Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/10/2025

Tregua a Gaza, in Cisgiordania scatta la vendetta contro i palestinesi

Dopo l’annuncio dell’accordo di cessate il fuoco tra Hamas e Israele, nella Cisgiordania occupata si assiste a un’ondata di violenze e rappresaglie condotte da coloni e forze israeliane contro la popolazione palestinese. In parte, rispondono a uno schema che va avanti da mesi, con l’operazione militare israeliana “muro di ferro”, lanciata lo scorso 21 gennaio, proprio all’inizio dell'iniziale cessate il fuoco a Gaza. In quell’occasione, l’accordo venne unilateralmente rotto da Tel Aviv, che riprese a marzo i bombardamenti sulla Striscia. Da gennaio l’esercito israeliano ha distrutto i campi profughi del nord di Gaza, Jenin, Tulkarem, Nur Shams, causando circa 40mila profughi. Nella prima metà del 2025 sono stati registrati 757 attacchi di coloni israeliani.

Anche questa volta, con la tregua a Gaza, la Cisgiordania diventa teatro di “vendetta”, soprattutto da parte dei coloni che si oppongono alla fine dei bombardamenti e all’ingresso degli aiuti umanitari. I coloni israeliani hanno intensificato aggressioni e atti di violenza. Nel governatorato di Salfit, gruppi di coloni hanno attaccato il contadino palestinese Mahmoud Abdel Rahman Raddad e sua moglie mentre raccoglievano olive tra le città di al-Zawiya e Rafat: li hanno espulsi dalla terra, picchiati gravemente e derubati del raccolto. A Sheikh Jarrah, quartiere simbolo della resistenza palestinese a Gerusalemme Est, decine di coloni hanno fatto irruzione e piantato una tenda tra le abitazioni palestinesi. Nella Valle del Giordano settentrionale, i coloni hanno preso d’assalto le tende di un residente locale a Khallet Makhul, aggredendo persone e causando feriti nei giorni precedenti; tre fratelli della comunità sono stati arrestati dalle forze israeliane.

Mercoledì sera, nel villaggio di Deir Jarir, a est di Ramallah, coloni armati hanno ucciso Jehad Mohammad Ajjaj, 26 anni, e ferito altre tre persone. Secondo il consiglio locale, un colono ha lanciato pietre contro veicoli palestinesi per poi aprire il fuoco sui giovani che si erano avvicinati. Ajjaj è stato colpito da più proiettili ed è morto poco dopo il ricovero. Con la sua uccisione, il numero dei palestinesi civili uccisi dai coloni israeliani nel 2025 sale a 13, e a 34 dal 7 ottobre 2023. Sempre mercoledì, un colono israeliano ha tentato due volte di investire un gruppo di bambini palestinesi a Masafer Yatta, a sud di Hebron; l’attacco, ripreso in video, non ha causato vittime solo per puro caso. Lo stesso colono ha poi tentato di investire due adulti in un’altra località vicina prima di fuggire. Coloni armati hanno inoltre lanciato pietre contro abitazioni palestinesi a Huwara, cercando di impadronirsi di una casa, ma sono stati respinti dagli abitanti.

Contemporaneamente, negli ultimi due giorni, secondo l’agenzia di stampa palestinese WAFA, l’IDF ha condotto una serie di incursioni e arresti in diverse città e villaggi. Due uomini sono stati arrestati a Nablus e altri tre nel campo profughi di Balata; nel governatorato di Hebron un uomo è stato arrestato nel villaggio di al-Sura e un altro nella città di Beit Ummar; un uomo è stato fermato a Betlemme e un altro nel vicino villaggio di Hindazah; nel governatorato di Tulkarem un uomo è stato arrestato nella città di Attil. A Hebron, tre bambini palestinesi di 14 e 16 anni sono stati feriti da colpi d’arma da fuoco durante un’incursione militare nel centro della città, mentre l’esercito garantiva l’ingresso di gruppi di coloni in un sito archeologico.

Grandi contingenti di militari hanno preso d’assalto il quartiere di Bab al-Zawiya e la vicina via Beer al-Sabe’, sigillando completamente la zona, bloccando residenti e veicoli, costringendo i commercianti a chiudere e disperdendo i cittadini con proiettili veri e gas lacrimogeni. I tre minori sono stati colpiti alle gambe e trasferiti all’ospedale governativo di Hebron; le loro condizioni sono state definite moderate. A Gerusalemme occupata, le forze e i servizi di intelligence israeliani hanno fatto irruzione nella sede dell’Unione delle società di beneficenza a Wadi al-Joz, arrestando Majdi al-Zughayer, presidente dell’organizzazione, e Youssef Qari, ex presidente, per impedire lo svolgimento di un evento sociale sponsorizzato dall’Autorità Nazionale Palestinese. L’operazione è stata condotta su ordine del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, che vieta qualsiasi attività culturale, sportiva o sociale affiliata all’Autorità Palestinese nella città.

A Hebron, l’esercito israeliano ha sigillato il checkpoint all’ingresso di a-Shuhada Street nella Città Vecchia, impedendo ai palestinesi di raggiungere le proprie case nel quartiere di Tal Rumeida. La chiusura è stata imposta per facilitare l’ingresso di gruppi di coloni nella Moschea Ibrahimi e nei quartieri circostanti in occasione delle festività ebraiche. Tutti i checkpoint e i cancelli elettronici sono stati chiusi, e un coprifuoco è stato imposto per il terzo giorno consecutivo nei quartieri palestinesi adiacenti alla colonia di Kiryat Arba. La Moschea Ibrahimi, teatro del massacro compiuto dal colono Baruch Goldstein nel 1994, è oggi divisa tra area sinagogale e area musulmana, con pesanti restrizioni ai palestinesi e una presenza militare costante. Giovedì sera, un uomo palestinese e un bambino sono stati feriti da colpi d’arma da fuoco durante un’incursione militare nella città di Ya’bad, a sud di Jenin, nel nord della Cisgiordania.

Fonte

18/03/2016

La deriva culturalista della questione migrante: Zizek e il fardello dell’uomo bianco

A gennaio è uscito un interessante articolo del filosofo sloveno Slavoj Zizek sui fatti di Colonia nella notte di Capodanno. Interessante non perché condivisibile, ma perché illustra bene tutti i cliché mentali di una certa sinistra, radicale ma anti-marxista. Ci sembra importante tornare sull’argomento perché il testo di Zizek ha carattere generale, parte dai fatti di Colonia per allargare lo spettro e affrontare di petto la questione migrante. E’ il risultato di un ragionamento di lungo(?) periodo, e siccome Zizek è uno dei punti di riferimento intellettuale della sinistra di cui sopra, ha senso rifletterci sopra.

Per Zizek i fatti di Colonia costituirebbero la rappresentazione oscena-carnevalesca dell’invidia migrante nei confronti del tenore di vita occidentale. Un tenore di vita al quale loro aspirerebbero e che, frustrati dall’impossibile raggiungimento, scatena pulsioni individuali e sociali di invidia e di odio. “L’islamo-fascismo” non sarebbe altro che la materializzazione sociale di questa invidia, di società che vorrebbero adeguarsi agli standard di vita dei paesi occidentali (o almeno competere su di un piano di parità) e non ci riescono, generando forme di reazione autoritaria, pre-moderna, religiosa, in altre parole forme aggiornate di fascismo, che altro non sarebbero che la concretizzazione politica di questo odio. Per leggere interamente il ragionamento di Zizek rimandiamo comunque alla sua versione originale e, in calce a questo articolo, alla nostra traduzione. Ne consigliamo vivamente la lettura, per comprendere la natura dei problemi e delle contraddizioni da lui sollevati.

