Negli ultimi giorni, le immagini e i post pubblicati da Maurizio Molinari su La Stampa e sui social offrono un saggio di analisi politica e di uso fuorviante del linguaggio.
Commentando i successi elettorali della sinistra progressista negli Stati Uniti, dalla vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie dem per il Senato in Michigan ai successi dei candidati legati a Zohran Mamdani a New York, Molinari ricorre a una terminologia d’emergenza: parla di socialisti che vogliono “impossessarsi” del Partito Democratico (“quello di Kennedy e Clinton”) e di progetti per “aggredire i redditi alti”.
La scelta delle parole non è mai neutrale, come sappiamo. E quelle utilizzate dall’establishment centrista, conservatore e sionista per descrivere la spinta progressista merita un’analisi critica.
1. La doppia grammatica dei media: tra “aggressione” e “normalità”
Quando un candidato progressista statunitense, per di più musulmano (cosa che Molinari o Rampini non possono sopportare), propone una redistribuzione fiscale o l’aumento delle tasse per i ceti più abbienti al fine di finanziare la sanità pubblica, le case popolari o il trasporto collettivo, il lessico giornalistico si trasforma in un bollettino di guerra.
Tassare i grandi patrimoni diventa un’aggressione, chiedere giustizia sociale diventa una “rivolta rivoluzionaria”, e vincere democraticamente le primarie significa “impossessarsi” di un partito.
Il paradosso emerge con evidenza se si confronta questa narrazione con il modo in cui viene trattato il “fenomeno” Trump. Quando il tycoon populista ha trasformato il Partito Repubblicano, stravolgendo la tradizione di Abraham Lincoln per farne un veicolo personale, la terminologia è stata spesso quella del “fenomeno politico”, dell’onda elettorale o del “populismo reazionario” a trazione MAGA.
Raramente l’agenda della destra conservatrice viene definita con gli stessi termini bellici, anche quando incide sui diritti fondamentali della popolazione:
A) Nessuno parla di “aggressione” quando si smantella il diritto all’aborto per le donne o si riducono le garanzie sul lavoro;
B) Nessuno parla di “impossessamento” quando la destra confisca lo spazio pubblico riducendo i fondi alla sanità per i più poveri o inasprendo le politiche di detenzione per i migranti;
C) Nessuno evoca il “sacrilegio” verso la memoria storica dei “padri fondatori” quando il dibattito si sposta su tagli alle tasse per le corporazioni o sull’uso della forza contro le fasce sociali fragili.
Perché, dunque, chiedere che i milionari contribuiscano maggiormente alla spesa pubblica sarebbe un'“aggressione”, mentre privare milioni di famiglie della copertura medica sarebbe solo una norma di politica economica?
2. Il mito del “Partito Democratico che fu”
Molinari accusa la nuova generazione di voler strappare il Partito Democratico dall’eredità di “Roosevelt, Truman, Kennedy e Clinton”, lasciando intendere che il socialismo democratico ne sia l’antitesi.
Ma è una ricostruzione storica selettiva.
Franklyn Delano Roosevelt creò il New Deal proprio imponendo un’aliquota marginale sui redditi più alti fino al 90%, affrontando l’opposizione feroce della finanza dell’epoca.
John F. Kennedy promosse l’intervento statale e le riforme sociali prima che la sua eredità venisse normalizzata dal centrismo liberale. Non ho la benché minima ammirazione per Kennedy giacché, da latinoamericana, ho ben presente cosa ha fatto la sua gestione nei confronti non solo di Cuba, ma di tutti i paesi latini, Brasile in primis.
Il modello di Bill Clinton, citato come pietra di paragone, rappresenta il compromesso liberista degli anni ’90, quello dell’austerità e della deregolamentazione finanziaria che ha contribuito ad ampliare la voragine delle disuguaglianze in cui l’America si trova oggi.
Invocare perciò la “purezza” di un partito che apparterrebbe di diritto ai moderati significa negare la natura stessa delle primarie: uno strumento democratico in cui la base sceglie da chi farsi rappresentare.
Se una comunità vota per El-Sayed o Mamdani, non c’è alcun “impossessamento”, ma l’esercizio del voto in un sistema competitivo.
3. Mettere a fuoco la realtà
La retorica che associa automaticamente il sostegno ai diritti dei lavoratori, la solidarietà con il popolo palestinese e la richiesta di giustizia sociale a una “rivolta estremista” ha uno scopo preciso: delegittimare la domanda di cambiamento prima ancora di discuterne il merito.
Non è stato estremista, Maurizio Molinari, quando ha affermato che i gazawi emigravano “volontariamente” circa un anno fa? Eppure dirige La Stampa, pensate.
Mentre editorialisti ed esperti paventano il pericolo del “socialismo” alle porte, la realtà materiale degli Stati Uniti mostra che i giovani e i ceti popolari non cercano un dogma ideologico del Novecento, ma risposte concrete ad un sistema in cui l’accumulo sregolato di capitale ha reso inaccessibili i beni primari.
Sostituire la discussione sui contenuti con una lessicologia della paura serve solo a difendere lo status quo, dipingendo qualsiasi tentativo di equità come un atto di violenza.
Finché l’analisi di commentatori come Rampini e Molinari continuerà a valutare la spinta progressista americana solo attraverso la lente della minaccia all’ordine liberale tradizionale, sfuggirà loro il senso profondo di questo cambiamento.
C’è una richiesta concreta di una società più umana, equa e sostenibile, in cui il benessere collettivo prevalga sulla corsa sfrenata all’accumulo individuale. Ed è questa la vera rivoluzione promossa dai giovani.
Quando figure come Bernie Sanders o le nuove leve della sinistra progressista conquistano terreno nelle roccaforti elettorali, non si tratta di un’improvvisa “ammaliazione ideologica”, ma della risposta razionale a un sistema economico che non offre garanzie di futuro.
I giovani cercano spazi di collettività, beni comuni e servizi condivisi. Il concetto stesso di “esclusività” (pilastro del sogno americano novecentesco) è stato sostituito dal desiderio di inclusione e coesione sociale.
A questo si aggiunge un chiaro e netto rifiuto di essere arruolati, sia retoricamente che materialmente, in conflitti geostrategici ed editti di guerra perpetua che servono gli interessi dell’industria bellica e delle élite politiche, ma sottraggono risorse fondamentali alla sanità, all’istruzione e al welfare.
Aggiungo, per concludere, che mentre l’ala conservatrice si scaglia contro i “Democratic Socialists of America” accusandoli di voler statalizzare l’economia, persino l’amministrazione Trump e il governo federale usano strumenti di intervento pubblico, erogando sussidi e acquisendo quote azionarie di società private (come evidenziato dalle critiche liberali sui programmi del CHIPS Act).
Ovvero, il sistema stesso dimostra che il puro “libero mercato” è una finzione retorica: lo Stato interviene costantemente, ma troppo spesso lo fa per salvare mercati e grandi corporation, anziché garantire i diritti essenziali della popolazione.
Ciò che fanno fatica a capire i tanti Molinari è che la cultura della prestazione a tutti i costi e dell’accumulo illimitato di capitale appare oggi vuota e insostenibile, perché l’aspirazione non è più diventare milionari a scapito altrui, ma raggiungere una stabilità d’esistenza accessibile a tutti, dove il lavoro è uno strumento di vita e non una condanna all’esaurimento fisico e mentale.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/12/2025
Viva Askatasuna!
di Sergio Fontegher Bologna
Una volta chiamavano Torino la città dell’automobile. Se la definizione era sbrigativa, è pur vero che il settore dell’automotive non solo ha rappresentato storicamente una componente importante dell’occupazione, ma è stato, come dire, un tratto del DNA della città quanto a Genova il know how marittimo-portuale. Dubito però che Genova, se le chiudessero il porto, se ne starebbe zitta e tranquilla. A Torino il buon Elkann e soci chiude il settore automotive e Torino non brucia, anzi si barcamena, s’attacca alle smentite di Stellantis, sembra non avere il coraggio di accettare la realtà. Non contento, il buon Elkann vende il quotidiano “La Stampa”, giornalisti inclusi nel pacchetto, come fossero carne di porco o fazzoletti Tempo. Dimostrando quanta stima avesse il padrone per i suoi servi ubbidienti che poche settimane prima erano stati esaltati come custodi della libertà di stampa, colonne della democrazia, dopo che un gruppo di studenti un po’ vivaci aveva osato buttare all’aria un po’ di carte posate sulle loro scrivanie. Hanno buttato all’aria delle carte, non hanno dato fuoco al palazzo.
A rivederla, questa sequenza, ha del grottesco. Elkann chiude il settore automotive. Non succede nulla. Ragazzi buttano all’aria delle carte nella redazione di un giornale. Apriti cielo! interviene anche Mattarella. Elkann pochi giorni dopo vende quel giornale, una testata che fa parte dell’identità di Torino. Non succede ancora nulla, sì i giornalisti fanno gli offesi (“Come, a noi colonne della democrazia, questa partaccia, sig. Elkann!”) in sostanza tutti zitti, perché è vero che si vende, ma a un amico della Meloni. Qualche giorno dopo dei ragazzi vengono trovati a dormire nel centro sociale Askatasuna. Dormivano, non stavano confezionando ordigni esplosivi. E succede il finimondo, il Ministro dell’Interno scatena le sue truppe, il sindaco con fare solenne indossa la fascia tricolore e dichiara che quei ragazzi non sono più cittadini rispettabili. E quando mai lo sono stati, quando mai lo hanno voluto essere!
Un ricordo personale. Il tema è la Torino-Lione e il movimento di rivolta nella Val di Susa. Una tema che fa parte dell’identità di Askatasuna. Siamo al volgere del secolo, da più di un anno mi hanno inserito in un comitato di esperti che deve tracciare al Ministero le linee guida del nuovo Piano dei Trasporti e della Logistica. Tutto il trasporto merci è di mia competenza, autostrade del mare, trasporto intermodale su rotaia, come si fa a ridurre l’impatto del traffico di camion sulle strade ecc.. Per questo la Torino-Lione non serve, i colleghi che sono responsabili dei problemi infrastrutturali, ambientali, regolativi, sono d’accordo. Diremo diplomaticamente che “non è una priorità”. Il nostro documento va al CIPE, in Parlamento passa con voto bipartisan, ma poco dopo ci sono le elezioni, Berlusconi rivince e il nostro bel Piano finisce nel cestino. Passo dal Ministero alle FS, consulente dell’AD di Trenitalia, e lì ho informazioni di prima mano su come stanno le cose nel traffico merci su ferrovia. Tra tutti i diversi (sono cinque) valichi alpini su rotaia il Fréjus sembra il meno importante rispetto al Gottardo, al Brennero, a Tarvisio e financo Opicina. Prima di lavorare per Trenitalia però mi capita di andare a Torino, per un evento di associazioni d’imprenditori. Ricordo che avevo Pininfarina (buonanima) in prima fila seduto accanto a Virano (buonanima), che è stato per decenni il principale promotore della Torino-Lione. Io faccio il mio ragionamento, la Torino-Lione non serve. E spiego perché. In economia dei trasporti – che io non ho mai studiato ma che mi è stata insegnata dai lavoratori – le caratteristiche del traffico dipendono dalla composizione merceologica dell’interscambio tra due paesi. Tra Francia e Italia c’era molta merce di massa (cereali per esempio), soprattutto in import. Le merci di massa si trasportano su carri particolari ma fanno parte ancora di un’epoca fordista, il trasporto merci del futuro sarà sempre più intermodale (container, casse mobili, semirimorchi) per portare componenti, semilavorati, beni di consumo. Un traffico che ha spedizioni molto più frequenti, dunque il carico sulla linea aumenta. Sul Gottardo, sul Brennero, stava già diventando l’unico traffico, dunque era sotto gli occhi di tutti la tendenza del mercato. È vero che la linea ferroviaria del Fréjus era quasi satura, ma la sua crescita era gestibile, non era necessario fare una nuova linea, con lunghe gallerie e tempi lunghissimi di realizzazione. Se il governo italiano avesse dovuto scegliere quali investimenti erano più urgenti, avrebbe dovuto investire sul Gottardo, sul Brennero, tanto più che Svizzera ed Austria, ben consapevoli dell’evoluzione del mercato, ci sollecitavano a farlo. Mentre ai francesi non importava gran che e nemmeno adesso, dopo vent’anni, hanno fretta di fare la Torno-Lione. Ero andato anche a Parigi, accompagnato da un alto funzionario del CNEL, per capire come la pensavano. Ci ricevettero al Senato nel Jardin du Luxembourg e li trovammo piuttosto freddi.
Dissi queste cose e vidi gli sguardi allibiti di Pininfarina e di Virano, ma ero pur sempre un consulente del Ministero, inghiottirono in silenzio, anzi, Pininfarina mi ringraziò per averli informati su come la pensavano a Roma (magari subito dopo avranno telefonato al Ministro, era Bersani se non sbaglio, “ma che razza di consulente si è preso”?). Passai poco dopo alle FS e lì mi convinsi ancor più di avere ragione. Divenni amico addirittura della funzionaria che aveva la responsabilità della circolazione sulla linea del Fréjus, coi suoi dati di prima mano sbaragliavo qualunque avversario. Come vicepresidente dell’Associazione Italiana di Logistica (per pochi mesi) avevo fatto amicizia coi colleghi tedeschi, erano allora i leader mondiali, mi nominarono socio onorario della loro Associazione. Potevo parlare con il direttore del traffico merci della Deutsche Bahn, coi manager dei più potenti spedizionieri europei, Schenker, Kühne&Nagel, DSV. A quei livelli si decide il mercato, chi li frequenta non ha bisogno di grandi studi. La forza del consulente vero – poi ci sono i faccendieri, ma è un altro discorso – sono le informazioni riservate. Così mi convinsi che la battaglia degli abitanti della Val di Susa era una battaglia sacrosanta, per impedire un’opera inutile o, nel migliore dei casi, non prioritaria. Invece le lobby del cemento, gli sventra-montagne, hanno vinto una volta ancora e il potenziamento del Gottardo e del Brennero lo hanno dovuto fare gli svizzeri e gli austriaci, con gli italiani assenti o a rimorchio.
In Val di Susa questo nostro paese ha rischiato la guerra civile per imporre un’opera inutile e oggi minaccia d’infliggere anni e anni di carcere a chi ha combattuto una battaglia giusta.
Per questo gridiamo “Viva Askatasuna”! Ci sono andato una volta sola a parlare di lotte nella logistica e mi dispiace. Era il tempo del Covid e ci passò davanti un corteo di No Vax, uscimmo per vederli passare, ci fischiarono, un esaltato mi venne quasi addosso, “traditori!”. Tanto per non farmi mancare nulla.
Quando penso alla storia della Torino-Lione mi coglie una tristezza infinita. Gli avversari di allora avevano un’altra statura rispetto alle mezze calzette di oggi. Penso alle merducole di Stellantis, che mettono sul lastrico migliaia di famiglie e si beccano i bonus. Al loro confronto Pininfarina sembra un gigante.
Fonte
Una volta chiamavano Torino la città dell’automobile. Se la definizione era sbrigativa, è pur vero che il settore dell’automotive non solo ha rappresentato storicamente una componente importante dell’occupazione, ma è stato, come dire, un tratto del DNA della città quanto a Genova il know how marittimo-portuale. Dubito però che Genova, se le chiudessero il porto, se ne starebbe zitta e tranquilla. A Torino il buon Elkann e soci chiude il settore automotive e Torino non brucia, anzi si barcamena, s’attacca alle smentite di Stellantis, sembra non avere il coraggio di accettare la realtà. Non contento, il buon Elkann vende il quotidiano “La Stampa”, giornalisti inclusi nel pacchetto, come fossero carne di porco o fazzoletti Tempo. Dimostrando quanta stima avesse il padrone per i suoi servi ubbidienti che poche settimane prima erano stati esaltati come custodi della libertà di stampa, colonne della democrazia, dopo che un gruppo di studenti un po’ vivaci aveva osato buttare all’aria un po’ di carte posate sulle loro scrivanie. Hanno buttato all’aria delle carte, non hanno dato fuoco al palazzo.
A rivederla, questa sequenza, ha del grottesco. Elkann chiude il settore automotive. Non succede nulla. Ragazzi buttano all’aria delle carte nella redazione di un giornale. Apriti cielo! interviene anche Mattarella. Elkann pochi giorni dopo vende quel giornale, una testata che fa parte dell’identità di Torino. Non succede ancora nulla, sì i giornalisti fanno gli offesi (“Come, a noi colonne della democrazia, questa partaccia, sig. Elkann!”) in sostanza tutti zitti, perché è vero che si vende, ma a un amico della Meloni. Qualche giorno dopo dei ragazzi vengono trovati a dormire nel centro sociale Askatasuna. Dormivano, non stavano confezionando ordigni esplosivi. E succede il finimondo, il Ministro dell’Interno scatena le sue truppe, il sindaco con fare solenne indossa la fascia tricolore e dichiara che quei ragazzi non sono più cittadini rispettabili. E quando mai lo sono stati, quando mai lo hanno voluto essere!
