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11/09/2026

Data center, valorizzazione del capitale e sovranità digitale in Lombardia

La nuvola ha radici nella terra

Per anni la trasformazione digitale è stata raccontata attraverso un lessico apparentemente immateriale: i dati sono nella “nuvola”, i servizi vengono erogati dal cloud e l’intelligenza artificiale sembra operare in uno spazio separato dalla produzione materiale. Eppure, proprio mentre questa rappresentazione si afferma, diventa sempre più evidente che dietro ogni modello, piattaforma o servizio digitale esiste una base fisica fatta di semiconduttori, server, edifici, reti in fibra ottica, sottostazioni elettriche, sistemi di raffreddamento, acqua, energia e territorio.

I data center costituiscono questa base materiale. Al loro interno non vengono semplicemente conservati dati, ma viene prodotta la capacità di calcolo dalla quale dipendono ormai una parte crescente dell’industria, della logistica, del sistema bancario, della pubblica amministrazione e, soprattutto, dello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Proprio per questo la questione non può essere ridotta al confronto tra innovazione e ambiente, perché, prima ancora di discutere quanto queste infrastrutture consumino risorse, occorre capire quale funzione stiano assumendo nel processo di accumulazione e chi controlla la ricchezza che esse rendono possibile.

La crescita degli investimenti mostra infatti che non siamo davanti a una componente marginale dell’economia digitale. Nel 2025 la spesa in conto capitale delle maggiori imprese tecnologiche mondiali ha raggiunto centinaia di miliardi di dollari e continua ad aumentare, fino a collocarsi su dimensioni confrontabili, e in alcuni casi superiori, con quelle dei grandi settori energetici tradizionali.

L’intelligenza artificiale, quindi, non rende il capitalismo meno materiale; al contrario, costringe il capitalismo delle piattaforme a poggiare su una quantità crescente di capitale fisso. Se Google, Amazon, Microsoft o Meta erano state spesso rappresentate come imprese capaci di valorizzarsi soprattutto attraverso software, dati e proprietà intellettuale, la nuova fase mostra come quella valorizzazione richieda ora [abbia sempre richiesto in realtà -ndR] enormi anticipazioni di capitale in infrastrutture energetiche e computazionali.

Questo non significa che la corsa all’intelligenza artificiale sia soltanto un modo per assorbire capitale eccedente, dal momento che le applicazioni della nuova tecnologia possono effettivamente trasformare produttività, organizzazione del lavoro e interi settori economici. Proprio perché questa trasformazione è reale, tuttavia, essa apre una nuova frontiera della valorizzazione e rende strategico il controllo della capacità di calcolo sulla quale quella trasformazione si fonda.

La concentrazione del mercato mostra già in quale direzione si stia procedendo: Amazon Web Services, Microsoft e Google controllano insieme la maggior parte del mercato mondiale delle infrastrutture cloud. Quanto più la capacità di calcolo diventa una condizione generale della produzione, tanto maggiore diventa quindi il potere economico di chi può determinarne accesso, prezzo e destinazione.

È in questo passaggio che il rapporto tra capitale e Stato assume un’importanza decisiva, perché la crescita dei data center non avviene attraverso il semplice funzionamento spontaneo del mercato. Quando una nuova infrastruttura diventa essenziale per la competitività e per la posizione geopolitica delle economie occidentali, gli Stati intervengono direttamente per costruirne le condizioni di sviluppo, finanziando nuove reti, semplificando le procedure, mettendo a disposizione territori e sostenendo gli investimenti.

Negli Stati Uniti questo avviene apertamente, perché la costruzione di data center, impianti per semiconduttori e nuova capacità energetica viene ormai considerata una condizione della competizione internazionale sull’intelligenza artificiale; l’Unione europea utilizza invece il linguaggio dell’“autonomia strategica” e della “sovranità tecnologica”, ma persegue anch’essa un’espansione accelerata della capacità computazionale, mobilitando risorse pubbliche con l’obiettivo dichiarato di attirare una quantità ancora maggiore di capitale privato.

La pianificazione, dunque, non è scomparsa sotto il neoliberismo; ciò che è cambiato è soprattutto il fine al quale viene subordinata. Lo Stato non pianifica necessariamente quali bisogni sociali soddisfare, ma organizza le condizioni generali affinché il capitale possa investire nei settori ritenuti strategici.

I data center rendono questo processo particolarmente evidente, perché il capitale privato può possedere edifici, server e sistemi di raffreddamento, ma non può costruire autonomamente la rete elettrica, le infrastrutture territoriali, le procedure urbanistiche e autorizzative, la disponibilità di energia e il quadro normativo necessari al funzionamento degli impianti. Le condizioni della produzione vengono quindi socializzate, mentre il controllo dell’infrastruttura e l’appropriazione della ricchezza rimangono privati.

L’Italia entra in questo processo con una contraddizione ancora più evidente, dal momento che il governo Meloni presenta l’espansione dei data center come parte della costruzione della “sovranità digitale”, mentre la propria strategia ufficiale è esplicitamente orientata all’attrazione degli investimenti esteri nel settore.

Agli investimenti già avviati dovrebbero aggiungersi nei prossimi anni decine di miliardi, con un ruolo rilevante di operatori globali come EdgeConneX, Equinix e K2 Strategic. La distanza tra sovranità proclamata e realtà non consiste tuttavia soltanto nell’origine straniera dei capitali, perché localizzare fisicamente un data center in Italia può certamente migliorare latenza, resilienza e giurisdizione sui dati, senza che ciò significhi controllare la capacità computazionale che vi è installata, dal momento che il capitale, le piattaforme cloud, i semiconduttori e i modelli di intelligenza artificiale possono continuare a dipendere da soggetti multinazionali.

