Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/07/2019

Mélenchon: “Metter fine al libero scambio e alla sua logica devastatrice”

Nel bel mezzo delle vacanze estive, senza voto formale, il CETA [Comprehensive Economic and Trade Agreement, l’accordo economico e commerciale tra Canada e Unione Europea, ndt] verrà presentato all’Assemblea Nazionale. L’unico paese al mondo che immette sul mercato un animale geneticamente modificato e non menziona l’origine OGM delle sue verdure ottiene il diritto di commerciare liberamente con il mercato europeo.

Questo è l’ultimo accordo di libero scambio firmato dall’Unione europea che passerà al Parlamento nazionale. Dal maggio 2018, i governi europei hanno deciso che questo tipo di accordo sarebbe andato solo al Parlamento europeo. In questa occasione non votiamo senza ragione.

Il testo contiene una novità: la creazione di tribunali arbitrali. Questi consentirebbero alle società multinazionali di chiedere un risarcimento quando gli Stati adottano leggi ritenute contrarie ai loro interessi.

Sappiamo di cosa si tratta. È con questo tipo di tribunali che la Germania è stata condannata a pagare 1 miliardo di euro per la sua decisione di abbandonare il nucleare. Che l’Australia e la Nuova Zelanda hanno dovuto rinunciare alla loro legislazione sul controllo del tabacco a seguito dell’azione legale dei produttori di sigarette in questi tribunali. E così via.

In questo caso, la differenza è che l’Unione Europea ha deciso di istituire un tribunale arbitrale “permanente”. Ma questo rimane comunque un tribunale arbitrale. Cioè, non è la legge del paese interessato che viene applicata, ma una specifica procedura di contrattazione tra “giudici”, “denuncianti” e Stati.

In tutto il mondo sono state compiute 850 azioni di questo tipo e la pena media per gli Stati condannati è di 410 milioni di euro. Il voto dell’Assemblea nazionale del 17 luglio non ha altro significato se non quello di convalidare l’esistenza di questo tribunale. In seguito, sarà automaticamente incluso in tutti gli altri accordi di libero scambio in sospeso.

Poiché non bisogna mai dimenticare che accordi bilaterali e regionali di questo tipo sono stati resi necessari dopo il fallimento del WTO [World Trade Organization, ndt] che pretendeva di negoziare un accordo globale. Dopo questo fallimento, il metodo è consistito nel firmare accordi regionali e nell’intrecciarli l’un con l’altro attraverso la clausola della nazione più favorita. Vedremo presto che il Canada, costretto a stare all’interno dell’accordo a cui ancora partecipa con il Messico e gli Stati Uniti [NAFTA, North American Free Trade Agreement, ndt], sarà la porta d’ingresso per le merci da tutta quest’area del Nord America verso il continente europeo.

Questo è un esempio che illustra il metodo di contaminazione a macchia di cui l’accordo con il Canada è uno degli elementi. Dalla conclusione dell’accordo CETA, l’Europa ha adottato il trattato JEFTA [Japan-EU Free Trade Agreement, ndt] con il Giappone, che copre complessivamente un terzo del commercio mondiale! E ancora più in profondità ci sono l’accordo con il Cile, la Nuova Zelanda, l’Australia, l’Indonesia, la Tunisia e così via.

Il discorso dell’Unione Europea è che in questo modo essa riesce ad imporre i suoi standard a livello mondiale attraverso questi accordi. Ovviamente non è così. Il caso dell’accordo con il Canada ne è un esempio drammatico.

Il Canada è uno dei principali produttori mondiali di verdure OGM. La sua legislazione non prevede nessuna rintracciabilità. È quindi impossibile controllare all’ingresso in Europa se in ciò che viene importato sono contenuti OGM. Abbiamo capito che la logica è quella del libero scambio globalizzato.

Questa è l’ideologia della fine del XX secolo. Oggi sappiamo tutti che l’incentivo dovrebbe andare alle attività di relocalizzazione. Che senso ha mettere la carne bovina canadese in concorrenza con la carne bovina europea fintanto che sia Canada sia Francia vuole avere carne bovina? E se vogliamo ridurre la percentuale di proteine derivate dalla carne nell’alimentazione, perché spingere per la produzione di massa quando, al contrario, è in una produzione più limitata e di qualità superiore che in futuro dovranno trovarsi nicchie di mercato della carne?

Il libero scambio ci spinge a produrre costantemente più di ciò che viene venduto. Dalla firma e all’entrata in vigore del CETA nel 2017, la quota canadese di petrolio e gas di scisto esportati in Europa è aumentata del 46%. Ciò significa che la produzione sul campo è aumentata di conseguenza. É questo il momento, nel bel mezzo dell’accelerazione della crisi climatica, di aumentare l’uso di questo tipo di energia ad alta emissione di carbonio?

L’introduzione di questi accordi in Europa è una spirale. Dopo l’accordo con il Canada e poi con il Giappone, in due anni la Francia ha ratificato tre importanti accordi di libero scambio.

Venerdì 28 giugno, infatti, la Commissione Europea ha annunciato la firma di un accordo di libero scambio con il Mercosur. Questa zona di scambio sudamericana comprende Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. Il mandato di negoziazione per la conclusione di questo trattato è stato conferito nel 1999. Il mandato comprende un elenco degli obiettivi da perseguire. E in 20 anni, nonostante le ripetute richieste delle associazioni, il suo contenuto non è mai stato reso pubblico. Inoltre, il testo integrale dell’accordo stesso non è ancora pubblico. La Commissione ha semplicemente messo online 17 pagine che dovrebbero riassumerlo, ma che sono piuttosto un esercizio di comunicazione.

Abbiamo ormai esperienza a riguardo: il crudo e provocatorio segreto che circonda questo tipo di documenti non è di buon auspicio. E in questo tipo di accordi, il diavolo è spesso nei dettagli. In ogni caso, nonostante tutta la retorica dei bei discorsi sulla lotta al cambiamento climatico, in particolare da parte di Macron, l’Unione Europea continua la sua corsa frenetica nella distruzione del mondo. L’accordo con il Mercosur arriva dopo l’entrata in vigore dell’accordo di libero scambio con il Canada, il CETA nel 2017, dopo la conclusione di un accordo con il Giappone, il JEFTA nel 2018, e la riapertura dei negoziati con gli Stati Uniti nel 2019 per il TTIP.

E ancora una volta si tratta di un disastro ecologico. Si tratta di eliminare il 91% dei dazi doganali del Mercosur sulle esportazioni europee e il 92% dei dazi doganali europei sulle esportazioni dei paesi del Mercosur. L’obiettivo di questi ultimi è in particolare quello di incrementare le loro esportazioni agricole verso l’Unione Europea. A tal fine, saranno autorizzati contingenti supplementari di esportazione di 99.000 tonnellate di carne bovina, 180.000 tonnellate di zucchero e 100.000 tonnellate di pollame con dazi doganali molto bassi.

I primi ad essere interessati sono naturalmente gli agricoltori europei. La carne, ad esempio, viene venduta a un prezzo inferiore del 30% rispetto a quella degli allevatori del nostro continente. I sindacati degli agricoltori stimano che 33.000 posti di lavoro nel settore agricolo nell’Unione Europea saranno minacciati ogni anno da questo accordo.

Nell’altra direzione, l’Unione Europea auspica un aumento delle esportazioni industriali: i dazi doganali sulle automobili, sulle attrezzature industriali o sui prodotti chimici saranno gradualmente eliminati sul versante sudamericano. I dirigenti tedeschi si strofinano le mani. I loro obiettivi hanno prevalso su tutti gli altri. Ma anche sul versante sudamericano l’allarme esiste. Si tratta del timore, espresso in particolare dalla Confederazione Generale dei Lavoratori Argentini, di un declino dell’industria e di una “re-primarizzazione dell’economia”. In altre parole, un ritorno all’epoca in cui questi paesi non avevano un’industria.

