Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/08/2021

Venti anni di guerra, a partire dai “soci” Bush e Bin Laden

Certe cose si sapevano dall’inizio. Ma era quasi impossibile “bucare” il muro dell’informazione “ufficiale”, qui nell’Occidente neoliberista.

Vi riproponiamo questi tre articoli, scritti venti anni fa dal nostro redattore quando ancora lavorava al manifesto, perché coglievano un lato importante dei rapporti Usa-Sauditi, incentrati sugli storici e non sempre amichevoli rapporti d’affari tra la famiglia Bush (e quel che ne consegue in termini di “fetta di establishment Usa) e la famiglia Bin Laden (e relative connection con la monarchia Saudita e le petromonarchie del Golfo).

Non bisogna naturalmente pensare che i “rapporti personali” siano stati o siano ancora adesso il cuore del capitalismo globalizzato sotto l’egemonia Usa.

Ma è certo che seguendo “l’odore dei soldi” si possono capire un po’ meglio quali relazioni di potere si stabiliscano ai piani alti. E ancor meglio capire come le “contraddizioni d’affari”, in questo sistema, si tramutino spesso in questioni di rilevanza geopolitica e viceversa.

Lo testimoniano proprio le carriere di molti dei protagonisti in questi articoli, che passano più volte dalle poltrone dei consigli di amministrazione a quelle di governo. A volte alleati, a volte in guerra, sempre dalla parte di se stessi.

Perché “il capitale” è un concetto, nel mondo reale esistono i “singoli capitali”, ognuno rigorosamente concentrato su se stesso. È come l’”essere umano”: incontri singole persone, mai il concetto. Che è utilissimo, per ragionare, ma non entra mai in campo con quei panni.

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Bush e Bin Laden, soci d’affari e amici per la pelle

Francesco Piccioni – Il Manifesto 25 settembre 2001

Quel vecchio pirata di Prescott Bush sarebbe veramente contento di vedere fino a che punto i suoi discendenti hanno assimilato il suo spirito. Lui che nel 1918 guidò un’incursione in un cimitero Apache per prendersi il teschio di Geronimo e farne il trofeo della sua società di studenti, la Skull & Bones (teschio e ossa).

Lui che negli anni ’30 – e nei primi ’40 – trafficava con la Luftwaffe fino a vedere tre società di cui era azionista importante sanzionate per aver commerciato col nemico (violando il Trading with Enemy Act).

Lui che pranzava quotidianamente con Allen e Foster Dulles (capo della Cia al momento dell’assassinio di John Kennedy) e che aveva convocato il capo della nazione Apache per una cerimonia di restituzione del teschio di Geronimo; finita male, perché provò ad affibbiargli un teschio qualsiasi, offendendolo a morte.

Era certamente contento del primogenito George Herbert, petroliere di scarsa fortuna ma agente della Cia in grado di scalarne la vetta (fu nominato direttore nel ’76), nonostante il non esaltante risultato dello sbarco nella Baia dei Porci, a Cuba, di cui era il coordinatore.

Però dimostrò di tenere alle radici texane, al petrolio e alla famiglia, chiamando le tre navi da sbarco Houston, Zapata (la sua prima e scalognata società petrolifera) e Barbara (la moglie).

Deve aver sorvolato su quella strana liason del figlio, negli anni ’60, con un costruttore arabo che ogni tanto veniva in Texas e cercava di introdursi nell’alta società locale. In fondo, quel Muhammad Bin Laden lì, non durò poi molto: cadde col suo aereo mentre attraversava il cielo sopra i pozzi che così poca soddisfazione davano al suo prediletto. Era il ’68, il mondo pensava ad altro.

George W., all’inizio, deve avergli dato parecchi grattacapi. Un asino a scuola (la media del “C”, a un passo dalla bocciatura), ultimo all’esame di ammissione alle forze aeree della Guardia Nazionale (giusto per schivare il Vietnam), assiduo frequentatore di bottiglie di bourbon e piste di cocaina.

Ma finalmente, anche lui, si lanciava nel business del petrolio. A metà degli anni ’70 fonda la Arbusto (bush, in spagnolo) Energy, raccogliendo come soci un po’ di amici paterni (la Cia ha molti amici). Il suo compagno di scuola e di servizio militare, James Bath, gli procura investimenti da parte di Khaled Bin Mafouz e Salem Bin Laden, il figlio maggiore di Muhammad e nuovo capo della famiglia.

Personaggio notevole, il Mafouz. Banchiere della famiglia reale saudita, sposo felice di una sorella di Salem e Osama, gran capo di Relief e Blessed Relief, le due “ong” arabe accusate di essere una copertura per l’organizzazione di Osama.

George, negli affari, è sfortunato. La Arbusto fallisce, si trasforma in Bush Exploration, poi in Spectrum 7. Immancabile arriva sempre la bancarotta. Ma Salem non gli fa mai mancare il suo generoso appoggio.

Il successo pare arridergli quando la Harken Energy rileva la Spectrum pagando la sua quota azionaria ben 600.000 dollari. Che corrobora con un contratto di consulenza da 120.000 dollari l’anno. In breve si mette in tasca un milione, mentre la Harken ne perde decine.

Ma procura un contratto di trivellazione in mare da parte del Bahrein, battendo Amoco ed Esso. È il ’91, la guerra del Golfo sta per scoppiare, Bush padre è il presidente; e lo sceicco locale, Khalifa, preferisce non rischiare. Del resto sono anche vecchi amici di famiglia.

Khalifa, Bin Mafouz, Salem Bin Laden erano nel board della Bcci quando passavano immensi movimenti di denaro per l’affare Iran-Contra. Del resto quando, alla fine dell’80, i repubblicani si incontrano segretamente a Parigi con i khomeinisti moderati per ritardare il rilascio degli ostaggi americani a Teheran e fregare così Jimmy Carter alle elezioni, George padre raggiunge di corsa il summit a bordo dell’aereo di Salem Bin Laden.

George W. è sfortunato, con i suoi soci. Su quello stesso aereo, nell”88, Salem trova la morte (anche lui) mentre attraversa il cielo sopra i pozzi del Texas. La coincidenza sembra a molti eccessiva, ma l’inchiesta fu molto accurata. Le conclusioni, infatti, non furono mai rese note.

Nel frattempo un altro protagonista dell’incontro di Parigi, Amiram Nir – agente del Mossad – muore in un incidente aereo. Nessun sospetto, però: cade in Messico, mica in Texas.

La sfortuna perseguita anche i giornalisti che si occupano dei Bush. Danny Casolaro sta lavorando a un libro (“Untanglig the Octopus“) che ricostruisce la rete degli scandali grandi e piccoli della presidenza paterna. Prima di finirlo, però, decide di suicidarsi “come un incapace“, racconta Steve Mizrach.

Stessa sorte per James H. Hatfield, 43 anni, che è riuscito a pubblicare “A fortunate Son: George W. Bush and the making of an American President“. Una biografia non autorizzata che, nel ’99, rivela come George abbia tenuto nascoste le sue frequentazioni con la cocaina. Per la legge del contrappasso, viene trovato morto per overdose in un albergo di Springdale, Arkansas, il 18 luglio di quest’anno.

Ora tocca a Osama, naturalmente. Sodale non d’affari, ma di operazioni targate Cia. Forse gli altri 52 fratelli avranno qualcosa da obiettare. Ma, direbbe Prescott, in una guerra mondiale c’è spazio a sufficienza per risolvere le beghe tra vecchi soci.

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Bush, Bin Laden, reali sauditi: fine di una love story

Francesco Piccioni – Il Manifesto 26 settembre 2001

Un’intera pagina di Le Monde, domenica, a pagamento. Per «smentire categoricamente» le voci di «complesse partecipazioni finanziarie» con Osama Bin Laden.

Prima ancora che Bush rendesse pubblica la sua ridicola «guerra finanziaria al terrorismo», Gaith Rashad Pharaon – aristocratico saudita e presidente della Pharaon Investment Group con sede a Parigi, tormentato da voci di stampa decisamente malevole – si è alzato per dire «Giù le mani dal mio onore», dai miei investimenti; dal «lavoro di una vita», diremmo in Italia.

Ha certamente le sue brave ragioni, il signor Pharaon. In fondo si è sempre mosso tenendo ben fermo lo sguardo su due stelle polari: la famiglia reale saudita e le covert operation della Cia.