Un ricordo personale. Il tema è la Torino-Lione e il movimento di rivolta nella Val di Susa. Una tema che fa parte dell’identità di Askatasuna. Siamo al volgere del secolo, da più di un anno mi hanno inserito in un comitato di esperti che deve tracciare al Ministero le linee guida del nuovo Piano dei Trasporti e della Logistica. Tutto il trasporto merci è di mia competenza, autostrade del mare, trasporto intermodale su rotaia, come si fa a ridurre l’impatto del traffico di camion sulle strade ecc.. Per questo la Torino-Lione non serve, i colleghi che sono responsabili dei problemi infrastrutturali, ambientali, regolativi, sono d’accordo. Diremo diplomaticamente che “non è una priorità”. Il nostro documento va al CIPE, in Parlamento passa con voto bipartisan, ma poco dopo ci sono le elezioni, Berlusconi rivince e il nostro bel Piano finisce nel cestino. Passo dal Ministero alle FS, consulente dell’AD di Trenitalia, e lì ho informazioni di prima mano su come stanno le cose nel traffico merci su ferrovia. Tra tutti i diversi (sono cinque) valichi alpini su rotaia il Fréjus sembra il meno importante rispetto al Gottardo, al Brennero, a Tarvisio e financo Opicina. Prima di lavorare per Trenitalia però mi capita di andare a Torino, per un evento di associazioni d’imprenditori. Ricordo che avevo Pininfarina (buonanima) in prima fila seduto accanto a Virano (buonanima), che è stato per decenni il principale promotore della Torino-Lione. Io faccio il mio ragionamento, la Torino-Lione non serve. E spiego perché. In economia dei trasporti – che io non ho mai studiato ma che mi è stata insegnata dai lavoratori – le caratteristiche del traffico dipendono dalla composizione merceologica dell’interscambio tra due paesi. Tra Francia e Italia c’era molta merce di massa (cereali per esempio), soprattutto in import. Le merci di massa si trasportano su carri particolari ma fanno parte ancora di un’epoca fordista, il trasporto merci del futuro sarà sempre più intermodale (container, casse mobili, semirimorchi) per portare componenti, semilavorati, beni di consumo. Un traffico che ha spedizioni molto più frequenti, dunque il carico sulla linea aumenta. Sul Gottardo, sul Brennero, stava già diventando l’unico traffico, dunque era sotto gli occhi di tutti la tendenza del mercato. È vero che la linea ferroviaria del Fréjus era quasi satura, ma la sua crescita era gestibile, non era necessario fare una nuova linea, con lunghe gallerie e tempi lunghissimi di realizzazione. Se il governo italiano avesse dovuto scegliere quali investimenti erano più urgenti, avrebbe dovuto investire sul Gottardo, sul Brennero, tanto più che Svizzera ed Austria, ben consapevoli dell’evoluzione del mercato, ci sollecitavano a farlo. Mentre ai francesi non importava gran che e nemmeno adesso, dopo vent’anni, hanno fretta di fare la Torno-Lione. Ero andato anche a Parigi, accompagnato da un alto funzionario del CNEL, per capire come la pensavano. Ci ricevettero al Senato nel Jardin du Luxembourg e li trovammo piuttosto freddi.
Dissi queste cose e vidi gli sguardi allibiti di Pininfarina e di Virano, ma ero pur sempre un consulente del Ministero, inghiottirono in silenzio, anzi, Pininfarina mi ringraziò per averli informati su come la pensavano a Roma (magari subito dopo avranno telefonato al Ministro, era Bersani se non sbaglio, “ma che razza di consulente si è preso”?). Passai poco dopo alle FS e lì mi convinsi ancor più di avere ragione. Divenni amico addirittura della funzionaria che aveva la responsabilità della circolazione sulla linea del Fréjus, coi suoi dati di prima mano sbaragliavo qualunque avversario. Come vicepresidente dell’Associazione Italiana di Logistica (per pochi mesi) avevo fatto amicizia coi colleghi tedeschi, erano allora i leader mondiali, mi nominarono socio onorario della loro Associazione. Potevo parlare con il direttore del traffico merci della Deutsche Bahn, coi manager dei più potenti spedizionieri europei, Schenker, Kühne&Nagel, DSV. A quei livelli si decide il mercato, chi li frequenta non ha bisogno di grandi studi. La forza del consulente vero – poi ci sono i faccendieri, ma è un altro discorso – sono le informazioni riservate. Così mi convinsi che la battaglia degli abitanti della Val di Susa era una battaglia sacrosanta, per impedire un’opera inutile o, nel migliore dei casi, non prioritaria. Invece le lobby del cemento, gli sventra-montagne, hanno vinto una volta ancora e il potenziamento del Gottardo e del Brennero lo hanno dovuto fare gli svizzeri e gli austriaci, con gli italiani assenti o a rimorchio.
In Val di Susa questo nostro paese ha rischiato la guerra civile per imporre un’opera inutile e oggi minaccia d’infliggere anni e anni di carcere a chi ha combattuto una battaglia giusta.
Per questo gridiamo “Viva Askatasuna”! Ci sono andato una volta sola a parlare di lotte nella logistica e mi dispiace. Era il tempo del Covid e ci passò davanti un corteo di No Vax, uscimmo per vederli passare, ci fischiarono, un esaltato mi venne quasi addosso, “traditori!”. Tanto per non farmi mancare nulla.
Quando penso alla storia della Torino-Lione mi coglie una tristezza infinita. Gli avversari di allora avevano un’altra statura rispetto alle mezze calzette di oggi. Penso alle merducole di Stellantis, che mettono sul lastrico migliaia di famiglie e si beccano i bonus. Al loro confronto Pininfarina sembra un gigante.
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14/12/2025
“La Repubblica” saudita
di Vincenzo Morvillo
A Repubblica e La Stampa i giornalisti protestano e sono in sciopero perché il gruppo Gedi, di proprietà degli Elkann, ha deciso di vendere le testate di famiglia all’armatore miliardario greco Kyriakou, maggior azionista della holding Antenna, di cui una quota del 30% sarebbe in mano al principe saudita, Mohammed bin Salman Al Sa’ud.
I lavoratori dei due fogli che, ricordiamolo, sono principalmente giornalisti: ovvero, quando hanno la fortuna di avere un contratto regolare o addirittura “personalizzato”, dei “privilegiati” che svolgono una professione intellettuale. Vendono cioè pensieri e parole.
Sarebbe a dire quegli attrezzi che servono a comunicare idee che dovrebbero in teoria quantomeno corrispondere allo statuto di verità e alla deontologia. Non patate e cipolle, che è un mestiere dignitosissimo ma attiene ad altro. Ma sono comunque lavoratori, dicevamo, che contestano la perdita di un fondamentale asset culturale nazionale.
Invocano addirittura l’intervento del governo (governo di quella destra contro cui urlano e si scagliano dalle stesse pagine di quei giornali) dichiarando di temere per il mantenimento del proprio lavoro e per la loro indipendenza e autonomia.
«Salvaguardia dell’identità politico-culturale di un giornale come Repubblica». E ancora: «In ballo non c’è un semplice marchio, ma la sopravvivenza stessa di un pensiero critico».
Queste le roboanti e concettose frasi che si possono leggere nel comunicato stampa elaborato, licenziato e diffuso dall’assemblea dei giornalisti e dei lavoratori di Repubblica.
Tutto giusto, verrebbe da dire, se però i giornali – e i giornalisti in questione – non fossero Repubblica e La Stampa. Due edizioni annoverate tra la stampa “di sinistra” (boom!) che negli ultimi quindici anni hanno oltraggiato l’idea stessa del giornalismo libero. Infangato la categoria filosofica del rispetto dei fatti e della verità. Fatto a pezzi l’etica professionale. Umiliato il ruolo del giornalista, riducendolo ad un servo della proprietà e ad un passacarte di veline e documenti.
Veline e documenti prodotti da quei comitati di affari afferenti al complesso militare-industriale cui hanno risposto, specie negli ultimi quindici anni, troppe volte “signorsì, signore“. Di buon grado e con la reattività di un soldato al fronte.
Con l’unica differenza che loro, il fronte, lo vedono da uno schermo del Pc e seduti su comode poltrone ergonomiche. Mentre il proletariato ucraino e russo muore per soddisfare le velleità di potenza di quei deliranti oligarchi ai cui ordini direttori, capiservizio e corrispondenti si genuflettono.
Per non dire della stomachevole, vergognosa e criminale propaganda filo israeliana che trabocca da quei fogli, al punto da delineare addirittura una tangibile – quasi perseguibile penalmente – “complicità in genocidio“.
E non bastano certo le sempre rare Mannocchi, Jebreal, Foa o i Grossman ad attutire l’ignominia propagandistica che ha soffocato l’informazione di regime italiana.
Informazione di regime e irreggimentata che ha le sue più solide radici proprio in quei quotidiani figurativamente “di sinistra”, che hanno polverizzato la sinistra finanche nelle parole e nell’imagginario. Anche grazie ai servizievoli contributi offerti da intellettuali di terza fila che hanno trovato spazio, cittadinanza e valsente all’interno delle loro pagine.
E allora, alla fine, mi vengono da fare giusto un paio di considerazioni e domande che vorrei rivolgere a coloro che dovrei considerare “colleghi” ma che viceversa vedo come dei camerieri del potere.
Egregi amici, quando mai Repubblica e La Stampa – negli ultimi anni, ma non solo – hanno rappresentato un “baluardo del pensiero critico“? Fatevelo dire francamente: una simile affermazione suona alquanto incoerente, grottesca soprattutto nell’evocare la tutela di un “asset culturale” e di un “presidio di democrazia”.
Avete avallato tutte le politiche anti-popolari degli ultimi quarant’anni. Avete sostenuto il neoliberismo e la supremazia del mercato e del profitto purché sia. Avete difeso tutte le porcate dei proprietari – la famiglia Agnelli-Elkann – sul piano economico: dalle delocalizzazioni ai disinvestimenti produttivi, fino all’abbandono del contratto nazionale dei metalmeccanici (sotto Marchionne). Avete taciuto sull’assenza di una progettualità industriale e plaudito alla richiesta di denaro pubblico utilizzato per distribuire dividendi agli azionisti.
Non avete battuto un colpo di fronte allo sfruttamento dei vostri stessi giovani colleghi e collaboratori, iper sfruttati e sottopagati. Non vi siete fatti scrupoli a soffiare sul fuoco della guerra e del genocidio, inventando di tutto senza remore (“i russi vanno all’assalto con le pale del 1800” resterà negli annali...).
Avete plaudito al Nobel della Pace assegnato alla criminale Corina Machado, dedicandole un’intervista tanto servizievole quanto scandalosa.
Avete giustificato la repressione del dissenso e gli ignobili “decori urbani”. Avete seguito traiettorie culturali classiste ed elitarie. La critica letteraria, teatrale, cinematografica e d’arte… l’avete ridotta a spot pubblicitario. La proprietà privata l’avete celebrata come diritto inalienabile, inviolabile e pre-politico. Avete benedetto le privatizzazioni e lo smantellamento del welfare state…
E ora che il vostro proprietario e padrone, godendo del suo “pieno diritto”, decide di vendere – per far soldi o eliminare le perdite – invocate il “bene comune”, l'”intervento dello Stato”, la “salvaguardia politico-culturale” e addirittura il “pensiero critico”?
Non vi sembra grottesco e in definitiva alquanto ipocrita? In fondo sapete come si dice, no? “È il Capitalismo, bellezza!” Quello che tanto vi è piaciuto finora.
Ma dimenticavo. Il doppio standard è il vostro vero credo. Il vostro dogma esistenziale e professionale.
Purtroppo però stavolta la vedo dura. “Il mercato” ha le sue regole e il governo non ha alcuna voglia di intervenire in vostro aiuto. Anzi gongola.
Ma d’altronde, diciamoci la verità una volta tanto. Dopo il sionista Molinari, Mohammed bin Salman Al Sa’ud sarà quasi una ventata di aria fresca. Ma anche di democrazia. Cui, ne siamo abbastanza certi, vi adeguerete con la solita elasticità…
Il sarcasmo purtroppo ve lo siete meritato sul campo. A buon rendere...
Fonte
A Repubblica e La Stampa i giornalisti protestano e sono in sciopero perché il gruppo Gedi, di proprietà degli Elkann, ha deciso di vendere le testate di famiglia all’armatore miliardario greco Kyriakou, maggior azionista della holding Antenna, di cui una quota del 30% sarebbe in mano al principe saudita, Mohammed bin Salman Al Sa’ud.
I lavoratori dei due fogli che, ricordiamolo, sono principalmente giornalisti: ovvero, quando hanno la fortuna di avere un contratto regolare o addirittura “personalizzato”, dei “privilegiati” che svolgono una professione intellettuale. Vendono cioè pensieri e parole.
Sarebbe a dire quegli attrezzi che servono a comunicare idee che dovrebbero in teoria quantomeno corrispondere allo statuto di verità e alla deontologia. Non patate e cipolle, che è un mestiere dignitosissimo ma attiene ad altro. Ma sono comunque lavoratori, dicevamo, che contestano la perdita di un fondamentale asset culturale nazionale.
Invocano addirittura l’intervento del governo (governo di quella destra contro cui urlano e si scagliano dalle stesse pagine di quei giornali) dichiarando di temere per il mantenimento del proprio lavoro e per la loro indipendenza e autonomia.
«Salvaguardia dell’identità politico-culturale di un giornale come Repubblica». E ancora: «In ballo non c’è un semplice marchio, ma la sopravvivenza stessa di un pensiero critico».
Queste le roboanti e concettose frasi che si possono leggere nel comunicato stampa elaborato, licenziato e diffuso dall’assemblea dei giornalisti e dei lavoratori di Repubblica.
Tutto giusto, verrebbe da dire, se però i giornali – e i giornalisti in questione – non fossero Repubblica e La Stampa. Due edizioni annoverate tra la stampa “di sinistra” (boom!) che negli ultimi quindici anni hanno oltraggiato l’idea stessa del giornalismo libero. Infangato la categoria filosofica del rispetto dei fatti e della verità. Fatto a pezzi l’etica professionale. Umiliato il ruolo del giornalista, riducendolo ad un servo della proprietà e ad un passacarte di veline e documenti.
Veline e documenti prodotti da quei comitati di affari afferenti al complesso militare-industriale cui hanno risposto, specie negli ultimi quindici anni, troppe volte “signorsì, signore“. Di buon grado e con la reattività di un soldato al fronte.
Con l’unica differenza che loro, il fronte, lo vedono da uno schermo del Pc e seduti su comode poltrone ergonomiche. Mentre il proletariato ucraino e russo muore per soddisfare le velleità di potenza di quei deliranti oligarchi ai cui ordini direttori, capiservizio e corrispondenti si genuflettono.
Per non dire della stomachevole, vergognosa e criminale propaganda filo israeliana che trabocca da quei fogli, al punto da delineare addirittura una tangibile – quasi perseguibile penalmente – “complicità in genocidio“.
E non bastano certo le sempre rare Mannocchi, Jebreal, Foa o i Grossman ad attutire l’ignominia propagandistica che ha soffocato l’informazione di regime italiana.
Informazione di regime e irreggimentata che ha le sue più solide radici proprio in quei quotidiani figurativamente “di sinistra”, che hanno polverizzato la sinistra finanche nelle parole e nell’imagginario. Anche grazie ai servizievoli contributi offerti da intellettuali di terza fila che hanno trovato spazio, cittadinanza e valsente all’interno delle loro pagine.
E allora, alla fine, mi vengono da fare giusto un paio di considerazioni e domande che vorrei rivolgere a coloro che dovrei considerare “colleghi” ma che viceversa vedo come dei camerieri del potere.
Egregi amici, quando mai Repubblica e La Stampa – negli ultimi anni, ma non solo – hanno rappresentato un “baluardo del pensiero critico“? Fatevelo dire francamente: una simile affermazione suona alquanto incoerente, grottesca soprattutto nell’evocare la tutela di un “asset culturale” e di un “presidio di democrazia”.
Avete avallato tutte le politiche anti-popolari degli ultimi quarant’anni. Avete sostenuto il neoliberismo e la supremazia del mercato e del profitto purché sia. Avete difeso tutte le porcate dei proprietari – la famiglia Agnelli-Elkann – sul piano economico: dalle delocalizzazioni ai disinvestimenti produttivi, fino all’abbandono del contratto nazionale dei metalmeccanici (sotto Marchionne). Avete taciuto sull’assenza di una progettualità industriale e plaudito alla richiesta di denaro pubblico utilizzato per distribuire dividendi agli azionisti.
Non avete battuto un colpo di fronte allo sfruttamento dei vostri stessi giovani colleghi e collaboratori, iper sfruttati e sottopagati. Non vi siete fatti scrupoli a soffiare sul fuoco della guerra e del genocidio, inventando di tutto senza remore (“i russi vanno all’assalto con le pale del 1800” resterà negli annali...).
Avete plaudito al Nobel della Pace assegnato alla criminale Corina Machado, dedicandole un’intervista tanto servizievole quanto scandalosa.
Avete giustificato la repressione del dissenso e gli ignobili “decori urbani”. Avete seguito traiettorie culturali classiste ed elitarie. La critica letteraria, teatrale, cinematografica e d’arte… l’avete ridotta a spot pubblicitario. La proprietà privata l’avete celebrata come diritto inalienabile, inviolabile e pre-politico. Avete benedetto le privatizzazioni e lo smantellamento del welfare state…
E ora che il vostro proprietario e padrone, godendo del suo “pieno diritto”, decide di vendere – per far soldi o eliminare le perdite – invocate il “bene comune”, l'”intervento dello Stato”, la “salvaguardia politico-culturale” e addirittura il “pensiero critico”?
Non vi sembra grottesco e in definitiva alquanto ipocrita? In fondo sapete come si dice, no? “È il Capitalismo, bellezza!” Quello che tanto vi è piaciuto finora.
Ma dimenticavo. Il doppio standard è il vostro vero credo. Il vostro dogma esistenziale e professionale.
Purtroppo però stavolta la vedo dura. “Il mercato” ha le sue regole e il governo non ha alcuna voglia di intervenire in vostro aiuto. Anzi gongola.
Ma d’altronde, diciamoci la verità una volta tanto. Dopo il sionista Molinari, Mohammed bin Salman Al Sa’ud sarà quasi una ventata di aria fresca. Ma anche di democrazia. Cui, ne siamo abbastanza certi, vi adeguerete con la solita elasticità…
Il sarcasmo purtroppo ve lo siete meritato sul campo. A buon rendere...
Fonte
12/12/2025
La Repubblica in vendita, la Stampa a rischio chiusura
John Elkann, il boss del gruppo finanziario Exxor, ha deciso di chiudere il quotidiano La Stampa e di vendere Repubblica e gli altri media del gruppo Gedi (Huffington Post, le radio Deejay, Capital, La Sentinella del Canavese) entro gennaio 2026 . I vertici di Gedi lo hanno comunicato ai giornalisti de La Repubblica e confermato anche al comitato di redazione de La Stampa.
Da quanto trapela, l’operazione coinvolge principalmente La Repubblica, le radio e le attività digitali, con un’offerta intorno ai 140 milioni di euro avanzata dal gruppo greco-saudita Antenna.
La società Antenna è dell’armatore greco Kyriakou ma è partecipata al 30% dal fondo Pif del principe saudita Mohammad bin Salman, ed ha fatto sapere di non essere interessata all’acquisizione de La Stampa.
Il futuro dello storico quotidiano di Torino (da sempre proprietà della Fiat prima e della Exor poi), definito dagli operai torinesi con il soprannome emblematico e di certo non lusinghiero di La Busiarda, resta dunque incerto e il rischio di chiusura sembra materializzarsi concretamente.
