Dopo parecchi giorni di resistenza alle fortissime pressioni internazionali provenienti dalle istituzioni federali, dall’Unione Europea e naturalmente dal Canada, alla fine la Vallonia ha ceduto. L’assenso della regione francofona del sud del Belgio è fondamentale per consentire al governo federale di dare l’ok al trattato di libero commercio tra Ue e Canada, dopo il via libera di tutti gli altri governi. Ma dopo il voto contrario da parte della stragrande maggioranza dei parlamentari valloni l’iter era stato interrotto. I democristiani, gli ecologisti e i comunisti, ma anche i socialisti al governo si erano espressi contro – solo i liberali a favore – con sommo scandalo dei media e di vari esponenti politici continentali che, facendo sfoggio di "grande senso democratico", avevano denunciato la presunta assurdità di un meccanismo che permette a una piccola regione in cui vivono solo tre milioni e mezzo di persone di tenere in scacco un intero continente e profitti per qualche miliardo di euro.
Ieri però, in tarda mattinata, il governo vallone ha comunicato al premier Charles Michel il suo benestare alla firma del trattato commerciale col Canada, anche se la comunicazione è arrivata troppo tardi, facendo saltare il previsto vertice a Bruxelles tra i rappresentanti dell’Unione Europea e il primo ministro canadese Justin Trudeau, che speravano di poter apporre ieri sera le loro firme in calce al Ceta e di permetterne quindi l’entrata in vigore, seppur provvisoria (il tutto dovrebbe infatti essere confermato dal voto parlamentare di tutti e 28 i paesi membri).
L’ok da parte dei francofoni è arrivato al termine di una lunga riunione tra il primo ministro federale, il liberale Charles Michel, e i rappresentanti dei parlamenti delle varie entità amministrative che compongono il Belgio, quindi anche di quelli della Vallonia e di di Bruxelles Capitale, anch’esso contrario alla ratifica del trattato nella sua forma attuale. Alla riunione ha partecipato anche un rappresentante della Commissione Europea, con l’evidente compito di esercitare le dovute pressioni e di controllare che il testo concordato non fosse eccessivamente in contraddizione con quello del trattato bilaterale.
Il Ceta era stato finora giudicato penalizzante per i diritti dei consumatori, degli allevatori, degli agricoltori e in generale per gli affari e la stessa sopravvivenza delle imprese locali che in molti casi corrono il rischio di essere sopraffatte tanto dalle multinazionali d’oltreoceano quanto da quelle continentali grazie alla rimozione del 98% dei dazi doganali, prevista dal trattato, così come dalla creazione di corti arbitrali ad hoc incaricate di dirimere le controversie tra grandi imprese e stati bypassando così le legislazioni nazionali a difesa dei consumatori, dei lavoratori e dell’ambiente. Esattamente come previsto dal Ttip, l’analogo ma più draconiano trattato in via di negoziazione tra Unione Europea e Stati Uniti.
Alla fine il governo della Vallonia ha però ceduto, tirandosi dietro anche gli altri critici, dopo aver ottenuto dalle autorità federali la rassicurazione che le preoccupazioni espresse delle forze sociali e dalle associazioni di categoria contrarie al trattato verranno adeguatamente difese da Bruxelles in sede comunitaria e internazionale, e il tutto è stato fissato nero su bianco in una risoluzione. Tra le raccomandazioni sulle quali la Vallonia ha insistito, il carattere pienamente indipendente dei giudici che dovranno presiedere gli arbitrati, che quindi non dovranno essere nominati dai governi su pressione delle multinazionali stesse. Teoricamente il Ceta prevede già che a dirimere le controversie tra imprese e stati siano giudici e avvocati dipendenti da una sorta di Tribunale Internazionale ad hoc, e non nominati dalle parti in conflitto. Il Canada, dopo una insistenza iniziale, avrebbe già accettato la modifica chiesta a gran voce anche dall'interno della stessa UE, al contrario degli Stati Uniti che invece, per quanto riguarda il Ttip, si sono impuntati in difesa della Isds, clausole contenute tradizionalmente negli accordi bilaterali d'investimento che consentono agli imprenditori che si sentono penalizzati da qualche decisione dello stato in cui investono di citarlo in giudizio tramite apposite corti arbitrali.
