John Elkann, il boss del gruppo finanziario Exxor, ha deciso di chiudere il quotidiano La Stampa e di vendere Repubblica e gli altri media del gruppo Gedi (Huffington Post, le radio Deejay, Capital, La Sentinella del Canavese) entro gennaio 2026 . I vertici di Gedi lo hanno comunicato ai giornalisti de La Repubblica e confermato anche al comitato di redazione de La Stampa.
Da quanto trapela, l’operazione coinvolge principalmente La Repubblica, le radio e le attività digitali, con un’offerta intorno ai 140 milioni di euro avanzata dal gruppo greco-saudita Antenna.
La società Antenna è dell’armatore greco Kyriakou ma è partecipata al 30% dal fondo Pif del principe saudita Mohammad bin Salman, ed ha fatto sapere di non essere interessata all’acquisizione de La Stampa.
Il futuro dello storico quotidiano di Torino (da sempre proprietà della Fiat prima e della Exor poi), definito dagli operai torinesi con il soprannome emblematico e di certo non lusinghiero di La Busiarda, resta dunque incerto e il rischio di chiusura sembra materializzarsi concretamente.
Per l’acquisizione del gruppo editoriale Gedi si era fatto avanti anche Leonardo Del Vecchio, attuale padrone e figlio del fondatore di Luxottica, il quale aveva presentato un’offerta da circa 140 milioni di euro tramite la sua società Lmdv per contendere all’imprenditore greco le attività editoriali e le radio del gruppo editoriale. Ma l’Exor di Elkann, azionista di controllo del gruppo Gedi, ha deciso di continuare il negoziato con Antenna formalizzando una nuova fase di esclusiva per definire i dettagli dell’operazione.
Ieri 11 dicembre, La Stampa non era in edicola, mentre oggi venerdì 12 dicembre, Repubblica, altra testata del gruppo, sarà in sciopero. Il sito non sarà aggiornato dalle 7 del 12 dicembre alle 7 di sabato 13.
I vertici del gruppo Gedi e i Comitati di Redazione de La Stampa e de la Repubblica sono stati convocati dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione e all’editoria Alberto Barachini.
Colpisce il maligno commento del Presidente del Senato Larussa, il quale rispondendo alla domanda di un giornalista su questa vicenda ha detto: “I giornali di sinistra non è che mancano eh, non è che sentiamo questo bisogno disperato di avere per forza giornali di sinistra, però noi dobbiamo rimanere neutrali, abbiamo il dovere di aiutare i giornalisti, le maestranze a non perdere il posto di lavoro, ma sulla natura dei giornali, non tocca al governo”.
Certo sentire affermare che La Stampa e la Repubblica sono giornali “di sinistra” ci provoca un certo effetto, ma per i caterpillar della destra al governo è tutto di sinistra tranne quelli che hanno il busto di Mussolini sul comò di casa.
Solo due settimane fa il quotidiano La Stampa era diventato oggetto di grandi attestati di solidarietà e alte grida di stigmatizzazione per l’incursione di un corteo di studenti nella redazione. Il quotidiano, come noto, non gode di buona fama nei movimenti sociali torinesi né tra le reti solidali con la Palestina. Per giorni questo fatto era stato il tema del giorno e il tormentone discriminante di ogni commento o ragionamento (cosa pensa della incursione alla Stampa? È stata la domanda d’obbligo a presupposto di qualsiasi altra).
Ma mentre tutti si concentravano sul dito – la contestazione degli studenti – la Luna si apprestava a precipitare sulla redazione del giornale con le fattezze di un elefante nella stanza. Le serie minacce alle libertà vengono sempre dall’alto, non dal basso. Da questo possono venire le critiche o “i moniti”, per quanto ruvidi possano essere, dall’alto vengono gli ordini.
