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13/07/2019

Mélenchon: “Metter fine al libero scambio e alla sua logica devastatrice”

Nel bel mezzo delle vacanze estive, senza voto formale, il CETA [Comprehensive Economic and Trade Agreement, l’accordo economico e commerciale tra Canada e Unione Europea, ndt] verrà presentato all’Assemblea Nazionale. L’unico paese al mondo che immette sul mercato un animale geneticamente modificato e non menziona l’origine OGM delle sue verdure ottiene il diritto di commerciare liberamente con il mercato europeo.

Questo è l’ultimo accordo di libero scambio firmato dall’Unione europea che passerà al Parlamento nazionale. Dal maggio 2018, i governi europei hanno deciso che questo tipo di accordo sarebbe andato solo al Parlamento europeo. In questa occasione non votiamo senza ragione.

Il testo contiene una novità: la creazione di tribunali arbitrali. Questi consentirebbero alle società multinazionali di chiedere un risarcimento quando gli Stati adottano leggi ritenute contrarie ai loro interessi.

Sappiamo di cosa si tratta. È con questo tipo di tribunali che la Germania è stata condannata a pagare 1 miliardo di euro per la sua decisione di abbandonare il nucleare. Che l’Australia e la Nuova Zelanda hanno dovuto rinunciare alla loro legislazione sul controllo del tabacco a seguito dell’azione legale dei produttori di sigarette in questi tribunali. E così via.

In questo caso, la differenza è che l’Unione Europea ha deciso di istituire un tribunale arbitrale “permanente”. Ma questo rimane comunque un tribunale arbitrale. Cioè, non è la legge del paese interessato che viene applicata, ma una specifica procedura di contrattazione tra “giudici”, “denuncianti” e Stati.

In tutto il mondo sono state compiute 850 azioni di questo tipo e la pena media per gli Stati condannati è di 410 milioni di euro. Il voto dell’Assemblea nazionale del 17 luglio non ha altro significato se non quello di convalidare l’esistenza di questo tribunale. In seguito, sarà automaticamente incluso in tutti gli altri accordi di libero scambio in sospeso.

Poiché non bisogna mai dimenticare che accordi bilaterali e regionali di questo tipo sono stati resi necessari dopo il fallimento del WTO [World Trade Organization, ndt] che pretendeva di negoziare un accordo globale. Dopo questo fallimento, il metodo è consistito nel firmare accordi regionali e nell’intrecciarli l’un con l’altro attraverso la clausola della nazione più favorita. Vedremo presto che il Canada, costretto a stare all’interno dell’accordo a cui ancora partecipa con il Messico e gli Stati Uniti [NAFTA, North American Free Trade Agreement, ndt], sarà la porta d’ingresso per le merci da tutta quest’area del Nord America verso il continente europeo.

Questo è un esempio che illustra il metodo di contaminazione a macchia di cui l’accordo con il Canada è uno degli elementi. Dalla conclusione dell’accordo CETA, l’Europa ha adottato il trattato JEFTA [Japan-EU Free Trade Agreement, ndt] con il Giappone, che copre complessivamente un terzo del commercio mondiale! E ancora più in profondità ci sono l’accordo con il Cile, la Nuova Zelanda, l’Australia, l’Indonesia, la Tunisia e così via.

Il discorso dell’Unione Europea è che in questo modo essa riesce ad imporre i suoi standard a livello mondiale attraverso questi accordi. Ovviamente non è così. Il caso dell’accordo con il Canada ne è un esempio drammatico.

Il Canada è uno dei principali produttori mondiali di verdure OGM. La sua legislazione non prevede nessuna rintracciabilità. È quindi impossibile controllare all’ingresso in Europa se in ciò che viene importato sono contenuti OGM. Abbiamo capito che la logica è quella del libero scambio globalizzato.

Questa è l’ideologia della fine del XX secolo. Oggi sappiamo tutti che l’incentivo dovrebbe andare alle attività di relocalizzazione. Che senso ha mettere la carne bovina canadese in concorrenza con la carne bovina europea fintanto che sia Canada sia Francia vuole avere carne bovina? E se vogliamo ridurre la percentuale di proteine derivate dalla carne nell’alimentazione, perché spingere per la produzione di massa quando, al contrario, è in una produzione più limitata e di qualità superiore che in futuro dovranno trovarsi nicchie di mercato della carne?

Il libero scambio ci spinge a produrre costantemente più di ciò che viene venduto. Dalla firma e all’entrata in vigore del CETA nel 2017, la quota canadese di petrolio e gas di scisto esportati in Europa è aumentata del 46%. Ciò significa che la produzione sul campo è aumentata di conseguenza. É questo il momento, nel bel mezzo dell’accelerazione della crisi climatica, di aumentare l’uso di questo tipo di energia ad alta emissione di carbonio?

