Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/07/2022

I ladri nelle discariche

Sabato 25 giugno, due uomini di 29 e 36 anni sono stati fermati dalle forze dell’ordine mentre tentavano una rapina alla “piattaforma ecologica” (la discarica) di Besana in Brianza.

I rapinatori sono stati denunciati a piede libero per Tentato Furto in Concorso. Non si tratta di un caso isolato. Le forze dell’ordine registrano un incremento di questi episodi.

Le Discariche attirano più degli sportelli bancari. Forse i rapinatori comuni nostrani non hanno il know-how per attaccare le banche e gli uffici postali, dove i soldi sono stati materializzati in codici cifrati e blockchain.

Oppure, visto che i corsi delle valute, sia di quelle statali, sia di quelle del libero scambio, puntano verso la spazzatura, i rapinatori hanno creduto bene di anticipare i tempi appostandosi in una location di maggiore appeal.

Ora, se la marcia delle valute verso il Trash avanza del 10% all’anno, dopo 10 anni – quando la spazzatura avrà raggiunto il 100% – ci si dovrà pur fare qualcosa.

Nel 1962, Rachel Carson, in tre puntate, pubblica su The New Yorker, Silent Spring, dove vengono descritti gli effetti del DDT sui tessuti animali (compreso quello umano), ed è generalmente considerato il testo che ha dato il via al movimento ambientalista negli Stati Uniti.

Donald Barthelme, che scriveva regolarmente sulla stessa rivista, e che dunque conosceva il testo di Carson, propose, già nel 1962, non solo una stringente critica del nascente movimento ecologista, ma anche una soluzione – soluzione elaborata (hegelianamente) con strumenti matematici altrettanto Trash – giusto per sottolineare che non ci può essere differenza tra mezzo e messaggio, tra strumento e contenuto, tra metodo e oggetto scientifico, e che il DDT (la soluzione) è peggio del male (il pidocchio), che tutto ciò che viene usato per eliminare la spazzatura dal mondo (i pidocchi) crea altra spazzatura (il grano contaminato), eccetera.

Di spazzatura ed ecologia di recente si è occupato anche il filosofo Žižek. In un articolo pubblicato sul Guardian la settimana scorsa se la prende con i pacifisti, con i sovranisti, con John Lennon e Imagine, e con tutti coloro che, a tempo scaduto, credono che ci si possa schierare a destra o a sinistra del fronte Ucraino.

Quello che dice Zizek, e che diceva già Barthelme, è che non c’è più fronte, che il capitalismo abolisce le frontiere tra amici e nemici.

Non ci sono vincitori e vinti, non ci sono signori e servi, sovrani e sudditi, imperi del male e colonie, e non ci sono perché, dice Žižek, siamo tutti perseguitati (we are all haunted) dalle stesse catastrofi. Siamo tutti sotto schiaffo di un potere più forte.

Di più: per il mondo intero, dice Zizek, oggi si aggira un nuovo fantasma (haunt). Un nuovo spettro ossessione l’Europa e unifica il globo, e non è la spettro del comunismo, non sono i proletari uniti o i partiti comunisti internazionalisti.

Niente universalismo socialista.

Siamo tutti nel mezzo – gettati, situati – effetti di un Dio (la Natura) che si nega. Né sovrani né conquistati. Insistere di fronte alle discariche in fiamme che surriscaldano il mondo è pura follia, dice Žižek.

Abbiamo raggiunto il 100%. Ecco la verità di una matematica Trash, di una filosofia Trash, di un mondo diventato tutto spazzatura.

Il fatto è che non siamo nel 1962, l’anno della piena occupazione e del consumismo, e non siamo nemmeno nel 1992, anno in cui Tarantino inizia a scrivere l’epitaffio (Pulp Fiction) del Trash.

Fonte

17/01/2017

Il confronto col populismo secondo Slavoj Zizek

Scrive Zizek, ieri sul Corriere della Sera: “Donald Trump è un sintomo di Hillary Clinton, nel senso che l’incapacità del partito democratico di svoltare a sinistra ha creato lo spazio occupato da Trump”. E’ una verità generale, riproducibile negli Usa come in Europa: l’affermazione delle forze populiste non è avvenuta “a scapito” delle sinistre, ma per mano di queste, del loro fallimento, delle macerie che hanno lasciato nella rappresentanza degli interessi popolari. Il dilemma Donald Trump (dei Donald Trump di tutto il mondo, da Le Pen a Grillo) si risolve non accanendosi contro il sintomo, ma svelandone le cause.

Ancora Zizek: “Trump promette negli Usa quel che nessuno, a sinistra, si sognerebbe di proporre: mille miliardi di dollari di grandi lavori pubblici per aumentare l’impiego”. Ancora una verità generalizzabile: è il populismo che promette resistenza alla globalizzazione liberista. Cosa promettono le sinistre, che Zizek limita a quelle “moderate” e “liberali”, ma che noi estendiamo anche a gran parte di quelle radicali? Promettono accomodamento progressista ai fenomeni globalizzanti: dall’Unione europea all’abbattimento di ogni forma di frontiera, dal dissolvimento degli Stati nazionali all’Erasmus per tutti.

