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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/08/2026

L’Italia invasa dai data center

Secondo i dati più recenti, i data center – le infrastrutture che ospitano i server necessari, tra le altre cose, ad addestrare e utilizzare i sistemi di intelligenza artificiale – presenti o in progettazione in Italia sono 262: solo un anno fa erano 146. La crescita non riguarda soltanto il numero degli impianti, ma anche il loro fabbisogno energetico. Nel 2024 i data center italiani hanno consumato 5,8 TWh, pari a circa il 2% dei consumi elettrici nazionali. Secondo alcuni scenari riportati dall’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, entro il 2035 potrebbero arrivare a consumare tra 24,5 e 42 TWh, pari al 7-12% del totale nazionale.

Di fronte a un’espansione così rapida, è necessario chiedersi se lo sviluppo dei data center possa essere governato in modo sostenibile o rischi invece di riprodurre le distorsioni già osservate negli Stati Uniti e in altri paesi: consumo di acqua ed energia, occupazione del suolo, aumento dei costi per i cittadini e benefici occupazionali inferiori alle attese.

È in questo scenario che il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha elaborato la “Strategia per l’attrazione in Italia degli investimenti industriali esteri in data center”. L’obiettivo di questa strategia è mostrare come il territorio italiano, con una rete di infrastrutture (fibra ottica, 5G e cavi sottomarini) distribuita in modo omogeneo in tutta la penisola, “possa garantire uno sviluppo sostenuto e sostenibile dei data center in grado di moltiplicare il fattore attrattivo agli investimenti”. Il documento presenta in tal senso un’analisi di settore e una strategia per ridurre e semplificare tempi e modalità di investimento, per rendere l’Italia un polo di investimenti strategico, definito ‘Hub del Mediterraneo’. 

La diffusione dei data center in Italia

Il mercato dei data center in Italia è effettivamente in fortissima crescita: nel triennio 2023-2025 ci sono stati investimenti pari a 7,1 miliardi di euro e per i prossimi tre anni ci si aspetta di raggiungere i 25 miliardi. Una cifra comunque inferiore rispetto alle previsioni del 2023: secondo i dati riportati sempre dall’Osservatorio del Politecnico, ci si aspettava infatti di raggiungere 10,5 miliardi di euro. L’incongruenza è dovuta principalmente agli errori di previsione di operatori internazionali, che sono entrati nel mercato italiano con eccessivo ottimismo riguardo alle tempistiche burocratiche italiane. Ed è proprio per venire incontro alle esigenze degli investitori internazionali e capitalizzare il più possibile le previsioni di mercato che è stata sviluppata la Strategia del Mimit. 

Attualmente, dalla richiesta di costruzione di un data center fino al diritto di iniziare i lavori è previsto un iter che va dai 18 mesi ai 3 anni, periodo nel quale vengono espletate le valutazioni urbanistiche e ambientali. Un periodo che secondo l’Italian Data Center Association (IDA), citata nella strategia, pone il nostro paese in svantaggio competitivo rispetto ad altre nazioni europee. Per superare questo limite, il Mimit propone l’introduzione di un’Autorizzazione Unica a livello nazionale, che possa semplificare le procedure e unificarle sotto un unico ente amministrativo, così da garantire tempi certi.

L’impatto dei data center sul territorio

La semplificazione, in linea di principio, non sottovaluta l’impatto dei data center nel territorio italiano. Anzi, la strategia identifica quattro potenziali effetti benefici a livello territoriale e locale derivanti dagli investimenti sui data center: riqualificazione di aree industriali dismesse (i cosiddetti siti brownfield), iniezione di risorse economiche nei comuni coinvolti, utilizzo del calore di scarto per teleriscaldamento, aumento dei posti di lavoro nel territorio. Va tuttavia verificato se e in che modo questi benefici possono concretizzarsi, analizzando la situazione nei territori protagonisti della crescita del settore. 

La Lombardia è di gran lunga la regione che riceve più investimenti, candidandosi a essere una delle maggiori regioni europee per numero di data center, attualmente concentrati soprattutto nella città metropolitana di Milano, a Bergamo e, più di recente, nella provincia di Pavia. Questi territori stanno vivendo un aumento vertiginoso di nuove strutture: secondo Data Center Map, sono oltre 110 i data center attivi nella sola Lombardia, a cui se ne aggiungeranno una trentina nei prossimi anni. Il rapido sviluppo di queste strutture porta con sé alcune controversie rispetto ai benefici ambientali, specialmente riguardo alla bonifica e riutilizzo delle aree industriali e al teleriscaldamento tramite il calore di scarto. 

Su questi aspetti, la strategia pone solo delle linee guida da rispettare laddove possibile: per esempio, riconvertire siti brownfield invece di utilizzare aree verdi (greenfield) o prediligere sistemi a circuito chiuso in grado di consumare meno acqua. Tuttavia, in assenza di una legge, queste linee guida non vincolano chi investe nel territorio italiano. Per colmare questo vuoto, e per l’ampio numero di investitori, nel maggio scorso la Lombardia è stata la prima regione italiana a promulgare una legge in questa direzione, che pone disincentivi fino al 200% per chi costruisce su terreni verdi che potrebbero essere destinati all’agricoltura.

“Ma la legge non ha tenuto conto delle richieste”, commenta, parlando con Guerre di Rete, Renato Bertoglio di Legambiente Pavia. “Abbiamo chiesto di governare il processo, di porre vincoli, invece hanno messo disincentivi che il più delle volte non hanno un effetto reale, perché costa meno pagare il sovrapprezzo piuttosto che bonificare un’ex area industriale”. Anche da parte di Legambiente, dunque, c’è la richiesta di una legge nazionale che definisca delle condizioni e le renda vincolanti. In assenza di essa, il sito di costruzione di un data center è soggetto alle contingenze del luogo e degli attori coinvolti: può essere effettivamente scelto un sito brownfield, come nel caso del progetto del data center hyperscale della società DC Adriatic a Bari, oppure occupare 60mila metri quadri di terreno verde, come a Certosa di Pavia.

L’invasione del pavese

Negli ultimi anni, proprio la zona del pavese sta registrando la costruzione di numerosi data center: oltre a Certosa, a Lacchiarella è previsto un campus con cinque data center da oltre 200mila metri quadri, a Vellezzo Bellini 110mila, a Bornasco 165mila. Non sempre i progetti offrono ai territori in cui sono installati i benefici indicati nella strategia: se a Magenta, per esempio, è stata riqualificata la vecchia area industriale della Novaceta, a Certosa si vuole costruire su un terreno verde che era destinato ad uso agricolo. 

In entrambi i casi, i cittadini denunciano la costruzione a breve distanza dalle abitazioni: “Non si è considerato che, negli ultimi anni, i paesi si sono espansi in contiguità alle aree dismesse”, dice a Guerre di Rete Sergio Manera, fisico e membro del Comitato di tutela del territorio Certosino. “Non si può costruire vicino alle case, così si rischiano di ripetere gli errori del passato, quando si costruiva senza la sensibilità ambientale che abbiamo oggi”. Nella legge della Regione Lombardia è assente qualsiasi riferimento al limite di vicinanza, e ciò, secondo Manera, fa perdere valore agli immobili del territorio, ridimensionando in questo modo anche gli oneri di urbanizzazione che, secondo la strategia, dovrebbero costituire risorse economiche per i comuni dove si costruisce. 

Come sottolinea Chiara Brocchetta, vicepresidente del Comitato Certosino, ci sono altre vie per far girare l’economia locale: “Certosa ha guadagnato tre milioni dagli oneri dovuti alla costruzione, ma il vicino comune di Borgarello ne ha presi molti di più attraverso progetti europei. In tutto il territorio stanno nascendo sempre più data center, bisogna considerare gli effetti cumulativi di questi impianti in un corridoio agricolo che è anche un’area ad alto interesse turistico”.

D’altronde, l’impatto ambientale non riguarda soltanto i comuni in cui vengono costruiti i data center, ma anche in quelli confinanti. Ce lo spiega Alberta Samuele, sindaca di Borgarello, comune che confina con Certosa e con l’area in cui sorgerà il data center: “L’effetto inquinante sarà prevalentemente nel nostro comune, che non godrà di alcun beneficio economico da questa struttura. Negli ultimi anni abbiamo vinto bandi da sei milioni di euro spesi in opere pubbliche: costruzione di un ambulatorio, ristrutturazione della scuola, depavimentazione. Ci può essere crescita economica anche senza snaturare il territorio”

Da quanto emerge da queste testimonianze, la scelta di siti brownfield, laddove venisse effettuata, non sarebbe comunque sufficiente per mitigare gli impatti ambientali, che rimarrebbero elevati specialmente perché si costruiscono tanti impianti in un’area ridotta. In Lombardia è presente quasi la metà dei data center nazionali e anche guardando le richieste di allacciamento (dunque l’interesse futuro) per i data center, la Lombardia da sola rappresenta quasi il 50% di potenza richiesta, seguita con molto distacco da Piemonte (15%) e Puglia (10%). 

Nonostante la maggior parte delle richieste non sia concretamente realizzabile, il rapporto mostra bene la loro distribuzione. La sola Milano, secondo dati del Politecnico, concentra il 68% della potenza energetica nominale installata a livello nazionale con 414 MW IT e punta a superare il valore simbolico di 1 GW entro il 2028. D’altra parte, la strategia del Ministero si propone di distribuire queste infrastrutture su tutta la penisola, ma i comitati cittadini e Legambiente sono d’accordo nel chiedere con celerità una legge nazionale che governi il fenomeno.

Teleriscaldamento e rinnovabili

Anche l’energia pulita gode di grande attenzione. Oggi, con il mix energetico che è al 40% circa composto da fonti rinnovabili, le emissioni di CO2 da parte dei data center sono approssimativamente un milione di tonnellate, a quanto riporta il Politecnico di Milano. Secondo il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) entro il 2030 sarà necessario installare in Italia circa 65 GW di nuova capacità rinnovabile per realizzare un mix elettrico decarbonizzato al 65%. Se anche fosse raggiunto questo obiettivo, secondo l’Osservatorio del Politecnico le emissioni raggiungerebbero un intervallo tra 2,9 e 5 milioni di tonnellate. Una crescita sostenuta e dovuta proprio all’aumento dei data center, ma comunque contenuta rispetto alle 5-8 milioni di tonnellate di emissioni previste se il mix energetico rimanesse invariato. 

La strada verso le rinnovabili è un impegno fondamentale e la strategia del Ministero si muove in questa direzione. Tuttavia, l’energia pulita, da sola, non è sufficiente, perché, come ci spiega Manera, “nel momento in cui ci si allaccia alla corrente elettrica, si utilizza il mix nazionale. Quindi non è possibile, come dicono alcuni, realizzare un data center con energia al 100% rinnovabile, a meno di togliere le fonti pulite ad altri, visto che la coperta è corta”.

Per questo motivo, grande importanza è dedicata anche alle tecnologie che permettono di ridurre inquinamento e dispersione di calore. Il teleriscaldamento, capace di riutilizzare il calore di scarto dei data center per riscaldare abitazioni vicine, è per esempio considerato da varie parti la soluzione ottimale. Permette di ridurre i costi dell’energia così come le emissioni di CO2: esemplare è il caso del data center Avalon 3 di Retelit, a Milano, che, secondo IDA, consente di riscaldare le abitazioni di 1.250 famiglie del Municipio 6, con un risparmio energetico equivalente a 1.300 tonnellate di petrolio e una riduzione delle emissioni di CO2 di 3.300 tonnellate. Ad oggi sono però ben pochi i progetti che godono di tale efficienza. “Ma sono necessari: l’alternativa è la dispersione di calore nell’aria”, spiega Manera, che fa notare come esista una direttiva UE che impone alle imprese uno studio di efficienza energetica per questo tipo di impianti.