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26/10/2025
USA - John Bolton rischia l’ergastolo in base alla legge che voleva applicare a Snowden e Assange
È proprio vero che, a volte, il destino sa essere beffardo. In passato, John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale sotto Bush e Trump, noto per le sue posizioni ultra-belliciste e da “falco” in politica estera, ha chiesto l’esecuzione di Julian Assange, Edward Snowden e Chelsea Manning ai sensi dell’Espionage Act, accusandoli di aver divulgato informazioni sensibili.
Dopo la rottura con Trump, di cui è diventato un feroce critico, Bolton si trova ora a rispondere di 18 capi d’accusa proprio in base alla stessa legge da lui invocata per altri.
La “rivincita” di WikiLeaks contro Bolton
È proprio WikiLeaks ad aver lanciato un attacco frontale all’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, in seguito alla sua incriminazione per aver divulgato informazioni riservate. L’organizzazione fondata da Assange – che Bolton voleva giustiziare per aver rivelato segreti di stato al pubblico – non ha perso tempo a sbeffeggiare il “guerrafondaio” in un post su X del 17 ottobre, con oltre 24.000 like e un video allegato.
Il video nel post di WikiLeaks è un montaggio satirico: clip di Bolton che invoca la pena capitale per i whistleblower, alternate a estratti dal suo libro The Room Where It Happened (2020), dove ha “leakato” aneddoti sensibili su Trump, e altre notizie.
Secondo il Berliner Zeitung, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ha ripetutamente criticato i whistleblower, secondo organizzazioni come Defending Rights & Dissent. Avrebbe chiesto l’esecuzione di Chelsea Manning ed Edward Snowden e una condanna di “almeno 176 anni di carcere” per Julian Assange, definendo le loro azioni come “tradimento pericoloso” meritevole della pena di morte.
Bolton si dichiara non colpevole
Un gran giurì federale del Maryland ha incriminato Bolton con 18 capi d’imputazione per violazione dell’Espionage Act. Le accuse riguardano la conservazione non autorizzata di informazioni top secret e la loro divulgazione a due persone non autorizzate. Secondo il Dipartimento di Giustizia, le informazioni in questione includevano dettagli su “futuri attacchi, avversari stranieri e relazioni di politica estera”.
Ogni capo d’accusa prevede una pena detentiva massima di dieci anni. Bolton si è dichiarato non colpevole durante l’udienza di venerdì, venendo successivamente rilasciato su cauzione. La prossima udienza è fissata per il 21 novembre. In una dichiarazione, Bolton ha definito le accuse un “atto di ritorsione” orchestrato dal presidente Donald Trump, sostenendo di essere “l’ultimo bersaglio dell’uso della forza da parte del Dipartimento di Giustizia per intimidire gli oppositori politici”.
L’indagine
Come già riportato su InsideOver, lo scorso venerdì 22 agosto, agenti dell’Fbi hanno perquisito l‘abitazione del “falco” neocon John Bolton a Bethesda, Maryland, e il suo ufficio a Washington, DC, nell’ambito di un’indagine di alto profilo su presunte violazioni nella gestione di documenti classificati.
Secondo il New York Post, l’operazione, ordinata dal direttore dell’Fbi Kash Patel, si concentrava su accuse secondo cui Bolton avrebbe inviato documenti “altamente sensibili” alla sua famiglia tramite un server email privato mentre lavorava alla Casa Bianca. Le stesse per cui è stato poi incriminato e per le quali si dichiara non colpevole.
Un alto funzionario statunitense, riportato dal New York Post, ha rivelato che l’indagine, iniziata nel 2020, era stata sospesa durante l’amministrazione Biden. La sua riapertura è avvenuta sotto la guida di Patel, nominato direttore dell’Fbi a febbraio 2025. Il funzionario ha accusato Bolton di aver “rubato informazioni classificate, utilizzando la sua famiglia come intermediario”.