Il ragionamento di Zizek è apparentemente di buon senso (almeno: di buon senso per una sinistra radicale). Fornire strumenti interpretativi che vadano oltre il mainstream, dare una chiave di lettura che indaghi sulle origini del problema e che non si fermi alla superficie delle cose. Quello che invece non pare immediatamente comprensibile è che Zizek utilizza, riformulandola, la stessa chiave interpretativa liberale (di cui è stato, fino al 2002, un maitre a penseer): il fenomeno migrante è generato dall’invidia, da gente che affronta l’odissea con la speranza di arricchirsi. L’analisi di Zizek è confinata al recinto culturalista e psicologico della vicenda, esattamente come quella liberale.

Perché? In buon sostanza, perché l’analisi è profondamente anti-materialista, ragiona sugli eventi partendo dagli effetti e interpretando culturalmente tutta la vicenda. Le tare del ragionamento sono infilate di passaggio, apparentemente innocue o, peggio ancora, date per ovvie. Ad esempio questo frammento:
“L’ideologia della classe media occidentale[…]è ossessionata dalla paura che i suoi domini limitati possano essere invasi da miliardi di stranieri, che non hanno valore nel capitalismo globale perché essi non producono merci né le consumano”.
Questo approccio capovolge completamente la questione e smaschera le premesse e gli obiettivi del filosofo sloveno. Anzitutto, non è la classe media, intesa come massa informe di “benestanti”, che determina alcunché della questione migrante e della sua reazione nelle società occidentali. Non è la “classe media” che ha prodotto un ventennio di guerre imperialiste nella regione mediorientale; non è la classe media che determina le strategie espansive o invasive della Nato; e soprattutto, non è la classe media al potere nei governi occidentali, ma una forma di capitalismo transnazionale globalizzato, che va abolendo ogni forma di supposta “medietà” sociale. In secondo luogo, i migranti hanno un valore economico strategico decisivo nell’attuale proiezione del capitalismo transnazionale. Sono forza lavoro sottomessa, non pagata, senza diritti, schiavizzata, e soprattutto, ancora senza organizzazione e quindi perfettamente malleabile agli interessi del capitale occidentale. Dire che i migranti “non hanno valore perché non producono né consumano” è la più grande fesseria anti-materialista che possa essere pensata. E’ pensiero à la page, ovvietà pacificante che leggiamo tutti i giorni su Corriere o Repubblica: è, insomma, pensiero generalista, e della peggior specie: quello “illuminato”. I migranti producono tanto e più degli italiani, ma soprattutto lo fanno a minor costo delle popolazioni autoctone (sebbene questo dato stia cambiando, adeguando le condizioni di vita degli europei lavoratori a quelle del migrante). I migranti costituiscono esattamente la risposta capitalista alla crisi di produttività, che vorrebbe essere aggirata producendo costantemente aumenti di produttività attraverso la leva migrante. C’è però un altro passaggio che illumina sulle prospettive di Zizek, ed è questo:
“L’espressione più chiara del “desiderio di Occidente” sono gli immigrati rifugiati: il loro desiderio non è rivoluzionario, è il desiderio di lasciarsi dietro il loro paese devastato e raggiungere la terra promessa dell’Occidente sviluppato (quelli che rimangono in patria provano a creare delle copie della prosperità occidentale, come nelle parti “modernizzate” delle metropoli del terzo mondo, a Luanda, a Lagos, etc. con le caffetterie che vendono cappuccini, centri commerciali, ecc.).”
Anche in questo caso stiamo di fronte al più classico dei capovolgimenti della realtà fattuale. I migranti “fuggono” dalle loro terre (non solo dalla Siria), perché vittime di un ventennio di guerre, direttamente organizzate dalla Nato o portate avanti per procura (le proxy wars). Non c’è alcun “desiderio” di imitazione occidentale nelle motivazioni *originarie* e *implicite* del fenomeno migrante *nel suo complesso*, ma un rapporto causa-effetto tra politiche liberiste e gli effetti collaterali da queste prodotte (che significa anche desertificazione industriale e impoverimento costante). Il motivo economico della fuga dalla povertà, spinta propulsiva di ogni forma di migrazione, non ha nulla a che fare con presunte “invidie degli stili di vita occidentali”, e molto con la propria sopravvivenza. Se si elimina la radice del problema, è chiaro che poi l’interpretazione non può essere altro che quella neocon dello scontro di civiltà, cioè del confronto ideale tra società ontologicamente differenti e irriducibili. Interpretazione camuffata dal “desiderio” di denaro, ma che nel proseguo dell’articolo viene evidenziata come distanza culturale:
“Questo è il motivo per cui i tentativi ingenui di illuminare gli immigrati (spiegando loro che i nostri costumi sessuali sono diversi, che se una donna cammina in pubblico in minigonna e sorride non significa che sta facendo un invito sessuale, etc.) sono esempi di stupidità mozzafiato – loro sanno cosa stanno facendo e qual è il motivo per cui lo stanno facendo. Essi sono ben consapevoli del fatto che ciò che stanno facendo è estraneo alla nostra cultura dominante, ma lo stanno facendo proprio per ferire la nostra sensibilità. Il compito è quello di cambiare questa posizione di invidia e di aggressività vendicativa, non quello di insegnare loro ciò che già sanno molto bene.”
La soluzione che il lungo ragionamento produce è a questo punto coerente, persino troppo, e in questo senso va dato atto al filosofo sloveno di non mascherare le sue intenzioni attraverso camouflage intellettuali utili a farsi “accogliere” dalle sinistre radical:
“La difficile lezione di tutta questa vicenda è quindi che non è sufficiente a dare semplicemente voce ai diseredati come sono: al fine di mettere in atto l’emancipazione reale, devono essere educati (da altri e da loro stessi) alla loro libertà.”
Al di là dell’orrendo termine – educare – che sottintende un concetto ancora peggiore, quello per cui l’emancipazione si fonda sull’educazione – roba che neanche nell’Ottocento – il significato è però allarmante: chi dovrebbe educare questi migranti? E a quali valori dovrebbero essere educati? Se si rilegge attentamente il testo (e altri scritti di Zizek), analizzando i suoi presupposti impliciti, educazione significa accoglimento dei “valori occidentali”, deprecabili ma infinitamente meglio di quelli arabi fondamentalisti perché posti più sopra nella scala di sviluppo storico. Quantomeno “noi” rispettiamo le donne, sembrerebbe dirci il filosofo; quantomeno noi la fase di “fascistizzazione” (altra categoria neocon: l’islamo-fascismo, assunta come ovvia da Zizek) l’abbiamo combattuta e (forse) superata. Se il piano interpretativo si ferma alla questione culturale, saremmo anche tentati di dare ragione al filosofo, ma visto che la vicenda va analizzata nei suoi presupposti economici e politici che la producono, tutto il ragionamento fatto da Slavoj Zizek contribuisce alla sedimentazione del pensiero dominante attuale: il pensiero reazionario della superiorità culturale dell’occidente. 

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Gli assalti di Colonia sono una versione oscena del Carnevale 

I recenti assalti sessuali di Colonia sono un attacco deliberato ai valori occidentali e al senso del pudore della classe media? 