L’introduzione di questi accordi in Europa è una spirale. Dopo l’accordo con il Canada e poi con il Giappone, in due anni la Francia ha ratificato tre importanti accordi di libero scambio.

Venerdì 28 giugno, infatti, la Commissione Europea ha annunciato la firma di un accordo di libero scambio con il Mercosur. Questa zona di scambio sudamericana comprende Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. Il mandato di negoziazione per la conclusione di questo trattato è stato conferito nel 1999. Il mandato comprende un elenco degli obiettivi da perseguire. E in 20 anni, nonostante le ripetute richieste delle associazioni, il suo contenuto non è mai stato reso pubblico. Inoltre, il testo integrale dell’accordo stesso non è ancora pubblico. La Commissione ha semplicemente messo online 17 pagine che dovrebbero riassumerlo, ma che sono piuttosto un esercizio di comunicazione.

Abbiamo ormai esperienza a riguardo: il crudo e provocatorio segreto che circonda questo tipo di documenti non è di buon auspicio. E in questo tipo di accordi, il diavolo è spesso nei dettagli. In ogni caso, nonostante tutta la retorica dei bei discorsi sulla lotta al cambiamento climatico, in particolare da parte di Macron, l’Unione Europea continua la sua corsa frenetica nella distruzione del mondo. L’accordo con il Mercosur arriva dopo l’entrata in vigore dell’accordo di libero scambio con il Canada, il CETA nel 2017, dopo la conclusione di un accordo con il Giappone, il JEFTA nel 2018, e la riapertura dei negoziati con gli Stati Uniti nel 2019 per il TTIP.

E ancora una volta si tratta di un disastro ecologico. Si tratta di eliminare il 91% dei dazi doganali del Mercosur sulle esportazioni europee e il 92% dei dazi doganali europei sulle esportazioni dei paesi del Mercosur. L’obiettivo di questi ultimi è in particolare quello di incrementare le loro esportazioni agricole verso l’Unione Europea. A tal fine, saranno autorizzati contingenti supplementari di esportazione di 99.000 tonnellate di carne bovina, 180.000 tonnellate di zucchero e 100.000 tonnellate di pollame con dazi doganali molto bassi.

I primi ad essere interessati sono naturalmente gli agricoltori europei. La carne, ad esempio, viene venduta a un prezzo inferiore del 30% rispetto a quella degli allevatori del nostro continente. I sindacati degli agricoltori stimano che 33.000 posti di lavoro nel settore agricolo nell’Unione Europea saranno minacciati ogni anno da questo accordo.

Nell’altra direzione, l’Unione Europea auspica un aumento delle esportazioni industriali: i dazi doganali sulle automobili, sulle attrezzature industriali o sui prodotti chimici saranno gradualmente eliminati sul versante sudamericano. I dirigenti tedeschi si strofinano le mani. I loro obiettivi hanno prevalso su tutti gli altri. Ma anche sul versante sudamericano l’allarme esiste. Si tratta del timore, espresso in particolare dalla Confederazione Generale dei Lavoratori Argentini, di un declino dell’industria e di una “re-primarizzazione dell’economia”. In altre parole, un ritorno all’epoca in cui questi paesi non avevano un’industria.

Il Brasile è il principale paese del Mercosur. È la nona potenza economica del mondo. È da questo paese che domani arriverà un numero ancora maggiore di esportazioni agricole rispetto ad oggi. Firmando con il Brasile, stiamo promuovendo un modello agricolo ultra-distruttivo per l’ambiente, che è stato aggravato negli ultimi sei mesi da Bolsonaro. È il più grande consumatore mondiale di pesticidi. Consuma il 18% del mercato mondiale da solo. Un terzo dei prodotti utilizzati nelle aziende agricole sono vietati in Europa a causa della loro pericolosità.

Ma, paradossalmente, sono le multinazionali europee, e in particolare quelle tedesche, a beneficiare di questo consumo eccessivo. Così, dal 2016, i quantitativi di prodotti vietati dall’Unione Europea esportati da Bayer in Brasile sono aumentati del 50%. Quelli esportati da BASF del 40%. Per la coltivazione del caffè, il 25% dei pesticidi autorizzati non lo sono alle nostre latitudini. Il raccolto di soia utilizza 30 prodotti che abbiamo bandito dal nostro continente. E negli ultimi sei mesi, il governo brasiliano di estrema destra ha firmato autorizzazioni per 239 nuovi pesticidi, più di uno al giorno.

E non è tutto. La politica agricola di Bolsonaro sta accelerando la deforestazione in Amazzonia. All’inizio del 2019, la sua velocità è aumentata del 54% grazie alle autorizzazioni concesse alle imprese agricole. L’allevamento di bestiame, che è l’obiettivo principale dell’accordo, è responsabile dell’80% del declino della foresta più grande del mondo. Lo stesso vale per la coltivazione della soia, per la quale l’Unione Europea non è autosufficiente.