Un finanziere accorto, dunque, che da 30 anni si muove con disinvoltura e discrezione in mezzo alla spazzatura disseminata a piene mani da quei tangheri di texani che arrivano con il sigaro in bocca, il cappellaccio in testa e stendono gli stivali sui suoi preziosi tavoli. E danno ordini.

Lui, secondo un rapporto della Federal Reserve, aveva accettato di buon grado di essere il frontman, l’uomo di punta della Bcci nei tentativi d’assalto alla First National Bank. Ma del resto era entrato nella famigerata Bank of Credits and Commerce International per l’amicizia di famiglia con Agha Hassan Abedi e lo sceicco Kamal Adham, cognato di re Feisal.

Faceva parte di quel consiglio d’amministrazione insieme a Khalid Bin Mahfouz (sposato con una Bin Laden, indicato come un fedelissimo di Osama), lo stesso Kamal Adham e addirittura Clark Clifford, ex minUniti (da Truman a Johnson), amico dei fratelli Dulles, due «miti» nella Cia.

Pharaon è una persona perbene, rispettata. In Arabia Saudita fa affari insieme allo sceicco Abdullah Bakhsh, altro finanziere accorto che sedeva addirittura nel consiglio di amministrazione della Harken Energy – nell’88 – insieme ad Alan Quasha (intimo dell’ex dittatore filippino Marcos) e George W. Bush. Una botte di ferro.

I consigli di amministrazione della Bcci e della Harken sono composti dalle stesse persone, o comunque dello stesso giro. Gente che gestiva gli incassi provenienti da un ricco traffico di droga per finanziare i Contras nicaraguegni prima e la guerra in Afghanistan contro i sovietici, poi.

Ma, anche lì, aveva obbedito agli ordini Usa. O della Cia? La domanda può sembrare strana, ma proprio con quella serie di operazioni (passata alla storia come «scandalo Iran-Contras») la Cia aveva preso a finanziare una propria «politica estera», senza più passare attraverso il giudizio – e il controllo della spesa – del Congresso.

Osama era cresciuto anche abbeverandosi a quella fonte, la Bcci. Ne aveva tratto tutto quanto serviva per lanciare alla grande la «guerra santa» antisovietica, inventando quasi di sana pianta un movimento integralista che solo nell’Iran degli ayatollah sembrava avere qualche seguito popolare.

Ma di tutto questo la Cia, ovvero la famiglia Bush – padre, figlio, James Baker e Dick Cheney – erano perfettamente al corrente. Anzi: quel gioco l’avevano inventato loro. Perché, ora, additarlo all’odio del mondo solo per la sua frequentazione con la famiglia Bin Laden?

Come scrive nel suo appello francese, quella «è una delle famiglie più conosciute e rispettate del Medio Oriente». Lo sanno tutti, lì, che i Bin Laden sono la faccia e la finanza pubblica della famiglia reale di Riad. È vero, per esempio, che in Francia controllavano la Banque Al Saudi, poi parzialmente integrata nell’Indosuez.

Ma in quel CdA – che comprendeva come sempre Salem Bin Laden, Khalid Bin Mahfouz, lo sceicco Bogshan – il presidente onorario era il principe Muhammad Ben Fahd, figlio del re. Un nome che era una garanzia.

È vero anche che Yeslam Bin Salem, nella Zurich company, si era trovato in società con la famiglia Shakarshi, noti soprattutto per il riciclaggio del traffico di droga. Ma anche questi lavoravano per la Cia e la guerra antisovietica in Afghanistan. Quindi era «tutto ok», no? Perché, altrimenti, i Bush ci avrebbero tenuto tanto ad avere i Bin Laden come soci in affari?

Pharaon lo sa bene: le attività finanziarie di Salem, lo sfortunato socio petrolifero di George W. Bush morto in uno dei tanti «incidenti» aerei che tormentano la famiglia saudita; quelle un po’ più violente di Osama; quelle di Yeslain insieme agli Shakarshi – non avvenivano per iniziativa personale della famiglia Bin Laden. Erano «contratti» – politici o finanziari – che recavano la firma dei due membri più influenti della famiglia reale: i principi Muhammad Ben Fahd e Saud Ben Nayef.

Una guerra ai Bin Laden bombarda direttamente anche il trono saudita.

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Il banchiere del Re, della Cia, di bin Laden e di Bush

Francesco Piccioni – Il Manifesto 3 ottobre 2001

Dalle stelle (e strisce) alle stalle. La splendida carriera di Khalid bin Mahfouz si è drasticamente fermata nelle ovattate stanze di un ospedale militare saudita, più di un anno fa. Agli arresti domiciliari, a Taef, «per volontà delle autorità americane».

Prima di fermarsi a questa per lui inconsueta stazione, era arrivato, nella classifica della rivista Forbes, al 125° posto tra gli uomini più ricchi del mondo. Una figura che riassume da sola la storia dei travagliati rapporti tra il mondo politico-finanziario americano e i detentori dei «petrodollari» (cfr. Intelligence Online, 2000).

Era proprietario della National Commerce Bank dell’Arabia Saudita, la più grande banca privata del mondo posseduta da un singolo privato. Ma soprattutto era il banchiere della famiglia reale saudita. Un vero astronauta della globalizzazione finanziaria, al centro del flusso dei dollari che arrivavano nel Golfo in cambio del petrolio e che tornavano in occidente – negli Stati Uniti soprattutto – sotto forma di investimenti.

Un vortice gigantesco e senza apparente fine, da cui centrifugavano schegge di capitale per scopi diversi. Schegge che sono comunque cifre da capogiro.

Tra l’86 e il ’90 una di queste schegge lo portò ad essere azionista di riferimento, col 20%, della Bcci, negli Usa. Era nel board della banca insieme a Gaith Pharaon, al pakistano Abedi, allo sceicco del Bahrein, Khalifa; aveva come proprio referente nel mondo finanziario americano Jack Stephens, uno del «club dei 100» (quelli che avevano contribuito all’elezione di Bush padre alla presidenza con 100.000 dollari a testa, cfr. New York Times, 6 dic. ’91).

Un prudente investitore dell’Arkansas, che intanto contribuiva anche alla carriera di Clinton. Anni d’oro, in cui la banca riciclava denaro per i cartelli della droga colombiani, per il traffico d’eroina prodotta in Afghanistan e gestito direttamente dalla Cia per finanziare Contras e mujaeddin anti-sovietici senza passare sotto il controllo del Congresso americano.

Una di queste schegge, al contrario, lo ha portato ad essere una delle principali fonti di finanziamento di Blessed Relief e altre Ong musulmane, accusate di «girare» denaro direttamente a Osama bin Laden. Nel consiglio d’amministrazione di Blessed Relief, per sfortuna, siede suo figlio Abdul Rahman, sospettato d’aver partecipato a un fallito attentato al presidente egiziano Mubarak. Sua moglie, a completare la disgrazia, è una delle tante sorelle di Osama.

Eppure tutto era cominciato bene, in America. Nel ‘78 il suo socio, Salem bin Laden, aveva assunto come prestanome per il mercato statunitense James Bath, uno degli amici intimi di Bush junior e agente della Cia con lo specifico compito di «stabilire un legame più efficace con l’Arabia Saudita». Agli ordini di George Bush padre, nominato due anni prima direttore dell’«agenzia».

Bin Laden e Bin Mahfouz, secondo le accuse mosse loro in un secondo tempo, cercavano invece gli investimenti giusti per «condizionare la politica americana». Chi strumentalizza chi? Gli eventi dei venti anni successivi non lasciano molto spazio alle interpretazioni.

Bath gli aveva in effetti procurato i primi investimenti. Nell’Arbusto Energy di George W. Bush (Daily Mail del 24 settembre, «Bin Laden’s family links to Bush», di Peter Allen), insieme a Salem bin Laden. Poca roba, 50.000 dollari, tanto per fare un regalo alla «famiglia» che lanciava negli affari il primogenito.

Più consistente, invece, la cifra per l’acquisto dello Houston Gulf Airport, che finì completamente nelle sue mani quando il suo socio Salem morì in un incidente aereo in Texas, nell’88. Nell’87 dà mandato al suo rappresentante ufficiale negli Usa, Abdullah Taha Bakhsh, di acquistare il 17% della Harken Energy, di cui George W. Bush è azionista, consulente, amministratore. Un’azienda petrolifera piccola, con un disperato bisogno di soldi e commesse.