Per l’acquisizione del gruppo editoriale Gedi si era fatto avanti anche Leonardo Del Vecchio, attuale padrone e figlio del fondatore di Luxottica, il quale aveva presentato un’offerta da circa 140 milioni di euro tramite la sua società Lmdv per contendere all’imprenditore greco le attività editoriali e le radio del gruppo editoriale. Ma l’Exor di Elkann, azionista di controllo del gruppo Gedi, ha deciso di continuare il negoziato con Antenna formalizzando una nuova fase di esclusiva per definire i dettagli dell’operazione.
Ieri 11 dicembre, La Stampa non era in edicola, mentre oggi venerdì 12 dicembre, Repubblica, altra testata del gruppo, sarà in sciopero. Il sito non sarà aggiornato dalle 7 del 12 dicembre alle 7 di sabato 13.
I vertici del gruppo Gedi e i Comitati di Redazione de La Stampa e de la Repubblica sono stati convocati dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione e all’editoria Alberto Barachini.
Colpisce il maligno commento del Presidente del Senato Larussa, il quale rispondendo alla domanda di un giornalista su questa vicenda ha detto: “I giornali di sinistra non è che mancano eh, non è che sentiamo questo bisogno disperato di avere per forza giornali di sinistra, però noi dobbiamo rimanere neutrali, abbiamo il dovere di aiutare i giornalisti, le maestranze a non perdere il posto di lavoro, ma sulla natura dei giornali, non tocca al governo”.
Certo sentire affermare che La Stampa e la Repubblica sono giornali “di sinistra” ci provoca un certo effetto, ma per i caterpillar della destra al governo è tutto di sinistra tranne quelli che hanno il busto di Mussolini sul comò di casa.
Solo due settimane fa il quotidiano La Stampa era diventato oggetto di grandi attestati di solidarietà e alte grida di stigmatizzazione per l’incursione di un corteo di studenti nella redazione. Il quotidiano, come noto, non gode di buona fama nei movimenti sociali torinesi né tra le reti solidali con la Palestina. Per giorni questo fatto era stato il tema del giorno e il tormentone discriminante di ogni commento o ragionamento (cosa pensa della incursione alla Stampa? È stata la domanda d’obbligo a presupposto di qualsiasi altra).
Ma mentre tutti si concentravano sul dito – la contestazione degli studenti – la Luna si apprestava a precipitare sulla redazione del giornale con le fattezze di un elefante nella stanza. Le serie minacce alle libertà vengono sempre dall’alto, non dal basso. Da questo possono venire le critiche o “i moniti”, per quanto ruvidi possano essere, dall’alto vengono gli ordini.
Fonte
Da quanto trapela, l’operazione coinvolge principalmente La Repubblica, le radio e le attività digitali, con un’offerta intorno ai 140 milioni di euro avanzata dal gruppo greco-saudita Antenna.
La società Antenna è dell’armatore greco Kyriakou ma è partecipata al 30% dal fondo Pif del principe saudita Mohammad bin Salman, ed ha fatto sapere di non essere interessata all’acquisizione de La Stampa.
Il futuro dello storico quotidiano di Torino (da sempre proprietà della Fiat prima e della Exor poi), definito dagli operai torinesi con il soprannome emblematico e di certo non lusinghiero di La Busiarda, resta dunque incerto e il rischio di chiusura sembra materializzarsi concretamente.
Per l’acquisizione del gruppo editoriale Gedi si era fatto avanti anche Leonardo Del Vecchio, attuale padrone e figlio del fondatore di Luxottica, il quale aveva presentato un’offerta da circa 140 milioni di euro tramite la sua società Lmdv per contendere all’imprenditore greco le attività editoriali e le radio del gruppo editoriale. Ma l’Exor di Elkann, azionista di controllo del gruppo Gedi, ha deciso di continuare il negoziato con Antenna formalizzando una nuova fase di esclusiva per definire i dettagli dell’operazione.
Ieri 11 dicembre, La Stampa non era in edicola, mentre oggi venerdì 12 dicembre, Repubblica, altra testata del gruppo, sarà in sciopero. Il sito non sarà aggiornato dalle 7 del 12 dicembre alle 7 di sabato 13.
I vertici del gruppo Gedi e i Comitati di Redazione de La Stampa e de la Repubblica sono stati convocati dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione e all’editoria Alberto Barachini.
Colpisce il maligno commento del Presidente del Senato Larussa, il quale rispondendo alla domanda di un giornalista su questa vicenda ha detto: “I giornali di sinistra non è che mancano eh, non è che sentiamo questo bisogno disperato di avere per forza giornali di sinistra, però noi dobbiamo rimanere neutrali, abbiamo il dovere di aiutare i giornalisti, le maestranze a non perdere il posto di lavoro, ma sulla natura dei giornali, non tocca al governo”.
Certo sentire affermare che La Stampa e la Repubblica sono giornali “di sinistra” ci provoca un certo effetto, ma per i caterpillar della destra al governo è tutto di sinistra tranne quelli che hanno il busto di Mussolini sul comò di casa.
Solo due settimane fa il quotidiano La Stampa era diventato oggetto di grandi attestati di solidarietà e alte grida di stigmatizzazione per l’incursione di un corteo di studenti nella redazione. Il quotidiano, come noto, non gode di buona fama nei movimenti sociali torinesi né tra le reti solidali con la Palestina. Per giorni questo fatto era stato il tema del giorno e il tormentone discriminante di ogni commento o ragionamento (cosa pensa della incursione alla Stampa? È stata la domanda d’obbligo a presupposto di qualsiasi altra).
Ma mentre tutti si concentravano sul dito – la contestazione degli studenti – la Luna si apprestava a precipitare sulla redazione del giornale con le fattezze di un elefante nella stanza. Le serie minacce alle libertà vengono sempre dall’alto, non dal basso. Da questo possono venire le critiche o “i moniti”, per quanto ruvidi possano essere, dall’alto vengono gli ordini.
Fonte
02/12/2025
I furbetti della manipolazione e dell’indignazione
In soli tre giorni abbiamo assistito ad un combinato disposto di disinformazione, manipolazione e stigmatizzazione teso a coprire e rimuovere eventi politicamente scomodi per la narrazione dominante.
Il primo è avvenuto venerdì quando l’attenzione politica e mediatica si è concentrata quasi esclusivamente sull’incursione alla sede del quotidiano La Stampa allo scopo evidente di oscurare lo sciopero generale dell’USB e dei sindacati di base contro “La Finanziaria di guerra” del governo Meloni.
Il copione si è ripetuto tra sabato sera e domenica mattina quando, tra telegiornali serali e giornali domenicali, è stata oscurata una enorme manifestazione popolare contro il governo puntando esclusivamente ad amplificare la “stigmatizzazione” delle parole della relatrice speciale dell’Onu Francesca Albanese nel corso della manifestazione, tra l’altro distorcendone spudoratamente il senso e le parole stesse.
Aver usato Francesca Albanese come target di questa offensiva disinformativa e manipolante ha consentito alla classe politica e ai mass media di evitare di riferire e commentare una manifestazione pienamente riuscita sul piano della partecipazione e che proprio governo, mass media al servizio dello stesso e apparati sionisti avevano ardentemente sperato che non riuscisse. Un certo giornalismo-avvoltoio sperava magari in scontri o qualche vetrina sfasciata. Ma sono rimasti delusi, ragione per cui hanno ritenuto di dover oscurare una manifestazione con decine di migliaia di persone.
Vogliamo cogliere tra l’altro l’occasione per esprimere la nostra solidarietà a Francesca Albanese per i vergognosi attacchi a cui è sottoposta sia da destra che dal mondo PD.
E fin qui siamo nel campo della distorsione e della manipolazione massmediatica funzionale al governo da parte di testate giornalistiche, anche di orientamento diverso, ma che in fondo ne condividono le priorità politiche in politica estera.
Poi però ci sono i furbetti e gli smemorati.
Il terzo caso è quello avvenuto lunedì, con l’enorme rilievo avuto sui mass media, e le puntuali dichiarazioni di tutte le istituzioni e della politica, contro le scritte apparse sulla sinagoga Beth Michael nel quartiere Monteverde di Roma. Il Presidente Mattarella, il presidente del Senato La Russa e tanti altri si sono affrettati a mandare messaggi solidali alla comunità ebraica di Roma.
L’evento, e la spropositata copertura politico-mediatica del fatto, sono intanto serviti a creare una impossibile simmetria nella comunicazione con il pestaggio di alcuni volontari italiani avvenuto in Cisgiordania da parte dei coloni israeliani, un episodio decisamente imbarazzante per il governo.
Ma soprattutto negli articoli sulle scritte comparse sulla Sinagoga quasi tutti si sono dimenticati di un dettaglio che magari andava riportato per completezza dell’informazione.
Proprio dalla sinagoga di Monteverde il 3 ottobre scorso, erano infatti partiti gli squadristi sionisti che avevano aggredito gli studenti del vicino liceo “Caravillani” che stavano tenendo una iniziativa sulla Palestina. In quel caso gli aggressori sono stati riconosciuti, in quanto tutti ben conosciuti e tutti adulti (non ragazzi). In quel caso non si trattava di una scritta sul muro.
Non abbiamo però memoria di telefonate dal Quirinale o dal Senato agli studenti della scuola, o quantomeno alla preside, almeno per stigmatizzare quanto era avvenuto.
Se l’imbrattamento della lapide dedicata al bambino ebreo Stefano Tachè ucciso nel 1982 è chiaramente inaccettabile (i morti vanno lasciati in pace, sempre), la scritta “Monteverde antisionista e antifascista” appare dunque del tutto pertinente al contesto di quanto avvenuto il 3 ottobre scorso.
Infine, e non certo per importanza, l’8 maggio dello scorso anno, la targa affissa dalla facoltà di Fisica della Sapienza a ricordo del rettore dell’università di Gaza Sufyan Tayeh, ucciso dai militari israeliani, era stata vandalizzata e imbrattata con scritte a sostegno di Israele.
Ma anche in quel caso non abbiamo memoria di una telefonata del Presidente della Repubblica o di quello del Senato alle autorità accademiche della Sapienza, o della facoltà di Fisica, per condannare l’oltraggio.
Come avevamo denunciato nei mesi scorsi, gli apparati sionisti e il governo italiano loro complice stanno cercando in tutti i modi di recuperare il terreno perduto a causa della indignazione di massa per il genocidio dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.
L’illusione è quella di riportare la narrazione sulla realtà alla situazione precedente al 7 ottobre 2023, quando il controllo e l’egemonia di Israele sull’informazione anche nel nostro paese erano invasivi e totalizzanti.
Questo meccanismo però si è rotto in più punti. La gente manifesta per le strade e riconosce nella causa e nelle bandiere della Palestina un dovere politico e morale di giustizia. E poi, purtroppo e per fortuna, disponiamo di una memoria prodigiosa.
Fonte
Il primo è avvenuto venerdì quando l’attenzione politica e mediatica si è concentrata quasi esclusivamente sull’incursione alla sede del quotidiano La Stampa allo scopo evidente di oscurare lo sciopero generale dell’USB e dei sindacati di base contro “La Finanziaria di guerra” del governo Meloni.
Il copione si è ripetuto tra sabato sera e domenica mattina quando, tra telegiornali serali e giornali domenicali, è stata oscurata una enorme manifestazione popolare contro il governo puntando esclusivamente ad amplificare la “stigmatizzazione” delle parole della relatrice speciale dell’Onu Francesca Albanese nel corso della manifestazione, tra l’altro distorcendone spudoratamente il senso e le parole stesse.
Aver usato Francesca Albanese come target di questa offensiva disinformativa e manipolante ha consentito alla classe politica e ai mass media di evitare di riferire e commentare una manifestazione pienamente riuscita sul piano della partecipazione e che proprio governo, mass media al servizio dello stesso e apparati sionisti avevano ardentemente sperato che non riuscisse. Un certo giornalismo-avvoltoio sperava magari in scontri o qualche vetrina sfasciata. Ma sono rimasti delusi, ragione per cui hanno ritenuto di dover oscurare una manifestazione con decine di migliaia di persone.
Vogliamo cogliere tra l’altro l’occasione per esprimere la nostra solidarietà a Francesca Albanese per i vergognosi attacchi a cui è sottoposta sia da destra che dal mondo PD.
E fin qui siamo nel campo della distorsione e della manipolazione massmediatica funzionale al governo da parte di testate giornalistiche, anche di orientamento diverso, ma che in fondo ne condividono le priorità politiche in politica estera.
Poi però ci sono i furbetti e gli smemorati.
Il terzo caso è quello avvenuto lunedì, con l’enorme rilievo avuto sui mass media, e le puntuali dichiarazioni di tutte le istituzioni e della politica, contro le scritte apparse sulla sinagoga Beth Michael nel quartiere Monteverde di Roma. Il Presidente Mattarella, il presidente del Senato La Russa e tanti altri si sono affrettati a mandare messaggi solidali alla comunità ebraica di Roma.
L’evento, e la spropositata copertura politico-mediatica del fatto, sono intanto serviti a creare una impossibile simmetria nella comunicazione con il pestaggio di alcuni volontari italiani avvenuto in Cisgiordania da parte dei coloni israeliani, un episodio decisamente imbarazzante per il governo.
Ma soprattutto negli articoli sulle scritte comparse sulla Sinagoga quasi tutti si sono dimenticati di un dettaglio che magari andava riportato per completezza dell’informazione.
Proprio dalla sinagoga di Monteverde il 3 ottobre scorso, erano infatti partiti gli squadristi sionisti che avevano aggredito gli studenti del vicino liceo “Caravillani” che stavano tenendo una iniziativa sulla Palestina. In quel caso gli aggressori sono stati riconosciuti, in quanto tutti ben conosciuti e tutti adulti (non ragazzi). In quel caso non si trattava di una scritta sul muro.
Non abbiamo però memoria di telefonate dal Quirinale o dal Senato agli studenti della scuola, o quantomeno alla preside, almeno per stigmatizzare quanto era avvenuto.
Se l’imbrattamento della lapide dedicata al bambino ebreo Stefano Tachè ucciso nel 1982 è chiaramente inaccettabile (i morti vanno lasciati in pace, sempre), la scritta “Monteverde antisionista e antifascista” appare dunque del tutto pertinente al contesto di quanto avvenuto il 3 ottobre scorso.
Infine, e non certo per importanza, l’8 maggio dello scorso anno, la targa affissa dalla facoltà di Fisica della Sapienza a ricordo del rettore dell’università di Gaza Sufyan Tayeh, ucciso dai militari israeliani, era stata vandalizzata e imbrattata con scritte a sostegno di Israele.
Ma anche in quel caso non abbiamo memoria di una telefonata del Presidente della Repubblica o di quello del Senato alle autorità accademiche della Sapienza, o della facoltà di Fisica, per condannare l’oltraggio.
Come avevamo denunciato nei mesi scorsi, gli apparati sionisti e il governo italiano loro complice stanno cercando in tutti i modi di recuperare il terreno perduto a causa della indignazione di massa per il genocidio dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.
L’illusione è quella di riportare la narrazione sulla realtà alla situazione precedente al 7 ottobre 2023, quando il controllo e l’egemonia di Israele sull’informazione anche nel nostro paese erano invasivi e totalizzanti.
Questo meccanismo però si è rotto in più punti. La gente manifesta per le strade e riconosce nella causa e nelle bandiere della Palestina un dovere politico e morale di giustizia. E poi, purtroppo e per fortuna, disponiamo di una memoria prodigiosa.
Fonte
01/12/2025
Il potere pretende la libertà di mentire
Allora. Come protocollo vuole, il proprietario – Alain Elkann, nipote dell’Avvocato Gianni Agnelli e distruttore della Fiat – ha fatto visita ai suoi dipendent della sezione informazione, sottomarchio La Stampa, per mostrare il proprio volto umano di imprenditore sensibile.
“L’attacco che questa redazione ha subito due giorni fa è stato brutale e vile. Un tentativo evidente di intimidire chi ogni giorno lavora per raccontare la realtà con rigore, serietà e indipendenza”.
“Raccontare la realtà con rigore, serietà e indipendenza”... Una spataffiata di chiacchiere di cui si può dimostrare in poche righe la falsità. Si potrebbe dire che quello stesso giornale, il giorno dopo (30 settembre), ha ovviamente dedicato svariate pagine pro domo sua piene di dichiarazioni indignate, proclami di solidarietà, ecc. Ci sta, è nella logica delle cose.
Lo è un po’ meno la scelta di non parlare affatto dello sciopero generale del 28 e della manifestazione nazionale del 29, che pure hanno registrato una partecipazione considerevole. Mancanza di spazio? Strabismo politico? Non gli è arrivata la notizia?
No. Una scelta brutale, padronale e consapevole. “Quello che ci viene contro – a noi padroni che abbiamo spostato la sede legale all’estero per pagare meno tasse – semplicemente non esiste. E se esiste è criminale, anche quando è non violento” (spassosissima, in questo senso, la citazione di Gandhi in cima all’editoriale del direttore, tutto finalizzato a chiedere una repressione durissima a Torino).
Che la manifestazioni pacifiche e di massa ci siano state, a La Stampa, se ne sono accorti sicuramente, ma hanno deciso di parlarne solo con il trafiletto “terroristico” qui di fianco.
Si potrebbe dire che sono “scelte editoriali libere”, e di certo sono talmente libere da ignorare i fatti, “la realtà” evocata incautamente da Elkann, o restituirla come messaggi “d’ordine” anche quando non c’è materia.
Ma non vogliamo lamentarci per questa disattenzione, sappiamo con chi abbiamo a che fare... Stiamo mettendo a fuoco un modo di falsificare l’informazione in generale, come funzione sociale prima che business (i giornali cartacei sono tutti da decenni in perdita economica; continuano ad uscire solo perché svolgono una funzione di deformazione dell’opinione pubblica corrispondente ai diversi interessi dei differenti “editori”).
La prova la forniamo con un articolo dell’altro grande quotidiano di proprietà della “casa Agnelli in Elkann”, ovvero con Repubblica.
Stesso giorno, stesse ore, l’ex giornale fondato da Scalfari ha sfornato un’intervista di Laura Lucchini al ministro degli esteri della Colombia per parlare del minacciato attacco statunitense al vicino Venezuela.
Titolo: “La ministra colombiana “Il narcotraffico è una scusa ma il caudillo se ne vada”.
