C’è una riga nella pagina “Chi Siamo” di Open, il sito di informazione fondato
da Enrico Mentana, che la maggior parte dei lettori in genere supera senza
fermarsi.
“Dal 2021,” si legge, “riceviamo un contributo da parte di
Facebook all’interno del Third-Party Fact-checking Program della nostra sezione
Open Fact-checking.“
La frase è burocratica. Il potere che descrive
non lo è.
Quando i fact-checker di Open valutano un post su Facebook
o Instagram come “Falso,” “Alterato,” o “Contesto mancante,” l’algoritmo di Meta
non si limita ad aggiungere un’etichetta. Riduce drasticamente la distribuzione
del post su ogni piattaforma Meta nel mercato italiano.
Il contenuto
resta, tecnicamente, online. Ma il numero di persone che lo vedono crolla a una
frazione di quello che altrimenti sarebbe.
Per i contenuti valutati
“Falso” o “Alterato,” il Transparency Center di Meta stesso descrive la
riduzione come “drastica.” Il post viene anche escluso dai suggerimenti,
bloccato dalla pubblicità, e innesca penalizzazioni per la pagina o l’account
che lo ha condiviso.
Open è una delle due sole organizzazioni
certificate per svolgere questa funzione per Meta in Italia. L’altra è Facta
(già Pagella Politica).
Tra le due, controllano quali post su Gaza,
su Israele, sulla guerra, sull’occupazione (e altro, ovviamente) raggiungono il
pubblico italiano sulle piattaforme social più utilizzate del paese, e quali
vengono algoritmicamente sepolti.
La domanda non è se Open svolga
questa funzione con competenza. La domanda è se un’organizzazione il cui
fondatore e direttore editoriale ha posizioni pro-Israele documentate, pubbliche
e costanti, possa svolgerla senza bias strutturale.
E se la
relazione finanziaria tra Open e Meta, il cui importo non è mai stato reso
pubblico, crei incentivi che rendono quel bias non un rischio, ma una
caratteristica identitaria.
L’uomo
Enrico Mentana è uno dei
volti più riconoscibili del giornalismo italiano. Direttore del TG di La7, il
telegiornale della rete di Urbano Cairo, dal 2010. Ex direttore del TG5 sul
Canale 5 di Berlusconi. Fondatore di Open nel dicembre 2018, concepito come
“impresa sociale” per impiegare giovani giornalisti nel digitale (o, almeno,
questo è quello che ha dichiarato Mentana).
La sua voce su Wikipedia
nota, nel registro neutro dell’enciclopedia, che è “figlio primogenito di Franco
Mentana, noto corrispondente della Gazzetta dello Sport, e di Lella, di origini
ebraiche. È stato battezzato cattolico, sebbene mostrerà sempre grande vicinanza
al popolo ebraico.“
La posizione di Mentana su Israele non è una
questione di interpretazione: è una questione di documentazione.
Nell’ottobre 2024
Contropiano, analizzando lo speciale di Mentana
su TG La7 per il primo anniversario del 7 ottobre, intitolato “L’orrore di un
anno“, ha documentato quella che hanno definito una strategia editoriale
sistematica: tre quarti d’ora di immagini del 7 ottobre quasi senza mai
menzionare l’assedio, la distruzione, o i bambini palestinesi uccisi nella
campagna successiva.
Gli analisti hanno argomentato che Mentana
utilizza una tecnica in cui le dichiarazioni verbali offrono critiche nominali a
ogni tipo di violenza, mentre il contenuto visivo umanizza esclusivamente le
vittime israeliane. Le parole dicono una cosa, le immagini un’altra. Il pubblico
ricorda, ovviamente, le immagini.
Nel maggio 2025, Il Fatto
Quotidiano lo ha detto in modo piuttosto diretto: “Mentana non è mai stato
ambiguo sulla Palestina: è sempre stato apertamente sionista.“
Nel
marzo 2025, la giornalista Paola Caridi ha documentato come il TG La7 di Mentana
si riferisse ai coloni israeliani in Cisgiordania come “settlers” che “conducono
una vita di frontiera“, sanificando il più grande sistema organizzato di furto
di terra nel mondo contemporaneo presentandolo come una scelta di stile di vita.
Niente di tutto questo è insolito per i media mainstream italiani.
Ciò che è insolito è che l’uomo che fa questa (dis)informazione
controlla anche un’operazione di fact-checking con il potere di sopprimere
algoritmicamente contenuti su Facebook e Instagram, le piattaforme dove la
maggior parte degli italiani legge le notizie.
La struttura
Open è pubblicato da G.O.L. Impresa Sociale S.r.l. (Giornale On
Line), con sede a Milano. Mentana detiene il 99% del capitale. Il restante 1%
appartiene a Giampiero Falasca, partner di DLA Piper, lo studio legale
internazionale, che ha fornito servizi legali pro bono (o meglio, pro 1%) al
lancio.
L’investimento iniziale è stato modesto: Mentana ha messo
250.000 euro di tasca propria. La pubblicità è stata gestita fin dal lancio da
Cairo Pubblicità, il braccio pubblicitario di Urbano Cairo, che possiede La7
(dove Mentana dirige il TG) ed è azionista di maggioranza di RCS MediaGroup,
editore del Corriere della Sera. La Fondazione Cariplo ha contribuito con un
importo non dichiarato tra il 2019 e il 2020.
Nel 2022, l’operazione
Open generava 2,2 milioni di euro di ricavi annui, impiegava tra 20 e 49
persone, con costi del personale di circa un milione di euro. L’utile netto
dichiarato era di 150.000 euro.
La struttura di “impresa sociale”
significa che gli utili non possono essere ridistribuiti, ma vanno reinvestiti.
Ma l’operazione non è benefica: è – e rimane – una società media commerciale,
con una porzione significativa dei suoi ricavi che proviene da un singolo
cliente: Meta.
L’importo esatto che Meta paga a Open non è mai stato
reso pubblico. A livello globale, il Third-Party Fact-Checking Program di Meta
finanziava nel 2023 oltre 90 organizzazioni in più di 60 lingue, spendendo ciò
che Bill Adair, co-fondatore dell’International Fact-Checking Network, ha
descritto come “milioni di dollari.”