Ma non è detto che il cedimento della regione francofona del Belgio conduca automaticamente ad uno sblocco dell’iter e quindi alla ratifica del Ceta. Infatti ora l’intesa raggiunta nel vertice di ieri dovrà essere inviata di nuovo a tutti e quattro i parlamenti regionali del Belgio, che dovranno approvarla entro venerdì a mezzanotte. In caso di assenso unanime, il testo dovrà essere di nuovo approvato da parte degli altri 27 partner europei e solo in quel caso l’Ue potrà apporre la sua firma all’accordo.
Resta ora da vedere se la maggioranza dei deputati valloni – seguendo le probabili indicazioni del governo locale, e in particolare dei partiti socialista e democristiano – modificherà il proprio voto contrario. I socialdemocratici valloni temono infatti non solo la reazione dei settori economici e del mondo del lavoro che verranno penalizzati dall'eventuale entrata in vigore del trattato, ma anche la possibile crescita del Partito del Lavoro del Belgio e degli ecologisti, che potrebbero capitalizzare a livello elettorale lo scontento popolare in un momento in cui la regione è scossa da una forte crisi economica, dovuta alla chiusura di numerosi grandi stabilimenti e alla repentina crescita della disoccupazione.
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28/10/2016
Trattato Ceta. Il premier canadese cancella il viaggio in Europa
di Jennifer Rankin - da The Guardian, traduzione e cura di Francesco Spataro
Il Primo Ministro canadese, Justin Trudeau, ha cancellato il viaggio a Bruxelles nel bel mezzo delle dispute in corso, per salvaguardare uno storico accordo sul libero commercio fra il suo paese e l’Unione Europea.
Trudeau avrebbe dovuto incontrare i leader europei Donald Tusk e Jean-Claude Juncker a Bruxelles oggi, ma all’ultimo momento ha deciso di non salire sull’aereo, mentre i politici Belgi continuavano a litigare sull’accordo, così da evitare che l’Unione Europea arrivasse ad una firma. Proprio una fonte UE ha confermato al quotidiano The Guardian che il summit non avrebbe avuto luogo, e che nessuna nuova data è stata per ora fissata.
Chrystia Freeland, addetto stampa per il ministro del commercio canadese ha dichiarato al Global news “Non è attesa nessuna delegazione canadese in Europa per questa sera. Il Canada rimane pronto a firmare questo importante accordo quando l’Europa sarà pronta.”
Era previsto che Trudeau volasse nella capitale belga ieri sera come parte di una delegazione che includeva la Freeland e il ministro degli affari esteri, Stéphane Dion. Il Trattato economico di libero scambio (CETA), su cui si sta lavorando da sette anni, è inciampato proprio sulla dirittura finale, per colpa della forte opposizione del governo regionale belga di Vallonia.
L’UE ha bisogno dell’adesione di tutti gli stati membri (28 per la precisione) per sostenere e far entrare in vigore il CETA, ma il governo federale belga, che appoggia il trattato, non è stato capace di dare il suo benestare a causa dell’opposizione dei parlamenti regionali di Vallonia e Bruxelles. I negoziati tra i differenti leader regionali sono ripresi giovedì (ieri per chi scrive), ma i rappresentanti politici si stanno confrontando per ricucire le loro difformità. Nella tarda notte di mercoledì, le voci che riferivano di un compromesso vicino sono aumentate quando una commissione formata dai leader regionali belgi ha iniziato a discutere un elaborato.
Paul Magnette, premier vallone, si è rifiutato di firmare il trattato, facendo riferimento a “problemi tecnici”. Magnette in Vallonia è sostenuto dal gruppo Socialista e dai Cristiano democratici di centrodestra.
“Ciò che ci ispira è la difesa dei valori fondamentali: identità culturale a livello europeo, difesa degli agricoltori, delle piccole e medie imprese, il principio di precauzione,” ha dichiarato alla rete televisiva RTBF, Benoit Lutgen presidente francofono dei cristiano democratici. “Cosa cambia se ci sarà un summit domani, o fra tre giorni, o magari sei settimane? Ai miei occhi non cambierebbe nulla. Abbiamo lavorato per ottenere trasparenza, che è già di per sé importante, non solo per i cittadini Valloni, ma anche per i Belgi o per gli Europei.”
