Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/12/2025
“La Repubblica” saudita
A Repubblica e La Stampa i giornalisti protestano e sono in sciopero perché il gruppo Gedi, di proprietà degli Elkann, ha deciso di vendere le testate di famiglia all’armatore miliardario greco Kyriakou, maggior azionista della holding Antenna, di cui una quota del 30% sarebbe in mano al principe saudita, Mohammed bin Salman Al Sa’ud.
I lavoratori dei due fogli che, ricordiamolo, sono principalmente giornalisti: ovvero, quando hanno la fortuna di avere un contratto regolare o addirittura “personalizzato”, dei “privilegiati” che svolgono una professione intellettuale. Vendono cioè pensieri e parole.
Sarebbe a dire quegli attrezzi che servono a comunicare idee che dovrebbero in teoria quantomeno corrispondere allo statuto di verità e alla deontologia. Non patate e cipolle, che è un mestiere dignitosissimo ma attiene ad altro. Ma sono comunque lavoratori, dicevamo, che contestano la perdita di un fondamentale asset culturale nazionale.
Invocano addirittura l’intervento del governo (governo di quella destra contro cui urlano e si scagliano dalle stesse pagine di quei giornali) dichiarando di temere per il mantenimento del proprio lavoro e per la loro indipendenza e autonomia.
«Salvaguardia dell’identità politico-culturale di un giornale come Repubblica». E ancora: «In ballo non c’è un semplice marchio, ma la sopravvivenza stessa di un pensiero critico».
Queste le roboanti e concettose frasi che si possono leggere nel comunicato stampa elaborato, licenziato e diffuso dall’assemblea dei giornalisti e dei lavoratori di Repubblica.
Tutto giusto, verrebbe da dire, se però i giornali – e i giornalisti in questione – non fossero Repubblica e La Stampa. Due edizioni annoverate tra la stampa “di sinistra” (boom!) che negli ultimi quindici anni hanno oltraggiato l’idea stessa del giornalismo libero. Infangato la categoria filosofica del rispetto dei fatti e della verità. Fatto a pezzi l’etica professionale. Umiliato il ruolo del giornalista, riducendolo ad un servo della proprietà e ad un passacarte di veline e documenti.
Veline e documenti prodotti da quei comitati di affari afferenti al complesso militare-industriale cui hanno risposto, specie negli ultimi quindici anni, troppe volte “signorsì, signore“. Di buon grado e con la reattività di un soldato al fronte.
Con l’unica differenza che loro, il fronte, lo vedono da uno schermo del Pc e seduti su comode poltrone ergonomiche. Mentre il proletariato ucraino e russo muore per soddisfare le velleità di potenza di quei deliranti oligarchi ai cui ordini direttori, capiservizio e corrispondenti si genuflettono.
Per non dire della stomachevole, vergognosa e criminale propaganda filo israeliana che trabocca da quei fogli, al punto da delineare addirittura una tangibile – quasi perseguibile penalmente – “complicità in genocidio“.
E non bastano certo le sempre rare Mannocchi, Jebreal, Foa o i Grossman ad attutire l’ignominia propagandistica che ha soffocato l’informazione di regime italiana.
Informazione di regime e irreggimentata che ha le sue più solide radici proprio in quei quotidiani figurativamente “di sinistra”, che hanno polverizzato la sinistra finanche nelle parole e nell’imagginario. Anche grazie ai servizievoli contributi offerti da intellettuali di terza fila che hanno trovato spazio, cittadinanza e valsente all’interno delle loro pagine.
E allora, alla fine, mi vengono da fare giusto un paio di considerazioni e domande che vorrei rivolgere a coloro che dovrei considerare “colleghi” ma che viceversa vedo come dei camerieri del potere.
Egregi amici, quando mai Repubblica e La Stampa – negli ultimi anni, ma non solo – hanno rappresentato un “baluardo del pensiero critico“? Fatevelo dire francamente: una simile affermazione suona alquanto incoerente, grottesca soprattutto nell’evocare la tutela di un “asset culturale” e di un “presidio di democrazia”.
Avete avallato tutte le politiche anti-popolari degli ultimi quarant’anni. Avete sostenuto il neoliberismo e la supremazia del mercato e del profitto purché sia. Avete difeso tutte le porcate dei proprietari – la famiglia Agnelli-Elkann – sul piano economico: dalle delocalizzazioni ai disinvestimenti produttivi, fino all’abbandono del contratto nazionale dei metalmeccanici (sotto Marchionne). Avete taciuto sull’assenza di una progettualità industriale e plaudito alla richiesta di denaro pubblico utilizzato per distribuire dividendi agli azionisti.
Non avete battuto un colpo di fronte allo sfruttamento dei vostri stessi giovani colleghi e collaboratori, iper sfruttati e sottopagati. Non vi siete fatti scrupoli a soffiare sul fuoco della guerra e del genocidio, inventando di tutto senza remore (“i russi vanno all’assalto con le pale del 1800” resterà negli annali...).
Avete plaudito al Nobel della Pace assegnato alla criminale Corina Machado, dedicandole un’intervista tanto servizievole quanto scandalosa.
Avete giustificato la repressione del dissenso e gli ignobili “decori urbani”. Avete seguito traiettorie culturali classiste ed elitarie. La critica letteraria, teatrale, cinematografica e d’arte… l’avete ridotta a spot pubblicitario. La proprietà privata l’avete celebrata come diritto inalienabile, inviolabile e pre-politico. Avete benedetto le privatizzazioni e lo smantellamento del welfare state…
E ora che il vostro proprietario e padrone, godendo del suo “pieno diritto”, decide di vendere – per far soldi o eliminare le perdite – invocate il “bene comune”, l'”intervento dello Stato”, la “salvaguardia politico-culturale” e addirittura il “pensiero critico”?
Non vi sembra grottesco e in definitiva alquanto ipocrita? In fondo sapete come si dice, no? “È il Capitalismo, bellezza!” Quello che tanto vi è piaciuto finora.