NPR ha riportato che i singoli
contratti sono talmente sostanziosi da aver suscitato preoccupazioni sulla
dipendenza in diverse organizzazioni.
La dichiarazione di Open
riconosce il pagamento di Meta, ma non fornisce alcuna cifra.
Non è
un dettaglio, perché la dipendenza finanziaria crea un incentivo strutturale.
Open ha bisogno dei soldi di Meta. Meta ha bisogno dei fact-check di Open per
dimostrare ai regolatori europei, in particolare sotto il Digital Services Act
dell’UE, che prende la disinformazione sul serio. La relazione è simbiotica, e
la simbiosi modella cosa viene verificato e come.
Il conflitto
C’è una definizione per ciò che accade quando la stessa persona,
politicamente molto schierata, contemporaneamente dirige un importante
telegiornale nazionale e controlla un’operazione di fact-checking con potere di
enforcement sulle piattaforme social dominanti del paese.
Nella
maggior parte dei quadri regolamentari, la definizione sarebbe “conflitto di
interessi.” In Italia, si chiama Open, di Enrico Mentana.
Mentana
dirige il TG La7, di proprietà di Urbano Cairo. Cairo Pubblicità vende la
pubblicità di Open. Cairo controlla anche RCS, l’editore del Corriere della
Sera. Un singolo impero mediatico fornisce la piattaforma editoriale (La7), i
ricavi pubblicitari (Cairo Pubblicità) e l’infrastruttura di fact-checking
(Open) che determina quali contenuti raggiungono il pubblico italiano sulle
piattaforme Meta e quali no.
Lo stesso uomo siede al centro di tutti
e tre.
Il team di fact-checking di Open lavora sotto la direzione
editoriale di Mentana.
Quando valutano un post su Gaza come
“Contesto mancante” o “Parzialmente falso”, la decisione porta il peso
dell’algoritmo di Meta: soppressione della distribuzione a milioni di utenti
italiani.
Questo non è un editoriale che i lettori possono scegliere
di ignorare. È un intervento a livello infrastrutturale che opera sui contenuti
ben prima che gli utenti li possano vedere.
David Puente, il
principale fact-checker di Open, ha dichiarato a MasterX nel febbraio 2025 di
ricevere critiche da entrambe le parti: “I filo-israeliani mi chiamano
filo-palestinese o addirittura filo-Hamas, i filo-palestinesi mi chiamano ebreo
e sionista.” Questo è il framing standard del fact-checker che rivendica
obiettività attraverso l’equidistanza.
Ma l’equidistanza non è
neutralità, soprattutto quando un lato sta conducendo un’operazione militare che
la Corte Internazionale di Giustizia ha giudicato plausibilmente genocidaria, e
l’altro è la popolazione civile che viene uccisa, in massima parte donne e
bambini.
L’equidistanza tra l’atrocità documentata e la sua
negazione non è una metodologia. È una posizione politica.
La
posizione strutturale del direttore editoriale, le cui opinioni su Israele sono
pubblicamente documentate come costantemente pro-Israele, modella la cultura
organizzativa in cui quelle decisioni di fact-checking vengono prese.
Non deve essere una direttiva. Non deve essere scritta in un
memorandum. Deve solo essere l’orientamento compreso dell’istituzione, l’aria
che la redazione respira.
È così che funziona l’influenza editoriale
in ogni organizzazione mediatica del mondo e non c’è ragione di supporre che
Open ne sia esente.
Il bias della piattaforma
Il conflitto
strutturale si approfondisce quando si esamina ciò che le piattaforme Meta fanno
con i contenuti su Israele-Palestina, indipendentemente da qualsiasi
fact-checking.
Nel maggio 2024, l’Adversarial Threat Report di Meta
ha riconosciuto la rimozione di 510 account Facebook e 32 account Instagram
collegati a STOIC: un’operazione di influenza contrattata dal governo
israeliano, che conduceva campagne coordinate rivolte al pubblico negli Stati
Uniti, Canada e Regno Unito.
L’operazione promuoveva contenuti
pro-Israele e anti-palestinesi, usando account falsi e personaggi generati
dall’IA.
Molteplici ricercatori e organizzazioni, tra cui Human
Rights Watch, 7amleh (il Centro Arabo per l’Avanzamento dei Social Media) e i
ricercatori di The Markup, hanno documentato la soppressione algoritmica di
contenuti palestinesi sulle piattaforme Meta.
Giornalisti, attivisti
e utenti comuni palestinesi hanno segnalato shadowbanning, rimozione di
contenuti e restrizioni degli account a tassi di gran lunga superiori a quelli
applicati a contenuti israeliani comparabili. La revisione interna di Instagram,
nel 2021, ha scoperto che un cambiamento tecnico aveva “accidentalmente”
soppresso contenuti sulle proteste di Sheikh Jarrah e che l'”incidente” si
allineava con un pattern.
Open è il contractor pagato da Meta per la
moderazione dei contenuti in Italia.
Opera all’interno di un
ecosistema di piattaforma che ha un bias documentato contro le voci palestinesi.
I giudizi individuali dei fact-checker non esistono nel vuoto.
Esistono all’interno di un sistema i cui default sono chiaramente orientati.
Quando il fact-checker condivide l’inclinazione, quando le posizioni pubbliche
del direttore editoriale si allineano con il bias documentato della piattaforma,
il sistema non corregge l’errore. Lo amplifica.
Cosa ha cambiato il
gennaio 2025 e cosa no
Nel gennaio 2025, Mark Zuckerberg ha
annunciato che Meta avrebbe terminato il suo Third-Party Fact-Checking Program
negli Stati Uniti, sostituendolo con un sistema crowdsourced di “Community
Notes” modellato su quello usato da X di Elon Musk.
L’annuncio è
stato ampiamente raccontato come una capitolazione alla pressione politica della
nuova amministrazione Trump.
Ciò che è stato meno raccontato è stato
l’ambito geografico. La dichiarazione di Meta è stata precisa: il cambiamento si
applicava solo agli Stati Uniti. “Fino a quando le Community Notes non saranno
lanciate in altri paesi, il programma di fact-checking di terze parti rimarrà
attivo.”
Ad oggi (febbraio 2026), le Community Notes non sono state
lanciate in Italia, quindi Open continua a operare come fact-checker certificato
di Meta per il mercato italiano.