Il Brasile è il principale paese del Mercosur. È la nona potenza economica del mondo. È da questo paese che domani arriverà un numero ancora maggiore di esportazioni agricole rispetto ad oggi. Firmando con il Brasile, stiamo promuovendo un modello agricolo ultra-distruttivo per l’ambiente, che è stato aggravato negli ultimi sei mesi da Bolsonaro. È il più grande consumatore mondiale di pesticidi. Consuma il 18% del mercato mondiale da solo. Un terzo dei prodotti utilizzati nelle aziende agricole sono vietati in Europa a causa della loro pericolosità.

Ma, paradossalmente, sono le multinazionali europee, e in particolare quelle tedesche, a beneficiare di questo consumo eccessivo. Così, dal 2016, i quantitativi di prodotti vietati dall’Unione Europea esportati da Bayer in Brasile sono aumentati del 50%. Quelli esportati da BASF del 40%. Per la coltivazione del caffè, il 25% dei pesticidi autorizzati non lo sono alle nostre latitudini. Il raccolto di soia utilizza 30 prodotti che abbiamo bandito dal nostro continente. E negli ultimi sei mesi, il governo brasiliano di estrema destra ha firmato autorizzazioni per 239 nuovi pesticidi, più di uno al giorno.

E non è tutto. La politica agricola di Bolsonaro sta accelerando la deforestazione in Amazzonia. All’inizio del 2019, la sua velocità è aumentata del 54% grazie alle autorizzazioni concesse alle imprese agricole. L’allevamento di bestiame, che è l’obiettivo principale dell’accordo, è responsabile dell’80% del declino della foresta più grande del mondo. Lo stesso vale per la coltivazione della soia, per la quale l’Unione Europea non è autosufficiente.

Nell’ultimo mezzo secolo, il 20% della foresta primaria è scomparso. Si tratta sia di un polmone naturale la cui scomparsa aumenterebbe l’effetto serra, che di un ecosistema unico nel suo genere. La sua biodiversità si perderà per sempre. Con l’azione dell’agricoltura produttivista in Amazzonia, siamo al centro del disastro ecologico che si sta preparando su scala globale. Al centro del riscaldamento globale e del meccanismo che porta alla sesta estinzione delle specie.

L’accordo contiene, naturalmente, clausole relative alla biodiversità, al rispetto degli impegni internazionali sul clima o alla lotta contro la deforestazione. Le parole ci sono. Ma, come al solito, tutto rimarrà sotto forma di una frase che dipende dalla buona volontà dell’industria agroalimentare per la loro attuazione. In breve: niente di vincolante.

Non si può fare a meno di essere sbalorditi da tanta disprezzante disinvoltura verso i problemi del nostro tempo. Non si può concludere altrimenti che sottolineando come questa nuova era produttivista e finanziarizzata del capitalismo sia incapace di prendersi cura così poco dell’interesse umano generale. La logica del mercato porta sempre all’esatto contrario.

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09/05/2019

Per quelli che “la Ue difende la democrazia”... No, la distrugge

La Corte di giustizia UE di Bruxelles – da non confondere mai con la Corte dei diritti umani di Strasburgo, che NON È una istituzione comunitaria – ne ha combinata un’altra delle sue. In questi anni le sue sentenze liberiste hanno colpito i diritti dei lavoratori, i servizi pubblici, lo stato sociale, nel nome del mercato e del liberismo più sfacciato.

Ora la Corte ha dato valore di legge per ogni Stato dell’Unione alla parte più vergognosa e pericolosa del CETA, il trattato firmato tra UE e Canada a favore della distruzione delle regole e dei controlli pubblici sulla produzione e sulla circolazione delle merci.

La Corte ha approvato e reso operativo l’arbitrato internazionale, cioè una multinazionale che voglia diffondere il glifosato cancerogeno in Italia, e se lo veda proibito dallo Stato, potrà fare causa allo Stato stesso e chiedere ad arbitri internazionali, di sua fiducia, di emettere la sentenza.

Un principio che annulla la sovranità democratica di un paese nel nome del profitto multinazionale.

Questa sentenza è grave anche perché la UE, nel silenzio e nella complicità sia degli “europeisti” sia dei “finti sovranisti”, ha riaperto le trattative con gli USA per il famigerato TTIP, un CETA più in grande.

Quando sentirete la propaganda europeista parlare di democrazia, ambiente salute, fate conoscere questa sentenza, inappellabile per i trattati capestro che comandano la UE.

E spiegate che la UE non è il presidio della democrazia europea, ma il primo strumento della sua distruzione.

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19/07/2018

Doppio standard sui Trattati commerciali. Il governo non alza il tiro su Bruxelles

Il ministro del Lavoro e vicepremier Di Maio ha adottato una linea piuttosto contraddittoria in materia di trattati commerciali europei.

Di Maio, nel corso della assemblea della Coldiretti aveva definito scellerato il CETA, il trattato di libero scambio tra Ue e Canada, aveva annunciato che il Parlamento non lo ratificherà e addirittura che sarebbero stati rimossi i funzionari dello Stato che sostengono il CETA.

Sul CETA quindi ha tenuto duro, “Se rimane così il governo italiano non lo ratificherà, se invece si vuole avviare un monitoraggio per correggerlo allora siamo disponibili” aggiungendo poi che: “Noi valutiamo il Ceta nel suo complesso. Il Canada sta esportando grano trattato col glifosato e le loro carni sono piene di ormoni. C’è un problema di salute e uno riguardante la parte più debole della filiera che verrebbe massacrata dal trattato. Il CETA così com’è non passa in Parlamento”.

Nel caso del CETA però, la ratificazione di un accordo commerciale, normalmente di stretta competenza degli organi europei (la politica commerciale non è decisa dagli stati nazionali), è stata devoluta ai parlamenti nazionali. Diversamente invece sta accadendo con il JEFTA (il trattato di scambio commerciale tra Unione Europea e Giappone) dove il parlamento nazionale non ha potere decisionale. Contano invece le decisioni politiche dei governi e l’orientamento del parlamento europeo.

Per non fare i conti con questo “dettaglio”, dopo qualche giorno lo stesso Di Maio ha infatti dato il via libera al JEFTA, dimostrando su questo come l’attuale governo sia in continuità con quelli precedenti. L’intesa sul JEFTA è stata firmata il 17 luglio scorso, dal presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker e dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk da un lato e dal premier giapponese Shinzo Abe.

All’inizio l’accordo riguarderà principalmente i prodotti alimentari – carne, formaggi, vino e cioccolato – e automobili, con marchi come Toyota e Honda che, con ogni probabilità dovrebbero diffondersi ancora di più nel mercato europeo.

Il Jefta, così come il Ceta aprono la porta alla manomissione del controllo sulla qualità dei prodotti e alla liberalizzazione dei servizi, nonché ad un ulteriore colpo ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici e alla economia delle piccole imprese. Altro che prima gli italiani qui siamo a prima le multinazionali!

L’Intergruppo Parlamentare No CETA, costituitosi già nella scorsa legislatura e composto da deputati e senatori di tutti gli schieramenti, ha chiesto pubblicamente a Di Maio, di far sospendere la firma del Trattato UE-Giappone (JEFTA) e di riferire in Parlamento su un via libera rilasciato senza adeguata consultazione. La Campagna Stop TTIP/Stop CETA si è associata alla richiesta e rilancia la proposta di un incontro con il Ministro per ribadire le proprie preoccupazioni sugli effetti a catena di una eventuale approvazione del JEFTA.

In base al Jefta, il Giappone cancellerà le tariffe su formaggi europei come Gouda e Cheddar (oggi al 29,8%), ma anche quelle sul vino, attualmente soggetto a dazi medi del 15%.

Abolite anche le tariffe sulla carne di maiale (quella processata, su quella fresca si prevede una riduzione dei dazi), mentre quelle sulla carne bovina scenderanno dall’attuale 38,5% al 9%, nel corso di 15 anni. Secondo i calcoli di Bruxelles, l’export di carne e formaggio verso il Giappone dovrebbe salire in futuro del 170-180 per cento, per un valore complessivo di 10 miliardi di euro.