La decisione di rimandare il summit sarà un duro colpo per Tusk, presidente del Consiglio europeo. Nella tarda mattinata di mercoledì ancora pensava che sarebbe stato possibile andare avanti con questo incontro già da tempo programmato, tanto da sollecitare il Belgio ad essere all’altezza della sua fama come “campione di costruzione di consensi”. La discussione ha invece riacceso tensioni di vecchia data tra la Vallonia, una regione che a lungo ha lottato contro un’eredità di declino industriale e di alto tasso di disoccupazione, e la ben più ricca e prosperosa Flanders, che commercia maggiormente con il Canada. Tutto questo ha rimesso in discussione anche la capacità della UE a firmare accordi sul commercio ed ha aumentato i dubbi e gli interrogativi sulle prospettive per la Gran Bretagna post Brexit, nel negoziare il proprio specifico accordo.
La Commissione europea ha da sempre cercato l’unanimità fra gli Stati membri dell’UE riguardo ai trattati commerciali, ma le voci critiche affermano che è stato un errore tattico, dare ai Parlamenti nazionali il veto effettivo riguardo il trattato con il Canada.
Anche se i Belgi fossero all’altezza della loro reputazione nel trovare compromessi, il CETA entrerebbe in vigore su basi temporanee. Per diventare un trattato permanente e completo, il CETA dovrebbe essere ratificato da 28 parlamenti nazionali e 10 altre assemblee regionali e/o camere alte (il Senato, in altre nazioni). Il Segretario di Stato per il commercio internazionale, il britannico Liam Fox, ha dichiarato ieri ai membri del Parlamento che, le difficoltà che si stanno affrontando sul CETA hanno evidenziato l’importanza della sottoscrizione da parte del Regno Unito di un accordo sul commercio prima della loro uscita dall’UE. La Gran Bretagna prenderebbe in esame una procedura simile a quella del CETA, ha affermato Fox, solo se fallisse nel concludere un accordo sul commercio, prima della fine dei due anni di trattative di “divorzio” regolate dall’articolo 50 dell’UE.
“Quel tipo di procedura potrebbe essere intrapresa solo se il nostro paese lasciasse l’ Unione Europea, dopo la scadenza del periodo coperto dall’articolo 50, senza alcun tipo di accordo o, se cercasse un nuovo FTA (acronimo di Free Trade Agreement, un Trattato di Libero Commercio) al di fuori della UE.”
Alcuni osservatori pensano che è una prospettiva verosimile, considerato che i negoziati su “divorzio” ed articolo 50 sono riservati al socio britannico della UE e che i leader europei non sottoscriveranno un trattato commerciale prima di aver concordato delle disposizioni finali sul “divorzio”. Fox, un convinto sostenitore del “leave”, ossia dell’uscita dall’UE, sostiene che l’esperienza del CETA per alcuni potrebbe essere motivo di riflessione, portando questi paesi a pensarci due volte prima di accettare un trattato di libero scambio con la UE.
“Coloro i quali mettono la politica prima della prosperità dovrebbero pensarci due volte” chiosa Mr. Fox.
Fonte
Il Primo Ministro canadese, Justin Trudeau, ha cancellato il viaggio a Bruxelles nel bel mezzo delle dispute in corso, per salvaguardare uno storico accordo sul libero commercio fra il suo paese e l’Unione Europea.
Trudeau avrebbe dovuto incontrare i leader europei Donald Tusk e Jean-Claude Juncker a Bruxelles oggi, ma all’ultimo momento ha deciso di non salire sull’aereo, mentre i politici Belgi continuavano a litigare sull’accordo, così da evitare che l’Unione Europea arrivasse ad una firma. Proprio una fonte UE ha confermato al quotidiano The Guardian che il summit non avrebbe avuto luogo, e che nessuna nuova data è stata per ora fissata.
Chrystia Freeland, addetto stampa per il ministro del commercio canadese ha dichiarato al Global news “Non è attesa nessuna delegazione canadese in Europa per questa sera. Il Canada rimane pronto a firmare questo importante accordo quando l’Europa sarà pronta.”
Era previsto che Trudeau volasse nella capitale belga ieri sera come parte di una delegazione che includeva la Freeland e il ministro degli affari esteri, Stéphane Dion. Il Trattato economico di libero scambio (CETA), su cui si sta lavorando da sette anni, è inciampato proprio sulla dirittura finale, per colpa della forte opposizione del governo regionale belga di Vallonia.
