kivrak occupava il secondo posto per rango e prestigio, dietro soltanto al colonnello Ali Yazici, coordinatore del gruppo e in apparenza fedelissimo di Erdogan, investito dell’incarico nell’agosto 2015.

Stato maggiore: intelligence ci informò prima di golpe

L’agenzia di intelligence turca MIT aveva informato i vertici delle forze armate turche qualche ora prima dell’avvio del golpe militare del 15 luglio e il capo di stato maggiore, il generale Hulusi Akar, aveva valutato l’informazione e emesso tutti i necessari avvertimenti e ordini contro questo “disprezzabile e miserabile tentativo”. E’ quanto si legge in un comunicato sul sito dello Stato maggiore turco che afferma: “i traditori terroristi membri di una gang illegale, l’organizzazione terroristica fethullahista – FETÖ – (termine che designa nel linguaggio del regime di Ankara i seguaci di Fethullah Gulen), annidati nelle Forze armate sono stati soppressi in tutto il Paese a far data del 17 luglio alle ore 16”. Lo Stato Maggiore afferma anche che i golpisti non hanno alcun rapporto con la “stragrande maggioranza” dei membri delle forze armate, “che amano il popolo, la nazione, la bandiera” turchi. “Le informazioni fornite dal Mit intorno alle 16 del 15 luglio 2016, sono state valutate presso lo stato maggiore dal Capo di Stato maggiore generale Hulusi Akar, dal Capo di Stato maggiore dell’esercito generale Salih Zeki Çolak e dal vice Capo di Stato maggiore generale Yasar Güler” prosegue il comunicato che si dilunga sugli ordini di fermare i movimenti di tutti i veicoli militari. La nota aggiunge che Akar è stato minacciato e obbligato a firmare e leggere in tv un “documento del tradimento, la cosiddetta dichiarazione” e che il generale ha respinto la richiesta “fermamente, con parole che comprendevano insulti”.

Il comunicato non chiarisce perché la stragrande maggioranza delle forze armate, che pure era fedele al regime, non intervenne preventivamente per bloccare i reparti ribelli e stroncare il golpe sul nascere, evitando la perdita di molte vite e di mettere a rischio l’incolumità del presidente. L’unica spiegazione – ma questo il regime non lo ammetterà mai – è che i golpisti sono stati attirati in una trappola affinché Erdogan ed i suoi potessero trarne il massimo vantaggio.

2 elicotteri e 25 militari svaniti nel nulla

Due elicotteri, con 25 militari delle forze speciali a bordo, sono scomparsi il giorno del tentativo di colpo di stato in Turchia, il 15 luglio scorso, durante un tentato blitz contro la residenza estiva del presidente Recep Tayyp Erdogan, nella località turistica sull’Egeo di Marmaris. “Non è chiaro da dove i due elicotteri siano decollati volando attraverso un’area forestale a Marmaris. Ma il loro obiettivo è stato accertato. Gli elicotteri sono atterrati in una località sconosciuta e poi sono scomparsi”, ha scritto il giornalista di Hurriyet, Abdulkadir Selvi. Secondo il reporter, “i due elicotteri erano decollati per salvare 25 uomini delle forze speciali incaricati di un raid contro il presidente Erdogan, ma poi sono fuggiti in una zona boschiva dopo avere fallito”. “I due elicotteri e le 25 persone che si nascondevano nella zona boschiva non sono stati più ritrovati”, ha aggiunto Selvi.