Il meccanismo di enforcement
algoritmico, la soppressione della distribuzione per i contenuti valutati falsi
o fuorvianti, resta pienamente attivo.
Negli Stati Uniti, la
funzione di gatekeeping è stata rimossa dalla destra sotto pressione politica.
In Italia, persiste.
Il potere che Open esercita su ciò che gli
utenti italiani di Facebook e Instagram vedono su Gaza non è terminato nel
gennaio 2025. Continua ogni giorno.
Lo scudo dell’impresa sociale
La forma giuridica di Open, impresa sociale, merita attenzione non
per ciò che significa, ma per ciò che segnala.
La designazione di
“impresa sociale” ha una certa aura di no-profit nel diritto societario
italiano. Suggerisce interesse pubblico, missione civica, giornalismo come
servizio.
La forma proibisce la distribuzione degli utili, il che
sembra confermare il framing altruistico.
Ma la designazione non
impedisce all’impresa di ricevere pagamenti commerciali sostanziosi da una delle
più potenti corporation tecnologiche del mondo.
Non impedisce
all’impresa di funzionare come contractor di moderazione dei contenuti, le cui
decisioni editoriali portano a un enforcement algoritmico. Non impedisce al
fondatore dell’impresa di dirigere un telegiornale su una rete posseduta
dall’uomo che vende anche la pubblicità della sua impresa.
La forma
di impresa sociale non è una garanzia di indipendenza. È una struttura giuridica
che fornisce benefici fiscali e posizionamento reputazionale, permettendo le
stesse relazioni commerciali (e le stesse dipendenze strutturali) che operano in
qualsiasi società mediatica.
La missione sociale è verificabile:
Open impiega, di fatto, giovani giornalisti. La domanda è se la missione si
estenda alla funzione editoriale che dà all’impresa il suo potere (il
fact-checking) o se quella funzione serva un diverso insieme di interessi che
l’etichetta di impresa sociale oscura.
Ciò che non è noto
Ciò
che è ben documentato è il posizionamento editoriale costantemente pro-Israele
di Mentana, attestato da molteplici fonti mediatiche italiane, lungo ormai più
di un decennio.
La relazione finanziaria di Open con Meta,
dichiarata sul suo stesso sito. Il conflitto strutturale tra advocacy editoriale
e neutralità del fact-checking. Il bias documentato di Meta contro i contenuti
palestinesi sulle proprie piattaforme. La continuazione del programma di
fact-checking in Italia dopo la sua terminazione negli Stati Uniti.
Ciò che non è documentato è l’importo esatto che Meta paga a Open
fin dal 2021.
Se qualsiasi ente governativo israeliano,
organizzazione pro-Israele, o fondo legato all’hasbara, abbia qualsiasi
relazione finanziaria o istituzionale con Open, il suo staff, o le sue
operazioni editoriali.
Se Mentana abbia mai ricevuto comunicazioni
dirette da organizzazioni diplomatiche o di advocacy israeliane riguardo alla
copertura di Open.
Sia ben chiaro: non c’è evidenza di finanziamento
israeliano diretto a Open. A differenza de Il Riformista, che pubblica un conto
corrente, diffonde contenuti di JNS, e ospita esponenti di think tank del
governo israeliano, Open non mostra alcuna impronta istituzionale israeliana
visibile.
Il caso non è di finanziamento occulto o coordinamento
formale. È di allineamento strutturale: un fact-checker il cui orientamento
editoriale, la cui dipendenza dalla piattaforma, e il cui potere algoritmico si
combinano per creare un sistema in cui la soppressione di contenuti
pro-palestinesi non è uno scandalo, come dovrebbe essere, ma un’impostazione di
base.
Questa è una forma di controllo narrativo ben più sottile e
potenzialmente molto più importante di qualsiasi campagna dichiarata di
advocacy.
Il Riformista ti dice chiaro e tondo cosa è: il braccio
dell’Hasbara in Italia. Open ti dice cosa non è, ma esercita un potere che Il
Riformista può solo invidiare.
Il problema del gatekeeping
Quando l’IDMO, l’Osservatorio Italiano dei Media Digitali, ha
pubblicato il suo rapporto dell’ottobre 2025, ha rilevato che Israele-Palestina
era il singolo tema più frequente nelle verifiche sulla disinformazione in
Italia, rappresentando il 24,3% di tutta l’attività di debunking. Open ha
contribuito a una porzione molto significativa di quelle verifiche.
La statistica invita a fare due letture.
La prima è che
la disinformazione sul conflitto è genuinamente dilagante, e che quindi i
fact-checker stanno svolgendo un lavoro comunque utile e necessario. C’è
disinformazione su ogni aspetto del conflitto, e correggerla serve l’interesse
pubblico.
La seconda lettura è meno confortevole.
Quando
un quarto di tutta l’attività di fact-checking in un paese è diretta a un
singolo tema geopolitico, uno su cui il direttore editoriale di una delle
principali organizzazioni di fact-checking ha posizioni politiche pubbliche e
ben documentate, la concentrazione stessa diventa la domanda. Chi decide quali
affermazioni su Gaza vengono verificate?
Chi decide cosa è un
“contesto mancante”?
Quando un post documenta la distruzione di un
ospedale da parte dell’IDF e viene etichettato come “contesto mancante” perché
non menziona i tunnel di Hamas, è fact-checking o è framing?
Quando
un post condivide le cifre delle vittime dal Ministero della Salute di Gaza e
viene etichettato come “necessita contesto aggiuntivo” perché la fonte è Hamas,
è accuratezza o delegittimazione?
Queste non sono domande
ipotetiche. Sono le decisioni quotidiane che determinano cosa milioni di utenti
italiani possono vedere sui loro schermi. E sono prese da un’organizzazione il
cui direttore editoriale non è mai stato ambiguo su dove si colloca.
Il potere di decidere cosa è vero non è la stessa cosa del potere di
decidere cosa è visibile. Open ha entrambi.
Nell’ecosistema
informativo italiano, la distanza tra fact-checking e controllo narrativo, di
fatto, è inesistente.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Urbano Cairo. Mostra tutti i post
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01/12/2019
Affari di famiglia e multinazionali minacciano la democrazia più di Salvini
La famiglia Agnelli-Elkann si prepara a ricevere una nave container di soldi. Infatti la vendita di FCA a PSA, frutterà alla famiglia ed in particolare alla sua finanziaria, la EXOR, diversi miliardi.