Ma dimenticavo. Il doppio standard è il vostro vero credo. Il vostro dogma esistenziale e professionale.
Purtroppo però stavolta la vedo dura. “Il mercato” ha le sue regole e il governo non ha alcuna voglia di intervenire in vostro aiuto. Anzi gongola.
Ma d’altronde, diciamoci la verità una volta tanto. Dopo il sionista Molinari, Mohammed bin Salman Al Sa’ud sarà quasi una ventata di aria fresca. Ma anche di democrazia. Cui, ne siamo abbastanza certi, vi adeguerete con la solita elasticità…
Il sarcasmo purtroppo ve lo siete meritato sul campo. A buon rendere...
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12/12/2025
La Repubblica in vendita, la Stampa a rischio chiusura
Da quanto trapela, l’operazione coinvolge principalmente La Repubblica, le radio e le attività digitali, con un’offerta intorno ai 140 milioni di euro avanzata dal gruppo greco-saudita Antenna.
La società Antenna è dell’armatore greco Kyriakou ma è partecipata al 30% dal fondo Pif del principe saudita Mohammad bin Salman, ed ha fatto sapere di non essere interessata all’acquisizione de La Stampa.
Il futuro dello storico quotidiano di Torino (da sempre proprietà della Fiat prima e della Exor poi), definito dagli operai torinesi con il soprannome emblematico e di certo non lusinghiero di La Busiarda, resta dunque incerto e il rischio di chiusura sembra materializzarsi concretamente.
Per l’acquisizione del gruppo editoriale Gedi si era fatto avanti anche Leonardo Del Vecchio, attuale padrone e figlio del fondatore di Luxottica, il quale aveva presentato un’offerta da circa 140 milioni di euro tramite la sua società Lmdv per contendere all’imprenditore greco le attività editoriali e le radio del gruppo editoriale. Ma l’Exor di Elkann, azionista di controllo del gruppo Gedi, ha deciso di continuare il negoziato con Antenna formalizzando una nuova fase di esclusiva per definire i dettagli dell’operazione.
Ieri 11 dicembre, La Stampa non era in edicola, mentre oggi venerdì 12 dicembre, Repubblica, altra testata del gruppo, sarà in sciopero. Il sito non sarà aggiornato dalle 7 del 12 dicembre alle 7 di sabato 13.
I vertici del gruppo Gedi e i Comitati di Redazione de La Stampa e de la Repubblica sono stati convocati dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione e all’editoria Alberto Barachini.
Colpisce il maligno commento del Presidente del Senato Larussa, il quale rispondendo alla domanda di un giornalista su questa vicenda ha detto: “I giornali di sinistra non è che mancano eh, non è che sentiamo questo bisogno disperato di avere per forza giornali di sinistra, però noi dobbiamo rimanere neutrali, abbiamo il dovere di aiutare i giornalisti, le maestranze a non perdere il posto di lavoro, ma sulla natura dei giornali, non tocca al governo”.
Certo sentire affermare che La Stampa e la Repubblica sono giornali “di sinistra” ci provoca un certo effetto, ma per i caterpillar della destra al governo è tutto di sinistra tranne quelli che hanno il busto di Mussolini sul comò di casa.
Solo due settimane fa il quotidiano La Stampa era diventato oggetto di grandi attestati di solidarietà e alte grida di stigmatizzazione per l’incursione di un corteo di studenti nella redazione. Il quotidiano, come noto, non gode di buona fama nei movimenti sociali torinesi né tra le reti solidali con la Palestina. Per giorni questo fatto era stato il tema del giorno e il tormentone discriminante di ogni commento o ragionamento (cosa pensa della incursione alla Stampa? È stata la domanda d’obbligo a presupposto di qualsiasi altra).
Ma mentre tutti si concentravano sul dito – la contestazione degli studenti – la Luna si apprestava a precipitare sulla redazione del giornale con le fattezze di un elefante nella stanza. Le serie minacce alle libertà vengono sempre dall’alto, non dal basso. Da questo possono venire le critiche o “i moniti”, per quanto ruvidi possano essere, dall’alto vengono gli ordini.
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19/04/2024
Gli sponsor di guerra del gruppo Gedi
“Il ruolo della ricerca nel campo della Difesa nello sviluppo economico italiano” era il nome dell’iniziativa. L’obiettivo era chiaro: promuovere l’economia di guerra e gli operatori del settore che ne guadagnano.
Tra questi, anche gli stessi organizzatori dell’evento, ovvero il gruppo Gedi che possiede anche i giornali La Stampa e La Repubblica. Proprio su quest’ultima testata è uscito un articolo al riguardo, che nulla ha a che fare con l’informazione, ma solo con la propaganda e la pubblicità all’industria di morte.
La Repubblica ha dedicato dunque spazio alla promozione di questo dibattito, elencando una lunga serie di dati che dovrebbero convincere il lettore dell’importanza della produzione bellica nello sviluppo del paese. Il giornale ha anche ricordato che lo scorso 6 marzo la Commissione UE ha presentato la sua prima strategia industriale sulla difesa.
L’ipotesi di usare l’economia di guerra per dare una risposta alla crisi irrisolvibile del capitale europeo viene perseguita con consapevolezza. La Repubblica si prende la briga di legittimare nell’opinione pubblica questa deriva bellicista.
Per farlo, ovviamente non si può dare spazio alle voci critiche ad essa. All’evento sono infatti invitati il ministro della Difesa Crosetto, l’amministratore delegato della Beretta, altri esponenti del mondo della produzione militare e lo stesso direttore editoriale del gruppo Gedi e di Repubblica, Maurizio Molinari.
Bisogna ricordare che Molinari è il giornalista che si era lamentato delle contestazioni ricevute a Napoli per il suo posizionamento filo-sionista. E che poco dopo è stato sfiduciato dalla sua redazione per aver mandato al macero 100 mila copie dell’inserto Affari&Finanza, perché all’interno vi era un articolo poco lusinghiero su Stellantis, che condivide col gruppo Gedi il presidente John Elkann.