Erdogan non rientra ad Ankara

Intanto è giallo sul motivo che spinge Erdogan a non rientrare nella capitale Ankara da quando, venerdì notte, intorno alle 2.00, è atterrato all’aeroporto Ataturk di Istanbul osannato da una folla festante per la sconfitta dei golpisti. Da quel momento il presidente non si è spostato dal suo principale feudo politico, Istanbul, città di cui è stato per quattro anni sindaco prima della scalata al potere a livello nazionale. La lontananza del capo dello stato da Ankara, duramente colpita dal tentato colpo di stato e sede delle istituzioni (alcune delle quali bombardate dai militari ribelli) è diventata subito ‘trend topic’ sui social network. “Il signor presidente si trova a Istanbul dal colpo di stato”, recita un tweet, “io questo non riesco a comprenderlo. La capitale non sarebbe sicura?”. E ancora un altro utente: “La capitale della Turchia, è Ankara. Perché il presidente annuncia da Istanbul che tutto è sotto controllo? Perché tutti questi soldati inviati a Istanbul?”. E’ stato infatti annunciato che 1.800 membri supplementari delle forze dell’ordine sono stati dispiegati nella prima città della Turchia per rafforzare la sicurezza nei luoghi strategici. “Il presidente segue l’evoluzione della situazione dalla sua residenza di Istanbul. Il primo ministro e i membri del governo si trovano ad Ankara”, ha dichiarato un responsabile sotto copertura di anonimato, “Il capo dello stato passa la maggior parte dei suoi fine settimana a Istanbul e non ha reputato necessario rientrare ad Ankara visto che già si trova lì il primo ministro. La situazione è sotto controllo, ma noi chiediamo alla gente di restare in allerta finché non saranno trovati tutti i complici”. Secondo il programma, Erdogan dovrebbe assistere domani ad Ankara a una riunione del Consiglio di Sicurezza nazionale, dopo la quale è attesa “un’importante decisione” non meglio specificata.

Niente funerali per i golpisti uccisi

Un tribunale di Ankara ha confermato ieri sera gli arresti di 26 generali accusati di aver ordito il fallito golpe. I generali sono ora in custodia cautelare in attesa del processo, per il quale non è stata fissata una data, e sono accusati di reati quali tentativo di rovesciamento dell’ordine costituzionale, guida di gruppo armato e tentativo di omicidio del presidente.

Tra i comandanti arrestati – che sono solo una parte dei 113 tra generali e ammiragli finiti in manette – c’è anche l’ex capo di stato maggiore dell’aeronautica Akin Ozturk, accusato da alcuni media di aver coordinato il golpe. Ma Akin ha negato davanti ai magistrati di aver avuto alcun ruolo nel putsch. “Non sono la persona che ha pianificato o guidato il golpe. Chi l’abbia fatto non so” ha detto, secondo l’agenzia Anadolu che ha pubblicato le foto di Ozturk e degli altri accusati sulle scale interne del tribunale, con lo sguardo perso e le mani legate dietro la schiena.

Intanto l’Agenzia per gli Affari religiosi (Diyanet), la più alta autorità islamica turca dipendente dallo Stato ha annunciato che i golpisti uccisi venerdì e sabato mattina saranno privati delle esequie religiose. “Le cerimonie religiose non saranno garantite” per le persone morte fra i ranghi ribelli, ha avvertito Diyanet in un comunicato. “Queste persone non hanno solo calpestato i diritti dei singoli ma dell’intero popolo e non si meritano le preghiere”. L’esercito sabato ha annunciato 104 ribelli uccisi nel golpe, cifra che poi non è stata più aggiornata. Il governo ha invece rivisto al rialzo il bilancio dei civili e dei membri delle forze di sicurezza uccisi fra i lealisti, fissandolo provvisoriamente a 204 persone. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan domenica aveva partecipato a diverse cerimonie funebri per queste vittime, ufficialmente qualificate come “martiri”.

Perquisizioni e arresti nella base di Incirlik

Sette militari sono stati arrestati nella base aerea di Incirlik, nel sud della Turchia, utilizzata dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti. In precedenza, procuratori e poliziotti avevano ordinato una perquisizione in questa base strategica della Nato, utilizzata da circa 2000 militari di Washington e di altri paesi alleati per lanciare i bombardamenti contro le postazioni dello Stato Islamico in Siria. Nei giorni scorsi le autorità turche avevano già arrestato un alto ufficiale dell’aviazione e una decina di militari operanti nella base e sospettati di aver aiutato i golpisti. Responsabili turchi hanno indicato di sospettare che la base, che si trova nel sud della Turchia, nei pressi della frontiera con la Siria, sia stata utilizzata per rifornire alcuni caccia guidati da militari ribelli. La chiusura dello spazio aereo ordinata da Ankara e la sospensione della somministrazione di energia elettrica alla base aveva provocato una sospensione dei raid aerei per circa 24 ore. Da parte loro, ieri, le autorità statunitensi hanno revocato le restrizioni di volo imposte tra gli Stati Uniti e la Turchia dopo il fallito tentativo di golpe contro il presidente Erdogan. Alle compagnie aeree statunitensi era stato vietato nella notte di venerdì di volare su Istanbul o Ankara. Tutte le compagnie aeree, di qualunque nazionalità, erano state interdette dal recarsi dalla Turchia agli Stati Uniti, con o senza scalo.