Prosegue il filosofo sloveno: “La sinistra liberale ufficiale è la migliore esecutrice delle politiche di austerità, anche se conserva il suo carattere progressista nelle nuove lotte sociali antirazziste e antisessiste; dall’altra parte, la destra conservatrice, religiosa e anti-immigrazione è l’unica forza politica a proporre ingenti trasferimenti sociali e a sostenere seriamente i lavoratori […] Per fare un minimo di politica di sinistra, per lo meno in un senso tradizionale, bisogna essere nazionalisti di destra, e per perseguire le politiche di austerità bisogna essere moderati di sinistra”. Il ghigno dell’élite intellettuale, giornalistica, politica, universitaria, che bacchetta dai propri troni culturali quel popolo rozzo che escogita false soluzioni di destra ai propri problemi sociali, talvolta addirittura negati (“sono i contadini ricchi e bifolchi che hanno votato per la Brexit”, “è il suprematista bianco che vota per Trump”), non fa che rafforzare il giudizio (che non è un pre-giudizio, ma un vero e proprio giudizio post-festum) di quel popolo sulla sinistra, intesa nel suo complesso. “Proprio poiché la recente esplosione del populismo di destra è il sintomo del fallimento della sinistra liberale odierna, il nostro compito non può limitarsi a combattere Trump e Le Pen. Se lo facessimo, perseguiremmo quella che in medicina si chiama “remissione sintomatica”: sei ammalato, l’effetto è che provi dolore, prendi gli antidolorifici ma la malattia è sempre lì. Le critiche a Trump non sono che cure sintomatiche: il vero compito è analizzare che cosa non ha funzionato nella sinistra moderata e liberale”. Troppo facile cavarsela con la condanna di quelle sinistre à la Pd. Il problema è in noi, non fuori da noi. Sono le sequela di posizioni falsamente progressiste prodotte in questi decenni: da un cosmopolitismo di maniera in linea con la globalizzazione, alle proposte sociali che aggiravano la contraddizione tra capitale e lavoro, da una “controcultura” che si è trasformata in sotto-cultura e in vera e propria anti-cultura per élite benestanti, all’assenza di prospettive generali. “Abbiamo bisogno di superare l’ossessione della sinistra per l’autorganizzazione locale e la relazione diretta con la base in direzione di una più efficiente e ampia organizzazione a livello statale e sovrastatale”. Serve una prospettiva generale, delle soluzioni globali, una visione complessiva e unitaria del presente, che disarticoli il localismo minoritario, l’ideologia del “quartierismo” entro cui vengono percepiti i problemi del mondo e da cui se ne pensano incredibili soluzioni.

Zizek è quanto di più lontano possa esserci dal nostro pensiero. Non a caso le soluzioni che prospetta alla fine di questo ragionamento ribadiscono i motivi della reciproca differenza, ricadono in quel velleitarismo progressista in fin dei conti innocuo perché incomprensibile alle masse. Per anni è stato uno dei pensatori più citati da certo pensiero radical. Forse proprio per questo, certe sue riflessioni possono raggiungere più profondità nel dibattito nella sinistra radicale. O forse no, ritrovandosi relegato tra il pensiero rossobruno e quello sovranista entro cui si suole confinare ogni forma di pensiero non in linea coi dettami del progressismo radical. Eppure la riflessione sul populismo non potrà limitarsi alla denuncia della sinistra liberal. Dovrà, prima o poi, fare i conti con la nostra sinistra, che condivide parte del problema della nascita di questo fenomeno politico.

Fonte

18/03/2016

La deriva culturalista della questione migrante: Zizek e il fardello dell’uomo bianco

A gennaio è uscito un interessante articolo del filosofo sloveno Slavoj Zizek sui fatti di Colonia nella notte di Capodanno. Interessante non perché condivisibile, ma perché illustra bene tutti i cliché mentali di una certa sinistra, radicale ma anti-marxista. Ci sembra importante tornare sull’argomento perché il testo di Zizek ha carattere generale, parte dai fatti di Colonia per allargare lo spettro e affrontare di petto la questione migrante. E’ il risultato di un ragionamento di lungo(?) periodo, e siccome Zizek è uno dei punti di riferimento intellettuale della sinistra di cui sopra, ha senso rifletterci sopra.

Per Zizek i fatti di Colonia costituirebbero la rappresentazione oscena-carnevalesca dell’invidia migrante nei confronti del tenore di vita occidentale. Un tenore di vita al quale loro aspirerebbero e che, frustrati dall’impossibile raggiungimento, scatena pulsioni individuali e sociali di invidia e di odio. “L’islamo-fascismo” non sarebbe altro che la materializzazione sociale di questa invidia, di società che vorrebbero adeguarsi agli standard di vita dei paesi occidentali (o almeno competere su di un piano di parità) e non ci riescono, generando forme di reazione autoritaria, pre-moderna, religiosa, in altre parole forme aggiornate di fascismo, che altro non sarebbero che la concretizzazione politica di questo odio. Per leggere interamente il ragionamento di Zizek rimandiamo comunque alla sua versione originale e, in calce a questo articolo, alla nostra traduzione. Ne consigliamo vivamente la lettura, per comprendere la natura dei problemi e delle contraddizioni da lui sollevati.

Il ragionamento di Zizek è apparentemente di buon senso (almeno: di buon senso per una sinistra radicale). Fornire strumenti interpretativi che vadano oltre il mainstream, dare una chiave di lettura che indaghi sulle origini del problema e che non si fermi alla superficie delle cose. Quello che invece non pare immediatamente comprensibile è che Zizek utilizza, riformulandola, la stessa chiave interpretativa liberale (di cui è stato, fino al 2002, un maitre a penseer): il fenomeno migrante è generato dall’invidia, da gente che affronta l’odissea con la speranza di arricchirsi. L’analisi di Zizek è confinata al recinto culturalista e psicologico della vicenda, esattamente come quella liberale.

