Sabato 25 giugno, due uomini di 29 e 36 anni sono stati fermati dalle forze dell’ordine mentre tentavano una rapina alla “piattaforma ecologica” (la discarica) di Besana in Brianza.
I rapinatori sono stati denunciati a piede libero per Tentato Furto in Concorso. Non si tratta di un caso isolato. Le forze dell’ordine registrano un incremento di questi episodi.
Le Discariche attirano più degli sportelli bancari. Forse i rapinatori comuni nostrani non hanno il know-how per attaccare le banche e gli uffici postali, dove i soldi sono stati materializzati in codici cifrati e blockchain.
Oppure, visto che i corsi delle valute, sia di quelle statali, sia di quelle del libero scambio, puntano verso la spazzatura, i rapinatori hanno creduto bene di anticipare i tempi appostandosi in una location di maggiore appeal.
Ora, se la marcia delle valute verso il Trash avanza del 10% all’anno, dopo 10 anni – quando la spazzatura avrà raggiunto il 100% – ci si dovrà pur fare qualcosa.
Nel 1962, Rachel Carson, in tre puntate, pubblica su The New Yorker, Silent Spring, dove vengono descritti gli effetti del DDT sui tessuti animali (compreso quello umano), ed è generalmente considerato il testo che ha dato il via al movimento ambientalista negli Stati Uniti.
Donald Barthelme, che scriveva regolarmente sulla stessa rivista, e che dunque conosceva il testo di Carson, propose, già nel 1962, non solo una stringente critica del nascente movimento ecologista, ma anche una soluzione – soluzione elaborata (hegelianamente) con strumenti matematici altrettanto Trash – giusto per sottolineare che non ci può essere differenza tra mezzo e messaggio, tra strumento e contenuto, tra metodo e oggetto scientifico, e che il DDT (la soluzione) è peggio del male (il pidocchio), che tutto ciò che viene usato per eliminare la spazzatura dal mondo (i pidocchi) crea altra spazzatura (il grano contaminato), eccetera.
Di spazzatura ed ecologia di recente si è occupato anche il filosofo Žižek. In un articolo pubblicato sul Guardian la settimana scorsa se la prende con i pacifisti, con i sovranisti, con John Lennon e Imagine, e con tutti coloro che, a tempo scaduto, credono che ci si possa schierare a destra o a sinistra del fronte Ucraino.
Quello che dice Zizek, e che diceva già Barthelme, è che non c’è più fronte, che il capitalismo abolisce le frontiere tra amici e nemici.
Non ci sono vincitori e vinti, non ci sono signori e servi, sovrani e sudditi, imperi del male e colonie, e non ci sono perché, dice Žižek, siamo tutti perseguitati (we are all haunted) dalle stesse catastrofi. Siamo tutti sotto schiaffo di un potere più forte.
Di più: per il mondo intero, dice Zizek, oggi si aggira un nuovo fantasma (haunt). Un nuovo spettro ossessione l’Europa e unifica il globo, e non è la spettro del comunismo, non sono i proletari uniti o i partiti comunisti internazionalisti.
Niente universalismo socialista.
Siamo tutti nel mezzo – gettati, situati – effetti di un Dio (la Natura) che si nega. Né sovrani né conquistati. Insistere di fronte alle discariche in fiamme che surriscaldano il mondo è pura follia, dice Žižek.
Abbiamo raggiunto il 100%. Ecco la verità di una matematica Trash, di una filosofia Trash, di un mondo diventato tutto spazzatura.
Il fatto è che non siamo nel 1962, l’anno della piena occupazione e del consumismo, e non siamo nemmeno nel 1992, anno in cui Tarantino inizia a scrivere l’epitaffio (Pulp Fiction) del Trash.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/07/2022
17/01/2017
Il confronto col populismo secondo Slavoj Zizek
Scrive Zizek, ieri sul Corriere della Sera: “Donald
Trump è un sintomo di Hillary Clinton, nel senso che l’incapacità del
partito democratico di svoltare a sinistra ha creato lo spazio occupato
da Trump”. E’ una verità generale, riproducibile negli Usa come in
Europa: l’affermazione delle forze populiste non è avvenuta “a scapito”
delle sinistre, ma per mano di queste, del loro fallimento, delle
macerie che hanno lasciato nella rappresentanza degli interessi
popolari. Il dilemma Donald Trump (dei Donald Trump di tutto il mondo,
da Le Pen a Grillo) si risolve non accanendosi contro il sintomo, ma
svelandone le cause.
Ancora Zizek: “Trump promette negli Usa quel che nessuno, a sinistra, si sognerebbe di proporre: mille miliardi di dollari di grandi lavori pubblici per aumentare l’impiego”. Ancora una verità generalizzabile: è il populismo che promette resistenza alla globalizzazione liberista. Cosa promettono le sinistre, che Zizek limita a quelle “moderate” e “liberali”, ma che noi estendiamo anche a gran parte di quelle radicali? Promettono accomodamento progressista ai fenomeni globalizzanti: dall’Unione europea all’abbattimento di ogni forma di frontiera, dal dissolvimento degli Stati nazionali all’Erasmus per tutti.