La crescita occupazionale

La strategia del Mimit cita tra gli impatti benefici sui territori anche la “creazione di posti di lavoro ad alta specializzazione, sia nelle fasi di progettazione e costruzione sia nella gestione operativa delle infrastrutture stesse”. Secondo l’Italian Data Center Association (IDA), nel 2024 si contavano 28mila lavoratori nell’orbita dei data center, ma di questi solo 1200 erano lavoratori diretti nelle strutture. La maggioranza dei nuovi posti di lavoro riguarda la fase di costruzione, oppure si concentra nelle imprese legate al mondo del digitale e dell’intelligenza artificiale, e quindi la creazione di data center è solo in parte causa di queste nuove assunzioni. 

Non è facile trovare dati sulla crescita dell’occupazione nei data center, ma varie fonti riportano che il settore è agli ultimi posti riguardo a numero di lavoratori per metro quadro. Un recente articolo del Wall Street Journal ha riportato il caso di Abeline, una città in Texas in cui per un data center che inizialmente avrebbe dovuto occupare 100mila metri quadrati non sarebbero stati assunti più di 100 lavoratori. In questo modo, creare un data center in un territorio non significa necessariamente aumentare i posti di lavoro in quel dato luogo. 

Nella strategia del Mimit, molta attenzione è dedicata alla semplificazione amministrativa per ridurre i tempi degli investimenti, mentre per le questioni ambientali si rimanda alle direttive europee e alle linee guida del Ministero dell’Ambiente. Anche per questo è necessaria una legge complessiva, che garantisca una visione a lungo termine di sviluppo tecnologico sostenibile.

Fonte

09/07/2026

La sfida dei data center spaziali

I data center divorano l’1,5% dell’elettricità mondiale. Per la precisione: 415 terawattora nel 2024. L’equivalente di quasi l’intero consumo annuo di energia elettrica di una nazione come la Francia. Ma è una quota destinata a più che raddoppiare entro il 2030, spinta soprattutto dall’intelligenza artificiale generativa, che l’Agenzia Internazionale dell’Energia identifica come “il fattore più importante” di questa crescita.

Le reti elettriche globali sono già sotto pressione, ma la costruzione di nuove linee di trasmissione richiede dai quattro agli otto anni nei paesi più avanzati. Nel frattempo, la domanda di calcolo aumenta così velocemente che nessuna infrastruttura terrestre riesce a stare al passo.

È in questo contesto che governi e aziende tecnologiche hanno cominciato a guardare allo spazio. Del resto, lo spazio offre energia solare continua senza competere con le reti terrestri, la possibilità di sfruttare il raffreddamento passivo nel vuoto senza consumare acqua e di elaborare i dati direttamente a bordo dei satelliti che li raccolgono, senza doverli trasmettere integralmente a Terra. Quello che sembrava fantascienza è diventato, nel giro di pochi anni, un programma industriale con date, contratti e lanci già effettuati.

A maggio 2025, la Cina ha lanciato i primi satelliti di una costellazione per l’elaborazione dei dati direttamente nello spazio. Nella stessa direzione si stanno muovendo anche gli Stati Uniti. Le due grandi potenze hanno avviato programmi concreti, ancora in parte sperimentali, per portare calcolo e archiviazione oltre il cielo. Si tratta, però, di un salto tecnologico con una conseguenza politica: in futuro, i dati più strategici di governi, eserciti e grandi aziende potrebbero non trovarsi più in nessuna nazione.

I progetti a stelle e strisce

I satelliti producono quantità enormi di dati, spesso troppo grandi per essere inviati interamente sulla Terra in tempo reale. Processarli in orbita riduce la latenza e la dipendenza dalle stazioni terrestri. Hewlett Packard Enterprise ha dimostrato la fattibilità di questo approccio con il programma Spaceborne Computer. La multinazionale statunitense, leader nelle soluzioni tecnologiche edge-to-cloud (in cui l’elaborazione dei dati avviene in parte sul dispositivo remoto e in parte sui server centrali), ha installato server commerciali standard sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) nel 2017, 2021 e 2024. Questo ha permesso di ridurre fino al 90% il volume dei dati da trasmettere a Terra.

In un’intervista a Via Satellite (novembre 2025), Clint Crosier, già responsabile della pianificazione della U.S. Space Force e oggi direttore di Aerospace & Satellite Solutions di AWS, ha illustrato i risultati pratici. In un test con la startup italiana D-Orbit, elaborare i dati direttamente a bordo del satellite ha permesso di trasmettere a Terra solo le immagini realmente utili: il satellite ha continuato a soddisfare tutti i requisiti della missione usando il 42% in meno di banda. Liberando quella banda, lo stesso satellite può inviare quasi il doppio dei dati utili senza alcuna modifica all’hardware. Il vantaggio per le applicazioni militari è evidente (non a caso, il Department of Defense Space Strategy statunitense identifica lo spazio come dominio operativo a tutti gli effetti).

Gli Stati Uniti stanno inoltre sviluppando la Proliferated Warfighter Space Architecture (PWSA) della Space Development Agency (SDA): una costellazione di centinaia di piccoli satelliti in orbita bassa interconnessi otticamente. Una flotta progettata per garantire comunicazioni resilienti e rilevamento missilistico anche in caso di attacchi a infrastrutture terrestri. A dicembre 2025, la SDA ha assegnato contratti per circa 3,5 miliardi di dollari per la costruzione di altri 72 satelliti di tracciamento missilistico. La logica strategica è chiara: in uno scenario di conflitto, gli impianti e le installazioni a terra sono tra i primi obiettivi a essere colpiti. Una capacità di calcolo dislocata nello spazio, interconnessa otticamente e ridondante offre invece maggiore sicurezza e una continuità operativa difficilmente replicabile sulla Terra.

La Cina accelera: la Three-Body Computing Constellation

Dagli Stati Uniti alla Cina. Come già accennato, il 14 maggio 2025 la Repubblica Popolare ha lanciato i primi 12 satelliti della Three-Body Computing Constellation, sviluppata dall’istituto di ricerca Zhejiang Lab e dall’azienda ADA Space di Chengdu. Ogni satellite offre 744 TOPS (tera-operazioni al secondo) e l’intera rete è progettata per espandersi fino a 2.800 satelliti, con una potenza computazionale complessiva di 1.000 peta-operazioni al secondo, paragonabile per ordine di grandezza ai supercomputer terrestri più potenti. I satelliti sono collegati da link laser inter-satellite (un collegamento che usa fasci di luce laser per trasmettere dati direttamente da un satellite all’altro), alimentati da pannelli solari e raffreddati passivamente dal vuoto, eliminando i costosi sistemi di raffreddamento a liquido dei data center terrestri.

Secondo un piano quinquennale citato dall’emittente televisiva cinese CCTV e ripreso dalla Reuters lo scorso 29 gennaio, la CASC (China Aerospace Science and Technology Corporation) ha annunciato la costruzione di un’infrastruttura digitale spaziale da un gigawatt di potenza, identificata come pilastro del 15° Piano Quinquennale cinese, integrando capacità cloud, edge computing e terminali per elaborare dati direttamente in orbita.

Il ruolo delle aziende private

C’è però da osservare che la corsa ai data center orbitali non è più una prerogativa dei governi. A novembre 2025, Starcloud ha lanciato il primo satellite equipaggiato con una GPU NVIDIA H100, realizzando la prima dimostrazione di addestramento IA direttamente in orbita. L’11 gennaio 2026, con la missione Twilight di SpaceX, sono arrivati in orbita i primi due nodi del data center orbitale della statunitense Axiom Space, sviluppati in collaborazione con la canadese Kepler Communications e collegati tramite link ottici da 2,5 Gbps.

Google, con il progetto Suncatcher, punta invece a una costellazione di satelliti dotati di TPU (i processori per l’intelligenza artificiale progettati da Google) alimentati da energia solare, con un primo test, in collaborazione con la società di San Francisco Planet Labs, previsto per il 2027. Secondo indiscrezioni, SpaceX starebbe preparando una generazione aggiornata dei satelliti della sua costellazione Starlink capace di ospitare carichi di calcolo, con link ottici inter-satellite a banda ultralarga.

A rendere economicamente plausibili delle infrastrutture permanenti in orbita è anche la riduzione dei costi di lancio, che – secondo uno studio della NASA – sono passati da circa 54mila dollari al chilogrammo con lo Space Shuttle a 2.700 dollari con il razzo riutilizzabile Falcon 9 della società spaziale di Elon Musk: una riduzione di venti volte in due decenni. Tuttavia, la gestione privata di sistemi potenzialmente critici introduce domande (per ora) senza risposta: a cominciare da chi sia responsabile in caso di violazione dei dati su un satellite commerciale.

Dal canto suo, l’Europa non dispone di un programma comparabile per il cloud orbitale. Il progetto IRIS² – 290 satelliti per comunicazioni sicure, contratto da 10,5 miliardi firmato nel dicembre 2024 con il consorzio SpaceRISE – non include infrastrutture di calcolo orbitale autonome. Sul fronte della ricerca, il progetto europeo ASCEND ha completato nel 2024 uno studio che conferma la fattibilità tecnica dei data center orbitali e si pone l’obiettivo di dispiegare 1 GW entro il 2050. ASCEND è guidato da Thales Alenia Space, joint venture tra Thales e Leonardo: la partecipazione dell’azienda italiana è il contributo più diretto del nostro paese a questo scenario.

C’è poi da notare che D-Orbit, startup comasca già protagonista del test AWS, è tra le realtà italiane più avanzate sul tema dell’elaborazione dati in orbita e ha sottoscritto contratti con l’ESA (l’Agenzia spaziale europea) nell’ambito della costellazione di osservazione IRIDE, finanziata con fondi PNRR. Ma l’Italia non ha un programma nazionale dedicato al cloud orbitale. Il rischio è quello già visto in altri ambiti digitali: competenze industriali elevate senza controllo sull’infrastruttura finale.

Vulnerabilità e limiti

Il 24 febbraio 2022, all’ora esatta dell’invasione russa dell’Ucraina, un attacco informatico ha colpito la rete KA-SAT di Viasat (il gigante californiano delle telecomunicazioni satellitari), disabilitando decine di migliaia di modem satellitari in Ucraina e in Europa. Il malware usato – un wiper chiamato AcidRain – non ha violato nessun satellite in orbita, sfruttando invece una vulnerabilità VPN in server di gestione della rete fisicamente localizzati nel nord Italia, propagandosi fino a disabilitare 5.800 turbine eoliche in Germania. A maggio 2022, Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e una dozzina di governi europei – inclusa l’Italia – hanno attribuito pubblicamente l’attacco al GRU, l’intelligence militare russa.

Il caso Viasat contiene una lezione che vale doppio per i data center orbitali: il punto più vulnerabile di un’infrastruttura spaziale non è il satellite. È tutto ciò che lo gestisce da Terra: stazioni di controllo, reti di uplink, sistemi di autenticazione, catena di fornitura dell’hardware. A questo si aggiunge un problema strutturale specifico dello spazio: il patching. Un data center terrestre può infatti ricevere una patch di sicurezza in pochi minuti. Un satellite in orbita bassa ha finestre di comunicazione limitate, banda ristretta e nessuna possibilità di intervento fisico. Se un sistema orbitale venisse compromesso, la risposta sarebbe strutturalmente più lenta e, in alcuni scenari, impossibile senza un nuovo lancio.

Jamming e spoofing GPS sono già operativi in zona di conflitto e documentati sistematicamente dall’Agenzia europea per la sicurezza aerea (EASA) nel Mar Nero, in Medio Oriente e nel Baltico: dimostrano che l’interferenza deliberata sulle infrastrutture spaziali è una realtà, non un’ipotesi. Un attacco a un sistema orbitale porterebbe le stesse complessità a un livello superiore: chi ha giurisdizione, chi può intervenire, con quali strumenti e in quale tempo utile.