Perché? In buon sostanza, perché l’analisi è profondamente anti-materialista, ragiona sugli eventi partendo dagli effetti e interpretando culturalmente tutta la vicenda. Le tare del ragionamento sono infilate di passaggio, apparentemente innocue o, peggio ancora, date per ovvie. Ad esempio questo frammento:
“L’ideologia della classe media occidentale[…]è ossessionata dalla paura che i suoi domini limitati possano essere invasi da miliardi di stranieri, che non hanno valore nel capitalismo globale perché essi non producono merci né le consumano”.
Questo approccio capovolge completamente la questione e smaschera le premesse e gli obiettivi del filosofo sloveno. Anzitutto, non è la classe media, intesa come massa informe di “benestanti”, che determina alcunché della questione migrante e della sua reazione nelle società occidentali. Non è la “classe media” che ha prodotto un ventennio di guerre imperialiste nella regione mediorientale; non è la classe media che determina le strategie espansive o invasive della Nato; e soprattutto, non è la classe media al potere nei governi occidentali, ma una forma di capitalismo transnazionale globalizzato, che va abolendo ogni forma di supposta “medietà” sociale. In secondo luogo, i migranti hanno un valore economico strategico decisivo nell’attuale proiezione del capitalismo transnazionale. Sono forza lavoro sottomessa, non pagata, senza diritti, schiavizzata, e soprattutto, ancora senza organizzazione e quindi perfettamente malleabile agli interessi del capitale occidentale. Dire che i migranti “non hanno valore perché non producono né consumano” è la più grande fesseria anti-materialista che possa essere pensata. E’ pensiero à la page, ovvietà pacificante che leggiamo tutti i giorni su Corriere o Repubblica: è, insomma, pensiero generalista, e della peggior specie: quello “illuminato”. I migranti producono tanto e più degli italiani, ma soprattutto lo fanno a minor costo delle popolazioni autoctone (sebbene questo dato stia cambiando, adeguando le condizioni di vita degli europei lavoratori a quelle del migrante). I migranti costituiscono esattamente la risposta capitalista alla crisi di produttività, che vorrebbe essere aggirata producendo costantemente aumenti di produttività attraverso la leva migrante. C’è però un altro passaggio che illumina sulle prospettive di Zizek, ed è questo:
“L’espressione più chiara del “desiderio di Occidente” sono gli immigrati rifugiati: il loro desiderio non è rivoluzionario, è il desiderio di lasciarsi dietro il loro paese devastato e raggiungere la terra promessa dell’Occidente sviluppato (quelli che rimangono in patria provano a creare delle copie della prosperità occidentale, come nelle parti “modernizzate” delle metropoli del terzo mondo, a Luanda, a Lagos, etc. con le caffetterie che vendono cappuccini, centri commerciali, ecc.).”
Anche in questo caso stiamo di fronte al più classico dei capovolgimenti della realtà fattuale. I migranti “fuggono” dalle loro terre (non solo dalla Siria), perché vittime di un ventennio di guerre, direttamente organizzate dalla Nato o portate avanti per procura (le proxy wars). Non c’è alcun “desiderio” di imitazione occidentale nelle motivazioni *originarie* e *implicite* del fenomeno migrante *nel suo complesso*, ma un rapporto causa-effetto tra politiche liberiste e gli effetti collaterali da queste prodotte (che significa anche desertificazione industriale e impoverimento costante). Il motivo economico della fuga dalla povertà, spinta propulsiva di ogni forma di migrazione, non ha nulla a che fare con presunte “invidie degli stili di vita occidentali”, e molto con la propria sopravvivenza. Se si elimina la radice del problema, è chiaro che poi l’interpretazione non può essere altro che quella neocon dello scontro di civiltà, cioè del confronto ideale tra società ontologicamente differenti e irriducibili. Interpretazione camuffata dal “desiderio” di denaro, ma che nel proseguo dell’articolo viene evidenziata come distanza culturale:
“Questo è il motivo per cui i tentativi ingenui di illuminare gli immigrati (spiegando loro che i nostri costumi sessuali sono diversi, che se una donna cammina in pubblico in minigonna e sorride non significa che sta facendo un invito sessuale, etc.) sono esempi di stupidità mozzafiato – loro sanno cosa stanno facendo e qual è il motivo per cui lo stanno facendo. Essi sono ben consapevoli del fatto che ciò che stanno facendo è estraneo alla nostra cultura dominante, ma lo stanno facendo proprio per ferire la nostra sensibilità. Il compito è quello di cambiare questa posizione di invidia e di aggressività vendicativa, non quello di insegnare loro ciò che già sanno molto bene.”
La soluzione che il lungo ragionamento produce è a questo punto coerente, persino troppo, e in questo senso va dato atto al filosofo sloveno di non mascherare le sue intenzioni attraverso camouflage intellettuali utili a farsi “accogliere” dalle sinistre radical:
“La difficile lezione di tutta questa vicenda è quindi che non è sufficiente a dare semplicemente voce ai diseredati come sono: al fine di mettere in atto l’emancipazione reale, devono essere educati (da altri e da loro stessi) alla loro libertà.”
Al di là dell’orrendo termine – educare – che sottintende un concetto ancora peggiore, quello per cui l’emancipazione si fonda sull’educazione – roba che neanche nell’Ottocento – il significato è però allarmante: chi dovrebbe educare questi migranti? E a quali valori dovrebbero essere educati? Se si rilegge attentamente il testo (e altri scritti di Zizek), analizzando i suoi presupposti impliciti, educazione significa accoglimento dei “valori occidentali”, deprecabili ma infinitamente meglio di quelli arabi fondamentalisti perché posti più sopra nella scala di sviluppo storico. Quantomeno “noi” rispettiamo le donne, sembrerebbe dirci il filosofo; quantomeno noi la fase di “fascistizzazione” (altra categoria neocon: l’islamo-fascismo, assunta come ovvia da Zizek) l’abbiamo combattuta e (forse) superata. Se il piano interpretativo si ferma alla questione culturale, saremmo anche tentati di dare ragione al filosofo, ma visto che la vicenda va analizzata nei suoi presupposti economici e politici che la producono, tutto il ragionamento fatto da Slavoj Zizek contribuisce alla sedimentazione del pensiero dominante attuale: il pensiero reazionario della superiorità culturale dell’occidente. 