Prosegue il filosofo sloveno: “La sinistra liberale ufficiale è la migliore esecutrice delle politiche di austerità, anche se conserva il suo carattere progressista nelle nuove lotte sociali antirazziste e antisessiste; dall’altra parte, la destra conservatrice, religiosa e anti-immigrazione è l’unica forza politica a proporre ingenti trasferimenti sociali e a sostenere seriamente i lavoratori […] Per fare un minimo di politica di sinistra, per lo meno in un senso tradizionale, bisogna essere nazionalisti di destra, e per perseguire le politiche di austerità bisogna essere moderati di sinistra”. Il ghigno dell’élite intellettuale, giornalistica, politica, universitaria, che bacchetta dai propri troni culturali quel popolo rozzo che escogita false soluzioni di destra ai propri problemi sociali, talvolta addirittura negati (“sono i contadini ricchi e bifolchi che hanno votato per la Brexit”, “è il suprematista bianco che vota per Trump”), non fa che rafforzare il giudizio (che non è un pre-giudizio, ma un vero e proprio giudizio post-festum) di quel popolo sulla sinistra, intesa nel suo complesso. “Proprio poiché la recente esplosione del populismo di destra è il sintomo del fallimento della sinistra liberale odierna, il nostro compito non può limitarsi a combattere Trump e Le Pen. Se lo facessimo, perseguiremmo quella che in medicina si chiama “remissione sintomatica”: sei ammalato, l’effetto è che provi dolore, prendi gli antidolorifici ma la malattia è sempre lì. Le critiche a Trump non sono che cure sintomatiche: il vero compito è analizzare che cosa non ha funzionato nella sinistra moderata e liberale”. Troppo facile cavarsela con la condanna di quelle sinistre à la Pd. Il problema è in noi, non fuori da noi. Sono le sequela di posizioni falsamente progressiste prodotte in questi decenni: da un cosmopolitismo di maniera in linea con la globalizzazione, alle proposte sociali che aggiravano la contraddizione tra capitale e lavoro, da una “controcultura” che si è trasformata in sotto-cultura e in vera e propria anti-cultura per élite benestanti, all’assenza di prospettive generali. “Abbiamo bisogno di superare l’ossessione della sinistra per l’autorganizzazione locale e la relazione diretta con la base in direzione di una più efficiente e ampia organizzazione a livello statale e sovrastatale”. Serve una prospettiva generale, delle soluzioni globali, una visione complessiva e unitaria del presente, che disarticoli il localismo minoritario, l’ideologia del “quartierismo” entro cui vengono percepiti i problemi del mondo e da cui se ne pensano incredibili soluzioni.
Zizek è quanto di più lontano possa esserci dal nostro pensiero. Non a caso le soluzioni che prospetta alla fine di questo ragionamento ribadiscono i motivi della reciproca differenza, ricadono in quel velleitarismo progressista in fin dei conti innocuo perché incomprensibile alle masse. Per anni è stato uno dei pensatori più citati da certo pensiero radical. Forse proprio per questo, certe sue riflessioni possono raggiungere più profondità nel dibattito nella sinistra radicale. O forse no, ritrovandosi relegato tra il pensiero rossobruno e quello sovranista entro cui si suole confinare ogni forma di pensiero non in linea coi dettami del progressismo radical. Eppure la riflessione sul populismo non potrà limitarsi alla denuncia della sinistra liberal. Dovrà, prima o poi, fare i conti con la nostra sinistra, che condivide parte del problema della nascita di questo fenomeno politico.
Fonte
Ancora Zizek: “Trump promette negli Usa quel che nessuno, a sinistra, si sognerebbe di proporre: mille miliardi di dollari di grandi lavori pubblici per aumentare l’impiego”. Ancora una verità generalizzabile: è il populismo che promette resistenza alla globalizzazione liberista. Cosa promettono le sinistre, che Zizek limita a quelle “moderate” e “liberali”, ma che noi estendiamo anche a gran parte di quelle radicali? Promettono accomodamento progressista ai fenomeni globalizzanti: dall’Unione europea all’abbattimento di ogni forma di frontiera, dal dissolvimento degli Stati nazionali all’Erasmus per tutti.
Prosegue il filosofo sloveno: “La sinistra liberale ufficiale è la migliore esecutrice delle politiche di austerità, anche se conserva il suo carattere progressista nelle nuove lotte sociali antirazziste e antisessiste; dall’altra parte, la destra conservatrice, religiosa e anti-immigrazione è l’unica forza politica a proporre ingenti trasferimenti sociali e a sostenere seriamente i lavoratori […] Per fare un minimo di politica di sinistra, per lo meno in un senso tradizionale, bisogna essere nazionalisti di destra, e per perseguire le politiche di austerità bisogna essere moderati di sinistra”. Il ghigno dell’élite intellettuale, giornalistica, politica, universitaria, che bacchetta dai propri troni culturali quel popolo rozzo che escogita false soluzioni di destra ai propri problemi sociali, talvolta addirittura negati (“sono i contadini ricchi e bifolchi che hanno votato per la Brexit”, “è il suprematista bianco che vota per Trump”), non fa che rafforzare il giudizio (che non è un pre-giudizio, ma un vero e proprio giudizio post-festum) di quel popolo sulla sinistra, intesa nel suo complesso. “Proprio poiché la recente esplosione del populismo di destra è il sintomo del fallimento della sinistra liberale odierna, il nostro compito non può limitarsi a combattere Trump e Le Pen. Se lo facessimo, perseguiremmo quella che in medicina si chiama “remissione sintomatica”: sei ammalato, l’effetto è che provi dolore, prendi gli antidolorifici ma la malattia è sempre lì. Le critiche a Trump non sono che cure sintomatiche: il vero compito è analizzare che cosa non ha funzionato nella sinistra moderata e liberale”. Troppo facile cavarsela con la condanna di quelle sinistre à la Pd. Il problema è in noi, non fuori da noi. Sono le sequela di posizioni falsamente progressiste prodotte in questi decenni: da un cosmopolitismo di maniera in linea con la globalizzazione, alle proposte sociali che aggiravano la contraddizione tra capitale e lavoro, da una “controcultura” che si è trasformata in sotto-cultura e in vera e propria anti-cultura per élite benestanti, all’assenza di prospettive generali. “Abbiamo bisogno di superare l’ossessione della sinistra per l’autorganizzazione locale e la relazione diretta con la base in direzione di una più efficiente e ampia organizzazione a livello statale e sovrastatale”. Serve una prospettiva generale, delle soluzioni globali, una visione complessiva e unitaria del presente, che disarticoli il localismo minoritario, l’ideologia del “quartierismo” entro cui vengono percepiti i problemi del mondo e da cui se ne pensano incredibili soluzioni.