Il vuoto normativo

L’Outer Space Treaty del 1967 attribuisce allo Stato di lancio la giurisdizione e il controllo sugli oggetti spaziali, indipendentemente da dove operino. Ma questo trattato non contempla infrastrutture digitali, non regola la proprietà dei dati in orbita, non prevede meccanismi di applicazione in caso di violazione informatica. 

A quasi sessant’anni dalla firma, non esiste nessun trattato internazionale che disciplini specificamente la protezione dei dati nello spazio. Nel 2019, dopo otto anni di negoziato, l’UN COPUOS (la Commissione delle Nazioni Unite sull’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico) ha adottato 21 linee guida per la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali: volontarie, non vincolanti e relative a detriti, sicurezza operativa e traffico orbitale. La protezione dei dati non è contemplata.

Il primo segnale che la questione stia diventando urgente sul piano normativo è arrivato a gennaio di quest’anno: SpaceX ha depositato all’americana FCC (Federal Communications Commission) una richiesta per lanciare fino a un milione di satelliti definiti esplicitamente “orbital data centers”. Questo è il primo iter normativo al mondo che affronta direttamente il tema, ma riguarda una sola nazione e non tocca le questioni di giurisdizione sui dati.

Payal Arora, professoressa di IA inclusiva all’Università di Utrecht (Olanda), ha sintetizzato il problema in un’analisi pubblicata da Rest of World nel febbraio 2026: se i dati dei cittadini sono elaborati in orbita, la sovranità digitale “diventa ambigua”, sospesa tra il Paese d’origine, lo Stato di lancio e l’operatore commerciale del satellite. Nessuno dei meccanismi esistenti – né il diritto spaziale internazionale, né il diritto cyber nazionale, né i trattati di mutua assistenza giudiziaria – è stato progettato per rispondere a questi aspetti.

Per decenni il potere digitale è stato ancorato a piattaforme fisiche entro confini nazionali. Anche i cavi sottomarini, che trasportano oltre il 95% del traffico internet globale, hanno una giurisdizione di riferimento, con trattati, procedure e responsabilità definite. Il cloud orbitale rompe questo sistema. I dati possono essere archiviati ed elaborati in luoghi che nessuna autorità nazionale può raggiungere, né fisicamente né giuridicamente. In sostanza, per la prima volta, la localizzazione dei dati smette di coincidere con il territorio.

Come spiega Jane Munga, ricercatrice per l’Africa al Carnegie Endowment for International Peace, la sovranità tende a seguire la proprietà dell’infrastruttura: chi non partecipa al suo possesso e alla sua governance rischia di essere relegato a produttore di dati senza alcuna capacità reale di controllo su come siano archiviati, elaborati o usati. Un’incognita che sconfina dal campo dell’innovazione tecnologica. 

Quello in corso è un passaggio epocale le cui conseguenze sono ancora da scrivere. Il rischio è che si erigano infrastrutture informatiche cruciali per nazioni, imprese e cittadini che superino la sovranità digitale degli Stati. Senza che ci siano le regole per governarle.

Fonte 

08/07/2026

La termodinamica del capitale: intelligenza artificiale, crisi energetica e crisi ecologica

In questo articolo, Te Li smaschera il mito della dematerializzazione digitale diffuso dai sostenitori dell’intelligenza artificiale (IA), i quali presentano questa tecnologia come un fenomeno che è fuggito dal regno materiale e, di conseguenza, dalla stessa entropia. In realtà, l'autore dimostra come i requisiti materiali ed energetici dell’intelligenza artificiale la inseriscano a pieno titolo nel regno fisico, collocando tale tecnologia nel contesto della frattura metabolica nel capitalismo.

Nella primavera del 2023, Microsoft ha annunciato un investimento multimiliardario in OpenAI, descrivendo la partnership come un salto in avanti verso una civiltà più pulita, più intelligente e più efficiente. Le immagini che accompagnano tali annunci sono invariabilmente eteree: reti neurali luminose, flussi di dati senza peso e algoritmi che danzano attraverso lo spazio digitale privo di attrito. L’intelligenza artificiale (IA), nella narrativa dominante della Silicon Valley e del suo ecosistema mediatico, si presenta come l’apoteosi della dematerializzazione: una tecnologia così raffinata, così puramente cognitiva, da essere finalmente fuggita dal mondo sporco ed entropico delle macchine a vapore, delle miniere di carbone e delle fabbriche.

Questo articolo sostiene che tali rappresentazioni siano ideologiche nel senso marxista del concetto: esse capovolgono la realtà, presentando come immateriale un processo che è profondamente, e conseguentemente, materiale. Si stima che l'addestramento di GPT-4 abbia consumato energia equivalente all'uso annuo di energia elettrica di migliaia di famiglie.[1] Una singola query [richiesta] ad un modello linguistico di grandi dimensioni richiede circa dieci volte l'elettricità necessaria per una ricerca standard su Internet.[2] Il consumo di acqua da parte di Microsoft è aumentato del 34% in un solo anno, un'impennata che il proprio rapporto ambientale ha attribuito direttamente all'espansione dell'infrastruttura di IA.[3] Queste non sono inefficienze incidentali in attesa di un miglioramento tecnico; sono necessità strutturali di una tecnologia il cui substrato fisico – semiconduttori, data center, sistemi di raffreddamento e reti di trasmissione – è tra le infrastrutture che richiedono il maggior impiego di risorse che l’umanità abbia mai costruito.

Il mito della dematerializzazione digitale ha una lunga genealogia. A partire dagli anni ’90, i teorici della “economia dell’informazione” hanno sostenuto che il passaggio dalla produzione manifatturiera ai servizi, e dagli atomi ai bit, avrebbe disaccoppiato la crescita economica dal consumo di risorse materiali.[4] L’ascesa dell’IA ha dato a questa tesi una nuova e più potente versione: se le precedenti tecnologie digitali si limitavano a elaborare le informazioni, l’IA – così recita l'argomentazione – genera essa stessa l’intelligenza, una risorsa la cui abbondanza non esaurisce la natura ma la trascende. Questa è la visione che anima la retorica della “IA per il clima”, della “IA per la sostenibilità”, e l’affermazione più ampia secondo cui la potenza di calcolo può sostituire le risorse naturali nella risoluzione della crisi ecologica.

Il quadro teorico sviluppato in questo articolo, mette in discussione questa visione fin dalle sue fondamenta. Attingo alla tradizione termodinamica nell'ambito dell’economia politica ecologica – dall’opera fondamentale di Nicholas Georgescu-Roegen, The Entropy Law and the Economic Process, alla sintesi ecosocialista sviluppata da John Bellamy Foster e Brett Clark – per sostenere che l’ascesa dell’IA sotto il capitalismo rappresenta non una trascendenza dal mondo materiale ma un’intensificazione del rapporto entropico del capitale con esso.[5] La seconda legge della termodinamica è inesorabile nella sua universalità: ogni calcolo è un evento termodinamico. Consuma energia a bassa entropia – ordinata, utilizzabile, libera per compiere lavori – e restituisce alla biosfera rifiuti ad alta entropia sotto forma di calore, anidride carbonica e materia degradata. Nessun algoritmo, per quanto elegante, sospende questa legge. La questione non è se l'IA produce entropia, ma quanta, a quale ritmo, e quali ecosistemi ne assorbono le conseguenze.

Karl Marx concepiva la produzione come un processo metabolico, come un continuo interscambio tra le società umane e il mondo naturale, mediato dal lavoro e dalla tecnologia. Nel Capitale, egli ha osservato che i macchinari non creano energia, ma trasformano e trasmettono le forze naturali incorporate al suo interno, e che questa trasformazione comporta sempre il consumo di sostanze naturali.[6] Ciò che non avrebbe potuto prevedere era una forma di accumulazione capitalistica in cui la forza produttiva primaria fosse la potenza di calcolo, e in cui le esigenze termodinamiche di tale potenza avrebbero esercitato uno stress senza precedenti sui sistemi energetici planetari, sulle riserve di acqua dolce e sulla stabilità climatica. L’ascesa dell’IA ci pone di fronte alla necessità di estendere l’analisi metabolica di Marx al mondo digitale.

Le dinamiche dell'accumulazione: l'IA come motore ad alta entropia

In primo luogo, la crisi ecologica dell’IA non è un problema termodinamico. È un fatto sociale e storico. I processi specifici che stanno generando l’impatto ecologico dell’IA – la competizione al rialzo tra una manciata di monopoli tecnologici, l’imperativo di aumentare la capacità computazionale a prescindere dall’utilità sociale, e l’esternalizzazione sistematica dei costi ecologici sulle comunità e sugli ecosistemi del Sud globale – sono i prodotti di una particolare formazione storica: il capitalismo nella sua fase monopolistica-digitale. La termodinamica non causa questi processi, ma registra le loro conseguenze. La seconda legge della termodinamica ci dice che ogni calcolo degrada l’energia. Non ci dice perché il calcolo sia organizzato su questa scala, a questo ritmo, per questi scopi, e a spese di chi. Per fare questo, abbiamo bisogno di un'analisi sociale e storica. Ciò che il quadro termodinamico fornisce, e ciò che lo rende indispensabile, è una spiegazione precisa del perché il danno ecologico generato da questi processi sociali non sia incidentale ma strutturale, non correggibile tramite miglioramenti dell'efficienza ma aggravante, e non reversibile attraverso i meccanismi di mercato ma permanente.

Per capire perché l'IA sia termodinamicamente costosa per via di modalità strutturalmente necessarie, piuttosto che contingenti, è essenziale esaminare la relazione tra scalabilità computazionale, accumulazione capitalistica e consumo energetico. Questa relazione è governata da dinamiche che rendono il peso ecologico dell’IA nel sistema capitalistico non solo elevato ma autorinforzante ed espansivo.

La base fisica del calcolo dell'IA è l'elaborazione di grandi quantità di operazioni numeriche – moltiplicazioni, aggiunte e confronti – eseguite da hardware specializzato a velocità straordinaria. L'energia necessaria per eseguire queste operazioni non è trascurabile. Emma Strubell, Ananya Ganesh e lo studio di riferimento 2019 di Andrew McCallum hanno stimato che l’addestramento di un singolo modello di elaborazione del linguaggio naturale con ricerca di architettura neurale produce emissioni di anidride carbonica paragonabili alle emissioni di cinque automobili medie statunitensi nel loro ciclo di vita.[7] Le successive generazioni di modelli di elaborazione sono sostanzialmente  a emissioni maggiori. Mentre le aziende tecnologiche si sono rifiutate di pubblicare i dati relativi ai consumi energetici complessivi dei loro sistemi più recenti, le analisi indipendenti suggeriscono che i modelli di formazione più avanzati, come GPT-4, hanno consumato energia nell'ordine di decine di gigawattora, abbastanza per alimentare una piccola città per settimane.[8]

La relazione tra la scala del modello di elaborazione e la domanda computazionale non è lineare ma superlineare. La ricerca sulle leggi di scala nei modelli linguistici di grandi dimensioni ha stabilito che le prestazioni del modello si ridimensionano approssimativamente in funzione della potenza del prodotto dei parametri del modello, e dei dati di formazione.[9] Ciò significa che i perfezionamenti progressivi della capacità del modello richiedono aumenti spropositati negli investimenti computazionali. Per migliorare le prestazioni di un modello di una percentuale fissa, il budget computazionale – e quindi il consumo di energia – deve aumentare di una percentuale significativamente maggiore. Questa è l'espressione termodinamica dei rendimenti decrescenti: man mano che i sistemi di intelligenza artificiale di frontiera si avvicinano ai limiti delle prestazioni nei compiti di riferimento, ogni incremento aggiuntivo di capacità richiede un apporto energetico esponenzialmente maggiore. Il costo entropico dell’IA, secondo gli attuali paradigmi tecnologici, aumenta più rapidamente dell’IA stessa.