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Gli assalti di Colonia sono una versione oscena del Carnevale 

I recenti assalti sessuali di Colonia sono un attacco deliberato ai valori occidentali e al senso del pudore della classe media? 

Chi sono gli “hateful eight” dell’omonimo film di Tarantino? L’INTERO gruppo di partecipanti – soldati dell’Unione neri e bianchi razzisti, uomini e donne, magistrati e criminali – in media sono tutti ugualmente brutali e vendicativi. Il momento più imbarazzante del film capita quando l’ufficiale nero (interpretato dall’eccellente Samuel L. Jackson) racconta nel dettaglio e con evidente piacere a un vecchio generale della Confederazione come ne ha ucciso il figlio razzista, che era responsabile della morte di molti neri. Dopo averlo costretto a marciare nudo nel vento gelido, Jackson promette al ragazzo bianco che sta morendo di freddo che gli avrebbe dato una coperta tiepida se gli avesse praticato un rapporto orale, ma dopo che il ragazzo lo fa, Jackson rinnega le sue promesse e lo lascia morire. Cosi non ci sono buoni nella lotta contro il razzismo – tutti loro sono coinvolti in essa con la massima brutalità. E la lezione dei recenti assalti sessuali di Colonia non è stranamente simile alla lezione del film? Anche se (la maggior parte de) i rifugiati sono effettivamente vittime in fuga da paesi in rovina, ciò non gli impedisce di comportarsi in modo deprecabile. Noi tendiamo a dimenticare che non c’è alcuna redenzione nella sofferenza: essere una vittima e stare nel fondo della scala sociale non ti rende una voce di moralità e di giustizia da privilegiare.

Ma questa intuizione generale non è sufficiente – si deve guardare da vicino la situazione da cui si è generato l’incidente di Colonia. Nella sua analisi della situazione mondiale dopo gli attacchi di Parigi, Alain Badiou riconosce tre tipi predominanti di soggettività nel capitalismo global odierno: la soggettività liberal-democratica della classe media “civilizzata” occidentale; quelli posti al di fuori del possesso occidentale dal “desiderio d’Occidente”, che cercano di imitare disperatamente lo stile di vita “civilizzato” delle classi medie occidentali; e i nichilisti fascisti, quelli la cui invidia dell’Occidente si trasforma in un odio autodistruttivo mortale. Badiou chiarisce che ciò che i media chiamano “radicalizzazione” del mondo islamico non è altro che una pura e semplice fascistizzazione: “Questo fascismo è il rovescio del desiderio frustrato nei confronti dell’Occidente che è organizzato in un modo più o meno militare seguendo il modello flessibile delle bande mafiose e con una coloritura ideologica variabile dove il posto occupato dalla religione è puramente formale”.

L’ideologia della classe media occidentale ha due caratteristiche opposte: mostra arroganza e afferma la superiorità dei suoi valori (i diritti umani universali e le libertà minacciati dai barbari stranieri), ma, contemporaneamente, è ossessionata dalla paura che i suoi domini limitati possano essere invasi da miliardi di stranieri, che non hanno valore nel capitalismo globale perché essi non producono merci né le consumano. La paura di questi membri della classe media è che gli stranieri possano unirsi agli esclusi.

L’espressione più chiara del “desiderio di Occidente” sono gli immigrati rifugiati: il loro desiderio non è rivoluzionario, è il desiderio di lasciarsi dietro il loro paese devastato e raggiungere la terra promessa dell’Occidente sviluppato (quelli che rimangono in patria provano a creare delle copie della prosperità occidentale, come nelle parti “modernizzate” delle metropoli del terzo mondo, a Luanda, a Lagos, etc. con le caffetterie che vendono cappuccini, centri commerciali, ecc.).
Ma dal momento che, per la maggior parte di coloro che lo hanno, questo desiderio non può essere soddisfatto, una delle opzioni che rimangono è rivolgersi al nichilismo: la frustrazione e l’invidia si radicalizzano in un odio omicida e auto-distruttivo contro l’occidente, e le persone vengono coinvolte in forme violente di vendetta. Badiou proclama questa violenza come una pura espressione della pulsione alla morte, una violenza che può solo culminare in atti orgiastici (auto)distruttivi, senza una seria visione di una società alternativa.