Niente dazi nemmeno su sostanze chimiche, materie plastiche, tessili e cosmetici. Per le calzature invece l’imposizione calerà dal 30% al 21% subito, per poi arrivare alla definitiva soppressione nell’arco di un decennio. Nello stesso arco di tempo infine, verranno cancellati i dazi sui prodotti in cuoio.

Questa vicenda dei trattati commerciali si presta a numerose considerazioni sugli interessi in gioco e le forze in campo in quella che abbiamo definito la competizione globale.

1) In primo luogo questi trattati continuano a reggersi e ad alimentare il dominio del liberscambismo nelle relazioni commerciali. In pratica a blindare la cornice legale per lo strapotere delle multinazionali. Per imporre questa filosofia ultraliberista, si evoca sempre e subito lo spettro del protezionismo come rischio opposto. Non è così. La difesa del mercato interno (sia in termini di produzione che di salari e consumi) non è un orrore economico, anzi è un presupposto per relazioni commerciali internazionali più equilibrate e meno esposte allo strapotere dei più forti, in particolari delle multinazionali.

2) Le oligarchie europee che spingono per la firma dei trattati commerciali con il Canada (CETA) o con il Giappone (JEFTA), la condiscono come una sfida al protezionismo di Trump che ha avviato i dazi contro l’Unione Europea e, come prevedibile, mandato in soffitta il TTIP (il trattato commerciale tra Usa e Ue). Quindi li usano come una leva della competizione globale e non certo per la tutela del mercato interno e delle condizioni di lavoratori, consumatori, piccole imprese strangolate dalla concentrazione intorno ai grandi gruppi multinazionali.

3) Viene dato per scontato il fallace presupposto che “dentro l’Unione Europea” tutti traggano vantaggio allo stesso modo dei benefici del libero scambio, in questo caso con Canada e Giappone. I fatti dicono che non è così. Se è vero che l’euro è la moneta comune europea, è anche vero che dentro l’Eurozona la divisione del lavoro sta arricchendo alcuni (es. la Germania e le sue multinazionali) e impoverendo altri (i paesi Piigs ad esempio). Al contrario, proprio il libero scambio con altre aree rispecchia e rispetta perfettamente questa gerarchia interna all’eurozona. E’ evidente che i lavoratori e i consumatori in paesi come l’Italia, la Spagna o la Grecia abbiano tutto da rimetterci.

Conclusione: è meglio non sottoscrivere i trattati commerciali fondati sul libero scambio, né con il Giappone né con il Canada o gli Usa. Ma è meglio ancora far saltare la gabbia dell’eurozona per riscrivere completamente le relazioni economiche e internazionali del nostro e degli altri paesi “colonizzati” o fondatori che siano dell’Unione Europea.

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15/06/2018

Il governo è “NO global”? Stop alla ratifica del trattato Ceta

Se va fino in fondo, saranno molti i no global “de sinistra” che saranno costretti a porsi domande inedite. Il Ministro delle Politiche Agricole Gian Marco Centinaio (Lega), ha infatti annunciato l’intenzione del Governo di chiedere al Parlamento di non ratificare il trattato CETA e gli altri accordi simili, come veniva indicato nel contratto di governo. “La decisione di non ratificare il trattato di libero scambio con il Canada (CETA) è una scelta giusta di fronte ad un accordo sbagliato e pericoloso per l’Italia contro il quale si è sollevata una vera rivolta popolare che ci ha visti protagonisti su tutto il territorio nazionale dove hanno già espresso contrarietà 15 regioni, 18 province 2500 comuni e 90 Consorzi di tutela delle produzioni a denominazioni di origine” afferma raggiante il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo. Nel Parlamento uscito dalle urne il 4 marzo c’è peraltro una ampia maggioranza assoluta trasversale contraria al trattato e in qualche modo condizionata dalla mobilitazione NO CETA che ha visto insieme una inedita alleanza tra diverse organizzazioni come Coldiretti, Cgil, Arci, Adusbef, Movimento Consumatori, Legambiente, Greenpeace, Slow Food International, Federconsumatori, Acli Terra e Fair Watch, ma anche partiti politici come il Prc, la Lega e il M5S.

L’accordo sul Ceta è entrato in vigore in via provvisoria il 21 settembre 2017 in attesa di essere ratificato da tutti i Parlamenti degli Stati membri dell’Ue, ma al momento, per le forti opposizioni, per la ratifica del trattato si sono espressi solo 11 Paesi su 28 ossia Danimarca, Lettonia, Estonia, Lituania, Malta, Spagna, Portogallo, Croazia, Repubblica Ceca, Austria e Finlandia. Per l’Italia l’opposizione si fonda soprattutto dal fatto che con il CETA, l’Unione Europea legittima in un trattato internazionale il “pirataggio” alimentare a danno dei prodotti Made in Italy più prestigiosi, accordando esplicitamente il via libera alle imitazioni.

Si conferma così come questa “triade” di governo (euristi-leghisti-pentastellati) su alcuni temi agirà in modo diverso da quello dei governi precedenti (il Pd avrebbe ratificato il Ceta ancora prima che venisse proposto). Dentro il governo esistono e agiscono forze e interessi diversificati tra loro. Abbiamo scritto solo pochi giorni fa che “non vedere questa compresenza, e i diversi profili, porta ad immaginare una opposizione sociale e politica “come prima”, indifferenziata. Come se fossero tutti uguali e rappresentanti degli stessi interessi. Ma chi non riesce a vedere queste contraddizioni nel nuovo governo non può neanche combatterlo efficacemente”.

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24/09/2017

Il trattato Ceta sposta la sovranità dai popoli alle multinazionali


Quello che segue è un articolo che descrive con grande chiarezza il contenuto politico e strategico del trattato “di libero scambio” tra l’Unione Europea e il Canada. Ricordiamo che un trattato assolutamente simile con gli Stati Uniti, il Ttip, è invece praticamente morto dopo l’elezione di Donald Trump (anche se godeva di pessima salute già prima).

Il contenuto principale di questo trattato riguarda infatti l’affermazione della prevalenza del diritto delle imprese al profitto a scapito della possibilità degli Stati – e persino dell’Unione Europea – di adottare qualsiasi decisione (in materia ambientale, fiscale, contrattuale, ecc.) che possa danneggiare quel profitto.

Le conseguenze sono epocali, anche se poco analizzate.

In pratica, qualsiasi maggioranza politica venga eletta per governare un paese si ritroverà impotente a limitare questo strapotere delle aziende (che saranno ovviamente soprattutto quelle di dimensione sovranazionale). Questo svuota di senso i famosi “programmi elettorali”, i cui estensori dovranno esercitarsi con molta fantasia su temi decisamente secondari (la produzione e distribuzione della ricchezza è quello determinante).

Il meccanismo giuridico fissato nel Ceta è addirittura dispotico: le imprese hanno la possibilità di citare in giudizio gli Stati che dovessero varare normative per loro “dannose”, ma gli Stati non potranno fare altrettanto in caso di pratiche criminali delle imprese (sostanze cancerogene o velenose non dichiarate nei loro prodotti).

Soprattutto, la “corte giudicante” sarà di tipo arbitrale e formata da avvocati specialisti in commercio internazionale. Non è difficile immaginare l’orientamento che avranno le future sentenze...

In pratica, gli Stati firmatari dell’accordo accettano di obbedire a delle imprese private nate o basate in altri paesi.

Tecnicamente è una rinuncia alla sovranità a favore di interessi privati. Politicamente è la fine della democrazia e della stessa politica.


Sappiamo bene che nel corso degli ultimi 25 anni – soprattutto in Italia – la “sovranità” è diventata una parola dannata, sapientemente associata al “nazionalismo”, dunque alle destre revansciste, da un vasto fronte di opinion maker e ideologi a busta paga delle grandi imprese. E sappiamo altrettanto bene come siano state proprio le destre ad avvantaggiarsene per prime, sfruttando il malessere sociale determinato dalla torsione sistemica market oriented iniziata ai tempi di Reagan e Thatcher.