Questa dinamica è ulteriormente amplificata dalla logica dell’accumulazione capitalistica. L’industria dell’IA è organizzata intorno a un piccolo numero di grandi aziende – Google, Microsoft, Amazon, Meta (Facebook) e le loro controparti cinesi – la cui posizione competitiva dipende dal mantenimento della superiorità algoritmica. In questo contesto, la capacità informatica non è solo un input di produzione, ma un asset strategico: l'azienda con maggiori risorse computazionali può formare modelli più grandi, attirare più utenti e accumulare più dati, rafforzando così il suo dominio del mercato. Questo crea quella che potrebbe essere definita una competizione al rialzo, in cui ogni azienda è costretta ad espandere la propria infrastruttura di IA non perché il beneficio sociale marginale del calcolo aggiuntivo giustifichi il costo marginale, ma perché la logica competitiva dell'accumulazione capitalistica rende qualsiasi contenimento equivalente all'uscita dal mercato.[10] Nessuna singola impresa può ridurre volontariamente il suo consumo energetico senza cedere terreno ai rivali. Il risultato è un fallimento dell'azione collettiva di proporzioni storiche: complessivamente, l'industria espande la sua impronta energetica ben oltre ciò che qualsiasi valutazione razionale del bisogno sociale richiederebbe.

Il meccanismo attraverso il quale opera questa dinamica è illuminato dal paradosso di Jevons (Jevons Paradox)*, riconosciuto per la prima volta dall'economista inglese William Stanley Jevons nella sua analisi del 1865 sul consumo di carbone britannico. Jevons ha osservato che i miglioramenti nell'efficienza delle macchine a vapore – riduzioni della quantità di carbone necessaria per svolgere una determinata unità di lavoro – non hanno ridotto il consumo totale di carbone ma l'hanno accelerato, perché minori costi dell'uso di energia hanno stimolato l'espansione dell'attività economica ad alta intensità energetica.[11] Il paradosso non è una stranezza dell'economia politica vittoriana; è una caratteristica strutturale dell'accumulazione capitalistica, operante ogniqualvolta i guadagni di efficienza riducono il costo di una risorsa e quindi stimolano la domanda per il suo utilizzo.

Nel settore dell'IA, il paradosso di Jevons opera con particolare forza. Le generazioni successive di chip IA, dalle architetture A100 alle H100 di NVIDIA, hanno prodotto notevoli miglioramenti nell’efficienza computazionale, misurati in operazioni per watt. Eppure il consumo totale di energia da parte delle infrastrutture di IA è aumentato continuamente e rapidamente, perché i guadagni di efficienza hanno ridotto il costo del calcolo dell'IA, stimolato la proliferazione delle applicazioni di intelligenza artificiale, aumentato il volume delle operazioni di inferenza, e accelerato lo sviluppo di modelli sempre più grandi. L’analisi di OpenAI ha rilevato che i requisiti computazionali dell'intelligenza artificiale di frontiera sono raddoppiati circa ogni 3/4 mesi tra il 2012 e il 2018, con un tasso di incremento di gran lunga superiore ai miglioramenti di efficienza forniti dai progressi dell'hardware.[12] Nel 2024, l'Agenzia internazionale per l'energia (AIE) ha previsto che il consumo di energia elettrica da data center potrebbe superare i 1.000 terawattora all’anno entro il 2026, approssimativamente equivalente all’intera domanda di elettricità del Giappone.[13]

Sono questi processi sociali e storici concreti – la monopolistica competizione al rialzo, la dinamica di Jevons e l’impossibilità strutturale di automoderazione in un regime di accumulazione competitiva – che la termodinamica registra, ma non può da sola spiegare. La termodinamica del non equilibrio di Ilya Prigogine, sviluppata più pienamente in Order Out of Chaos, fornisce il ponte concettuale tra la logica sociale del capitale e le sue conseguenze fisiche.[14] Prigogine ha dimostrato che i sistemi complessi che sono lontani dall'equilibrio termodinamico – le cosiddette strutture dissipative – mantengono il loro ordine interno importando continuamente energia a bassa entropia dal loro ambiente ed esportando rifiuti ad alta entropia. La cellula vivente, l’uragano e la fiamma sono tutte strutture dissipative in questo senso: sostengono la loro complessità interna aumentando l’entropia nell'ambiente circostante. Ma l’intuizione più profonda di Prigogine, e quella più importante per gli scopi attuali, è che i processi che spingono le strutture dissipative lontano dall'equilibrio non sono reversibili. L'entropia generata nell'ambiente circostante non può essere recuperata; il deterioramento dell'ambiente è permanente. Questa irreversibilità non è un effetto collaterale dell'inefficienza, ma la firma termodinamica dei processi dissipativi stessi.

Il complesso capitalista dell'IA è una struttura dissipativa di questo tipo, ma la scala, il tasso di crescita e l'irreversibilità di questa struttura sono determinati non dalle dinamiche naturali, ma dagli imperativi dell'accumulazione capitalistica. Mantiene l'ordine interno del profitto aziendale, dell'ottimizzazione algoritmica e del dominio del mercato riducendo continuamente le scorte a bassa entropia della biosfera – combustibili fossili, acqua dolce e giacimenti minerari – e restituendole come rifiuti ad alta entropia: anidride carbonica, inquinamento termico e rifiuti elettronici. L'anidride carbonica emessa dai data center si accumula nell'atmosfera su scale temporali di secoli. Le falde acquifere, prelevate dai sistemi di raffreddamento, si possono ricreare solo in tempi millenari, se non si prosciugano del tutto. Gli ecosistemi sconvolti dall'estrazione di minerali nel bacino del Congo o nel deserto di Atacama non ritornano ai loro stati precedenti dopo che le miniere chiudono. Ciò che il capitalismo fa, attraverso la logica competitiva dell’accumulo di IA, è guidare questi processi dissipativi a un ritmo e su una scala che superano la capacità rigenerativa dei sistemi naturali, determinando danni ecologici che nessuna futura soluzione tecnologica potrà annullare. L'ordine dell'algoritmo viene acquisito al prezzo del disordine permanente nell'atmosfera, nei bacini idrografici e nei suoli.

Questa elaborazione ci permette di vedere cosa nasconde la narrazione tecno-ottimista: che l’“intelligenza” prodotta dai sistemi di IA non è un dono gratuito dell'informatica, ma un prodotto termodinamico, estratto dalla natura ad un costo che il mercato omette sistematicamente di registrare. I conti finanziari delle aziende tecnologiche registrano i ricavi generati dai servizi di IA; non registrano il costo entropico imposto agli ecosistemi, alle comunità e ai sistemi climatici dai flussi di energia e dai materiali che rendono possibili tali servizi. Non si tratta di un errore contabile ma di una caratteristica strutturale del rapporto del capitalismo con la natura – quella che John Bellamy Foster, Brett Clark e Richard York hanno definito la “frattura ecologica”: la separazione sistematica dei costi di produzione dai luoghi e dai soggetti che li subiscono.[15]

Un'ulteriore dimensione dell'analisi termodinamica riguarda il rapporto tra la formazione dell'IA e l'inferenza dell'IA. L'addestramento, ovvero il processo di ottimizzazione dei parametri di un modello su grandi set di dati, è un processo computazionalmente impegnativo, ma avviene una sola volta. L'inferenza, ovvero il processo di esecuzione di un modello addestrato per generare output, è individualmente meno intensivo, ma avviene in modo continuo, miliardi di volte al giorno, nell'ambito dell'implementazione globale dei sistemi di IA. Man mano che l’intelligenza artificiale viene integrata nei motori di ricerca, nei software di produttività, nella diagnostica sanitaria, nella ricerca legale, nell’analisi finanziaria e nei sistemi di targeting militare, la domanda energetica aggregata di inferenza cresce in proporzione alla scala di implementazione. Goldman Sachs Research ha stimato che la domanda di energia per l'inferenza dell'intelligenza artificiale potrebbe superare quella della formazione entro l'attuale decennio, con l'espansione della sua diffusione.[16] Ciò significa che l'onere ecologico dell'intelligenza artificiale non è un costo una tantum per la costruzione del sistema, ma una tassa continua e crescente sui bilanci energetici e idrici del pianeta: una tassa con un'aliquota che aumenta con ogni nuova applicazione, ogni nuovo utente e ogni nuovo ciclo di accumulazione capitalistica nel settore dell'IA.

Il quadro che emerge è quello in cui la crisi ecologica dell’IA è prodotta non dalla termodinamica in quanto tale, ma dai processi sociali e storici specifici dell’accumulazione capitalistica – la competizione al rialzo, la dinamica di Jevons e l’esternalizzazione sistematica dei costi ecologici – che insieme guidano processi dissipativi irreversibili, secondo Prigogine, su scala planetaria. L’entropia è la misura del danno; l’accumulazione capitalistica è la sua causa.

La frattura energetica: energia, acqua ed estrazione mineraria

L’analisi termodinamica della sezione precedente, definisce la logica strutturale delle richieste energetiche dell’IA. Questa sezione esamina la realtà materiale di queste richieste in tre dimensioni: elettricità, acqua e minerali critici. Insieme, questi tre vettori di estrazione costituiscono quello che possiamo chiamare, adattando il concetto di "frattura metabolica" di Foster e Clark, una “spaccatura energetica” specifica dell'era digitale: una rottura sistematica della relazione metabolica tra i sistemi tecnologici umani e i cicli naturali che li sostengono, mediata dalle disuguaglianze spaziali e sociali del capitalismo globale.[17]

Elettricità: la rete sotto assedio

La dimensione più immediatamente visibile dell'impronta ecologica dell'intelligenza artificiale è la sua domanda di energia elettrica. I data center – l'infrastruttura fisica dell'IA, che ospita i server che addestrano i modelli ed elaborano le richieste di inferenza – sono tra le strutture che consumano più elettricità nell'economia moderna. Un grande hyperscale data center, come quello gestito da Google, Microsoft o Amazon, può consumare ininterrottamente tra 100 e 500 megawatt di energia – è paragonabile alla domanda di elettricità di una città di medie dimensioni. L'espansione dell'IA ha accelerato drasticamente la costruzione di tali strutture. Nel 2024, Microsoft ha annunciato l’intenzione di investire, da sola, 100 miliardi di dollari in nuove infrastrutture di data center a livello globale, con impegni simili da parte di Google, Amazon e Meta.[18]

La portata di questa espansione sta esercitando una forte pressione sulle reti elettriche nelle regioni in cui si concentra la costruzione di data center. Nella Virginia settentrionale, che ospita la più grande concentrazione di data center al mondo, i gestori della rete hanno lanciato l'allarme: la crescita pianificata dei data center minaccia di superare la capacità di generazione e trasmissione di elettricità della regione, rendendo potenzialmente necessaria la costruzione di nuove centrali a combustibili fossili per soddisfare la domanda.[19] In Irlanda, i data center rappresentano già circa il 21% del consumo totale di energia elettrica nazionale: una cifra che i progetti dei gestori di rete nazionale potrebbero far aumentare al 32% entro il 2031, escludendo la capacità di energia rinnovabile destinata alla decarbonizzazione domestica e industriale.[20] A Singapore, il governo ha imposto una moratoria sulla costruzione di nuovi data center tra il 2019 e il 2022, adducendo limitazioni energetiche, prima di revocarla sotto la pressione delle aziende tecnologiche.