L’editoriale de Il Foglio del 10 aprile lo ha detto nel sottotitolo: “I giornali difendono anche interessi”. Molinari e il gruppo Gedi ci ha mostrato che difende non solo lo sfruttamento dei prenditori di Stellantis, ma anche il comparto militare-industriale in cui ha alcune partecipazioni.
RadioCittàFujiko, un mese dopo l’inizio dell’operazione russa in Ucraina, aveva parlato di “Editori con l’elmetto”, ricostruendo gli interessi del gruppo Gedi nel settore bellico. Francesco Vignarca, portavoce della Rete Italiana Pace e Disarmo, ha definito Repubblica come “bollettino dell’industria militare”, una definizione decisamente azzeccata.
Oggi, con il genocidio dei palestinesi, questi interessi vengono confermati in un quadro di scivolamento dell’intero modello economico e sociale verso la guerra. Il filo che lega NATO, crimini sionisti e torsione autoritaria e antidemocratica nelle piazze e nell’informazione del nostro paese risulta evidente.
Le lotte che fanno emergere questo filo e combattono contro i suoi attori esprimono sempre più un’alternativa generale, e anche l’unica opportunità per uscire da un sistema incancrenito nella crisi e nella guerra.
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30/07/2023
La Stampa? “Una nave alla deriva, caro Giannini misura colma, clima pessimo”
Oltre alle spiegazioni cultural-psicologiche (sull’etica del giornalista e quant’altro) forse è bene conoscere anche il “livello strutturale” che prepara e sostiene questo decadimento drammatico della qualità dell’informazione.
Articoli che compaiono in serie, senza alcuna modifica, in tutte le testate di un gruppo editoriale, lanci di agenzia copiati senza alcuna verifica, redazioni sotto organico con produzione di “pezzi” inevitabilmente privi di alcun approfondimento, subordinazione assoluta dei giornalisti – spesso soltanto “stagisti” o precari – alla linea decisa dalla proprietà e gestita dai direttori.
Non ci sorprende affatto che una delle “teste pensanti” di questo processo dissolutivo sia quel burbanzoso signore che nei talk show recita la parte della “critica democratica” della destra, come se fosse davvero un rappresentante della ‘sinistra’.
Anziché, più tristemente, solo l’utimo nocchiero de “la busiarda“, come i torinesi chiamano da sempre il quotidiano della famiglia Agnelli (ora anche Elkann...)
La Stampa? “Sembra ormai più una nave alla deriva, non quel vascello corsaro agile e veloce che Giannini aveva promesso al suo arrivo, infondendo nuovamente speranza, determinazione, impegno”.
Le parole sono del Comitato di redazione del quotidiano di Torino, Gruppo Gedi presieduto da John Elkann.
Ecco la spiegazione: “Settori e redazioni sguarniti, colleghi usati come tappabuchi, mancanza di organizzazione, caos sistematico nelle chiusure, arroganza o indifferenza nei rapporti umani, professionali e sindacali non sono più tollerabili”.
Cambio di rotta
Il Cdr afferma che “qualsiasi nuova iniziativa, riorganizzazione, accordo (prepensionamento, master, ecc) non potrà prescindere da un immediato cambio di rotta della direzione per ristabilire la necessaria fiducia e corrette relazioni sindacali e redazionali”.
In un lungo comunicato l’organo di rappresentanza sindacale scrive che “la misura è colma” e “il clima in redazione è pessimo”.
“Voi valete zero”
L’ultimo episodio è questo: una redazione (“Settore Sinergiche”) della Stampa si occupava tutti i giorni di preparare le pagine nazionali per i giornali locali del gruppo; quella redazione è stata chiusa e il servizio è stato appaltato all’Ansa.
“Imbarazzante e inaccettabile – secondo il Cdr – il modo con cui sono stati trattati i colleghi del settore. Questo passaggio, annunciato da mesi, è come al solito arrivato a tempo scaduto, nella totale disorganizzazione e senza il minimo rispetto personale e professionale nei confronti dei colleghi.
Più volte, anche di fronte all’azienda, il direttore aveva dichiarato che avrebbe sentito i colleghi per valutare insieme a loro aspirazioni e prospettive dopo la chiusura del settore. Tutto ciò non è avvenuto.
L’Ordine di servizio è arrivato solo dopo che il settore ha ricevuto un timone dell’Ansa con delle pagine proposte. Qui non siamo all’1 vale 1, siamo al voi valete 0”.
Caporedattore appaltato
La nuova organizzazione sarebbe la seguente: “Una collega responsabile dovrebbe comunicare all’Ansa l’ingombro pubblicitario (lavoro non giornalistico) e valutare le proposte dell’Ansa per tutte le testate Gnn del gruppo.
Questo non per un’esigenza della Stampa, bensì per l’esigenza dell’Ansa di non dover comunicare con tutti i direttori delle varie testate. Di fatto abbiamo appaltato un nostro caporedattore a un’altra testata.
La stessa collega dovrebbe contemporaneamente svolgere anche il ruolo di cinghia di trasmissione tra La Stampa e il Secolo XIX (che ha preferito continuare a ricevere le notizie nazionali da La Stampa invece che dall’Ansa). Tre giornalisti della Stampa lavorano per Il Secolo XIX”.
Segretaria Fnsi
A questo punto, il Cdr fa notare che il Secolo XIX è la testata a cui appartiene la segretaria nazionale dell’Fnsi: “Chiederemo dunque alla stessa che cosa pensa di una testata giornalistica che, dopo aver dichiarato esuberi (quindi persone in eccesso) continua a ‘fare la spesa’ dalle nostre parti perché non riesce a gestire la mole di lavoro.
Tutto questo avviene nella nostra testata, dove le carenze nei settori sono da mesi segnalate grazie al lavoro svolto dal tavolo della riorganizzazione con un vicedirettore e un caporedattore dedicati.