Queste “plusvalenze”, parola che nel linguaggio per bene degli affari si usa per definire guadagni sfacciati, cominciano a cercare impiego e così la famiglia Agnelli-Elkann si comprerà il primo polo informativo italiano, quello di La Repubblica, L’Espresso, la Stampa e altri 13 giornali, più radio e altro ancora.
Tutto questo era della famiglia De Benedetti, che però si è rotta, con uno scontro tra padre e figli degno delle serie televisive americane degli anni '80. Così i figli hanno deciso di cedere il controllo di GEDI, la società padrona dei giornali, alla EXOR che si riprende La Stampa, giornale storico della famiglia Agnelli ceduto a De Benedetti e che ora torna a casa con la dote.
La famiglia Agnelli-Elkan ha sempre meno interessi nell’auto, a parte titoli onorifici e plusvalenze, e pertanto si lancia in altri campi, come avrebbe da tempo voluto fare. Altri affari seguiranno, ma intanto un bel pezzo di carta stampata cambia padrone e viene venduto a Elkann che ha venduto la FIAT.
A questo punto tre persone – Berlusconi, Cairo, Elkann – saranno proprietarie del 95% del sistema informativo italiano.
Naturalmente non uno solo dei partiti di maggioranza e opposizione ha detto alcunché sulla vicenda. Sono tutti assieme impegnati ad offrire regali ad ArcelorMittal, figuriamoci se si preoccupano del fatto che un'informazione così gestita e controllata è un problema centrale per la nostra democrazia.
Che è più minacciata dagli affari delle famiglie e delle multinazionali che da Salvini. Anche perché in questa finta democrazia i leader politici vengono consumati in fretta, mentre il potere dei soldi no. Anzi si rafforza sempre di più.
Fonte
Queste “plusvalenze”, parola che nel linguaggio per bene degli affari si usa per definire guadagni sfacciati, cominciano a cercare impiego e così la famiglia Agnelli-Elkann si comprerà il primo polo informativo italiano, quello di La Repubblica, L’Espresso, la Stampa e altri 13 giornali, più radio e altro ancora.
Tutto questo era della famiglia De Benedetti, che però si è rotta, con uno scontro tra padre e figli degno delle serie televisive americane degli anni '80. Così i figli hanno deciso di cedere il controllo di GEDI, la società padrona dei giornali, alla EXOR che si riprende La Stampa, giornale storico della famiglia Agnelli ceduto a De Benedetti e che ora torna a casa con la dote.
La famiglia Agnelli-Elkan ha sempre meno interessi nell’auto, a parte titoli onorifici e plusvalenze, e pertanto si lancia in altri campi, come avrebbe da tempo voluto fare. Altri affari seguiranno, ma intanto un bel pezzo di carta stampata cambia padrone e viene venduto a Elkann che ha venduto la FIAT.
A questo punto tre persone – Berlusconi, Cairo, Elkann – saranno proprietarie del 95% del sistema informativo italiano.
Naturalmente non uno solo dei partiti di maggioranza e opposizione ha detto alcunché sulla vicenda. Sono tutti assieme impegnati ad offrire regali ad ArcelorMittal, figuriamoci se si preoccupano del fatto che un'informazione così gestita e controllata è un problema centrale per la nostra democrazia.
Che è più minacciata dagli affari delle famiglie e delle multinazionali che da Salvini. Anche perché in questa finta democrazia i leader politici vengono consumati in fretta, mentre il potere dei soldi no. Anzi si rafforza sempre di più.
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Urbano Cairo
25/09/2019
L’evolversi aggrovigliato della situazione politica
Cosa cambia a destra con il governo Conte bis?
Sono trascorse poco più di due settimane da quando abbiamo condiviso con i compagni le nostre riflessioni (1) sulle cause e gli sviluppi possibili della crisi politica che ha determinato l'aborto del primo esecutivo Conte, e la nascita del secondo. Altri compagni, nel corso di questi giorni, si sono incaricati di dettagliare come sotto il nuovo vestito giallo-blu dell'alleanza M5S-PD non ci sia, in realtà, nulla di diverso rispetto a ciò che abbiamo vissuto in 14 mesi di governo giallo-verde.
Non ci dilungheremo, quindi, sulla continuità che l’avvicendamento tra PD e Lega ha prodotto in materia di:
- gestione dei flussi migratori (2);
- economia (3);
- grandi opere (4);
- politiche di ordine pubblico e repressione della opposizione politica (5);
In questa ci sede ci interessa condividere, invece, alcune speculazioni sugli smottamenti che stanno percorrendo l’universo politico dello schieramento a noi avverso: la destra in tutte le sue declinazioni, da quella liberale del PD fino a quella dichiaratamente fascista di CasaPound.
Si tratta di un campo estremamente vasto, di fatto la quasi totalità della “offerta politica nazionale” che copre sia l’ambito parlamentare sia quello extra parlamentare.
Forza Italia
Mentre la Lega scalava le classifiche dei sondaggi grazie alla strategia balneare di Salvini, il primo smottamento verificatosi nella politica “istituzionale” è stato quello dentro Forza Italia (6), che va in frantumi sulla nomina del nuovo coordinamento di presidenza.
Giovanni Toti, infatti, escluso dalla rosa, esce dal partito e forma Cambiamo! portando con se 5 parlamentari forzisti e aprendo la diaspora dal soggetto che per vent’anni è stato il successore della balena bianca. Archiviata la cronaca sul de profundis berlusconiano, i punti a nostro avviso meritevoli di attenzione sono due:
1) la rottura è stata aperta dall’unico soggetto di Forza Italia che detiene ancora un margine di potere reale, con relative ramificazioni sul territorio, Toti appunto;
2) l’assenza di strepiti da parte del puparo di Forza Italia, Berlusconi, che ci conduce direttamente al secondo fatto degno di nota in questa turbolenta estate politica.
Mediaset diventa MFE – Media For Europe
La mancanza di coesione delle frattaglie accampate in Forza Italia, a nostro avviso non è determinata tanto dall’esaurirsi della verve di un Berlusconi ormai ottuagenario, ma il risultato dei mutati interessi del gruppo Mediaset, che da azienda su scala nazionale è divenuta holding continentale (7), e non poteva essere altrimenti.