Bin Mahfouz porta gli uni (anche Jack Stephens contribuisce con 25 milioni di dollari) e le altre. Qualche tempo dopo lo sceicco Khalifa – altro consigliere della Bcci – in qualità di ministro del Bahrein affida proprio alla Harken il compito di effettuare trivellazioni nel proprio mare. Una «fortuna eccezionale», che spinge il valore della Harken a oscillare tra 4 e 5 dollari per azione. Ma proprio a quel punto qualcosa si rompe.

Il 20 giugno del ’90 George W. vende la sua partecipazione nella Harken a 4 $ per azione, mettendosi in tasca quasi un milione di dollari. Otto giorni dopo vengono pubblicati i risultati economici del secondo trimestre: la Harken dichiara perdite per 23 milioni di dollari e il valore delle azioni cade a 1. L’uscita di Bush dalla società è stata di un tempismo davvero eccezionale. Frutto di un fiuto innato per gli affari o di un insider trading da paura?

La Sec (la Consob americana) apre un’inchiesta (Micah Morison, Wall Street Journal, 27-9-’99). Il sospetto economico è che, da consigliere, conoscesse benissimo la situazione fallimentare della società e abbia, fuggendo, «fregato» i soci e il mercato. Quello politico è che, da figlio del presidente, fosse informato dell’ormai imminente invasione del Kuwait e della conseguente crisi del mercato petrolifero.

Bush fu naturalmente assolto, nonostante i malumori del Wsj per la palese violazione delle regole di mercato. Il buon bin Mahfouz, negli stessi giorni, vedeva crollare la Bcci sotto i colpi dello scandalo (oltre 10 miliardi di dollari di perdite). I Bush – presidente e figlio – scomparvero, mentre lui pagava danni e multe, chiudeva le attività negli Stati Uniti e se ne tornava a casa. Con una cittadinanza irlandese e, probabilmente, qualche dente avvelenato. Come molti, negli ultimi tempi, in Arabia Saudita.

Fonte

13/12/2019

Afghanistan – 18 anni di bugie Usa, ora i soldati italiani a casa

Afghanistan papers, bugie di Stato

Una inchiesta interna del governo degli Stati Uniti nel 2014 per capire cosa non stava funzionando nella infinita guerra afghana che stavano combattendo ininterrottamente dal 2001, senza risultati e con una enormità di perdite umane e di soldi. Vietnam 2, se non peggio. E l’allora governo Obama aveva scoperto che il governo di Bush junior e l’esercito statunitense avevano mentito per anni sull’andamento della guerra.

Controstoria di un conflitto che ormai va avanti da 18 anni, e degli errori della missione americana in Afghanistan dal 2001 a oggi. A pubblicare gli ‘Afghanistan Papers’ il Washington Post, dopo una battaglia legale durata tre anni e vinta. Un’autorizzazione prevista dal Freedom of Information Act, la legge americana che garantisce il diritto di accesso agli atti amministrativi.

In realtà l’indagine del WP è andata molto più a fondo non accontentandosi degli anni governativi ottenuti. Da duemila pagine di interviste a centinaia di funzionari, ufficiali dell’esercito e consulenti, è emerso che per anni diversi pezzi dello Stato hanno diffuso informazioni false sull’andamento della guerra per non ammettere che non poteva essere vinta.

La guerra mai capita

Diversi intervistati denunciano ora la scarsissima conoscenza che gli Stati Uniti avevano della realtà afghana prima della guerra decisa dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, e della successiva frustrazione per la mancanza di progressi concreti.

«Cosa ci stavamo a fare laggiù? Non avevamo la minima idea di quello che ci eravamo impegnati a fare», disse nel 2015 Douglas Lute, un generale che lavorò sulla strategia in Afghanistan per la Casa Bianca sia sotto l’amministrazione di George W. Bush sia sotto quella di Barack Obama.

Guerra più lunga e peggior sconfitta

La guerra in Afghanistan, la più lunga nella storia degli Stati Uniti, iniziò nell’ottobre 2001 in risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre a New York e a Washington compiuti da al-Qaida che aveva la sua base nel territorio afghano ed era protetta dal regime dei talebani.

A distanza di 18 anni la situazione in Afghanistan non è affatto migliorata con ampi pezzi di territorio controllati dai talebani, con cui da quasi un anno gli Stati Uniti stanno negoziando – per ora senza risultati – un accordo di pace.

Miraggi afghani

«In principio – osserva il quotidiano – la logica che ha guidato l’invasione dell’Afghanistan era chiara: distruggere al-Qaida, rovesciare i talebani e impedire una ripetizione degli attacchi terroristici dell′11 settembre».

«Ma poi sono bastati pochi mesi a perdere il focus e far finire le ultime amministrazioni Usa in un pantano dall’eco vietnamita – sottolinea Giulia Belardelli sull’Uffington Post –. Strategie di guerra basate su ipotesi errate su un Paese che non capivano. Il risultato: un conflitto impossibile da vincere senza una facile via d’uscita».

Una guerra alla cieca

«Diplomatici e comandanti militari hanno ammesso di aver faticato a rispondere a semplici domande: chi è il nemico? Su chi possiamo contare come alleati? Come sapremo quando avremo vinto? Un buio totale, un clima di incertezza che sarebbe stato sistematicamente coperto parlando invece di “progressi” nella guerra in Afghanistan». Le loro strategie differivano – sintetizza il WP – ma Bush e Obama hanno entrambi commesso degli errori iniziali dai quali non si sono più ripresi, secondo le interviste.

Iraq, l’errore di Bush

«Dopo una serie di rapide vittorie militari nel 2001 e all’inizio del 2002, Bush decise di mantenere una forza leggera di truppe statunitensi in Afghanistan a tempo indeterminato per cacciare sospetti terroristi – sempre HuffPost –. Ben presto, tuttavia, fece piani per invadere un’altra nazione – l’Iraq – e l’Afghanistan scivolò in secondo piano. Troppo in secondo piano, secondo i suoi uomini di allora, una leggerezza che agevolò il ritorno dei talebani».

Democrazia export, l’errore di Obama

«Obama stracciò la strategia antiterrorismo di Bush approvando un piano diametralmente opposto: una massiccia campagna di controinsurrezione, sostenuta da 150.000 truppe statunitensi e NATO, nonché tonnellate di aiuti per un debole governo afgano». Obama e la promessa di portare a casa le truppe statunitensi entro la fine della sua presidenza. Errore a lui imputato, la fretta nell’ottenere risultati e l’eccessiva dipendenza da un governo afghano corrotto e disfunzionale.

Bush, Obama e Trump i prezzi pagati

«Negli ultimi 18 anni, oltre 775.000 truppe statunitensi sono state schierate in Afghanistan, molte di queste ripetutamente. Di questi, 2.300 sono morti sul campo e 20.589 sono tornati a casa feriti, secondo i dati del Dipartimento della Difesa. Secondo studi della Brown University statunitense e dell’UNAMA le vittime civili afghane, pur difficilmente calcolabili, ammonterebbero ad almeno 35.000 morti. Oggi circa 13.000 soldati statunitensi sono ancora in Afghanistan. L’esercito degli Stati Uniti riconosce che i talebani sono più forti ora che in qualsiasi momento dal 2001. Eppure non vi è stata una completa contabilità pubblica per i fallimenti strategici dietro la guerra più lunga della storia americana».

Anche noi italiani nel mezzo

Il 7 ottobre del 2001, cominciava in Afghanistan una guerra dichiarata da Stati Uniti e Regno Unito per combattere l’organizzazione terroristica al-Qaida responsabile degli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti. Nel giro di poche settimane il regime talebano era stato rimosso dal potere, le forze alleate erano arrivate a Kabul costringendo molte importanti figure di al-Qaida e dei talebani a fuggire nella zona vicina al confine col Pakistan, se non direttamente oltre confine.

Alla fine dell’anno il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dava autorizzazione e copertura giuridica all’intervento militare, creando la cosiddetta missione ISAF (International Security Assistance Force), di cui poi la NATO prenderà il controllo nel 2003. Alla missione partecipavano quindi decine di paesi, tra cui Germania, Francia, Italia, Polonia, Romania, Turchia, Australia, Spagna, Albania, Belgio, Canada, Repubblica Ceca, Norvegia.