L’UE ha bisogno dell’adesione di tutti gli stati membri (28 per la precisione) per sostenere e far entrare in vigore il CETA, ma il governo federale belga, che appoggia il trattato, non è stato capace di dare il suo benestare a causa dell’opposizione dei parlamenti regionali di Vallonia e Bruxelles. I negoziati tra i differenti leader regionali sono ripresi giovedì (ieri per chi scrive), ma i rappresentanti politici si stanno confrontando per ricucire le loro difformità. Nella tarda notte di mercoledì, le voci che riferivano di un compromesso vicino sono aumentate quando una commissione formata dai leader regionali belgi ha iniziato a discutere un elaborato.
Paul Magnette, premier vallone, si è rifiutato di firmare il trattato, facendo riferimento a “problemi tecnici”. Magnette in Vallonia è sostenuto dal gruppo Socialista e dai Cristiano democratici di centrodestra.
“Ciò che ci ispira è la difesa dei valori fondamentali: identità culturale a livello europeo, difesa degli agricoltori, delle piccole e medie imprese, il principio di precauzione,” ha dichiarato alla rete televisiva RTBF, Benoit Lutgen presidente francofono dei cristiano democratici. “Cosa cambia se ci sarà un summit domani, o fra tre giorni, o magari sei settimane? Ai miei occhi non cambierebbe nulla. Abbiamo lavorato per ottenere trasparenza, che è già di per sé importante, non solo per i cittadini Valloni, ma anche per i Belgi o per gli Europei.”
La decisione di rimandare il summit sarà un duro colpo per Tusk, presidente del Consiglio europeo. Nella tarda mattinata di mercoledì ancora pensava che sarebbe stato possibile andare avanti con questo incontro già da tempo programmato, tanto da sollecitare il Belgio ad essere all’altezza della sua fama come “campione di costruzione di consensi”. La discussione ha invece riacceso tensioni di vecchia data tra la Vallonia, una regione che a lungo ha lottato contro un’eredità di declino industriale e di alto tasso di disoccupazione, e la ben più ricca e prosperosa Flanders, che commercia maggiormente con il Canada. Tutto questo ha rimesso in discussione anche la capacità della UE a firmare accordi sul commercio ed ha aumentato i dubbi e gli interrogativi sulle prospettive per la Gran Bretagna post Brexit, nel negoziare il proprio specifico accordo.
La Commissione europea ha da sempre cercato l’unanimità fra gli Stati membri dell’UE riguardo ai trattati commerciali, ma le voci critiche affermano che è stato un errore tattico, dare ai Parlamenti nazionali il veto effettivo riguardo il trattato con il Canada.
Anche se i Belgi fossero all’altezza della loro reputazione nel trovare compromessi, il CETA entrerebbe in vigore su basi temporanee. Per diventare un trattato permanente e completo, il CETA dovrebbe essere ratificato da 28 parlamenti nazionali e 10 altre assemblee regionali e/o camere alte (il Senato, in altre nazioni). Il Segretario di Stato per il commercio internazionale, il britannico Liam Fox, ha dichiarato ieri ai membri del Parlamento che, le difficoltà che si stanno affrontando sul CETA hanno evidenziato l’importanza della sottoscrizione da parte del Regno Unito di un accordo sul commercio prima della loro uscita dall’UE. La Gran Bretagna prenderebbe in esame una procedura simile a quella del CETA, ha affermato Fox, solo se fallisse nel concludere un accordo sul commercio, prima della fine dei due anni di trattative di “divorzio” regolate dall’articolo 50 dell’UE.
“Quel tipo di procedura potrebbe essere intrapresa solo se il nostro paese lasciasse l’ Unione Europea, dopo la scadenza del periodo coperto dall’articolo 50, senza alcun tipo di accordo o, se cercasse un nuovo FTA (acronimo di Free Trade Agreement, un Trattato di Libero Commercio) al di fuori della UE.”