Badiou ha ragione a evidenziare che non vi sia alcun potenziale di emancipazione nella violenza fondamentalista, per quanto anti-capitalista essa dichiari di essere: si tratta un fenomeno strettamente connesso all’universo capitalista globale, il suo “fantasma nascosto”. Il fatto fondamentale del fondamentalismo fascista è l’invidia. Il fondamentalismo rimane radicato nel desiderio di Occidente all’interno dello stesso odio per l’Occidente. Abbiamo qui a che fare con l’abituale rovesciamento del desiderio frustrato in aggressività descritto dagli psicoanalisti, e l’Islam fornisce solo la forma su cui basare questo odio (auto)distruttivo.  Questo potenziale distruttivo dell’invidia è alla base della nota distinzione di Rousseau tra egoismo, amour-de-soi (cioè il naturale amore per se stessi) e l’amour-propre, la forma distorta che preferisce se stesso agli altri nella quale una persona si concentra non sul raggiungimento di un obiettivo, ma nella distruzione degli ostacoli sulla strada di esso: “Le passioni primitive,  che tendevano direttamente alla nostra felicità, ci facevano trattare solo con gli oggetti ad esse relative, e il cui principio era solo l’amor-de-soi, sono tutte nella loro essenza amabili e tenere; tuttavia, quando sono allontanate dai loro oggetti da alcuni ostacoli, esse sono più occupate dagli ostacoli di cui cercano di sbarazzarsi, che con gli oggetti che esse provano a raggiungere, esse cambiano la loro natura e diventano piene di ira e di odio. Questo è il modo in cui l’amor-de-soi, che è un sentimento nobile e assoluto, diventa amour-propre, cioè un sentimento relativo per mezzo del quale ci si confronta, un sentimento che richiede preferenze, di cui il godimento è puramente negativo e che non si sforza di trovare soddisfazione nel proprio benessere, ma solo nella sfortuna altrui”.

Una persona cattiva non è dunque un egoista “che pensa solo ai propri interessi”. Un vero egoista è troppo occupato a prendersi cura del proprio bene per avere il tempo per causare le disgrazie degli altri. Il vizio primario di una persona cattiva è che essa si occupa più degli altri che di se stessa. Rousseau sta descrivendo un preciso meccanismo di libido: l’inversione che genera lo spostamento dell’investimento libidico dall’oggetto all’ostacolo stesso. Ciò potrebbe essere applicato alla violenza fondamentalista – sia agli attacchi terroristici di Oklahoma sia agli attacchi alle Torri gemelle. In entrambi i casi, noi abbiamo a che fare con odio puro e semplice: la distruzione dell’ostacolo, l’Oklahoma City Federal Building o le Torri gemelle, era quello che interessava veramente, non raggiungere l’obiettivo nobile di una società veramente cristiana o musulmana.

Tale fascistizzazione può esercitare una certa attrazione al giovane immigrato frustrato che non riesce a trovare il suo posto nelle società occidentali o una prospettiva con la quale identificarsi – la fascistizzazione gli offre una via di uscita facile alle loro frustrazioni: una movimentata vita rischiosa si maschera da sacrificale dedizione religiosa, a cui si aggiunge la soddisfazione materiale (sesso, auto, armi…). Non bisogna dimenticare che lo Stato Islamico è anche una grande compagnia commerciale mafiosa che vende petrolio, antiche statue, cotone, armi e donne schiave, “un miscuglio di proposizioni fatalmente eroiche e, contemporaneamente, di corruzione occidentale attraverso le merci”.

Va da sé che questa violenza fondamentalista-fascista è solo uno dei modi attraverso cui si esprime la violenza che appartiene al capitalismo globale, e che si dovrebbe tenere a mente non solo le forme di violenza fondamentalista negli stessi paesi occidentali (populismo anti-immigrati, ecc.), ma soprattutto la violenza sistematica del capitalismo stesso, a partire dalle conseguenze catastrofiche dell’economia globale per finire con la lunga storia di interventi militari. Il fascismo-islamico è un fenomeno profondamente reattivo nel senso nietzschiano del termine, un’espressione di impotenza convertito in rabbia autodistruttiva.

Pur concordando con le linee di fondo della analisi di Badiou, trovo tre delle sue affermazioni problematiche. In primo luogo, la riduzione della religione, la forma religiosa del nichilismo fascista, a caratteristica superficiale secondaria: “La religione è solo un abito, non è in alcun modo il cuore della questione, ma solo una forma di soggettivazione, non è il vero contenuto della cosa“. Badiou ha completamente ragione ad affermare che la ricerca delle radici dell’odierno terrorismo islamico negli antichi testi religiosi (la storia che “è tutto già nel Corano”) sia fuorviante: si dovrebbe invece concentrarsi sul capitalismo globale di oggi e concepire islamo-fascismo come uno dei modi di reagire al suo richiamo convertendo l’invidia in odio. Ma, da un punto di vista critico, la religione non è sempre un abito, piuttosto che il nocciolo della questione? La religione non è sempre nel suo nucleo centrale una “forma di soggettivizzazione” della situazione delle persone? E questo non implica che l’abito E’ in un certo senso il “nocciolo della questione”, il modo in cui gli individui vivono la loro situazione – non è possibile per loro di fare un passo indietro e vedere in qualche modo al di fuori come le cose “sono davvero” …? Allora, la troppo frettolosa identificazione dei rifugiati e dei migranti con un “proletariato nomade”, una “avanguardia virtuale della gigantesca massa delle persone la cui esistenza non viene conteggiato inclusa nel mondo così come è”. I migranti (almeno per la maggior parte) non sono quelli più fortemente posseduti dal “desiderio di occidente”, più fortemente in balia dell’ideologia dominante? Infine, l’ingenuo pretende che dovremmo: “Andare a vedere chi è questo altro del quale parliamo, chi siano in realtà. Dobbiamo raccogliere i loro pensieri, le loro idee, la loro visione delle cose, e inscrivere loro, e noi stessi allo stesso tempo, in una visione strategica del destino dell’umanità”.