Si sa che la maggior parte degli articoli di un giornale non viene letta (servirebbero ore che nessun lettore ha a disposizione) e quindi il titolo deve concentrare in una battuta il cuore del contenuto e attirare l’attenzione in modo tale da invitare a leggere anche quello che c’è sotto.
Un lettore distratto, insomma, recepisce da questo titolo che la Colombia, pure avendo un governo politicamente affine a quello venezuelano (Gustavo Petro, ex guerrigliero dichiaratamente socialista), non ne può più di Maduro e gli consiglia amichevolmente di farsi da parte.
Fosse vero, sarebbe uno scoop…
Il problema è che in nessuna riga dell’intervista c’è una pur velatissima critica al governo bolivariano del Venezuela. Nulla. Anzi, c’è un profluvio di accuse agli Stati Uniti, concentrate sull’unica motivazione vera della progettata aggressione (che ha già fatto oltre 60 morti che nessuno sa se fossero narcotrafficanti, pescatori, commercianti della costa, ecc.) è l’immensa disponibilità di riserve petrolifere nel Paese. Le più grandi del mondo.
Sappiamo che nei “grandi giornali” i titoli non vengono decisi dal giornalista che scrive l’articolo, ma da uno “specialista”, in genere il caporedattore del settore (“esteri”, in questo caso). Però questo dimostra che “la fattura” del giornale segue un criterio di intenzionale falsificazione della realtà. Talmente macroscopico da restituirne una virtuale che ha il solo difetto di non esistere.
Questa non è “libertà di stampa”, questo è spaccio di droga per i cervelli.
Ci si accorge della gravità del problema quando, a forza di falsificare, si finisce per credere alle cazzate che si raccontano per scopi di breve momento (l’esempio della guerra in Ucraina sta lì, ed ora che dovranno “cambiare narrazione” ne vedremo delle bellissime...). Alla fine crolla tutto.
Qui di seguito vi proponiamo tutta l’intervista, in modo che possiate verificare di persona.
P.S. Gira sempre più insistentemente la voce che Repubblica e La Stampa stiano per essere venduti ad una cordata guidata da un imprenditore greco più altri, tra cui forse anche bin Salman, principe saudita entrato nei Brics+ e dai metodi piuttosto sbrigativi nei confronti dei giornalisti. Chissà che ne pensano nelle due redazioni…
“L’attacco che questa redazione ha subito due giorni fa è stato brutale e vile. Un tentativo evidente di intimidire chi ogni giorno lavora per raccontare la realtà con rigore, serietà e indipendenza”.
“Raccontare la realtà con rigore, serietà e indipendenza”... Una spataffiata di chiacchiere di cui si può dimostrare in poche righe la falsità. Si potrebbe dire che quello stesso giornale, il giorno dopo (30 settembre), ha ovviamente dedicato svariate pagine pro domo sua piene di dichiarazioni indignate, proclami di solidarietà, ecc. Ci sta, è nella logica delle cose.
Lo è un po’ meno la scelta di non parlare affatto dello sciopero generale del 28 e della manifestazione nazionale del 29, che pure hanno registrato una partecipazione considerevole. Mancanza di spazio? Strabismo politico? Non gli è arrivata la notizia?
No. Una scelta brutale, padronale e consapevole. “Quello che ci viene contro – a noi padroni che abbiamo spostato la sede legale all’estero per pagare meno tasse – semplicemente non esiste. E se esiste è criminale, anche quando è non violento” (spassosissima, in questo senso, la citazione di Gandhi in cima all’editoriale del direttore, tutto finalizzato a chiedere una repressione durissima a Torino).
Che la manifestazioni pacifiche e di massa ci siano state, a La Stampa, se ne sono accorti sicuramente, ma hanno deciso di parlarne solo con il trafiletto “terroristico” qui di fianco.
Si potrebbe dire che sono “scelte editoriali libere”, e di certo sono talmente libere da ignorare i fatti, “la realtà” evocata incautamente da Elkann, o restituirla come messaggi “d’ordine” anche quando non c’è materia.
Ma non vogliamo lamentarci per questa disattenzione, sappiamo con chi abbiamo a che fare... Stiamo mettendo a fuoco un modo di falsificare l’informazione in generale, come funzione sociale prima che business (i giornali cartacei sono tutti da decenni in perdita economica; continuano ad uscire solo perché svolgono una funzione di deformazione dell’opinione pubblica corrispondente ai diversi interessi dei differenti “editori”).
La prova la forniamo con un articolo dell’altro grande quotidiano di proprietà della “casa Agnelli in Elkann”, ovvero con Repubblica.
Stesso giorno, stesse ore, l’ex giornale fondato da Scalfari ha sfornato un’intervista di Laura Lucchini al ministro degli esteri della Colombia per parlare del minacciato attacco statunitense al vicino Venezuela.
Titolo: “La ministra colombiana “Il narcotraffico è una scusa ma il caudillo se ne vada”.
Si sa che la maggior parte degli articoli di un giornale non viene letta (servirebbero ore che nessun lettore ha a disposizione) e quindi il titolo deve concentrare in una battuta il cuore del contenuto e attirare l’attenzione in modo tale da invitare a leggere anche quello che c’è sotto.
Un lettore distratto, insomma, recepisce da questo titolo che la Colombia, pure avendo un governo politicamente affine a quello venezuelano (Gustavo Petro, ex guerrigliero dichiaratamente socialista), non ne può più di Maduro e gli consiglia amichevolmente di farsi da parte.
Fosse vero, sarebbe uno scoop…
Il problema è che in nessuna riga dell’intervista c’è una pur velatissima critica al governo bolivariano del Venezuela. Nulla. Anzi, c’è un profluvio di accuse agli Stati Uniti, concentrate sull’unica motivazione vera della progettata aggressione (che ha già fatto oltre 60 morti che nessuno sa se fossero narcotrafficanti, pescatori, commercianti della costa, ecc.) è l’immensa disponibilità di riserve petrolifere nel Paese. Le più grandi del mondo.
Sappiamo che nei “grandi giornali” i titoli non vengono decisi dal giornalista che scrive l’articolo, ma da uno “specialista”, in genere il caporedattore del settore (“esteri”, in questo caso). Però questo dimostra che “la fattura” del giornale segue un criterio di intenzionale falsificazione della realtà. Talmente macroscopico da restituirne una virtuale che ha il solo difetto di non esistere.
Questa non è “libertà di stampa”, questo è spaccio di droga per i cervelli.
Ci si accorge della gravità del problema quando, a forza di falsificare, si finisce per credere alle cazzate che si raccontano per scopi di breve momento (l’esempio della guerra in Ucraina sta lì, ed ora che dovranno “cambiare narrazione” ne vedremo delle bellissime...). Alla fine crolla tutto.
Qui di seguito vi proponiamo tutta l’intervista, in modo che possiate verificare di persona.
P.S. Gira sempre più insistentemente la voce che Repubblica e La Stampa stiano per essere venduti ad una cordata guidata da un imprenditore greco più altri, tra cui forse anche bin Salman, principe saudita entrato nei Brics+ e dai metodi piuttosto sbrigativi nei confronti dei giornalisti. Chissà che ne pensano nelle due redazioni…
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La ministra colombiana “Il narcotraffico è una scusa ma il caudillo se ne vada”
La ministra colombiana “Il narcotraffico è una scusa ma il caudillo se ne vada”
Rosa Yolanda Villavicencio è un’economista di 63 anni ed è stata nominata ministra degli Esteri della Colombia quest’estate, nel mezzo dell’epoca più buia che si ricordi delle relazioni tra Bogotà e gli Stati Uniti: «Quello che Trump vuole – dice – è il petrolio. Il resto sono scuse».
L’escalation tra Stati Uniti e Venezuela è arrivata a livelli senza precedenti: come si vive la situazione da Bogotà?
«Siamo molto preoccupati perché qualsiasi tipo di intervento militare in Venezuela avrebbe un impatto molto negativo per la Colombia. Noi continuiamo a tenere alta la bandiera della necessità del dialogo politico, della soluzione negoziata per risolvere la situazione prima di arrivare a un risvolto irreversibile».
Cosa vuole Trump?
«La ragione dell’escalation ha a che vedere con il fatto che le riserve petrolifere del Venezuela sono molto appetibili per un’economia fossile come quella statunitense: gli Usa cercano riserve nella regione, e queste si trovano in Venezuela. Di qui la narrativa secondo cui il Venezuela sarebbe un Paese che non combatte abbastanza il narcotraffico. L’intervento di forza è preceduto da una serie di narrazioni costruite ad arte, come quella secondo cui esisterebbe un “Cartel de los Soles”, che in realtà non risulta rilevante ai servizi di intelligence dei diversi Paesi».
Nonostante tutto nemmeno la Colombia ha riconosciuto il risultato delle elezioni in Venezuela...
«Noi non abbiamo riconosciuto il risultato delle elezioni perché i verbali non sono comparsi e non c’erano prove, ma manteniamo una relazione con lo Stato venezuelano e soprattutto con la popolazione: abbiamo quasi 3 milioni di colombiani in Venezuela, abbiamo 2.700.000 venezuelani che vivono nel nostro Paese. Poi c’è la questione delle detenzioni illegali, su questo manteniamo un dialogo con loro affinché rilascino i detenuti».
Quanti sono i detenuti politici colombiani? Conosce il caso di Trentini?
«Ci hanno riconsegnato 18 persone, ma al momento ne abbiamo ancora 20, e sì, sono in contatto con l’ambasciatore italiano a Bogotá riguardo al cittadino italiano. Ci sono anche cittadini francesi e olandesi. È complesso».
Un attacco sembra ora inevitabile.
«È un’escalation da manuale. Prima non esisteva il cosiddetto “Cartel de los Soles”, ora esiste. Pensiamo di essere molto vicini alla possibilità di un’aggressione, e per questo continuiamo a richiamare l’attenzione della comunità internazionale. Credo che non sia come in altre occasioni: qui ci sarà una risposta militare da parte di tutta la popolazione, che la vede e la sente come un’aggressione nel proprio territorio, e ciò provocherebbe spargimenti di sangue. Inoltre genererebbe una frammentazione, un esodo massiccio della popolazione che naturalmente si riverserebbe in Colombia».
Trump è arrivato a minacciare direttamente anche la Colombia di interventi militari mirati...
«Le dichiarazioni si riferiscono alla presenza di gruppi illegali nel Catatumbo, e questa potrebbe essere una zona in cui vorrebbe intervenire, perché lì c’è presenza dell’Eln (Esercito di liberazione nazionale, gruppo paramilitare, ndr). Loro hanno detto che ciò che vogliono è rimuovere Maduro, ma logicamente una situazione del genere in Venezuela causerebbe anche in Colombia un impatto molto grande in termini economici, sociali e di instabilità politica».
A quanto pare Trump e Maduro si sono parlati, è possibile che si faccia da parte?
«Credo che sia un’ipotesi possibile e forse sarebbe auspicabile che gli Stati Uniti e il Venezuela – cioè Trump e Maduro – negoziassero una via d’uscita. E poi che da lì stabilissero condizioni che fossero accettabili per entrambe le parti. Si eviterebbe uno spargimento di sangue».
Fonte
30/11/2025
Giornalisti, vil razza dannata
Premessa breve, ma necessaria. Siamo un giornale, alcuni di noi hanno lavorato per decenni in altri media, frequentando redazioni, l’alto e il basso della società, palazzi del potere, bar dove cronisti e “fonti riservate” si incontrano quotidianamente.
Conosciamo il mestiere e i suoi format, sappiamo riconoscere quando viene messa la sordina, ignorata una notizia o una tendenza (è la cosa più semplice: “non ne parliamo”), invertire “aggressore e aggredito” (una carica di polizia immotivata contro ragazzi a mani nude può in un attimo diventare “scontri”), e via elencando.
Insomma, siamo giornalisti pure noi, ma di quelli che hanno messo le proprie “competenze” dentro un progetto collettivo di ricostruzione della soggettività antagonista e indipendente dal “sistema dominante” (per dirla in breve).
E che sanno riconoscere i “colleghi” che obbediscono al comando della proprietà, rappresentata istituzionalmente dal direttore e dai capiredattori.
In questi giorni l’esibizione di servilismo professionale si è dovuta applicare a due compiti piuttosto abituali: silenziare preventivamente uno sciopero generale seguito da una manifestazione nazionale (più altre locali) e trovare qualcosa che aiuti a “coprire”, magari mettendo in pessima luce – direttamente o indirettamente – le aree politico-sindacali-associative che davano corpo alle mobilitazioni.
Sembra passato un secolo da quando – meno di due mesi fa – un mesto Enrico Mentana, su La7, era costretto ad ammettere pubblicamente che le straordinarie giornate del 22 settembre, 3 e 4 ottobre – un milione e più di persone in piazza – erano “un successo di USB e Potere al Popolo”.
Successo sgradito, certo, ma successo. Si era insomma manifestato un nuovo soggetto politico e sindacale, non riconducibile alle formazioni ammesse al “campionato di serie A”, ma con una forza di mobilitazione decisamente superiore.
Giornalisticamente, davanti all’apparizione di una novità sgradita ma forte, si può reagire in due modi (tralasciamo le infinite varianti possibili): cercare di “recuperare” la devianza indipendente oppure tentare di ricacciarla sotto la soglia della visibilità.
Nel primo caso avremmo avuto un buon numero di interviste agli sconosciuti leader delle due formazioni, tese a “capire cosa bolliva nella pentola della società” ma al tempo stesso “normalizzare” quel sobbollire. Nel secondo caso, quello che si è verificato fino ad oggi.
Dal 5 ottobre in poi USB e Potere al Popolo non sono quasi state più nominate, se non in occasione delle elezioni regionali in Toscana e in Campania, ma in quest’ultimo caso solo per ghignare sul risultato insufficiente ad eleggere un consigliere.
Lo sciopero generale del 28 è stato nominato, mentre era in corso, solo per dar conto ai soliti “problemi nei trasporti”, ma senza neanche dire chiaramente chi lo aveva proclamato. Al massimo si accennava ai “sindacati di base”, oppure ai “Cobas” (chi, come noi, conosce e frequenta il sindacalismo “minore”, sa che quella sigla è copiata-declinata in svariate sotto-sigle, neanche tutte aderenti alla mobilitazione). Anche le poche foto pubblicate ex post erano selezionate in modo da evitare di far apparire la sigla “USB”.
Straordinaria coincidenza, oppure un ordine di scuderia che ha attraversato le redazioni mainstream. La seconda, come sempre, è la risposta vera...
La riprova ieri, in piazza. Una massa di fotografi attirati dagli “ospiti internazionali” – Greta Thunberg e Francesca Albanese in primo luogo – e diversi giornalisti.
I primi, come al solito si sono gettati sulle “prede” con un furore degno di un plotone al fronte, al punto da costringere Greta a rifugiarsi sul camion dell’amplificazione per non essere travolta; e far reagire bruscamente anche qualche addetto alla sua protezione.
I secondi hanno approcciato i sindacalisti ponendo come prima e unica domanda “che pensate dell’attacco a La Stampa, a Torino?”. Lo sciopero generale contro la manovra del governo Meloni, contro le politiche di riarmo europee, la solidarietà con la Palestina, la denuncia della criminalizzazione del dissenso... Che gliene frega ai “colleghi”?
L’unica cosa era “prendere” una frase pro o contro se stessi, totalmente identificati con la testata nota familiarmente agli operai torinesi come La Büsiarda (del resto è di proprietà della famiglia Agnelli, come ora anche Repubblica).
Inevitabile ricevere a quel punto un molto educato “vaffa”.
Ma era l’atteggiamento comportamentale dei “colleghi” a dare la misura della distanza tra una redazione “importante” ed il mondo popolare. Si muovevano come se questi “altri” fossero materia che doveva mettersi a loro disposizione, “popoli primitivi” da colonizzare, “inferiori” da descrivere secondo l’uzzo, obbligati a rispondere non sulle ragioni di quel che stavano facendo ma su quel che interessava al caporedattore...
Come se il tesserino da “professionista” avesse lo stesso potere disciplinante di quello dell’Fbi. E come se gli schemi mentali fossero gli stessi. Come se considerassero quella fiumana di gente in piazza come “nemici” da combattere e disperdere, esercitando il compito limitato di “narratori tendenziosi e squalificanti”. Quello che poi facilita o giustifica conseguenze più “muscolari”...
Sarà l’aria di guerra, sarà che la struttura centrale del potere capitalistico è cambiata parecchio (i primi sette uomini più ricchi del pianeta sono tutti – anche – “magnati dei media”: Musk, Zuckerberg, Bezos, Ellison, ecc.), ma l’informazione mainstream sembra aver incorporato ormai il codice della “guerra ibrida”: non esistono i fatti e l’oggettività, ma solo quel che serve o contrasta il gruppo di potere per il momento dominante.
Non stupisce che quando, come a Torino, qualcuno si comporta con loro nello stesso modo – peraltro senza torcere un capello a nessuno; come teorizzava persino Marco Pannella, “la non violenza si esercita tra gli uomini, non necessariamente sulle cose” – scatti il riflesso pavloviano che fa sciorinare in serie rigida “la difesa della libertà di stampa” e tutti i suoi corollari.
Che erano e sono sacrosanti, quando la funzione della stampa è “fare il cane da guardia della democrazia svelando le magagne del potere”. Purtroppo è diventata il “fare il cane da guardia del potere contro la democrazia e i popoli”. E allora non puoi invocare le stesse guarentigie, che ti servono ora solo per esercitare la tua violenza – retorica, certo, ma non meno devastante – pretendendo l’immunità.
Se incontri un sindacalista o un dirigente politico consapevole della fase e dei rapporti di forza, puoi prenderti al massimo un “vaffa” o un sorriso ironico. Se ti capita qualcuno solo indignato e incazzato può disordinarti la scrivania.
Spiacevole, certo, ma sempre meno tragico del massacro di 280 colleghi – senza virgolette – a Gaza, per mano dei cecchini “democratici” dell’IDF.
P.S. Volete una prova? Oggi né il Corriere della Sera nè Repubblica danno alcuna notizia della manifestazione di ieri, né dello sciopero generale del 28. Ma dedicano entrambi una pagina alla “frase shock di Albanese”. Se questa è “informazione libera”, possiamo immaginare il resto...