Continua il duello sull’estradizione di Gulen
Continua intanto il braccio di ferro sull’estradizione dell’imam/magnate accusato da Ankara di essere a capo di una rete ‘terroristica’ che negli ultimi anni ha tentato di destabilizzare la Turchia e che ha ispirato il golpe del 15 luglio. Il regime turco afferma di aver inviato a Washington diversi dossier per ottenere l’estradizione dell’imam, secondo quanto riferito al Parlamento dal premier Binali Yildirim in risposta a John Kerry che aveva accusato il governo di Ankara di aver proferito numerose accuse contro l’uomo ma mai corredate da prove. Dal canto suo, al sicuro dal suo esilio statunitense l’ex padrino di Erdogan trasformatosi in suo acerrimo rivale, ha liquidato come inconsistente il tentativo di estradizione che lo riguarda. “Già altre volte” ricorda Gulen, “hanno avanzato richieste simili ma le autorità non hanno dato seguito perché erano destituite di fondamento e illegali”. Riguardo al tentato golpe Gulen ha vantato un dubbio disinteresse per la situazione politica turca: “Non abbiamo più contatti e non disponiamo di strumenti di comunicazione. Sono qui da due anni e non ho mai lasciato l’edificio dove vivo”. Sul futuro prossimo Gulen ha però avvertito, in sintonia con quanto vanno affermando l’amministrazione Obama e Jens Stoltenberg, che “Se la Turchia dovesse uscire dalla Nato rischia di tagliarsi del tutto fuori dal resto del mondo. E rischia di crearsi ancora più problemi. A mio avviso il paese potrebbe subire in breve tempo un drammatico tracollo e questo sarebbe terribile per la Turchia”.

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18/07/2016

Erdogan scatenato, è l’ora del controgolpe

Che dopo un fallito golpe gli organizzatori e gli aderenti al complotto vengano arrestati e giudicati è cosa normale e scontata in qualsiasi stato sotto qualsiasi regime. Ma gli arresti di massa, le purghe in ogni settore dell’apparto militare e statale e i rastrellamenti città per città vanno assai al di là del comprensibile regolamento di conti con i responsabili dell’ammutinamento.

Dopo l’arresto nelle ore immediatamente successive al putsch di quasi 3000 soldati le cifre del giro di vite sono aumentate a livelli da capogiro. Si parla ormai di molte migliaia di persone finite in manette; è davvero difficile pensare che un numero così alto di funzionari pubblici, militari, magistrati e quant’altro abbiano partecipato al tentativo di presa del potere che in quel caso probabilmente sarebbe andato in porto e che invece appariva inconcludente – e tragico di conseguenze – ad appena quattro ore dal suo inizio.

Anche la polizia, che era subito intervenuta a difesa del regime scontrandosi con i reparti militari ribelli, e pagando anche un alto tributo di sangue, è finita nel mirino di un repulisti che mira ormai ad eliminare del tutto ogni istituzione, ogni apparato, ogni ambito pubblico non solo dai seguaci di Gulen o dalle fazioni kemaliste sopravvissute alle purghe dell’ultimo decennio, ma da ogni elemento spurio, non completamente fedele o organico alla cupola erdoganiana che sta di fatto conducendo un controgolpe allo scopo di occupare ogni spazio di potere ad ogni livello.

Secondo le ultime notizie a disposizione durante la notte scorsa ben 7.850 agenti di polizia sono stati sospesi dai loro compiti e costretti a riconsegnare armi e distintivi. La decisione, cui stanno già seguendo alcuni arresti, è stata comunicata ai dipartimenti locali dal capo della polizia, Mehmet Celalettin Lekesiz. Come se non bastasse il governo ha destituito 30 degli 81 prefetti in carica, 47 governatori dei distretti provinciali e 614 membri della Gendarmeria (la polizia militarizzata), il che porta finora ad un totale di quasi 8.800 i dipendenti del ministero dell’Interno sollevati dall’incarico.

Nel frattempo il Consiglio supremo dei giudici e procuratori turchi ha ordinato di far arrestare anche i 2745 magistrati e procuratori che erano già stati sospesi dai loro incarichi tra ieri e l’altroieri perché accusati di appartenere alla confraternita guidata dall’imam/magnate Fethullah Gulen, accusato di essere l’ispiratore del fallito colpo di stato.