La speculazione di borsa sul titolo Mediaset che nel 2011 convinse Berlusconi a lasciare Palazzo Chigi a Monti, fece chiaramente capire al primo che il tempo della gestione ad personam del potere non poteva più darsi entro i patri confini, ma imponeva l’azione di lobbismo su scala continentale. Il cambio di paradigma del business audiovisivo, che dall’etere si è trasferito alla fibra ottica dei campioni del digitale (Netflix su tutti) ha fatto il resto, indicando il cambio di prospettiva come obbligato, quanto meno alle nuove leve del clan berlusconiano.
Da notare che questa mutazione consegna al ristretto universo del capitale transnazionale (8) l’ennesimo “campione” industriale ancora basato in Italia, con tutto quel che ne consegue a livello d’impoverimento generale del “sistema paese”.
Night boat to Cairo
Un sistema paese in cui i “media tradizionali” continuano comunque ad avere un peso determinante nella costruzione del sentire comune, che solo in parte è stato eroso dall’universo digitale.
L’ultimo lustro e in particolare l’ascesa di M5S e Lega, hanno dimostrato che i due mondi, a livello di costruzione d’immaginario e coscienza comune, sono complementari. Le tendenze, infatti, le lancia la rete, ma è soltanto con la spinta dei media tradizionali, televisioni in particolare, che diventano egemoni nel discorso pubblico.
Da questo deriva il peso che continuano a detenere tutti i soggetti più o meno credibili (9) che si muovono nell’agone mediatico, in special modo coloro che ne determinano priorità ed obiettivi, tra i quali c’è sicuramente Urbano Cairo.
Sulle ipotesi di una sua discesa in campo si sono già espressi con acume i compagni di Infoaut (10), in particolare indicando possibili convergenze tra il padrone del gruppo RCS e il da poco fuoriuscito dal PD Carlo Calenda.
A noi preme porre l’accento su come le rappresentanze politiche del padronato, quando le dimensioni del capitale si percepiscono limitate dai confini nazionali, risultino tutte sistematicamente dirette verso quel centro di gravità che è la UE. Crediamo sia la dimostrazione empirica di come l’Unione funzioni da concentratore di capitali, per di più nel momento in cui emergono nuovi scenari di crisi a livello continentale.
Cambio di passo nella destra estrema?
Fin qui la politica “istituzionale”.
Fuori dalle aule parlamentari e dai circoli economici, invece, l’estate ha registrato la presunta retrocessione dei mazzieri di CasaPound, che dalla forma partito sostengono di voler tornare a quella esclusivamente movimentista (11).
La notizia pareva l’epilogo obbligato alla scalata con cui la Lega salviniana stava fagocitando tutto quanto si muovesse alla propria destra. A distanza di tre mesi, tuttavia, il passo indietro di Gianluca Iannone e camerati pare invece funzionale al mettersi a servizio di un piano più strutturato.
Ci riferiamo al progetto politico di Diego Fusaro che, allo stato attuale (12), sembra intenzionato a egemonizzare l’universo degli “scontenti”; in buona sostanza, quindi, tutto quel che non fa parte dell’elettorato liberale. Del resto verso quest’ultimo è già indirizzata un’offerta politica sovrabbondante, che probabilmente è giunta a saturazione con Italia Viva di Renzi (13).
La normalizzazione del M5S e la sostanziale omologazione della dialettica populista sui toni esclusivi della destra lasciano, invece, ampi ed inquietanti spazi di manovra al progetto di Fusaro, che in potenza potrebbe essere capace di inglobare, a seguito di una possibile crisi di Salvini, parte dell’elettorato leghista su posizioni ancora più apertamente di destra estrema, potendo contare, almeno sulla carta, su reti clientelari, affaristiche e squadriste che nulla hanno da invidiare alle spalle massoniche che continuano a muovere Renzi.
Note
1) https://www.citystrike.org/2019/09/04/governo-conte-cause-della-crisi-e-possibili-sviluppi-futuri/
2) http://contropiano.org/news/politica-news/2019/09/07/niente-attracco-per-la-nave-alan-kurdi-dal-viminale-porti-chiusi-ma-con-umanita-0118527
3) http://www.emilianobrancaccio.it/2019/08/28/in-fondo-si-somigliano/ ; http://temi.repubblica.it/micromega-online/l-uomo-del-fiscal-compact-all-economia-ecco-chi-e-il-neoministro-gualtieri/
4) http://contropiano.org/corsivo/2019/09/08/diversamente-leghisti-0118542
5) http://contropiano.org/news/politica-news/2019/09/18/salvini-governa-ancora-0118816
6) https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/08/01/forza-italia-berlusconi-tenta-la-rivoluzione-e-il-partito-implode-toti-lascia-carfagna-tradita-non-faro-parte-del-comitato-di-liquidazione/5362990/
7) http://contropiano.org/news/news-economia/2019/09/05/mediaset-diventa-un-gruppo-europeo-ecco-dove-nasce-il-pragmatismo-di-berlusconi-0118479
8) il termine transnazionale non è usato a caso. Fatte salve poche eccezioni (come le holding in cui il capitale è formalmente in mano pubblica: FSI, Leonardo, ENI…) il resto delle holding oltre ad avere congrui interessi sui mercato comunitari e mondiali hanno portato oltre confine pure le sedi legali e fiscali (che spesso non coincidono), configurandosi dunque come soggetti apolidi a differenza delle multinazionali “classicamente” intese, in special modo quelle statunitensi, che hanno comunque mantenuto la testa entro i confini del proprio imperialismo di riferimento.