La sovranità rischia così di ridursi alla capacità di ospitare sul territorio nazionale infrastrutture che rimangono inserite in catene del valore e di comando esterne. Lo Stato mantiene il controllo sul luogo nel quale vengono collocate le macchine, senza per questo acquisire il controllo sulle macchine stesse, sulla capacità computazionale che producono e sulla ricchezza che attraverso di esse viene generata.

È dentro questo processo generale che va collocata la crescita dei data center in Lombardia, dove nel marzo 2026 risultavano 49 impianti attivi, 33 dei quali nella Città metropolitana di Milano, nella quale si concentra circa il 68% della potenza nominale nazionale censita. A questi si aggiungono gli impianti in costruzione e quelli sottoposti a valutazione, che mostrano dimensioni molto maggiori rispetto alla generazione precedente.

Quando gli insediamenti passano da pochi megawatt a campus da decine o centinaia di megawatt, il problema non può più essere trattato come quello di una singola attività produttiva, perché la loro presenza comincia a incidere direttamente sulla pianificazione energetica e territoriale. Le richieste di connessione alla rete attribuite ai progetti di data center hanno ormai raggiunto in Lombardia valori dell’ordine delle decine di gigawatt; non tutta questa potenza verrà necessariamente realizzata, ma la sua dimensione è già sufficiente a influenzare la programmazione delle infrastrutture elettriche.

A questo punto la questione ambientale assume un significato politico più preciso. Non si tratta soltanto di misurare quanta energia o quanta acqua consumi il singolo impianto, perché anche un data center efficiente continua a utilizzare risorse che potrebbero essere destinate ad altri usi.

L’energia necessaria ad alimentare centinaia di megawatt di capacità computazionale può essere utilizzata anche per elettrificare i trasporti, decarbonizzare l’industria o ridurre il consumo di combustibili fossili negli edifici; allo stesso modo un terreno può essere destinato a un data center, all’agricoltura o a servizi, mentre un’area urbana dismessa può ospitare infrastrutture digitali ma anche edilizia pubblica, ricerca, produzione o verde.

Quando le risorse sono limitate, decidere come utilizzarle significa inevitabilmente stabilire una gerarchia tra bisogni differenti.

La legge regionale lombarda sui data center, approvata nel giugno 2026, rende visibile proprio questa contraddizione. Da un lato introduce criteri ambientali reali, privilegiando le aree dismesse, il recupero del calore e la riduzione dei consumi idrici; dall’altro afferma esplicitamente l’obiettivo di favorire gli investimenti attraverso semplificazioni e misure premiali.

Non siamo quindi davanti a una Regione che ignora gli impatti ambientali, bensì a un modello nel quale quegli impatti vengono trattati come variabili da governare affinché l’espansione possa continuare.

Il consumo di suolo lo dimostra bene: pur privilegiando le aree già compromesse, la legge non vieta in assoluto l’utilizzo di suolo agricolo, ma rende economicamente più onerosi gli interventi che lo consumano. Il limite naturale viene così trasformato in un costo che può essere incorporato nell’investimento.

La differenza tra due possibili forme di pianificazione emerge precisamente qui. Una pianificazione orientata ai bisogni collettivi può decidere che una determinata quantità di territorio, acqua o energia non sia disponibile perché necessaria ad altre finalità; una pianificazione orientata alla valorizzazione, invece, prende l’investimento come punto di partenza e cerca successivamente di renderlo compatibile, mitigando o compensando gli effetti prodotti.

Non sorprende, da questo punto di vista, che nella discussione regionale siano emerse forti resistenze nei confronti di una valutazione cumulativa più stringente degli insediamenti e di limiti rigidi alle localizzazioni, mentre nella stessa maggioranza è stata esplicitata la preoccupazione che norme troppo severe possano spingere gli investitori verso territori meno restrittivi.

Il capitale può scegliere dove localizzarsi; le istituzioni vengono quindi spinte a competere per rendere il proprio territorio sufficientemente attrattivo.

Milano riproduce la stessa contraddizione su scala urbana. Il progetto Rubattino 84, collocato interamente nel Comune di Milano, interessa circa 66 mila metri quadrati e viene presentato dall’amministrazione come parte della trasformazione dell’area in un polo tecnologico e infrastrutturale avanzato.

Nel caso di Rubattino l’investimento privato porta con sé opere pubbliche e interventi di riqualificazione, tra cui collegamenti ciclabili, mobilità e trasformazioni degli spazi circostanti. Il problema non è negarne l’utilità, ma osservare che il bisogno pubblico viene soddisfatto come conseguenza di una trasformazione privata dalla quale l’amministrazione cerca di ricavare una quota di utilità collettiva.

È lo stesso meccanismo che attraversa una parte della trasformazione urbanistica milanese: anziché partire dai bisogni della città per individuare gli investimenti necessari, si parte dall’investimento disponibile e si negoziano al suo interno servizi, verde e compensazioni.

Anche in questo caso, dunque, non manca la pianificazione; cambia il principio dal quale prende le mosse.

È questa logica che le mobilitazioni lombarde potrebbero mettere in discussione, qualora riuscissero a superare la dimensione della singola vertenza e a sottrarsi alla possibilità che il conflitto venga progressivamente ricondotto entro il terreno della compatibilità.

La nascita della Rete dei Comitati Cittadini Stop Data Center e il manifesto “Verso un movimento contro lo sviluppo irrazionale dei Data Center” indicano, da questo punto di vista, una possibilità interessante, perché il documento non rifiuta la digitalizzazione né l’intelligenza artificiale, ma pone il problema del modo in cui il loro sviluppo viene deciso, chiedendo un Piano nazionale capace di stabilire quali data center siano realmente necessari, dove possano essere localizzati e quali limiti energetici, idrici e territoriali debbano rispettare.

Se questa impostazione venisse portata fino alle sue conseguenze, il conflitto potrebbe spostarsi dalla compatibilità del singolo impianto alla finalità sociale dell’intero processo: perché domandare quali data center siano necessari significa inevitabilmente chiedere quanto siano necessari a chi, per produrre cosa e sotto il controllo di quale soggetto.