Zizek è quanto di più lontano possa esserci dal nostro pensiero. Non a caso le soluzioni che prospetta alla fine di questo ragionamento ribadiscono i motivi della reciproca differenza, ricadono in quel velleitarismo progressista in fin dei conti innocuo perché incomprensibile alle masse. Per anni è stato uno dei pensatori più citati da certo pensiero radical. Forse proprio per questo, certe sue riflessioni possono raggiungere più profondità nel dibattito nella sinistra radicale. O forse no, ritrovandosi relegato tra il pensiero rossobruno e quello sovranista entro cui si suole confinare ogni forma di pensiero non in linea coi dettami del progressismo radical. Eppure la riflessione sul populismo non potrà limitarsi alla denuncia della sinistra liberal. Dovrà, prima o poi, fare i conti con la nostra sinistra, che condivide parte del problema della nascita di questo fenomeno politico.
Fonte
18/03/2016
La deriva culturalista della questione migrante: Zizek e il fardello dell’uomo bianco
A gennaio è uscito un interessante articolo
del filosofo sloveno Slavoj Zizek sui fatti di Colonia nella notte di
Capodanno. Interessante non perché condivisibile, ma perché illustra
bene tutti i cliché mentali di una certa sinistra, radicale ma
anti-marxista. Ci sembra importante tornare sull’argomento perché il
testo di Zizek ha carattere generale, parte dai fatti di Colonia per
allargare lo spettro e affrontare di petto la questione migrante. E’ il
risultato di un ragionamento di lungo(?) periodo, e siccome Zizek è uno
dei punti di riferimento intellettuale della sinistra di cui sopra, ha
senso rifletterci sopra.
Per Zizek i fatti di Colonia costituirebbero la rappresentazione
oscena-carnevalesca dell’invidia migrante nei confronti del tenore di
vita occidentale. Un tenore di vita al quale loro aspirerebbero e che,
frustrati dall’impossibile raggiungimento, scatena pulsioni individuali e
sociali di invidia e di odio. “L’islamo-fascismo” non sarebbe altro che
la materializzazione sociale di questa invidia, di società che
vorrebbero adeguarsi agli standard di vita dei paesi occidentali (o
almeno competere su di un piano di parità) e non ci riescono, generando
forme di reazione autoritaria, pre-moderna, religiosa, in altre parole
forme aggiornate di fascismo, che altro non sarebbero che la
concretizzazione politica di questo odio. Per leggere interamente il
ragionamento di Zizek rimandiamo comunque alla sua versione originale e,
in calce a questo articolo, alla nostra traduzione. Ne consigliamo
vivamente la lettura, per comprendere la natura dei problemi e delle
contraddizioni da lui sollevati.
Il ragionamento di Zizek è apparentemente di buon senso (almeno: di
buon senso per una sinistra radicale). Fornire strumenti interpretativi
che vadano oltre il mainstream, dare una chiave di lettura che
indaghi sulle origini del problema e che non si fermi alla superficie
delle cose. Quello che invece non pare immediatamente comprensibile è
che Zizek utilizza, riformulandola, la stessa chiave interpretativa
liberale (di cui è stato, fino al 2002, un maitre a penseer):
il fenomeno migrante è generato dall’invidia, da gente che affronta
l’odissea con la speranza di arricchirsi. L’analisi di Zizek è confinata
al recinto culturalista e psicologico della vicenda, esattamente come
quella liberale.
Perché? In buon sostanza, perché l’analisi è
profondamente anti-materialista, ragiona sugli eventi partendo dagli
effetti e interpretando culturalmente tutta la vicenda. Le tare del
ragionamento sono infilate di passaggio, apparentemente innocue o,
peggio ancora, date per ovvie. Ad esempio questo frammento:
“L’ideologia della classe media occidentale[…]è ossessionata dalla paura che i suoi domini limitati possano essere invasi da miliardi di stranieri, che non hanno valore nel capitalismo globale perché essi non producono merci né le consumano”.
Questo approccio capovolge completamente la questione e smaschera le premesse e gli obiettivi del filosofo sloveno. Anzitutto, non è la classe media, intesa
come massa informe di “benestanti”, che determina alcunché della
questione migrante e della sua reazione nelle società occidentali. Non è
la “classe media” che ha prodotto un ventennio di guerre imperialiste
nella regione mediorientale; non è la classe media che determina le
strategie espansive o invasive della Nato; e soprattutto, non è la
classe media al potere nei governi occidentali, ma una forma di
capitalismo transnazionale globalizzato, che va abolendo ogni forma di
supposta “medietà” sociale. In secondo luogo, i migranti hanno un valore economico strategico decisivo nell’attuale
proiezione del capitalismo transnazionale. Sono forza lavoro
sottomessa, non pagata, senza diritti, schiavizzata, e soprattutto, ancora senza organizzazione e
quindi perfettamente malleabile agli interessi del capitale
occidentale. Dire che i migranti “non hanno valore perché non producono
né consumano” è la più grande fesseria anti-materialista che possa
essere pensata. E’ pensiero à la page, ovvietà pacificante che leggiamo tutti i giorni su Corriere o Repubblica: è,
insomma, pensiero generalista, e della peggior specie: quello
“illuminato”. I migranti producono tanto e più degli italiani, ma
soprattutto lo fanno a minor costo delle popolazioni autoctone
(sebbene questo dato stia cambiando, adeguando le condizioni di vita
degli europei lavoratori a quelle del migrante). I migranti
costituiscono esattamente la risposta capitalista alla crisi di
produttività, che vorrebbe essere aggirata producendo costantemente
aumenti di produttività attraverso la leva migrante. C’è però un altro
passaggio che illumina sulle prospettive di Zizek, ed è questo:
“L’espressione più chiara del “desiderio di Occidente” sono gli immigrati rifugiati: il loro desiderio non è rivoluzionario, è il desiderio di lasciarsi dietro il loro paese devastato e raggiungere la terra promessa dell’Occidente sviluppato (quelli che rimangono in patria provano a creare delle copie della prosperità occidentale, come nelle parti “modernizzate” delle metropoli del terzo mondo, a Luanda, a Lagos, etc. con le caffetterie che vendono cappuccini, centri commerciali, ecc.).”