La perquisizione rappresentava un’escalation della faida tra Bolton e Trump, che lo ha licenziato nel 2019 dopo 17 mesi come consigliere per la sicurezza nazionale. Da allora il neocon Bolton, sostenitore di una politica estera estremamente aggressiva e bellicista, ha criticato duramente il tycoon.
Fonte
Dopo la rottura con Trump, di cui è diventato un feroce critico, Bolton si trova ora a rispondere di 18 capi d’accusa proprio in base alla stessa legge da lui invocata per altri.
La “rivincita” di WikiLeaks contro Bolton
È proprio WikiLeaks ad aver lanciato un attacco frontale all’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, in seguito alla sua incriminazione per aver divulgato informazioni riservate. L’organizzazione fondata da Assange – che Bolton voleva giustiziare per aver rivelato segreti di stato al pubblico – non ha perso tempo a sbeffeggiare il “guerrafondaio” in un post su X del 17 ottobre, con oltre 24.000 like e un video allegato.
Il video nel post di WikiLeaks è un montaggio satirico: clip di Bolton che invoca la pena capitale per i whistleblower, alternate a estratti dal suo libro The Room Where It Happened (2020), dove ha “leakato” aneddoti sensibili su Trump, e altre notizie.
Secondo il Berliner Zeitung, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ha ripetutamente criticato i whistleblower, secondo organizzazioni come Defending Rights & Dissent. Avrebbe chiesto l’esecuzione di Chelsea Manning ed Edward Snowden e una condanna di “almeno 176 anni di carcere” per Julian Assange, definendo le loro azioni come “tradimento pericoloso” meritevole della pena di morte.
Bolton si dichiara non colpevole
Un gran giurì federale del Maryland ha incriminato Bolton con 18 capi d’imputazione per violazione dell’Espionage Act. Le accuse riguardano la conservazione non autorizzata di informazioni top secret e la loro divulgazione a due persone non autorizzate. Secondo il Dipartimento di Giustizia, le informazioni in questione includevano dettagli su “futuri attacchi, avversari stranieri e relazioni di politica estera”.
Ogni capo d’accusa prevede una pena detentiva massima di dieci anni. Bolton si è dichiarato non colpevole durante l’udienza di venerdì, venendo successivamente rilasciato su cauzione. La prossima udienza è fissata per il 21 novembre. In una dichiarazione, Bolton ha definito le accuse un “atto di ritorsione” orchestrato dal presidente Donald Trump, sostenendo di essere “l’ultimo bersaglio dell’uso della forza da parte del Dipartimento di Giustizia per intimidire gli oppositori politici”.
L’indagine
Come già riportato su InsideOver, lo scorso venerdì 22 agosto, agenti dell’Fbi hanno perquisito l‘abitazione del “falco” neocon John Bolton a Bethesda, Maryland, e il suo ufficio a Washington, DC, nell’ambito di un’indagine di alto profilo su presunte violazioni nella gestione di documenti classificati.
Secondo il New York Post, l’operazione, ordinata dal direttore dell’Fbi Kash Patel, si concentrava su accuse secondo cui Bolton avrebbe inviato documenti “altamente sensibili” alla sua famiglia tramite un server email privato mentre lavorava alla Casa Bianca. Le stesse per cui è stato poi incriminato e per le quali si dichiara non colpevole.
Un alto funzionario statunitense, riportato dal New York Post, ha rivelato che l’indagine, iniziata nel 2020, era stata sospesa durante l’amministrazione Biden. La sua riapertura è avvenuta sotto la guida di Patel, nominato direttore dell’Fbi a febbraio 2025. Il funzionario ha accusato Bolton di aver “rubato informazioni classificate, utilizzando la sua famiglia come intermediario”.
La perquisizione rappresentava un’escalation della faida tra Bolton e Trump, che lo ha licenziato nel 2019 dopo 17 mesi come consigliere per la sicurezza nazionale. Da allora il neocon Bolton, sostenitore di una politica estera estremamente aggressiva e bellicista, ha criticato duramente il tycoon.
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