Durante la notte altre 99 persone sono state arrestate solo ad Ankara. Tra questi ci sarebbe anche il generale di brigata Hakan Evrim, mentre Mikael Ihsanoglu, addetto militare turco in Kuwait, è stato arrestato su richiesta del regime turco in Arabia Saudita, mentre all’aeroporto di Damam si imbarcava su un volo diretto in Germania.

Una fonte militare ha poi raccontato che alcuni militari di alto rango coinvolti nel fallito golpe, oltre ai sette ufficiali atterrati sabato mattina nell’aeroporto greco di Alexandroupolis, sarebbero riusciti a fuggire all’estero.

Comunque il totale degli alti comandi arrestati finora è arrivato a 103 tra generali e ammiragli dell’esercito. E’ davvero difficile pensare, vista la scarsa perizia e contundenza dimostrata dai golpisti venerdì sera, che addirittura un terzo dei comandanti delle forze armate turche si siano schierati contro il governo.

Nel frattempo tra Ankara e Istanbul continuano i rastrellamenti in un clima di repressione parossistico: circa 1.800 agenti delle forze speciali di polizia provenienti dalle province sono stati dispiegati nelle due principali città, insieme ad alcune migliaia di militari appartenenti ai reparti più fedeli. Il capo della polizia di Istanbul, Mustafa Caliskan, ha ordinato alle forze speciali di abbattere qualsiasi velivolo che sorvoli la città senza un’apposita autorizzazione.

Dopo gli scontri a fuoco e gli arresti di ieri all’aeroporto Sabiha Gokcen di Istanbul e a Konya, anche stamattina un nuovo episodio di tensione: un uomo in uniforme militare ha aperto il fuoco – e poi è stato ucciso dagli agenti – davanti al tribunale di Ankara al cui interno si trovavano 27 generali accusati di aver complottato contro il governo. Altri due suoi presunti complici sono stati arrestati.

Da parte sua il presidente Erdogan ha ordinano ai caccia F-16 dell’aeronautica di sorvolare continuamente i centri urbani della Turchia. La strategia del regime mira a capitalizzare il più possibile la reazione dei settori conservatori e reazionari della società mobilitandoli in maniera permanente, diffondendo insistentemente l’idea che la minaccia di un rovesciamento violento del governo non sia ancora sventata del tutto. Mentre una ventina di siti web di informazione venivano chiusi dalle autorità, il presidente Erdogan ha ribadito che il ‘popolo non deve lasciare le piazze. Questa non è un’operazione che dura 12 ore. Andremo avanti con determinazione”. Invece il ministro della Difesa turco, Fikri Isik, ha arringato decine di migliaia di manifestanti filogovernativi riuniti davanti alla residenza presidenziale di Istanbul: “Seguite ogni dichiarazione del presidente e rimanere nelle piazze fin quando il presidente non dirà: Ok, ora potete tornare a casa”. Manifestazioni simili hanno anche riempito piazza Taksim a Istanbul e piazza Kizilay, nel centro di Ankara, dove oltre migliaia di bandiere turche hanno fatto sfoggio vari ritratti e gigantografie del ‘sultano’ tornano prepotentemente in sella dopo le ore difficili di venerdì notte. A Kizilay è stato il premier Binali Yildirim a fomentare i sostenitori del regime nel corso di un comizio tenuto ieri notte: «Il giorno andiamo a lavorare. La sera, dopo il lavoro, continuiamo la nostra veglia nelle piazze», ha detto il premier, aggiungendo: «Coloro che attaccano il loro stesso popolo non possono essere dei soldati turchi. Quelle persone sono dei mostri, dei terroristi che hanno indossato l’uniforme militare e pagheranno il prezzo più pesante».

L’intento del regime sembra essere ora quello di affiancare l’azione della base sociale organizzata dei partiti d’ordine – il governativo islamista Akp ma anche il movimento nazionalista di destra erede dei Lupi Grigi, l’Mhp – a quella delle forze di sicurezza, estendendo così ancora di più la capacità di controllo territoriale e sociale della cupola erdoganiana.

Mentre hanno suscitato polemiche e prese di posizione da parte anche di vari governi sia negli Stati Uniti sia in Europa le immagini dei militari turchi torturati, linciati o addirittura sgozzati, e quelle dei soldati denudati e ammucchiati nelle caserme o nelle sale dei tribunali diffuse da alcuni siti, ai più è sfuggita la presenza di elementi della galassia jihadista, reduci dal carnaio siriano, all’interno delle mobilitazioni reazionarie di queste ore.