La relazione tra la domanda di elettricità dell’IA e la transizione energetica è molto contraddittoria. Le aziende tecnologiche hanno assunto impegni di alto profilo per alimentare le loro operazioni con energie rinnovabili, e hanno investito in modo sostanziale in accordi di acquisto di energia elettrica eolica e solare. Ma questi impegni sono sistematicamente compromessi da tre dinamiche strutturali. In primo luogo, il disallineamento temporale tra la disponibilità di energia rinnovabile, che è intermittente, dipendente dalle condizioni eoliche e solari, e la domanda di data center, che è continua e non può essere interrotta, significa che gli accordi di acquisto di energia rinnovabile spesso non corrispondono ai modelli di consumo effettivo di elettricità. L'elettricità che fluisce attraverso i circuiti dei data center in un dato momento può essere generata da gas naturale, carbone o impianti nucleari, indipendentemente da quali contratti rinnovabili l'azienda ha firmato.[21]

In secondo luogo, e più sostanzialmente, la crescita della domanda di elettricità da parte dell'IA sta superando l'espansione della capacità di energia rinnovabile. Un'analisi del 2024 condotta dall'Agenzia Internazionale per l'Energia ha rilevato che in diversi mercati importanti, la crescita prevista della domanda di elettricità nei data center consumerebbe una quota sostanziale di energia rinnovabile di nuova generazione, escludendo di fatto la decarbonizzazione in altri settori.[22] Sviluppare capacità rinnovabili per alimentare l'IA non aumenta l'approvvigionamento di energia pulita per l'economia in generale; assorbe energia pulita che altrimenti sostituirebbe i combustibili fossili altrove.

In terzo luogo, gli enormi requisiti di affidabilità delle infrastrutture di IA hanno spinto le aziende tecnologiche a cercare contratti a lungo termine per la produzione di elettricità alimentata a gas naturale. L'accordo di Microsoft con Constellation Energy per riaprire la centrale nucleare di Three Mile Island ha attirato una notevole pubblicità, ma meno notata è stata la tendenza delle aziende tecnologiche di siglare contratti di capacità con i produttori di gas per garantire una alimentazione stabile di energia.[23] La logica ecologica è chiara: l'espansione dell'IA sta prolungando direttamente la vita economica delle infrastrutture per l'estrazione di combustibili fossili, vincolando il sistema a emissioni di carbonio per i decenni a venire.

Acqua: il metabolismo nascosto

Se l’elettricità è il volto visibile dell’impatto ecologico dell’IA, l’acqua ne costituisce il metabolismo nascosto. I data center richiedono grandi quantità di acqua dolce per il raffreddamento, sia attraverso sistemi di raffreddamento evaporativo diretto che consumano acqua sotto forma di vapore che attraverso il raffreddamento delle centrali termoelettriche che forniscono loro l’elettricità. Questa domanda di acqua è strutturalmente invisibile nella maggior parte della valutazione pubblica dell’impatto ambientale dell’IA, eppure rappresenta uno dei fattori più gravi e localmente acuti dell’impronta ecologica di questa tecnologia.

Lo studio del 2023 di Pengfei Li e colleghi, ha fornito le prime stime sistematiche del consumo di acqua dell’IA, calcolando che l’addestramento di ChatGPT-3 [un assistente virtuale sviluppato da OpenAI] ha richiesto l’utilizzo di circa 700.000 litri di acqua dolce, abbastanza per produrre 370 auto BMW o 320 veicoli elettrici Tesla.[24] Per inferenza, il quadro è altrettanto sorprendente: lo studio ha stimato che ChatGPT consuma circa 500 millilitri [mezzo litro] di acqua, per rispondere a 20-50 domande. Moltiplicato per milioni di utenti giornalieri, ciò rappresenta una domanda complessiva di acqua dolce di enormi proporzioni.

I dati divulgati dalle aziende confermano questa tendenza. Il Rapporto ambientale di Microsoft del 2022 ha rivelato un aumento del 34%, nel consumo globale di acqua rispetto all’anno precedente, attribuendo esplicitamente tale aumento all'espansione delle infrastrutture di IA.[25]  Nello stesso periodo Google ha registrato un aumento del 20% del consumo di acqua.[26] Queste non sono fluttuazioni marginali: rappresentano un cambiamento strutturale nella domanda di acqua dolce da parte del settore tecnologico, guidato direttamente dalla crescita dei sistemi di IA.

La geografia del consumo di acqua non è affatto neutrale. I data center sono spesso situati in regioni scelte per il basso costo di terreni, la presenza di regimi fiscali favorevoli e di condizioni climatiche adatte al raffreddamento, criteri che portano abitualmente le aziende tecnologiche a insediarsi in aree caratterizzate da stress idrico, esistente o emergente. Nel Sud-ovest degli Stati Uniti, i data center competono per l'acqua con l'agricoltura e con i sistemi idrici pubblici, in una regione che è già alle prese con gravi condizioni di siccità, amplificate dai cambiamenti climatici. In Cile, le aziende tecnologiche hanno costruito strutture per data center nella regione di Atacama e nelle sue vicinanze, attingendo alle risorse idriche di uno degli ecosistemi più aridi del mondo – risorse da cui dipendono, per la sopravvivenza, le comunità indigene degli Atacameño e i piccoli agricoltori.[27] In India, negli stati di Telangana e Andhra Pradesh, i progetti di parchi di data center hanno incontrato resistenze a livello locale per le preoccupazioni relative all’esaurimento delle falde acquifere in aree che già soffrono di scarsità d’acqua per l’agricoltura.

Questo modello spaziale riproduce, nello specifico delle infrastrutture digitali dominanti, la logica più estesa di ciò che Rob Nixon chiama “slow violence” [violenza lenta]: le forme graduali, sparse e attenuate temporalmente, di danno ecologico, che non vengono registrate come eventi nei media o nei sistemi politici dominati da catastrofi drammatiche e improvvise.[28] L’esaurimento di una falda acquifera regionale dovuto alle operazioni di raffreddamento dei data center, avviene nel corso di anni e decenni, colpendo comunità la cui insicurezza idrica è già cronica e la cui voce politica è limitata: non genera titoli di giornali. Non compare nei rapporti di sostenibilità delle aziende tecnologiche. Ma è materialmente reale, termodinamicamente necessario e strutturalmente determinato dalla logica competitiva dell'accumulazione dell’IA.

Minerali: la base estrattiva

La terza dimensione della frattura energetica dell’IA è rappresentata dalla base estrattiva del suo hardware. I semiconduttori, i server, i sistemi di archiviazione e le apparecchiature di rete che costituiscono l'infrastruttura dell’IA richiedono una complessa gamma di minerali critici – litio, cobalto, tantalio, neodimio, disprosio, indio, gallio e altri – la cui estrazione comporta gravi e concentrati danni ecologici, che gravano in modo sproporzionato sulle comunità del Sud globale.

La geografia dell'estrazione di minerali critici coincide quasi esattamente con la geografia dell’estrazione coloniale storica. La Repubblica Democratica del Congo fornisce circa il 70% della produzione globale di cobalto, in gran parte proveniente da miniere artigianali che operano in condizioni di grave degrado ambientale e sfruttamento del lavoro, incluso l’uso diffuso del lavoro minorile.[29] Bolivia, Cile e Argentina – il “triangolo del litio” – detengono la maggior parte delle riserve globali di litio, e la loro estrazione genera l’esaurimento delle falde acquifere saline in ecosistemi ad alta quota di eccezionale sensibilità ecologica. Gli elementi delle terre rare, essenziali per i magneti permanenti utilizzati nelle ventole di raffreddamento e nei sistemi di alimentazione dei data center, sono concentrati in Cina, Myanmar e Repubblica Democratica del Congo, con operazioni di trasformazione che generano rifiuti radioattivi e tossici.

L'accelerazione dello sviluppo dell’hardware per l'IA aggrava queste pressioni estrattive attraverso la logica dell'obsolescenza programmata. Le dinamiche della competizione al rialzo dell’IA richiedono alle aziende tecnologiche di aggiornare continuamente il proprio hardware, sostituendo le precedenti generazioni di GPU e gli acceleratori di IA personalizzati con modelli più nuovi e potenti, che hanno cicli di due-tre anni. Questo genera enormi quantità di rifiuti elettronici: server, GPU, moduli di memoria e apparecchiature di rete scartati  che contengono materiali tossici tra cui piombo, mercurio, cadmio e ritardanti di fiamma bromurati. La produzione globale di rifiuti elettronici ha raggiunto i 62 milioni di tonnellate nel 2022 e si prevede che crescerà fino a 82 milioni di tonnellate entro il 2030.[30] Una parte sostanziale di questi rifiuti viene esportata, spesso in violazione della Convenzione di Basilea, verso impianti di trattamento in Africa occidentale, Asia meridionale e Sud-Est asiatico, dove viene gestita in condizioni di grave rischio per la salute e l'ambiente.

Il concetto di scambio ecologico ineguale ha una storia lunga e controversa, che affonda le sue radici nella più ampia tradizione dello scambio ineguale e nella critica marxista dell’imperialismo. Attingendo a questa ricca tradizione intellettuale – che dalle teorie classiche dell'imperialismo arriva alla teoria della dipendenza e all'analisi del sistema-mondo – gli studiosi hanno progressivamente incorporato le dimensioni ecologiche nell'analisi delle asimmetrie Nord-Sud.[31] Il contributo di Clark e Foster a questo quadro teorico si fonda principalmente sulla critica dell'imperialismo ecologico: il riconoscimento che il rapporto metabolico tra il Nord globale [il centro del sistema-mondo] e il Sud globale [la periferia] non è solo un'asimmetria economica, ma anche ecologica in quanto la periferia assorbe i costi ambientali dell'accumulazione del centro.[32] Questo quadro teorico fornisce le basi per comprendere l’economia politica globale del metabolismo dei materiali dell’IA.

Questi tre vettori di estrazione – elettricità, acqua e minerali – non sono indipendenti; sono dimensioni interconnesse di un unico sistema metabolico organizzato dagli imperativi di accumulazione capitalistica. I data center richiedono elettricità, che a sua volta richiede infrastrutture che richiedono minerali e acqua. I sistemi di raffreddamento necessitano di acqua ed entrano in competizione con l'agricoltura e l'approvvigionamento idrico pubblico, con ripercussioni sui sistemi alimentari e sulla salute umana. La produzione di hardware richiede minerali, e la loro estrazione produce rifiuti e crea problemi di smaltimento che causano ulteriori danni ecologici. La frattura energetica dell’IA non è una singola rottura nel metabolismo della natura, ma una perturbazione a cascata che interessa molteplici sistemi ecologici, coordinata dalla mano invisibile del capitale e resa invisibile dall’apparato ideologico della dematerializzazione digitale.

I limiti termodinamici del capitale

Le prove materiali raccolte nella sezione precedente vanno oltre la portata della crisi e ne evidenziano la struttura. Ciò che emerge dai dati empirici relativi alla domanda di elettricità, all’esaurimento delle risorse idriche e all’estrazione di minerali non è una serie di fallimenti indipendenti del mercato, ma un’unica logica sistemica, che richiede una spiegazione teorica, non solo tecnica.

La crisi ecologica generata dal capitalismo dell’IA non è riducibile ad un problema di aumento dei costi di produzione o, dal lato dell’offerta, di vincoli che ostacolano l’accumulazione. Rappresenta, piuttosto, un attacco sistematico alle capacità rigenerative del mondo naturale stesso. Come ha sostenuto Foster, il rapporto tra capitalismo e natura è definito da un antagonismo strutturale: la logica dell’accumulazione infinita è inconciliabile con i limiti rigenerativi finiti dei sistemi naturali.[33] Il capitale non si limita a sfruttare la natura come condizione di produzione: interrompe metabolicamente i cicli e le relazioni attraverso i quali la natura si riproduce. Paul Burkett approfondisce questa analisi recuperando da Marx una concezione della natura che rifiuta la sua riduzione a valore strumentale.[34] I sistemi naturali possiedono valori d’uso che sono irriducibili al loro ruolo nel processo produttivo, e la distruzione sistematica di questi valori d’uso da parte del capitalismo – la sua conversione degli ecosistemi viventi in fattori di produzione e discariche di rifiuti – costituisce una crisi ecologica nel senso più pieno del termine: non una crisi di redditività, ma una crisi delle condizioni biofisiche della vita stessa.