Segni sulla sabbia, considerate le scelte di rinforzi e spostamenti che mai collimano con quelle segnalazioni. Legittimo da parte del direttore, ma a questo punto legittime saranno anche le decisioni che prenderemo di conseguenza”.
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28/03/2022
A pensar male si fa peccato...
Sappiamo bene come funziona l’informazione mainstream e come obbedisca ad alcune “leggi” che per certi aspetti prescindono anche dalle linee editoriali. Così come sappiamo altrettanto bene come proprio tali leggi tendano spesso ad innescare reazioni e comportamenti che potremmo quasi definire “automatici”.
L’orrore della guerra, soprattutto quando è “lontana da noi”, alla lunga tende a stancare il lettore o lo spettatore, di questa cosa se ne crucciava pubblicamente pochi giorni fa Concita De Gregorio, quando lamentava in diretta televisiva un calo generalizzato degli ascolti dei talkshow dedicati al conflitto. Potrà pure suonare cinico, ma la guerra produce assuefazione, e per mantenere alta l’attenzione del pubblico pagante è necessario fornirgli dosi sempre più forti di orrore.
L’entourage che cura la comunicazione di Zelenskij, provenendo dal mondo delle fiction televisive, questa legge non scritta la conosce perfettamente, e non a caso periodicamente provvede ad alzare l’asticella dell’allarme mediatico lanciando “notizie” di stragi efferate che, per fortuna, e sottolineiamo per fortuna, almeno per il momento non hanno mai trovato riscontro.
I marinai schiacciati vivi sull’isola dei serpenti che in realtà erano incolumi, il “bombardamento” della centrale nucleare che avrebbe messo a rischio l’intera Europa quando in realtà si trattava di bengala traccianti; le migliaia di morti sotto le macerie nell’ospedale di Mariupol poi ridottesi a 3 vittime e 17 feriti; le altrettanta migliaia di presunte vittime nel bombardamento del teatro, sempre a Mariupol; le donne stuprate ed impiccate di cui però non si è trovata traccia, l’uso di bombe al fosforo successivamente smentito dalle stesse autorità ucraine, ecc. ecc.
Tutte “notizie” la cui veridicità non ha alcuna importanza per i nostri giornali, basta solo che siano “verosimili” e che quindi possano essere utilizzate per vendere copie, ottenere visualizzazioni o far alzare lo share. Proprio come dei tossici ne hanno un bisogno continuo e chi gliele spaccia lo sa bene.
Probabilmente su questo si innesta poi anche un problema generalizzato di “qualità professionale” legata al fatto che da anni le redazioni si reggono sul lavoro editoriale di stagisti, giovani giornalisti o aspiranti tali che vengono pagati una miseria a pezzo, e che dunque il più delle volte si limitano a riprendere le agenzie di stampa e colorirle un po’ e a trasformarle in un articolo, senza nemmeno prendersi la briga di verificarne l’attendibilità. Mettendo così in pratica, probabilmente senza nemmeno averne coscienza, quel vecchio slogan degli anni Settanta che sosteneva che a un salario di merda andasse fatto corrispondere un lavoro di merda, in questo caso più propriamente un prodotto di merda. Che poi questo accada in un campo delicatissimo come quello dell’informazione, e durante un conflitto che potrebbe tracimare in una guerra globale, è solo un ulteriore segnale dei tempi che viviamo.
Oltre a questo c’è poi, però, e forte, l’adesione ideologica al conflitto da parte di chi quelle redazioni le controlla professionalmente, nonché, altrettanto forti, gli interessi materiali di chi invece quelle redazioni le controlla economicamente. D’altronde, come sottolineò acutamente qualche anno fa Raul Castro: da quando è stata inventata la stampa, la libertà di stampa è la volontà del padrone della stampa. Quindi, visto che usando come giustificazione la paura che i cavalli dei cosacchi possano arrivare ad abbeverarsi alle fontane del Vaticano l’Italia si sta apprestando ad alzare le spese militari al 2% del Pil, forse non sarebbe poi così peregrino domandarsi chi ci guadagnerà da questo extrabudget di 10 miliardi di euro all’anno.
A tal proposito è stato molto interessante, quindi, leggere una breve inchiesta pubblicata nei giorni scorsi dai tipi di Radio Città Fujiko 103.1 fm sugli “interessi materiali” della proprietà a cui fa riferimento il Gruppo Gedi.
Tra le 24 testate controllate dal gruppo di cui è presidente John Elkann ritroviamo infatti alcune di quelle più apertamente sbilanciate per un coinvolgimento militare dell’Italia nella fornitura di armi e nel sostegno economico al governo Zelenskij. Su tutte indubbiamente spiccano La Repubblica e La Stampa, i cui direttori “embedded” non solo hanno indossato fin da subito l’elmetto, ma presidiano quotidianamente talkshow e trasmissioni tv, bastonando dialetticamente chiunque venga ritenuto in odore di “criptoputinismo”. Ebbene, come dicevamo e come ricordava l’inchiesta, tutti questi giornali fanno capo a John Elkann e ad una holding, la Exor, di cui lo stesso Elkann è il Ceo.