Non è però un esito scontato

Le mobilitazioni territoriali attraversano inevitabilmente contraddizioni politiche e sociali differenti e possono essere ricondotte, attraverso il rapporto con amministrazioni, forze istituzionali e associazioni ambientaliste, sul terreno della mitigazione e della compensazione. Il precedente di Bollate è istruttivo proprio perché mostra questa ambivalenza: il ricorso e la mobilitazione hanno prodotto risultati concreti sul piano delle compensazioni ambientali e della tutela di alcune aree, senza tuttavia impedire la realizzazione dell’infrastruttura, tanto che il conflitto ha potuto chiudersi attraverso un accordo tra le parti.

Non si tratta di liquidare quel risultato, che per il territorio può avere un valore reale, quanto di coglierne il limite politico: quando la discussione viene spostata esclusivamente sulla quantità della compensazione, la decisione fondamentale sull’utilità sociale dell’investimento torna fuori dal campo del conflitto.

Lo stesso rischio potrebbe riprodursi su scala regionale qualora la costruzione della rete dei comitati si limitasse a ottenere maggiori tutele, compensazioni o una distribuzione territorialmente meno impattante degli impianti, lasciando però intatto il principio secondo cui la quantità di capacità computazionale da costruire viene determinata dalla domanda del mercato e dalla disponibilità del capitale a investirvi.

La presenza, intorno alle mobilitazioni, di forze politiche e istituzionali che criticano alcuni aspetti dell’attuale sviluppo dei data center senza mettere necessariamente in discussione il modello di fondo rende questa possibilità tutt’altro che astratta. Ciò non significa attribuire ai comitati una regia esterna né negarne l’autonomia, ma riconoscere che ogni movimento attraversa una lotta sulla propria direzione politica e sul punto fino al quale è disposto a spingere le proprie rivendicazioni.

Se riuscisse a mantenere aperta la domanda sulla necessità degli impianti, sulla proprietà della capacità di calcolo e sulla destinazione delle risorse, la rete potrebbe quindi superare tanto il localismo quanto il rifiuto astratto della tecnologia; se invece il conflitto venisse ricondotto alla ricerca di un compromesso più sostenibile con lo stesso modello di sviluppo, il risultato potrebbe essere una forma più regolata e territorialmente compensata della medesima espansione.

La differenza è decisiva

Se la capacità di calcolo sta diventando una forza produttiva indispensabile alla ricerca, alla sanità, all’industria e ai servizi pubblici, proprio per questo la sua quantità, la sua localizzazione e il suo controllo non possono essere lasciati esclusivamente alla redditività degli investimenti privati.

Una pianificazione fondata sui bisogni sociali dovrebbe partire dalla quantità di capacità computazionale realmente necessaria e dalle funzioni alle quali destinarla, stabilendo poi quali risorse possano essere impiegate e quale forma di proprietà consenta di distribuire collettivamente i benefici prodotti. La pianificazione oggi dominante segue invece il percorso inverso: parte dalla nuova frontiera di valorizzazione, mobilita energia, territorio, reti e apparati pubblici affinché l’investimento si realizzi e interviene successivamente per mitigarne le conseguenze.

Nel primo caso sono i bisogni a determinare l’investimento; nel secondo è l’investimento a determinare quali bisogni possano trovare spazio.

La contraddizione che attraversa oggi la Lombardia non riguarda quindi soltanto alcuni data center. Essa mostra come, proprio mentre le condizioni della produzione diventano sempre più socializzate e dipendenti dall’intervento pubblico, il controllo delle nuove forze produttive e l’appropriazione della ricchezza rimangano concentrati.

Per questo i conflitti nati intorno ai terreni agricoli, alle sottostazioni, ai consumi idrici o ai nuovi insediamenti potrebbero diventare qualcosa di più di una resistenza periferica alla modernizzazione, nella misura in cui riuscissero a mettere in discussione non soltanto gli effetti della trasformazione digitale, ma il principio secondo il quale essa viene organizzata.

Fonte

18/07/2022

Giulio II, i ravennati e la monnezza a Roma

1.

Con la fine dello stato di emergenza Covid, nonostante il cruento conflitto che dilania russi e ucraini, sembra che il flusso dei turisti, che inonda la città di Roma, sia ritornato ai livelli precedenti alla fase acuta e pervasiva della crisi pandemica.

Il traffico aereo ha subito un notevole incremento: ogni giorno, le compagnie aeree di tutto il mondo scaricano migliaia di passeggeri, molti dei quali soggiornano nella capitale, per visitare le piazze, i musei, gli incantevoli reperti archeologici e per provare a rivivere l’esperienza di tuffarsi in antiche atmosfere. Flotte consistenti di visitatori nazionali e internazionali, prendono la direzione Ostiense, per immergersi nel Parco archeologico di Ostia Antica. Ma non appena escono dalla stazione della metro, nel percorrere una stradina chiusa al traffico che costeggia il Parco dei Ravennati, si trovano davanti ai loro occhi uno spettacolo che li lascia perplessi: la spazzatura disseminata tra le erbacce e le sterpaglie che contrasta con la bellezza delle maestose pigne che ammantano il castello di Giulio II.

I viaggiatori, sotto la pressione dei tour operators, in genere, non trovano il tempo per ammirare il grazioso borgo e tirano dritti verso gli scavi, là dove, spesso, incontreranno una guida locale, pronta a inebriarli con una narrazione che rievoca gli antichi fasti e splendori del primo porto di Roma.