Facile a dirsi, difficile a farsi. Questo altro è, come lo stesso Badiou afferma, del tutto disorientato, posseduto dai sentimenti opposti dell’invidia e dell’odio, un odio che alla fine esprime il proprio desiderio represso per l’Occidente (che è il motivo per cui l’odio si trasforma in un auto-distruzione). Fa parte di una metafisica umanistica ingenua presupporre che sotto questo circolo vizioso fatto di desiderio, invidia e odio, vi sia un nucleo umano “più profondo” di solidarietà globale. Abbondano le storie di come, tra i profughi, molti siriani costituiscano un’eccezione: nei campi di transizione hanno pulito la sporcizia che producono, si comportano in modo educato e rispettoso, molti di loro sono ben istruiti e parlano inglese, spesso addirittura pagano per quello che consumano … insomma, sentiamo che essi sono come noi, le nostre classi medie istruite e civili.

È frequente affermare che i rifugiati violenti rappresentano una minoranza, e che la grande maggioranza ha un profondo rispetto per le donne … tutto ciò è certamente vero, ma si dovrebbe comunque lanciare uno sguardo più da vicino alla struttura di questa affermazione: che tipo di donna è “rispettata”, e cosa ci si aspetta da lei? Che cosa succede se una donna è “rispettata” nella misura in cui (e solo nella misura in cui) incarna l’ideale di un servo docile e fedele che svolge le faccende di casa, così che il suo uomo abbia il diritto di esplodere in rabbia se lei “diventa virale” e agisce in piena autonomia?

I nostri media di solito fanno una distinzione tra i rifugiati “civili” della classe media e i rifugiati  “barbari” delle classi inferiori che rubano, molestano le nostre concittadine, si comportano con violenza verso le donne, defecano in pubblico … Invece di bollare tutta questa propaganda come razzista, si dovrebbe avere il coraggio di trovare un momento di verità in essa: la brutalità, compresa la crudeltà estrema verso i deboli, gli animali, le donne, ecc., è una caratteristica tradizionale delle “classi inferiori”; una delle loro strategie di resistenza a chi comanda è sempre stata quella di mettere in mostra una terrificante brutalità volta a disturbare il senso borghese della pudore. E si è tentati di leggere in questo modo anche ciò che è accaduto la notte di Capodanno a Colonia –, cioè come un osceno carnevale delle classi inferiori: “La polizia tedesca sta indagando le denunce di decine di donne che sono state aggredite sessualmente e molestate nel centro di Colonia durante le celebrazioni di Capodanno, in quella che un ministro ha definito ‘una dimensione completamente nuova del crimine’. Secondo la polizia, i presunti responsabili degli assalti sessuali e di numerose rapine erano di origine araba e nordafricana. Oltre 100 denunce sono state depositate alla polizia, un terzo delle quali sono legate a molestie sessuale. Il centro della città si è trasformato in una ‘zona senza legge’: si ritiene che dietro agli attacchi contro la festa nel centro della città tedesca occidentale vi siano stati tra 500 e 1000 uomini descritti come ubriaco e aggressivo. Se stessero agendo come un gruppo unico o in bande distinte rimane poco chiaro. Le donne hanno riferito di essere state circondate in modo stretto da gruppi di uomini che le hanno molestate e aggredito li. Alcune persone lanciavano fuochi d’artificio tra la folla, sommandosi al caos. Una delle vittime era stata violentata. Una poliziotta volontaria è tra coloro che ha detto di essere stato violentate”.

Come previsto, l’incidente sta montando: ora oltre 500 denunce sono state depositate da donne su incidenti simili in altre città tedesche (e in Svezia). Ci sono indizi che gli attacchi siano stati coordinati in anticipo, a cui si sommando i barbari “difensori dell’Occidente civilizzato” dell’estrema destra anti-immigrati che stanno reagendo con attacchi contro gli immigrati, che rischiano di dare inizio a una spirale di violenza… E, come previsto, la sinistra liberale politicamente corretta ha mobilitato le proprie risorse per minimizzare l’incidente, come aveva fatto nel caso di Rotherham.

Ma c’è di più, molto di più, oltre esso: il carnevale di Colonia deve essere posizionato nella lunga serie di eventi il cui primo caso registrato risale alla Parigi del 1730, con il cosiddetto “Grande massacro dei gatti” descritto da Robert Darnton, quando un gruppo di apprendisti di una stamperia torturò e uccise ritualmente tutti i gatti che trovarono, tra cui l’animale domestico della moglie del loro padrone. Gli apprendisti erano trattati letteralmente peggio dei gatti adorati dalla moglie del padrone, in particolare della grise (La grigia), la sua preferita. Una notte i ragazzi decisero di raddrizzare questo stato di cose ingiusto: scaricarono sacchi pieni di gatti mezzi morti nel cortile e poi li infilarono su una forca improvvisata, gli uomini andarono in delirio per la gioia, il disordine, e le risate … Perché l’uccisione fu così divertente?