La guerra attualmente in corso in Afghanistan non ha più alcun riferimento alle motivazioni di origine, anti terrorismo Usa o Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che aveva avallato la missione Nato in cui l’Italia è coinvolta dal 2003. Da allora, gran parte dei Paesi della vecchia missione Isaf hanno portato a casa i loro militari. L’Italia insiste con un contingente attuale di circa 900 militari.

Domanda ripetuta dal piccolo Remocontro: quando il governo ci dirà del futuro di questa costosa e incomprensibile missione militare che ormai non ha quasi più sostenitori neppure negli Stati Uniti?

Fonte

08/03/2019

Venezuela. La Stampa sdogana anche un criminale di guerra statunitense



La Stampa, tra una denuncia di surreali interferenze russe o cinesi e l’altra, ha pubblicato una incredibile intervista all’”inviato” degli Stati Uniti per il Venezuela ad opera di Paolo Mastrolilli, noto anche per qualche fantasioso reportage proprio sul paese sudamericano.

Parliamo di Elliot Abrams. Neanche una riga sul criminale amnistiato da George W. Bush chiaramente di premessa nell’articolo-intervista de la Stampa. Neanche una riga sul passato di questo signore.

Ve lo presentiamo noi.

L’11 dicembre del 1981 le truppe addestrate dagli Stati Uniti assassinarono 800 civili disarmati nel villaggio salvadoregno El Mozote. Quando si seppe del massacro, il responsabile degli affari umanitari degli Stati Uniti, il signor Elliott Abrams, accusò i giornalisti che lo svelarono di fare “propaganda comunista”, e poco dopo, si riferì alla politica nordamericana in El Salvador definendola “un risultato favoloso”.

10 anni dopo, Abrams è stato condannato per aver venduto illegalmente armi all’Iran per finanziare i paramilitari in Nicaragua, alimentando una guerra civile che è costata la vita a 50 mila persone.

Amnistiato da quel gentiluomo di Bush, Abrams è stato incorporato nuovamente nel Dipartimento di Stato, ed è considerato uno degli architetti dell’invasione illegale in Iraq. Una guerra che è costata la vita ad almeno 280 mila civili in un massacro che non vede fine e che conta milioni di morti e profughi.

Nessuno più di Abrams è esperto in colpi di stato, guerre illegali e violazioni massive dei diritti umani. Proprio per questo è stato scelto oggi come “inviato speciale per il Venezuela” da parte dell’amministrazione Trump. La deputata democratica Ilhan Omar lo ha smascherato recentemente in un’audizione al Congresso Usa. Vi invitiamo a vedere con molta attenzione questo video e ad osservare la reazione di Abrams:



Neanche una riga chiaramente nell’intervista da parte di Mastrolilli su tutto questo. Dalle pagine del quotidiano diretto da Molinari, al contrario, il condannato amnistiato si può permettere di minacciare il nostro paese: “siamo delusi dalla posizione italiana riguardo il riconoscimento di Guaidò come presidente ad interim”. E ancora: “Speriamo che le continue dispute, e le discussioni in corso, portino ad un certo punto a quella che noi vedremmo come la scelta migliore [...] Noi pensiamo che questa sarebbe la scelta giusta da fare”. E se non è un’interferenza questa, vi chiediamo: che cos’è un’interferenza?

Dopo il fallimento del golpe pagliacciata del 23 gennaio e il tentativo di invasione con il pretesto “umanitario” del 23 febbraio è rimasto solo l’opzione militare ai teorici come Abrams del golpe contro il Venezuela. Ed è questo che dice chiaramente anche nell’intervista a Mastrolilli. “Tutte le opzioni sono sul tavolo”. Mentre dalla Colombia si arma un esercito di mercenari sul modello siriano, Abrams sostiene che “vanno fermati i cattivi attori o terroristi” di Hezbollah, guerriglieri di ENL e Farc e la sicurezza cubana “che operano in Venezuela”. La solita scusa e il solito pretesto.

Ma per rispondere ad Abrams, o alla Stampa scegliete voi, basta riportare la surreale dichiarazione di ieri del portavoce del Dipartimento di Stato in cui tutti i castelli di menzogne della pagliacciata in corsa crollavano: mentre minacciava i mezzi di informazione di utilizzare per il deputato Guaidò il termine “presidente interino” e nessun altro, interveniva un coraggioso giornalista che lo umiliava e lo costringeva a questa figuraccia. Osservate con attenzione:



Purtroppo di fronte ad Abrams non c’era lo stesso giornalista... ma Mastrolilli.

Fonte

24/02/2017

Ora è Trump quello che attacca il governo del Venezuela

I maggiori scontri con i governi bolivariani erano stati quelli di Bush e Obama. Ora Trump ha dato il cambio. È un dato di fatto che, malgrado le sanzioni e l’ingerenza, l’opposizione non è riuscita a revocare il governo di Maduro.

Il Venezuela è la grande ossessione dei governi statunitensi da quando nel 1999 ha assunto la presidenza Hugo Chávez, fino ad oggi, quando governa Nicolás Maduro, eletto nel 2013.

L’ossessione è facilmente spiegata. È il paese che ha le riserve accertate di petrolio più importanti del pianeta, superiori a quelle dell’Arabia Saudita. L’impero è stato abituato a succhiare quel petrolio ai tempi della IV Repubblica di “adecos e copeyanos”*. Politicamente, poiché da quando il Venezuela è tornato a un’epoca bolivariana, è stato un pessimo esempio, dal punto di vista dell’impero, e invece molto positivo per il destino della regione che l’ha preso come un referente e un aiuto al suo sviluppo. Anche la rivoluzione cubana, tanto bloccata e isolata prima, ha potuto contare sul suo generoso appoggio, che come ogni solidarietà vera, è stata ricambiata.

C’è stato un picco dell’aggressività nordamericana nell’aprile del 2002, con il colpo di Stato ideato da George W. Bush e José María Aznar, che ha sloggiato per meno di 72 ore Chávez dal Palazzo di Miraflores. E un altro colpo è stato nel 2010, quando Barack Obama ha mandato via l’ambasciatore del Venezuela a Washington, Bernardo Álvarez, adirato perché a Caracas avevano rifiutato la nomina del suo ambasciatore Larry Palmer, impegnato nel Senato a lavorare per la destituzione del governo chavista.

Da allora la tensione è andata sempre in crescendo, con gli Stati Uniti nelle vesti del “grande ingerente” nelle cose del Venezuela. Ogni passo fatto dall’opposizione, da anni accentrata nella Mesa de Unidad Democrática [MUD], è stato appoggiato dai soldi, dai mass media, dalle fondazioni, dalle leggi e dagli ordini esecutivi statunitensi, con sanzioni commerciali, finanziarie e soprattutto politiche.

Questo crescendo ha fatto un balzo in avanti nel dicembre del 2014, quando il Senato nordamericano ha approvato una legge con sanzioni al Venezuela argomentando che lì si violavano i diritti umani, la libertà di stampa e la democrazia. L’8 marzo del 2015 il presidente Obama ha emesso il suo primo ordine esecutivo sanzionando il paese sudamericano in quanto rappresentava un grave pericolo per la sicurezza nazionale statunitense. E in funzione di ciò confermava le sanzioni del Congresso contro funzionari e imprese venezuelane.

Obama ha prorogato nel 2016 quell’ordine esecutivo, sfidando le proteste della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (Celac) che sostengono il Venezuela. Una settimana prima di lasciare la Casa Bianca, il 13 gennaio scorso, l’incredibile Premio Nobel per la Pace 2009 ha firmato la seconda proroga di aggressione contro la nazione bolivariana.

Tutte le sanzioni rivelano che dietro la violenza e i piani golpisti a Caracas c’era l’impero. La legge votata dal Senato nel dicembre del 2014 era in coincidenza con il fatto che il Venezuela aveva sconfitto le barricate dell’operativo golpista “La Salida”. Leopoldo López, di Voluntad Popular e della MUD, era stato giudicato e condannato a 14 anni di carcere per diversi reati che quell’anno avevano provocato 43 morti e 3.000 feriti. Sconfitta in casa, la MUD è andata a cercare aiuto da quelli che la controllano e così sono nate le leggi e le sanzioni contro il paese.

Ora Trump

Durante i suoi otto anni di mandato, Obama e i suoi dipartimenti di Stato, del Tesoro e della Difesa hanno fatto di tutto per far cadere Maduro. Oltre a imbastire i gravi incidenti nelle strade, creavano difficoltà economiche, commerciali e finanziarie: un’economia in difficoltà avrebbe spinto la popolazione a chiedere la testa del successore di Chávez. Da lì è venuta fuori un'inflazione altissima, stock-out, contrabbando verso la Colombia, speculazione finanziaria, etc.