Nell’ultimo mezzo secolo, il 20% della foresta primaria è scomparso. Si tratta sia di un polmone naturale la cui scomparsa aumenterebbe l’effetto serra, che di un ecosistema unico nel suo genere. La sua biodiversità si perderà per sempre. Con l’azione dell’agricoltura produttivista in Amazzonia, siamo al centro del disastro ecologico che si sta preparando su scala globale. Al centro del riscaldamento globale e del meccanismo che porta alla sesta estinzione delle specie.

L’accordo contiene, naturalmente, clausole relative alla biodiversità, al rispetto degli impegni internazionali sul clima o alla lotta contro la deforestazione. Le parole ci sono. Ma, come al solito, tutto rimarrà sotto forma di una frase che dipende dalla buona volontà dell’industria agroalimentare per la loro attuazione. In breve: niente di vincolante.

Non si può fare a meno di essere sbalorditi da tanta disprezzante disinvoltura verso i problemi del nostro tempo. Non si può concludere altrimenti che sottolineando come questa nuova era produttivista e finanziarizzata del capitalismo sia incapace di prendersi cura così poco dell’interesse umano generale. La logica del mercato porta sempre all’esatto contrario.

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29/01/2017

Usa-Messico. La realtà del muro e la realtà al di là del muro


È il 29 settembre 2006, al Senato degli Stati Uniti si vota la legge «Secure Fence Act» presentata dall’amministrazione repubblicana di George W. Bush, che stabilisce la costruzione di 1100 km di «barriere fisiche», fortemente presidiate, al confine col Messico per impedire gli «ingressi illegali» di lavoratori messicani. Dei due senatori democratici dell’Illinois, uno, Richard Durbin, vota «No»; l’altro invece vota «Sì»: il suo nome è Barack Obama, quello che due anni dopo sarà eletto presidente degli Stati uniti. Tra i 26 democratici che votano «Sì», facendo passare la legge, spicca il nome di Hillary Clinton, senatrice dello stato di New York, che due anni dopo diverrà segretaria di stato dell’amministrazione Obama. Hillary Clinton, nel 2006, è già esperta della barriera anti-migranti, che ha promosso in veste di first lady.

È stato infatti il presidente democratico Bill Clinton a iniziarne la costruzione nel 1994. Nel momento in cui entra in vigore il Nafta, l’Accordo di «libero» commercio nord-americano tra Stati Uniti, Canada e Messico. Accordo che apre le porte alla libera circolazione di capitali e capitalisti, ma sbarra l’ingresso di lavoratori messicani negli Stati Uniti e in Canada.

Il Nafta ha un effetto dirompente in Messico: il suo mercato viene inondato da prodotti agricoli statunitensi e canadesi a basso prezzo (grazie alle sovvenzioni statali), provocando il crollo della produzione agricola con devastanti effetti sociali per la popolazione rurale.

Si crea in tal modo un bacino di manodopera a basso prezzo, che viene reclutata nelle maquiladoras: migliaia di stabilimenti industriali lungo la linea di confine in territorio messicano, posseduti o controllati per lo più da società statunitensi che, grazie al regime di esenzione fiscale, vi esportano semilavorati o componenti da assemblare, reimportando negli Stati Uniti i prodotti finiti da cui ricavano profitti molto più alti grazie al costo molto più basso della manodopera messicana e ad altre agevolazioni.

Nelle maquiladoras lavorano soprattutto ragazze e giovani donne. I turni sono massacranti, il nocivo altissimo, i salari molto bassi, i diritti sindacali praticamente inesistenti. La diffusa povertà, il traffico di droga, la prostituzione, la dilagante criminalità rendono estremamente degradata la vita in queste zone. Basti ricordare Ciudad Juárez, alla frontiera con il Texas, tristemente famosa per gli innumerevoli omicidi di giovani donne, per lo più operaie delle maquiladoras.

Questa è la realtà al di là del muro: quello iniziato dal democratico Clinton, proseguito dal repubblicano Bush, rafforzato dal democratico Obama, lo stesso che il repubblicano Trump vuole completare su tutti i 3000 km di confine. Ciò spiega perché tanti messicani rischiano la vita (sono migliaia i morti) per entrare negli Stati Uniti, dove possono guadagnare di più, lavorando al nero a beneficio di altri sfruttatori.

Attraversare il confine è come andare in guerra, per sfuggire agli elicotteri e ai droni, alle barriere di filo spinato, alle pattuglie armate (molte di veterani delle guerre in Iraq e Afghanistan), addestrate dai militari con le tecniche usate nei teatri bellici. Emblematico il fatto che, per costruire alcuni tratti della barriera col Messico, l’amministrazione democratica Clinton usò negli anni Novanta le piattaforme metalliche delle piste da cui erano decollati gli aerei per bombardare l’Iraq nella prima guerra del Golfo, fatta dall’amministrazione repubblicana di George H.W. Bush. Utilizzando i materiali delle guerre successive, si può sicuramente completare la barriera bipartisan.