Durante il carnevale la gente comune sospendeva le normali regole di comportamento e invertiva cerimoniosamente l’ordine sociale o lo ribaltava in una processione riottosa. Il Carnevale era l’alta stagione in cui l’ilarità, la sessualità e la gioventù si tramutavano in riot e la folla, spesso incorporava la tortura dei gatti nella sua musica grezza. Mentre si beffava un cornuto o qualche altra vittima, i giovani passavano vicino a un gatto, strappandogli i peli per farlo miagolare. Faire Le Chat, si chiamava. I tedeschi lo chiamavano Katzenmusik, un termine forse derivato dai miagolii dei gatti torturati. La tortura degli animali, soprattutto dei gatti, è stata un divertimento popolare in tutta Europa nella prima età moderna. Il potere dei gatti si concentrava sull’aspetto più intimo della vita domestica: il sesso. Le chat, la chatte, le Minet sono modi per indicare in gergo francese la pussy (“fica”) in inglese, sono stati utilizzati per secoli come termini osceni.

Così cosa succede se interpretiamo l’incidente Colonia come una versione contemporanea di faire le chat? Come una ribellione carnevalesca dei perdenti? Non era la semplice voglia di soddisfazione delle voglie sessuali dei giovani – ciò potrebbe essere fatto in modo più discreto, nascosto – ma era soprattutto uno spettacolo pubblico per diffondere la paura e l’umiliazione, di esporre le “fiche” dei tedeschi privilegiati a un’impotenza dolorosa. Non vi è, naturalmente, alcuna redenzione o emancipazione, niente di effettivamente liberatorio, in tale carnevale – ma questo è come funzionano i carnevali veramente.

Questo è il motivo per cui i tentativi ingenui di illuminare gli immigrati (spiegando loro che i nostri costumi sessuali sono diversi, che se una donna cammina in pubblico in minigonna e sorride non significa che sta facendo un invito sessuale, etc.) sono esempi di stupidità mozzafiato – loro sanno cosa facendo e qual è il motivo per cui lo stanno facendo. Essi sono ben consapevoli del fatto che ciò che stanno facendo è estraneo alla nostra cultura dominante, ma lo stanno facendo proprio per ferire la nostra sensibilità. Il compito è quello di cambiare questa posizione di invidia e di aggressività vendicativo, non quello di insegnare loro ciò che già sanno molto bene.

La difficile lezione di tutta questa vicenda è quindi che non è sufficiente a dare semplicemente voce ai diseredati come sono: al fine di mettere in atto l’emancipazione reale, devono essere educati (da altri e da loro stessi) alla loro libertà.

26/02/2015

La nuova frontiera radicale del capitalismo sostenibile

Quasi contestualmente a questa lunga riflessione, in cui il neoministro greco Varoufakis spiega le ragioni della sua adesione e della sua critica al marxismo generalmente inteso, qualche giorno fa usciva un contributo di Slavoj Zizek su Repubblica, teso ad inquadrare politicamente il problema ISIS nello scenario globale. Due spunti profondamente diversi, ma che convergono verso un’identica ipotesi interpretativa della realtà ed un’unica soluzione politica per l’avvenire. Una casualità eccessivamente casuale per non destare interpretazioni – e preoccupazioni – politiche. Sebbene da punti di vista differenti, il ministro descamisado e il filosofo lacaniano confluiscono verso l’idea che il capitalismo vada salvato dalla barbarie, cioè da tutto ciò che si pone fuori dal perimetro liberale. Capitalismo o barbarie, termina la lunga riflessione del ministro greco; allo stesso modo, sebbene non così esplicito, Zizek converge spiegando che solo una tensione stimolante della sinistra radicale può salvare il capitalismo dai suoi eccessi liberisti, riaffermare il liberalismo come metodo politico progressista così da impedire sul nascere degenerazioni alla ISIS. Poco male, la solita fuffa buonista di una certa sinistra salottiera, potremmo liquidarla. Non fosse che Zizek da qualche anno viene percepito come uno dei più rilevanti maitres a penseer della nuova sinistra radicale e anticapitalista, mentre Varoufakis – insieme a Syriza – è visto come possibile leader della sinistra europea. Che due personaggi così rilevanti per il dibattito della sinistra “radicale” affermino senza giri di parole che oggi l’unica alternativa sia stabilizzare il capitalismo salvandolo dai suoi eccessi dovrebbe far preoccupare più di qualcuno. Vent’anni dopo, i nodi teorici della stagione del “bertinottismo” rimangono ancora tutti sul pettine, reiterati da una certa intellettualità descritta come “radicale” ma oggi più che mai completamente inserita nei processi mainstream di orientamento delle opinioni pubbliche.

