Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/07/2026
12/07/2016
Nelle mani dello Stato
"Nelle mani dello Stato, a volte, è meglio non finirci".
Con queste parole, Carlo Lucarelli intercalava causitcamente ma con grande aplomb un cambio di scena all'interno di una puntata della sua Blu Notte – guarda caso eclissata dai palinsesti Rai – dedicata alla "malapolizia".
La frase, cui va riconosciuto un impatto che non lascia addito a repliche, è balzata alla mia memoria leggendo l'esperienza vissuta da Violetta Bellocchio alla stazione di Milano Rogoredo, un'esperienza che ho vissuto più volte anche io e che mi consente di testimoniare che l'atteggiamento intimidatorio e repressivo è la costante nell'azione dei tutori dell'ordine pubblico da ben prima che la democrazia scricchiolasse sotto il peso delle esigenze di valorizzazione del capitale multinazionale.
Praticamente da quando ho iniziato a muovermi in autonomia per la mia città sono stato oggetto di attenzione per tutte le forze di sicurezza esistenti in questo paese ad eccezione della municipale – perché non guido – e dei forestali – perché non sto in mezzo ai monti.
Per il resto, da Polfer a Carabinieri, da Polizia di Stato a Guardia di Finanza tutti si sono sempre scomodati a controllare i miei documenti, a domandarmi che facessi in un determinato posto (eccezionale quando venni scambiato per un rapinatore praticamente davanti al portone di casa) perché fossi vestito in un determinato modo e soprattutto se fossi in possesso di stupefacenti.
Quest'ultimo caso è stato un po' l'acme del mio rapporto con le forze dell'ordine allorché un sabato pomeriggio, mentre ero prossimo ad incontrarmi con un amico, nella stazione principale della mia città venni prelevato da quattro agenti che mi portarono in una stanza di 3 metri per 2 ricavata da un disimpegno della stazione stessa in cui, per venti minuti, l'agente più anziano tentò di trovare verifica empirica (o forse a spronarmi verso dichiarazioni non esattamente veritiere?) a quella che credeva una certezza: uno come me doveva essere in possesso di stupefacenti. Venni più volte sollecitato a dichiarare con sincerità la cosa e consegnare quanto eventualmente in mio possesso.
A fronte dei miei garbati dinieghi fui avvisato (minacciato? La linea in questi casi è sempre molto sottile) del fatto che mi avrebbero perquisito anche con l'ausilio di un cane antidroga e che nel caso fosse stato rinvenuto quanto si attendevano, la situazione si sarebbe complicata rispetto ad una mia "dichiarazione volontaria".
Non avendo nulla da nascondere (la frase tanto in voga tra ogni riformisti da aperitivo con cui si giustifica ogni stretta repressiva) e non volendo/potendo spingersi fino ad una perquisizione mi lasciarono tornare ai miei impegni, ma non prima di essersi raccomandati di prestare attenzione.
Tornando a Lucarelli, posso dire che da queste esperienze ho imparato che nelle mani dello Stato e meglio non finirci MAI, che in questo mondo è molto più sensato avere coscienza in prima persona del concetto di sicurezza (ambientale e quant'altro) senza demandarla in toto ad apparati che anche nelle modalità di azione si rivelano piuttosto inconsistenti.
In questo senso, ditemi voi quale ridicolo deterrente a favore della sicurezza comune possa costituire, nel centro di Roma, piuttosto che Bologna o Torino, un carabiniere bardato in divisa da parata e PM12 in mano o un alpino equipaggiato come se dovesse dare battaglia all'Austria-Ungheria del 1916...
Per tacere di come sia possibile che, con quel che ci costa questa "sicurezza", un documento d'identità debba essere controllato mediante telefonata al commissariato piuttosto che direttamente in volante mediante sistema informatizzato.
Il fatto che a fronte di situazioni del genere esista una fetta maggioritaria nel paese di persone che ripongono fiducia incondizionata nei tutori della legge la dice lunga sui danni culturali che ha prodotto un ventennio abbondante di mitizzazione di polizia e toghe assurti all'immeritato rango di salvatori e regolatori politici a vantaggio dei "cittadini".
Anche questa è una disfunzione che, quanto meno a livello di classe, va corretta e per fortuna i passi in tal senso fanno ben sperare (anche perché le forze di sicurezza ce la mettono proprio tutta per darsi la zappa sui piedi da sole).
Fonte
Con queste parole, Carlo Lucarelli intercalava causitcamente ma con grande aplomb un cambio di scena all'interno di una puntata della sua Blu Notte – guarda caso eclissata dai palinsesti Rai – dedicata alla "malapolizia".
La frase, cui va riconosciuto un impatto che non lascia addito a repliche, è balzata alla mia memoria leggendo l'esperienza vissuta da Violetta Bellocchio alla stazione di Milano Rogoredo, un'esperienza che ho vissuto più volte anche io e che mi consente di testimoniare che l'atteggiamento intimidatorio e repressivo è la costante nell'azione dei tutori dell'ordine pubblico da ben prima che la democrazia scricchiolasse sotto il peso delle esigenze di valorizzazione del capitale multinazionale.