Alcuni osservatori pensano che è una prospettiva verosimile, considerato che i negoziati su “divorzio” ed articolo 50 sono riservati al socio britannico della UE e che i leader europei non sottoscriveranno un trattato commerciale prima di aver concordato delle disposizioni finali sul “divorzio”. Fox, un convinto sostenitore del “leave”, ossia dell’uscita dall’UE, sostiene che l’esperienza del CETA per alcuni potrebbe essere motivo di riflessione, portando questi paesi a pensarci due volte prima di accettare un trattato di libero scambio con la UE.
“Coloro i quali mettono la politica prima della prosperità dovrebbero pensarci due volte” chiosa Mr. Fox.
Fonte
24/10/2016
No al Ceta. La Vallonia resiste (per ora)
L'Unione europea e il Canada decideranno questa sera se confermare o meno il summit previsto per giovedì per la firma del Trattato di libero scambio (Ceta). "Domani (…) il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk avrà una conversazione telefonica con il primo ministro canadese Justin Trudeau, per decidere se confermare il summit" ha informato una fonte dell’Unione Europea all’agenzia France Presse.
Nei giorni scorsi sia dal Canada sia da Bruxelles erano giunte numerose reazioni scomposte alla decisione del governo belga che, di fronte al ‘no’ al trattato confermato dal presidente della Vallonia, si era detto impossibilitato a dare il proprio assenso a quello che nei fatti è un precursore dell’altrettanto contestato Ttip, il Trattato di Libero Commercio tra Ue e Stati Uniti.
La ministra del commercio con l'estero del Canada, Chrystia Freeland, non aveva nascosto la sua ira. "Sembra ovvio a me, e al Canada, che l'Unione Europea è incapace di arrivare ad un accordo internazionale, anche con un paese come il Canada che è di grande valore per l'Europa, e con un paese paziente come il Canada" aveva detto l’esponente liberale.
La Commissione europea aveva riconosciuto nei giorni scorsi il serio stop impresso alle trattative dal diniego della Vallonia ma aveva affermato anche di essere convinta che il negoziato non fosse saltato in modo definitivo.
Poi però dalla regione francofona del Belgio – il cui parlamento, insieme a quello della regione di Bruxelles, ha respinto a stragrande maggioranza l’accordo – era arrivata una nuova doccia fredda. Il presidente della Vallonia, il socialista Paul Magnette, aveva affermato di giudicare “insufficiente” le piccole modifiche apportate al testo dai negoziatori nel tentativo di rendere il trattato digeribile almeno ai settori più moderati del fronte critico.
Poi oggi, di nuovo, il presidente del parlamento regionale della Vallonia, Andrè Antoine, ha dichiarato che “non sarà possibile rispettare l’ultimatum” del Consiglio Europeo fissato per stasera sulla firma dell’Accordo economico e commerciale globale (Ceta).
Questo mentre continuano in maniera febbrile i negoziati e le istituzioni dell’Unione Europea stanno operando forti pressioni sui dirigenti belgi e valloni affinché rimuovano il loro ‘no’ alla firma dell’accordo. Il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, con l’appoggio del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, ha incontrato a Bruxelles la signora Freeland e poi il ministro-presidente della Vallonia Paul Magnette, nel tentativo di convincerlo a sbloccare la firma. La costituzione belga prevede infatti che le diverse entità amministrative in cui è suddiviso il paese diano il loro benestare affinché il governo federale possa firmare il trattato a nome del Belgio, consentendo così all’Unione Europea di far entrare in vigore il Ceta in maniera ‘provvisoria’ in attesa di una ratifica da parte di tutti i parlamenti che evidentemente finora è stata considerata poco più di un pro forma.
Una bella gatta da pelare per l’Unione Europea anche perché, senza l'approvazione dell'accordo commerciale con Canada anche il Ttip, già molto discusso e contestato, andrebbe definitivamente in soffitta. Per non parlare di un altro trattato, di cui si sa poco e niente, il cosiddetto Accordo di Associazione Strategica tra Canada e Unione Europea, complementare al Ceta.
«Vogliamo un trattato che garantisca la più elevata delle protezioni sociali» insiste Magnette, esponente della sinistra socialdemocratica che fa della critica – almeno verbale – nei confronti delle multinazionali e del liberismo e di una più equa distribuzione delle ricchezze un proprio cavallo di battaglia. Oltre alle forze di sinistra, ad alcuni sindacati e forze sociali che contestano il Ceta – e ancora di più il Ttip – perché concederebbe un sostanziale strapotere alle multinazionali contro i diritti dei lavoratori, degli agricoltori e allevatori, e dei consumatori, bypassando le leggi nazionali attraverso corti di arbitrato costituite ad hoc ad uso e consumo delle grandi imprese multinazionali, anche molti settori imprenditoriali e pezzi stessi dell'architettura europea non vedono di buon occhio una trattativa giudicata "a perdere".