Fonte
Conosciamo il mestiere e i suoi format, sappiamo riconoscere quando viene messa la sordina, ignorata una notizia o una tendenza (è la cosa più semplice: “non ne parliamo”), invertire “aggressore e aggredito” (una carica di polizia immotivata contro ragazzi a mani nude può in un attimo diventare “scontri”), e via elencando.
Insomma, siamo giornalisti pure noi, ma di quelli che hanno messo le proprie “competenze” dentro un progetto collettivo di ricostruzione della soggettività antagonista e indipendente dal “sistema dominante” (per dirla in breve).
E che sanno riconoscere i “colleghi” che obbediscono al comando della proprietà, rappresentata istituzionalmente dal direttore e dai capiredattori.
In questi giorni l’esibizione di servilismo professionale si è dovuta applicare a due compiti piuttosto abituali: silenziare preventivamente uno sciopero generale seguito da una manifestazione nazionale (più altre locali) e trovare qualcosa che aiuti a “coprire”, magari mettendo in pessima luce – direttamente o indirettamente – le aree politico-sindacali-associative che davano corpo alle mobilitazioni.
Sembra passato un secolo da quando – meno di due mesi fa – un mesto Enrico Mentana, su La7, era costretto ad ammettere pubblicamente che le straordinarie giornate del 22 settembre, 3 e 4 ottobre – un milione e più di persone in piazza – erano “un successo di USB e Potere al Popolo”.
Successo sgradito, certo, ma successo. Si era insomma manifestato un nuovo soggetto politico e sindacale, non riconducibile alle formazioni ammesse al “campionato di serie A”, ma con una forza di mobilitazione decisamente superiore.
Giornalisticamente, davanti all’apparizione di una novità sgradita ma forte, si può reagire in due modi (tralasciamo le infinite varianti possibili): cercare di “recuperare” la devianza indipendente oppure tentare di ricacciarla sotto la soglia della visibilità.
Nel primo caso avremmo avuto un buon numero di interviste agli sconosciuti leader delle due formazioni, tese a “capire cosa bolliva nella pentola della società” ma al tempo stesso “normalizzare” quel sobbollire. Nel secondo caso, quello che si è verificato fino ad oggi.
Dal 5 ottobre in poi USB e Potere al Popolo non sono quasi state più nominate, se non in occasione delle elezioni regionali in Toscana e in Campania, ma in quest’ultimo caso solo per ghignare sul risultato insufficiente ad eleggere un consigliere.
Lo sciopero generale del 28 è stato nominato, mentre era in corso, solo per dar conto ai soliti “problemi nei trasporti”, ma senza neanche dire chiaramente chi lo aveva proclamato. Al massimo si accennava ai “sindacati di base”, oppure ai “Cobas” (chi, come noi, conosce e frequenta il sindacalismo “minore”, sa che quella sigla è copiata-declinata in svariate sotto-sigle, neanche tutte aderenti alla mobilitazione). Anche le poche foto pubblicate ex post erano selezionate in modo da evitare di far apparire la sigla “USB”.
Straordinaria coincidenza, oppure un ordine di scuderia che ha attraversato le redazioni mainstream. La seconda, come sempre, è la risposta vera...
La riprova ieri, in piazza. Una massa di fotografi attirati dagli “ospiti internazionali” – Greta Thunberg e Francesca Albanese in primo luogo – e diversi giornalisti.
I primi, come al solito si sono gettati sulle “prede” con un furore degno di un plotone al fronte, al punto da costringere Greta a rifugiarsi sul camion dell’amplificazione per non essere travolta; e far reagire bruscamente anche qualche addetto alla sua protezione.
I secondi hanno approcciato i sindacalisti ponendo come prima e unica domanda “che pensate dell’attacco a La Stampa, a Torino?”. Lo sciopero generale contro la manovra del governo Meloni, contro le politiche di riarmo europee, la solidarietà con la Palestina, la denuncia della criminalizzazione del dissenso... Che gliene frega ai “colleghi”?
L’unica cosa era “prendere” una frase pro o contro se stessi, totalmente identificati con la testata nota familiarmente agli operai torinesi come La Büsiarda (del resto è di proprietà della famiglia Agnelli, come ora anche Repubblica).
Inevitabile ricevere a quel punto un molto educato “vaffa”.
Ma era l’atteggiamento comportamentale dei “colleghi” a dare la misura della distanza tra una redazione “importante” ed il mondo popolare. Si muovevano come se questi “altri” fossero materia che doveva mettersi a loro disposizione, “popoli primitivi” da colonizzare, “inferiori” da descrivere secondo l’uzzo, obbligati a rispondere non sulle ragioni di quel che stavano facendo ma su quel che interessava al caporedattore...
Come se il tesserino da “professionista” avesse lo stesso potere disciplinante di quello dell’Fbi. E come se gli schemi mentali fossero gli stessi. Come se considerassero quella fiumana di gente in piazza come “nemici” da combattere e disperdere, esercitando il compito limitato di “narratori tendenziosi e squalificanti”. Quello che poi facilita o giustifica conseguenze più “muscolari”...
Sarà l’aria di guerra, sarà che la struttura centrale del potere capitalistico è cambiata parecchio (i primi sette uomini più ricchi del pianeta sono tutti – anche – “magnati dei media”: Musk, Zuckerberg, Bezos, Ellison, ecc.), ma l’informazione mainstream sembra aver incorporato ormai il codice della “guerra ibrida”: non esistono i fatti e l’oggettività, ma solo quel che serve o contrasta il gruppo di potere per il momento dominante.
Non stupisce che quando, come a Torino, qualcuno si comporta con loro nello stesso modo – peraltro senza torcere un capello a nessuno; come teorizzava persino Marco Pannella, “la non violenza si esercita tra gli uomini, non necessariamente sulle cose” – scatti il riflesso pavloviano che fa sciorinare in serie rigida “la difesa della libertà di stampa” e tutti i suoi corollari.
Che erano e sono sacrosanti, quando la funzione della stampa è “fare il cane da guardia della democrazia svelando le magagne del potere”. Purtroppo è diventata il “fare il cane da guardia del potere contro la democrazia e i popoli”. E allora non puoi invocare le stesse guarentigie, che ti servono ora solo per esercitare la tua violenza – retorica, certo, ma non meno devastante – pretendendo l’immunità.
Se incontri un sindacalista o un dirigente politico consapevole della fase e dei rapporti di forza, puoi prenderti al massimo un “vaffa” o un sorriso ironico. Se ti capita qualcuno solo indignato e incazzato può disordinarti la scrivania.
Spiacevole, certo, ma sempre meno tragico del massacro di 280 colleghi – senza virgolette – a Gaza, per mano dei cecchini “democratici” dell’IDF.
P.S. Volete una prova? Oggi né il Corriere della Sera nè Repubblica danno alcuna notizia della manifestazione di ieri, né dello sciopero generale del 28. Ma dedicano entrambi una pagina alla “frase shock di Albanese”. Se questa è “informazione libera”, possiamo immaginare il resto...
Fonte
06/07/2025
Le lamentazioni de La Stampa e i rimpianti per il guerrafondaio John McCain
Non ci sarebbe stato da dubitarne, comunque le prime pagine di quasi tutti i quotidiani del 4 luglio erano per la telefonata tra Donald Trump e Vladimir Putin e la “tragedia strappalacrime” della sospensione delle forniture di armi americane a Kiev, in particolare dei sistemi “Patriot”.
Per parte nostra, si è cominciata la rassegna con La Stampa e un apocalittico «Trump-Putin, l’Ucraina trema» su quattro colonne; dopo di che, si è lasciato perdere il resto.
Ormai non c’è più bisogno di aprire un qualsiasi giornale euro-padronale per venire a sapere che, tutti (d’altronde, proprietari e suggeritori sono i medesimi) ripetono che «la posizione di Mosca sulla guerra d’invasione non pare infatti essere cambiata di molto» e che, guarda un po’, Vladimir Putin ha ribadito che «la Russia raggiungerà gli obiettivi prefissati, vale a dire l’eliminazione delle cause profonde che hanno portato all’attuale stato di cose».
Qualcuno aveva forse pensato che una potenza nucleare desse avvio a un’operazione militare tesa a fermare, per quanto possibile, l’espansione a est, verso i propri confini, di NATO e UE e poi dicesse “no, vabbè, per ora la chiudiamo qui; poi, magari, tra un po’, vediamo come si mette la faccenda”.
A giudicare da come scrivono dalle parti di Torino o di Milano, pare proprio che la pensassero così e, dunque, non dispongano delle “coordinate neuronali” sufficienti a comprendere come mai Mosca non abbandoni le «mire sulle regioni orientali e meridionali ucraine di Kherson, Zaporizhzhia, Donetsk e Lugansk, dove pretende che i militari ucraini si ritirino e gli cedano anche i territori di queste regioni non occupati dai soldati russi».
Di grazia: si arriva anche solo a sospettare che l’occupazione ucraina di regioni quali, appunto, Donetsk, Lugansk, Zaporož’e o Khersòn significa, con ciò stesso, la presenza NATO in quelle aree e, dunque, del soggetto – sia rappresentato più da contingenti eurobellicisti che non da forze yankee, o viceversa – la cui presenza ha costituito la ragione della scelta fatta nel febbraio 2022 dal «padrone del Cremlino», come definiscono a Torino il presidente russo, con una qualifica “scientificamente” adatta alle assemblee confindustriali, in altre occasioni sostituita da quella a effetto euroliberale di «dittatore russo»? Lo sospettano?
Intanto, però, si continua a scrivere che «la guerra scatenata da Putin non smette di uccidere» e si dà notizia di un «massiccio raid notturno su Kiev», con «droni prodotti in Cina».
Così, mentre rimaniamo comunque ingenuamente speranzosi di leggere, su qualche media italico, anche dell’attacco missilistico ucraino portato il 4 luglio sul capoluogo della DNR, Donetsk, che ha ucciso quattro civili, due donne e due uomini, tutti nati tra il 1983 e il 1994, si vorrebbe notare come parlare di «guerra scatenata da Putin» risponda sì alle esigenze liberal-farisee di “analisi” clerico-bruxelliana, ma vada in direzione esattamente contraria anche a un semplice ragguaglio del quadro storico del trentennio precedente che ha dato origine al conflitto poi sfociato in esiti bellici.
Ora, ribadiamo una volta di più, che non ci si aspetta certo di trovare, su certi fogliacci bellicistico-padronali, analisi leniniane sulla guerra, ma, parlare semplicemente di «guerra scatenata da Putin», senza altre specificazioni, senza far minimamente parola dell’intera situazione politica, militare, geografica, che ha preceduto il febbraio 2022, non si fa altro che riportare una constatazione liberal-vittimistica.
Per l’appunto, come avrebbe detto (in altri termini, per carità) il genio di Vladimir Lenin, tutta la pseudo impostazione di certi giornali si riduce a dire: “quello ha attaccato e l’altro deve difendersi”; punto ed è tutto.
Pretendere da certi “analisti” che si rifacciano, anche solo per sbaglio, al semplice, ovvio, ma storicamente esemplare aforisma di Carl von Clausewitz, secondo cui «la guerra è la continuazione della politica», vale a dire dell’intero complesso della politica, della storia, delle scelte che hanno preceduto la guerra e hanno portato al suo inizio; pretendere questo da certi giornali, è certo molto ingenuo e dunque non lo si pretende.
Ma, almeno, ricordare le ultimissime tappe – ad esempio, quelle dell’autunno e del dicembre 2021 – del corso che ha portato al febbraio 2022, sembrerebbe il minimo di onestà nei confronti dei lettori. Ma, si sa, la guerra è anche questo: conflitto cruento al fronte e militarizzazione della vita sociale e della coscienza pubblica all’interno, per far ingoiare alle masse le scelte belliciste che, tra l’altro, significano anche scelte economico-guerrafondaie.
E, infatti, non a caso, la sezione più “interessante” del foglio torinese del 4 luglio è costituita dal resoconto della «visita a sorpresa» del nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij a Aarhus, in Danimarca, guarda caso, proprio «nel luogo e nel giorno in cui l’intero collegio dei commissari guidato da Ursula von der Leyen si è riunito con la premier danese Mette Frederiksen», in occasione dell’avvio del semestre danese di presidenza del Consiglio UE.
Ora, lasciate un momento da parte le inevitabili lamentazioni di Zelenskij su l’Europa quale unico appiglio «su cui poter contare» (si intende, dopo l’incerta sospensione trumpiana all’invio di armi) e le grida di von der Leyen sui segnali volti ad «aumentare il nostro sostegno e le nostre capacità di Difesa», il nocciolo è stato spiattellato dallo stesso nazigolpista Zelenskij e riguarda la richiesta di «aumentare gli investimenti nell’industria militare ucraina “che attualmente lavora soltanto al 60% delle sue capacità”».
Il governo danese «è il capofila di una serie di iniziative che vanno nella direzione indicata da Zelenskij». Dunque, dato che, come assicura Mette Frederiksen, «gli ucraini stanno lottando per noi... un eventuale disimpegno americano rappresenterebbe una grave battuta d’arresto per l’Europa e per la NATO perché questa è una guerra che ci riguarda» (la giovane, non avuto cuore di dire chiaro e tondo che «questa è una guerra» in cui “siamo coinvolti”) ecco che si tiene a mettere a parte i lettori che «da più di un anno abbiamo iniziato a sostenere la produzione direttamente in Ucraina e questo funziona molto bene perché producono rapidamente, meglio e con costi inferiori rispetto a noi».
Sarebbe strano il contrario, se solo si pone mente ai leader sindacali e politici ucraini in galera, ai diritti dei lavoratori (e non solo dei lavoratori) inesistenti, costi adeguati ai salari da fame che pongono l’Ucraina agli ultimissimi posti in Europa, ricatto continuo di venir licenziati, o semplicemente, tolti dalle liste “blindate” di “lavoratore necessario”, impiegato in un’industria di guerra e, dunque, non passibile di esser mobilitato per esser spedito al fronte, insieme a tante altre “delicatezze” con cui si “accarezzano” lavoratori e masse popolari ucraine sotto il ricatto di UE, FMI, NATO...
Sarebbe strano che il complesso militare-industriale euroatlantico non trovasse quantomeno “conveniente” spostare la propria produzione in quel “paradiso”, sia che il prodotto riguardi le armi da destinare direttamente a Kiev, sia quelle con cui c’è urgente bisogno di rimpinguare gli arsenali europei.
Ma non è tutto: «ci sono ancora margini» (di sfruttamento schiavistico, hanno omesso di aggiungere) «e abbiamo bisogno che altri paesi europei finanzino la produzione in Ucraina e magari anche fuori». Copenaghen infatti, ci tengono a far sapere a La Stampa, è «capofila di un progetto che vedrà l’industria della Difesa ucraina sviluppare la sua produzione in Danimarca».
Sarebbe curioso sapere, vien da chiedersi, se in tale industria verranno impiegati lavoratori ucraini spalla a spalla con quelli locali e quale prospettiva attende i lavoratori danesi che, nel caso, si troverebbero a subire le conseguenze di una concorrenza al ribasso nella catena di montaggio.
Ma la guerra incalza: “tra cinque anni, o forse anche prima”, si sottintende con Andrius-Merlino-Kubilius, “la Russia attaccherà un paese europeo, o forse più di uno”; dunque, ecco che Ursula-De Mon-Leyen esorta anche «gli altri stati membri a copiare “l’approccio rapido e mirato della Danimarca” perché “è questa la mentalità che ci serve ora: una mentalità di urgenza”».
Che dunque «gli Stati usino i prestiti di Safe non solo per loro, ma anche «per comprare dotazioni militari e darle all’Ucraina oppure per investirli nell’industria militare di Kiev».
Tutto il resto, con cui sono riempite le pagine de La Stampa del 4 luglio, come il signor Paolo Gentiloni che sparge lamentazioni su «l’invasione russa, che un quarto di paesi europei vivono come un rischio per la propria integrità territoriale» – di nuovo: Merlino-Kubilius profetizza – o versa lacrime su quel modello insuperato (anzi: forse oggi già sorpassato) di guerrafondaio che fu il «compianto John McCain, oppure sul «destino dell’Ucraina da cui dipende quello dell’Unione» – tutto questo, non sono, appunto, che vuote lamentazioni farisee, sul solco della militarizzazione della sfera sociale voluta da chi punta alla guerra.
E quei lamenti fanno il paio coi rimpianti del signor Gabriele Segre perché ci fu un tempo in cui tutti loro, quei signori, potevano «contare sull’ordine garantito dagli Stati Uniti», con «decenni trascorsi sotto l’ombrello americano, nella convinzione che i valori della democrazia liberale avrebbero finito per conquistare tutti»...
Fingono di scordare, quei signori, che la pace, della cui mancanza blaterano oggi di rammaricarsi, non era fondata «sull’ordine garantito dagli Stati Uniti», bensì sull’esistenza di un campo socialista e, soprattutto, di una forte (per quanto ideologicamente ormai malata) Unione Sovietica, pronta per decenni a dare l’altolà alle mire imperiali e neocoloniali euro-americane in giro per il mondo? Nel caso se lo siano scordati, glielo ricordiamo qui.
Per il resto, per quanto riguarda lo specifico della sospensione delle forniture yankee ai nazigolpisti d Kiev, rimane da vedere quale gioco Donald Trump stia realmente imbastendo. Per il momento, Mosca va all’incasso. Poi si vedrà...
Fonte
Per parte nostra, si è cominciata la rassegna con La Stampa e un apocalittico «Trump-Putin, l’Ucraina trema» su quattro colonne; dopo di che, si è lasciato perdere il resto.
Ormai non c’è più bisogno di aprire un qualsiasi giornale euro-padronale per venire a sapere che, tutti (d’altronde, proprietari e suggeritori sono i medesimi) ripetono che «la posizione di Mosca sulla guerra d’invasione non pare infatti essere cambiata di molto» e che, guarda un po’, Vladimir Putin ha ribadito che «la Russia raggiungerà gli obiettivi prefissati, vale a dire l’eliminazione delle cause profonde che hanno portato all’attuale stato di cose».
Qualcuno aveva forse pensato che una potenza nucleare desse avvio a un’operazione militare tesa a fermare, per quanto possibile, l’espansione a est, verso i propri confini, di NATO e UE e poi dicesse “no, vabbè, per ora la chiudiamo qui; poi, magari, tra un po’, vediamo come si mette la faccenda”.