Il tentativo di incanalare tutte le riflessioni sul rapporto tra “Stato e mercato” nella sterile alternativa sovranismo/“comunità internazionale” (fascismo/accettazione dello statu quo) sembrava quasi perfettamente riuscito, con molta sinistra impiccatasi con le proprie mani al gancio dell’“internazionalismo del capitale” (che è il rovescio esatto dell’internazionalismo tra lavoratori; basti vedere come le imprese multinazionali giochino da decenni sulle differenze salariali tra paesi e aree del mondo, investendo e fuggendo a proprio piacimento).

In America Latina i movimenti progressisti e rivoluzionari non avevano abboccato a quel gancio, ben coscienti che semmai andava recuperata la capacità di autodeterminare le politiche economiche e sociali, da sempre pesantemente condizionate dalle multinazionali statunitensi e dal loro governo.

Ora, qui in Europa, la Catalogna sta mostrando come il recupero (o la conquista) della sovranità sia una condizione imprescindibile per poter decidere liberamente. Come ricordavamo qualche giorno fa, il concetto di sovranità – in soldoni: il soggetto della decisione – ha una lunga storia e un grande peso nel pensiero democratico e rivoluzionario (ha sostituito il monarca per diritto divino con “il popolo”).

Il trattato Ceta e altri simili spostano ora l’autorità decisionale dal popolo all’impresa. Ossia a un monarca che non ha e neppure cerca una legittimazione, ma che vede “i popoli” (senza neanche star lì a distinguere tra lavoratori e altre figure sociali) come un puro bacino di plusvalore estraibile oppure ostacolo da “asfaltare”.

In effetti, l’intero processo di costruzione dell’Unione Europea – quello effettivamente praticato, non certo gli “ideali di Ventotene” – persegue questo obiettivo; e con particolare forza a partire dagli accordi di Maastricht (1992), subito dopo il crollo dell’Urss. Ma non c’è dubbio che anche questo quasi-stato continentale, dalle attribuzioni complicatissime, verrà bypassato come soggetto decisionale da qualsiasi multinazionale sufficientemente potente.

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L’entrata in vigore del CETA è uno scandalo per la democrazia

Tradotto da Margherita Russo per http://vocidallestero.it/

Il trattato CETA è entrato in vigore, nel quasi totale silenzio dei media nazionali, lo scorso 21 settembre. Jacques Sapir fa il punto di ciò che adesso ci aspetta, ed il quadro è purtroppo tutt’altro che rassicurante: oltre ai rischi per la salute e per l’ambiente, il CETA rappresenta un grave vulnus alla sovranità nazionale e ai principi democratici.

Di Jacques Sapir - 22 settembre 2017

Il CETA, trattato di libero scambio con il Canada, è infine entrato in vigore giovedì 21 settembre, ad eclatante dimostrazione di come gli Stati abbiano rinunciato alla loro sovranità, lasciando spazio ad un nuovo diritto, indipendente dal diritto degli stessi Stati e non soggetto ad alcun controllo democratico.

Il CETA sarebbe, sulla carta, un “trattato di libero scambio”. In realtà però prende di mira le normative non-tariffarie che alcuni Stati potrebbero adottare, in particolare in materia di protezione ambientale. A tal riguardo, c’è da temere che il CETA possa dare l’avvio a una corsa a smantellare le norme di protezione.

A ciò si aggiungono i pericoli scaturenti dal meccanismo di protezione degli investimenti contenuto nel trattato. Il CETA crea infatti un sistema di protezione per gli investitori tra l’Unione Europea e il Canada che, grazie all’istituzione di un tribunale arbitrale, permetterà loro di citare in giudizio uno Stato (o una decisione dell’Unione Europea) nel caso in cui un provvedimento pubblico adottato da tale Stato possa compromettere “le legittime aspettative di guadagno dall’investimento”.

In altre parole, la cosiddetta clausola ISDS (o RDIE) è in pratica un meccanismo di protezione dei guadagni futuri. E si tratta di un meccanismo unilaterale: nel quadro di questa disciplina, nessuno Stato può, da parte sua, citare in giudizio un’impresa privata. È chiaro quindi che il CETA metterà gli investitori in condizione di opporsi ai provvedimenti politici ritenuti contrari ai loro interessi.

Questa procedura, che rischia di essere molto dispendiosa per gli Stati, avrà certamente effetti dissuasivi già con una semplice minaccia di processo. Al riguardo, non dimentichiamo che, a seguito della dichiarazione della Dow Chemical di voler portare la causa in tribunale, il Quebec fu costretto a far marcia indietro sul divieto di una sostanza, sospettata di essere cancerogena, contenuta in un diserbante commercializzato da questa impresa.

Vi sono inoltre dubbi in merito alla reciprocità: si fa presto a dire che il trattato apre i mercati canadesi alle imprese europee, tanto più che il mercato dell’Unione Europea è già adesso aperto alle imprese canadesi. Ma basta solo guardare alla sproporzione tra le popolazioni per capire chi ci guadagnerà.

Al di là di questo, c’è il problema più ampio del libero scambio, in particolare dell’interpretazione del libero scambio che si evince dal trattato. Al centro si trovano gli interessi delle multinazionali, che di certo non coincidono con quelli dei consumatori né dei lavoratori.

I rischi rappresentati dal CETA riguardano quindi la salute pubblica e, senz’ombra di dubbio, la sovranità. Ma ancora più grave è anche la minaccia posta dal trattato alla democrazia.

Al momento della sua votazione finale nel Parlamento Europeo, tra i rappresentanti francesi sono stati quattro i gruppi a votare contro: il Fronte di Sinistra, gli ambientalisti dell’EELV, il Partito Socialista e il Front National. Un’alleanza forse meno anomala di quanto sembri, se si prendono in considerazione i problemi sollevati dal trattato. È indicativo il fatto che sia stato rigettato dalle delegazioni di 3 dei 5 paesi fondatori della Comunità Economica Europea, e dalle seconda e terza maggiori economie dell’Eurozona. Ciononostante è stato ratificato dal Parlamento Europeo il 15 febbraio 2017, e deve adesso passare la ratifica dei singoli parlamenti nazionali.

Nondimeno, è già considerato parzialmente in vigore prima della ratifica da parte degli organi rappresentativi nazionali. Il CETA è quindi entrato in vigore provvisoriamente e parzialmente il 21 settembre 2017 per gli aspetti riguardanti le competenze esclusive dell’UE, ad esclusione, per il momento, di certi aspetti di competenza concorrente che necessitano di votazione da parte dei paesi membri dell’UE, in particolare le parti riguardanti i tribunali arbitrali e la proprietà intellettuale. Ma anche così, circa il 90% delle disposizioni dell’accordo vengono già applicate.

Ciò rappresenta un grave problema politico di democrazia. Come se non bastasse, anche nel caso in cui un paese dovesse rigettare la ratifica del CETA, quest’ultimo resterebbe comunque in vigore per tre anni. È evidente che è stato fatto di tutto perché il trattato fosse formulato ed applicato al di fuori del controllo della volontà popolare.

In effetti questo non è affatto ciò che normalmente si definirebbe un trattato di “libero scambio”. Si tratta di un trattato il cui scopo è essenzialmente imporre norme decise dalle multinazionali ai singoli parlamenti degli Stati membri dell’Unione Europea. Se ciò che si voleva dare era una dimostrazione della natura profondamente anti-democratica dall’UE, non si poteva certamente fare di meglio.