Per la stessa ragione per cui nei mesi scorsi Francia e Germania hanno dato un chiaro stop al negoziato sul Ttip: partito come un trattato che doveva favorire le imprese e i cosiddetti mercati a spese della protezione del lavoro, dell’ambiente e della salute, a reciproco vantaggio delle due parti e come strumento di comune competizione nei confronti di altri blocchi geopolitici, tanto il Ceta quanto il Ttip si sono rivelati due strumenti attraverso i quali Washington e i suoi satelliti tentano di infliggere un colpo micidiale agli interessi e alle prerogative della borghesia europea. E così l’atmosfera è cambiata e gli ostacoli da parte europea si sono progressivamente moltiplicati.
A non convincere i valloni, e non solo loro, è in particolare la clausola del CETA sulla protezione degli investimenti esteri. Il punto più controverso è quello delle corti di arbitrato per risolvere controversie tra imprese e Stati. La Vallonia vuole maggiori garanzie per evitare «la dominazione delle multinazionali» insiste Magnette.
Ma qualche intoppo viene anche dalla Germania. Il Tribunale Costituzionale di Berlino ha sentenziato che il governo federale debba adottare le misure necessarie affinché solo le parti del Ceta che non sono di competenza statale possano essere attivate in via provvisoria nel caso in cui il Consiglio dei Ministri europei conceda luce verde, all’unanimità, alla firma. Come se non bastasse, il governo sloveno denuncia che l’accordo con il Canada darebbe un ulteriore impulso alla privatizzazione dell’acqua proprio ora che Lubiana intende inserire nella propria costituzione la tutela del carattere pubblico di questo bene comune, mentre da Varsavia fanno stizzosamente notare che il testo dell’accordo in inglese e quello tradotto in polacco sono assai diversi.
Alla fine, viste le enormi pressioni e il carattere non certo antisistema del suo partito, Magnette potrebbe decidere di dare all’ultimo minuto il proprio assenso alla firma del trattato. Non prima però di aver raggiunto qualche altro risultato e di aver portato a casa qualche piccolo cambiamento che possa permettergli di vantare una qualche vittoria da opporre alle scontate proteste dei sindacati, delle forze di destra che invocano il protezionismo e soprattutto delle sinistre radicali; nell’assemblea regionale il comunista Partito del Lavoro e l’estrema sinistra possono contare ora su un 5.7%, quota che secondo i sondaggi potrebbe salire anche al 9%. Dimostrando la sua capacità di valorizzare il ruolo della Vallonia all’interno dell’Unione Europea a livello interno, inoltre, Magnette mirerebbe a rafforzare le posizioni di un partito socialista al governo in Vallonia ma all’opposizione nel parlamento federale belga. Ciò in un momento in cui la regione francofona del Belgio è scossa da una profonda crisi economica: la chiusura delle acciaierie Arcelor-Mittal due anni fa e l’annuncio della chiusura dello stabilimento della Caterpillar stanno consegnando decine di migliaia di lavoratori delle grandi imprese e dell’indotto alla disoccupazione senza che l’Unione Europea stia muovendo un dito per evitarlo.
Intanto però, la natura profondamente antidemocratica dell’impianto europeista emerge di nuovo in tutta la sua evidenza, così come era accaduto a giugno con il referendum britannico sulla Brexit. Se allora gli strali dei think tank europeisti si erano concentrati sugli ignoranti (in molti discorsi identificati con i proletari) e sugli anziani inglesi, rei di aver scelto di uscire dall’Europa unita, stavolta il leit motiv mainstream prende di mira il fatto che ad una piccola regione come la Vallonia – 3 milioni e mezzo di abitanti appena – sia consentito di bloccare i piani e gli appetiti di un vasto blocco multinazionale come l'UE.