E, a complemento fondamentale, le bugie mediatiche della CNN e dei media privati, che facevano a gara nel presentare Maduro come un dittatore. Qualsiasi somiglianza con le campagne simili contro Cristina Fernández de Kirchner, Dilma Rousseff, Evo Morales e Rafael Correa, non erano semplici coincidenze. C’era un modello in comune: mentire, mentire e mentire.

Nel settembre del 2016 la ex giornalista della CNN, Amber Lyon, ha spiegato che il governo degli USA pagava quel mass media per orientare le sue informazioni in modo da colpire governi “discoli” e dissimulare gli arbitri perpetrati dai propri amici, come nel caso del Bahrein.

Le rinnovate campagne di quella catena in Venezuela hanno condotto il governo a toglierla dalla circolazione, invocando ragioni legali. Tutti i membri della Società Interamericana della Stampa hanno protestato contro quell’azione “dittatoriale”. Il Venezuela si è chiesto: Mauricio Macri ha potuto negare le trasmissioni a Telesur e ha continuato ad essere “un presidente democratico”, perché allora Maduro è un dittatore se fa la stessa cosa con la CNN? La risposta ovvia è che Macri è della cricca della CNN, la SIP e la Casa Bianca, anche se gli hanno solo risposto al telefono per quattro minuti...

Maduro ha pensato che Donald Trump non poteva essere peggio dei suoi predecessori e si è predisposto a dargli tempo per far ripartire la relazione in termini pacifici. Errore. Il 13 febbraio il governo nordamericano ha annunciato sanzioni contro il vicepresidente del Venezuela, Tareck El Aissami. Il titolare dell’Ufficio per il Controllo dei Beni Stranieri (OFAC) del Dipartimento del Tesoro, John Smith, lo ha incluso nella lista dei narcotrafficanti invocando la Legge di Designazione dei Capibanda Stranieri del Narcotraffico (Foreign Narcotics Kingpin Designation Act). Hanno revocato il suo visto e sanzionato le imprese di Samark José López Bello, segnalato come suo “prestanome”.

È stato il primo duro colpo di Trump contro il Venezuela. Cinque giorni prima un gruppo di deputati del congresso, di estrema destra, legati alla mafia anticubana di Miami, avevano indirizzato una lettera a Trump chiedendo quelle sanzioni. Tra i firmatari c’erano la deputata repubblicana della Florida, Ileana Ros-Lehtinen; il senatore democratico del New Jersey, Bob Menéndez e una trentina di legislatori, tra cui Mario Díaz-Balart e anche i senatori repubblicani Marco Rubio e Ted Cruz.

Non è stato un caso che dopo quella richiesta comparisse la sanzione e la provocazione contro El Aissami e che due giorni dopo, il 15 febbraio, Trump ricevesse insieme al vice Mike Pence e al senatore Rubio, Lilian Tintori, moglie di López, il condannato. Tintori ha preteso più azioni concrete contro il Venezuela. Ha attizzato il fuoco in un momento molto delicato, quando è in stagnazione, per non dire fallito, il negoziato tra il governo e la MUD, con facilitatori internazionali e l’auspicio iniziale di papa Francesco.

Risposte del Venezuela

Il governo bolivariano ha avuto i riflessi rapidi nel rispondere. Il giorno successivo alla sanzione dell’OFAC, la cancelliera Delcy Rodríguez ha convocato l’addetto al commercio nordamericano, Lee McClenny, e gli ha consegnato due note di protesta per le “misure unilaterali ed extraterritoriali’’ ed esigendo “rispetto per un’alta autorità mediante le reti sociali dell’ambasciata degli USA in Venezuela’’.

Per smentire nella pratica le accuse contro El Aissami, la cancelliera ha ricordato che da quando il Venezuela ha espulso la DEA, nel 2006, il paese aveva sequestrato 55,5 tonnellate di droga, risultato molto elogiato dall’ONU e da enti di lotta al narcotraffico. E che quando El Aissami è stato ministro degli Interni (2008-2012), le autorità venezuelane hanno catturato 102 capi della droga e 21 sono stati estradati negli USA.

Il 14 febbraio Maduro ha preteso dalla controparte statunitense la ritrattazione e le scuse a El Aissami. “E’ un’aggressione alla quale il Venezuela risponderà passo su passo con equilibrio e fermezza’’, ha dichiarato alle radio e alle televisioni. Dall’altra parte non hanno fatto un fiato. Trump non pensa affatto alle scuse bensì a portare avanti l’eredità maledetta di Obama.

Il Venezuela non è solo. Quando il 13 gennaio è stata resa nota la seconda proroga dell’ordine esecutivo di Obama, il Movimento dei Paesi Non Allineati ha emesso un comunicato critico. E il 16 febbraio, dopo che Trump e il suo dipartimento del Tesoro hanno sanzionato e offeso il vicepresidente venezuelano, quel Movimento ha prodotto un’altra dichiarazione in cui “rigetta la più recente decisione del Governo degli Stati Uniti d’America, di estendere le sue misure coercitive unilaterali contro cittadini ed enti della Repubblica Bolivariana del Venezuela”.

È ovvio che la questione dentro e fuori dal Venezuela continua, e che la destra e il suo sponsor imperiale sono lontani dall’essere stati sconfitti. Però alcuni fallimenti già li hanno incassati, per esempio lo scorso 10 gennaio è scomparsa la possibilità “legale” di revocare il mandato di Maduro. L’opposizione ha raccolto firme nel 2016 chiedendo quella possibilità della Costituzione chavista, però ha falsificato moltissime firme e ha messo interi elenchi di nomi di minori e di morti. La Commissione Nazionale Elettorale e il Tribunale Supremo di Giustizia hanno respinto quella frode e non c’è stata revoca. Loro volevano votare per togliere il presidente e tenere elezioni anticipate, e per questo l’Assemblea Nazionale, di maggioranza oppositrice, voleva revocare il governante. Ora dovranno sopportare Maduro fino al 2019 e nel caso, improbabile, che riescano a toglierlo dal suo posto, questo sarebbe occupato fino alla fine del mandato niente poco di meno che da El Aissami. Cioè per la MUD il rimedio potrebbe essere peggiore della malattia.

* da http://www.laarena.com.ar/opinion-ahora-es-trump-el-que-embiste-contra-el-gobierno-de-venezuela-1116915-111.html

*[N.d.T.: partiti dell’epoca]

http://www.alainet.org/es/articulo/183636

(traduzione di Maria Rosa Coppolino)

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29/01/2017

Usa-Messico. La realtà del muro e la realtà al di là del muro


È il 29 settembre 2006, al Senato degli Stati Uniti si vota la legge «Secure Fence Act» presentata dall’amministrazione repubblicana di George W. Bush, che stabilisce la costruzione di 1100 km di «barriere fisiche», fortemente presidiate, al confine col Messico per impedire gli «ingressi illegali» di lavoratori messicani. Dei due senatori democratici dell’Illinois, uno, Richard Durbin, vota «No»; l’altro invece vota «Sì»: il suo nome è Barack Obama, quello che due anni dopo sarà eletto presidente degli Stati uniti. Tra i 26 democratici che votano «Sì», facendo passare la legge, spicca il nome di Hillary Clinton, senatrice dello stato di New York, che due anni dopo diverrà segretaria di stato dell’amministrazione Obama. Hillary Clinton, nel 2006, è già esperta della barriera anti-migranti, che ha promosso in veste di first lady.

È stato infatti il presidente democratico Bill Clinton a iniziarne la costruzione nel 1994. Nel momento in cui entra in vigore il Nafta, l’Accordo di «libero» commercio nord-americano tra Stati Uniti, Canada e Messico. Accordo che apre le porte alla libera circolazione di capitali e capitalisti, ma sbarra l’ingresso di lavoratori messicani negli Stati Uniti e in Canada.

Il Nafta ha un effetto dirompente in Messico: il suo mercato viene inondato da prodotti agricoli statunitensi e canadesi a basso prezzo (grazie alle sovvenzioni statali), provocando il crollo della produzione agricola con devastanti effetti sociali per la popolazione rurale.