Praticamente da quando ho iniziato a muovermi in autonomia per la mia città sono stato oggetto di attenzione per tutte le forze di sicurezza esistenti in questo paese ad eccezione della municipale – perché non guido – e dei forestali – perché non sto in mezzo ai monti.
Per il resto, da Polfer a Carabinieri, da Polizia di Stato a Guardia di Finanza tutti si sono sempre scomodati a controllare i miei documenti, a domandarmi che facessi in un determinato posto (eccezionale quando venni scambiato per un rapinatore praticamente davanti al portone di casa) perché fossi vestito in un determinato modo e soprattutto se fossi in possesso di stupefacenti.
Quest'ultimo caso è stato un po' l'acme del mio rapporto con le forze dell'ordine allorché un sabato pomeriggio, mentre ero prossimo ad incontrarmi con un amico, nella stazione principale della mia città venni prelevato da quattro agenti che mi portarono in una stanza di 3 metri per 2 ricavata da un disimpegno della stazione stessa in cui, per venti minuti, l'agente più anziano tentò di trovare verifica empirica (o forse a spronarmi verso dichiarazioni non esattamente veritiere?) a quella che credeva una certezza: uno come me doveva essere in possesso di stupefacenti. Venni più volte sollecitato a dichiarare con sincerità la cosa e consegnare quanto eventualmente in mio possesso.
A fronte dei miei garbati dinieghi fui avvisato (minacciato? La linea in questi casi è sempre molto sottile) del fatto che mi avrebbero perquisito anche con l'ausilio di un cane antidroga e che nel caso fosse stato rinvenuto quanto si attendevano, la situazione si sarebbe complicata rispetto ad una mia "dichiarazione volontaria".
Non avendo nulla da nascondere (la frase tanto in voga tra ogni riformisti da aperitivo con cui si giustifica ogni stretta repressiva) e non volendo/potendo spingersi fino ad una perquisizione mi lasciarono tornare ai miei impegni, ma non prima di essersi raccomandati di prestare attenzione.
Tornando a Lucarelli, posso dire che da queste esperienze ho imparato che nelle mani dello Stato e meglio non finirci MAI, che in questo mondo è molto più sensato avere coscienza in prima persona del concetto di sicurezza (ambientale e quant'altro) senza demandarla in toto ad apparati che anche nelle modalità di azione si rivelano piuttosto inconsistenti.
In questo senso, ditemi voi quale ridicolo deterrente a favore della sicurezza comune possa costituire, nel centro di Roma, piuttosto che Bologna o Torino, un carabiniere bardato in divisa da parata e PM12 in mano o un alpino equipaggiato come se dovesse dare battaglia all'Austria-Ungheria del 1916...
Per tacere di come sia possibile che, con quel che ci costa questa "sicurezza", un documento d'identità debba essere controllato mediante telefonata al commissariato piuttosto che direttamente in volante mediante sistema informatizzato.
Il fatto che a fronte di situazioni del genere esista una fetta maggioritaria nel paese di persone che ripongono fiducia incondizionata nei tutori della legge la dice lunga sui danni culturali che ha prodotto un ventennio abbondante di mitizzazione di polizia e toghe assurti all'immeritato rango di salvatori e regolatori politici a vantaggio dei "cittadini".
Anche questa è una disfunzione che, quanto meno a livello di classe, va corretta e per fortuna i passi in tal senso fanno ben sperare (anche perché le forze di sicurezza ce la mettono proprio tutta per darsi la zappa sui piedi da sole).
Fonte
26/06/2013
Raitre cancella Blunotte di Lucarelli. Per poche decine di migliaia di euro
Per quasi quindici anni lo scrittore e la sua squadra hanno portato in prima serata gli approfondimenti sui misteri italiani, dalle stragi al terrorismo rosso e nero, alla mafia. Ma anche tragedie sociali come i tumori da amianto e le morti sul lavoro. La decisione seguita ai tagli imposti dal dg Gubitosi. Ma le cifre in ballo sono modeste.
Dopo quasi quindici anni di programmazione, Blunotte scompare dal palinsesto di Raitre. Dalla Rai non è ancora arrivata alcuna comunicazione ufficiale, ma la trasmissione ideata e presentata da Carlo Lucarelli quest’anno non si farà, come ha anticipato lo scrittore in un’intervista a ilfattoquotidiano.it. L’azienda ha opposto questioni di tagli al budget, decisi dal direttore generale Luigi Gubitosi. Ma, a quanto si apprende, la cancellazione del programma che ha indagato sui “misteri italiani” più neri si è giocata su una cifra complessiva nell’ordine delle decine di migliaia di euro.