Ciò pone un problema sia democratico che di legittimità di chi si è fatto fautore del trattato. In Francia uno solo dei candidati alle elezioni presidenziali, Emmanuel Macron, si era dichiarato apertamente a favore del CETA. Anche uno dei suoi principali sostenitori, Jean-Marie Cavada, aveva votato al Parlamento europeo per l’adozione del trattato. Si profila quindi nelle elezioni presidenziali, e non per la prima volta nella nostra storia, il famigerato “partito dall’esterno” che a suo tempo (per l’esattezza il 6 dicembre 1978) era stato denunciato da Jacques Chirac dall’ospedale di Cochin...[1]

Prima della sua nomina a ministro del governo di Edouard Philippe, Nicolas Hulot aveva preso nettamente posizione contro il CETA. La sua permanenza al governo, a queste condizioni, ha il valore di un voltafaccia. Come ministro della Transizione Ambientale (sic), non ha sicuramente finto un certo rammarico lo scorso venerdì mattina su Europe 1. Ha riconosciuto che la commissione di valutazione nominata da Edouard Philippe lo sorso luglio aveva identificato diversi potenziali pericoli contenuti nel trattato. Ma ha anche aggiunto: “...i negoziati erano ormai arrivati a un punto tale che, a meno di non rischiare un incidente diplomatico con il Canada, che certamente vorremmo evitare a tutti i costi, sarebbe stato difficile bloccarne la ratifica”.

Questa è una perfetta descrizione dei meccanismi di irreversibilità deliberatamente incorporati nel trattato. Non dimentichiamo inoltre che, prima di essere nominato ministro della Transizione Ambientale, l’ex-presentatore televisivo aveva più volte dichiarato che il CETA non era “compatibile con il clima”. Si può qui immaginare quanto fosse grande la spada che ha dovuto ingoiare: praticamente una sciabola.

Da parte sua, fin dalla sua elezione Emmanuel Macron si è presentato come difensore allo stesso tempo dell’ecologia e del pianeta riprendendo, capovolgendolo, lo slogan di Donald Trump “Make the Planet Great Again”. Ha spesso ribadito questo concetto, sia alle Nazioni Unite che in occasione del suo viaggio alle Antille dopo l’uragano “Irma”. Ma non si può ignorare che il suo impegno a favore del CETA e la sua sottomissione alle regole dell’Unione Europea, che ha comunque registrato un terribile ritardo sulla questione degli interferenti endocrini, dimostrino come non sia decisamente l’ecologia a motivarlo, e che al massimo questa non sia che un pretesto per una comunicazione di pessimo gusto e di bassa lega.

È dunque necessario avere ben chiare le conseguenze dell’applicazione del CETA, oltre alla minaccia che esso rappresenta per la sovranità nazionale, la democrazia e la sicurezza del paese.

[1] Haegel F., « Mémoire, héritage, filiation: Dire le gaullisme et se dire gaulliste au RPR », Revue française de science politique, vol. 40, no 6,‎ 1990, p. 875

Fonte

22/06/2017

Zitti zitti, quatti quatti, vogliono approvare il Ceta

Il degrado della nostra democrazia è ben rappresentato dal fatto che uno scontro megagalattico stia accompagnando la discussione su una legge all’acqua di rose sullo ius soli, mentre il senato si prepara ad approvare nel silenzio generale il famigerato trattato CETA.

Il trattato è quello stipulato tra Unione Europea e Canada e serve a far passare liberamente la globalizzazione più selvaggia e distruttiva, travolgendo le poche regole rimaste a difesa dei lavoratori, dei consumatori, dei cittadini. Il succo del trattato è il via libera ai prodotti, ai servizi e alle attività delle grandi multinazionali, secondo le regole loro e del paese più disponibile verso di esse. E se qualche Stato dovesse decidere di opporsi in nome delle proprie leggi su lavoro, salute e ambiente, le multinazionali potrebbero citarlo in giudizio in un arbitrato, gestito a condizioni, per esse, di favore.

La extragiudizialità dei grandi fruitori di profitti rispetto agli stati diventa legge, lo stesso privilegio di fronte alla giustizia comune di cui nel Medio Evo godevano prìncipi e baroni.

Il CETA è una “Bolkestein” globale ed è perfettamente eguale all’altro trattato, sul quale invece l’opinione pubblica europea era stata in grado di fermare i suoi folli governi: il TTIP con gli Stati Uniti. Forse perché la potenza degli USA intimoriva di più, alla fine anche Hollande e Merkel bloccarono la ratifica di quel trattato. Non il governo italiano, però, che servo tra i servi ha invece continuato a dichiararsi favorevole ad esso.

Bloccato il TTIP, il CETA con il più simpatico Canada è diventato lo strumento, il cavallo di Troia, per far passare la stesse devastazione di massa dei diritti. Tutta la stampa italiana ha incensato il gentile e fascinoso leader canadese, Trudeau, che omaggiava le vittime del terremoto. Era una bella opera di promozione di un trattato che toglierà le barriere alla importazione del grano duro, che in Nord America si coltiva con largo uso del cancerogeno glifosato.

Le multinazionali USA, in attesa che passi il trattato con il loro paese, potranno così utilizzare le loro sedi canadesi ed il CETA per ottenere subito il via libera ai loro affari, per noi, più distruttivi.

La ratifica del CETA avviene da parte di un parlamento dove quasi tutti, poi, si pentono dei trattati che firmano ed approvano. La mostruosa riscrittura dell’articolo 81 della Costituzione, che ha costituzionalizzato l’austerità europea, è avvenuta quasi alla unanimità nelle due Camere, ma ora non si trova chi l’abbia votata. Tutti oggi dicono di voler cambiare i trattati europei, ma fanno finta di non saper che ogni modifica di quei trattati richiederebbe l’unanimità degli Stati, quindi il consenso della Germania.

Tutti dicono di voler cambiare i trattati dopo, ma pochi cercano di fermarli prima.

Il CETA è un attentato ai diritti e alla democrazia, per me chi lo approva dovrà essere considerato nemico, ma anche chi si occupa d’altro mentre proprio qui dovrebbe rovesciare il tavolo, anche chi lo lascia passare in silenzio dovrà essere chiamato alle sue responsabilità. Una democrazia muore per colpa di chi la colpisce, ma anche di chi volge lo sguardo da un’altra parte.

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16/02/2017

Chi sono gli eurodeputati che hanno approvato il Ceta, trattato di “libero scambio” tra Canada e Unione Europea

Il Parlamento europeo ieri ha approvato il Ceta, il trattato di libero scambio tra Canada e Unione Europea. A favore del Ceta hanno votato 408 parlamentari, contro 254 che si sono invece pronunciati contro. Più sotto la "lista nera" degli eurodeputati italiani che hanno votato a favore. Adesso gran parte dell’accordo potrà di fatto entrare in vigore, in attesa delle ratifiche che dovranno essere effettuate da parte dei parlamenti di ciascuno stato membro. In autunno l'iter del trattato era stato stoppato dal rifiuto della Vallonia il cui Parlamento locale aveva bloccato per settimane l’approvazione da parte del Belgio. Il trattato Ceta è composto da ben 2.256 pagine e non riduce solo i diritti doganali sullo scambio di prodotti tra Canada e Unione Europea, ma bypassa completamente i controlli reciproci. Basterà che solo uno dei due faccia i controlli e il partner dovrà accettarli per buoni . Anche in questo caso, come nel Ttip, si tratta di un accordo fortemente asimmetrico. Mentre la Ue è presente solo per il 10% nell'economia canadese (e dovrebbe salire al 30%), il Canada beneficia almeno per il 90% dalla "apertura" dell'economia dei paesi Ue. Di fatto il trattato può diventare il cavallo di Troia del Ttip nel momento in cui sia gli Usa che la Ue hanno affossato il trattato transatlantico.