Intanto il braccio di ferro con Washington continua. Dopo che il governo turco ha chiesto agli Usa l’estradizione di Fethullah Gulen, ospite negli Usa ormai dal 1999, ed ha esplicitamente indicato il governo statunitense come ispiratore del fallito putsch di tre giorni fa, le autorità turche hanno di fatto operato una esplicita ritorsione contro le truppe americane di stanza nella base militare di Incirlik, nel sud del paese. Da ieri infatti è stata sospesa la somministrazione di energia elettrica agli impianti militari, e anche le comunicazioni con l’esterno sono state prima bloccate e poi sottoposte a lunghissime procedure. Ancora stamattina il portavoce della Difesa di Washington, Peter Cook, ha affermato che “le strutture Usa a Incirlik stanno operando con fonti energetiche proprie, ma speriamo di attivare l’energia commerciale presto” chiarendo comunque che dopo 24 ore circa di stop causate dalla chiusura dello spazio aereo la Turchia ha consentito alla coalizione anti-Isis a guida Usa di riprendere i raid in territorio siriano.

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17/07/2016

Turchia, purghe e arresti di massa. Tensione con gli Usa

Se il golpe dei militari è fallito miseramente, pare proprio che quello guidato dal presidente Erdogan stia invece funzionando davvero bene. Approfittando del clima creato nel paese dal ‘fallito golpe’ del 15 luglio e mentre le piazze turche si riempiono di centinaia di migliaia di sostenitori del regime – gli islamisti conservatori dell’Akp ma anche i nazionalisti di destra dell’Mhp, eredi del paramilitarismo fascista dei ‘Lupi Grigi’ – il governo è passato all’incasso avviando una gigantesca campagna di arresti e purghe.

Intanto gli strascichi del maldestro putsch sono durati ben oltre la ripresa del controllo da parte di Erdogan e dei suoi uomini. Alcune ore fa circa 700 soldati che si trovavano nel quartiere generale delle Forze armate di Ankara si sono spontaneamente consegnati alla polizia, mentre altri 150 sono rimasti barricati nell’edificio per trattare delle garanzie per la resa.

Purghe e arresti di massa

Si fa fatica a stare dietro alle cifre degli arresti. Finora sarebbero ben 6000 le persone arrestate, quasi tremila tra soldati e ufficiali e migliaia tra professori universitari, poliziotti, funzionari, giornalisti, esponenti politici. Tra gli arrestati anche una quarantina di generali, tra i quali ci sono personaggi influenti come Erdal Ozturk, comandante della terza armata e Adem Huditi, comandante della seconda armata di stanza a Malatya. Inoltre stamattina è stato arrestato Ozhan Ozbakir, il comandante della guarnigione di Denizli, nella parte occidentale della Turchia, e con lui 51 soldati. Nelle ultime ore un conflitto a fuoco si è verificato nel quartiere stambuliota di Besiktas dove ha sede il comando dell’intelligence.

Per tutti ovviamente l’accusa è di aver partecipato al colpo di stato dell’altro ieri o quantomeno di aver tramato insieme ai golpisti – ‘sovvertimento dell’ordine costituzionale’ – ma appare evidente che molte delle vittime del controgolpe non hanno nulla a che fare con lo sventurato tentativo di prendere il potere da parte di una parte dell’esercito. I loro nomi sono sulle liste nere di Erdogan da tempo e la rilegittimazione del ‘sultano’ ha semplicemente fornito al regime l’occasione per regolare i conti.

«Le operazioni di pulizia sono in corso. Il numero degli arrestati crescerà, potrebbe anche raddoppiare» ha avvertito stamattina il ministro della giustizia, Bekir Bozdag. Le purghe stanno prendendo di mira, oltre alle forze armate e all’apparato statale, anche e soprattutto la magistratura. Stando agli ultimi dati quasi 3000 giudici sono stati rimossi dal loro incarico, e alcuni di loro arrestati. Destituiti anche cinque membri del Consiglio superiore dei giudici e dei pubblici ministeri, organo presieduto dal ministro Bozdag e recentemente istituito da Erdogan per controllare in modo ferreo la magistratura, mentre due dei 17 membri della Corte Costituzionale, Alpaslan Altan e Erdal Tezcan, sono finiti in manette, anche loro con l’accusa di complottare insieme a Fethullah Gulen, l’imam/imprenditore ex alleato di Erdogan e da alcuni anni in rotta col capo di un regime che ha contribuito a lungo a formare e cementare prima della rottura.
Un mandato di cattura è stato spiccato inoltre nei confronti di 140 membri della Corte di cassazione e di 48 membri del Consiglio di Stato.