Una goccia, nel bilancio dell’azienda, che finisce però per affogare un fiore all’occhiello della programmazione di qualità del servizio pubblico. Dal 1999 a oggi – una prima serie del 1998 si chiamava “Mistero in blu” – Lucarelli e la sua squadra hanno portato nella prima serata televisiva approfondimenti sulle stragi, sul terrorismo rosso e nero, sulle mafie, sui delitti eccellenti, sul G8 di Genova, e negli ultimi anni anche su temi più strettamente sociali, come la tragedia dell’amianto, le carceri, i morti sul lavoro.
E’ vero che nelle ultime stagioni la trasmissione aveva registrato un calo di ascolti. Ma è anche vero che le inchieste di Blunotte, che richiedono mesi di lavorazione, non muoiono nello spazio di una sera. Molte di queste sono diventate dvd e contenuti on demand per le tv a pagamento. In più sono plurireplicate nei palinsesti serali di Raitre e continuano a essere “cliccate” nei canali web della Rai, certo più di quanto succeda a trasmissioni di maggior grido di cui il giorno dopo già si perde memoria. Senza contare le continue richieste da parte delle scuole, che ne fanno materiale didattico sulla storia dell’Italia contemporanea.
Blunotte è prodotto dalla società romana Etabeta. Data la richiesta di ridurre i costi, Lucarelli e i suoi avevano presentato un format più leggero e meno costoso: otto puntate di durata inferiore a un’ora (contro le quasi due ore toccate dalle versioni precendenti). Ma alla richiesta di ulteriori “sconti” arrivata dal direttore di rete Andrea Vianello, Etabeta ha gettato la spugna, giudicando impossibile affrontare la produzione. E se in tempo di crisi e di tagli il budget è sacro, fanno notare nei corridoi Rai, quando le cifre in ballo sono così modeste una soluzione si trova sempre. A patto che ci sia la volontà di tenersi stretti un programma e un autore di punta. E una redazione di quattro persone che ora vede il proprio lavoro a rischio.
Fonte
E' davvero una pessima notizia questa, anche sul persona perché il programma di Lucarelli ha accompagnato buona parte della crescita della mia coscienza civica.
Mi mancherà, senza dubbio
Dopo quasi quindici anni di programmazione, Blunotte scompare dal palinsesto di Raitre. Dalla Rai non è ancora arrivata alcuna comunicazione ufficiale, ma la trasmissione ideata e presentata da Carlo Lucarelli quest’anno non si farà, come ha anticipato lo scrittore in un’intervista a ilfattoquotidiano.it. L’azienda ha opposto questioni di tagli al budget, decisi dal direttore generale Luigi Gubitosi. Ma, a quanto si apprende, la cancellazione del programma che ha indagato sui “misteri italiani” più neri si è giocata su una cifra complessiva nell’ordine delle decine di migliaia di euro.
Una goccia, nel bilancio dell’azienda, che finisce però per affogare un fiore all’occhiello della programmazione di qualità del servizio pubblico. Dal 1999 a oggi – una prima serie del 1998 si chiamava “Mistero in blu” – Lucarelli e la sua squadra hanno portato nella prima serata televisiva approfondimenti sulle stragi, sul terrorismo rosso e nero, sulle mafie, sui delitti eccellenti, sul G8 di Genova, e negli ultimi anni anche su temi più strettamente sociali, come la tragedia dell’amianto, le carceri, i morti sul lavoro.
E’ vero che nelle ultime stagioni la trasmissione aveva registrato un calo di ascolti. Ma è anche vero che le inchieste di Blunotte, che richiedono mesi di lavorazione, non muoiono nello spazio di una sera. Molte di queste sono diventate dvd e contenuti on demand per le tv a pagamento. In più sono plurireplicate nei palinsesti serali di Raitre e continuano a essere “cliccate” nei canali web della Rai, certo più di quanto succeda a trasmissioni di maggior grido di cui il giorno dopo già si perde memoria. Senza contare le continue richieste da parte delle scuole, che ne fanno materiale didattico sulla storia dell’Italia contemporanea.
Blunotte è prodotto dalla società romana Etabeta. Data la richiesta di ridurre i costi, Lucarelli e i suoi avevano presentato un format più leggero e meno costoso: otto puntate di durata inferiore a un’ora (contro le quasi due ore toccate dalle versioni precendenti). Ma alla richiesta di ulteriori “sconti” arrivata dal direttore di rete Andrea Vianello, Etabeta ha gettato la spugna, giudicando impossibile affrontare la produzione. E se in tempo di crisi e di tagli il budget è sacro, fanno notare nei corridoi Rai, quando le cifre in ballo sono così modeste una soluzione si trova sempre. A patto che ci sia la volontà di tenersi stretti un programma e un autore di punta. E una redazione di quattro persone che ora vede il proprio lavoro a rischio.
Fonte
E' davvero una pessima notizia questa, anche sul persona perché il programma di Lucarelli ha accompagnato buona parte della crescita della mia coscienza civica.
Mi mancherà, senza dubbio
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