9) tra i meno credibili c’è Flavio Briatore, un Berlusconi in sedicesimi che si è comunque sentito in dovere di provarci lanciando il suo Movimento del fare.
http://contropiano.org/news/politica-news/2019/08/17/ma-come-hanno-ridotto-questo-paese-anche-briatore-pronto-a-entrare-in-politica-0118095
10) https://www.infoaut.org/italian-connection/night-boat-to-cairo
11) https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/27/casapound-lannuncio-di-iannone-finisce-nostra-esperienza-come-partito/5285035/
12) https://www.wired.it/attualita/politica/2019/09/19/vox-fusaro-nuovo-partito/
13) http://contropiano.org/news/politica-news/2019/09/17/grandi-giochi-a-destra-renzi-esce-dal-pd-0118776
Fonte
Sono trascorse poco più di due settimane da quando abbiamo condiviso con i compagni le nostre riflessioni (1) sulle cause e gli sviluppi possibili della crisi politica che ha determinato l'aborto del primo esecutivo Conte, e la nascita del secondo. Altri compagni, nel corso di questi giorni, si sono incaricati di dettagliare come sotto il nuovo vestito giallo-blu dell'alleanza M5S-PD non ci sia, in realtà, nulla di diverso rispetto a ciò che abbiamo vissuto in 14 mesi di governo giallo-verde.
Non ci dilungheremo, quindi, sulla continuità che l’avvicendamento tra PD e Lega ha prodotto in materia di:
- gestione dei flussi migratori (2);
- economia (3);
- grandi opere (4);
- politiche di ordine pubblico e repressione della opposizione politica (5);
In questa ci sede ci interessa condividere, invece, alcune speculazioni sugli smottamenti che stanno percorrendo l’universo politico dello schieramento a noi avverso: la destra in tutte le sue declinazioni, da quella liberale del PD fino a quella dichiaratamente fascista di CasaPound.
Si tratta di un campo estremamente vasto, di fatto la quasi totalità della “offerta politica nazionale” che copre sia l’ambito parlamentare sia quello extra parlamentare.
Forza Italia
Mentre la Lega scalava le classifiche dei sondaggi grazie alla strategia balneare di Salvini, il primo smottamento verificatosi nella politica “istituzionale” è stato quello dentro Forza Italia (6), che va in frantumi sulla nomina del nuovo coordinamento di presidenza.
Giovanni Toti, infatti, escluso dalla rosa, esce dal partito e forma Cambiamo! portando con se 5 parlamentari forzisti e aprendo la diaspora dal soggetto che per vent’anni è stato il successore della balena bianca. Archiviata la cronaca sul de profundis berlusconiano, i punti a nostro avviso meritevoli di attenzione sono due:
1) la rottura è stata aperta dall’unico soggetto di Forza Italia che detiene ancora un margine di potere reale, con relative ramificazioni sul territorio, Toti appunto;
2) l’assenza di strepiti da parte del puparo di Forza Italia, Berlusconi, che ci conduce direttamente al secondo fatto degno di nota in questa turbolenta estate politica.
Mediaset diventa MFE – Media For Europe
La mancanza di coesione delle frattaglie accampate in Forza Italia, a nostro avviso non è determinata tanto dall’esaurirsi della verve di un Berlusconi ormai ottuagenario, ma il risultato dei mutati interessi del gruppo Mediaset, che da azienda su scala nazionale è divenuta holding continentale (7), e non poteva essere altrimenti.
La speculazione di borsa sul titolo Mediaset che nel 2011 convinse Berlusconi a lasciare Palazzo Chigi a Monti, fece chiaramente capire al primo che il tempo della gestione ad personam del potere non poteva più darsi entro i patri confini, ma imponeva l’azione di lobbismo su scala continentale. Il cambio di paradigma del business audiovisivo, che dall’etere si è trasferito alla fibra ottica dei campioni del digitale (Netflix su tutti) ha fatto il resto, indicando il cambio di prospettiva come obbligato, quanto meno alle nuove leve del clan berlusconiano.
Da notare che questa mutazione consegna al ristretto universo del capitale transnazionale (8) l’ennesimo “campione” industriale ancora basato in Italia, con tutto quel che ne consegue a livello d’impoverimento generale del “sistema paese”.
Night boat to Cairo
Un sistema paese in cui i “media tradizionali” continuano comunque ad avere un peso determinante nella costruzione del sentire comune, che solo in parte è stato eroso dall’universo digitale.
L’ultimo lustro e in particolare l’ascesa di M5S e Lega, hanno dimostrato che i due mondi, a livello di costruzione d’immaginario e coscienza comune, sono complementari. Le tendenze, infatti, le lancia la rete, ma è soltanto con la spinta dei media tradizionali, televisioni in particolare, che diventano egemoni nel discorso pubblico.
Da questo deriva il peso che continuano a detenere tutti i soggetti più o meno credibili (9) che si muovono nell’agone mediatico, in special modo coloro che ne determinano priorità ed obiettivi, tra i quali c’è sicuramente Urbano Cairo.
Sulle ipotesi di una sua discesa in campo si sono già espressi con acume i compagni di Infoaut (10), in particolare indicando possibili convergenze tra il padrone del gruppo RCS e il da poco fuoriuscito dal PD Carlo Calenda.
A noi preme porre l’accento su come le rappresentanze politiche del padronato, quando le dimensioni del capitale si percepiscono limitate dai confini nazionali, risultino tutte sistematicamente dirette verso quel centro di gravità che è la UE. Crediamo sia la dimostrazione empirica di come l’Unione funzioni da concentratore di capitali, per di più nel momento in cui emergono nuovi scenari di crisi a livello continentale.
Cambio di passo nella destra estrema?
Fin qui la politica “istituzionale”.
Fuori dalle aule parlamentari e dai circoli economici, invece, l’estate ha registrato la presunta retrocessione dei mazzieri di CasaPound, che dalla forma partito sostengono di voler tornare a quella esclusivamente movimentista (11).
La notizia pareva l’epilogo obbligato alla scalata con cui la Lega salviniana stava fagocitando tutto quanto si muovesse alla propria destra. A distanza di tre mesi, tuttavia, il passo indietro di Gianluca Iannone e camerati pare invece funzionale al mettersi a servizio di un piano più strutturato.
Ci riferiamo al progetto politico di Diego Fusaro che, allo stato attuale (12), sembra intenzionato a egemonizzare l’universo degli “scontenti”; in buona sostanza, quindi, tutto quel che non fa parte dell’elettorato liberale. Del resto verso quest’ultimo è già indirizzata un’offerta politica sovrabbondante, che probabilmente è giunta a saturazione con Italia Viva di Renzi (13).