Si crea in tal modo un bacino di manodopera a basso prezzo, che viene reclutata nelle maquiladoras: migliaia di stabilimenti industriali lungo la linea di confine in territorio messicano, posseduti o controllati per lo più da società statunitensi che, grazie al regime di esenzione fiscale, vi esportano semilavorati o componenti da assemblare, reimportando negli Stati Uniti i prodotti finiti da cui ricavano profitti molto più alti grazie al costo molto più basso della manodopera messicana e ad altre agevolazioni.

Nelle maquiladoras lavorano soprattutto ragazze e giovani donne. I turni sono massacranti, il nocivo altissimo, i salari molto bassi, i diritti sindacali praticamente inesistenti. La diffusa povertà, il traffico di droga, la prostituzione, la dilagante criminalità rendono estremamente degradata la vita in queste zone. Basti ricordare Ciudad Juárez, alla frontiera con il Texas, tristemente famosa per gli innumerevoli omicidi di giovani donne, per lo più operaie delle maquiladoras.

Questa è la realtà al di là del muro: quello iniziato dal democratico Clinton, proseguito dal repubblicano Bush, rafforzato dal democratico Obama, lo stesso che il repubblicano Trump vuole completare su tutti i 3000 km di confine. Ciò spiega perché tanti messicani rischiano la vita (sono migliaia i morti) per entrare negli Stati Uniti, dove possono guadagnare di più, lavorando al nero a beneficio di altri sfruttatori.

Attraversare il confine è come andare in guerra, per sfuggire agli elicotteri e ai droni, alle barriere di filo spinato, alle pattuglie armate (molte di veterani delle guerre in Iraq e Afghanistan), addestrate dai militari con le tecniche usate nei teatri bellici. Emblematico il fatto che, per costruire alcuni tratti della barriera col Messico, l’amministrazione democratica Clinton usò negli anni Novanta le piattaforme metalliche delle piste da cui erano decollati gli aerei per bombardare l’Iraq nella prima guerra del Golfo, fatta dall’amministrazione repubblicana di George H.W. Bush. Utilizzando i materiali delle guerre successive, si può sicuramente completare la barriera bipartisan.

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26/10/2015

Blair, il mentitore seriale, "si scusa" per l'Iraq


Non c'è limite alla delinquenza politica. E Tony Blair è un campione del genere. La lista delle sue “imprese” è lunghissima – dalla trasformazione del Labour in un partito di destra (come piaceva tanto a Uòlter Veltroni) fino alle guerre volute dagli Stati Uniti – ma viene per tutti il momento del bilancio.

Se però prova a farlo in prima persona il rischio di cadere nel ridicolo è immediato. È accaduto ieri, quando ha “chiesto scusa” per la guerra in Iraq. Non potendo darsi dell'imbecille da solo, ha continuato a mentire come faceva abitualmente da Downing Street (il mestiere di spin doctor è diventato centrale per qualsiasi regime politico proprio a partire da quegli anni).

Per esempio: «Posso dire che mi scuso per il fatto che l’intelligence che abbiamo ricevuto era sbagliata, perché nonostante Saddam avesse usato le armi chimiche in maniera estensiva contro la sua stessa popolazione, il programma di riarmo non esisteva nella forma che noi avevamo pensato». Come sottolineano tutti i commentatori che non hanno perso l'uso del cervello, quel programma era stato già dichiarato inesistente dai commissari dell'Onu – guidati da Hans Blix – che per mesi avevano cercato traccia delle “armi di distruzione di massa” di cui avrebbe dovuto disporre Saddam. E ciò nonostante lui e Bush mandarono l'ex generale Powell a recitare una penosa scena (una boccetta con polvere bianca) che doveva costituire “la prova” sufficiente a scatenare la guerra.

Quindi Blair mentiva allora e continua a farlo oggi, scaricando sull'intelligence una responsabilità totalmente sua e di Bush (più dell'amerikano, è ovvio).

Ma non c'è limite, dicevamo. «Mi scuso per gli errori commessi nella pianificazione, e certamente per il nostro errore nel capire cosa sarebbe accaduto una volta che avessimo rimosso il regime». Un'ammissione del genere, se fosse sincera, equivale a dichiararsi un incompetente totale nella materia che pretende di padroneggiare: la politica. Qualsiasi studente di scienze politiche, di qualsiasi facoltà in giro per il mondo, sa benissimo che in paesi “disegnati sulla carta” (Sykes-Picot, 1915), caratterizzati da una struttura sociale tribale, con forti divisioni religiose e nazionali (sciiti, sunniti, curdi, ecc), la caduta di un regime dittatoriale o avviene per processi interni (in cui si seleziona anche il ricambio politico) oppure, se imposta dall'esterno, si traduce in una “semplice” distruzione dello Stato. Ovvero apre il portone a una guerra civile permanente, di tutti contro tutti. In cui emergeranno tutte le possibili figure, tranne che quella della “democrazia occidentale”.

E infatti le “scuse” di Blair non toccano il cuore della questione: «Trovo difficile scusarmi per aver rimosso Saddam. Io penso, anche oggi nel 2015, che sia meglio che lui non sia più là». Non ci sarebbe stato comunque, probabilmente, per questioni di età o di manovre di palazzo. Il problema non è infatti il singolo, ma la struttura di un potere: che non aveva nulla in comune con i regimi delle nostre latitudini, ma era almeno laico e “tollerante” in materia di religione (Tareq Aziz, vicepresidente e ministro degli esteri, era un cristiano).

Peggio ancora per quanto riguarda la responsabilità di avere almeno indirettamente favorito la nascita e la diffusione dell'Isis. «Ovviamente non posso dire che noi che rimuovemmo Saddam nel 2003 non abbiamo responsabilità per la situazione nel 2015». Quindi «ci sono elementi di verità» nel sostenere che l’invasione dell’Iraq è stata la causa principale della nascita dell’Isis. Ma il tentativo di cambiare le carte in tavola è più forte di lui. E quindi si suicida sul piano della logica: «l’Isis è emerso dalla sua base in Siria».

Ovvero nell'ambito delle milizie armate e finanziate da Usa, Gran Bretagna, Arabia Saudita e emirati del Golfo per rovesciare il regime di Assad senza impegnarsi direttamente in un'altra guerra. Un puzzle ormai definitivamente sfuggito dalle mani degli apprendisti stregoni che l'avevano assemblato.

Un delinquente abituale, reo confesso ma che pretende di occupare ancora un ruolo (ottimamente retribuito, ci mancherebbe). Un essere così spregevole che nessuno, stavolta, azzarda una sua pur minima difesa. Anzi.

Il commento dedicatogli da Alberto Negri, su IlSole24Ore, dà probabilmente la misura del disprezzo che attualmente circonda l'ex “mister Terza via”-

*****

La pistola fumante

Fino al 27 maggio 2015 Tony Blair ha ricoperto l'incarico di inviato per la pace nel Medio Oriente del Quartetto per il Medio Oriente, su mandato di Onu, Unione europea, Usa e Russia. Non ha lasciato nulla di notevole se non le note spese. Si fregia ancora della Medaglia d'oro concessa nel 2003, anno della guerra in Iraq, dal Congresso degli Stati Uniti con la seguente motivazione: “L'America ha molti alleati ma come abbiamo visto in questi ultimi mesi, si può contare sulla Gran Bretagna nell'adempimento delle funzioni di un vero amico in tempi difficili. Plaudo alla straordinaria leadership di Tony Blair e al suo continuo appoggio agli Stati Uniti”.

Tony Blair chiede scusa per la guerra in Iraq, dice che lui e Bush si sono sbagliati: non è vero, hanno contraffatto le prove sulle armi di distruzione di massa e mandato all’Onu il 5 febbraio il segretario di Stato americano Colin Powell agitando la famosa fiala contenente una polvere bianca per convincere l’America e il mondo intero dell’esistenza della cosiddetta “smoking gun”, la pistola fumante, la prova mai provata dell’esistenza dell’antrace e delle micidiali armi batteriologiche nelle mani di Saddam Hussein.

L’ultimo incontro che ebbi con Tarek Aziz, l'ex ministro degli Esteri iracheno e vicepresidente, fu proprio quel giorno di febbraio del 2003. Indossava un impeccabile abito blu e aveva appena ricevuto il leader comunista Armando Cossutta che tentava un'impossibile mediazione. Eravamo a poche settimane dall'attacco americano che avrebbe segnato il destino del regime e quello del Medio Oriente, almeno fino a oggi e chissà per quanti anni ancora.