L'economia dell'IA rappresenta un'acuta intensificazione di questa dinamica. I data center, i sistemi di raffreddamento e le catene di approvvigionamento minerario che sostengono l’infrastruttura dell’IA non si limitano a sfruttare le risorse naturali, nel senso economico di aumentare i costi di produzione. Contribuiscono soprattutto a un degrado cumulativo e in gran parte irreversibile dei sistemi idrici, degli ecosistemi energetici e dei paesaggi estrattivi da cui dipende la vita umana e non umana. Questo degrado non compare nei bilanci delle imprese tecnologiche, non perché sia economicamente marginale, ma perché il sistema contabile del capitale è strutturalmente incapace di registrare la distruzione di valori che non sono mai stati mercificati. La crisi ecologica dell’IA non è quindi un fallimento del mercato in attesa di una correzione di mercato; è l’espressione di ciò che il capitalismo fa alla natura quando opera senza limiti.

La risposta dominante a questa contraddizione nel quadro della governance capitalista è la narrazione dell’IA “verde” e dell’informatica sostenibile – l’affermazione che la crisi ecologica dell’IA può essere risolta attraverso l’innovazione tecnologica, i meccanismi di mercato e l’impegno volontario delle imprese. Questa risposta merita una seria attenzione analitica, non perché sia convincente ma perché comprenderne il fallimento mette in luce il carattere strutturale del problema.

La narrazione sull’IA verde si basa su tre affermazioni: che le energie rinnovabili possono soddisfare la domanda di elettricità dell’IA senza causare danni ecologici netti; che i miglioramenti nell’efficienza dell’hardware ridurranno il costo ecologico unitario in misura sufficiente da compensare la crescita della domanda totale; e che l’IA stessa genererà benefici ambientali – attraverso la modellazione climatica, l’ottimizzazione energetica e la scienza dei materiali – che supereranno i suoi costi ecologici. Ciascuna di queste affermazioni è pregiudicata dalle dinamiche strutturali dell'accumulazione capitalistica.

Come osservato sopra, l’affermazione sulle energie rinnovabili non regge perché la domanda di elettricità dell’IA sta crescendo più rapidamente della capacità di energia rinnovabile [si riferisce alla potenza massima che un impianto o un paese può generare tramite fonti rinnovabili], perché i disallineamenti temporali tra l’offerta di energia rinnovabile e la domanda dei data center richiedono una/la generazione di energia di riserva [back-up] da combustibili fossili e perché le aziende tecnologiche, per garantire l’affidabilità, stanno attivamente stringendo accordi  per la generazione di energia di riserva con centrali a turbina a gas. L'affermazione sull’efficienza non regge a causa del paradosso di Jevons: i miglioramenti dell'efficienza dell’hardware riducono i costi e quindi stimolano una maggiore domanda, producendo un consumo energetico totale maggiore anziché inferiore. L’affermazione sul beneficio netto non regge perché tratta i costi e i benefici ecologici dell’IA come commensurabili e commerciabili, quando in realtà, i costi ecologici sono concentrati, locali e pagati dalle comunità vulnerabili. Nel frattempo, i benefici sono diffusi, speculativi e appropriati dagli azionisti e dai consumatori dei paesi ricchi. Non esiste un meccanismo di mercato in grado di aggregare questi effetti, distribuiti in modo asimmetrico, in una contabilità sociale razionale.[35]

I meccanismi di compensazione delle emissioni di carbonio (carbon offset) e gli impegni per le emissioni nette zero (net-zero pledge) attraverso i quali le aziende tecnologiche gestiscono la loro contabilità ecologica pubblica sono soggetti a critiche analoghe. Le compensazioni delle emissioni di carbonio – pagamenti a progetti che dichiarano di ridurre le emissioni altrove, compensando quelle dell'azienda stessa – sono afflitte da problemi di addizionalità, permanenza e verificabilità che rendono molti di essi ecologicamente fittizi.[36] Gli impegni per le emissioni nette zero che dipendono sostanzialmente dalle compensazioni piuttosto che dalle riduzioni delle emissioni assolute sono, in termini termodinamici, manovre contabili piuttosto che interventi fisici: non riducono l'entropia generata dai data center; acquistano diritti su riduzioni di entropia altrove, molte delle quali non si materializzano affatto. Come Clark e York hanno dimostrato nella loro analisi del metabolismo del carbonio, la frattura biosferica generata dal capitalismo dei combustibili fossili non è un’esternalità da prezzare e gestire, ma una caratteristica strutturale del rapporto tra il capitale e il ciclo del carbonio – un rapporto che l’espansione delle infrastrutture di IA sta ora approfondendo e accelerando.[37]

Una critica più importante riguarda il rapporto tra efficienza e scala. La storia del capitalismo industriale è una storia di miglioramenti dell’efficienza che sono stati costantemente sopraffatti dall'espansione di scala, una storia che Georgescu-Roegen ha analizzato come l'inevitabile conseguenza dell'applicazione dei principi della termodinamica a un sistema economico basato su una crescita illimitata.[38] Non esiste alcun miglioramento dell'efficienza, per quanto drastico, che sia in grado di rendere sostenibile un sistema in espansione esponenziale – su un pianeta finito – con un bilancio entropico fisso. La questione non è se l’IA possa essere resa più efficiente – può esserlo, e i miglioramenti sono reali – ma se i miglioramenti in termini di efficienza possano superare la crescita della domanda guidata dall’accumulazione competitiva. Le prove dell'ultimo decennio suggeriscono che non sia possibile. La logica termodinamica dell'accumulazione capitalistica ne fornisce la ragione strutturale.

Questo ci porta a ciò che potremmo chiamare il limite termodinamico del capitale: il punto in cui l’entropia generata dall’accumulazione capitalistica supera la capacità della biosfera di assorbirla senza provocare uno sconvolgimento catastrofico dei sistemi – clima, idrologia, biodiversità e fertilità del suolo – da cui dipende la civiltà umana. Questo limite non è una soglia precisa che si possa identificare in anticipo; è una zona di crisi, sempre più profonda, in cui siamo già entrati sotto diversi aspetti (concentrazione del carbonio nell’atmosfera, esaurimento delle risorse di acqua dolce e perdita di biodiversità) e verso la quale ci stiamo avvicinando per altri. L’espansione dell’IA nell’attuale regime di accumulazione capitalistica non sta allontanando la civiltà da questo limite, ma la sta avvicinando ad esso, ad un ritmo sempre più accelerato.

L'economia politica di questa traiettoria è chiara. I costi legati all’avvicinamento/approssimazione al limite termodinamico del capitale non sono sostenuti da coloro che guidano l'accumulazione, cioè gli azionisti, i dirigenti e gli investitori istituzionali delle aziende tecnologiche le cui dinamiche competitive determinano il ritmo di espansione dell'IA. Sono sostenuti dalle comunità che vivono in regioni con scarsità idrica le cui falde acquifere vengono prosciugate dai sistemi di raffreddamento dei data center, dai lavoratori delle miniere la cui salute viene compromessa dall'estrazione mineraria, dalle popolazioni dei paesi vulnerabili ai cambiamenti climatici la cui sicurezza alimentare è minacciata dalle emissioni di carbonio, e dalle generazioni future che erediteranno un pianeta con una ridotta capacità di autoregolazione ecologica. Questa è l'economia politica dell'entropia: la privatizzazione dei benefici del consumo a bassa entropia e la socializzazione dei costi dei rifiuti ad alta entropia.[39]

Nessuna innovazione tecnica può risolvere questa economia politica, perché non si tratta di un problema tecnico. È una questione di potere, di chi controlla i mezzi di calcolo, di chi stabilisce le finalità per cui viene impiegata la capacità computazionale e di chi ne sostiene i costi ecologici. Affrontare la questione non richiede algoritmi migliori o chip più efficienti ma una trasformazione radicale dei rapporti sociali di produzione nell'economia digitale. Richiede, in sintesi, una politica all’altezza della posta in gioco termodinamica del momento attuale.

Conclusione

L’analisi sociale e storica sviluppata in questo articolo porta a una conclusione che il discorso dominante sull’IA e sulla sua sostenibilità elude sistematicamente: la crisi ecologica dell’IA non è un problema di insufficiente innovazione o di inadeguata responsabilità aziendale, bensì è l’espressione strutturale della tensione irrisolvibile tra il capitalismo ed i limiti biofisici del pianeta. I processi specifici che alimentano questa crisi – la competizione al rialzo, la dinamica di Jevons e lo spostamento sistematico dei costi ecologici nel Sud globale – non sono malfunzionamenti tecnici in attesa di soluzioni ingegneristiche. Sono normali dinamiche di accumulazione capitalistica nella sua fase monopolistico digitale, registrate in termini termodinamici come processi dissipativi irreversibili: permanenti, cumulativi e fuori dalla portata delle correzioni del mercato.

La tradizione ecosocialista offre il punto di partenza teorico più coerente per un’alternativa. Come ha sostenuto Foster, la frattura metabolica tra capitale e natura non può essere sanata nel quadro istituzionale del capitalismo stesso; richiede una riorganizzazione sostanziale dei rapporti sociali di produzione che subordini gli imperativi dell’accumulazione ai limiti rigenerativi del mondo naturale. Una logica ecosocialista dell'informatica si fonderebbe su tre impegni fondamentali.

In primo luogo, si baserebbe sul controllo democratico delle infrastrutture informatiche: i data center, le piattaforme di intelligenza artificiale e le reti che le collegano costituiscono un'infrastruttura sociale critica la cui governance non può essere lasciata agli imperativi competitivi del capitale privato. Al pari delle reti elettriche e dei sistemi idrici, esse richiedono responsabilità democratiche: forme di controllo sociale che consentano alle comunità di determinare le finalità d'uso della capacità informatica e i termini in base ai quali vengono distribuiti i costi ecologici.

In secondo luogo, richiederebbe un riorientamento delle priorità di ricerca e sviluppo, allontanandosi dalle applicazioni volte alla massimizzazione del profitto – ottimizzazione pubblicitaria, trading finanziario e sorveglianza del lavoro – indirizzandosi verso applicazioni che rispondano realmente ai bisogni sociali. Tra queste rientrano la gestione delle energie rinnovabili, la salute pubblica, il monitoraggio ecologico e l'istruzione.

In terzo luogo, e soprattutto, richiederebbe l'accettazione del fatto che che la scala dell'attività informatica debba essere vincolata dai limiti ecologici. Il principio di sufficienza – inteso come "calcolare quanto basta", piuttosto che "calcolare sempre di più" – deve diventare il criterio guida che sostituisca l'imperativo di crescita su cui si fonda l'attuale competizione al rialzo dell'IA.

Nessuna di queste trasformazioni è imminente e nessuna può essere realizzata solo con mezzi tecnici. L'irreversibilità che Prigogine ha identificato nei sistemi dissipativi ha il suo analogo sociale nelle dipendenze dal percorso (path dependencies)** proprie delle infrastrutture capitalistiche: i data center già costruiti, i contratti già firmati per i combustibili fossili e i paesaggi estrattivi già degradati. Ciò che la politica ecosocialista può realizzare non è la reversibilità dei danni passati ma l'interruzione dei processi che generano danni futuri: una rottura nella logica sociale dell'accumulazione che la termodinamica registra, ma non può produrre autonomamente.