La normalizzazione del M5S e la sostanziale omologazione della dialettica populista sui toni esclusivi della destra lasciano, invece, ampi ed inquietanti spazi di manovra al progetto di Fusaro, che in potenza potrebbe essere capace di inglobare, a seguito di una possibile crisi di Salvini, parte dell’elettorato leghista su posizioni ancora più apertamente di destra estrema, potendo contare, almeno sulla carta, su reti clientelari, affaristiche e squadriste che nulla hanno da invidiare alle spalle massoniche che continuano a muovere Renzi.
Note
1) https://www.citystrike.org/2019/09/04/governo-conte-cause-della-crisi-e-possibili-sviluppi-futuri/
2) http://contropiano.org/news/politica-news/2019/09/07/niente-attracco-per-la-nave-alan-kurdi-dal-viminale-porti-chiusi-ma-con-umanita-0118527
3) http://www.emilianobrancaccio.it/2019/08/28/in-fondo-si-somigliano/ ; http://temi.repubblica.it/micromega-online/l-uomo-del-fiscal-compact-all-economia-ecco-chi-e-il-neoministro-gualtieri/
4) http://contropiano.org/corsivo/2019/09/08/diversamente-leghisti-0118542
5) http://contropiano.org/news/politica-news/2019/09/18/salvini-governa-ancora-0118816
6) https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/08/01/forza-italia-berlusconi-tenta-la-rivoluzione-e-il-partito-implode-toti-lascia-carfagna-tradita-non-faro-parte-del-comitato-di-liquidazione/5362990/
7) http://contropiano.org/news/news-economia/2019/09/05/mediaset-diventa-un-gruppo-europeo-ecco-dove-nasce-il-pragmatismo-di-berlusconi-0118479
8) il termine transnazionale non è usato a caso. Fatte salve poche eccezioni (come le holding in cui il capitale è formalmente in mano pubblica: FSI, Leonardo, ENI…) il resto delle holding oltre ad avere congrui interessi sui mercato comunitari e mondiali hanno portato oltre confine pure le sedi legali e fiscali (che spesso non coincidono), configurandosi dunque come soggetti apolidi a differenza delle multinazionali “classicamente” intese, in special modo quelle statunitensi, che hanno comunque mantenuto la testa entro i confini del proprio imperialismo di riferimento.
9) tra i meno credibili c’è Flavio Briatore, un Berlusconi in sedicesimi che si è comunque sentito in dovere di provarci lanciando il suo Movimento del fare.
http://contropiano.org/news/politica-news/2019/08/17/ma-come-hanno-ridotto-questo-paese-anche-briatore-pronto-a-entrare-in-politica-0118095
10) https://www.infoaut.org/italian-connection/night-boat-to-cairo
11) https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/27/casapound-lannuncio-di-iannone-finisce-nostra-esperienza-come-partito/5285035/
12) https://www.wired.it/attualita/politica/2019/09/19/vox-fusaro-nuovo-partito/
13) http://contropiano.org/news/politica-news/2019/09/17/grandi-giochi-a-destra-renzi-esce-dal-pd-0118776
Fonte
03/09/2019
Night boat to Cairo - Sulle nuove "discese in campo" centriste
Nella serie TV 1992 (con i seguiti 1993 e a breve 1994) si descrive il periodo transitorio in cui emerse, in seguito all'inchiesta Mani Pulite, la figura di Silvio Berlusconi, calatosi nel suo nuovo "mestiere" di leader politico.
In molti hanno comparato le modalità dell'ascesa del Cavaliere di allora ai passetti graduali di avvicinamento nell'agone della Politica di Palazzo di Urbano Cairo. Per chi non lo conoscesse, parliamo del presidente di Rcs (gruppo editoriale che controlla il Corriere della Sera e la Gazzetta dello Sport), di La7, così come della squadra di calcio del Torino.
Da anni si parla di un ingresso di Cairo in politica, e questa volta sembrerebbe essere quella buona. Non lo ammette chiaramente, ma lascia aperte tante porte. Inoltre, alcuni movimenti di altri soggetti politici sembrano essere pensati all'unisono con Cairo. Ad esempio quelli di Tosi, ex sindaco di Verona che ha recentemente attaccato duramente Salvini.
Ma non solo. A qualche giorno di distanza da quando Cairo ha preso parola in una intervista telecomandata al Foglio, attaccando Salvini e i 5Stelle rispetto alla loro esperienza di governo, Carlo Calenda, implacabile cinguettatore PDino, annunciava la sua uscita dal Partito. Motivo, la decisione presa di accordarsi con i 5s per il Conte bis.
Cairo, ex manager di Publitalia, e Calenda, ex imprenditore vicino a Forza Italia e per qualche anno renziano convinto, scelgono un momento non casuale per di fatto convergere sull'idea di creare una forza politica nuova. La virata sovranista di Salvini mal si accorda con i desideri di un'Europa dominata dal grande capitale finanziario a cui guarda il ceto industriale medio e alto del Nord. Troppo urlata la politca del Capitano, servono toni più concilianti, anche verso le opzioni di investimento offerte dalla rivoluzione green.
Inoltre, il fallimento dell'opzione renziana nel PD (anche se chissà per quanto) dopo il referendum del 2016 impedisce di pensare a quello spazio come rappresentante in futuro di una borghesia imprenditoriale moderata e iper-liberale, sul modello macroniano. Una Forza Italia in dissoluzione e senza veri e propri leader sembra non consistere in un problema, piuttosto in un gruppo di pretoriani pronti a votarsi armi e bagagli a un nuovo leader carismatico.
Questa combinazione di fattori apre lo spazio, secondo Cairo e Calenda, ad una nuova idea politica di un partito di centro liberale, sul modello di En Marche, fortemente europeista, però da effettuare prima che Renzi faccia la scissione dal PD e batta lui il primo colpo. Il percorso di legislatura - probabilmente lunga - giallorossa probabilmente ha spinto Cairo e Calenda a farsi vivi. Se vorrà, Renzi potrà accordarsi in seguito...
Ma quale idea dietro questa nuova forza politica? Basta leggere l'intervista di Cairo al Foglio o seguire le elucubrazioni di Calenda su temi quali ILVA e grandi opere. Appena dimessosi dal PD, Calenda si è catapultato a La7, emittente come detto posseduta proprio da Cairo, a presentare un programma e una figura personale antitetica sia a un fronte progressista populista che ad uno conservatore e sovranista.