Sia Varoufakis sia Zizek sembrano dirci che non esiste, almeno al momento, alternativa credibile al capitalismo, dunque l’unico orizzonte entro cui la sinistra può giocarsi un ruolo è quello di stabilizzare il capitalismo stesso e le sue strutture di potere in cui si sostanzia politicamente:
Il nostro compito dovrebbe allora essere duplice: proporre un’analisi dell’attuale stato delle cose che europei non marxisti, benintenzionati, sedotti dalle sirene del neoliberismo, trovino profondo. E dar seguito a tale analisi solida con proposte di stabilizzazione dell’Europa, per porre fine alla spirale verso il basso che, alla fine, rafforza solo i fanatici e incuba l’uovo del serpente. Ironicamente, quelli di noi che aborriscono l’eurozona, hanno il dovere morale di salvarla![…]  Forgiare alleanze con forze reazionarie, come penso dovremmo fare per stabilizzare oggi l’Europa, ci espone al pericolo di diventare cooptati, di perdere il nostro radicalismo a causa della calda luce dell’essere ‘arrivati’ nei corridoi del potere.
Questa la versione greca del pensiero liberale “di sinistra”. In sostanza, se l’alternativa al sistema economico, sociale e culturale dell’occidente capitalista sono le forme di reazione ad esso che in determinate aree del globo si sono sviluppate, meglio tenerci stretto il nostro modello cementificando le strutture su cui si è costruito, provando nel contempo a spostarle a sinistra ma sempre all’interno dello stesso paradigma liberale. Zizek afferma qualcosa di simile su Repubblica:
Abbandonato al proprio destino, il liberalismo va incontro alla propria distruzione – la sola cosa che può salvare i suoi valori fondamentali è il rinnovamento della sinistra. Affinché questa tradizione fondamentale possa sopravvivere, il liberalismo ha bisogno dell’aiuto fraterno della sinistra radicale. Questo è il solo modo di sconfiggere il fondamentalismo, di minare il terreno su cui esso poggia.
In questa sequela di luoghi comuni il filosofo sloveno confonde le lotte anti-coloniali con l’ISIS, arrivando così ad affermare che se le lotte contro il capitalismo sono diventate queste, hanno cioè subito tale processo degenerativo, meglio tenersi stretti i valori del liberalismo occidentale capitalista. Sfugge al filosofo che l’ISIS non costituisce una risposta, per quanto deformata, al colonialismo o all’imperialismo occidentale, ma è un suo diretto prodotto, cioè il frutto maturo delle politiche occidentali nella regione mediorientale. Rafforzare il liberalismo capitalista contro degenerazioni quali ISIS è un controsenso, perché ISIS altro non è che il risultato di quel modello politico economico. Interpretazioni prodotte dalla natura sostanzialmente idealistica dei riferimenti culturali del filosofo sloveno, incapace di guardare al modello produttivo per concentrarsi sulle sue sovrastrutture intellettuali. Compagni, parliamo dei rapporti di produzione! Avrebbe ammonito Brecht dall’alto della sua sapienza rivoluzionaria. E sono proprio questi che scompaiono nel dibattito delle idee promosso da Zizek e compagni, a cui si accoda prontamente anche Varoufakis, peraltro richiestissimo nelle peggiori università del regno liberista.

In ambedue queste espressioni della sinistra europea (ed eurocentrica), risalta la completa sfiducia verso ogni possibile alternativa. La situazione europea, quella cioè di una sinistra marginale, viene elevata a condizione politica globale, quando in realtà in diverse parti del mondo i destini della sinistra di classe non sono affatto inseriti nel solco della sconfitta storica delle sinistre europee. Ma anche limitandoci all’Europa, Varoufakis non coglie lo sviluppo dialettico che ha promosso Syriza al potere. Non è stata la sua camicia senza cravatta o il sorriso di Tsipras a far vincere le elezioni in Grecia, quanto un quinquennio di radicali lotte di classe che hanno spostato a sinistra lo scenario politico ellenico, costruito quelle basi su cui sperimentare l’avventura elettorale. Syriza ha avuto il merito di aver saputo coagulare e sintetizzare tale processo dinamico, ma appena vinte le elezioni ha creduto di essere autosufficiente, autonoma dai processi reali che l’hanno portata al potere politico. Convinta di poter trattare tra pari solo per un’affermazione elettorale, si è scontrata col potere, quello vero, a cui sono bastate due settimane per rimettere in riga il monello greco mandando un messaggio a tutta Europa ma anche a noi: non è per via elettorale che si cambia l’esistente, tantomeno qualche accordo finanziario. Compagni, parliamo dei rapporti di produzione, non della camicia di Tsipras.

Varoufakis, cavalcando un certo “pessimismo delle volontà”, non rileva peraltro che sono state proprio le lotte rivoluzionarie greche ad aver impresso al corso della storia politica del paese una svolta, malamente gestita in questo mese dal governo Syriza. Insomma, proprio la Grecia dimostra che l’alternativa è potenzialmente possibile, alla faccia di Varoufakis, Zizek e compagnia contando. Certo, insieme alle lotte, servirebbe un “Lenin” capace di cogliere l’occasione, moltiplicando la forza della piazza con il coraggio delle scelte politiche. L’incapacità di una classe politica viene fatta passare per impossibilità di modificare l’esistente, quando in realtà in Grecia si è verificato il contrario: una concreta possibilità di modificare l’esistente dilapidata da organizzazioni di sinistra – in primo luogo il KKE – ancorate a modelli inservibili di azione politica. Ma è qui che si situa l’errore storico delle sinistre europee, non nell’impossibilità, dell’assenza di alternativa, del “capitalismo o barbarie”. Sebbene ambedue i pensatori qui ricordati sembrerebbero prendere le distanze da un certo determinismo positivista, ricadono nel più trito dei determinismi storici, quello per cui la situazione è immodificabile quindi tanto vale adeguarsi. Ma senza prospettiva rivoluzionaria non esiste possibilità riformista, e la vicenda greca di queste settimane sta qui, per l’ennesima volta, a dimostrarlo.