Anche in questo caso stiamo di fronte al più classico dei
capovolgimenti della realtà fattuale. I migranti “fuggono” dalle loro
terre (non solo dalla Siria), perché vittime di un ventennio di guerre,
direttamente organizzate dalla Nato o portate avanti per procura (le proxy wars).
Non c’è alcun “desiderio” di imitazione occidentale nelle motivazioni
*originarie* e *implicite* del fenomeno migrante *nel suo complesso*, ma
un rapporto causa-effetto tra politiche liberiste e gli effetti
collaterali da queste prodotte (che significa anche desertificazione
industriale e impoverimento costante). Il motivo economico della fuga
dalla povertà, spinta propulsiva di ogni forma di migrazione, non ha
nulla a che fare con presunte “invidie degli stili di vita occidentali”,
e molto con la propria sopravvivenza. Se si elimina la radice del
problema, è chiaro che poi l’interpretazione non può essere altro che
quella neocon dello scontro di civiltà, cioè del confronto
ideale tra società ontologicamente differenti e irriducibili.
Interpretazione camuffata dal “desiderio” di denaro, ma che nel proseguo
dell’articolo viene evidenziata come distanza culturale:
“Questo è il motivo per cui i tentativi ingenui di illuminare gli immigrati (spiegando loro che i nostri costumi sessuali sono diversi, che se una donna cammina in pubblico in minigonna e sorride non significa che sta facendo un invito sessuale, etc.) sono esempi di stupidità mozzafiato – loro sanno cosa stanno facendo e qual è il motivo per cui lo stanno facendo. Essi sono ben consapevoli del fatto che ciò che stanno facendo è estraneo alla nostra cultura dominante, ma lo stanno facendo proprio per ferire la nostra sensibilità. Il compito è quello di cambiare questa posizione di invidia e di aggressività vendicativa, non quello di insegnare loro ciò che già sanno molto bene.”
La soluzione che il lungo ragionamento produce è a questo punto
coerente, persino troppo, e in questo senso va dato atto al filosofo
sloveno di non mascherare le sue intenzioni attraverso camouflage intellettuali utili a farsi “accogliere” dalle sinistre radical:
“La difficile lezione di tutta questa vicenda è quindi che non è sufficiente a dare semplicemente voce ai diseredati come sono: al fine di mettere in atto l’emancipazione reale, devono essere educati (da altri e da loro stessi) alla loro libertà.”
Al di là dell’orrendo termine – educare – che sottintende un concetto
ancora peggiore, quello per cui l’emancipazione si fonda
sull’educazione – roba che neanche nell’Ottocento – il significato è
però allarmante: chi dovrebbe educare questi migranti? E a quali valori
dovrebbero essere educati? Se si rilegge attentamente il testo (e altri
scritti di Zizek), analizzando i suoi presupposti impliciti, educazione
significa accoglimento dei “valori occidentali”, deprecabili ma
infinitamente meglio di quelli arabi fondamentalisti perché posti più
sopra nella scala di sviluppo storico. Quantomeno “noi” rispettiamo le
donne, sembrerebbe dirci il filosofo; quantomeno noi la fase di
“fascistizzazione” (altra categoria neocon: l’islamo-fascismo,
assunta come ovvia da Zizek) l’abbiamo combattuta e (forse) superata. Se
il piano interpretativo si ferma alla questione culturale, saremmo
anche tentati di dare ragione al filosofo, ma visto che la vicenda va
analizzata nei suoi presupposti economici e politici che la producono, tutto il
ragionamento fatto da Slavoj Zizek contribuisce alla sedimentazione del
pensiero dominante attuale: il pensiero reazionario della superiorità
culturale dell’occidente.
*****
Gli assalti di Colonia sono una versione oscena del Carnevale
I recenti assalti sessuali di Colonia sono un attacco deliberato ai valori occidentali e al senso del pudore della classe media?
Chi sono gli “hateful eight” dell’omonimo film di Tarantino? L’INTERO
gruppo di partecipanti – soldati dell’Unione neri e bianchi razzisti,
uomini e donne, magistrati e criminali – in media sono tutti ugualmente
brutali e vendicativi. Il momento più imbarazzante del film capita
quando l’ufficiale nero (interpretato dall’eccellente Samuel L. Jackson)
racconta nel dettaglio e con evidente piacere a un vecchio generale
della Confederazione come ne ha ucciso il figlio razzista, che era
responsabile della morte di molti neri. Dopo averlo costretto a marciare
nudo nel vento gelido, Jackson promette al ragazzo bianco che sta
morendo di freddo che gli avrebbe dato una coperta tiepida se gli avesse
praticato un rapporto orale, ma dopo che il ragazzo lo fa, Jackson
rinnega le sue promesse e lo lascia morire. Cosi non ci sono buoni nella
lotta contro il razzismo – tutti loro sono coinvolti in essa con la
massima brutalità. E la lezione dei recenti assalti sessuali di Colonia
non è stranamente simile alla lezione del film? Anche se (la maggior
parte de) i rifugiati sono effettivamente vittime in fuga da paesi in
rovina, ciò non gli impedisce di comportarsi in modo deprecabile. Noi
tendiamo a dimenticare che non c’è alcuna redenzione nella sofferenza:
essere una vittima e stare nel fondo della scala sociale non ti rende
una voce di moralità e di giustizia da privilegiare.
Ma questa intuizione generale non è sufficiente – si deve guardare da
vicino la situazione da cui si è generato l’incidente di Colonia. Nella
sua analisi della situazione mondiale dopo gli attacchi di Parigi,
Alain Badiou riconosce tre tipi predominanti di soggettività nel
capitalismo global odierno: la soggettività liberal-democratica della
classe media “civilizzata” occidentale; quelli posti al di fuori del
possesso occidentale dal “desiderio d’Occidente”, che cercano di imitare
disperatamente lo stile di vita “civilizzato” delle classi medie
occidentali; e i nichilisti fascisti, quelli la cui invidia
dell’Occidente si trasforma in un odio autodistruttivo mortale. Badiou
chiarisce che ciò che i media chiamano “radicalizzazione” del mondo
islamico non è altro che una pura e semplice fascistizzazione: “Questo
fascismo è il rovescio del desiderio frustrato nei confronti
dell’Occidente che è organizzato in un modo più o meno militare seguendo
il modello flessibile delle bande mafiose e con una coloritura
ideologica variabile dove il posto occupato dalla religione è puramente
formale”.