La TAV è strategica. Le grandi opere vanno fatte. Ridurre le tasse alle imprese. Rivedere totalmente quota100 e reddito di cittadinanza per attaccare le risposte controverse date alla attuale fase politica dal governo gialloverde. L'asino cade quando però si parla di quali forze sociali, oltre al grande capitale borghese e moderato, dovrebbero appoggiare questa nuova forza. Ovviamente tra i soggetti a cui fare riferimento ci sono i comitati pro TAV. Le madamin, insomma. Che brio, che enfasi!
Cairo, in passato dichiaratosi favorevole al governo Renzi e allo stile del sindaco milanese Sala di gestione politica (quindi con il modello Expo), propone dunque un ritorno a una politica "morale", non urlata e "del fare". Virgolettato: "Io, nelle mie aziende, determino il corso degli eventi nei primi cento giorni". Ma, come scrivevamo rispetto alle allucinazioni relative al governo giallo-rosso, dubitiamo fortemente che si possa, con una semplice operazione di maquillage e con una nuova figura imprenditoriale "di successo", contendere l'egemonia culturale del sovranismo sui settori popolari.
Piuttosto, sì guarderà agli interessi di padroni di ogni tipo, barattati con qualche briciola liberal ai settori popolari. Proprio sul modello Forza Italia prima ora. Eppure qui non siamo nel 1994, ma nel 2019. Un anno dove sui giornali non ci sono inchieste giudiziarie di massa, bensì gli smottamenti dovuti alla crisi finanziaria globale del 2008. Che potrebbe ritornare realtà nella nuova ondata recessiva di cui molti analisti iniziano a paventare il rischio.
Fonte
In molti hanno comparato le modalità dell'ascesa del Cavaliere di allora ai passetti graduali di avvicinamento nell'agone della Politica di Palazzo di Urbano Cairo. Per chi non lo conoscesse, parliamo del presidente di Rcs (gruppo editoriale che controlla il Corriere della Sera e la Gazzetta dello Sport), di La7, così come della squadra di calcio del Torino.
Da anni si parla di un ingresso di Cairo in politica, e questa volta sembrerebbe essere quella buona. Non lo ammette chiaramente, ma lascia aperte tante porte. Inoltre, alcuni movimenti di altri soggetti politici sembrano essere pensati all'unisono con Cairo. Ad esempio quelli di Tosi, ex sindaco di Verona che ha recentemente attaccato duramente Salvini.
Ma non solo. A qualche giorno di distanza da quando Cairo ha preso parola in una intervista telecomandata al Foglio, attaccando Salvini e i 5Stelle rispetto alla loro esperienza di governo, Carlo Calenda, implacabile cinguettatore PDino, annunciava la sua uscita dal Partito. Motivo, la decisione presa di accordarsi con i 5s per il Conte bis.
Cairo, ex manager di Publitalia, e Calenda, ex imprenditore vicino a Forza Italia e per qualche anno renziano convinto, scelgono un momento non casuale per di fatto convergere sull'idea di creare una forza politica nuova. La virata sovranista di Salvini mal si accorda con i desideri di un'Europa dominata dal grande capitale finanziario a cui guarda il ceto industriale medio e alto del Nord. Troppo urlata la politca del Capitano, servono toni più concilianti, anche verso le opzioni di investimento offerte dalla rivoluzione green.
Inoltre, il fallimento dell'opzione renziana nel PD (anche se chissà per quanto) dopo il referendum del 2016 impedisce di pensare a quello spazio come rappresentante in futuro di una borghesia imprenditoriale moderata e iper-liberale, sul modello macroniano. Una Forza Italia in dissoluzione e senza veri e propri leader sembra non consistere in un problema, piuttosto in un gruppo di pretoriani pronti a votarsi armi e bagagli a un nuovo leader carismatico.
Questa combinazione di fattori apre lo spazio, secondo Cairo e Calenda, ad una nuova idea politica di un partito di centro liberale, sul modello di En Marche, fortemente europeista, però da effettuare prima che Renzi faccia la scissione dal PD e batta lui il primo colpo. Il percorso di legislatura - probabilmente lunga - giallorossa probabilmente ha spinto Cairo e Calenda a farsi vivi. Se vorrà, Renzi potrà accordarsi in seguito...
Ma quale idea dietro questa nuova forza politica? Basta leggere l'intervista di Cairo al Foglio o seguire le elucubrazioni di Calenda su temi quali ILVA e grandi opere. Appena dimessosi dal PD, Calenda si è catapultato a La7, emittente come detto posseduta proprio da Cairo, a presentare un programma e una figura personale antitetica sia a un fronte progressista populista che ad uno conservatore e sovranista.
La TAV è strategica. Le grandi opere vanno fatte. Ridurre le tasse alle imprese. Rivedere totalmente quota100 e reddito di cittadinanza per attaccare le risposte controverse date alla attuale fase politica dal governo gialloverde. L'asino cade quando però si parla di quali forze sociali, oltre al grande capitale borghese e moderato, dovrebbero appoggiare questa nuova forza. Ovviamente tra i soggetti a cui fare riferimento ci sono i comitati pro TAV. Le madamin, insomma. Che brio, che enfasi!
Cairo, in passato dichiaratosi favorevole al governo Renzi e allo stile del sindaco milanese Sala di gestione politica (quindi con il modello Expo), propone dunque un ritorno a una politica "morale", non urlata e "del fare". Virgolettato: "Io, nelle mie aziende, determino il corso degli eventi nei primi cento giorni". Ma, come scrivevamo rispetto alle allucinazioni relative al governo giallo-rosso, dubitiamo fortemente che si possa, con una semplice operazione di maquillage e con una nuova figura imprenditoriale "di successo", contendere l'egemonia culturale del sovranismo sui settori popolari.
Piuttosto, sì guarderà agli interessi di padroni di ogni tipo, barattati con qualche briciola liberal ai settori popolari. Proprio sul modello Forza Italia prima ora. Eppure qui non siamo nel 1994, ma nel 2019. Un anno dove sui giornali non ci sono inchieste giudiziarie di massa, bensì gli smottamenti dovuti alla crisi finanziaria globale del 2008. Che potrebbe ritornare realtà nella nuova ondata recessiva di cui molti analisti iniziano a paventare il rischio.
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