Tarek Aziz diede un'occhiata distratta al televisore, sintonizzato sulla Cnn dove stava parlando Powell, e continuò a firmare le carte accumulate sulla scrivania. Poi sollevò lo sguardo e disse: “Gli americani ci farebbero la guerra comunque, anche se consegnassimo fino all'ultimo dei nostri fucili”. Fuori noi giornalisti inseguivamo le squadre dell’Onu a caccia delle prove sulle armi di distruzione di massa che non si trovavano mai.

Ora Blair rilascia interviste a destra e manca: è un infingardo che tenta di riciclarsi? L’unica pistola fumante che abbiamo trovato in Iraq sono lui e Bush, semplicemente due imbroglioni che hanno scoperchiato il Vaso di Pandora.

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10/12/2014

Faccia di Cia

Cinque anni per produrlo, sei milioni di documenti, spesso fuorvianti rispetto alle stesse direttive tutt’altro che tenere volute da Bush junior. Un report che parla di sistemi e metodi speciali utilizzati dalla Central Intelligence Agency, e dalle strutture di contractors di cui si serve, riguardo a super luoghi di detenzione. Non tanto Guantanamo o Abu Ghraib, di cui si sa quasi tutto, e neppure delle afghane Bagram e Salt Pit che le tallonano. Bensì dei siti oscuri dove sequestri e torture seguivano le extraordinary rendition con cui si catturavano (e si catturano) ricercati e gente comune. Dal Khalid Shaikh Mohammed, accusato d’aver pianificato gli attacchi dell’11 settembre, a cittadini al di sopra di sospetti concreti, presi in vari angoli del mondo. Il dossier viene divulgato nelle prossime ore per ordine del Senato statunitense nonostante gli ostacoli messi in atto dalla stessa Cia e da qualche esponente del partito repubblicano, secondo il quale l’iniziativa mira a gettare fango sull’Intelligence nazionale e sulla stessa Casa Bianca. Ora si dice ufficialmente ciò che da tempo si sapeva, svelato da tante WikiLeakes: i detenuti erano privati del sonno e sottoposti a esecuzioni capitali simulate, subivano il quasi annegamento e i soffocamenti di respiro, fino alle subdole violenze dell’idratazione rettale. Forme utili per ottenere un loro “totale controllo”. Tutto giustificato dall’allora vicepresidente Cheney per vincere la guerra al terrore e catturare Bin Laden.

Però le stesse carte dell’Agency ammettono che la trafila utilizzata nelle operazioni straordinarie, nel tempo nulla ha prodotto per azzerare eventuali complotti jihadisti, né sono servite nell’oscuro blitz di Abbottabad. Delle oltre 6000 pagine del lunghissimo e dettagliato rapporto curato da membri democratici della commissione del Senato americano, i colleghi repubblicani ne confutano poco più di cinquecento, ma la sostanza non cambia. Alcune grandi testate che, come il New York Times, hanno ricevuto il rapporto hanno comunemente deciso di pubblicarlo solo dopo la divulgazione della commissione. Ora si ha la certezza che torture come la diffusissima waterboarding erano autorizzate dai legali del Dipartimento Giustizia, che talune pratiche erano così dure da mettere in difficoltà i seviziatori, comunque stimolati nel ruolo dagli ufficiali dell’Agenzia. I particolari del trattamento riservato nell’agosto 2002 al prigioniero saudita Abu Zubaydah (accusato d’essere da pianificatore dell’attentato alle Torri Gemelle, e quarto o terzo uomo di Al Qaeda, reclutatore di qaedista, addestratore di attentatori e decine di altri crimini tutti diversi e comunque riconducibili al terrorismo internazionale e trattato in un “Garage Olimpo” thailandese) facevano rivoltare lo stomaco anche a taluni esecutori che richiedevano d’essere rimossi dall’incarico. Qualcuno se n’è andato, molti sono rimasti. Per spirito di corpo, per i dollari guadagnati. Dollari finiti anche in Lituania, Romania, Polonia anche lì la Cia ha stabilito i black sites delle sue rendition.

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25/11/2014

Obama si guarda allo specchio e vede Bush. Il Medio Oriente è una dannazione

“Quando Barack Obama si guarda allo specchio di questi tempi, deve vedere un volto terrificante: quello di George W. Bush”. A scriverlo è oggi il Washington Post commentando le dimissioni a cui è stato costretto il capo del Pentagono Chuck Hagel. Hagel era l’unico repubblicano presente nell’amministrazione Obama, omaggio ad una certa tradizione bipartisan – e perfettamente intercambiabile – nella gestione della politica militare statunitense.

Ieri Barack Obama ha messo alla porta Hagel, così come fu costretto a fare Bush con Donald Rumsfeld. “Come con Bush, la cacciata coincide con una guerra in Medio Oriente che va male - allora, la guerra in Iraq, adesso, il bombardamento del gruppo terroristico Stato islamico” scrive il Washington Post. La cacciata di Rumsfeld corrispondeva all'aumento dell’intervento militare Usa in Iraq, la partenza di Hagel arriva mentre si moltiplicano i segnali di un ruolo più ampio per le truppe statunitensi in Iraq e Siria. E, come sotto Bush, questo scenario garantisce che Obama lascerà al suo successore una guerra degli Stati Uniti in corso in Medio Oriente, un tipo di guerra con truppe di terra che Obama aveva promesso di evitare come il diavolo.

Dov Zakheim, funzionario del Pentagono dell'era Bush, ha detto al WP che Hagel è stato offerto come "agnello sacrificale" di una Casa Bianca in stallo ma alle prese con un'ulteriore escalation in Siria e in Iraq. Di Hagel sono noti i suoi forti legami con l'esercito e la sua riluttanza a usare la forza (si era opposto alla nuova escalation in Iraq). Ma ora i miliziani dell’Isis hanno ripreso molto terreno in Iraq e Siria, e anche Jimmy Carter ha criticato l'amministrazione Obama perché è stata troppo lenta a rispondere. Mettendolo alla porta, Obama detto  che Hagel "ha contribuito a costruire la coalizione internazionale per combattere lo Stato Islamico e ha elogiato Hagel per il suo lavoro sulla rimodulazione del modello militare statunitense per "affrontare le minacce a lungo termine, pur rispondendo alle sfide immediate."

Sulla nuova escalation in Medio Oriente, ad agosto Chuck Hagel aveva dichiarato che quella in Iraq era una strategia a lungo termine e che il coinvolgimento degli Usa non era finito. ”Dobbiamo essere preparati a tutto. L'Isis è al di là di tutto quello che vediamo”, aveva spiegato Hagel, in risposta alla domanda se la minaccia dell'Isis potesse essere paragonata al terrorismo dell'11 settembre. “Lo Stato islamico è ben organizzato, sofisticato e finanziato molto bene”. Dunque, qualcosa di molto più che di una banda di jihadisti e tagliagole - che l'amministrazione statunitense probabilmente mostra di conoscere molto bene per averne agevolato l'ascesa - e che ancora una volta potrebbe essere il frutto dell'avventurismo degli apprendisti stregoni dell'imperialismo. Il Medio Oriente si sta rivelando effettivamente una dannazione per gli Stati Uniti.

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Il Medio Oriente oggi come fu l'Estremo Oriente (Corea, Vietnam) ieri. L'imperliasmo è una dannazziona, lo sapevano bene i romani.

17/10/2014

Iraq - Trovato l’arsenale chimico di Saddam. Glielo hanno venduto gli Stati Uniti

I resti delle armi chimiche nell’impianto iracheno di Muthanna (Foto: Getty Image)
di Chiara Cruciati

Ecco dov’erano finite le armi chimiche di Saddam Hussein, quelle dietro le quali l’allora presidente Bush si nascose per invadere l’Iraq e occuparlo per otto anni. Una bufala, secondo tanti, che ancora oggi pesa sulla fragile reputazione del guerrafondaio Bush, ma soprattutto sulla popolazione civile irachena alle prese con settarismi interni che stanno smembrando il paese. Di armi non se ne trovarono, ma l’Iraq fu fatto a pezzi.

Oggi ricompaiono. Grazie all’Isis. Rapporti degli ultimi giorni mostrano – con allegate fotografie – le strane ferite e le bruciature sui corpi di curdi morti intorno a Kobane a luglio, quando lo Stato Islamico tentò il primo assalto all’enclave curda siriana. Le prove raccolte, le foto e i racconti dei testimoni portano in una direzione precisa: l’Isis ha usato armi chimiche. Dove le ha prese? Alcuni hanno avanzato l’ipotesi che gli islamisti di al-Baghdadi ne abbiano fatto incetta a Raqqa, città siriana oggi roccaforte dell’Isis. Insomma, che siano armi dell’arsenale del presidente Bashar al-Assad.