L’ideologia della classe media occidentale ha due caratteristiche
opposte: mostra arroganza e afferma la superiorità dei suoi valori (i
diritti umani universali e le libertà minacciati dai barbari stranieri),
ma, contemporaneamente, è ossessionata dalla paura che i suoi domini
limitati possano essere invasi da miliardi di stranieri, che non hanno
valore nel capitalismo globale perché essi non producono merci né le
consumano. La paura di questi membri della classe media è che gli
stranieri possano unirsi agli esclusi.
L’espressione più chiara del “desiderio di Occidente” sono gli
immigrati rifugiati: il loro desiderio non è rivoluzionario, è il
desiderio di lasciarsi dietro il loro paese devastato e raggiungere la
terra promessa dell’Occidente sviluppato (quelli che rimangono in patria
provano a creare delle copie della prosperità occidentale, come nelle
parti “modernizzate” delle metropoli del terzo mondo, a Luanda, a Lagos,
etc. con le caffetterie che vendono cappuccini, centri commerciali,
ecc.).
Ma dal momento che, per la maggior parte di coloro che lo hanno,
questo desiderio non può essere soddisfatto, una delle opzioni che
rimangono è rivolgersi al nichilismo: la frustrazione e l’invidia si
radicalizzano in un odio omicida e auto-distruttivo contro l’occidente, e
le persone vengono coinvolte in forme violente di vendetta. Badiou
proclama questa violenza come una pura espressione della pulsione alla
morte, una violenza che può solo culminare in atti orgiastici
(auto)distruttivi, senza una seria visione di una società alternativa.
Badiou ha ragione a evidenziare che non vi sia alcun potenziale di
emancipazione nella violenza fondamentalista, per quanto
anti-capitalista essa dichiari di essere: si tratta un fenomeno
strettamente connesso all’universo capitalista globale, il suo “fantasma
nascosto”. Il fatto fondamentale del fondamentalismo fascista è
l’invidia. Il fondamentalismo rimane radicato nel desiderio di Occidente
all’interno dello stesso odio per l’Occidente. Abbiamo qui a che fare
con l’abituale rovesciamento del desiderio frustrato in aggressività
descritto dagli psicoanalisti, e l’Islam fornisce solo la forma su cui
basare questo odio (auto)distruttivo. Questo potenziale distruttivo
dell’invidia è alla base della nota distinzione di Rousseau tra egoismo,
amour-de-soi (cioè il naturale amore per se stessi) e l’amour-propre,
la forma distorta che preferisce se stesso agli altri nella quale una
persona si concentra non sul raggiungimento di un obiettivo, ma nella
distruzione degli ostacoli sulla strada di esso: “Le passioni
primitive, che tendevano direttamente alla nostra felicità, ci facevano
trattare solo con gli oggetti ad esse relative, e il cui principio era
solo l’amor-de-soi, sono tutte nella loro essenza amabili e
tenere; tuttavia, quando sono allontanate dai loro oggetti da alcuni
ostacoli, esse sono più occupate dagli ostacoli di cui cercano di
sbarazzarsi, che con gli oggetti che esse provano a raggiungere, esse
cambiano la loro natura e diventano piene di ira e di odio. Questo è il
modo in cui l’amor-de-soi, che è un sentimento nobile e assoluto, diventa amour-propre,
cioè un sentimento relativo per mezzo del quale ci si confronta, un
sentimento che richiede preferenze, di cui il godimento è puramente
negativo e che non si sforza di trovare soddisfazione nel proprio
benessere, ma solo nella sfortuna altrui”.
Una persona cattiva non è dunque un egoista “che pensa solo ai propri interessi”.
Un vero egoista è troppo occupato a prendersi cura del proprio bene per
avere il tempo per causare le disgrazie degli altri. Il vizio primario
di una persona cattiva è che essa si occupa più degli altri che di se
stessa. Rousseau sta descrivendo un preciso meccanismo di libido:
l’inversione che genera lo spostamento dell’investimento libidico
dall’oggetto all’ostacolo stesso. Ciò potrebbe essere applicato alla
violenza fondamentalista – sia agli attacchi terroristici di Oklahoma
sia agli attacchi alle Torri gemelle. In entrambi i casi, noi abbiamo a
che fare con odio puro e semplice: la distruzione dell’ostacolo,
l’Oklahoma City Federal Building o le Torri gemelle, era quello che
interessava veramente, non raggiungere l’obiettivo nobile di una società
veramente cristiana o musulmana.
Tale fascistizzazione può esercitare una certa attrazione al giovane
immigrato frustrato che non riesce a trovare il suo posto nelle società
occidentali o una prospettiva con la quale identificarsi – la
fascistizzazione gli offre una via di uscita facile alle loro
frustrazioni: una movimentata vita rischiosa si maschera da sacrificale
dedizione religiosa, a cui si aggiunge la soddisfazione materiale
(sesso, auto, armi…). Non bisogna dimenticare che lo Stato Islamico è
anche una grande compagnia commerciale mafiosa che vende petrolio,
antiche statue, cotone, armi e donne schiave, “un miscuglio di proposizioni fatalmente eroiche e, contemporaneamente, di corruzione occidentale attraverso le merci”.
Va da sé che questa violenza fondamentalista-fascista è solo uno dei
modi attraverso cui si esprime la violenza che appartiene al capitalismo
globale, e che si dovrebbe tenere a mente non solo le forme di violenza
fondamentalista negli stessi paesi occidentali (populismo
anti-immigrati, ecc.), ma soprattutto la violenza sistematica del
capitalismo stesso, a partire dalle conseguenze catastrofiche
dell’economia globale per finire con la lunga storia di interventi
militari. Il fascismo-islamico è un fenomeno profondamente reattivo nel
senso nietzschiano del termine, un’espressione di impotenza convertito
in rabbia autodistruttiva.