La questione che ci troviamo ad affrontare non è se i limiti del capitale prevarranno, ma se ciò avverrà secondo modalità stabilite dalle società democratiche impegnate nella sopravvivenza ecologica o nelle modalità imposte dalle crisi a cascata di una biosfera spinta oltre la propria capacità rigenerativa. Non è l'algoritmo a decidere. È la politica.

Note

* Il paradosso di Jevons è un principio economico secondo cui, quando un'innovazione tecnologica aumenta l'efficienza nell'uso di una risorsa, il consumo totale di quella risorsa aumenta anziché diminuire. Questo avviene perché il miglioramento dell'efficienza riduce i costi, stimolando una maggiore domanda e un utilizzo più diffuso. N.d.T.

**
Il termine indica un fenomeno per cui le decisioni o gli eventi del passato influenzano in modo determinante le scelte e i risultati futuri, limitando le alternative disponibili. N.d.T.

[1] Sasha Luccioni, Alexandre Viguier e Anne-Laure Ligozat, Estimating the Carbon Footprint of BLOOM, a 176B Parameter Language Model, in "Journal of Machine Learning Research", 24, n. 253, 2023, pp. 1–15.

[2] Goldman Sachs Research, AI Is Poised to Drive 160% Increase in Data Center Power Demand, 14.05.2024.

[3] Microsoft, 2022 Environmental Sustainability Report, Microsoft Corporation, Washington, Redmond, 2022, p. 17.

[4] Jeremy Rifkin, The Zero Marginal Cost Society: The Internet of Things, the Collaborative Commons, and the Eclipse of Capitalism, Palgrave Macmillan, New York, 2014, pp. 11-14.

[5] Nicholas Georgescu-Roegen, The Entropy Law and the Economic Process, Harvard University Press, Cambridge, 1971, pp. 3-4; John Bellamy Foster, Brett Clark e Richard York, The Ecological Rift: Capitalism’s War on the Earth, Monthly Review Press, New York, 2010, pp. 54-76.

[6] Karl Marx, Capital: A Critique of Political Economy, vol. 1, Penguin, Londra, 1976, pp. 493-494; tr. it. Roberto Fineschi et al., Karl Marx, Il Capitale, Libro 1, Einaudi, Torino, 2024, pp. 377-378.

[7] Emma Strubell, Ananya Ganesh e Andrew McCallum, Energy and Policy Considerations for Deep Learning in NLP, Proceedings of the Fifty-Seventh Annual Meeting of the Association for Computational Linguistics, 2019, pp. 3645-3650.

[8] David Patterson, et al., Carbon Emissions and Large Neural Network Training, arXiv preprint, arXiv, 2104.10350, 2021, pp. 1-9.

[9] Jordan Hoffmann, et al., Training Compute-Optimal Large Language Models, arXiv preprint, arXiv, 2203.15556, 2022, pp. 1-19.

[10] John Bellamy Foster, The Ecology of Marxian Political Economy, in "Monthly Review", 63, n. 4, settembre 2011, pp. 1-16.

[11] William Stanley Jevons, The Coal Question: An Inquiry Concerning the Progress of the Nation, and the Probable Exhaustion of Our Coal Mines, Macmillan, Londra, 1865, pp. 152-153.

[12] AI and Compute, OpenAI (blog), openai.com/blog/ai-and-compute.

[13] International Energy Agency, Electricity 2024: Analysis and Forecast to 2026, IEA, Parigi, 2024, p. 14.

[14] Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, Order Out of Chaos: Man’s New Dialogue with Nature, Bantam Books, New York, 1984, pp. 143-145; tr. it., di Pier Daniele Napolitani, Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza, Einaudi, Torino, 1981.

[15] John Bellamy Foster, Brett Clark e Richard York, The Ecological Rift, op. cit., pp. 73-76.

[16] Goldman Sachs Research, AI Is Poised to Drive 160% Increase in Data Center Power Demand.

[17] Brett Clark e John Bellamy Foster, Ecological Imperialism and the Global Metabolic Rift: Unequal Exchange and the Guano/Nitrates Trade, in "International Journal of Comparative Sociology", 50, n. 3–4, 2009, pp. 311-334.

[18] Arsheeya Bajwa, Microsoft, OpenAI Plan $100 Billion Data-Center Project, Media Report Says, Reuters, 29.03.2024.

[19] International Energy Agency, Electricity 2024, op. cit., p. 27.

[20] EirGrid, Tomorrow’s Energy Scenarios 2023, EirGrid, Dublino, 2023, p. 34.

[21] Benjamin K. Sovacool, et al., Sustainable Minerals and Metals for a Low-Carbon Future, in "Science", 367, n. 6473, 2020, pp. 30-33.

[22] International Energy Agency, Electricity 2024, op. cit. pp. 27-29.

[23] Kim Crawford e Vladan Joler, Anatomy of an AI System, 2018, anatomyof.ai.

[24] Pengfei Li, et al., Making AI Less ‘Thirsty’: Uncovering and Addressing the Secret Water Footprint of AI Models, arXiv preprint, arXiv, 2304.03271, 2023, pp. 1-10.

[25] Microsoft, 2022 Environmental Sustainability Report, op. cit., p. 17.

[26] Google, 2023 Environmental Report, Google, California, Mountain View, 2023, p. 22.

[27] Peter Dauvergne, AI in the Wild: Sustainability in the Age of Artificial Intelligence, MIT Press, Cambridge, 2020, pp. 78-79.

[28] Rob Nixon, Slow Violence and the Environmentalism of the Poor, Harvard University Press, Cambridge Massachusetts, 2011, pp. 2-3.

[29] Guillaume Pitron, The Rare Metals War: The Dark Side of the Clean Energy and Digital Technologies, Scribe, Londra, 2023, pp. 45-67.

[30] United Nations Institute for Training and Research, The Global E-waste Monitor 2024, UNITAR, Bonn, 2024, p. 3.

[31] John Bellamy Foster e Hannah Holleman, The Theory of Unequal Ecological Exchange: A Marx-Odum Dialectic, Journal of Peasant Studies 41, n. 2, 2014, pp. 199-233; tr. it., La teoria dello scambio ecologico ineguale: una dialettica Marx-Odum, online, antropocene.org, 10.05.2023

[32] John Bellamy Foster e Brett Clark, Introduction to the Updated Edition of Arghiri Emmanuel’s Unequal Exchange, in "Monthly Review", 77, n. 8, gennaio 2026, pp. 1-19.

[33] John Bellamy Foster, Capitalism and Ecology: The Nature of the Contradiction, in "Monthly Review", 54, n. 4, settembre 2002, pp. 6-16.

[34] Paul Burkett, Fusing Red and Green, in "Monthly Review" 50, n. 9, febbraio 1999, pp. 47-56; Paul Burkett, Marx and Nature: A Red and Green Perspective, St. Martin’s Press, New York, 1999.

[35] John Bellamy Foster e Brett Clark, The Robbery of Nature: Capitalism and the Metabolic Rift, in "Monthly Review" 70, n. 3, luglio-agosto 2018, pp. 1-20.

[36] Benjamin K. Sovacool, et al., Sustainable Minerals and Metals for a Low-Carbon Future, in "Science", 367, n. 6473, 2020, pp. 30-33.

[37] Brett Clark e Richard York, Carbon Metabolism: Global Capitalism, Climate Change, and the Biospheric Rift, in "Theory and Society", 34, n. 4, 2005, pp. 391-428.

[38] Georgescu-Roegen, The Entropy Law and the Economic Process, op. cit., pp. 276-278.

[39] John Bellamy Foster, Marx’s Ecology: Materialism and Nature, Monthly Review Press, New York, 2000, pp. 141-177.

Fonte

05/07/2026

L’economia dei token e il vero prezzo dell’intelligenza artificiale

Negli ultimi mesi, molte delle aziende che avevano sottoscritto contratti con OpenAI o Anthropic hanno avuto una brutta sorpresa. Lo scorso aprile, la società di noleggio auto con conducente Uber ha per esempio scoperto di aver già bruciato tutto il budget annuale destinato all’intelligenza artificiale. Una situazione simile si è verificata anche dalle parti del gigante dei supermercati Walmart, che ha introdotto in tutta fretta un limite all’utilizzo dei large language model da parte dei suoi dipendenti.

Un’azienda rimasta anonima avrebbe invece speso 500 milioni di dollari in un solo mese a causa dell’utilizzo sfrenato di Claude da parte dei suoi dipendenti, mentre persino un colosso come Meta ha imposto dei limiti all’utilizzo dei sistemi d’intelligenza artificiale generativa, come hanno fatto anche Amazon, AT&T, Brex e numerose altre società.

Che cos’è successo? Non eravamo nell’epoca del tokenmaxxing, ovvero la gara a chi usa di più l’intelligenza artificiale all’interno delle aziende? Per capire come mai la situazione sia cambiata così rapidamente basta sapere che, nel corso della prima metà del 2026, OpenAI e Anthropic hanno entrambi cambiato le condizioni dei contratti aziendali: non più una tariffa fissa anche per usare i loro sistemi più avanzati e specialistici, ma una tariffa a consumo – basata sulla quantità di “token” elaborati dai vari ChatGPT Codex, Claude Cowork e altri ancora – che ha fatto esplodere i costi in maniera imprevista.

E così, praticamente da un giorno all’altro, i token – oggetto fino a poco fa noto soltanto agli addetti ai lavori – sono diventati uno degli argomenti più discussi dai manager di mezzo mondo. A questo punto, fermiamoci un secondo: che cosa sono i token?

Che cosa sono i token, i mattoni alla base dei large language model

In sintesi estrema, i token sono l’unità di testo fondamentale che i modelli linguistici elaborano quando leggono, interpretano o generano informazioni. Nella maggior parte dei casi, un token non equivale a una parola, ma a una porzione di essa (in inglese, in media, quattro caratteri). Può però anche essere un segno di punteggiatura, uno spazio o un carattere speciale. Nel momento in cui un modello deve elaborare la frase “il gattino sta dormendo sul divano?”, la scompone in token con una forma simile a “il / gatt / ino / sta / dorm / endo / sul / divano / ?”.

Ogni volta che un modello linguistico elabora una forma testuale, indipendentemente dall’obiettivo o dalle mansioni per cui è impiegato, sta quindi elaborando una sequenza di token: li trasforma in rappresentazioni numeriche, li confronta con il contesto già ricevuto e calcola quale token abbia maggiore probabilità di venire dopo. È così che risponde a una domanda, riassume un documento, scrive codice o traduce una frase: non “capendo” le parole, ma prevedendo la sequenza di token più coerente con ciò che gli è stato chiesto. È il meccanismo noto come “next token prediction”.

Un po’ come il consumo elettrico si calcola in kilowattora o il traffico internet in gigabyte, il lavoro svolto da un’intelligenza artificiale generativa si misura in token. Con una differenza: il consumo effettivo può crescere molto rapidamente, perché non dipende solo dalla lunghezza della richiesta o della risposta finale, ma anche dalla quantità di informazioni che il modello deve leggere prima di produrla. Una domanda posta all’inizio di una chat con Claude consumerà quindi meno token della stessa domanda inserita in una lunga conversazione, perché il “contesto” che il modello linguistico deve analizzare è, nel primo caso, molto più ridotto.

Un ultimo elemento importante è che i token sono elementi linguistici nel caso degli LLM, mentre nei modelli che generano immagini possono corrispondere a porzioni di immagine, nei modelli audio a frammenti di suono, nei modelli video a sequenze di informazioni che combinano immagini, movimento e durata. Il principio però resta lo stesso: qualunque sia il contenuto generato – testo, voce, musica, immagini o video – il modello non lo elabora come un blocco unico, ma lo scompone in unità più piccole, le trasforma in numeri e lavora su quelle.