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27/01/2017

Trump evoca lo spettro della guerra commerciale con il Messico

La possibilità che il Messico paghi per il muro anti-migranti voluto dal neopresidente Usa Donald Trump "non è negoziabile". E' quanto ha ribadito oggi il ministro degli Esteri messicano Luis Videgaray, dopo che ieri Trump ha ventilato l'imposizione di dazi al 20% sull'import messicano per finanziare la barriera. Videgaray ha tenuto una conferenza stampa presso l'Ambasciata messicana a Washington, dove a breve era prevista una visita di stato del presidente messicano Pena Nieto che è stata sospesa dopo le dichiarazioni di Trump. “Se il Messico non vuole pagare per il tanto necessario muro, sarebbe meglio allora cancellare l'imminente incontro" aveva scritto su Twitter il neopresidente statunitense Trump aprendo una crisi senza precedenti con uno dei paesi vicini e dei partner commerciali più importanti.

Non è irrilevante rammentare che Messico e Stati Uniti hanno sottoscritto venticinque anni fa il Nafta (North American Free Trade Agreement) insieme al Canada. Il Nafta stabiliva l'immediata eliminazione dei dazi doganali su metà dei prodotti statunitensi diretti verso Messico e Canada e la graduale eliminazione di altri diritti doganali durante un periodo di circa 15 anni. Prevedeva inoltre la rimozione delle restrizioni fino ad allora vigenti su molte categorie di prodotti, inclusi motoveicoli, componenti di auto, computer, prodotti tessili e prodotti agricoli. Il Nafta entrò in vigore ufficialmente il 1 gennaio 1994, e in quell'occasione il mondo conobbe l'insurrezione dell'Ezln (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) e il subcomandante Marcos che si opponeva all'entrata in vigore del trattato. L'Accordo fu inizialmente osteggiato, sia negli Stati Uniti che in Canada, dai governi conservatori in materia di libero commercio, ma negli Stati Uniti riuscì ad essere approvato dopo che il Presidente Clinton fece della sua approvazione il suo cavallo di battaglia legislativa nel 1993 che portò al varo il 1 gennaio 1994.

Da allora l'interscambio commerciale e l'integrazione economica tra i due paesi è cresciuta enormemente (ovviamente in modo disuguale). Il Messico e' il terzo partner commerciale degli Stati Uniti ($531,1 mld) ed il secondo mercato di sbocco per le merci USA ($236,4 mld).

A partire dal gennaio 2000, le tariffe messicane per l'importazione di beni dagli Stati Uniti sono cadute dal 10 all'1,3%, mentre le tariffe per i prodotti messicani esportati negli USA sono state ridotte dal 4% allo 0,4%. Un'importante concessione fatta al Messico riguardava l'uso del meccanismo "duty drawback", in base al quale ai produttori messicani è stato concesso di esportare il bene finale senza pagare le tasse sugli input importati da paesi terzi. Questo ha favorito la crescita delle esportazioni degli impianti di assemblaggio denominati "maquiladoras" e che hanno visto centinaia di grandi e medie società statunitensi aprire stabilimenti oltre il confine messicano per poter usufruire di manodopera a basso costo, scarsi diritti sindacali e spesso un regime di terrore per le rivendicazioni dei lavoratori. Per sostenere l'industria maquiladora, dislocata nella fascia di confine con gli USA, nel novembre 2000 il Messico, che imponeva alte tasse sulle importazioni degli inputs provenienti da stati terzi, ha concesso riduzioni tariffarie applicando la clausola della nazione più favorita sulle importazioni di beni capitali per dare la possibilità agli imprenditori messicani di accedere agli input importati a prezzi competitivi.

La delocalizzazione produttiva impetuosa dagli Usa oltre il confine messicano, ha contribuito a destrutturare le imprese industriali statunitensi con anni di ricatti e azioni spregiudicate da parte dei padroni negli Usa. Per anni la working class statunitense ha visto il Nafta come la causa dei propri guai. Trump ha vinto le elezioni proprio solleticando e sollecitando questo risentimento pregresso, e adesso sta dando coerenza alle sue promesse fatte in campagna elettorale, anche a rischio di una guerra commerciale con un vicino più debole (il Messico) ma con l'ambizione di creare un precedente con altri partner di peso globale come Cina ed Unione Europea. E' evidente come si stia passando dall'imperialismo della globalizzazione all'imperialismo regressivo. Il mondo sta cambiando e sarà bene cominciare ad averne piena contezza.

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