Pur concordando con le linee di fondo della analisi di Badiou, trovo
tre delle sue affermazioni problematiche. In primo luogo, la riduzione
della religione, la forma religiosa del nichilismo fascista, a
caratteristica superficiale secondaria: “La religione è solo un
abito, non è in alcun modo il cuore della questione, ma solo una forma
di soggettivazione, non è il vero contenuto della cosa“. Badiou ha
completamente ragione ad affermare che la ricerca delle radici
dell’odierno terrorismo islamico negli antichi testi religiosi (la
storia che “è tutto già nel Corano”) sia fuorviante: si
dovrebbe invece concentrarsi sul capitalismo globale di oggi e concepire
islamo-fascismo come uno dei modi di reagire al suo richiamo
convertendo l’invidia in odio. Ma, da un punto di vista critico, la
religione non è sempre un abito, piuttosto che il nocciolo della
questione? La religione non è sempre nel suo nucleo centrale una “forma
di soggettivizzazione” della situazione delle persone? E questo non
implica che l’abito E’ in un certo senso il “nocciolo della questione”,
il modo in cui gli individui vivono la loro situazione – non è possibile
per loro di fare un passo indietro e vedere in qualche modo al di fuori
come le cose “sono davvero” …? Allora, la troppo frettolosa
identificazione dei rifugiati e dei migranti con un “proletariato
nomade”, una “avanguardia virtuale della gigantesca massa delle persone
la cui esistenza non viene conteggiato inclusa nel mondo così come è”. I
migranti (almeno per la maggior parte) non sono quelli più fortemente
posseduti dal “desiderio di occidente”, più fortemente in balia
dell’ideologia dominante? Infine, l’ingenuo pretende che dovremmo: “Andare
a vedere chi è questo altro del quale parliamo, chi siano in realtà.
Dobbiamo raccogliere i loro pensieri, le loro idee, la loro visione
delle cose, e inscrivere loro, e noi stessi allo stesso tempo, in una
visione strategica del destino dell’umanità”.
Facile a dirsi, difficile a farsi. Questo altro è, come lo stesso
Badiou afferma, del tutto disorientato, posseduto dai sentimenti opposti
dell’invidia e dell’odio, un odio che alla fine esprime il proprio
desiderio represso per l’Occidente (che è il motivo per cui l’odio si
trasforma in un auto-distruzione). Fa parte di una metafisica umanistica
ingenua presupporre che sotto questo circolo vizioso fatto di
desiderio, invidia e odio, vi sia un nucleo umano “più profondo” di
solidarietà globale. Abbondano le storie di come, tra i profughi, molti
siriani costituiscano un’eccezione: nei campi di transizione hanno
pulito la sporcizia che producono, si comportano in modo educato e
rispettoso, molti di loro sono ben istruiti e parlano inglese, spesso
addirittura pagano per quello che consumano … insomma, sentiamo che essi
sono come noi, le nostre classi medie istruite e civili.
È frequente affermare che i rifugiati violenti rappresentano una
minoranza, e che la grande maggioranza ha un profondo rispetto per le
donne … tutto ciò è certamente vero, ma si dovrebbe comunque lanciare
uno sguardo più da vicino alla struttura di questa affermazione: che
tipo di donna è “rispettata”, e cosa ci si aspetta da lei? Che cosa
succede se una donna è “rispettata” nella misura in cui (e solo nella
misura in cui) incarna l’ideale di un servo docile e fedele che svolge
le faccende di casa, così che il suo uomo abbia il diritto di esplodere
in rabbia se lei “diventa virale” e agisce in piena autonomia?
I nostri media di solito fanno una distinzione tra i rifugiati
“civili” della classe media e i rifugiati “barbari” delle classi
inferiori che rubano, molestano le nostre concittadine, si comportano
con violenza verso le donne, defecano in pubblico … Invece di bollare
tutta questa propaganda come razzista, si dovrebbe avere il coraggio di
trovare un momento di verità in essa: la brutalità, compresa la crudeltà
estrema verso i deboli, gli animali, le donne, ecc., è una
caratteristica tradizionale delle “classi inferiori”; una delle loro
strategie di resistenza a chi comanda è sempre stata quella di mettere
in mostra una terrificante brutalità volta a disturbare il senso
borghese della pudore. E si è tentati di leggere in questo modo anche
ciò che è accaduto la notte di Capodanno a Colonia –, cioè come un
osceno carnevale delle classi inferiori: “La polizia tedesca sta
indagando le denunce di decine di donne che sono state aggredite
sessualmente e molestate nel centro di Colonia durante le celebrazioni
di Capodanno, in quella che un ministro ha definito ‘una dimensione
completamente nuova del crimine’. Secondo la polizia, i presunti
responsabili degli assalti sessuali e di numerose rapine erano di
origine araba e nordafricana. Oltre 100 denunce sono state depositate
alla polizia, un terzo delle quali sono legate a molestie sessuale. Il
centro della città si è trasformato in una ‘zona senza legge’: si
ritiene che dietro agli attacchi contro la festa nel centro della città
tedesca occidentale vi siano stati tra 500 e 1000 uomini descritti come
ubriaco e aggressivo. Se stessero agendo come un gruppo unico o in bande
distinte rimane poco chiaro. Le donne hanno riferito di essere state
circondate in modo stretto da gruppi di uomini che le hanno molestate e
aggredito li. Alcune persone lanciavano fuochi d’artificio tra la folla,
sommandosi al caos. Una delle vittime era stata violentata. Una
poliziotta volontaria è tra coloro che ha detto di essere stato
violentate”.
Come previsto, l’incidente sta montando: ora oltre 500 denunce sono
state depositate da donne su incidenti simili in altre città tedesche (e
in Svezia). Ci sono indizi che gli attacchi siano stati coordinati in
anticipo, a cui si sommando i barbari “difensori dell’Occidente
civilizzato” dell’estrema destra anti-immigrati che stanno reagendo con
attacchi contro gli immigrati, che rischiano di dare inizio a una
spirale di violenza… E, come previsto, la sinistra liberale
politicamente corretta ha mobilitato le proprie risorse per minimizzare
l’incidente, come aveva fatto nel caso di Rotherham.