Chi sono gli “hateful eight” dell’omonimo film di Tarantino? L’INTERO gruppo di partecipanti – soldati dell’Unione neri e bianchi razzisti, uomini e donne, magistrati e criminali – in media sono tutti ugualmente brutali e vendicativi. Il momento più imbarazzante del film capita quando l’ufficiale nero (interpretato dall’eccellente Samuel L. Jackson) racconta nel dettaglio e con evidente piacere a un vecchio generale della Confederazione come ne ha ucciso il figlio razzista, che era responsabile della morte di molti neri. Dopo averlo costretto a marciare nudo nel vento gelido, Jackson promette al ragazzo bianco che sta morendo di freddo che gli avrebbe dato una coperta tiepida se gli avesse praticato un rapporto orale, ma dopo che il ragazzo lo fa, Jackson rinnega le sue promesse e lo lascia morire. Cosi non ci sono buoni nella lotta contro il razzismo – tutti loro sono coinvolti in essa con la massima brutalità. E la lezione dei recenti assalti sessuali di Colonia non è stranamente simile alla lezione del film? Anche se (la maggior parte de) i rifugiati sono effettivamente vittime in fuga da paesi in rovina, ciò non gli impedisce di comportarsi in modo deprecabile. Noi tendiamo a dimenticare che non c’è alcuna redenzione nella sofferenza: essere una vittima e stare nel fondo della scala sociale non ti rende una voce di moralità e di giustizia da privilegiare.

Ma questa intuizione generale non è sufficiente – si deve guardare da vicino la situazione da cui si è generato l’incidente di Colonia. Nella sua analisi della situazione mondiale dopo gli attacchi di Parigi, Alain Badiou riconosce tre tipi predominanti di soggettività nel capitalismo global odierno: la soggettività liberal-democratica della classe media “civilizzata” occidentale; quelli posti al di fuori del possesso occidentale dal “desiderio d’Occidente”, che cercano di imitare disperatamente lo stile di vita “civilizzato” delle classi medie occidentali; e i nichilisti fascisti, quelli la cui invidia dell’Occidente si trasforma in un odio autodistruttivo mortale. Badiou chiarisce che ciò che i media chiamano “radicalizzazione” del mondo islamico non è altro che una pura e semplice fascistizzazione: “Questo fascismo è il rovescio del desiderio frustrato nei confronti dell’Occidente che è organizzato in un modo più o meno militare seguendo il modello flessibile delle bande mafiose e con una coloritura ideologica variabile dove il posto occupato dalla religione è puramente formale”.

L’ideologia della classe media occidentale ha due caratteristiche opposte: mostra arroganza e afferma la superiorità dei suoi valori (i diritti umani universali e le libertà minacciati dai barbari stranieri), ma, contemporaneamente, è ossessionata dalla paura che i suoi domini limitati possano essere invasi da miliardi di stranieri, che non hanno valore nel capitalismo globale perché essi non producono merci né le consumano. La paura di questi membri della classe media è che gli stranieri possano unirsi agli esclusi.

L’espressione più chiara del “desiderio di Occidente” sono gli immigrati rifugiati: il loro desiderio non è rivoluzionario, è il desiderio di lasciarsi dietro il loro paese devastato e raggiungere la terra promessa dell’Occidente sviluppato (quelli che rimangono in patria provano a creare delle copie della prosperità occidentale, come nelle parti “modernizzate” delle metropoli del terzo mondo, a Luanda, a Lagos, etc. con le caffetterie che vendono cappuccini, centri commerciali, ecc.).
Ma dal momento che, per la maggior parte di coloro che lo hanno, questo desiderio non può essere soddisfatto, una delle opzioni che rimangono è rivolgersi al nichilismo: la frustrazione e l’invidia si radicalizzano in un odio omicida e auto-distruttivo contro l’occidente, e le persone vengono coinvolte in forme violente di vendetta. Badiou proclama questa violenza come una pura espressione della pulsione alla morte, una violenza che può solo culminare in atti orgiastici (auto)distruttivi, senza una seria visione di una società alternativa.

Badiou ha ragione a evidenziare che non vi sia alcun potenziale di emancipazione nella violenza fondamentalista, per quanto anti-capitalista essa dichiari di essere: si tratta un fenomeno strettamente connesso all’universo capitalista globale, il suo “fantasma nascosto”. Il fatto fondamentale del fondamentalismo fascista è l’invidia. Il fondamentalismo rimane radicato nel desiderio di Occidente all’interno dello stesso odio per l’Occidente. Abbiamo qui a che fare con l’abituale rovesciamento del desiderio frustrato in aggressività descritto dagli psicoanalisti, e l’Islam fornisce solo la forma su cui basare questo odio (auto)distruttivo.  Questo potenziale distruttivo dell’invidia è alla base della nota distinzione di Rousseau tra egoismo, amour-de-soi (cioè il naturale amore per se stessi) e l’amour-propre, la forma distorta che preferisce se stesso agli altri nella quale una persona si concentra non sul raggiungimento di un obiettivo, ma nella distruzione degli ostacoli sulla strada di esso: “Le passioni primitive,  che tendevano direttamente alla nostra felicità, ci facevano trattare solo con gli oggetti ad esse relative, e il cui principio era solo l’amor-de-soi, sono tutte nella loro essenza amabili e tenere; tuttavia, quando sono allontanate dai loro oggetti da alcuni ostacoli, esse sono più occupate dagli ostacoli di cui cercano di sbarazzarsi, che con gli oggetti che esse provano a raggiungere, esse cambiano la loro natura e diventano piene di ira e di odio. Questo è il modo in cui l’amor-de-soi, che è un sentimento nobile e assoluto, diventa amour-propre, cioè un sentimento relativo per mezzo del quale ci si confronta, un sentimento che richiede preferenze, di cui il godimento è puramente negativo e che non si sforza di trovare soddisfazione nel proprio benessere, ma solo nella sfortuna altrui”.

Una persona cattiva non è dunque un egoista “che pensa solo ai propri interessi”. Un vero egoista è troppo occupato a prendersi cura del proprio bene per avere il tempo per causare le disgrazie degli altri. Il vizio primario di una persona cattiva è che essa si occupa più degli altri che di se stessa. Rousseau sta descrivendo un preciso meccanismo di libido: l’inversione che genera lo spostamento dell’investimento libidico dall’oggetto all’ostacolo stesso. Ciò potrebbe essere applicato alla violenza fondamentalista – sia agli attacchi terroristici di Oklahoma sia agli attacchi alle Torri gemelle. In entrambi i casi, noi abbiamo a che fare con odio puro e semplice: la distruzione dell’ostacolo, l’Oklahoma City Federal Building o le Torri gemelle, era quello che interessava veramente, non raggiungere l’obiettivo nobile di una società veramente cristiana o musulmana.

Tale fascistizzazione può esercitare una certa attrazione al giovane immigrato frustrato che non riesce a trovare il suo posto nelle società occidentali o una prospettiva con la quale identificarsi – la fascistizzazione gli offre una via di uscita facile alle loro frustrazioni: una movimentata vita rischiosa si maschera da sacrificale dedizione religiosa, a cui si aggiunge la soddisfazione materiale (sesso, auto, armi…). Non bisogna dimenticare che lo Stato Islamico è anche una grande compagnia commerciale mafiosa che vende petrolio, antiche statue, cotone, armi e donne schiave, “un miscuglio di proposizioni fatalmente eroiche e, contemporaneamente, di corruzione occidentale attraverso le merci”.

Va da sé che questa violenza fondamentalista-fascista è solo uno dei modi attraverso cui si esprime la violenza che appartiene al capitalismo globale, e che si dovrebbe tenere a mente non solo le forme di violenza fondamentalista negli stessi paesi occidentali (populismo anti-immigrati, ecc.), ma soprattutto la violenza sistematica del capitalismo stesso, a partire dalle conseguenze catastrofiche dell’economia globale per finire con la lunga storia di interventi militari. Il fascismo-islamico è un fenomeno profondamente reattivo nel senso nietzschiano del termine, un’espressione di impotenza convertito in rabbia autodistruttiva.