Nel ritrovarsi in uno dei siti archeologici più grandi del pianeta, come al solito, apprenderanno il nome di un illustre monarca come Anco Marzio, ma continueranno a ignorare l’utilizzo dei prigionieri rinchiusi nel castello e impiegati ai lavori forzati per portare alla luce i primi rinvenimenti dei reperti archeologici, portati avanti e sostenuti, in prima battuta, da Pio VII (1800-1823) e successivamente da Pio IX (1846-1878), sino alla breccia di Porta Pia, nel 1870. Così come, difficilmente, le loro menti intercetteranno la storia dei braccianti romagnoli, chiamati a bonificare i territori di Ostia e Maccarese, per debellare la malaria.

In piena epoca rinascimentale, gli interessi del potere temporale del papato furono indirizzati al controllo della ripresa dei traffici commerciali lungo l’ultimo tratto navigabile del Tevere e sulle saline che si trovavano in prossimità di quest’area. Da qui il bisogno di costruire un borgo sulle rovine di Gregoriopoli e un castello che lo proteggesse dalle “incursioni straniere”.

La fortezza contro gli “invasori” fu completata da Giuliano della Rovere, ovvero da Giulio II, il “Papa guerriero” che esercitò un forte fascino su Machiavelli, tanto che gli dedicò una sezione di un capitolo de Il Principe.

Quest’uomo, agli occhi di Machiavelli, incarnava la figura del principe ideale, era ambizioso e aggressivo al punto giusto, agiva senza troppe paure e procedeva «in modo assennato, con prudenza e umanità evitando così sia un eccesso di fiducia che lo rendeva incauto, sia l’eccesso di diffidenza che lo rendeva intollerabile». (1)

Fortuna e virtù si amalgamavano insieme; dire che possedeva gli attributi era un eufemismo per intendere che aveva le palle per governare. Sulla scia di Alessandro VI, riuscì a neutralizzare le lotte intestine dei baroni romani, a contenere i tumulti scatenati dai cardinali, e alla guida del suo esercito riprese i territori della Romagna, conquistò Bologna e cacciò i francesi dall’Italia.

Semmai esistano dei limiti, per questo genere di principati, Machiavelli non preferisce addentrarsi, sarebbe un’azione presuntuosa e temeraria quella di spiegare la coesione interna di questi sistemi che si fondano su credenze divine. Ma ciò che Machiavelli pone in evidenza, da un lato, è la sfacciataggine con cui il pontefice sfodera il suo potere materiale e si candida, in qualche modo, a monarca nazionale, avendo come riferimento le potenze europee già costituite, dall’altro, evidenzia che Giulio II «fa ogni cosa solo per la potenza della Chiesa e non per i suoi interessi privati».(2)

Il bene dello Stato viene prima degli interessi particolari dei governati (sudditi) e delle varie fazioni interne in lotta tra di loro, pertanto il principe dev’essere astuto, forte e per raggiungere i propri scopi può diventare spietato, spregiudicato, scorretto e malvagio.

Cosa può fare, per affrontare la sorte avversa?

Può tentare di costruire un argine al fiume in piena degli eventi storici.

Qualche decennio dopo la scomparsa di Giulio II e Machiavelli, a livello nazionale si resero conto che la divisione in tanti piccoli staterelli impediva di costruire un argine politico, mentre a livello locale, una devastante inondazione deviò il corso del fiume Tevere, dando luogo a una lenta formazione di paludi malariche che di fatto ostacolavano la vita nel borgo rinascimentale di Ostia Antica.

Lo splendore e la ricchezza dei piccoli Stati rinascimentali furono fortemente ridimensionati, non solo per il fatto che il Mediterraneo perse la centralità dei traffici commerciali, in seguito alle nuove scoperte geografiche, ma anche per l’incapacità dei vari “Signorotti” della penisola di trovare un accordo che consentisse di costituire “una società di società”. Tale passaggio è spiegato bene da Montesquieu quando fa riferimento alla capacità di individuare «una convenzione in base alla quale numerosi corpi politici consentono a divenire parti di uno Stato più grande che tutti insieme intendono formare». (3)

Il diventare una grande potenza, purtroppo, non elimina i rischi e i pericoli che sorgono al suo interno. Su questo punto Montesquieu è in linea con Machiavelli, esiste un duplice inconveniente che pervade democrazie e aristocrazie: «il male è nella sostanza delle cose, non esiste alcuna forma di rimedio», (4) se non quello di allentare la sovranità di un singolo Stato, quando quest’ultimo diventi troppo forte, o di unirsi agli altri Stati, nel momento in cui ci sia il tentativo di un altro Stato di prevalere e dominare.

Per il resto, io direi che il teorico della separazione dei poteri si emancipa dalla cosiddetta visione machiavellica delle relazioni umane. In un certo senso il suo pensiero supera la ricerca forsennata dello spirito nazionalista, quando scrive quella perla arcinota: se sapessi una cosa utile alla mia nazione, ma che fosse dannosa per un’altra, non la proporrei al mio principe, poiché sono un uomo prima di essere francese, o meglio, perché io sono necessariamente un uomo, mentre non sono francese che per combinazione.

Quello che è stato definito “un dialogo agli inferi” tra Machiavelli e Montesquieu continua anche ai nostri giorni: Erdogan appoggia la Sant’Alleanza, ossia concede il via libero all’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO. In cambio ottiene la patente per reprimere il popolo curdo. Il Governo Sanchez II, sostenuto da una coalizione di centro-sinistra, sacrifica i diritti del popolo saharawi, a lungo vessato dal regime di Mohammed VI, e in cambio ottiene la repressione dei migranti da parte dei gendarmi marocchini, repressione sfociata nella strage di Melilla.

2.

Questo filone narrativo, caratterizzato da una stridente retorica, mette in secondo piano, oscura il tema dei diritti sociali, o meglio, è un approccio che continua a esaltare o far risaltare la cultura dei grandi Condottieri, dei Generali illustri, dei Signori delle città, dei capi di Governo e dei loro azzecca-garbugli e così via dicendo, come se il flusso degli avvenimenti storici fosse il risultato di singoli individui o di un pugno di eletti.