LA LISTA NERA DEGLI EURODEPUTATI ITALIANI. CHI HA VOTATO A FAVORE E CHI HA VOTATO CONTRO

Hanno votato a favore del CETA

Conservatori e riformisti
Fitto – Sernagiotto

Popolari
Comi – Cesa – Cicu – Dorfmann – Giardini – Mussolini – Maullu – La Via – Patriciello Pogliese – Salini

Socialdemocratici (S&D)
Bettini – Bonafe – Costa – DeMonte – Danti – Gualtieri – Kyenge – Pittella – Picierno – Toia – Zanonato – Zoffoli – Morgano – Sassoli

Non iscritti: Soru

Hanno votato contro il CETA

Movimento 5 Stelle
Adinolfi – Agea – Aiuto – Beghin – Borrelli – Castaldo – Corrao – D’Amato – Evi – Tamburrano – Valli – Zullo – Zanni – Ferrara – Pedicini – Moi

Lega Nord
Bizzotto – Fontana – Salvi – Borghezio – Ciocca

Lista Tsipras/Altraeuropa
Forenza – Maltese – Spinelli

Verdi
Affronte

Socialdemocratici (S&D)
Benifei – Briano – Caputo – Cofferati – Chinnici – Cozzolino – Panzeri – Schlein – Giuffrida – Viotti

Si sono astenuti sul CETA

Popolari
Cirio

Partito Democratico
Gentile

Non votanti

Tajani (Popolare, come Presidente dell’Europarlamento); Matera, Martuscello (Popolari, assenti). De Castro, Mosca, Bresso, Paolucci, Gasbarra (Socialdemocratici (S&D), assenti)

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28/10/2016

Ceta: la Vallonia ha ceduto. Ma non è detta l’ultima parola...

Dopo parecchi giorni di resistenza alle fortissime pressioni internazionali provenienti dalle istituzioni federali, dall’Unione Europea e naturalmente dal Canada, alla fine la Vallonia ha ceduto. L’assenso della regione francofona del sud del Belgio è fondamentale per consentire al governo federale di dare l’ok al trattato di libero commercio tra Ue e Canada, dopo il via libera di tutti gli altri governi. Ma dopo il voto contrario da parte della stragrande maggioranza dei parlamentari valloni l’iter era stato interrotto. I democristiani, gli ecologisti e i comunisti, ma anche i socialisti al governo si erano espressi contro – solo i liberali a favore – con sommo scandalo dei media e di vari esponenti politici continentali che, facendo sfoggio di "grande senso democratico", avevano denunciato la presunta assurdità di un meccanismo che permette a una piccola regione in cui vivono solo tre milioni e mezzo di persone di tenere in scacco un intero continente e profitti per qualche miliardo di euro.

Ieri però, in tarda mattinata, il governo vallone ha comunicato al premier Charles Michel il suo benestare alla firma del trattato commerciale col Canada, anche se la comunicazione è arrivata troppo tardi, facendo saltare il previsto vertice a Bruxelles tra i rappresentanti dell’Unione Europea e il primo ministro canadese Justin Trudeau, che speravano di poter apporre ieri sera le loro firme in calce al Ceta e di permetterne quindi l’entrata in vigore, seppur provvisoria (il tutto dovrebbe infatti essere confermato dal voto parlamentare di tutti e 28 i paesi membri).

L’ok da parte dei francofoni è arrivato al termine di una lunga riunione tra il primo ministro federale, il liberale Charles Michel, e i rappresentanti dei parlamenti delle varie entità amministrative che compongono il Belgio, quindi anche di quelli della Vallonia e di di Bruxelles Capitale, anch’esso contrario alla ratifica del trattato nella sua forma attuale. Alla riunione ha partecipato anche un rappresentante della Commissione Europea, con l’evidente compito di esercitare le dovute pressioni e di controllare che il testo concordato non fosse eccessivamente in contraddizione con quello del trattato bilaterale.

Il Ceta era stato finora giudicato penalizzante per i diritti dei consumatori, degli allevatori, degli agricoltori e in generale per gli affari e la stessa sopravvivenza delle imprese locali che in molti casi corrono il rischio di essere sopraffatte tanto dalle multinazionali d’oltreoceano quanto da quelle continentali grazie alla rimozione del 98% dei dazi doganali, prevista dal trattato, così come dalla creazione di corti arbitrali ad hoc incaricate di dirimere le controversie tra grandi imprese e stati bypassando così le legislazioni nazionali a difesa dei consumatori, dei lavoratori e dell’ambiente. Esattamente come previsto dal Ttip, l’analogo ma più draconiano trattato in via di negoziazione tra Unione Europea e Stati Uniti.

Alla fine il governo della Vallonia ha però ceduto, tirandosi dietro anche gli altri critici, dopo aver ottenuto dalle autorità federali la rassicurazione che le preoccupazioni espresse delle forze sociali e dalle associazioni di categoria contrarie al trattato verranno adeguatamente difese da Bruxelles in sede comunitaria e internazionale, e il tutto è stato fissato nero su bianco in una risoluzione. Tra le raccomandazioni sulle quali la Vallonia ha insistito, il carattere pienamente indipendente dei giudici che dovranno presiedere gli arbitrati, che quindi non dovranno essere nominati dai governi su pressione delle multinazionali stesse. Teoricamente il Ceta prevede già che a dirimere le controversie tra imprese e stati siano giudici e avvocati dipendenti da una sorta di Tribunale Internazionale ad hoc, e non nominati dalle parti in conflitto. Il Canada, dopo una insistenza iniziale, avrebbe già accettato la modifica chiesta a gran voce anche dall'interno della stessa UE, al contrario degli Stati Uniti che invece, per quanto riguarda il Ttip, si sono impuntati in difesa della Isds, clausole contenute tradizionalmente negli accordi bilaterali d'investimento che consentono agli imprenditori che si sentono penalizzati da qualche decisione dello stato in cui investono di citarlo in giudizio tramite apposite corti arbitrali.

Ma non è detto che il cedimento della regione francofona del Belgio conduca automaticamente ad uno sblocco dell’iter e quindi alla ratifica del Ceta. Infatti ora l’intesa raggiunta nel vertice di ieri dovrà essere inviata di nuovo a tutti e quattro i parlamenti regionali del Belgio, che dovranno approvarla entro venerdì a mezzanotte. In caso di assenso unanime, il testo dovrà essere di nuovo approvato da parte degli altri 27 partner europei e solo in quel caso l’Ue potrà apporre la sua firma all’accordo.

Resta ora da vedere se la maggioranza dei deputati valloni – seguendo le probabili indicazioni del governo locale, e in particolare dei partiti socialista e democristiano – modificherà il proprio voto contrario. I socialdemocratici valloni temono infatti non solo la reazione dei settori economici e del mondo del lavoro che verranno penalizzati dall'eventuale entrata in vigore del trattato, ma anche la possibile crescita del Partito del Lavoro del Belgio e degli ecologisti, che potrebbero capitalizzare a livello elettorale lo scontento popolare in un momento in cui la regione è scossa da una forte crisi economica, dovuta alla chiusura di numerosi grandi stabilimenti e alla repentina crescita della disoccupazione.

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Trattato Ceta. Il premier canadese cancella il viaggio in Europa

di Jennifer Rankin - da The Guardian, traduzione e cura di Francesco Spataro

Il Primo Ministro canadese, Justin Trudeau, ha cancellato il viaggio a Bruxelles nel bel mezzo delle dispute in corso, per salvaguardare uno storico accordo sul libero commercio fra il suo paese e l’Unione Europea.

Trudeau avrebbe dovuto incontrare i leader europei Donald Tusk e Jean-Claude Juncker a Bruxelles oggi, ma all’ultimo momento ha deciso di non salire sull’aereo, mentre i politici Belgi continuavano a litigare sull’accordo, così da evitare che l’Unione Europea arrivasse ad una firma. Proprio una fonte UE ha confermato al quotidiano The Guardian che il summit non avrebbe avuto luogo, e che nessuna nuova data è stata per ora fissata.

Chrystia Freeland, addetto stampa per il ministro del commercio canadese ha dichiarato al Global news “Non è attesa nessuna delegazione canadese in Europa per questa sera. Il Canada rimane pronto a firmare questo importante accordo quando l’Europa sarà pronta.”

Era previsto che Trudeau volasse nella capitale belga ieri sera come parte di una delegazione che includeva la Freeland e il ministro degli affari esteri, Stéphane Dion. Il Trattato economico di libero scambio (CETA), su cui si sta lavorando da sette anni, è inciampato proprio sulla dirittura finale, per colpa della forte opposizione del governo regionale belga di Vallonia.