Pur concordando con le linee di fondo della analisi di Badiou, trovo tre delle sue affermazioni problematiche. In primo luogo, la riduzione della religione, la forma religiosa del nichilismo fascista, a caratteristica superficiale secondaria: “La religione è solo un abito, non è in alcun modo il cuore della questione, ma solo una forma di soggettivazione, non è il vero contenuto della cosa“. Badiou ha completamente ragione ad affermare che la ricerca delle radici dell’odierno terrorismo islamico negli antichi testi religiosi (la storia che “è tutto già nel Corano”) sia fuorviante: si dovrebbe invece concentrarsi sul capitalismo globale di oggi e concepire islamo-fascismo come uno dei modi di reagire al suo richiamo convertendo l’invidia in odio. Ma, da un punto di vista critico, la religione non è sempre un abito, piuttosto che il nocciolo della questione? La religione non è sempre nel suo nucleo centrale una “forma di soggettivizzazione” della situazione delle persone? E questo non implica che l’abito E’ in un certo senso il “nocciolo della questione”, il modo in cui gli individui vivono la loro situazione – non è possibile per loro di fare un passo indietro e vedere in qualche modo al di fuori come le cose “sono davvero” …? Allora, la troppo frettolosa identificazione dei rifugiati e dei migranti con un “proletariato nomade”, una “avanguardia virtuale della gigantesca massa delle persone la cui esistenza non viene conteggiato inclusa nel mondo così come è”. I migranti (almeno per la maggior parte) non sono quelli più fortemente posseduti dal “desiderio di occidente”, più fortemente in balia dell’ideologia dominante? Infine, l’ingenuo pretende che dovremmo: “Andare a vedere chi è questo altro del quale parliamo, chi siano in realtà. Dobbiamo raccogliere i loro pensieri, le loro idee, la loro visione delle cose, e inscrivere loro, e noi stessi allo stesso tempo, in una visione strategica del destino dell’umanità”.

Facile a dirsi, difficile a farsi. Questo altro è, come lo stesso Badiou afferma, del tutto disorientato, posseduto dai sentimenti opposti dell’invidia e dell’odio, un odio che alla fine esprime il proprio desiderio represso per l’Occidente (che è il motivo per cui l’odio si trasforma in un auto-distruzione). Fa parte di una metafisica umanistica ingenua presupporre che sotto questo circolo vizioso fatto di desiderio, invidia e odio, vi sia un nucleo umano “più profondo” di solidarietà globale. Abbondano le storie di come, tra i profughi, molti siriani costituiscano un’eccezione: nei campi di transizione hanno pulito la sporcizia che producono, si comportano in modo educato e rispettoso, molti di loro sono ben istruiti e parlano inglese, spesso addirittura pagano per quello che consumano … insomma, sentiamo che essi sono come noi, le nostre classi medie istruite e civili.

È frequente affermare che i rifugiati violenti rappresentano una minoranza, e che la grande maggioranza ha un profondo rispetto per le donne … tutto ciò è certamente vero, ma si dovrebbe comunque lanciare uno sguardo più da vicino alla struttura di questa affermazione: che tipo di donna è “rispettata”, e cosa ci si aspetta da lei? Che cosa succede se una donna è “rispettata” nella misura in cui (e solo nella misura in cui) incarna l’ideale di un servo docile e fedele che svolge le faccende di casa, così che il suo uomo abbia il diritto di esplodere in rabbia se lei “diventa virale” e agisce in piena autonomia?

I nostri media di solito fanno una distinzione tra i rifugiati “civili” della classe media e i rifugiati  “barbari” delle classi inferiori che rubano, molestano le nostre concittadine, si comportano con violenza verso le donne, defecano in pubblico … Invece di bollare tutta questa propaganda come razzista, si dovrebbe avere il coraggio di trovare un momento di verità in essa: la brutalità, compresa la crudeltà estrema verso i deboli, gli animali, le donne, ecc., è una caratteristica tradizionale delle “classi inferiori”; una delle loro strategie di resistenza a chi comanda è sempre stata quella di mettere in mostra una terrificante brutalità volta a disturbare il senso borghese della pudore. E si è tentati di leggere in questo modo anche ciò che è accaduto la notte di Capodanno a Colonia –, cioè come un osceno carnevale delle classi inferiori: “La polizia tedesca sta indagando le denunce di decine di donne che sono state aggredite sessualmente e molestate nel centro di Colonia durante le celebrazioni di Capodanno, in quella che un ministro ha definito ‘una dimensione completamente nuova del crimine’. Secondo la polizia, i presunti responsabili degli assalti sessuali e di numerose rapine erano di origine araba e nordafricana. Oltre 100 denunce sono state depositate alla polizia, un terzo delle quali sono legate a molestie sessuale. Il centro della città si è trasformato in una ‘zona senza legge’: si ritiene che dietro agli attacchi contro la festa nel centro della città tedesca occidentale vi siano stati tra 500 e 1000 uomini descritti come ubriaco e aggressivo. Se stessero agendo come un gruppo unico o in bande distinte rimane poco chiaro. Le donne hanno riferito di essere state circondate in modo stretto da gruppi di uomini che le hanno molestate e aggredito li. Alcune persone lanciavano fuochi d’artificio tra la folla, sommandosi al caos. Una delle vittime era stata violentata. Una poliziotta volontaria è tra coloro che ha detto di essere stato violentate”.

Come previsto, l’incidente sta montando: ora oltre 500 denunce sono state depositate da donne su incidenti simili in altre città tedesche (e in Svezia). Ci sono indizi che gli attacchi siano stati coordinati in anticipo, a cui si sommando i barbari “difensori dell’Occidente civilizzato” dell’estrema destra anti-immigrati che stanno reagendo con attacchi contro gli immigrati, che rischiano di dare inizio a una spirale di violenza… E, come previsto, la sinistra liberale politicamente corretta ha mobilitato le proprie risorse per minimizzare l’incidente, come aveva fatto nel caso di Rotherham.

Ma c’è di più, molto di più, oltre esso: il carnevale di Colonia deve essere posizionato nella lunga serie di eventi il cui primo caso registrato risale alla Parigi del 1730, con il cosiddetto “Grande massacro dei gatti” descritto da Robert Darnton, quando un gruppo di apprendisti di una stamperia torturò e uccise ritualmente tutti i gatti che trovarono, tra cui l’animale domestico della moglie del loro padrone. Gli apprendisti erano trattati letteralmente peggio dei gatti adorati dalla moglie del padrone, in particolare della grise (La grigia), la sua preferita. Una notte i ragazzi decisero di raddrizzare questo stato di cose ingiusto: scaricarono sacchi pieni di gatti mezzi morti nel cortile e poi li infilarono su una forca improvvisata, gli uomini andarono in delirio per la gioia, il disordine, e le risate … Perché l’uccisione fu così divertente?

Durante il carnevale la gente comune sospendeva le normali regole di comportamento e invertiva cerimoniosamente l’ordine sociale o lo ribaltava in una processione riottosa. Il Carnevale era l’alta stagione in cui l’ilarità, la sessualità e la gioventù si tramutavano in riot e la folla, spesso incorporava la tortura dei gatti nella sua musica grezza. Mentre si beffava un cornuto o qualche altra vittima, i giovani passavano vicino a un gatto, strappandogli i peli per farlo miagolare. Faire Le Chat, si chiamava. I tedeschi lo chiamavano Katzenmusik, un termine forse derivato dai miagolii dei gatti torturati. La tortura degli animali, soprattutto dei gatti, è stata un divertimento popolare in tutta Europa nella prima età moderna. Il potere dei gatti si concentrava sull’aspetto più intimo della vita domestica: il sesso. Le chat, la chatte, le Minet sono modi per indicare in gergo francese la pussy (“fica”) in inglese, sono stati utilizzati per secoli come termini osceni.