Da Atene intanto oggi le autorità hanno annunciato che gli otto militari turchi atterrati ieri mattina all’aeroporto greco di Alexandroupolis a bordo di un elicottero Blackhawck – già restituito ad Ankara – saranno presto estradati. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu dopo aver parlato con il collega greco Nikos Kotzias.

Le autorità affermano che nello zaino di uno dei comandanti della caserma della Gendarmeria di Bursa (polizia militarizzata) è stata ritrovata una lista con 400 nomi di persone che avrebbero dovuto gestire lo stato d’assedio in caso di vittoria della sollevazione militare. Nella lista ci sarebbero anche alcuni addetti militari aggregati alle ambasciate turche all’estero.

Cresce il bilancio delle vittime. Torna la pena di morte?

Tra le misure che il regime potrebbe introdurre c’è anche la pena capitale, abolita nel paese solo nel 2004. “Il parlamento turco potrebbe presto discutere l’introduzione della pena di morte per far sì che non si verifichino mai più eventi come quelli della scorsa notte” ha fatto sapere il presidente turco. Chiarendo che l’eventuale misura “non ha bisogno della sua autorizzazione” Erdogan ha sostenuto che “è un diritto di un paese democratico valutare, discutere e dibattere ogni richiesta”.

Cresce intanto il bilancio delle vittime. Secondo fonti ufficiali i morti provocati nei combattimenti scoppiati nel corso del tentativo di colpo di stato sarebbero 265, ai quali vanno aggiunti anche 1200 feriti. Tra i deceduti ci sarebbero 104 soldati golpisti uccisi negli scontri a fuoco con la polizia, i reparti lealisti dell’esercito e le milizie dell’Akp e dei Lupi Grigi. In alcuni casi le squadracce dei partiti di destra che sostengono il regime hanno letteralmente linciato i sondati catturati o arresisi alla folla, e si segnalano addirittura casi di decapitazione. Gli episodi più efferati si sono verificati nel centro di Istanbul, dopo che i soldati che avevano bloccato i ponti sul Bosforo con i loro carri armati si erano arresi alzando le braccia.

Altri 161 morti sarebbero da annoverare tra i poliziotti, i soldati e i civili presi di mira dai reparti golpisti, che in alcuni casi hanno anche sparato sulla folla che gli sbarrava la strada.

La rottura con gli Stati Uniti

Il regime, uscito estremamente rafforzato dal fallimento del tentativo di golpe, punta il dito contro gli ex alleati statunitensi. Secondo la BBC il ministro del lavoro turco ha addirittura affermato che dietro l’operazione ci possano essere gli Stati Uniti, che in effetti nelle prime concitate ore dopo l’annuncio del ‘Comitato della pace’ che coordinava gli ammutinati si sono ben guardati di prendere esplicitamente le difese del capo dello stato turco. Il membro del governo turco è stato subito ammonito dal segretario di Stato John Kerry che ha messo in guardia Ankara dal diffondere quelle che ha definito “pubbliche insinuazioni”.

Ma Ankara e Washington sono ai ferri corti e la tensione tra i due paesi rischia di salire alle stelle. La rottura tra i due paesi, che covava da alcuni anni dopo che Erdogan ha cominciato a mettersi di traverso rispetto agli interessi e ai desiderata statunitensi nella regione, è ormai consumata.

D’altronde Fethullah Gulen, che Erdogan accusa di essere a capo di uno ‘stato parallelo’ e di aver ispirato la sollevazione dei militari, vive dal 1999 proprio negli Stati Uniti, per la precisione in Pennsylvania, da dove dirige il suo impero religioso ed economico valutato in decine di miliardi di dollari.

«Non riesco a immaginare un paese che possa sostenere quest’uomo, è il leader di un’organizzazione terroristica, soprattutto dopo la scorsa notte. Un paese che lo sostenga non è amico della Turchia. Sostenerlo sarebbe persino un atto ostile nei nostri confronti» ha dichiarato il primo ministro turco, Binali Yildirim, lanciando espliciti strali contro gli Stati Uniti.