Ecco perché ho richiamato una storia collettiva, una storia di uomini e donne che sfuggivano dalla povertà e dalla disoccupazione e approdarono nell’inferno delle paludi dell’Agro Romano, armati di carriole, vanghe, badili e dell’esperienza già acquisita in Romagna per la costruzione di opere idrauliche. Scavarono 22 Km di canali, prosciugarono terreni acquitrinosi e malsani.

Andrea Costa volle ricordare quei braccianti come un “esercito di pace” che restituì alla coltura, all’igiene e in generale alla civiltà del lavoro quelle aree che «ignavia di principi e prelati ed inerzia colpevole dei Governi», per più di tre secoli, avevano consegnato al troneggiare della malaria.

L’accoglienza dei ravennati non fu né calorosa né cordiale, erano visti come sovversivi, anticlericali e delinquenti, sebbene avessero accettato di lavorare in subappalto, per l’impresa Angeletti che si era aggiudicata la gara per prosciugare le paludi del Litorale Romano, e di lavorare in un luogo inospitale: dei 500 braccianti che partirono da Ravenna, nel primo anno di permanenza in questo putiferio, ne perirono 100. Molti di loro vollero tornare indietro e in questo senso Nullo Baldini non ebbe vita facile a persuaderli di rimanere e portare avanti il progetto che avevano lanciato nella loro città di origine.

In realtà, le condizioni di provenienza non erano affatto idilliache, in Romagna, la rivoluzione dei trasporti aveva mandato in frantumi il sistema di produzione delle risaie: il prezzo di questo cereale, per effetto della concorrenza dei paesi asiatici, scese così in basso da non essere più remunerativo, di conseguenza i proprietari terrieri passarono dalla coltura arativa a quella prativa, con il risultato che c’era meno bisogno di forza lavoro, quindi i mezzadri furono trasformati in braccianti agricoli e utilizzati all’occorrenza. Aumentarono il numero dei salariati e degli operai stagionali, la disoccupazione prese il sopravvento e con essa la miseria avvolse la comunità che basava la sua riproduzione sulla raccolta del riso.

Dal Censimento del Comune di Ravenna si evince che: «dal 1871 al 1881 il numero dei braccianti era passato da 500 a 9.589». (5) La paura degli scioperi, della rivolta contro le classi benestanti e la possibilità che gli operai si riunissero, fecero in modo che le istituzioni optassero per la realizzazione di grandi opere pubbliche, per mezzo delle quali si poteva imbrigliare la forza lavoro potenzialmente pericolosa se lasciata inoccupata.

La penuria di lavoro stimolava la concorrenza fra il crescente numero di salariati; i forti ribassi praticati dalle imprese per aggiudicarsi gli appalti delle opere di sistemazione del territorio determinarono un peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. In questo contesto nascevano le prime forme di mutualismo operaio: nel 1883 venne alla luce, a Ravenna, l’Associazione Generale degli Operai e dei Braccianti, con lo scopo di difendersi dai raggiri degli appaltatori.

Nel far riaffiorare quest’affresco di vita e lavoro in comune, non ci sono tentativi nostalgici, per lo meno non prevalgono, ci sono, invece, desideri e intenti che spingono nella direzione di vedere «le cose e le loro immagini concettuali essenzialmente nel loro nesso, nel loro concatenamento, nel loro movimento, nel loro sorgere e tramontare». (6)

Dunque, non solo competenze idrauliche e lavoro di squadra, ma i ravennati portarono anche le esperienze organizzative che avevano maturato in Romagna: ogni socio prendeva una paga uguale, se uno di loro si ammalava, non perdeva il salario, se la malattia diventava invalidante, si organizzavano raccolte di fondi per aiutare la famiglia caduta in disgrazia.

La diffidenza della Roma cinica e papalina, ben presto iniziò a dissolversi quando si cominciò a percepire l’utilità sociale e l’importanza dell’opera che stavano realizzando, un’opera il cui manifesto esplicito non era solo la condivisione e l’espletamento del lavoro comune, allo scopo di rendere vivibile un ambiente insalubre alle porte della capitale della neonata Monarchia italica, ma anche il rafforzamento della consapevolezza che si potesse affrontare il problema della disoccupazione, provando a incidere sulle circostanze esterne avverse.

Ed è proprio sulla sintesi di questi valori, a mio avviso, che “i socialisti della repubblica di Utopia”, così come sono stati definiti, trovarono la forza e il potere di coniare monete e stampare banconote, precisando che tale denaro, in un primo momento, aveva una funzione interna alla colonia agraria. Successivamente la sua validità fu estesa alla sola provincia di Roma.

3.

Ma veniamo al punto dal quale siamo partiti. Il castello che prende il nome di Giulio II, con qualche ristrutturazione della Soprintendenza dei Beni Culturali, rimane nel suo fossato, è chiuso al pubblico e si paga un biglietto per entrare. Al contrario, il Parco dei Ravennati è uno spazio aperto che rientra nella gestione del verde urbano da parte di Roma Capitale, ma è lasciato all’incuria, al degrado, anche se si trova in prossimità degli scavi archeologici.

Di sicuro c’è lo zampino dei “teppisti della spazzatura”, ovvero di coloro che riescono, per vie traverse, a evadere il pagamento del tributo, quindi si divertono a disperderla in quei punti che sono considerati terra di nessuno, ma anche lungo le piazzole di sosta delle strade, in prossimità della raccolta del vetro e degli indumenti della Caritas, ma non è una risposta sufficiente al problema della monnezza a Roma, che si sta trasformando in una specie di calamità naturale e perenne.

Se il secchione che si trova nel parco è stracolmo dev’essere svuotato, e per farlo, a meno che non si brevetti una macchina che effettui tale attività oppure sorga un’associazione di volontari e si prenda cura di un determinato luogo, è necessario ricorrere al lavoro salariato, ai netturbini o collaboratori ecologici, altrimenti arriva il vento e disperde la monnezza nell’ambiente.