Così cosa succede se interpretiamo l’incidente Colonia come una versione contemporanea di faire le chat? Come una ribellione carnevalesca dei perdenti? Non era la semplice voglia di soddisfazione delle voglie sessuali dei giovani – ciò potrebbe essere fatto in modo più discreto, nascosto – ma era soprattutto uno spettacolo pubblico per diffondere la paura e l’umiliazione, di esporre le “fiche” dei tedeschi privilegiati a un’impotenza dolorosa. Non vi è, naturalmente, alcuna redenzione o emancipazione, niente di effettivamente liberatorio, in tale carnevale – ma questo è come funzionano i carnevali veramente.

Questo è il motivo per cui i tentativi ingenui di illuminare gli immigrati (spiegando loro che i nostri costumi sessuali sono diversi, che se una donna cammina in pubblico in minigonna e sorride non significa che sta facendo un invito sessuale, etc.) sono esempi di stupidità mozzafiato – loro sanno cosa facendo e qual è il motivo per cui lo stanno facendo. Essi sono ben consapevoli del fatto che ciò che stanno facendo è estraneo alla nostra cultura dominante, ma lo stanno facendo proprio per ferire la nostra sensibilità. Il compito è quello di cambiare questa posizione di invidia e di aggressività vendicativo, non quello di insegnare loro ciò che già sanno molto bene.

La difficile lezione di tutta questa vicenda è quindi che non è sufficiente a dare semplicemente voce ai diseredati come sono: al fine di mettere in atto l’emancipazione reale, devono essere educati (da altri e da loro stessi) alla loro libertà.

13/01/2016

Molinari è lì. Decostruzione di un opinionista à la carte

Nel valzer delle poltrone da direttore dei principali quotidiani italiani, Maurizio Molinari andrà prestissimo a coprire quella di capataz de La Stampa. Lasciata vuota per l'occasione dal figlio del commissario, Mario Calabresi, che tornerà invece a Repubblica, da cui era uscito come caporedattore.

Sembra dunque importante leggere i pezzi del Molinari, che ne La busiarda (espressione amorevole degli operai torinesi per il giornale degli Agnelli) lavora da tempo immemorabile, fino a conquistarsi i galloni più ambiti, quelli di inviato all'estero.

Pubblichiamo qui questa preziosissima disamina realizzata da Lorenzo Declich, che fulmina il prossimo neodirettore sul terreno che dovrebbe prediligere (come inviato all'estero): la conoscenza non banale delle culture "altre", ovvero diverse da quelle di casa propria.

Non è un bel vedere, diciamolo subito. Il Molinari si annuncia dunque come uno dei peggiori direttori di giornale dei prossimi anni. Si può infatti discutere e dissentire in modo anche feroce con chi sostiene posizioni opposte, ma diventa difficile farlo con chi butta giù un pezzo "autorevole" (per il media su cui appare, il numero di lettori presunto, ecc.) con una metodologia da liceale poco brillante. A partire, non a caso, dell'inesistenza – per lui – di un problema chiamato "palestinesi".

Quando leggeremo in futuro La Stampa, dunque, avremo modo di fare una robusta tara su quel che ci verrà raccontato.

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Ciao, sono un copiaincollatore di articoli autorevoli e non, con cui scrivo libri sull’isis che Saviano consiglia di leggere.

Finora sono stato per lo più buonista, a me mi chiedono solo di fare finta che i palestinesi non esistano.

Sto lavoro lo faccio bene.

I palestinesi li scancello alla grande.

In realtà non ho un cazzo da dire, cioè un’idea non ce l’ho veramente.

Ma siccome sono il direttore de “La Stampa” qualche cosa la devo pur mettere in piedi su questa roba di Colonia.

Uf, non mi viene, non mi viene niente.

Ah, ecco, la tribù.

Vediamo un po’ se gira:
L’assalto di gruppo alle donne di Colonia è un atto tribale che si origina dall’implosione degli Stati arabi in Nordafrica e Medio Oriente.
Maurì. Maurizio.

Ascolta.

E’ una cazzata.

St’idea non ha senso, sta frase non funziona.

Sempre se fossimo d’accordo sull’idea di definire ciò che è avvenuto un “assalto di gruppo alle donne di Colonia”, cosa su cui potremmo discutere anche molto, non possiamo accettare, con tutta la benevolenza di questo mondo, l’idea che un evento del genere abbia un origine del genere.

Cioè: questa torma di assalitori – lasciamo un attimo da parte la tribù – esisterebbe perché quattro o cinque anni fa gli Stati del MENA hanno iniziato a implodere?

Ma come ti salta in testa?

Va bene, la geopolitica va molto di moda, ma non ti sembra un po’ troppo tirarla in ballo così in questo modo?

E poi – questo me lo chiedo perché non sono sicuro di averlo capito – che cosa sarebbe un “atto tribale”?

*****

La cifra dei fatti di Colonia è il sessismo.

L’assalto di gruppo “alle donne di Colonia” è un atto sessista.

E quella non è una tribù ma un branco.

Lo dice pure il titolo – per altri versi assolutamente in linea con il pezzo – con cui forse qualche pietoso titolista ha voluto salvarti: “Da dove viene il branco di Colonia”.

Non c’è da scomodare ‘sta grande letteratura per capire la differenza fra un branco e una tribù.

Poi, Maurì, chiediamocelo.

Che tribù sarebbe, questa?

Una tribù mista: migranti, profughi, cittadini di origine straniera provenienti da paesi diversi, anche di seconda generazione.

Una neo-tribù, casomai.

Dedita all’uso di alcolici.

E per quale improbabile principio questa neo-tribù – ammesso che abbia anche il minimo senso usare questo concetto in questo contesto – dovrebbe essersi formata a partire dall’implosione degli Stati del MENA?

Cioè, questo branco di sessisti non è semplicemente un branco di sessisti?
Il domino di disintegrazione di queste nazioni fa riemergere tribù e clan come elementi di aggregazione, esaltando forme primordiali di violenza.
Fammi capire.

Questi qui, orfani di un Duce che li tiene a freno anche a distanza di migliaia di chilometri (perché “non sono pronti per la democrazia”, ovviamente), si sentirebbero persi e quindi riemergerebbero, in una neo-forma clanico-tribale che esalta tipi di violenza “primordiale”?

Voglio dire: perché?

Le dinamiche di branco a sfondo sessista le conosciamo bene, purtroppo.

Producono certo tipi di violenza primordiali, ma sono ben presenti qui e ora – ogni giorno in ogni angolo di questo continente – e non c’è bisogno di far implodere qualche Stato mediorientale perché esplodano.

Perché mettere in discussione questo fatto chiaro e semplice inserendo malsani balzelli geopolitici?

La vuoi buttare in caciara, Maurizio?

La cosa è molto, molto chiara.

Questo branco è formato da persone non integrate, che stanno ai margini e che riproducono un modello di potere (dominante qui e ora), maschile-patriarcale, che esercitano (come sempre) contro la parte più esposta, più debole, le donne.

Niente di più terribilmente scontato.

Niente di più atavicamente irrisolto QUI, in Occidente, in queste nostre città.

Sì, sono musulmani, nei paesi islamici il sessismo è un problema gigantesco.

I modelli maschili, nei paesi islamici – sommariamente un misto di patriarcato all’islamica e patriarcato all’occidentale che si rincorrono a vicenda – sono un vero incubo.

Ma il problema è il sessismo, il problema è che questa nostra società non risolve alla radice questo problema.