L’UE ha bisogno dell’adesione di tutti gli stati membri (28 per la precisione) per sostenere e far entrare in vigore il CETA, ma il governo federale belga, che appoggia il trattato, non è stato capace di dare il suo benestare a causa dell’opposizione dei parlamenti regionali di Vallonia e Bruxelles. I negoziati tra i differenti leader regionali sono ripresi giovedì (ieri per chi scrive), ma i rappresentanti politici si stanno confrontando per ricucire le loro difformità. Nella tarda notte di mercoledì, le voci che riferivano di un compromesso vicino sono aumentate quando una commissione formata dai leader regionali belgi ha iniziato a discutere un elaborato.

Paul Magnette, premier vallone, si è rifiutato di firmare il trattato, facendo riferimento a “problemi tecnici”. Magnette in Vallonia è sostenuto dal gruppo Socialista e dai Cristiano democratici di centrodestra.

“Ciò che ci ispira è la difesa dei valori fondamentali: identità culturale a livello europeo, difesa degli agricoltori, delle piccole e medie imprese, il principio di precauzione,” ha dichiarato alla rete televisiva RTBF, Benoit Lutgen presidente francofono dei cristiano democratici. “Cosa cambia se ci sarà un summit domani, o fra tre giorni, o magari sei settimane? Ai miei occhi non cambierebbe nulla. Abbiamo lavorato per ottenere trasparenza, che è già di per sé importante, non solo per i cittadini Valloni, ma anche per i Belgi o per gli Europei.”

La decisione di rimandare il summit sarà un duro colpo per Tusk, presidente del Consiglio europeo. Nella tarda mattinata di mercoledì ancora pensava che sarebbe stato possibile andare avanti con questo incontro già da tempo programmato, tanto da sollecitare il Belgio ad essere all’altezza della sua fama come “campione di costruzione di consensi”. La discussione ha invece riacceso tensioni di vecchia data tra la Vallonia, una regione che a lungo ha lottato contro un’eredità di declino industriale e di alto tasso di disoccupazione, e la ben più ricca e prosperosa Flanders, che commercia maggiormente con il Canada. Tutto questo ha rimesso in discussione anche la capacità della UE a firmare accordi sul commercio ed ha aumentato i dubbi e gli interrogativi sulle prospettive per la Gran Bretagna post Brexit, nel negoziare il proprio specifico accordo.

La Commissione europea ha da sempre cercato l’unanimità fra gli Stati membri dell’UE riguardo ai trattati commerciali, ma le voci critiche affermano che è stato un errore tattico, dare ai Parlamenti nazionali il veto effettivo riguardo il trattato con il Canada.

Anche se i Belgi fossero all’altezza della loro reputazione nel trovare compromessi, il CETA entrerebbe in vigore su basi temporanee. Per diventare un trattato permanente e completo, il CETA dovrebbe essere ratificato da 28 parlamenti nazionali e 10 altre assemblee regionali e/o camere alte (il Senato, in altre nazioni). Il Segretario di Stato per il commercio internazionale, il britannico Liam Fox, ha dichiarato ieri ai membri del Parlamento che, le difficoltà che si stanno affrontando sul CETA hanno evidenziato l’importanza della sottoscrizione da parte del Regno Unito di un accordo sul commercio prima della loro uscita dall’UE. La Gran Bretagna prenderebbe in esame una procedura simile a quella del CETA, ha affermato Fox, solo se fallisse nel concludere un accordo sul commercio, prima della fine dei due anni di trattative di “divorzio” regolate dall’articolo 50 dell’UE.

“Quel tipo di procedura potrebbe essere intrapresa solo se il nostro paese lasciasse l’ Unione Europea, dopo la scadenza del periodo coperto dall’articolo 50, senza alcun tipo di accordo o, se cercasse un nuovo FTA (acronimo di Free Trade Agreement, un Trattato di Libero Commercio) al di fuori della UE.”

Alcuni osservatori pensano che è una prospettiva verosimile, considerato che i negoziati su “divorzio” ed articolo 50 sono riservati al socio britannico della UE e che i leader europei non sottoscriveranno un trattato commerciale prima di aver concordato delle disposizioni finali sul “divorzio”. Fox, un convinto sostenitore del “leave”, ossia dell’uscita dall’UE, sostiene che l’esperienza del CETA per alcuni potrebbe essere motivo di riflessione, portando questi paesi a pensarci due volte prima di accettare un trattato di libero scambio con la UE.

“Coloro i quali mettono la politica prima della prosperità dovrebbero pensarci due volte” chiosa Mr. Fox.

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24/10/2016

No al Ceta. La Vallonia resiste (per ora)

L'Unione europea e il Canada decideranno questa sera se confermare o meno il summit previsto per giovedì per la firma del Trattato di libero scambio (Ceta). "Domani (…) il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk avrà una conversazione telefonica con il primo ministro canadese Justin Trudeau, per decidere se confermare il summit" ha informato una fonte dell’Unione Europea all’agenzia France Presse.

Nei giorni scorsi sia dal Canada sia da Bruxelles erano giunte numerose reazioni scomposte alla decisione del governo belga che, di fronte al ‘no’ al trattato confermato dal presidente della Vallonia, si era detto impossibilitato a dare il proprio assenso a quello che nei fatti è un precursore dell’altrettanto contestato Ttip, il Trattato di Libero Commercio tra Ue e Stati Uniti.

La ministra del commercio con l'estero del Canada, Chrystia Freeland, non aveva nascosto la sua ira. "Sembra ovvio a me, e al Canada, che l'Unione Europea è incapace di arrivare ad un accordo internazionale, anche con un paese come il Canada che è di grande valore per l'Europa, e con un paese paziente come il Canada" aveva detto l’esponente liberale.

La Commissione europea aveva riconosciuto nei giorni scorsi il serio stop impresso alle trattative dal diniego della Vallonia ma aveva affermato anche di essere convinta che il negoziato non fosse saltato in modo definitivo.

Poi però dalla regione francofona del Belgio – il cui parlamento, insieme a quello della regione di Bruxelles, ha respinto a stragrande maggioranza l’accordo – era arrivata una nuova doccia fredda. Il presidente della Vallonia, il socialista Paul Magnette, aveva affermato di giudicare “insufficiente” le piccole modifiche apportate al testo dai negoziatori nel tentativo di rendere il trattato digeribile almeno ai settori più moderati del fronte critico.

Poi oggi, di nuovo, il presidente del parlamento regionale della Vallonia, Andrè Antoine, ha dichiarato che “non sarà possibile rispettare l’ultimatum” del Consiglio Europeo fissato per stasera sulla firma dell’Accordo economico e commerciale globale (Ceta).

Questo mentre continuano in maniera febbrile i negoziati e le istituzioni dell’Unione Europea stanno operando forti pressioni sui dirigenti belgi e valloni affinché rimuovano il loro ‘no’ alla firma dell’accordo. Il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, con l’appoggio del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, ha incontrato a Bruxelles la signora Freeland e poi il ministro-presidente della Vallonia Paul Magnette, nel tentativo di convincerlo a sbloccare la firma. La costituzione belga prevede infatti che le diverse entità amministrative in cui è suddiviso il paese diano il loro benestare affinché il governo federale possa firmare il trattato a nome del Belgio, consentendo così all’Unione Europea di far entrare in vigore il Ceta in maniera ‘provvisoria’ in attesa di una ratifica da parte di tutti i parlamenti che evidentemente finora è stata considerata poco più di un pro forma.

Una bella gatta da pelare per l’Unione Europea anche perché, senza l'approvazione dell'accordo commerciale con Canada anche il Ttip, già molto discusso e contestato, andrebbe definitivamente in soffitta. Per non parlare di un altro trattato, di cui si sa poco e niente, il cosiddetto Accordo di Associazione Strategica tra Canada e Unione Europea, complementare al Ceta.