A un’emergenza ne segue un’altra, si alternano le amministrazioni comunali di diverse composizioni politiche, si scrivono Piani d’intervento. In quasi tutte le feste rionali di varie organizzazioni politiche, il tema della spazzatura non manca mai, vengono interpellati studiosi ed esperti stranieri per dire che Roma seguirà il modello virtuoso di un’altra città (vedi raccolta differenziata di San Francisco, 2012), non mancano gli impegni solenni, l’ultimo, quello di Gualtieri, è grottesco: pulizia straordinaria della città nei primi 100 giorni!

Il flop della sua Giunta è evidente, si trova in grosse difficoltà, ma l’imbarazzo più grosso lo vivono le guide turistiche, gli albergatori, i taxisti e altri operatori che accolgono quel fiume di persone che si dirama, per lo più, nell’area del Tridente. Per non parlare degli abitanti che ormai sono esasperati e iniziano a pensare che il problema dei rifiuti sia irrisolvibile, qualcosa che somiglia sempre di più a un’alluvione perpetua, che determina un doppio sacrificio: pagare la TARI all’AMA e vedere il sudiciume davanti alle proprie abitazioni.

C’è una dimensione ancora più spiazzante sul tema della spazzatura a Roma, un aspetto antropologico della componente gestionale della città che si fonde con il buttarla in caciara, con il creare scompiglio e caos, con il dar vita a una specie di alone all’interno del quale il simpatico si confonde con il brutto e zozzo, l’ordine con il disordine, il legale con l’illegale, che non significa riconoscere l’ambivalenza nelle cose e nei rapporti sociali, ma esprime la sintesi della confusione. I famosi personaggi recitati dal grande Tomas Milian ci forniscono un indizio di quello che è diventato un rebus ingarbugliato: er Monnezza è un ladro che collabora con la giustizia, mentre Nico Girardi è un ex ladro diventato poliziotto. Si, perché a Roma, lo scarto, l’immondizia si chiama monnezza. Nel linguaggio anglofono, per dire che un’idea, un pensiero, una qualsiasi cosa non serve a niente, utilizzano la parola rubbish, ma non credo che tale sostantivo sia diventato il nome di un famoso personaggio cinematografico.

La suddetta commistione è solo un elemento concomitante del problema o aggiuntivo, per confondere le acque, in qualche modo, contribuisce a inasprire le difficoltà croniche dell’AMA S.p.A. con socio unico: il Comune di Roma.

Alla base di quella che potrebbe essere definita una catastrofe ecologica ci sono due variabili chiave strettamente interconnesse tra di loro: l’eccesso di produzione di beni materiali e immateriali e la svalutazione o deprezzamento del lavoro, in particolare di quello manuale.

La tendenza all’incremento costante dei rifiuti solidi è sotto i nostri sensi, la percepiamo nel fluire del tempo dentro le nostre case, è sufficiente effettuare una semplice retrospettiva sulla quantità di plastica che accumuliamo rispetto a pochi anni fa. A livello mondiale, la produzione di rifiuti solidi si attesta intorno a 2,1 miliardi di tonnellate all’anno e si prevede un incremento del 70 %, entro il 2050, stando agli incrementi di produttività collegati all’introduzione di nuove tecnologie e alle più efficienti combinazioni di capitale e lavoro. A ciò dobbiamo aggiungere altre importanti implicazioni: riduzione del lasso di tempo in cui si realizza il ciclo di vita dei prodotti; la non convenienza economica a riaggiustare una serie di prodotti, in quanto i costi di riparazione si avvicinano a quelli dei prodotti nuovi; difficoltà ad aprire le nostre menti sull’importanza delle pratiche che rientrano nelle cosiddette cinque erre: ridurre, riutilizzare, riciclare, recuperare e razionalizzare.

Sebbene i dati della raccolta differenziata non siano incoraggianti (intorno al 44 % nel 2021), nei quartieri dove viene praticata, qualora non si verifichino intoppi agli impianti di stoccaggio, la situazione è migliore. Ma questo non cambia il quadro osservabile: discariche abusive, intere aree verdi, che delimitano i popolosi Municipi di periferia, sarebbero da bonificare.

Ma il principe è nudo, è incatenato dai debiti e lo nasconde, è succube della rendita fondiaria e finanziaria, (7) si affida al mercato. Sembra che lo spettacolo indecoroso a cui si è assistito nello scorso mese di giugno nel centro storico sia dovuto al mal funzionamento della raccolta relativa all’utenza non domestica che AMA ha subappaltato a quattro imprese esterne.

Come rileva il Roma Today, all’AMA mancano uomini e mezzi, quindi per pulire il centro invaso dai rifiuti spostano i netturbini dislocati nelle periferie, mentre uno studio della Cgil Roma calcola un fabbisogno di 1.500 lavoratori e lavoratrici per assolvere al contratto di servizio.

A fronte di un aumento della quantità di rifiuti prodotti, l’AMA, nel quinquennio che va dal 2015 al 2019, ha ridotto il budget destinato ai costi del personale, tagliando 500 posti di lavoro, passando da 8.000 a 7.500 addetti. (8). Il servizio di raccolta differenziata, com’è noto, richiede una presenza capillare sul territorio, quindi ingenti risorse, le quali sono state ottenute, in larga misura, con il taglio e conseguente peggioramento del servizio di pulizia e igiene urbana: un travaso di personale da un servizio all’altro di circa 2.000 unità.