E tu, esternalizzandolo (le tribù del MENA), contribuisci a costruirlo.

Questo branco di “variamente musulmani” (alcolizzati) si forma qui, si sente qui autorizzato a fare quello che fa.

La disintegrazione di cui sopra c’entra il giusto, cioè pochissimo.

*****

Quindi riassumendo:
1) dinamiche di branco
2) a sfondo sessista
3) messe in atto da gruppi non integrati nella società

E’ un problema grosso. Va affrontato per quello che è.

Con la durezza necessaria.

Con la politica, con la cultura.

Avendolo però ben chiaro.

Ma di questo, Maurizio, tu non dici un bel niente.

Ti produci in questo iniziale demenziale esercizio di diversione.

E poi continui a non parlarne, “approfondendo” il tema sbagliato nel modo sbagliato.

Tipo:
Regimi, governi ed eserciti si dissolvono e vengono sostituiti da capo-villaggio, assemblee tribali, milizie.
Ammesso che sia proprio così – e Maurizio, presentarla in questo modo è davvero da bar sport – che c’entra col branco di maschi variamente musulmani non integrati e germanicamente ubriachi che assalta le donne nelle città tedesche a capodanno?

Ma non ti sembra che mele e pere siano diverse?
Le tribù sono protagoniste del deserto dall’antichità e dai loro costumi ancestrali si originano il chador per le donne, la decapitazione dei nemici, la vendetta come proiezione di forza, il saccheggio per arricchirsi, la poligamia e il potere assoluto degli uomini sulle donne.
Ecco qua, stai parlando dell’islam.

Ecco dove volevi andare a parare.

Ti informo che le tribù sono “protagoniste” del deserto, del mare, dei monti, delle montagne, delle pianure.

E che i musulmani, sostanzialmente, fondano una cultura cittadina e cosmopolita.

E che l’uso del velo origina da preesistenti usi locali, in particolare è di origine cristiana-bizantina.

Non da tribù.

Il Corano non lo prescrive ma l’uso preesistente resiste, poi si evolve in diverse forme, poi prende una valenza politica alla nascita degli Stati moderni post-coloniali.

L’ho messa un po’ facile, va bene, ma insomma, Maurizio, capisci che il velo con la tribù non c’entra proprio un’emerita?

E vogliamo parlare della ghigliottina?

Un uso tribale importato dai beduini musulmani del deserto?

E poi: a qualcuno è stata tagliata la testa a Colonia?

Cielo, Maurizio, ma di che stai parlando?

Il “potere assoluto degli uomini sulle donne” è una costante nella storia dell’umanità, e il problema ancora esiste, ed è grosso, nelle ipermodernissime nostre società.

Non ti faccio i numeri ma dai, si sanno.

O forse implicitamente stai parlando dell’islam come “società tribale” e anche qui sbagli, oh quanto sbagli.

Ma mi fermo, perché già non ne posso più.

Ho capito il giochetto.

*****

Ecco, lettori, se voleste farvi un giro e leggervi tutto l’articolo lo trovate qui.

Vi avverto, avrete la sensazione di sentir parlare del problema degli orsi polari che cercano nella monnezza sulle spiagge dei Caraibi.

Cioè vivrete un’esperienza dissociativa forte.

Con tanto di elogio a Lawrence d’Arabia, che non era un agente coloniale britannico unificatore di tribù arabe in funzione anti-ottomana, quanto piuttosto un meritorio e civilissimo “limitatore del tribalismo arabo”.

Che tristezza, che vergogna, che bruttura.

La chicca la trovate quando dice che l’Europa sarebbe investita dal conflitto di civiltà esistente fra modernità e tribalismo “a causa delle migrazioni di massa verso la sponda Nord del Mediterraneo”.
Fra chi arriva vi sono portatori di usi e costumi che si originano dalle lotte ataviche per pozzi d’acqua, donne e bestiame.
Maurizio, tu non sei neocolonialista o postcolonialista.

Tu sei proprio un colonialista (e non voglio parlare dell’unico colonialismo ancora esistente de facto, del quale ti adoperi abitualmente a cancellare i crimini. Non voglio farlo e non lo farò, no, non lo farò).

Ma di un colonialismo postmoderno, nel senso che “assumi una postura” da colonialista ma poi non hai neanche il coraggio di dire quello che un colonialista direbbe.

Te lo dico io quello che dovevi dire, se ne avessi avuto il coraggio: questi selvaggi maltrattano “le loro donne” e stuprano “le nostre”. E che quindi tocca a noi, maschi occidentali, “difendere l’Europa dal ritorno delle tribù”.

E grazie Chiara, che se non me lo postavi in privato, io ‘st’articolo non lo leggevo proprio, e stavo meglio, molto meglio.

p.s. sul “tribalismo” (vero e proprio cliché) vedi “Il medioriente tribale” e, volendo, “Michele Serra e il tribalismo dell’islam”.

Fonte

Colonia, pasticcio tedesco

di Michele Paris

I fatti accaduti nella notte dell’ultimo giorno dell’anno a Colonia stanno continuando ad alimentare in Germania un acceso dibattito politico che ha visto intervenire in maniera decisa una serie di forze interne alla classe dirigente tedesca, ben intenzionate a sfruttare gli eventi per una precisa agenda politica reazionaria.

Il dato principale relativo alla vicenda svoltasi poco prima della mezzanotte del 31 dicembre nella piazza tra la Stazione Centrale e la Cattedrale della città della Renania Settentrionale-Vestfalia sembra essere a tutt’oggi la scarsa chiarezza in merito a quanto è avvenuto. Ancora da spiegare, al di là di un tentativo di nascondere le responsabilità di coloro che avrebbero dovuto garantire l’ordine, è ad esempio la dichiarazione emessa dalla Polizia della città il primo giorno dell’anno, nella quale si sosteneva che i festeggiamenti erano stati condotti in un’atmosfera “generalmente pacifica”.

Solo in seguito hanno iniziato a emergere testimonianze di episodi di molestie sessuali di massa ai danni delle donne che si trovavano nella stazione e nella piazza. Com’è ormai ben noto, i responsabili sarebbero stati identificati come individui di origine araba, tra i quali figurava un numero più o meno significativo di possibili rifugiati giunti in Germania con le più recenti ondate migratorie.

La stessa Polizia di Colonia, dopo avere smentito la propria dichiarazione iniziale, ha parlato di aggressori dall’apparenza “araba o nord-africana”, anche se il 5 gennaio il sindaco di Colonia, la Cristiano-Democratica Henriette Reker, aveva assicurato che non vi erano prove del fatto che i responsabili erano rifugiati residenti in città.

Malgrado le presunte violenze e gli abusi non debbano essere sottovalutati o minimizzati e nonostante l’eventuale responsabilità di immigrati o cittadini tedeschi di origine araba o di fede islamica possa indicare un gesto non casuale, diretto contro i governi occidentali responsabili della loro stessa sorte, il quadro che ne è emerso agli occhi di decine di milioni di tedeschi ed europei è abbastanza chiaro. Ovvero, ciò che è successo a Colonia e minaccia la Germania sarebbe da collegare a un’orda di musulmani, spesso dipinti con tratti tra il barbaro e il disumano, che intende distruggere la democrazia e la civiltà occidentali.

Soffocati da ipotesi di questo genere o poco meno estreme, i media tedeschi ed europei che hanno esplorato possibili alternative sono stati pochissimi. Der Spiegel, tra di essi, pur assecondando a tratti la campagna anti-immigrati in corso, ha provato a ricordare che, almeno inizialmente, la Polizia aveva considerato di indagare negli ambienti della piccola criminalità di Colonia. Secondo il magazine tedesco, le zone della città adiacenti la Stazione Centrale sono interessate da tempo da furti commessi da individui, non di rado di origine nordafricana, che cercano di distrarre le loro vittime ostentando atteggiamenti festosi o fingendo molestie.