«Vogliamo un trattato che garantisca la più elevata delle protezioni sociali» insiste Magnette, esponente della sinistra socialdemocratica che fa della critica – almeno verbale – nei confronti delle multinazionali e del liberismo e di una più equa distribuzione delle ricchezze un proprio cavallo di battaglia. Oltre alle forze di sinistra, ad alcuni sindacati e forze sociali che contestano il Ceta – e ancora di più il Ttip – perché concederebbe un sostanziale strapotere alle multinazionali contro i diritti dei lavoratori, degli agricoltori e allevatori, e dei consumatori, bypassando le leggi nazionali attraverso corti di arbitrato costituite ad hoc ad uso e consumo delle grandi imprese multinazionali, anche molti settori imprenditoriali e pezzi stessi dell'architettura europea non vedono di buon occhio una trattativa giudicata "a perdere".

Per la stessa ragione per cui nei mesi scorsi Francia e Germania hanno dato un chiaro stop al negoziato sul Ttip: partito come un trattato che doveva favorire le imprese e i cosiddetti mercati a spese della protezione del lavoro, dell’ambiente e della salute, a reciproco vantaggio delle due parti e come strumento di comune competizione nei confronti di altri blocchi geopolitici, tanto il Ceta quanto il Ttip si sono rivelati due strumenti attraverso i quali Washington e i suoi satelliti tentano di infliggere un colpo micidiale agli interessi e alle prerogative della borghesia europea. E così l’atmosfera è cambiata e gli ostacoli da parte europea si sono progressivamente moltiplicati.

A non convincere i valloni, e non solo loro, è in particolare la clausola del CETA sulla protezione degli investimenti esteri. Il punto più controverso è quello delle corti di arbitrato per risolvere controversie tra imprese e Stati. La Vallonia vuole maggiori garanzie per evitare «la dominazione delle multinazionali» insiste Magnette.

Ma qualche intoppo viene anche dalla Germania. Il Tribunale Costituzionale di Berlino ha sentenziato che il governo federale debba adottare le misure necessarie affinché solo le parti del Ceta che non sono di competenza statale possano essere attivate in via provvisoria nel caso in cui il Consiglio dei Ministri europei conceda luce verde, all’unanimità, alla firma. Come se non bastasse, il governo sloveno denuncia che l’accordo con il Canada darebbe un ulteriore impulso alla privatizzazione dell’acqua proprio ora che Lubiana intende inserire nella propria costituzione la tutela del carattere pubblico di questo bene comune, mentre da Varsavia fanno stizzosamente notare che il testo dell’accordo in inglese e quello tradotto in polacco sono assai diversi.

Alla fine, viste le enormi pressioni e il carattere non certo antisistema del suo partito, Magnette potrebbe decidere di dare all’ultimo minuto il proprio assenso alla firma del trattato. Non prima però di aver raggiunto qualche altro risultato e di aver portato a casa qualche piccolo cambiamento che possa permettergli di vantare una qualche vittoria da opporre alle scontate proteste dei sindacati, delle forze di destra che invocano il protezionismo e soprattutto delle sinistre radicali; nell’assemblea regionale il comunista Partito del Lavoro e l’estrema sinistra possono contare ora su un 5.7%, quota che secondo i sondaggi potrebbe salire anche al 9%. Dimostrando la sua capacità di valorizzare il ruolo della Vallonia all’interno dell’Unione Europea a livello interno, inoltre, Magnette mirerebbe a rafforzare le posizioni di un partito socialista al governo in Vallonia ma all’opposizione nel parlamento federale belga. Ciò in un momento in cui la regione francofona del Belgio è scossa da una profonda crisi economica: la chiusura delle acciaierie Arcelor-Mittal due anni fa e l’annuncio della chiusura dello stabilimento della Caterpillar stanno consegnando decine di migliaia di lavoratori delle grandi imprese e dell’indotto alla disoccupazione senza che l’Unione Europea stia muovendo un dito per evitarlo.

Intanto però, la natura profondamente antidemocratica dell’impianto europeista emerge di nuovo in tutta la sua evidenza, così come era accaduto a giugno con il referendum britannico sulla Brexit. Se allora gli strali dei think tank europeisti si erano concentrati sugli ignoranti (in molti discorsi identificati con i proletari) e sugli anziani inglesi, rei di aver scelto di uscire dall’Europa unita, stavolta il leit motiv mainstream prende di mira il fatto che ad una piccola regione come la Vallonia – 3 milioni e mezzo di abitanti appena – sia consentito di bloccare i piani e gli appetiti di un vasto blocco multinazionale come l'UE.

Eppure una volta le cosiddette ‘piccole patrie’ piacevano ai piani alti. Ora che alcune entità territoriali, esprimendosi attraverso l’esercizio di quella democrazia seppur formale che il progetto di unificazione europea vorrebbe mandare definitivamente in soffitta (si veda il referendum italiano del 4 dicembre), rischiano di mandare all’aria i progetti delle oligarchie continentali (per quanto controversi), il discorso del ‘piccolo è bello’ sembra aver perso l'appeal di una volta.

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15/10/2016

Libero Scambio Ue-Canada: il no della Vallonia inceppa il CETA

Con ben 46 voti a favore, 16 contrari ed una astensione, il parlamento della Vallonia, entità amministrativa del sud francofono del Belgio, ha approvato ieri una mozione contro la ratifica dell'accordo europeo di libero scambio con il Canada (noto con l'acronimo CETA) mettendone così in discussione l’approvazione. Subito dopo il voto parlamentare il ministro e presidente della Vallonia, il socialista Paul Magnette ha quindi annunciato che non darà mandato al governo federale affinché firmi l'intesa commerciale, a meno che non venga riaperto il negoziato diplomatico sulla dichiarazione interpretativa che deve essere associata al CETA, trattato che prevede l’abolizione di circa il 97% dei dazi doganali attualmente in vigore.

La Costituzione belga prevede che gli accordi internazionali per poter essere implementati dal governo statale debbano essere approvati anche dalle entità federate, oltre che dal Parlamento federale. Negli ultimi giorni, lo stesso Magnette ha ricevuto telefonate da diversi leader europei perché ignorasse il risultato della mozione parlamentare di cui però non può non tenere conto. Anche perché a votare contro la firma dell’accordo – difesa invece a spada tratta dai liberali – è stata anche la regione di Bruxelles-Capitale. E comunque il testo in esame deve essere approvato non solo dai 28 singoli stati ma anche dalla maggioranza del Parlamento Europeo. Per cercare di accelerare l’accettazione del trattato, l’Unione Europea ha deciso, in attesa di tutte le ratifiche statali, di far entrare in vigore il CETA in ‘via provvisoria’ a partire esclusivamente dal parere positivo da parte dei soli governi. Per martedì è stata organizzata una riunione straordinaria dei ministri del Commercio con l’obiettivo di portare a casa il risultato prima che qualche parlamento rimetta tutto in discussione, e sperando che l’entrata in vigore decisa dai governi convinca alcuni dei parlamenti e delle regioni riottose a fare un passo indietro. Il problema ora è che, visto che il governo federale belga non può concedere il suo assenso in virtù del voto della Vallonia e di Bruxelles, il meccanismo previsto dai 28 potrebbe incepparsi.

Da giorni ormai la dichiarazione interpretativa – che di fatto regola l’attuazione dell’accordo – è oggetto di un febbrile negoziato all’interno del quale aumentano progressivamente le critiche, da parte di esponenti politici di vario tipo e di diversi paesi, contro un accordo accusato di favorire le grandi imprese d’oltreoceano a scapito degli interessi degli imprenditori e dei mercati europei e di costituire una vera e propria testa di ponte verso la firma del Ttip, trattato tra Ue e Stati Uniti ai quali sia la Francia sia la Germania hanno posto recentemente un serio stop.

In una prima bozza del testo, l’Unione Europea assicura che «l'intesa preserva la capacità dell'Unione europea, dei suoi stati membri e dello stesso Canada di adottare e applicare le proprie leggi e i propri regolamenti per regolare l'attività economica nell'interesse pubblico». Ma non ci credono molte associazioni dei consumatori, degli agricoltori, degli allevatori, dei ristoratori, organizzazioni sindacali e politiche che accusano i promotori dell’accordo di voler bypassare le legislazioni nazionali che proteggono i cittadini, la salute pubblica, la qualità del lavoro e l’ambiente.

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