A giudicare da come scrivono dalle parti di Torino o di Milano, pare proprio che la pensassero così e, dunque, non dispongano delle “coordinate neuronali” sufficienti a comprendere come mai Mosca non abbandoni le «mire sulle regioni orientali e meridionali ucraine di Kherson, Zaporizhzhia, Donetsk e Lugansk, dove pretende che i militari ucraini si ritirino e gli cedano anche i territori di queste regioni non occupati dai soldati russi».
Di grazia: si arriva anche solo a sospettare che l’occupazione ucraina di regioni quali, appunto, Donetsk, Lugansk, Zaporož’e o Khersòn significa, con ciò stesso, la presenza NATO in quelle aree e, dunque, del soggetto – sia rappresentato più da contingenti eurobellicisti che non da forze yankee, o viceversa – la cui presenza ha costituito la ragione della scelta fatta nel febbraio 2022 dal «padrone del Cremlino», come definiscono a Torino il presidente russo, con una qualifica “scientificamente” adatta alle assemblee confindustriali, in altre occasioni sostituita da quella a effetto euroliberale di «dittatore russo»? Lo sospettano?
Intanto, però, si continua a scrivere che «la guerra scatenata da Putin non smette di uccidere» e si dà notizia di un «massiccio raid notturno su Kiev», con «droni prodotti in Cina».
Così, mentre rimaniamo comunque ingenuamente speranzosi di leggere, su qualche media italico, anche dell’attacco missilistico ucraino portato il 4 luglio sul capoluogo della DNR, Donetsk, che ha ucciso quattro civili, due donne e due uomini, tutti nati tra il 1983 e il 1994, si vorrebbe notare come parlare di «guerra scatenata da Putin» risponda sì alle esigenze liberal-farisee di “analisi” clerico-bruxelliana, ma vada in direzione esattamente contraria anche a un semplice ragguaglio del quadro storico del trentennio precedente che ha dato origine al conflitto poi sfociato in esiti bellici.
Ora, ribadiamo una volta di più, che non ci si aspetta certo di trovare, su certi fogliacci bellicistico-padronali, analisi leniniane sulla guerra, ma, parlare semplicemente di «guerra scatenata da Putin», senza altre specificazioni, senza far minimamente parola dell’intera situazione politica, militare, geografica, che ha preceduto il febbraio 2022, non si fa altro che riportare una constatazione liberal-vittimistica.
Per l’appunto, come avrebbe detto (in altri termini, per carità) il genio di Vladimir Lenin, tutta la pseudo impostazione di certi giornali si riduce a dire: “quello ha attaccato e l’altro deve difendersi”; punto ed è tutto.
Pretendere da certi “analisti” che si rifacciano, anche solo per sbaglio, al semplice, ovvio, ma storicamente esemplare aforisma di Carl von Clausewitz, secondo cui «la guerra è la continuazione della politica», vale a dire dell’intero complesso della politica, della storia, delle scelte che hanno preceduto la guerra e hanno portato al suo inizio; pretendere questo da certi giornali, è certo molto ingenuo e dunque non lo si pretende.
Ma, almeno, ricordare le ultimissime tappe – ad esempio, quelle dell’autunno e del dicembre 2021 – del corso che ha portato al febbraio 2022, sembrerebbe il minimo di onestà nei confronti dei lettori. Ma, si sa, la guerra è anche questo: conflitto cruento al fronte e militarizzazione della vita sociale e della coscienza pubblica all’interno, per far ingoiare alle masse le scelte belliciste che, tra l’altro, significano anche scelte economico-guerrafondaie.
E, infatti, non a caso, la sezione più “interessante” del foglio torinese del 4 luglio è costituita dal resoconto della «visita a sorpresa» del nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij a Aarhus, in Danimarca, guarda caso, proprio «nel luogo e nel giorno in cui l’intero collegio dei commissari guidato da Ursula von der Leyen si è riunito con la premier danese Mette Frederiksen», in occasione dell’avvio del semestre danese di presidenza del Consiglio UE.
Ora, lasciate un momento da parte le inevitabili lamentazioni di Zelenskij su l’Europa quale unico appiglio «su cui poter contare» (si intende, dopo l’incerta sospensione trumpiana all’invio di armi) e le grida di von der Leyen sui segnali volti ad «aumentare il nostro sostegno e le nostre capacità di Difesa», il nocciolo è stato spiattellato dallo stesso nazigolpista Zelenskij e riguarda la richiesta di «aumentare gli investimenti nell’industria militare ucraina “che attualmente lavora soltanto al 60% delle sue capacità”».
Il governo danese «è il capofila di una serie di iniziative che vanno nella direzione indicata da Zelenskij». Dunque, dato che, come assicura Mette Frederiksen, «gli ucraini stanno lottando per noi... un eventuale disimpegno americano rappresenterebbe una grave battuta d’arresto per l’Europa e per la NATO perché questa è una guerra che ci riguarda» (la giovane, non avuto cuore di dire chiaro e tondo che «questa è una guerra» in cui “siamo coinvolti”) ecco che si tiene a mettere a parte i lettori che «da più di un anno abbiamo iniziato a sostenere la produzione direttamente in Ucraina e questo funziona molto bene perché producono rapidamente, meglio e con costi inferiori rispetto a noi».
Sarebbe strano il contrario, se solo si pone mente ai leader sindacali e politici ucraini in galera, ai diritti dei lavoratori (e non solo dei lavoratori) inesistenti, costi adeguati ai salari da fame che pongono l’Ucraina agli ultimissimi posti in Europa, ricatto continuo di venir licenziati, o semplicemente, tolti dalle liste “blindate” di “lavoratore necessario”, impiegato in un’industria di guerra e, dunque, non passibile di esser mobilitato per esser spedito al fronte, insieme a tante altre “delicatezze” con cui si “accarezzano” lavoratori e masse popolari ucraine sotto il ricatto di UE, FMI, NATO...
Sarebbe strano che il complesso militare-industriale euroatlantico non trovasse quantomeno “conveniente” spostare la propria produzione in quel “paradiso”, sia che il prodotto riguardi le armi da destinare direttamente a Kiev, sia quelle con cui c’è urgente bisogno di rimpinguare gli arsenali europei.
Ma non è tutto: «ci sono ancora margini» (di sfruttamento schiavistico, hanno omesso di aggiungere) «e abbiamo bisogno che altri paesi europei finanzino la produzione in Ucraina e magari anche fuori». Copenaghen infatti, ci tengono a far sapere a La Stampa, è «capofila di un progetto che vedrà l’industria della Difesa ucraina sviluppare la sua produzione in Danimarca».
Sarebbe curioso sapere, vien da chiedersi, se in tale industria verranno impiegati lavoratori ucraini spalla a spalla con quelli locali e quale prospettiva attende i lavoratori danesi che, nel caso, si troverebbero a subire le conseguenze di una concorrenza al ribasso nella catena di montaggio.
Ma la guerra incalza: “tra cinque anni, o forse anche prima”, si sottintende con Andrius-Merlino-Kubilius, “la Russia attaccherà un paese europeo, o forse più di uno”; dunque, ecco che Ursula-De Mon-Leyen esorta anche «gli altri stati membri a copiare “l’approccio rapido e mirato della Danimarca” perché “è questa la mentalità che ci serve ora: una mentalità di urgenza”».
Che dunque «gli Stati usino i prestiti di Safe non solo per loro, ma anche «per comprare dotazioni militari e darle all’Ucraina oppure per investirli nell’industria militare di Kiev».
Tutto il resto, con cui sono riempite le pagine de La Stampa del 4 luglio, come il signor Paolo Gentiloni che sparge lamentazioni su «l’invasione russa, che un quarto di paesi europei vivono come un rischio per la propria integrità territoriale» – di nuovo: Merlino-Kubilius profetizza – o versa lacrime su quel modello insuperato (anzi: forse oggi già sorpassato) di guerrafondaio che fu il «compianto John McCain, oppure sul «destino dell’Ucraina da cui dipende quello dell’Unione» – tutto questo, non sono, appunto, che vuote lamentazioni farisee, sul solco della militarizzazione della sfera sociale voluta da chi punta alla guerra.
E quei lamenti fanno il paio coi rimpianti del signor Gabriele Segre perché ci fu un tempo in cui tutti loro, quei signori, potevano «contare sull’ordine garantito dagli Stati Uniti», con «decenni trascorsi sotto l’ombrello americano, nella convinzione che i valori della democrazia liberale avrebbero finito per conquistare tutti»...
Fingono di scordare, quei signori, che la pace, della cui mancanza blaterano oggi di rammaricarsi, non era fondata «sull’ordine garantito dagli Stati Uniti», bensì sull’esistenza di un campo socialista e, soprattutto, di una forte (per quanto ideologicamente ormai malata) Unione Sovietica, pronta per decenni a dare l’altolà alle mire imperiali e neocoloniali euro-americane in giro per il mondo? Nel caso se lo siano scordati, glielo ricordiamo qui.
Per il resto, per quanto riguarda lo specifico della sospensione delle forniture yankee ai nazigolpisti d Kiev, rimane da vedere quale gioco Donald Trump stia realmente imbastendo. Per il momento, Mosca va all’incasso. Poi si vedrà...
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30/07/2023
La Stampa? “Una nave alla deriva, caro Giannini misura colma, clima pessimo”
In questi ultimi anni non abbiamo certo lesinato stroncature feroci a come i media mainstream “lavorano” le notizie, presentandoci quotidianamente un menu di falsi clamorosi, ma utili alla propaganda padronale e bellicista.
Oltre alle spiegazioni cultural-psicologiche (sull’etica del giornalista e quant’altro) forse è bene conoscere anche il “livello strutturale” che prepara e sostiene questo decadimento drammatico della qualità dell’informazione.
Articoli che compaiono in serie, senza alcuna modifica, in tutte le testate di un gruppo editoriale, lanci di agenzia copiati senza alcuna verifica, redazioni sotto organico con produzione di “pezzi” inevitabilmente privi di alcun approfondimento, subordinazione assoluta dei giornalisti – spesso soltanto “stagisti” o precari – alla linea decisa dalla proprietà e gestita dai direttori.
Non ci sorprende affatto che una delle “teste pensanti” di questo processo dissolutivo sia quel burbanzoso signore che nei talk show recita la parte della “critica democratica” della destra, come se fosse davvero un rappresentante della ‘sinistra’.
Anziché, più tristemente, solo l’utimo nocchiero de “la busiarda“, come i torinesi chiamano da sempre il quotidiano della famiglia Agnelli (ora anche Elkann...)
Oltre alle spiegazioni cultural-psicologiche (sull’etica del giornalista e quant’altro) forse è bene conoscere anche il “livello strutturale” che prepara e sostiene questo decadimento drammatico della qualità dell’informazione.
Articoli che compaiono in serie, senza alcuna modifica, in tutte le testate di un gruppo editoriale, lanci di agenzia copiati senza alcuna verifica, redazioni sotto organico con produzione di “pezzi” inevitabilmente privi di alcun approfondimento, subordinazione assoluta dei giornalisti – spesso soltanto “stagisti” o precari – alla linea decisa dalla proprietà e gestita dai direttori.
Non ci sorprende affatto che una delle “teste pensanti” di questo processo dissolutivo sia quel burbanzoso signore che nei talk show recita la parte della “critica democratica” della destra, come se fosse davvero un rappresentante della ‘sinistra’.
Anziché, più tristemente, solo l’utimo nocchiero de “la busiarda“, come i torinesi chiamano da sempre il quotidiano della famiglia Agnelli (ora anche Elkann...)
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La Stampa? “Sembra ormai più una nave alla deriva, non quel vascello corsaro agile e veloce che Giannini aveva promesso al suo arrivo, infondendo nuovamente speranza, determinazione, impegno”.
Le parole sono del Comitato di redazione del quotidiano di Torino, Gruppo Gedi presieduto da John Elkann.
Ecco la spiegazione: “Settori e redazioni sguarniti, colleghi usati come tappabuchi, mancanza di organizzazione, caos sistematico nelle chiusure, arroganza o indifferenza nei rapporti umani, professionali e sindacali non sono più tollerabili”.
Cambio di rotta
Il Cdr afferma che “qualsiasi nuova iniziativa, riorganizzazione, accordo (prepensionamento, master, ecc) non potrà prescindere da un immediato cambio di rotta della direzione per ristabilire la necessaria fiducia e corrette relazioni sindacali e redazionali”.
In un lungo comunicato l’organo di rappresentanza sindacale scrive che “la misura è colma” e “il clima in redazione è pessimo”.
“Voi valete zero”
L’ultimo episodio è questo: una redazione (“Settore Sinergiche”) della Stampa si occupava tutti i giorni di preparare le pagine nazionali per i giornali locali del gruppo; quella redazione è stata chiusa e il servizio è stato appaltato all’Ansa.
“Imbarazzante e inaccettabile – secondo il Cdr – il modo con cui sono stati trattati i colleghi del settore. Questo passaggio, annunciato da mesi, è come al solito arrivato a tempo scaduto, nella totale disorganizzazione e senza il minimo rispetto personale e professionale nei confronti dei colleghi.
Più volte, anche di fronte all’azienda, il direttore aveva dichiarato che avrebbe sentito i colleghi per valutare insieme a loro aspirazioni e prospettive dopo la chiusura del settore. Tutto ciò non è avvenuto.
L’Ordine di servizio è arrivato solo dopo che il settore ha ricevuto un timone dell’Ansa con delle pagine proposte. Qui non siamo all’1 vale 1, siamo al voi valete 0”.
Caporedattore appaltato
La nuova organizzazione sarebbe la seguente: “Una collega responsabile dovrebbe comunicare all’Ansa l’ingombro pubblicitario (lavoro non giornalistico) e valutare le proposte dell’Ansa per tutte le testate Gnn del gruppo.
Questo non per un’esigenza della Stampa, bensì per l’esigenza dell’Ansa di non dover comunicare con tutti i direttori delle varie testate. Di fatto abbiamo appaltato un nostro caporedattore a un’altra testata.
La stessa collega dovrebbe contemporaneamente svolgere anche il ruolo di cinghia di trasmissione tra La Stampa e il Secolo XIX (che ha preferito continuare a ricevere le notizie nazionali da La Stampa invece che dall’Ansa). Tre giornalisti della Stampa lavorano per Il Secolo XIX”.
Segretaria Fnsi
A questo punto, il Cdr fa notare che il Secolo XIX è la testata a cui appartiene la segretaria nazionale dell’Fnsi: “Chiederemo dunque alla stessa che cosa pensa di una testata giornalistica che, dopo aver dichiarato esuberi (quindi persone in eccesso) continua a ‘fare la spesa’ dalle nostre parti perché non riesce a gestire la mole di lavoro.
Tutto questo avviene nella nostra testata, dove le carenze nei settori sono da mesi segnalate grazie al lavoro svolto dal tavolo della riorganizzazione con un vicedirettore e un caporedattore dedicati.
Segni sulla sabbia, considerate le scelte di rinforzi e spostamenti che mai collimano con quelle segnalazioni. Legittimo da parte del direttore, ma a questo punto legittime saranno anche le decisioni che prenderemo di conseguenza”.
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19/12/2019
Per la “busiarda” (La Stampa) torna “la canaglia pezzente”
Questo articolo infame mascherato con sociologia buonista, sul giornale appena tornato in mano alla famiglia Agnelli, ben rappresenta il dominio dell’ideologia borghese ottocentesca nella moderna società ipertecnologica.
Mentre la famiglia Agnelli incassa miliardi di plusvalenze dalla vendita di FCA ai PSA con tanti operai che fanno il Natale in cassa integrazione, la Stampa si domanda perché i poveri, naturalmente non usa questo termine, siano così pieni di rabbia.
Il giornale di Torino per ragioni proprietarie è sempre stato nemico degli scioperi ed ideologicamente crumiro. Figuriamoci con una lotta come quella in atto in Francia, contro una riforma delle pensioni che copia, ma in modo più attenuato, la legge Fornero. Legge contro la quale in Italia i gruppi dirigenti di CGILCISLUIL, che per la Stampa sono moderni ed avanzati, non hanno fatto un bel nulla.
Quindi, che il giornale che a Torino gli operai chiamavano “La Busiarda” sia contro gli scioperi in Francia, per prevenire quelli in Italia, è nella tradizione. La novità sta nell’uso dell’armamentario oggi di moda della condanna generica e ipocrita dell’odio in quanto tale. Macron mentre taglia pensioni e servizi sociali vorrebbe istituire una commissione parlamentare sull’odio.
La Stampa ora fa il salto finale di questa campagna e intesta l’odio direttamente alle masse popolari, per essa ridotte a bestie dalla rabbia che gli scioperi alimentano.
È il ritorno alla fisiologia criminale di classe di Lombroso, anch’egli torinese, contro il quale si scagliò l’indignazione di Gramsci. È il razzismo dei ricchi contro i poveri. Che sono naturalmente cattivi, mentre solo i ricchi possono diventare buoni; come nelle storie di Dickens che descrivevano il capitalismo inglese del primo ottocento.
“I ricchi sono gentili se fossi ricca anche io sarei gentile” dice una protagonista del film Parasite.
Torna dunque la canaglia pezzente, quella delle canzoni proletarie di oltre cento anni fa, quella contro cui Bava Beccaris a fine ottocento spianò i cannoni a Milano. Ricevendo decorazioni ed onori dal re torinese.
Torna l’ideologia dei buoni sentimenti borghesi contrapposta all’invidia sociale ed al rancore della plebaglia che non capisce il merito. Che non vuol dire che il merito ha successo, ma che chi ha successo merita.
L’articolo de La Stampa è indicativo di una società regredita di centocinquanta anni sul piano dei diritti e della giustizia sociale, le cui classi dominanti ora cercano il pensiero adatto a giustificare l’orrore del presente. Se si torna all’ottocento nell’ingiustizia sociale, lo fa anche il pensiero dominante. Che diventa così feroce ed ottuso, portatore di un odio e di una violenza di classe tanto più pericolosi quanto più mascherati dall’ipocrisia dei buoni sentimenti.
Alla fine solo la sacrosanta ribellione della canaglia pezzente potrà fermare il razzismo e l’odio contro i poveri dei ricchi e dei loro servi, restituendo così giustizia alla parola amore.
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10/12/2019
Sardine e Madamine Sì Tav... A Torino si prova l’innesto
Dopo la signorina Pascale in Berlusconi, Mario Monti e iettatori vari, ora arrivano le truppe corazzate. Ma nei toni falsi e cortesi che solo gli imprenditori piemontesi (fa rima, come il proverbio) sanno tirar fuori.