Tra le società controllate da questa holding figura anche la Cnh che ha come principali marchi la Iveco Defence Vehicle. “Insieme a Leonardo, la principale società italiana a partecipazione pubblica nel settore militare, la Cnh (quindi la Exor, cioè Elkann) ha partecipazioni nel Consorzio Iveco Oto Melara (Cio), capofila dell’industria nazionale degli armamenti terrestri. (…) Basterebbe questo per testimoniare l’interesse e gli affari di Elkann nel settore militare, che ai maliziosi basterebbero a spiegare l’interventismo di molti giornali italiani, ma l’appetito di Elkann per il settore difesa non è terminato. Nel 2020, in seguito alla crisi causata dal Covid, Rolls Royce mostrò gravi problemi di bilancio. Oltre alle celebri auto di lusso, Rolls Royce è attiva nel settore dell’aviazione civile, ma anche nel settore della Difesa. Si calcola che il 25% dei veicoli militari di tutto il mondo abbia motori Rolls Royce e lo stesso bilancio della società è composto per il 28% dai proventi del settore Difesa. Nell’aprile del 2021, in una lettera agli azionisti disponibile sul sito di Exor, John Elkann li informava che «Nel corso dell’anno abbiamo anche aperto una nuova posizione in Rolls-Royce. È il secondo produttore mondiale di motori per aerei civili (dopo GE) ed ha anche grandi imprese nei sistemi di difesa e potenza». Nel corso del 2020 la stessa Rolls Royce ha ricevuto commesse militari da Paesi come Germania, Corea del Sud e Gran Bretagna. (…) Ma non è finita. Il nome di Rolls Royce lo ritroviamo insieme ad un altro nome che abbiamo già visto, Leonardo, all’interno del programma Tempest per la produzione di aerei caccia di nuova generazione da sviluppare entro il 2035.”
Proprio il riferimento alla Leonardo permette di fare un ulteriore link, che forse non prova nulla, o forse invece spiega gli interessi materiali che muovono le scelte del soggetto politico in questo momento più attivo sul fronte della guerra a livello nazionale, il PD. Dal 2017 l’amministratore delegato del gruppo che deve al settore della difesa il 68% del suo fatturato (13,4 mld di euro nel 2020) è infatti Alessandro Profumo (ex Mps), uno che pur non avendone mai avuto la tessera in tasca è da sempre considerato più che organico al Partito Democratico. Un fortunata coincidenza poi vuole che nel 2021 la Leonardo abbia partorito la “Fondazione Med-Or”, con cui promuove un attività di lobbing nel Mediterrano e in Medio Oriente per allargare i propri affari, sempre nel campo della difesa, e che ne abbia affidato la presidenza all’ex ministro dell’interno Marco Minniti, che per ricoprire tale ruolo si dimise da deputato del PD. E sempre allo stesso partito fa riferimento anche il Presidente dell’altra fondazione creata dall’azienda nel 2019, l’omonima Fondazione Leonardo, e in questo caso a ricoprirne il ruolo apicale è invece stato chiamato l’ex ministro Luciano Violante.
Che la Leonardo sarà una dei maggiori beneficiari di questa generalizzata corsa al riarmo è indubbio. Oggi ad esempio il Fatto Quotidiano pubblica un interessante articolo sulla fabbrica di Cameri (Novara), di proprietà dell’Aeronautica militare, ma gestita proprio dalla Leonardo, in cui verranno prodotti i cacciabombardieri F35 destinati non solo all’Italia ma al mercato europeo. Proprio in virtù di questo clima belligerante si stima che la fabbrica, che adesso occupa circa 1100 addetti, verrà fortemente ampliata con stime che parlano di un ritorno industriale di almeno 30 mld di euro. Si tratta ovviamente solo di un esempio, ma che da l’idea della grandezza degli interessi in campo. Alla luce di ciò, e riguardando la postura guerrafondaia del PD e dei media, viene il sospetto che più che la sorte degli ucraini a lorsignori interessino i profitti delle multinazionali del settore militare. Come ebbe a dire Andreotti con un battuta diventata famosa: a pensar male si fa peccato, ma il più delle volte ci si indovina.
Collettivo Militant
20/03/2022
Editori con l’elmetto, partecipazioni ed investimenti di Elkann nel settore Difesa
E seguendo il denaro di uno dei principali editori italiani, John Elkann, presidente del Gruppo Gedi, proprietario di 24 testate giornalistiche più altrettante online, è piuttosto facile arrivare a scoprire gli interessi, le partecipazioni e gli affari nel settore militare della difesa.
Editori e businessman del settore Difesa: il caso di John Elkann
Il Gruppo Gedi è uno dei più importanti gruppi editoriali italiani e possiede, nello specifico, 12 quotidiani, 8 periodici, 4 emittenti radiofoniche e 23 testate digitali. Tra loro troviamo i quotidiani più blasonati, come la Repubblica, la Stampa o il Secolo XIX, ma anche emittenti radiofoniche come Radio DeeJay e Radio Capital.
Tuttavia, come si sa, il presidente Elkann non è un editore puro, poiché il suo business è diffuso in molti altri settori. Dall’automobilismo di Ferrari e Stellantis al calcio con la Juventus, fino alle calzature di lusso della Christian Louboutin.
Il controllo di tutte queste società avviene attraverso una holding olandese, la Exor, di cui Elkann è il ceo. Tra le società controllate figura anche la Cnh che ha come principali marchi la Iveco Defence Vehicle. Insieme a Leonardo, la principale società italiana a partecipazione pubblica nel settore militare, la Cnh (quindi la Exor, cioè Elkann) ha partecipazioni nel Consorzio Iveco Oto Mellara (Cio), capofila dell’industria nazionale degli armamenti terrestri.
Sul sito della stessa Exor, ad esempio, il 25 luglio 2018 veniva pubblicata la notizia intitolata: «Iveco Defence Vehicles, azionista del Consorzio Iveco – Oto Melara (CIO), si aggiudica l’appalto per la consegna di dieci veicoli blindati Centauro II all’Esercito Italiano».
Basterebbe questo per testimoniare l’interesse e gli affari di Elkann nel settore militare, che ai maliziosi basterebbero a spiegare l’interventismo di molti giornali italiani, ma l’appetito di Elkann per il settore difesa non è terminato.
Nel 2020, in seguito alla crisi causata dal Covid, Rolls Royce mostrò gravi problemi di bilancio. Oltre alle celebri auto di lusso, Rolls Royce è attiva nel settore dell’aviazione civile, ma anche nel settore della Difesa. Si calcola che il 25% dei veicoli militari di tutto il mondo abbia motori Rolls Royce e lo stesso bilancio della società è composto per il 28% dai proventi del settore Difesa.