Qualcun’altro, inoltre, ha fatto notare come siano tutt’altro che infrequenti le degenerazioni in episodi di piccola criminalità durante eventi di massa, soprattutto quando vi è un’abbondante circolazione di alcolici. Basti pensare, per rimanere in Germania, alle denunce che seguono solitamente la Oktoberfest di Monaco di Baviera, dove lo scorso anno quelle per molestie sessuali sono state una ventina.

In ogni caso, le segnalazioni giunte alla Polizia in relazione ai fatti della notte di Capodanno sono salite a più di 500, di cui meno della metà per presunte molestie sessuali. Le autorità avrebbero individuato più di trenta sospetti, inclusi molti rifugiati, ma al momento non sono stati segnalati arresti. Come ha rilevato un commento apparso martedì sul sito web della CNN, infine, è singolare che esistano pochi o nessun video e immagini dei fatti o che, in presenza di un assalto di massa alle donne nella piazza, gli uomini tedeschi presenti non siano intervenuti contro gli assalitori stranieri.

L’incertezza sui contorni dell’accaduto non ha comunque impedito alla stampa e ai politici di orchestrare una campagna che, nelle parole di molti giornali, avrebbe fatto degli eventi di Colonia “un punto di svolta” nel modo in cui i tedeschi si confrontano con la questione dell’immigrazione e dei rifugiati.

La presunta “svolta”, poi, sarebbe favorita dalle iniziative di varie pubblicazioni in Germania che, in questi giorni, sono tornate a far ricorso in maniera inquietante a stereotipi razziali di marca nazista, descrivendo i migranti di origine araba come una sorta di predatori pronti a insidiare le donne “nordiche”.

Secondo gli stessi media, tuttavia, l’attitudine della grande maggioranza della popolazione tedesca nei confronti di migranti e rifugiati è stata, almeno finora, decisamente positiva : di conseguenza, risulta evidente che, a parte gli ambienti più disorientati dell’estrema destra, non vi è, in Germania come altrove, alcun sostegno diffuso per una campagna dai toni razzisti come quella in atto.

Piuttosto, come quasi sempre accade, i sentimenti intolleranti e xenofobi vengono alimentati per scopi precisi dalla classe dirigente e dai media, impegnati a ingigantire e a distorcere i contorni di determinati eventi, anche se di essi non se ne conoscono ancora tutti i dettagli precisi.

Come minimo, il dibattito esploso in questo inizio di 2016 dopo il caos di Colonia, ha l’obiettivo di indebolire il sentimento di solidarietà mostrato dalla maggior parte dei tedeschi verso i migranti, mettendo al centro della discussione domande fuorvianti come quelle che ha proposto recentemente il già ricordato Der Spiegel, cioè se la Germania “è realmente certa di poter gestire l’afflusso di rifugiati” e se “ha il coraggio e il desiderio di diventare il paese europeo con il maggior numero di immigrati”.

All’interno delle stesse formazioni politiche di governo, d’altra parte, in molti ritengono troppo accomodanti le politiche relative ai migranti della cancelliera Merkel. Di questa agitazione e della volontà di utilizzare l’immaginaria minaccia degli immigrati per rafforzare l’apparato della sicurezza dello Stato se ne è avuto prova proprio nei giorni scorsi.

Sabato, infatti, l’Unione Cristiano Democratica (CDU) ha emesso la cosiddetta “Dichiarazione di Mainz”, nella quale sono state elencate alcune proposte di misure repressive nei confronti di rifugiati e richiedenti asilo in Germania. Principalmente, la “Dichiarazione” del partito della Merkel chiede la privazione del diritto di asilo o l’espulsione per coloro che vengono condannati di un qualsiasi crimine. Attualmente, questi provvedimenti sono previsti soltanto in caso di condanne ad almeno due anni di carcere.

Martedì, il ministro della Giustizia, Heiko Maas, ha poi annunciato una prossima “riforma” delle norme sulle deportazioni degli immigrati, che potrebbero essere rese meno stringenti per chi si macchia di reati sessuali.

Maggiori poteri dovrebbero anche essere assegnati alle forze di Polizia, tra cui quello di condurre perquisizioni e controlli casuali sull’identità dei fermati a fini “preventivi”. Il numero degli stessi agenti operativi in Germania verrà poi aumentato considerevolmente nel prossimo futuro, così come saranno installate ulteriori videocamere attorno a stazioni ferroviarie e luoghi connessi al trasporto pubblico.

Sempre nella “Dichiarazione di Mainz” si prospettano altre misure che vanno nello stesso senso, come la privazione di quella tedesca per coloro che hanno doppia cittadinanza e fanno parte di milizie terroristiche all’estero, nonché la facilitazione dello scambio di informazioni sui cittadini tra le varie agenzie di intelligence del paese.

L’obiettivo finale della CDU e, presumibilmente, anche del governo è quello di “ridurre il numero di rifugiati”, come ha confermato la stessa Merkel nel fine settimana. Il Partito Social Democratico (SPD) si è detto favorevole in linea di principio ad alcune misure contro i rifugiati, mentre membri della stessa opposizione dei Verdi e de La Sinistra (Die Linke) hanno spesso rilasciato dichiarazioni che lasciano intendere il proprio sostegno quanto meno alle proposte relative all’allargamento delle competenze delle forze di sicurezza.

La retorica anti-immigrati finisce così inevitabilmente per favorire le frange dell’estrema destra, come ha mostrato in maniera chiara la manifestazione, avvenuta sabato scorso a Colonia, del movimento Pegida. La dimostrazione contro le politiche sull’immigrazione del governo è stata alla fine dispersa dalla Polizia dopo che i partecipanti avevano inneggiato ad Adolf Hitler e attaccato agenti e giornalisti con petardi e bottiglie.

Più in generale, la vera e propria mobilitazione contro gli immigrati e la minaccia del “terrorismo” islamista è collegata agli sforzi che da alcuni anni i vertici delle istituzioni tedesche, assieme a una parte di giornalisti e “intellettuali”, stanno mettendo in atto per superare le resistenze popolari allo svolgimento da parte della Germania di un ruolo più attivo nelle questioni internazionali.

Dopo l’astensione nel voto all’ONU del 2011 sulla Libia, Berlino ha cambiato rapidamente il proprio orientamento strategico, allineandosi in modo sostanziale all’alleato americano. La Germania ha così sostenuto il colpo di stato anti-russo in Ucraina, sia pure al prezzo di profonde divisioni interne in merito alle relazioni con Mosca, ha partecipato alle manovre NATO sempre in funzione anti-russa e ha inviato contingenti militari in Mali e in Siria.

Queste iniziative sono dettate dalle necessità del capitalismo tedesco di avere sempre maggiore accesso alle risorse energetiche e ai mercati internazionali in un clima di crescente competizione su scala globale. Il rivolgimento della propria attenzione oltre i confini nazionali da parte della classe dirigente della Germania, come conferma tristemente la storia del XX secolo, minaccia però di accompagnarsi ancora una volta all’incoraggiamento di biechi sentimenti razzisti e alla creazione di un regime di stampo sempre più autoritario.