Ricordate le “Madamine Sì Tav”? Ma sì, quelle imprenditrici che avevano convocato una manifestazione in appoggio alla più inutile delle grandi opere inutili, per contrastare il movimento No Tav e la Val Susa proprio come aveva fatto il loro quasi-dipendente Arisio con la “marcia dei 40.000”, durate i 35 giorni di occupazione della Fiat, nel 1980...
Beh, se volete un simbolo di cosa sia il padronato para-industriale di questo paese (quelli che fanno i soldi lucrando sugli appalti pubblici, senza rischiare nulla di proprio), quelle madamine hanno fatto molto per disegnarvelo.
Ora fanno un passo in più, come racconta La Stampa – quotidiano di casa Fiat appena tornato in famiglia, visto che gli Agnelli se la sono ricomprata con il contorno dell’intero gruppo Repubblica-L’Espresso –. Saranno oggi in piazza con le sardine!! Ma sì quel movimento “spontaneo” lanciato dal gruppo Repubblica-L’Espresso prima ancora che partissero i post e i twitter di convocazione della piazza bolognese (il loro esordio).
Incredibile vero? Quando si dice la coincidenza...
Certo, l’ingresso in campo del volto gentile dell’imprenditoria piemontese è persino più ingombrante dei vertici del Pd o delle interviste del capo, Mattia Santori. Questi non sanno che farsene delle belle parole e della “cura del linguaggio”, non sono abituati a girare intorno ai problemi, ai programmi, alle “cose da fare”.
Non si metteranno a disposizione in silenzio, come tutta la brava gente che ancora un volta si è mossa sperando nascesse qualcosa di utile per cambiare le cose. L’imprenditoria piemontese è conservatrice per classe, tradizione secolare, abitudine, pienezza di sé. Feroce, se vogliamo dirla tutta. Sabauda, a voler essere precisi.
Vorranno dire la loro (e già lo fanno, basta leggere l’articoletto de La Stampa, qui di seguito), spendendosi ancora una volta per le grandi opere, i bassi salari, le pensioni a cento anni e la sanità privatizzata (sono imprenditori, mica benefattori...).
Povero Santori, tutta ‘sta fatica davanti ai microfoni per smentire di sostenere un qualsiasi programma – politico, sociale, economico, culturale, ideale, ecc – e poi rischia (rischia...) di trovarsene uno già bell’e pronto. Sempre lo stesso, peraltro.
Come farà a smarcarsi da questo abbraccio? Cacciando dalle piazza le signore bardate d’arancione, come con la bandiera rossa di Firenze? Ma dài, sarebbe “divisivo” e poco “moderno”...
E poi sono “madamine torinesi”, parlano a bassa voce e in modo educato, mica come quel buzzurro della Lega...
Ma sì, dài, ci sarà posto anche per loro.
“Per andare dove?”.
Eh no, questa è una domanda “divisiva”! La destinazione la saprete aprendo gli occhi quando si arriva...
La metamorfosi da madamine sì Tav in «sardine in arancione» si compirà a Torino domani, 10 dicembre, in occasione della prima manifestazione organizzata dal gruppo spontaneo nato su Facebook. Indovinare quante saranno è una scommessa. Di sicuro si faranno notare perché chi aderirà dovrà indossare, come in occasione delle manifestazioni Sì Tav, un indumento arancione che funzionerà come elemento distintivo.
Il comitato delle madamine, che per primo l’anno scorso è riuscito a portare in piazza oltre 30mila persone a favore della Tav, si è praticamente sciolto. Soprattutto dopo la candidatura alle elezioni regionali di Giovanna Giordano Peretti, uno dei volti più noti del gruppo delle sette signore, con Sergio Chiamparino all’interno della lista Chiamparino per il Piemonte del Sì di Mario Giaccone. Eppure è proprio lei a dare il via alla mobilitazione.
«L’arancione mi piace ancora – scherza – e poi nell’armadio dei torinesi credo che almeno una sciarpa di questo colore sia rimasta. Il comitato Sì Tav non ha dato un’adesione formale, ma con un gruppo di amici abbiamo deciso di partecipare. Porteremo palloncini arancioni e stamperemo tante sardine arancioni, che poi somigliano più alle triglie».
Le sardine in arancione si ritroveranno davanti al ristorante Turet (ex Brek) di piazza Solferino per poi proseguire insieme verso piazza Castello. «Porteremo anche bandiere italiane e bandiere europee come nelle altre adunate di piazza. Sarà una manifestazione di gentilezza e amicizia. Sento molte persone insospettabili che domani verranno. Di problemi ne abbiamo – conclude Giordano – e la voglia di farci sentire c’è ancora».
La Stampa
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Ricordate le “Madamine Sì Tav”? Ma sì, quelle imprenditrici che avevano convocato una manifestazione in appoggio alla più inutile delle grandi opere inutili, per contrastare il movimento No Tav e la Val Susa proprio come aveva fatto il loro quasi-dipendente Arisio con la “marcia dei 40.000”, durate i 35 giorni di occupazione della Fiat, nel 1980...
Beh, se volete un simbolo di cosa sia il padronato para-industriale di questo paese (quelli che fanno i soldi lucrando sugli appalti pubblici, senza rischiare nulla di proprio), quelle madamine hanno fatto molto per disegnarvelo.
Ora fanno un passo in più, come racconta La Stampa – quotidiano di casa Fiat appena tornato in famiglia, visto che gli Agnelli se la sono ricomprata con il contorno dell’intero gruppo Repubblica-L’Espresso –. Saranno oggi in piazza con le sardine!! Ma sì quel movimento “spontaneo” lanciato dal gruppo Repubblica-L’Espresso prima ancora che partissero i post e i twitter di convocazione della piazza bolognese (il loro esordio).
Incredibile vero? Quando si dice la coincidenza...
Certo, l’ingresso in campo del volto gentile dell’imprenditoria piemontese è persino più ingombrante dei vertici del Pd o delle interviste del capo, Mattia Santori. Questi non sanno che farsene delle belle parole e della “cura del linguaggio”, non sono abituati a girare intorno ai problemi, ai programmi, alle “cose da fare”.
Non si metteranno a disposizione in silenzio, come tutta la brava gente che ancora un volta si è mossa sperando nascesse qualcosa di utile per cambiare le cose. L’imprenditoria piemontese è conservatrice per classe, tradizione secolare, abitudine, pienezza di sé. Feroce, se vogliamo dirla tutta. Sabauda, a voler essere precisi.
Vorranno dire la loro (e già lo fanno, basta leggere l’articoletto de La Stampa, qui di seguito), spendendosi ancora una volta per le grandi opere, i bassi salari, le pensioni a cento anni e la sanità privatizzata (sono imprenditori, mica benefattori...).
Povero Santori, tutta ‘sta fatica davanti ai microfoni per smentire di sostenere un qualsiasi programma – politico, sociale, economico, culturale, ideale, ecc – e poi rischia (rischia...) di trovarsene uno già bell’e pronto. Sempre lo stesso, peraltro.
Come farà a smarcarsi da questo abbraccio? Cacciando dalle piazza le signore bardate d’arancione, come con la bandiera rossa di Firenze? Ma dài, sarebbe “divisivo” e poco “moderno”...
E poi sono “madamine torinesi”, parlano a bassa voce e in modo educato, mica come quel buzzurro della Lega...
Ma sì, dài, ci sarà posto anche per loro.
“Per andare dove?”.
Eh no, questa è una domanda “divisiva”! La destinazione la saprete aprendo gli occhi quando si arriva...
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Le madamine sì Tav saranno in arancione tra le sardine a Torino
La metamorfosi da madamine sì Tav in «sardine in arancione» si compirà a Torino domani, 10 dicembre, in occasione della prima manifestazione organizzata dal gruppo spontaneo nato su Facebook. Indovinare quante saranno è una scommessa. Di sicuro si faranno notare perché chi aderirà dovrà indossare, come in occasione delle manifestazioni Sì Tav, un indumento arancione che funzionerà come elemento distintivo.
Il comitato delle madamine, che per primo l’anno scorso è riuscito a portare in piazza oltre 30mila persone a favore della Tav, si è praticamente sciolto. Soprattutto dopo la candidatura alle elezioni regionali di Giovanna Giordano Peretti, uno dei volti più noti del gruppo delle sette signore, con Sergio Chiamparino all’interno della lista Chiamparino per il Piemonte del Sì di Mario Giaccone. Eppure è proprio lei a dare il via alla mobilitazione.
«L’arancione mi piace ancora – scherza – e poi nell’armadio dei torinesi credo che almeno una sciarpa di questo colore sia rimasta. Il comitato Sì Tav non ha dato un’adesione formale, ma con un gruppo di amici abbiamo deciso di partecipare. Porteremo palloncini arancioni e stamperemo tante sardine arancioni, che poi somigliano più alle triglie».
Le sardine in arancione si ritroveranno davanti al ristorante Turet (ex Brek) di piazza Solferino per poi proseguire insieme verso piazza Castello. «Porteremo anche bandiere italiane e bandiere europee come nelle altre adunate di piazza. Sarà una manifestazione di gentilezza e amicizia. Sento molte persone insospettabili che domani verranno. Di problemi ne abbiamo – conclude Giordano – e la voglia di farci sentire c’è ancora».
La Stampa
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17/03/2019
Gli Usa minacciano Mattarella, via La Stampa
Negli anni ‘70 qualsiasi formazione di sinistra, soprattutto rivoluzionaria, definiva l’Italia “anello debole della catena imperialista”. Naturalmente, venivano tutte accusate di essere “ideologiche”, non realistiche, astratte, ecc.
Contrordine, compagni! Avevamo ragione... Anzi, avevamo così ragione da convincere, alla fine, persino il direttore de La Stampa, foglio di casa Agnelli – ora transitato nell’orbita di Repubblica-L’Espresso – che gli operai torinesi hanno sempre chiamato, senza affetto, la busiarda.
Maurizio Molinari non è un direttore qualsiasi. Ex inviato negli Stati Uniti e a Gerusalemme si è sempre distinto per assoluta osservanza delle indicazioni provenienti dai governi che lo ospitavano. Tanto da far sospettare ai soliti “complottisti” che avesse ottimi rapporti sia con la Cia sia con il Mossad...
E oggi, quasi alla vigilia della firma del Memorandum of Understanding con la Cina, alla presenza di Xi Jinping, scrive: “bisogna tenere presente che l’Italia è diventata l’anello debole di un Occidente in difficoltà davanti a due rivali strategici divenuti temibili: Cina e Russia. Dal crollo del Muro di Berlino nel 1989 Pechino e Mosca non sono mai stati così in crescita. Nel caso della Cina si tratta di una crescita soprattutto economica che consente di gareggiare testa a testa con Washington per la leadership sul pil globale disponendo al tempo stesso di un formidabile progetto di infrastrutture per estendere la propria influenza all’Euroasia e di una tecnologia – il 5G – capace di cambiare il modo in cui comunichiamo. Se a tutto ciò aggiungiamo un apparato di intelligence che supera il milione di effettivi – il più numeroso al mondo – non è difficile arrivare alla conclusione Che Pechino sia oggi portatrice di una sfida mollo efficace all’Occidente perché punta a spostare il baricentro dello sviluppo del Pianeta dalla dorsale New York-Londra alla macroregione Pechino-Shanghai.”
Tono allarmato, sguardo cupo, accuse esplicite (oltre al dossier cinese si citano quelli sugli F35, l’”ambiguità sul Venezuela”, una certa freddezza con la “narrativa” UE), minacce velate. Va avanti come un treno dell’intelligence ricordando il Donbass, le presunte cyber-offensive dei russi, il ruolo in Medio Oriente e Africa di entrambi. Il tutto in un contesto di “debolezza in tema di Nato e Ue dovuta a carenza di leadership, rivalità nazionali e protesta sociale”.
Un analista serio si fermerebbe, a questo punto, per chiedersi la ragione di questa triade di problemi interni irrisolti, visto che non ce li ha regalati il “nemico” ma si sono creati in casa. Se le leadership (da Merkel a Macron, per non parlare degli altri fantasmi che appaiono e scompaiono nel giro di qualche mese in Italia, e Spagna) sono di bassa qualità significa che i meccanismi storici per selezionarla dalla culla al ministero – i partiti di massa dotati di ideologia e visione – si sono inceppati o sono rimasti annientati. Se le rivalità nazionali rinascono prepotenti dentro un sistema di trattati e fedeltà pensato per renderle impossibili significa che quel sistema è strutturalmente sbagliato. Se riesplode la protesta sociale – per ora soprattutto in Francia, l’ultima arrivata alle “riforme strutturali” imposte dall’ordoliberismo europeo – vuol dire che non è possibile comprimere ancora le condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione.
Soprattutto: se i cinesi crescono a velocità inimmaginabile per le stanche economie Usa e Ue, significa che il “modello occidentale” che aveva privilegiato la finanza rispetto alla produzione materiale (lavoro mentale compreso) non regge la prova dei fatti.
Ma Molinari non è pagato per fare l’autocritica dell’Occidente. Il compito che si è assunto con l’editoriale di stamattina è quello di infilare nelle orecchie dei governanti gialloverdi – e soprattutto in quelle di Sergio Mattarella, che ha dato pochi giorni fa il suo “ok” alla firma del Memorandum – il tarlo della paura. Per essere proprio espliciti:
“Ciò spiega perché Washington, Parigi e Berlino guardano sempre più al Quirinale quando entrano in gioco temi cruciali per la sicurezza dell’Occidente. In attesa di comprendere se il governo di Giuseppe Conte riuscirà ad esprimere posizioni capaci di superare le incertezze di questi mesi. Tutto ciò non significa che l’Italia debba rinunciare alla tutela dei propri interessi nazionali, economici e politici, ma la sfida è armonizzarli con la nostra adesione alle alleanze Ue e Nato. Senza le quali il nostro benessere e la nostra sicurezza sarebbero a rischio.”
Crediamo che mai in tempi recenti, almeno dalla caduta del Muro ad oggi, un presidente della Repubblica era stato minacciato così apertamente da parte degli Stati Uniti (sia pure per la via “informale” di un editoriale di quotidiano).
E il fatto che avvenga dà la misura del livello di tensione che si è prodotto in questo scontro geopolitico a tre (Ue, Usa e Cina) intorno al futuro dell’Italia, non appena si è prospettata la possibilità di diventare un terminale privilegiato (per la posizione centrale nel Mediterraneo) della nuova Via della Seta.
Come osserva Pasqale Cicalese, “nel gioco abbiamo tre civiltà millenarie: Cina, Italia, Vaticano. E una nazione che ha 300 anni di vita, di cui gli ultimi 80 anni ha dominato, gli Usa. Che sono in uno spaventoso declino industriale. La Cina ha 1,4 miliardi di persone, il Vaticano ha 1,2 miliardi di cattolici nel mondo, moltissimi in Africa. I cattolici in Cina sono 10 milioni, gli evangelici filo americani 100 milioni. Xi preferisce il Vaticano agli evangelici e a settembre scorso ha fatto un accordo per la nomina dei vescovi con il Vaticano. Entrambi attendono pazienti uno storico accordo, hanno tutto il tempo necessario. L’impronta del Mou è del Vaticano, oggetto di attacchi da parte dei cardinali americani dopo l’accordo di settembre con la Cina, in merito alla questione della pedofilia. Francesco ha resistito e ora gioca la carta italiana. Con l’imprimatur di Mattarella”.
E’ tutto molto più complicato di quanto provano a raccontare i “terminali passivi” di questo o quel protagonista globale. E non fanno neanche un buon lavoro di “istruzione” per questa classe politica di absolute beginners, costringendoli dunque a muoversi senza mai capire bene dove stanno mettendo i piedi (un po’ come Draghi, no?).
Non siamo complottisti, e quindi non crediamo che Molinari abbia obbedito a una telefonata giunta da Washington o dall’ambasciatore in Italia. Di certo, stavolta, non gli è arrivata da Tel Aviv. Basta leggersi come gli israeliani, invece, sognano di moltiplicare il business grazie all’arrivo dei cinesi nel fu Mare Nostrum.
Fonte
Contrordine, compagni! Avevamo ragione... Anzi, avevamo così ragione da convincere, alla fine, persino il direttore de La Stampa, foglio di casa Agnelli – ora transitato nell’orbita di Repubblica-L’Espresso – che gli operai torinesi hanno sempre chiamato, senza affetto, la busiarda.
Maurizio Molinari non è un direttore qualsiasi. Ex inviato negli Stati Uniti e a Gerusalemme si è sempre distinto per assoluta osservanza delle indicazioni provenienti dai governi che lo ospitavano. Tanto da far sospettare ai soliti “complottisti” che avesse ottimi rapporti sia con la Cia sia con il Mossad...
E oggi, quasi alla vigilia della firma del Memorandum of Understanding con la Cina, alla presenza di Xi Jinping, scrive: “bisogna tenere presente che l’Italia è diventata l’anello debole di un Occidente in difficoltà davanti a due rivali strategici divenuti temibili: Cina e Russia. Dal crollo del Muro di Berlino nel 1989 Pechino e Mosca non sono mai stati così in crescita. Nel caso della Cina si tratta di una crescita soprattutto economica che consente di gareggiare testa a testa con Washington per la leadership sul pil globale disponendo al tempo stesso di un formidabile progetto di infrastrutture per estendere la propria influenza all’Euroasia e di una tecnologia – il 5G – capace di cambiare il modo in cui comunichiamo. Se a tutto ciò aggiungiamo un apparato di intelligence che supera il milione di effettivi – il più numeroso al mondo – non è difficile arrivare alla conclusione Che Pechino sia oggi portatrice di una sfida mollo efficace all’Occidente perché punta a spostare il baricentro dello sviluppo del Pianeta dalla dorsale New York-Londra alla macroregione Pechino-Shanghai.”
Tono allarmato, sguardo cupo, accuse esplicite (oltre al dossier cinese si citano quelli sugli F35, l’”ambiguità sul Venezuela”, una certa freddezza con la “narrativa” UE), minacce velate. Va avanti come un treno dell’intelligence ricordando il Donbass, le presunte cyber-offensive dei russi, il ruolo in Medio Oriente e Africa di entrambi. Il tutto in un contesto di “debolezza in tema di Nato e Ue dovuta a carenza di leadership, rivalità nazionali e protesta sociale”.