A Yildirim che ricordava di aver già inviato a Washington una richiesta di estradizione l’amministrazione Obama, ancora una volta per bocca di John Kerry, ha replicato che per sostenere una tale accusa devono produrre inconfutabili prove del coinvolgimento del leader della confraternita ‘Hizmet’ nel tentato golpe e nelle attività terroristiche che il regime turco gli addebita.

Molto tagliente, invece, la reazione del predicatore e magnate Gulen che, in una rara intervista concessa fuori dalla sua residenza a Saylorsburg, ha dato voce al pensiero di molti: “C’è la possibilità che il golpe di stato in Turchia sia stata una messa in scena per continuare ad accusare i miei sostenitori. Non penso che il mondo possa credere alle accuse del presidente Erdogan. Ora che la Turchia ha intrapreso il sentiero della democrazia non può tornare indietro”, ha affermato secondo quanto riportato dal britannico Guardian.

Ci sono ancora molti interrogativi sull’identità politica dei militari golpisti, e sembra ridimensionarsi l’ipotesi di una prevalenza nelle loro fila di elementi kemalisti, cioè nazionalisti laicisti. Escludendo questa fazione, a meno che negli ultimi anni non sia emersa una nuova fazione ribelle nei confronti del ‘Sultano’ e dei suoi disastri in politica interna ed estera, solo i gulenisti, ancora abbastanza forti negli apparati militari, giudiziari ed economici turchi, avrebbero potuto essere in grado di guidare un tentato putsch, e la smentita dello stesso Gulen, da questo punto di vista, vale quel che vale.

Secondo vari analisti però, difficilmente gli ambienti fedeli a Gulen avrebbero potuto da soli avere la forza di lanciare un assalto a Erdogan per quanto sgangherato come quello fallito in neanche quattro ore la notte del 15 luglio. E da parte sua l’esperto turco di questioni militari Burak Bekdil ha sottolineato quanto sia strano che i potentissimi servizi segreti del paese non avessero quantomeno intercettato notizie sul fatto che il piano stesse per scattare. “Una possibilità è che il Mit fosse al corrente del complotto ma che abbia lasciato fare per permettere al governo di trarne poi vantaggio politico” ha sottolineato Bekdil.

Duello Usa/Turchia sulla base aerea di Incirlik

Ma che Gulen sia o meno coinvolto nel tentativo di putsch il vero duello in corso è tra Stati Uniti e Turchia, e si incentra per ora sulla strategica base aerea di Incirlik, nel sud del paese, da dove dopo un lunghissimo braccio di ferro Washington ha ottenuto di far decollare i suoi caccia diretti a operare bombardamenti in Siria contro le postazioni dello Stato Islamico, ampiamente tollerato e finanziato invece dal regime islamista turco.

Un importante generale, Bekir Ercan Van, è stato arrestato insieme ad altri ufficiali operanti proprio nella base aerea che sorge a pochi chilometri dalla città meridionale di Adana. Il generale è stato interrogato dalla polizia e accusato di aver concesso al pilota di un caccia controllato dai golpisti di rifornirsi di carburante durante il tentativo di putsch. Come se non bastasse – a dimostrazione che il vero obiettivo sono i militari statunitensi che operano nella base accusati seppur indirettamente di aver collaborato al tentato golpe – le autorità turche hanno anche imposto il blocco totale della base aerea. «Le autorità locali impediscono i movimenti da e per Incirlik. È stata anche tolta l’energia elettrica» ha informato un comunicato ufficiale del consolato di Washington che sorge ad Adana, a circa 15 km di distanza dalla base militare.

Da parte sua, in quella che appare una esplicita ritorsione, la Federal Administration Aviation statunitense ha vietato tutti i voli a stelle e strisce da e per la Turchia, e anche qualsiasi volo verso gli Stati Uniti dalla Turchia. “Alle compagnie aree americane è vietato volare da e per gli aeroporti di Istanbul e Ankara. A tutte le compagnie aeree è vietato volare per gli Stati Uniti dalla Turchia con voli diretti o con stop” recita uno stringato ma esplicito comunicato dell’organismo governativo statunitense, mentre Obama ha convocato il Consiglio di Sicurezza Nazionale.

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