Eppure una volta le cosiddette ‘piccole patrie’ piacevano ai piani alti. Ora che alcune entità territoriali, esprimendosi attraverso l’esercizio di quella democrazia seppur formale che il progetto di unificazione europea vorrebbe mandare definitivamente in soffitta (si veda il referendum italiano del 4 dicembre), rischiano di mandare all’aria i progetti delle oligarchie continentali (per quanto controversi), il discorso del ‘piccolo è bello’ sembra aver perso l'appeal di una volta.
Fonte
Nei giorni scorsi sia dal Canada sia da Bruxelles erano giunte numerose reazioni scomposte alla decisione del governo belga che, di fronte al ‘no’ al trattato confermato dal presidente della Vallonia, si era detto impossibilitato a dare il proprio assenso a quello che nei fatti è un precursore dell’altrettanto contestato Ttip, il Trattato di Libero Commercio tra Ue e Stati Uniti.
La ministra del commercio con l'estero del Canada, Chrystia Freeland, non aveva nascosto la sua ira. "Sembra ovvio a me, e al Canada, che l'Unione Europea è incapace di arrivare ad un accordo internazionale, anche con un paese come il Canada che è di grande valore per l'Europa, e con un paese paziente come il Canada" aveva detto l’esponente liberale.
La Commissione europea aveva riconosciuto nei giorni scorsi il serio stop impresso alle trattative dal diniego della Vallonia ma aveva affermato anche di essere convinta che il negoziato non fosse saltato in modo definitivo.
Poi però dalla regione francofona del Belgio – il cui parlamento, insieme a quello della regione di Bruxelles, ha respinto a stragrande maggioranza l’accordo – era arrivata una nuova doccia fredda. Il presidente della Vallonia, il socialista Paul Magnette, aveva affermato di giudicare “insufficiente” le piccole modifiche apportate al testo dai negoziatori nel tentativo di rendere il trattato digeribile almeno ai settori più moderati del fronte critico.
Poi oggi, di nuovo, il presidente del parlamento regionale della Vallonia, Andrè Antoine, ha dichiarato che “non sarà possibile rispettare l’ultimatum” del Consiglio Europeo fissato per stasera sulla firma dell’Accordo economico e commerciale globale (Ceta).
Questo mentre continuano in maniera febbrile i negoziati e le istituzioni dell’Unione Europea stanno operando forti pressioni sui dirigenti belgi e valloni affinché rimuovano il loro ‘no’ alla firma dell’accordo. Il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, con l’appoggio del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, ha incontrato a Bruxelles la signora Freeland e poi il ministro-presidente della Vallonia Paul Magnette, nel tentativo di convincerlo a sbloccare la firma. La costituzione belga prevede infatti che le diverse entità amministrative in cui è suddiviso il paese diano il loro benestare affinché il governo federale possa firmare il trattato a nome del Belgio, consentendo così all’Unione Europea di far entrare in vigore il Ceta in maniera ‘provvisoria’ in attesa di una ratifica da parte di tutti i parlamenti che evidentemente finora è stata considerata poco più di un pro forma.
Una bella gatta da pelare per l’Unione Europea anche perché, senza l'approvazione dell'accordo commerciale con Canada anche il Ttip, già molto discusso e contestato, andrebbe definitivamente in soffitta. Per non parlare di un altro trattato, di cui si sa poco e niente, il cosiddetto Accordo di Associazione Strategica tra Canada e Unione Europea, complementare al Ceta.
«Vogliamo un trattato che garantisca la più elevata delle protezioni sociali» insiste Magnette, esponente della sinistra socialdemocratica che fa della critica – almeno verbale – nei confronti delle multinazionali e del liberismo e di una più equa distribuzione delle ricchezze un proprio cavallo di battaglia. Oltre alle forze di sinistra, ad alcuni sindacati e forze sociali che contestano il Ceta – e ancora di più il Ttip – perché concederebbe un sostanziale strapotere alle multinazionali contro i diritti dei lavoratori, degli agricoltori e allevatori, e dei consumatori, bypassando le leggi nazionali attraverso corti di arbitrato costituite ad hoc ad uso e consumo delle grandi imprese multinazionali, anche molti settori imprenditoriali e pezzi stessi dell'architettura europea non vedono di buon occhio una trattativa giudicata "a perdere".