Ma c’è di più, molto di più, oltre esso: il carnevale di Colonia deve
essere posizionato nella lunga serie di eventi il cui primo caso
registrato risale alla Parigi del 1730, con il cosiddetto “Grande
massacro dei gatti” descritto da Robert Darnton, quando un gruppo di
apprendisti di una stamperia torturò e uccise ritualmente tutti i gatti
che trovarono, tra cui l’animale domestico della moglie del loro
padrone. Gli apprendisti erano trattati letteralmente peggio dei gatti
adorati dalla moglie del padrone, in particolare della grise
(La grigia), la sua preferita. Una notte i ragazzi decisero di
raddrizzare questo stato di cose ingiusto: scaricarono sacchi pieni di
gatti mezzi morti nel cortile e poi li infilarono su una forca
improvvisata, gli uomini andarono in delirio per la gioia, il disordine,
e le risate … Perché l’uccisione fu così divertente?
Durante il carnevale la gente comune sospendeva le normali regole di
comportamento e invertiva cerimoniosamente l’ordine sociale o lo
ribaltava in una processione riottosa. Il Carnevale era l’alta stagione
in cui l’ilarità, la sessualità e la gioventù si tramutavano in riot e
la folla, spesso incorporava la tortura dei gatti nella sua musica
grezza. Mentre si beffava un cornuto o qualche altra vittima, i giovani
passavano vicino a un gatto, strappandogli i peli per farlo miagolare. Faire Le Chat, si chiamava. I tedeschi lo chiamavano Katzenmusik,
un termine forse derivato dai miagolii dei gatti torturati. La tortura
degli animali, soprattutto dei gatti, è stata un divertimento popolare
in tutta Europa nella prima età moderna. Il potere dei gatti si
concentrava sull’aspetto più intimo della vita domestica: il sesso. Le chat, la chatte, le Minet sono modi per indicare in gergo francese la pussy (“fica”) in inglese, sono stati utilizzati per secoli come termini osceni.
Così cosa succede se interpretiamo l’incidente Colonia come una versione contemporanea di faire le chat?
Come una ribellione carnevalesca dei perdenti? Non era la semplice
voglia di soddisfazione delle voglie sessuali dei giovani – ciò potrebbe
essere fatto in modo più discreto, nascosto – ma era soprattutto uno
spettacolo pubblico per diffondere la paura e l’umiliazione, di esporre
le “fiche” dei tedeschi privilegiati a un’impotenza dolorosa. Non vi è,
naturalmente, alcuna redenzione o emancipazione, niente di
effettivamente liberatorio, in tale carnevale – ma questo è come
funzionano i carnevali veramente.
Questo è il motivo per cui i tentativi ingenui di illuminare gli
immigrati (spiegando loro che i nostri costumi sessuali sono diversi,
che se una donna cammina in pubblico in minigonna e sorride non
significa che sta facendo un invito sessuale, etc.) sono esempi di
stupidità mozzafiato – loro sanno cosa facendo e qual è il motivo per
cui lo stanno facendo. Essi sono ben consapevoli del fatto che ciò che
stanno facendo è estraneo alla nostra cultura dominante, ma lo stanno
facendo proprio per ferire la nostra sensibilità. Il compito è quello di
cambiare questa posizione di invidia e di aggressività vendicativo, non
quello di insegnare loro ciò che già sanno molto bene.
La difficile lezione di tutta questa vicenda è quindi che non è
sufficiente a dare semplicemente voce ai diseredati come sono: al fine
di mettere in atto l’emancipazione reale, devono essere educati (da altri e da loro stessi) alla loro libertà.
26/02/2015
La nuova frontiera radicale del capitalismo sostenibile
Quasi contestualmente a questa
lunga riflessione, in cui il neoministro greco Varoufakis spiega le
ragioni della sua adesione e della sua critica al marxismo generalmente
inteso, qualche giorno fa usciva un contributo di Slavoj Zizek su Repubblica,
teso ad inquadrare politicamente il problema ISIS nello scenario
globale. Due spunti profondamente diversi, ma che convergono verso
un’identica ipotesi interpretativa della realtà ed un’unica soluzione
politica per l’avvenire. Una casualità eccessivamente casuale per non
destare interpretazioni – e preoccupazioni – politiche. Sebbene da punti
di vista differenti, il ministro descamisado e il filosofo lacaniano
confluiscono verso l’idea che il capitalismo vada salvato dalla
barbarie, cioè da tutto ciò che si pone fuori dal perimetro liberale.
Capitalismo o barbarie, termina la lunga riflessione del ministro greco;
allo stesso modo, sebbene non così esplicito, Zizek converge spiegando
che solo una tensione stimolante della sinistra radicale può salvare il
capitalismo dai suoi eccessi liberisti, riaffermare il liberalismo come
metodo politico progressista così da impedire sul nascere degenerazioni alla ISIS. Poco male, la solita fuffa
buonista di una certa sinistra salottiera, potremmo liquidarla. Non
fosse che Zizek da qualche anno viene percepito come uno dei più
rilevanti maitres a penseer della nuova sinistra radicale e
anticapitalista, mentre Varoufakis – insieme a Syriza – è visto come
possibile leader della sinistra europea. Che due personaggi così
rilevanti per il dibattito della sinistra “radicale” affermino senza
giri di parole che oggi l’unica alternativa sia stabilizzare il
capitalismo salvandolo dai suoi eccessi dovrebbe far preoccupare più di
qualcuno. Vent’anni dopo, i nodi teorici della stagione del
“bertinottismo” rimangono ancora tutti sul pettine, reiterati da una
certa intellettualità descritta come “radicale” ma oggi più che mai
completamente inserita nei processi mainstream di orientamento delle
opinioni pubbliche.