L’AMA continua ad esternalizzare i servizi più complicati a imprese o cooperative che taglieggiano la manodopera sul piano economico e quello dei diritti, mentre a Roma gradiscono il ritorno del flusso dei turisti a livelli pre-Covid, ma non riescono a smaltire i rifiuti che producono. I dati di provenienza Telco ci dicono che in media nel Comune di Roma si aggirano 230.000 turisti al giorno, il 51 % dei quali sono stranieri, che hanno iniziato a inviare per il mondo fotografie con cumuli d’immondizia nei pressi di monumenti d’interesse storico, architettonico e archeologico.

Il principe (la politica) affida le sue sorti al mercato, continua a produrre leggi che di fatto avallano il deprezzamento del lavoro e lo relegano in una condizione di “minorità”, egli ha perso la bussola per orientarsi e il fiume delle scartoffie burocratiche, inerenti ai diritti civili, si è così ingrossato che straripa quotidianamente, in quanto gli argini sono quasi inesistenti.

La rappresentanza politica finisce per essere completamente sconnessa dalla vita sociale, non riconosce il lavoro sociale e si annida in proclami salvifici, che si fondano su atteggiamenti magici e miracolistici. In pratica, stenta a veder che dietro il completamento di qualsiasi opera c’è passione, dedizione, interesse, intelligenza, spreco di energia, in breve quella parola astratta che si chiama lavoro e che in tanti, nella società in cui viviamo, disprezzano o deprezzano.

Per un altro verso, le persone che vivono del loro lavoro, agendo come individui isolati, hanno dissolto la consapevolezza che l’attività che pongono in essere abbia un’utilità sociale, anche in funzione del fatto che sorgono continue difficoltà nel distinguere il lavoro necessario da quello superfluo.

Il lavoro dello spazzino, in quanto lavoro manuale, non è molto ambito, e poi, in qualche misura, persistono i pregiudizi che Antonio De Curtis descrive in modo pregnante nella sua poesia A Livella. Nondimeno, a produrre monnezza non sono solo i nobili o i grandi industriali, non possiamo prescindere dal legame tra produzione e consumo che ci vede coinvolti.

Come lavoratori e lavoratrici dipendenti, per emanciparci dalla condizione di “minorità”, non possiamo accettare passivamente la guida di chi compra il nostro lavoro, e forse sarebbe opportuno prendere spunto dalla storia dei ravennati, per iniziare a realizzare quest’immensa opera di bonifica dell’ambiente in cui siamo immersi, beninteso che non riguarda solo Roma.

Infine, ad Alessandro Gassmann, fautore di una lodevole iniziativa per ripulire Roma, nel lontano 2015, direi che non basta farsi fotografare con una scopa sulla spalla, mentre si pulisce il proprio vicoletto: il netturbino fa un lavoro duro, 38 ore settimanali, esclusi gli straordinari, rimane a contatto con materiali maleodoranti. Si tratta di un lavoro fisico che alla lunga provoca acciacchi, usure, allergie. Insomma, non è una passeggiata maneggiare le fetenzie degli altri, le buste puzzolenti, e non è gradevole viaggiare in camion infestati da un morbo repellente.

Ecco!

Il riconoscimento dell’utilità sociale degli operatori ecologici deve passa attraverso gli intrecci di queste difficili condizioni lavorative e sulla necessità di mitigarle, riducendo le ore di esposizione ai cattivi odori, non di certo sugli attacchi pettegoli di quei giornalisti che trovano qualsiasi insulso pretesto, pur di sminuire la portata del loro lavoro collettivo, senza il quale saremmo sommersi dai rifiuti fino alla testa.

Note

1) Niccolò Machiavelli, Il Principe, versione in lingua italiana moderna a cura di Edoardo Mori, Bolzano, 2020, p. 65.

2) Ivi, p. 45.

3) Charles de Seconda! barone di Montesquieu, Lo spirito delle leggi, a cura di Sergio Cotta, Volume I, libro IX, p. 238.

4) Ibidem

5) P. Isaja, G. Lattanzi e V. Lattanzi, Pane e lavoro. Storia di una colonia cooperativa: i braccianti romagnoli e la bonifica di Ostia, Marsilio Editori, Venezia 1986.

6) F. Engels, Anti-Duhring in Opere vol. XXV, Editori Riuniti, Roma 1974.

7) Si veda, Rendita finanziaria e rendita fondiaria a Roma. Dialogo con Federico Sannio, https://www.coku.it

8) Addetti e monte salari AMA (2010-2019). Fonte: bilanci AMA.

Fonte

05/04/2020

L’innovazione sganciata dai bisogni sociali non è progresso

“Digitalizzazione, robotizzazione, innovazione e intelligenza artificiale” sono le parole chiave per intendere l’azione del governo Conte bis, quelle su cui il presidente del Consiglio ha insistito maggiormente il 9 settembre 2019 nel rilanciare ciò che era già iniziato con il governo Renzi.

«Dobbiamo perseguire una strategia di azione che porti l’Italia a primeggiare, a livello mondiale, in tutte le principali sfide che caratterizzano la quarta rivoluzione industriale»[1], ha illustrato il premier in Aula.

L’ospedale “Infermi” di Rimini si è dotato negli ultimi giorni di un dispositivo medico destinato ad effettuare televisite di pazienti ricoverati in ospedale e affetti da Covid-19, limitando in maniera sensibile i rischi per il personale medico e sanitario.

“In un momento difficile e complicato RivieraBanca ha dimostrato, fin da subito, di muoversi a sostegno delle imprese del territorio con un plafond di 10 milioni di euro e aderendo alla moratoria dei prestiti di ABI; e ne seguiranno altre! – dichiara il presidente di Riviera Banca, Fausto Caldari – Ma chi ci conosce sa, che da sempre, la salute è una delle nostre azioni prioritarie a sostegno della comunità e quindi questo ci sembra un gesto doveroso per aiutare le persone ed il personale sanitario, in prima linea in questa vera e propria battaglia!”[2]

Dentro l’Industria 4.0. Un’intera linea robotizzata che taglia tempi e costi. Il Gruppo Marchesini, leader nella fornitura di linee e macchine per il confezionamento di prodotti farmaceutici ha aperto il proprio stabilimento di Pianoro per mostrare la nuova linea altamente automatizzata «Integra 320»[3]

Sono tre stralci di articoli che racchiudono un anno, aprile 2019 – aprile 2020. È il tempo di restare in silenzio, è tempo di unirsi sotto un’unica bandiera e cantare l’inno nazionale dai balconi, direbbe qualcuno.