Nell’aprile del 2021, in una lettera agli azionisti disponibile sul sito di Exor, John Elkann li informava che «Nel corso dell’anno abbiamo anche aperto una nuova posizione in Rolls-Royce. È il secondo produttore mondiale di motori per aerei civili (dopo GE) ed ha anche grandi imprese nei sistemi di difesa e potenza».
Nel corso del 2020 la stessa Rolls Royce ha ricevuto commesse militari da Paesi come Germania, Corea del Sud e Gran Bretagna. In particolare, l’aeronautica tedesca ha ordinato 56 motori EJ200 e la Marina della Corea del Sud ha scelto le turbine MT30 di Rolls-Royce per la terza serie delle fregate classe Ulsan.
Inoltre, il Regno Unito ha selezionato il nuovo ed avanzato reattore nucleare ad acqua pressurizzata PWR-3 della Rolls-Royce per la prossima generazione di sottomarini d’attacco.
Ma non è finita. Il nome di Rolls Royce lo ritroviamo insieme ad un altro nome che abbiamo già visto, Leonardo, all’interno del programma Tempest per la produzione di aerei caccia di nuova generazione da sviluppare entro il 2035.
L’ad di Leonardo, Alessandro Profumo, ha definito Tempest «la base di un sistema transnazionale di difesa comune che si estenderà ben oltre la difesa area. Garantirà enormi benefici economici e significativi progressi industriali e tecnologici per l’Italia e per i nostri partner. Siamo convinti che avviare quest’iniziativa nel modo giusto consentirà alle industrie dell’aerospazio e difesa dei tre Paesi di prosperare per generazioni».
L’Italia ha aderito al programma nel 2019, insieme alla Svezia e al Regno Unito. Quest’ultimo ha già stanziato 2 miliardi di sterline, mentre nell’agosto del 2021 proprio una testata del Gruppo Gedi ci informava che «L’Italia stanzia due miliardi per il nuovo supercaccia», sempre all’interno del progetto Tempest.
Giusto ieri, mercoledì 16 marzo, la Camera dei Deputati italiana ha approvato a larghissima maggioranza un ordine del giorno che chiedeva al governo di aumentare fino al 2% del Pil le spese militari. Non più tardi di una settimana fa, il premier italiano Mario Draghi ha riferito che, durante il Consiglio europeo informale di Versailles sulla guerra in Ucraina, l’Europa si è mostrata incredibilmente unita e uno dei punti in discussione era la difesa comune e l’aumento delle spese militari.
A guadagnare da un aumento della spesa militare degli Stati e dell’Ue, quindi, saranno anche società a controllo pubblico o privato che negli armamenti hanno un business consistente. Tra queste troviamo la Exor guidata da John Elkann, che parallelamente è anche l’editore di alcune delle più grandi testate giornalistiche italiane.
Fonte
03/01/2022
Sequestro al gruppo Gedi per truffa all’Inps
Ovviamente gli importi non sono quelli tipici del reddito di cittadinanza (581 euro, in media), ma un po’ più consistenti: 30-38 milioni. Del resto, è da manuale: se devi fare un reato, tanto vale farlo in grande, no?
Interessante anche il fatto che il gruppo Gedi sia ora della famiglia Agnelli, quella che ha fuso la FCA con il gruppo francese PSA, preparandosi a chiusure di stabilimenti in Italia ma con la precauzione di spostare la sede fiscale in Olanda. Quindi si prepara alla maxi-truffa del secolo, visto che paga le tasse ad Amsterdam (più basse, naturalmente, se non perché spostare la sede?) e chiede sussidi, sovvenzioni, incentivi, agevolazioni qui in Italia.
Prima di passare all’incasso con centinaia di migliaia di ore di cassa integrazione – come conseguenza momentanea della chiusura di stabilimenti ancora non individuati, ci sta pensando Stellantis, ossia il management francese, notoriamente alquanto nazionalista... – a Torino staranno studiando il dossier Gedi. Hai visto mai che da lì arrivino buone idee.
La presunta truffa sarebbe avvenuta però quando il gruppo Gedi apparteneva ad un altro luminare della liberal-democrazia italiana, Carlo De Benedetti, ora a cavallo del quotidiano Domani.
La tecnica non era particolarmente originale: in sostanza una settantina di dipendenti sarebbero stati appositamente demansionati e trasferiti per usufruire della pensione anticipata di cui non avrebbero altrimenti avuto diritto (tra cui anche alcuni dirigenti).
Divertente constatare che, nello stesso periodo (tra il 2011 e il 2015, a cavallo dei governi Monti, Renzi, Gentiloni), quei giornali si battessero fermamente per la “riforma Fornero”.
Senza farsi mancare neanche la beatificazione del “jobs act”, con cui decine di milioni di lavoratori dipendenti hanno perso ogni tutela contro i licenziamenti ingiustificati.
Veramente una bella società, insomma, degna di assumere le vesti di “difesa della libera informazione”, di impugnare la bandiera della “lotta alle fake news” proprio mentre il suo attuale direttore appariva in un leak reso pubblico dal sito fondato da Assange per aver pagato un’agenzia di “informazione” notoriamente “veste ufficiale” della Cia.
Il provvedimento della Procura fa parte di un’inchiesta di cui Il Fatto Quotidiano aveva dato conto nel 2018, quando partirono le prime indagini della Guardia di Finanza. L’impulso all’inchiesta fu dato proprio da alcune rivelazioni del Fatto Quotidiano relative ai carteggi tra un dipendente del gruppo editoriale e l’Inps.
Scriveva ieri Il Fatto Quotidiano che “Il piano di prepensionamenti attuati dal gruppo tra il 2011 e il 2015 ha coinvolto in tutto 69 giornalisti e 187 poligrafici. Nel corso degli anni l’Inps avrebbe ricevuto più di una segnalazione sulle presunte irregolarità provenienti dall’interno dello stesso gruppo.