Sia Varoufakis sia Zizek sembrano dirci che non esiste, almeno al momento, alternativa credibile al capitalismo, dunque l’unico
orizzonte entro cui la sinistra può giocarsi un ruolo è quello di
stabilizzare il capitalismo stesso e le sue strutture di potere in cui
si sostanzia politicamente:
Il nostro compito dovrebbe allora essere duplice: proporre un’analisi dell’attuale stato delle cose che europei non marxisti, benintenzionati, sedotti dalle sirene del neoliberismo, trovino profondo. E dar seguito a tale analisi solida con proposte di stabilizzazione dell’Europa, per porre fine alla spirale verso il basso che, alla fine, rafforza solo i fanatici e incuba l’uovo del serpente. Ironicamente, quelli di noi che aborriscono l’eurozona, hanno il dovere morale di salvarla![…] Forgiare alleanze con forze reazionarie, come penso dovremmo fare per stabilizzare oggi l’Europa, ci espone al pericolo di diventare cooptati, di perdere il nostro radicalismo a causa della calda luce dell’essere ‘arrivati’ nei corridoi del potere.
Questa la versione greca del pensiero liberale “di sinistra”. In
sostanza, se l’alternativa al sistema economico, sociale e culturale
dell’occidente capitalista sono le forme di reazione ad esso che in
determinate aree del globo si sono sviluppate, meglio tenerci stretto il
nostro modello cementificando le strutture su cui si è costruito,
provando nel contempo a spostarle a sinistra ma sempre all’interno dello
stesso paradigma liberale. Zizek afferma qualcosa di simile su Repubblica:
Abbandonato al proprio destino, il liberalismo va incontro alla propria distruzione – la sola cosa che può salvare i suoi valori fondamentali è il rinnovamento della sinistra. Affinché questa tradizione fondamentale possa sopravvivere, il liberalismo ha bisogno dell’aiuto fraterno della sinistra radicale. Questo è il solo modo di sconfiggere il fondamentalismo, di minare il terreno su cui esso poggia.
In questa sequela di luoghi comuni il
filosofo sloveno confonde le lotte anti-coloniali con l’ISIS, arrivando
così ad affermare che se le lotte contro il capitalismo sono diventate
queste, hanno cioè subito tale processo degenerativo, meglio tenersi
stretti i valori del liberalismo occidentale capitalista. Sfugge al
filosofo che l’ISIS non costituisce una risposta, per quanto deformata,
al colonialismo o all’imperialismo occidentale, ma è un suo diretto
prodotto, cioè il frutto maturo delle politiche occidentali nella
regione mediorientale. Rafforzare il liberalismo capitalista contro degenerazioni
quali ISIS è un controsenso, perché ISIS altro non è che il risultato
di quel modello politico economico. Interpretazioni prodotte dalla
natura sostanzialmente idealistica dei riferimenti culturali del
filosofo sloveno, incapace di guardare al modello produttivo per
concentrarsi sulle sue sovrastrutture intellettuali. Compagni, parliamo dei rapporti di produzione! Avrebbe
ammonito Brecht dall’alto della sua sapienza rivoluzionaria. E sono
proprio questi che scompaiono nel dibattito delle idee promosso da Zizek
e compagni, a cui si accoda prontamente anche Varoufakis, peraltro
richiestissimo nelle peggiori università del regno liberista.
In ambedue queste espressioni della
sinistra europea (ed eurocentrica), risalta la completa sfiducia verso
ogni possibile alternativa. La situazione europea, quella cioè di una
sinistra marginale, viene elevata a condizione politica globale, quando
in realtà in diverse parti del mondo i destini della sinistra di classe
non sono affatto inseriti nel solco della sconfitta storica delle
sinistre europee. Ma anche limitandoci all’Europa, Varoufakis non coglie
lo sviluppo dialettico che ha promosso Syriza al potere. Non è stata la
sua camicia senza cravatta o il sorriso di Tsipras a far vincere le
elezioni in Grecia, quanto un quinquennio di radicali lotte di classe
che hanno spostato a sinistra lo scenario politico ellenico, costruito
quelle basi su cui sperimentare l’avventura elettorale. Syriza ha avuto
il merito di aver saputo coagulare e sintetizzare tale processo
dinamico, ma appena vinte le elezioni ha creduto di essere
autosufficiente, autonoma dai processi reali che l’hanno portata al
potere politico. Convinta di poter trattare tra pari solo per
un’affermazione elettorale, si è scontrata col potere, quello vero, a
cui sono bastate due settimane per rimettere in riga il monello greco
mandando un messaggio a tutta Europa ma anche a noi: non è per via
elettorale che si cambia l’esistente, tantomeno qualche accordo
finanziario. Compagni, parliamo dei rapporti di produzione, non della camicia di Tsipras.
Varoufakis, cavalcando un certo
“pessimismo delle volontà”, non rileva peraltro che sono state proprio
le lotte rivoluzionarie greche ad aver impresso al corso della storia
politica del paese una svolta, malamente gestita in questo mese dal
governo Syriza. Insomma, proprio la Grecia dimostra che l’alternativa è
potenzialmente possibile, alla faccia di Varoufakis, Zizek e compagnia
contando. Certo, insieme alle lotte, servirebbe un “Lenin” capace di cogliere l’occasione,
moltiplicando la forza della piazza con il coraggio delle scelte
politiche. L’incapacità di una classe politica viene fatta passare per
impossibilità di modificare l’esistente, quando in realtà in Grecia si è
verificato il contrario: una concreta possibilità di modificare
l’esistente dilapidata da organizzazioni di sinistra – in primo luogo il
KKE – ancorate a modelli inservibili di azione politica. Ma è qui che
si situa l’errore storico delle sinistre europee, non
nell’impossibilità, dell’assenza di alternativa, del “capitalismo o
barbarie”. Sebbene ambedue i pensatori qui ricordati sembrerebbero
prendere le distanze da un certo determinismo positivista, ricadono nel
più trito dei determinismi storici, quello per cui la situazione è
immodificabile quindi tanto vale adeguarsi. Ma senza prospettiva
rivoluzionaria non esiste possibilità riformista, e la vicenda greca di
queste settimane sta qui, per l’ennesima volta, a dimostrarlo.
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