Fonte

07/01/2016

#Colonia – contro l’uso razzista del corpo delle donne

di Margherita

Proverò a sintetizzare qualche riflessione sui “fatti di Colonia” a partire da un editoriale della sempre pessima Lucia Annunziata sull’ (Fuff)Huffington Post. Per chi non sapesse a cosa mi riferisco, è l’episodio delle violenze sessuali di massa avvenute durante la notte di Capodanno a Colonia da parte di centinaia di uomini, a detta dei media “arabi” e “ubriachi”, a danni di decine di donne palpeggiate e stuprate all’uscita della metropolitana. Ovviamente avvoltoi razzisti nostrani e tedeschi sono zompati sul carrozzone facendone una questione etnica, per invocare più politiche securitarie. Qualcuno addirittura (vedi la sindaca di Colonia) ha incoraggiato le proprie concittadine a girare alla larga dagli stranieri, come se la nostranità del proprio interlocutore mettesse al riparo da molestie e violenze sessuali.

Ma perché stupirsi di costoro? Da leghisti, forcaioli e fogliacci come “Il Giornale” ci si aspetta questo ed altro. Il “problema” (o forse, la conferma) nasce quando personaggi come Lucia Annunziata, tra le entusiaste promotrici di “Se non ora quando”, pronta ad affacciarsi nelle piazze per auto-proclamarsi paladina e portavoce delle donne, usano il corpo delle donne stesse come strumento di propaganda e profitto economico. Tanto per cominciare, in perfetto stile destrorso, Annunziata opera una sovrapposizione tra migranti (percepiti come una massa unica ed indistinta), “arabi” (assunti come categoria antropologica liscia, pur coprendo la metà di un continente), Islam (come se tra “gli arabi” non esistessero i laici, gli atei o i non-praticanti) e infine la violenza sessuale (avallando in pieno quello che dicono colonialisti-razzisti e ISIS stesso, ossia che il Qu’ran avallerebbe la violenza sessuale e l’annichilimento fisico delle “infedeli”, quando ciò non è affatto vero, ma semmai il frutto di una culturale patriarcale, sessista e machista).

Partendo quindi da queste conclamate inaccuratezze di cui la direttrice di un giornale dovrebbe quantomeno preoccuparsi, la nostra si lancia al successivo passaggio logico: ossia che questa aggressione odiosa sia una guerra ALLA NOSTRA civiltà, quella occidentale, attraverso l’uso del corpo delle donne come terreno di guerra. Innanzitutto, a partire dai vulnus logici precedenti, appare chiaro che a detta di Annunziata la cosiddetta “cultura occidentale” sia estranea al sessismo, al machismo e alla violenza.

Mi chiedo se la direttrice sia mai andata in una discoteca a contare quanti indesiderati palpeggiamenti e molestie subiscano le ragazze che si trovano lì. Ma forse non interessa perchè questi mercifici del divertimento sono tra i tratti distintivi della cultura occidentale di cui andare fieri. O magari una che va in minigonna e tacchi alti in discoteca “se l’è cercata, chissà!”. O forse ancora l’estrazione etnica, sociale ed economica del molestatore rende i suoi abusi più o meno gravi”. Restando sul nostro, vorrei ricordare alla cara direttrice che lo stupro in Italia è stato reato CONTRO LA MORALE (non la persona), fino al 1996, e che fino al 1981 era concesso il matrimonio riparatore dello stupro. Muovendoci idealmente verso i confini del mondo “altro”, varrebbe la pena ricordarle anche le violenze sessuali perpetrate dagli italiani brava gente nel corso delle campagne coloniali. Per non parlare dell’uso massiccio di stupri e violenze sessuali nel corso delle recenti “guerre di civiltà” che hanno contribuito a trasformare il mondo in una polveriera, favorire la recrudescenza degli estremismi e favorire il flusso migratorio aumentato in questi mesi dall’area Siria-Iraq in particolare.

E qui arriviamo all’ultimo abominio logico-politico di Lucia Annunziata: nel nome della guerra alla civiltà e ai nostri valori sferrata dagli aggressori di Colonia, una di quelle che si sperticano a definirsi garantista non si limita a chiedere pene severe per i colpevoli circostanziati. No, non è abbastanza. E nemmeno ad incolpare gli “arabi” in genere servendosi della dicotomia “Occidente buono/Islam cattivo”: troppo banale, razzisti e trucidi di professione sono meglio di lei in questo. Che fare allora?

Cavalcando l’onda dando un colpo al cerchio e uno alla botte. Annunziata colpevolizza i migranti, e in particolare quelli di ultima generazione o arrivati da poco, additandoli come gli autori del gesto. La soluzione? Restringere le maglie del controllo, verificare se i “presunti rifugiati” hanno titolo alla protezione umanitaria o no. Come se ci fosse un filo diretto tra l’essere titolati a qualcosa, aventi uno status e quindi buoni (quindi non stupratori, tipo). E come se non sapesse che le folli leggi dell’Ue sulla migrazione (tipo la Bossi-Fini) rendono praticamente impossibile arrivare in Italia in modo legale). E come se gli ostacoli posti dalla Fortezza Europa alla libertà di movimento non avessero già trasformato intere porzioni di mare e terra in cimiteri a cielo aperto. Ma a quanto pare i migranti sono buoni solo da morti, meglio se bambini, per usare i loro corpi al fine di strappare qualche click. Tutto questo per difendere le donne dagli aggressori, da chi vuole privarle della loro autonomia, indipendenza e libertà di girare. Quelli che “no pasàran”.

Una cosa però Annunziata la dice bene: i corpi delle donne sono terreno di guerra e violenza. E sono terreni anche della propaganda politica di donne come lei che sfruttano la violenza sulle donne per invocare più militari e repressione; quelle che per “liberare” le Altre donne del mondo invocano guerre umanitarie e di civiltà, salvo poi indignarsi quando gli effetti di queste guerre sono ancora più repressione ed oscurantismo; quelle che vogliono darci a bere che l’uomo Bianco è bravo e irreprensibile e deve farci da tutela contro l’Altro brutto, cattivo ed integralista; quelle che infine pretendono di normare i nostri corpi, i nostri affetti e di dividere il mondo tra donne buone e cattive cosicché se una mette la minigonna, parla con lo straniero, esce da solo la sera se la sarà cercata perchè ha rifiutato la tutela e i dettami della Sua Civiltà. Il tutto mentre fanno le politicanti e approvano o supportano a mezzo stampa politiche del lavoro, cancellano il welfare, rendono sempre più complicati l’aborto e la contraccezione, minando alla base la possibilità di indipendenza, cultura e libertà che sono il primo strumento per opporsi attivamente al sessismo e alla violenza di genere in tutte le sue forme (ben più ampie, purtroppo, della già gravissima molestia fisica).

Annunziata, sotto questo punto di vista, per me non è meglio di quel Giornale che titolava tempo fa “Bastardi islamici” o del Salvini di turno. Anzi è peggio in quanto subdola e coccolata da quella sinistra al caviale che ultimamente con destre e democristiani va tanto d’amore e d’accordo da esser di partito e persino di governo. E’ ora che iniziamo a togliere la legittimità di stare nelle piazze a parlare a nome nostro a questi personaggi con cui condividiamo sì e no l’apparato riproduttore: non ho bisogno che Annunziata mi protegga, semmai ho bisogno che avvoltoi, razzisti e securitari stiano lontani dal mio corpo e dalla mia autodeterminazione, tanto quanto gli stupratori spuntati fuori quella sera e i tanti molestatori di ogni giorno. Se personaggi come lei possono ancora definirsi “femministe” impunemente, abbiamo un grosso problema. Ovviamente, alle donne aggredite a Colonia, la massima solidarietà e tutta la nostra rabbia complice. Come dicevano le stesse donne scese in piazza dopo le aggressioni: “Gegen sexismus. Gegen rassismus”. I molestatori e gli sfruttatori politici dei nostri corpi “No pasàran”.

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