Tra i destinatari anche l’ex presidente Tito Boeri, che era anche editorialista di Repubblica e che, secondo quanto scrive la Verità, non avrebbe mostrato una particolare solerzia nella gestione della pratica.”
Un caso eclatante di quelle “porte girevoli” tra il sistema degli interessi privati e l’amministrazione pubblica che, dagli Stati Uniti alla vecchi Europa, ha portato alla luce con esempi pratici cosa significhi l’affermazione marxiana sullo Stato come «violenza concentrata e organizzata della società», al servizio della classe dominante.
Non sembra un caso che, a parte la presunta (e smentita) “distrazione” dell’ex presidente Inps Tito Boeri, in difesa del gruppo Gedi si muova la creme de la creme dell’avvocatura italiana.
A difenderla di fronte ai giudici è infatti l’avvocata ed (tra il 2011 e il 2013) ex ministra Paola Severino “che avrebbe dato disposizioni per la creazione di un conto ad hoc in cui depositare i soldi oggetto del sequestro”.
Le notizie riportano che “tra il 2010 e il 2016 il gruppo era riuscito a collezionare 160 milioni di utili”, e dunque la presunta truffa all’Inps non poteva avere neanche la giustificazione dello “stato di necessità”.
La crisi economica arriva infatti dopo. “Dal 2017 al 2020, complice la grave crisi di diffusione de La Repubblica, ma anche de La Stampa e Il Secolo, la società che era dei De Benedetti ha cumulato 450 milioni di rosso. Solo nel 2020, l’anno del passaggio da Cir alla famiglia Agnelli, le perdite sono state di ben 166 milioni. A pesare non solo il calo potente dei ricavi che nel decennio hanno perso 385 milioni, ma anche le pulizie sul valore delle testate.”
Che la carta stampata soffra per l’avanzata inarrestabile dell’informazione online – spesso gratuita o quasi, per i lettori – è certo. Che la caduta di credibilità sia però una componente fondamentale di questa crisi, altrettanto.
Essere individuati e riconosciuti come “la voce del padrone”, quando oltretutto il padrone si chiama Agnelli o De Benedetti, non è esattamente un boost per le vendite.
Qui di seguito anche la lettera con cui Tito Boeri spiega al Fatto il suo operato nella vicenda, dicendosi protagonista nella segnalazione delle irregolarità del gruppo Gedi.
Il 31 dicembre il quotidiano “La Verità” ha riportato la notizia del sequestro di oltre 30 milioni al gruppo GEDI a seguito di un’operazione della Procura di Roma sull’utilizzo improprio di ammortizzatori sociali da parte del gruppo. Non essendo un lettore di quel giornale, ho ricevuto lo stralcio di articolo dal dirigente Inps cui a suo tempo avevo chiesto di seguire la vicenda.Fonte
“Le voglio dare una buona notizia”, mi scriveva, “grazie al suo intervento siamo riusciti a smascherare una truffa ai danni dell’Inps; c”è voluto del tempo, ma ci siamo riusciti”.
Leggo l’articolo, ma mi trovo di fronte ad una ricostruzione distorta e maliziosa del mio operato, volta a insinuare che io abbia voluto insabbiare la vicenda.
Come posso documentare, dopo avere ricevuto un messaggio criptico da una persona a me sconosciuta (non era un messaggio anonimo) riguardo a potenziali frodi ai danni dell’istituto, fui io stesso a sollecitare il mittente perché mi offrisse i dettagli della vicenda.
E il giorno stesso in cui ricevetti una mail più circostanziata incaricai il direttore centrale della DC ammortizzatori sociali, struttura competente in materia (e non certo un “dirigente di seconda fascia” come riportato dal vostro giornalista) di approfondire la vicenda.
Posso anche documentare che anche successivamente a questa mia prima segnalazione sollecitai la direzione ad andare a fondo, lasciando poi al direttore generale, una volta appurato che ci potevano essere gli estremi di una frode, il compito di seguirne l’evoluzione.
Se avessi voluto davvero insabbiare la vicenda, lo avrei potuto fare in un’infinita di modi, a partire dall’ignorare il messaggio di una persona a me sconosciuta tra le centinaia di mail che ricevevo ogni giorno. Mi colpisce che Il Fatto di oggi dia spazio alla tesi de “La Verità” sostenendo che non avrei mostrato “particolare solerzia” nel seguire la vicenda senza neanche preoccuparsi di interpellare la direzione competente dell’Inps e il sottoscritto. La prego dunque di pubblicare integralmente questa mia lettera.
29/08/2021
John Elkann e il miracolo delle scatole cinesi
Nella telenovela grottesca e quasi pietosa sul piano umano dello scontro in famiglia su eredità, donazioni e linee di successione di casa Agnelli tra la madre Margherita e il figlio John Elkann (che dura da anni e che è riesplosa con fragore quest’estate) un punto fermo è finalmente emerso. Nell’offensiva, l’ennesima, scoccata dalla figlia di Gianni Agnelli si è alzato, almeno in parte, il velo sulla Dicembre società semplice, la cassaforte di famiglia in cima alla lunga catena societaria della dinastia torinese. Una piccola scatola, fantasma per la Camera di Commercio di Torino fino all’altro ieri e considerata “inattiva” e che dal 1984 non aveva aggiornato la situazione dei possessi azionari. Neppure dopo la scomparsa di tutti i soci storici dall’Avvocato, alla moglie Marella, a Gabetti a Franzo Stevens.