Un altro aspetto importante è che nel corso degli anni, grazie alla crescente efficienza dei modelli, il costo dei token è crollato: se nel 2023 il prezzo di un LLM come GPT-4 era di 30 dollari per milione di token in fase di input (quindi il testo che inseriamo noi) e di 60 dollari in output (quindi quello generato dall’IA), oggi GPT-5.5 costa rispettivamente 5 e 30 dollari. Secondo alcune stime, dal 2020 al 2026 i prezzi medi per token sono calati addirittura di 600 volte.

La paradossale economia dei token

Ma se il prezzo dei token è crollato – e possiamo sostenere che sia sceso significativamente anche per le società che sviluppano LLM, pur in assenza di dati trasparenti a riguardo – com’è possibile che il passaggio a una tariffa a consumo abbia fatto esplodere i costi, al punto da consumare in pochi mesi l’intero budget annuale di Uber e costringere Meta a limitare l’uso dell’intelligenza artificiale in ufficio?

La ragione è duplice. Da una parte, i modelli più avanzati e basati sul “ragionamento” – che scompongono la richiesta in più passaggi – consumano molti più token delle loro controparti tradizionali (e spesso forniscono risposte più lunghe). Dall’altra, la diffusione dei modelli linguistici e il loro utilizzo spesso intensivo (e non mirato) hanno provocato un enorme aumento dei token da elaborare. Un singolo dipendente che usa ogni giorno un modello di frontiera può quindi consumare molti più token rispetto anche solo a due anni fa.

Unendo questi due aspetti, si capisce perché Google – come spiegato dal CEO Sundar Pichai – sia passato in un trimestre da 10 a 16 miliardi di token elaborati ogni minuto. OpenAI ha invece dichiarato che la sua piattaforma API (cioè l’infrastruttura attraverso cui aziende e sviluppatori collegano i propri software ai modelli di OpenAI) è passata da 6 a oltre 15 miliardi di token al minuto tra l’autunno 2025 e la primavera 2026, dopo essere già cresciuta di circa venti volte nei due anni precedenti.

Questa impennata del consumo di token è stata a lungo nascosta dalle tariffe fisse ed è invece improvvisamente diventata evidente con il passaggio a una tariffazione a consumo: “L’intelligenza artificiale è oggi la voce di spesa che sta aumentando più rapidamente nei budget aziendali”, si legge in un report Deloitte di inizio anno. “Alcune società hanno affermato che oggi l’IA consuma fino alla metà della loro spesa in tecnologie dell’informazione. Nonostante il prezzo unitario dei token stia calando, la spesa complessiva delle aziende per i sistemi di intelligenza artificiale, e la loro scala di utilizzo, stanno aumentando. Il numero di utenti, la complessità dei modelli e l’intensità dei carichi di lavoro porteranno probabilmente a un maggiore consumo di token e, di conseguenza, a costi più elevati”.

Il passaggio a una fatturazione a consumo è probabilmente il principale responsabile dell’impennata del fatturato di Anthropic, passato dai 4,8 miliardi di dollari del primo trimestre 2026 ai 10,9 miliardi attesi per il secondo trimestre. Sarà però interessante capire che cosa succederà nel trimestre ancora successivo, quando i manager delle aziende avranno definitivamente fatto i conti con le spese fuori controllo per utilizzare Claude Code, Cowork o gli altri sistemi avanzati di Anthropic: “I costi della computazione sono ormai diventati una priorità per i direttori finanziari e per i consigli d’amministrazione”, ha spiegato al Financial Times Costi Perricos, responsabile IA di Deloitte. “[OpenAI e Anthropic] hanno insegnato a utenti e aziende che l’intelligenza artificiale fosse economica o addirittura gratis, ma le cose non stanno affatto così”.

Carter Busse, dirigente della società di software Workato, ha raccontato sempre al Financial Times come l’utilizzo dell’intelligenza artificiale sia esploso tra i suoi dipendenti non appena hanno iniziato a sfruttare gli agenti IA. La brutta sorpresa è arrivata alla prima fattura a consumo di Anthropic: “La nostra spesa è salita improvvisamente di 7 volte e ho pensato: ‘merda, abbiamo creato un mostro’”, ha spiegato Busse, che adesso sta spronando i suoi dipendenti a usare modelli più economici e in modo più responsabile. Ancora più preoccupanti per i colossi dell’intelligenza artificiale sono le dichiarazioni del presidente di Cisco Jeetu Patel: “Il costo dei token è molto più elevato dell’effettivo valore che essi generano su larga scala”.

Il vicolo cieco di OpenAI e Anthropic

Nel momento in cui le aziende iniziano a sobbalzare di fronte alle bollette e a domandarsi se il gioco valga la candela, OpenAI e Anthropic si trovano di fronte a quello che lo stesso Sam Altman ha definito “un enorme problema”. E come si risolve questo problema? Stando alle indiscrezioni, nell’unico modo (per ora) possibile: tagliando i prezzi pur di non perdere clienti, come starebbe per fare OpenAI anticipando una possibile mossa di Anthropic in questa stessa direzione.

Come ha riassunto Ed Zitron sul suo blog, “sono passati meno di tre mesi da quando le aziende hanno iniziato a pagare il vero costo dei servizi basati su LLM e sono già così chiaramente infuriate che sia Anthropic sia OpenAI stanno pianificando di tagliare il prezzo dei loro servizi già in perdita, facendo probabilmente crollare il fatturato mentre aumentano i costi complessivi”.

Il rischio è che i due colossi dell’intelligenza artificiale generativa si trovino alle prese con la più classica alternativa del diavolo: se non tagliano i prezzi, le aziende potrebbero ridurre l’impiego dei modelli linguistici (e come abbiamo visto, parecchie l’hanno già fatto). Se tagliano i prezzi, riducono gli introiti di società già oggi in rosso per decine di miliardi di dollari l’anno.

E qui si crea un secondo vicolo cieco: se le aziende tagliano l’uso dell’IA generativa, a cosa serviranno i 190 gigawatt di capacità elettrica per data center già pianificati, in una corsa globale che secondo McKinsey potrebbe richiedere investimenti fino a 7mila miliardi di dollari entro il 2030? E se invece OpenAI e Anthropic devono tagliare i loro prezzi per non perdere clienti aziendali, come faranno a rispettare i contratti da centinaia e centinaia di miliardi di dollari che hanno sottoscritto con Microsoft, Amazon, Google, CoreWeave e altri fornitori di potenza di calcolo?

Quanto pagheresti per usare ChatGPT?

A questo punto, viene da chiedersi che cosa potrebbe succedere se anche noi utenti comuni di ChatGPT e Claude fossimo costretti a pagare una tariffa a consumo invece di quelle fisse, che per gli usi più intensivi coprono solo una piccola parte dei costi reali.

In verità, qualcosa del genere si sta già verificando. A partire da giugno 2026, gli utenti di GitHub Copilot – ovvero l’assistente IA per scrivere codice collegato alla piattaforma per la condivisione di progetti software di proprietà di Microsoft – sono passati da un abbonamento fisso mensile a un sistema di fatturazione legato anche al consumo di token. Secondo quanto riporta un utente, il prezzo da lui pagato potrebbe salire da 29 fino a 750 dollari al mese; un altro segnala che nel suo caso il costo potrebbe schizzare fino a 3mila dollari.

Attenzione, perché una parte della responsabilità va attribuita al cosiddetto “vibe-coding”, ovvero la scrittura di codice in cui tutti i passaggi tecnici sono affidati all’intelligenza artificiale, aumentando drasticamente il consumo di token. Difficile però incolpare i “vibe-coders” per il loro uso indiscriminato di Copilot, visto che è stata proprio Microsoft a incoraggiarlo e adesso invece lo punisce con bollette fuori controllo.

E se anche OpenAI e Anthropic, conclusa la guerra al ribasso per conquistare gli utenti, dovessero decidere di far pagare i token in base al consumo? È qualcosa che, in realtà, potrebbe avvenire in un futuro non troppo distante, vista la probabile quotazione in borsa di entrambe e la conseguente necessità di ridurre le stratosferiche perdite (per colmare le quali hanno dovuto raccogliere finanziamenti tra i più elevati della storia) e mostrare bilanci in miglioramento.

A questo punto, la domanda sorge spontanea: quanto dovremmo pagare per usare gli strumenti d’intelligenza artificiale se non avessimo a disposizione tariffe fisse tenute artificialmente basse? Una possibile risposta ce la fornisce una simulazione condotta dalla società di analisi SemiAnalysis. Secondo queste stime, il “vero prezzo” (inteso come il prezzo che pagheremmo se fossimo soggetti ad abbonamenti a consumo pari a quelli delle API) di un abbonamento a ChatGPT da 20 dollari al mese potrebbe arrivare fino a 700 dollari, mentre un abbonamento Pro da 200 dollari può raggiungere anche 14mila dollari (situazione simile per Anthropic).

Il vantaggio della Cina

Il problema, insomma, è sempre lo stesso: l’intelligenza artificiale generativa costa troppo e un modello di business sostenibile non è ancora all’orizzonte. È una situazione che riguarda però soprattutto i più avanzati modelli di frontiera sviluppati negli Stati Uniti. E che potrebbe invece avvantaggiare l’ecosistema IA della Cina.

Il segnale più evidente arriva sempre dal consumo di token. Secondo i dati di OpenRouter, a giugno i tre modelli più utilizzati per quantità di token elaborati sono tutti cinesi: MiMo di Xiaomi, MiniMax e DeepSeek. È un segnale di come una quota crescente dell’uso degli LLM – a partire da quello che avviene all’interno di applicazioni, strumenti di lavoro, agenti e servizi aziendali – si stia spostando verso i più economici modelli made in China.

Ad avvantaggiare la Cina è un mix di fattori, tra cui troviamo l’energia meno cara, i data center più economici, le infrastrutture sostenute dallo stato, l’aggressiva concorrenza interna e il fatto che i modelli siano spesso progettati per consumare meno, grazie a scelte di architettura informatica e anche a causa delle restrizioni che impediscono alla Cina di avere accesso ai chip più avanzati. Il vantaggio cinese diventa ancora più evidente guardando i prezzi: i modelli cinesi più usati costano infatti una frazione dei modelli di punta di OpenAI e Anthropic.

Il prezzo per milione di token è però solo una parte del costo reale. Come ha spiegato il ricercatore indipendente Wong Qi Han a CNA, se un modello sbaglia spesso e quindi richiede più tentativi, funziona peggio in una lingua straniera, ha maggiore latenza o pone problemi di sicurezza e compliance, il risparmio iniziale può essere illusorio. In linea teorica, la metrica decisiva non dovrebbe essere il costo per milione di token, ma quanto spendiamo per ottenere un risultato soddisfacente (per gli utenti comuni) o il ritorno sull’investimento (per le aziende). Il problema è che entrambe queste metriche sono estremamente difficili da misurare.

È possibile che i più costosi modelli statunitensi continueranno a essere usati per le attività complesse, mentre quelli cinesi potrebbero conquistare la fascia più ampia del mercato, quella degli usi quotidiani come supporto professionale o assistente personale.

Tutto è bene quel che finisce bene? Non è detto. Per la Cina, il rischio principale è l’eccessiva concorrenza sui prezzi e la compressione dei margini, che potrebbe mettere a rischio la profittabilità di DeepSeek e compagni. Per gli Stati Uniti, il rischio è invece che essere esclusi (a causa dei prezzi elevati) dalla massa dei casi d’uso quotidiani e ad alto volume causerebbe non tanto (o non solo) una riduzione dei potenziali ricavi, ma potrebbe provocare soprattutto una riduzione della potenza di calcolo necessaria.

Considerando le cifre immense che sono investite in GPU, cloud e data center, ritrovarsi con una richiesta di potenza computazionale inferiore alle attese potrebbe trasformare l’attuale corsa alle infrastrutture in un enorme azzardo finanziario. E a quel punto, la temuta bolla dell’intelligenza artificiale potrebbe scoppiare per davvero.

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