Era iniziata così l’esorcizzazione della paura all’interno della metafora della guerra, che poi tanto metafora non è, se si considera che mentre il Paese e il mondo intero vengono investiti da un’emergenza sanitaria ed economica, si parla di oltre 100 morti e migliaia di contagiati tra gli operatori sanitari, 40.000 richieste di deroga ai prefetti da parte delle aziende per continuare a produrre.

Ma di fronte all’assenza di dispostivi di protezione individuali e di un’organizzazione nella gestione del rischio infettivo insufficiente, le imprese di produzione di armi e dispositivi militari non si sono mai fermate. Beni essenziali in un mondo in guerra.

Sì, se dobbiamo parlare in questi termini, la guerra era già in corso, 4 morti al giorno e migliaia di infortuni, era il prezzo da pagare nel mondo del lavoro “smart” diviso tra magazzini automatizzati e articoli di giornale che decantano come il progresso ci regala operazioni a cuore aperto e trapianti di cervello eseguiti da intelligenze artificiali nella chirurgia cibernetica.

Paghiamo il prezzo dell’iper-specializzazione e dell’innovazione sganciate dall’utilità sociale, l’assenza di un’analisi dei bisogni sanitari, una distribuzione delle risorse in base ai bisogni reali, la rottura del paradigma della prevenzione e della medicina come strumenti sociali. Farmacisti e grandi marchi della distribuzione organizzata mentre incassano diventano i polmoni del corpo sociale, come se fossero loro il centro di comando della macchina di gestione dell’emergenza.

A quando risale l’ultima indagine in merito all’organizzazione delle strutture e dei servizi? Come siamo arrivati fin qui?

È inutile ripetere la storia delle riforme sanitarie e dei tagli che hanno messo in competizione i servizi sanitari regionali e regalato i principi su cui si basava il sistema sanitario ai clientelismi locali.

Come mai solo dopo decessi e contagi del personale sanitario che hanno giocato un ruolo chiave nel meccanismo della trasmissione del virus, assieme alla scellerata politica dettata da Confindustria di non rinunciare a niente sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici, si è deciso di parlarci di intelligenze artificiali e robot progettati per far lavorare in sicurezza il personale medico e garantire le visite a domicilio? E per di più, perché come per la ricostruzione della cattedrale di Notre Dame sono i privati filantropi e benefattori a dover intervenire?

Prima di quest’epidemia stavamo combattendo infinite battaglie di denuncia rispetto alla mancata contrattazione sociale dell’impatto delle nuove tecnologie e dei loro processi all’interno del mondo del lavoro. Le parole chiave erano “aumento della produttività”, “taglio del costo del lavoro e dei tempi”. Tutti i settori produttivi materiali e non, erano coinvolti e/o sfiorati in questo sistema integrato, dove sommerso e sfruttamento convivono interconnessi.

Nei luoghi dello sfruttamento e della marginalità la situazione era già insostenibile. Baracche e caporali, colpi di calore, percosse e soprusi nelle carceri, sospensione del diritto, magazzini totali e ricatto, accuse di parassitismo ai lavoratori del pubblico, casse integrazioni e ristrutturazioni, valli devastate e comunità in lotta colpite nella repressione.

Su questo sfondo ci parlavano della scomparsa dei lavori manuali e dello sforzo legato al lavoro, come se i cervelli non fossero anch’essi spremuti, lo smart e una linea internet superveloce avrebbero risolto i mali del mondo. Università e ricerca al servizio delle aziende, affitti insostenibili, processi urbani stravolgenti, infrastrutture e patrimonio pubblico sgretolanti, violenza e marginalità, l’anzianità come un peso sociale.

Era questa la situazione prima del Covid-19, ci parlavano così, ci trovavamo a vivere così.

Forse non andava tutto bene, come non andrà tutto bene se non si calibrerà la bilancia nella società, nel rapporto tra uomo e ambiente.

Confondere l’innovazione con il progresso e la tecnologia con la tecnica, sganciando tutto dai bisogni reali e dai saperi è consegnare qualsiasi risorsa al profitto.

L’automazione e l’innovazione non mediate, ci hanno dimostrato che il capitale ha ancora bisogna della forza lavoro per vivere, così automatismi come il mercato senza controllo da parte delle formazioni sociali generano mostri capaci di colpire un ospedale in maniera teleguidata a migliaia di chilometri di distanza, alleggerendo dai sensi di colpa anche il soldato, ma incapaci di organizzarsi di fronte a epidemie globali con i tempi e le modalità dei flussi economici che ci dominano.

Che fare? Non è retorica e citazionismo, ma bisogno che si fa desiderio.

Note:

[1] https://startupitalia.eu/114483-20190909-il-conte-bis-spinge-su-innovazione-e-industria-40

[2] https://www.auslromagna.it/notizie/item/2793-coronavirus-sistema-donato-da-rivierabanca?pk_cpn=newsletter-RR&utm_source=phplist1088&utm_medium=email&utm_content=HTML&utm_campaign=Bollettino+Intranet%3A+novit%C3%A0+del+%5BTODAY%5D

[3] https://corrieredibologna.corriere.it/bologna/economia/19_aprile_10/dentro-l-industria-40un-intera-linea-robotizzata-che-taglia-tempi-costi-e036bdd6-5b68-11e9-9c30-3b23e59d03ab.shtml?refresh_ce-cp

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