Un’anomalia profonda, concessa non si sa perché proprio alla cabina ultima di controllo dell’impero degli Agnelli. Ora però si è finalmente acclarato che John Elkann, in virtù di successive donazioni, è titolare nella Dicembre del 60% delle quote. L’altro 40% è suddiviso tra i fratelli Lapo e Ginevra. E così la designazione da delfino a monarca assoluto predestinato alla guida della dinastia, prefigurata in anni lontani da Gianni Agnelli è compiuta nei fatti. È l’ex giovane rampollo, l’unico dominus incontrastato di quello che era l’impero Fiat e connessi e oggi è rappresentato dalla Exor, la holding olandese di partecipazioni che raggruppa le quote di Stellantis; Ferrari; Cnh; di PartnerRe e degli asset minori: dalla Juve, a Gedi (editore di Repubblica, La Stampa e Secolo XIX), all’Economist.
Quella saga sulla successione ereditaria sa tanto di ancien regime quanto a lotte e faide familiare. Ma ha sapore stantio anche la struttura societaria che, scatola su scatola, consente a Yaki, come prima al nonno Gianni, di comandare con il minor esborso possibile di denaro. È il miracolo delle scatole cinesi, delle lunghe filiere societarie che hanno consentito alla famiglia di governare per decenni l’impero con capitali ridotti all’osso. Uno schema caro al vecchio capitalismo familiare e che John Elkann nell’era della turbo finanza e delle public company, non si sogna di abbandonare. In questo fedele seguace del nonno. Quando si pensa all’ex Fiat, poi Fca oggi Stellantis, si pensa a John Elkann come il grande proprietario. Grave errore di prospettiva, dato che in virtù della diluizione dei vari passaggi societari, il condottiero unico degli affari degli Agnelli, governa con piccolissime quote di capitale diretto.
Stellantis quota di Yaki sotto il 2% – Partiamo dal caso di Stellantis. Exor ne possiede solo il 14,4%. A sua volta però Exor è controllata al 53% da un’altra scatola olandese, la Giovanni Agnelli BV la holding che raggruppa tutti i rami del casato torinese. Sopra la Giovanni Agnelli Bv ecco comparire come primo
socio la Dicembre che ha il 38% delle quote. Infine si
arriva direttamente a John Elkann che di Dicembre possiede il 60%. Ecco
così che, salendo lungo i rami della catena societaria, si scopre che
John Elkann di suo possiede appena l’1,74% di Stellantis. Di fatto, con Carlos Tavares come amministratore delegato, governa sulla fusione tra Fca e Peugeot con una quota di possesso diretto di capitale che è meno di un qualsiasi fondo d’investimento.
Il copione si può replicare con tutti gli asset della finanziaria di partecipazioni. La quota di Ferrari diretta di Elkann è del 2,78%. Di Ferrari, il vero gioiello dell’impero, Exor possiede il 22,9%. E anche qui la quota diretta in mano a John Yaki Elkann risalendo la filiera delle scatole fino al 60% di Dicembre, è solo del 2,78%. Per Cnh che costruisce macchine agricole e veicoli industriali, di cui Exor controlla il 26,8%, la quota diretta del nipote dell’Avvocato è appena del 3,2%. Il peso di Elkann sale solo con PartnerRe, la compagnia di riassicurazioni dato che Exor la possiede al 100%. In ogni caso ecco che Yaki ne è socio con solo il 12%.
Poi ci sono gli asset minori: dalla Juventus (Exor ha il 63,8%) a Gedi (Exor ha una quota dell’89%) fino all’Economist. Qui il peso societario del capostipite della dinastia torinese si fa più consistente, ma non certo con quote maggioritarie. È il miracolo consentito dalle “medioevali” scatole cinesi, messe una sopra l’altra, con quote che consentono di diluire la necessità di capitale idonea a governare. Comandare di fatto con i soldi degli azionisti di minoranza che in realtà mettono la gran parte del capitale. Uno schema che da sempre usano le grandi famiglie imprenditoriali del Belpaese per minimizzare il loro rischio di capitale. Basti pensare che con soli 61 milioni di euro, la quota di capitale di proprietà di John Elkann in Dicembre, l’ex delfino di casa Agnelli governa su asset che valgono oggi oltre 28 miliardi di valore di Borsa. Non male come moltiplicazione esponenziale della ricchezza. Un “vizietto” antico, tanto caro da sempre agli Agnelli come ad altre grandi famiglie e che il moderno e innovatore Yaki, ben si è guardato dall’abbandonare.
01/12/2019
Affari di famiglia e multinazionali minacciano la democrazia più di Salvini
Queste “plusvalenze”, parola che nel linguaggio per bene degli affari si usa per definire guadagni sfacciati, cominciano a cercare impiego e così la famiglia Agnelli-Elkann si comprerà il primo polo informativo italiano, quello di La Repubblica, L’Espresso, la Stampa e altri 13 giornali, più radio e altro ancora.
Tutto questo era della famiglia De Benedetti, che però si è rotta, con uno scontro tra padre e figli degno delle serie televisive americane degli anni '80. Così i figli hanno deciso di cedere il controllo di GEDI, la società padrona dei giornali, alla EXOR che si riprende La Stampa, giornale storico della famiglia Agnelli ceduto a De Benedetti e che ora torna a casa con la dote.
La famiglia Agnelli-Elkan ha sempre meno interessi nell’auto, a parte titoli onorifici e plusvalenze, e pertanto si lancia in altri campi, come avrebbe da tempo voluto fare. Altri affari seguiranno, ma intanto un bel pezzo di carta stampata cambia padrone e viene venduto a Elkann che ha venduto la FIAT.
A questo punto tre persone – Berlusconi, Cairo, Elkann – saranno proprietarie del 95% del sistema informativo italiano.
Naturalmente non uno solo dei partiti di maggioranza e opposizione ha detto alcunché sulla vicenda. Sono tutti assieme impegnati ad offrire regali ad ArcelorMittal, figuriamoci se si preoccupano del fatto che un'informazione così gestita e controllata è un problema centrale per la nostra democrazia.
Che è più minacciata dagli affari delle famiglie e delle multinazionali che da Salvini. Anche perché in questa finta democrazia i leader politici vengono consumati in fretta, mentre il potere dei soldi no. Anzi si rafforza sempre di più.
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