Secondo altri è più probabile che le armi in questione siano state il bottino della presa di Muthanna, base militare irachena, a ovest di Baghdad, occupata dall’Isis già a giugno scorso. All’interno, aveva fatto sapere l’esercito iracheno alle Nazioni Unite, si trovavano anche armi chimiche, circa 2.500 missili. All’epoca la Casa Bianca aveva minimizzato: si tratta di armi vecchie, risalenti agli anni ’80, ormai inutilizzabili perché corrose. A dirlo erano stati i soldati di stanza tra il 2004 e il 2010 in Iraq, aveva fatto sapere a giugno Washington.

Eppure quelle armi sono state utilizzate e si sono dimostrate macabramente efficaci. Ma di chi sono queste armi? Come sono finite nei magazzini di Saddam Hussein? Di fabbricazione statunitense, assemblate in Europa, erano state vendute al leader iracheno da Belgio, Francia e Italia negli anni Ottanta, ovvero durante la lunga guerra tra Iraq e Iran. L’Occidente rifornì Saddam di armi che vennero usate contro i curdi poco tempo dopo.

Non solo. Gli Stati Uniti lo sapevano bene ma lo hanno tenuto nascosto. Secondo il New York Times, il governo Usa ha evitato di far sapere di aver trovato l’arsenale in Iraq, nonostante dopo il 2003 (anno dell’invasione del paese) 17 soldati Usa e 7 poliziotti iracheni siano stati feriti dal nervino delle armi chimiche in questione. “Dal 2004 al 2011 truppe americane e truppe irachene se le sono trovate di fronte più volte e sono state ferite in almeno sei occasioni da armi chimiche del tempo di Saddam – scrive il giornale – Le truppe Usa hanno segretamente fatto rapporto su 5mila missili o bombe d’aviazione chimiche, secondo le interviste raccolte tra soldati americani e iracheni, poi girate all’intelligence secondo quanto previsto dal Freedom of Information Act”.

“Gli Stati Uniti sono andati in guerra dichiarando di dover distruggere le armi di distruzione di massa. Le truppe americane le hanno gradualmente trovate e hanno sofferto per l’esposizione ai resti di armi che sono state costruite in collaborazione con l’Occidente”. Il portavoce del Pentagono, John Kirby, ieri ha risposto in conferenza stampa alle accuse, limitandosi a dire di non poter parlar “di quali decisioni o ordini furono date ai comandi militari o allo staff medico all’epoca. È successo molto tempo fa e si tratta di scelte prese dallo staff su base individuale”. Il segreto di Pulcinella: i soldati feriti sono stati curati dal servizio sanitario dell'esercito negli anni successivi all’occupazione.

Le ragioni di tale silenzio sono chiare: le armi dell’arsenale del nemico Saddam erano state prodotte negli Stati Uniti, assemblate in Europa e riempite di agenti chimici in Iraq da compagnie occidentali. Così si disfaceva il castello di carte del presidente Bush: difficile giustificare una guerra all’Iraq con la presenza di armi chimiche, di un arsenale nascosto, che gli stessi Stati Uniti avevano venduto ben prima del 1991.

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01/04/2014

La tortura non funziona, la Cia ha mentito


La Cia, la maggiore agenzia di intelligence al servizio del governo degli Stati Uniti, ha ingannato per anni il Congresso e l'opinione pubblica del paese omettendo significativi dettagli riguardo alla brutalità dei metodi di interrogatorio usati sotto il presidente George W. Bush ed esagerando l'importanza delle informazioni di intelligence ottenute con tali metodi di vera e propria tortura per giustificare il ricorso alla violenza contro i detenuti, molti dei quali rapiti illegalmente in diversi paesi del mondo dopo l'11 settembre del 2001. E' quanto si legge in un rapporto del Senato degli Stati Uniti pubblicato oggi dal quotidiano Washington Post e frutto di 5 anni di indagini.

Diversi funzionari a conoscenza delle 6.300 pagine di rapporto hanno evidenziato come il Senato sia giunto alla conclusione che le informazioni di intelligence più preziose su al Qaeda, "tra cui quelle che hanno portato all'operazione contro Osama bin Laden nel 2011", non siano state ottenute affatto per mezzo dei brutali metodi della Cia.
"La Cia ha presentato più volte il suo programma sia al Dipartimento di Giustizia che al Congresso sostenendo di aver ottenuto informazioni di intelligence impareggiabili che non sarebbe riuscita ad avere diversamente, e che avrebbero aiutato a sventare complotti terroristici e a salvare migliaia di vite - ha dichiarato un funzionario - tutto questo era vero? La risposta è no".

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11/09/2013

11 settembre 2001. Un mondo diviso in due

L'11 settembre del 2001 il mondo si divise in due. Esultarono da Bogotà a Jakarta. Si costernarono da Washington a Tokyo. Nei dieci anni precedenti l'11 settembre bombardieri, missili, marines statunitensi avevano colpito in Iraq, Somalia, Jugoslavia, Colombia. La retrospettiva più emblematica di quella divisione è quella del bambino afghano nel film collettivo di vari registi (tra cui Sean Penn, Ken Loach, Amos Gitai, Claude Lelouche) dedicato proprio a quell'evento. Il bambino chiede alla sua maestra, che li aveva riuniti per pregare a causa quanto era accaduto a New York e Washington: “perchè dobbiamo pregare, non capisco”.

Per l'amministrazione statunitense di George Bush l'11 settembre fu “l'evento scatenante” che poteva consentire ai neoconservatori al potere di giocare tutte le loro carte – quelle militari soprattutto – per impedire lo scenario di un declino dell'egemonia mondiale statunitense e di emersione di nuove potenze competitive, uno scenario che avevano messo nero su bianco in un documento del 1992 ed attualizzato con il Pnac (Progetto per un Nuovo Secolo Americano). Le dinamiche della storia dimostrano che il tentativo dei neoconservatori statunitensi di utilizzare gli attacchi dell'11 settembre sul suolo americano per bloccare la tendenza , non sono andati nella direzione desiderata. Al contrario. Il mondo è cambiato, ma stava cambiando già l'11 settembre del 2001.

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17/04/2013

Stati Uniti: dal 2001 "tortura sistematica"

Negli anni successivi agli attacchi dell'11 settembre 2001 gli Stati Uniti hanno hanno seguito in modo sistematico la pratica della tortura. Gli stessi massimi responsabili dello Stato sono stati pienamente consapevoli e responsabili di quanto avveniva. E' quanto scritto, in estrema sintesi, nelle 577 pagine di un rapporto redatto dal Constitution Project, un'organizzazione legale indipendente formata da 11 personalità, che denuncia apertamente i gravi abusi perpretati in quella fase storica. La violenza brutale é stata un elemento presente in ogni guerra combattuta dagli Stati Uniti, afferma il rapporto, tuttavia ''quanto é successo dopo l'11 settembre non ha precedenti''. Lo studio mette in evidenza le conversazioni dettagliate tra il presidente dell'epoca, George W. Bush e i suoi massimi consiglieri circa la ''legittimità e l'utilità di infliggere torture, dolori e tormenti ad alcuni detenuti''. Il rapporto sottolinea come ''la tortura non ha mai giustificazione'', ''danneggia l'immagine della Nazione americana e riduce la sua capacità di censurare morali altrui, per non parlare dell'aumento dei pericoli per il personale americano quando viene catturato dal nemico''. Inoltre, il rapporto dice chiaramente di non aver trovato alcuna prova convincente sul fatto che questi metodi usati negli interrogatori, pensiamo al waterboarding, abbiano prodotto informazioni di valore che non si potessero ottenere con altri mezzi. Insomma, é vero che una persona sottoposta a tortura divulga molte informazioni, ma secondo il rapporto la maggiore parte di queste non erano credibili.
Quanti anni dovremo attendere invece per avere informazioni dettagliate sulle torture praticate sotto la presidenza Obama?

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Almeno altri 10... del resto nessuno sa un cazzo nemmeno delle porcate che facevano i nostri benemeriti della Folgore in Somalia nel 1994... e in quel caso, di anni ne sono passati quasi 20.