Un analista serio si fermerebbe, a questo punto, per chiedersi la ragione di questa triade di problemi interni irrisolti, visto che non ce li ha regalati il “nemico” ma si sono creati in casa. Se le leadership (da Merkel a Macron, per non parlare degli altri fantasmi che appaiono e scompaiono nel giro di qualche mese in Italia, e Spagna) sono di bassa qualità significa che i meccanismi storici per selezionarla dalla culla al ministero – i partiti di massa dotati di ideologia e visione – si sono inceppati o sono rimasti annientati. Se le rivalità nazionali rinascono prepotenti dentro un sistema di trattati e fedeltà pensato per renderle impossibili significa che quel sistema è strutturalmente sbagliato. Se riesplode la protesta sociale – per ora soprattutto in Francia, l’ultima arrivata alle “riforme strutturali” imposte dall’ordoliberismo europeo – vuol dire che non è possibile comprimere ancora le condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione.
Soprattutto: se i cinesi crescono a velocità inimmaginabile per le stanche economie Usa e Ue, significa che il “modello occidentale” che aveva privilegiato la finanza rispetto alla produzione materiale (lavoro mentale compreso) non regge la prova dei fatti.
Ma Molinari non è pagato per fare l’autocritica dell’Occidente. Il compito che si è assunto con l’editoriale di stamattina è quello di infilare nelle orecchie dei governanti gialloverdi – e soprattutto in quelle di Sergio Mattarella, che ha dato pochi giorni fa il suo “ok” alla firma del Memorandum – il tarlo della paura. Per essere proprio espliciti:
“Ciò spiega perché Washington, Parigi e Berlino guardano sempre più al Quirinale quando entrano in gioco temi cruciali per la sicurezza dell’Occidente. In attesa di comprendere se il governo di Giuseppe Conte riuscirà ad esprimere posizioni capaci di superare le incertezze di questi mesi. Tutto ciò non significa che l’Italia debba rinunciare alla tutela dei propri interessi nazionali, economici e politici, ma la sfida è armonizzarli con la nostra adesione alle alleanze Ue e Nato. Senza le quali il nostro benessere e la nostra sicurezza sarebbero a rischio.”
Crediamo che mai in tempi recenti, almeno dalla caduta del Muro ad oggi, un presidente della Repubblica era stato minacciato così apertamente da parte degli Stati Uniti (sia pure per la via “informale” di un editoriale di quotidiano).
E il fatto che avvenga dà la misura del livello di tensione che si è prodotto in questo scontro geopolitico a tre (Ue, Usa e Cina) intorno al futuro dell’Italia, non appena si è prospettata la possibilità di diventare un terminale privilegiato (per la posizione centrale nel Mediterraneo) della nuova Via della Seta.
Come osserva Pasqale Cicalese, “nel gioco abbiamo tre civiltà millenarie: Cina, Italia, Vaticano. E una nazione che ha 300 anni di vita, di cui gli ultimi 80 anni ha dominato, gli Usa. Che sono in uno spaventoso declino industriale. La Cina ha 1,4 miliardi di persone, il Vaticano ha 1,2 miliardi di cattolici nel mondo, moltissimi in Africa. I cattolici in Cina sono 10 milioni, gli evangelici filo americani 100 milioni. Xi preferisce il Vaticano agli evangelici e a settembre scorso ha fatto un accordo per la nomina dei vescovi con il Vaticano. Entrambi attendono pazienti uno storico accordo, hanno tutto il tempo necessario. L’impronta del Mou è del Vaticano, oggetto di attacchi da parte dei cardinali americani dopo l’accordo di settembre con la Cina, in merito alla questione della pedofilia. Francesco ha resistito e ora gioca la carta italiana. Con l’imprimatur di Mattarella”.
E’ tutto molto più complicato di quanto provano a raccontare i “terminali passivi” di questo o quel protagonista globale. E non fanno neanche un buon lavoro di “istruzione” per questa classe politica di absolute beginners, costringendoli dunque a muoversi senza mai capire bene dove stanno mettendo i piedi (un po’ come Draghi, no?).
Non siamo complottisti, e quindi non crediamo che Molinari abbia obbedito a una telefonata giunta da Washington o dall’ambasciatore in Italia. Di certo, stavolta, non gli è arrivata da Tel Aviv. Basta leggersi come gli israeliani, invece, sognano di moltiplicare il business grazie all’arrivo dei cinesi nel fu Mare Nostrum.
Fonte
08/03/2019
Venezuela. La Stampa sdogana anche un criminale di guerra statunitense
La Stampa, tra una denuncia di surreali interferenze russe o cinesi e l’altra, ha pubblicato una incredibile intervista all’”inviato” degli Stati Uniti per il Venezuela ad opera di Paolo Mastrolilli, noto anche per qualche fantasioso reportage proprio sul paese sudamericano.
Parliamo di Elliot Abrams. Neanche una riga sul criminale amnistiato da George W. Bush chiaramente di premessa nell’articolo-intervista de la Stampa. Neanche una riga sul passato di questo signore.
Ve lo presentiamo noi.
L’11 dicembre del 1981 le truppe addestrate dagli Stati Uniti assassinarono 800 civili disarmati nel villaggio salvadoregno El Mozote. Quando si seppe del massacro, il responsabile degli affari umanitari degli Stati Uniti, il signor Elliott Abrams, accusò i giornalisti che lo svelarono di fare “propaganda comunista”, e poco dopo, si riferì alla politica nordamericana in El Salvador definendola “un risultato favoloso”.
10 anni dopo, Abrams è stato condannato per aver venduto illegalmente armi all’Iran per finanziare i paramilitari in Nicaragua, alimentando una guerra civile che è costata la vita a 50 mila persone.
Amnistiato da quel gentiluomo di Bush, Abrams è stato incorporato nuovamente nel Dipartimento di Stato, ed è considerato uno degli architetti dell’invasione illegale in Iraq. Una guerra che è costata la vita ad almeno 280 mila civili in un massacro che non vede fine e che conta milioni di morti e profughi.
Nessuno più di Abrams è esperto in colpi di stato, guerre illegali e violazioni massive dei diritti umani. Proprio per questo è stato scelto oggi come “inviato speciale per il Venezuela” da parte dell’amministrazione Trump. La deputata democratica Ilhan Omar lo ha smascherato recentemente in un’audizione al Congresso Usa. Vi invitiamo a vedere con molta attenzione questo video e ad osservare la reazione di Abrams:
Neanche una riga chiaramente nell’intervista da parte di Mastrolilli su tutto questo. Dalle pagine del quotidiano diretto da Molinari, al contrario, il condannato amnistiato si può permettere di minacciare il nostro paese: “siamo delusi dalla posizione italiana riguardo il riconoscimento di Guaidò come presidente ad interim”. E ancora: “Speriamo che le continue dispute, e le discussioni in corso, portino ad un certo punto a quella che noi vedremmo come la scelta migliore [...] Noi pensiamo che questa sarebbe la scelta giusta da fare”. E se non è un’interferenza questa, vi chiediamo: che cos’è un’interferenza?
Dopo il fallimento del golpe pagliacciata del 23 gennaio e il tentativo di invasione con il pretesto “umanitario” del 23 febbraio è rimasto solo l’opzione militare ai teorici come Abrams del golpe contro il Venezuela. Ed è questo che dice chiaramente anche nell’intervista a Mastrolilli. “Tutte le opzioni sono sul tavolo”. Mentre dalla Colombia si arma un esercito di mercenari sul modello siriano, Abrams sostiene che “vanno fermati i cattivi attori o terroristi” di Hezbollah, guerriglieri di ENL e Farc e la sicurezza cubana “che operano in Venezuela”. La solita scusa e il solito pretesto.
Ma per rispondere ad Abrams, o alla Stampa scegliete voi, basta riportare la surreale dichiarazione di ieri del portavoce del Dipartimento di Stato in cui tutti i castelli di menzogne della pagliacciata in corsa crollavano: mentre minacciava i mezzi di informazione di utilizzare per il deputato Guaidò il termine “presidente interino” e nessun altro, interveniva un coraggioso giornalista che lo umiliava e lo costringeva a questa figuraccia. Osservate con attenzione:
Purtroppo di fronte ad Abrams non c’era lo stesso giornalista... ma Mastrolilli.
Fonte
26/11/2018
Contrordine in redazione: in Siria sono “i ribelli” ad usare il gas!
E’ bellissimo leggere i giornali mainstream... Sì, proprio quelli che domenica hanno riempito il Brancaccio, a Roma, per lamentare l’attacco verbale subito dalla maggioranza di governo. Con tanto di direttori che sentenziavano “il potere non ama chi lo contesta”. Come se fossero all’opposizione dura e pura da mille anni; come se non avessero mai mentito; come se non oscurassero sistematicamente tutti i soggetti, politici e sociali, che il potere (non solo i governi sgraditi) lo contestano davvero; come se non fossero – ieri come oggi – zerbini sdraiati sull’interesse dei rispettivi editori (tutti “impuri”, in Italia; ossia imprenditori che hanno il proprio core business in tutt’altri comparti, ma necessitano di megafoni fedeli).
Giusto un esempio, fresco fresco, per evidenziare il problema.
Sentite dire da anni che in Siria avvengono spesso bombardamenti che non guardano troppo per il sottile e colpiscono spesso anche i civili (ed è verissimo). Sentite dire spesso che sono state usate armi chimiche (e qualche volta è vero). Sentite dire che ad usare le armi chimiche è l’esercito di Assad, che regolarmente smentisce, permette il controllo agli ispettori Onu, i quali a volte certificano che non hanno trovato tracce di armi chimiche o gas, altre volte lasciano il dubbio.
Non siamo degli ingenui. Sappiamo benissimo che nelle guerre contemporanee il confine tra gruppi combattenti e popolazioni civili è molto esile, sul terreno. E che ogni fazione armata bada prima di tutto a vincere, senza star lì a sottilizzare sui morti che provoca “dall’altra parte”. E’ orrendo, inumano, ma è così.
Dunque non ci ha mai persuaso la propaganda mainstream che, nel grande macello siriano, ci raccontava che c’erano da una parte “gli insorti buoni” e dall’altra gli “stragisti di Assad”. Anche perché, com’è ormai universalmente noto, gli “insorti buoni” erano in genere miliziani di Al Qaeda (do you remenber Bin Laden?) o dell’Isis, sostenuti a giorni alterni da Turchia, Stati Uniti e Israele, oltre ad alcuni emirati del Golfo.
Però, dopo anni di propaganda unilineare contro Assad, ci saremmo aspettati un attimo di riflessione da parte dei cronisti de La Stampa di Torino (storico giornale di casa Agnelli, oggi in pratica una dependance del gruppo De Benedetti-Repubblica) nel darci questa notizia: “Siria, i ribelli usano gas, 107 intossicati ad Aleppo”.
E’ un titolo che rovescia completamente una narrazione pluriennale consolidata, inverte il ruolo tra “buoni” e “cattivi”, o quantomeno rivela che i “buoni” non sono poi proprio angelicati. Ci sarebbe di che scusarsi per la menzogne sparate per anni...
E invece nulla. Si scrive, si va avanti, si fa finta di niente, poi seguirà un editoriale del direttore – quando ci sarà da sostenere gli interessi occidentali contro quelli russi o siriani – che ripeterà le solite giaculatorie, come se lo stesso giornale che dirige non ci avesse raccontato l’opposto.
Per chi è interessato anche ai dettagli, qui di seguito l’articolo a firma Giordano Stabile.
Oltre cento persone sono rimaste intossicare da gas tossici dopo che i ribelli hanno colpito la periferia di Aleppo con proiettili al cloro lanciati da mortai. Il governo di Damasco parla di 30 “feriti gravi”, compresi molti bambini. La Russia ha chiesto alla Turchia di intervenire per fermare gli attacchi. L’aviazione di Mosca ha compiuto raid di rappresaglia su postazioni nella provincia di Idlib controllate da miliziani jihadisti, legati ad Al-Qaeda. Non è chiaro se ci siano state vittime civili in questi attacchi.
Sono i primi raid da due mesi nell’area di Idlib, da quando un accordo fra Mosca e Ankara ha portato all’istituzione di una zona cuscinetto fra le province di Aleppo e Idlib e a una tregua prolungata. I bombardamenti russi e l’attacco chimico dei ribelli sono stati entrambi confermati dall’Osservatorio per diritti umani in Siria, una ong con sede a Londra, vicina all’opposizione, che dispone di una rete di osservatori su tutto il territorio siriano. L’Osservatorio ha riportato testimonianze di “un forte cattivo odore” e persone con problemi respiratori.
L’agenzia statale siriana ha precisato che i proietti hanno colpito “tre distretti” della metropoli e ferito “107 persone”. E’ il bilancio più grave da quando le forze governative hanno riconquistato la città, la seconda della Siria per importanza dopo Damasco, nel dicembre del 2016. I ribelli però mantengono posizioni a poca distanza dalla periferia occidentale. “Non abbiamo certezza sul tipo di gas usato – ha detto Zaher Batal, un medico alepino citato dall’agenzia Reuters -. Ma sospettiamo che si tratti di cloro in base ai sintomi: difficoltà respiratorie, infiammazioni agli occhi, svenimenti”.
Nessun gruppo ha rivendicato l’attacco. I maggiori sospetti sono però su Hayat al-Tahrir al-Sham, la franchise siriana di Al-Qaeda, che non ha accettato l’accordo di settembre fra Russia e Turchia. I jihadisti conducono una campagna all’interno della provincia di Idlib contro gli altri gruppi di ribelli, finiti sotto l’influenza e in alcuni casi il controllo diretto turco. Ci sono stati una serie di omicidi mirati nei confronti di capi locali e i qadeisti sono sospettati anche dell’uccisione di un attivista anti-regime e anti-islamisti, Raed Fares.
Fonte
Giusto un esempio, fresco fresco, per evidenziare il problema.
Sentite dire da anni che in Siria avvengono spesso bombardamenti che non guardano troppo per il sottile e colpiscono spesso anche i civili (ed è verissimo). Sentite dire spesso che sono state usate armi chimiche (e qualche volta è vero). Sentite dire che ad usare le armi chimiche è l’esercito di Assad, che regolarmente smentisce, permette il controllo agli ispettori Onu, i quali a volte certificano che non hanno trovato tracce di armi chimiche o gas, altre volte lasciano il dubbio.
Non siamo degli ingenui. Sappiamo benissimo che nelle guerre contemporanee il confine tra gruppi combattenti e popolazioni civili è molto esile, sul terreno. E che ogni fazione armata bada prima di tutto a vincere, senza star lì a sottilizzare sui morti che provoca “dall’altra parte”. E’ orrendo, inumano, ma è così.
Dunque non ci ha mai persuaso la propaganda mainstream che, nel grande macello siriano, ci raccontava che c’erano da una parte “gli insorti buoni” e dall’altra gli “stragisti di Assad”. Anche perché, com’è ormai universalmente noto, gli “insorti buoni” erano in genere miliziani di Al Qaeda (do you remenber Bin Laden?) o dell’Isis, sostenuti a giorni alterni da Turchia, Stati Uniti e Israele, oltre ad alcuni emirati del Golfo.
Però, dopo anni di propaganda unilineare contro Assad, ci saremmo aspettati un attimo di riflessione da parte dei cronisti de La Stampa di Torino (storico giornale di casa Agnelli, oggi in pratica una dependance del gruppo De Benedetti-Repubblica) nel darci questa notizia: “Siria, i ribelli usano gas, 107 intossicati ad Aleppo”.
E’ un titolo che rovescia completamente una narrazione pluriennale consolidata, inverte il ruolo tra “buoni” e “cattivi”, o quantomeno rivela che i “buoni” non sono poi proprio angelicati. Ci sarebbe di che scusarsi per la menzogne sparate per anni...
E invece nulla. Si scrive, si va avanti, si fa finta di niente, poi seguirà un editoriale del direttore – quando ci sarà da sostenere gli interessi occidentali contro quelli russi o siriani – che ripeterà le solite giaculatorie, come se lo stesso giornale che dirige non ci avesse raccontato l’opposto.
Per chi è interessato anche ai dettagli, qui di seguito l’articolo a firma Giordano Stabile.
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Oltre cento persone sono rimaste intossicare da gas tossici dopo che i ribelli hanno colpito la periferia di Aleppo con proiettili al cloro lanciati da mortai. Il governo di Damasco parla di 30 “feriti gravi”, compresi molti bambini. La Russia ha chiesto alla Turchia di intervenire per fermare gli attacchi. L’aviazione di Mosca ha compiuto raid di rappresaglia su postazioni nella provincia di Idlib controllate da miliziani jihadisti, legati ad Al-Qaeda. Non è chiaro se ci siano state vittime civili in questi attacchi.
Sono i primi raid da due mesi nell’area di Idlib, da quando un accordo fra Mosca e Ankara ha portato all’istituzione di una zona cuscinetto fra le province di Aleppo e Idlib e a una tregua prolungata. I bombardamenti russi e l’attacco chimico dei ribelli sono stati entrambi confermati dall’Osservatorio per diritti umani in Siria, una ong con sede a Londra, vicina all’opposizione, che dispone di una rete di osservatori su tutto il territorio siriano. L’Osservatorio ha riportato testimonianze di “un forte cattivo odore” e persone con problemi respiratori.
L’agenzia statale siriana ha precisato che i proietti hanno colpito “tre distretti” della metropoli e ferito “107 persone”. E’ il bilancio più grave da quando le forze governative hanno riconquistato la città, la seconda della Siria per importanza dopo Damasco, nel dicembre del 2016. I ribelli però mantengono posizioni a poca distanza dalla periferia occidentale. “Non abbiamo certezza sul tipo di gas usato – ha detto Zaher Batal, un medico alepino citato dall’agenzia Reuters -. Ma sospettiamo che si tratti di cloro in base ai sintomi: difficoltà respiratorie, infiammazioni agli occhi, svenimenti”.
Nessun gruppo ha rivendicato l’attacco. I maggiori sospetti sono però su Hayat al-Tahrir al-Sham, la franchise siriana di Al-Qaeda, che non ha accettato l’accordo di settembre fra Russia e Turchia. I jihadisti conducono una campagna all’interno della provincia di Idlib contro gli altri gruppi di ribelli, finiti sotto l’influenza e in alcuni casi il controllo diretto turco. Ci sono stati una serie di omicidi mirati nei confronti di capi locali e i qadeisti sono sospettati anche dell’uccisione di un attivista anti-regime e anti-islamisti, Raed Fares.
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