Per la stessa ragione per cui nei mesi scorsi Francia e Germania hanno dato un chiaro stop al negoziato sul Ttip: partito come un trattato che doveva favorire le imprese e i cosiddetti mercati a spese della protezione del lavoro, dell’ambiente e della salute, a reciproco vantaggio delle due parti e come strumento di comune competizione nei confronti di altri blocchi geopolitici, tanto il Ceta quanto il Ttip si sono rivelati due strumenti attraverso i quali Washington e i suoi satelliti tentano di infliggere un colpo micidiale agli interessi e alle prerogative della borghesia europea. E così l’atmosfera è cambiata e gli ostacoli da parte europea si sono progressivamente moltiplicati.
A non convincere i valloni, e non solo loro, è in particolare la clausola del CETA sulla protezione degli investimenti esteri. Il punto più controverso è quello delle corti di arbitrato per risolvere controversie tra imprese e Stati. La Vallonia vuole maggiori garanzie per evitare «la dominazione delle multinazionali» insiste Magnette.
Ma qualche intoppo viene anche dalla Germania. Il Tribunale Costituzionale di Berlino ha sentenziato che il governo federale debba adottare le misure necessarie affinché solo le parti del Ceta che non sono di competenza statale possano essere attivate in via provvisoria nel caso in cui il Consiglio dei Ministri europei conceda luce verde, all’unanimità, alla firma. Come se non bastasse, il governo sloveno denuncia che l’accordo con il Canada darebbe un ulteriore impulso alla privatizzazione dell’acqua proprio ora che Lubiana intende inserire nella propria costituzione la tutela del carattere pubblico di questo bene comune, mentre da Varsavia fanno stizzosamente notare che il testo dell’accordo in inglese e quello tradotto in polacco sono assai diversi.
Alla fine, viste le enormi pressioni e il carattere non certo antisistema del suo partito, Magnette potrebbe decidere di dare all’ultimo minuto il proprio assenso alla firma del trattato. Non prima però di aver raggiunto qualche altro risultato e di aver portato a casa qualche piccolo cambiamento che possa permettergli di vantare una qualche vittoria da opporre alle scontate proteste dei sindacati, delle forze di destra che invocano il protezionismo e soprattutto delle sinistre radicali; nell’assemblea regionale il comunista Partito del Lavoro e l’estrema sinistra possono contare ora su un 5.7%, quota che secondo i sondaggi potrebbe salire anche al 9%. Dimostrando la sua capacità di valorizzare il ruolo della Vallonia all’interno dell’Unione Europea a livello interno, inoltre, Magnette mirerebbe a rafforzare le posizioni di un partito socialista al governo in Vallonia ma all’opposizione nel parlamento federale belga. Ciò in un momento in cui la regione francofona del Belgio è scossa da una profonda crisi economica: la chiusura delle acciaierie Arcelor-Mittal due anni fa e l’annuncio della chiusura dello stabilimento della Caterpillar stanno consegnando decine di migliaia di lavoratori delle grandi imprese e dell’indotto alla disoccupazione senza che l’Unione Europea stia muovendo un dito per evitarlo.
Intanto però, la natura profondamente antidemocratica dell’impianto europeista emerge di nuovo in tutta la sua evidenza, così come era accaduto a giugno con il referendum britannico sulla Brexit. Se allora gli strali dei think tank europeisti si erano concentrati sugli ignoranti (in molti discorsi identificati con i proletari) e sugli anziani inglesi, rei di aver scelto di uscire dall’Europa unita, stavolta il leit motiv mainstream prende di mira il fatto che ad una piccola regione come la Vallonia – 3 milioni e mezzo di abitanti appena – sia consentito di bloccare i piani e gli appetiti di un vasto blocco multinazionale come l'UE.
Eppure una volta le cosiddette ‘piccole patrie’ piacevano ai piani alti. Ora che alcune entità territoriali, esprimendosi attraverso l’esercizio di quella democrazia seppur formale che il progetto di unificazione europea vorrebbe mandare definitivamente in soffitta (si veda il referendum italiano del 4 dicembre), rischiano di mandare all’aria i progetti delle oligarchie continentali (per quanto controversi), il discorso del ‘piccolo è bello’ sembra aver perso l'appeal di una volta.
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15/10/2016
Libero Scambio Ue-Canada: il no della Vallonia inceppa il CETA
Con ben 46 voti a favore, 16 contrari ed una astensione, il parlamento della Vallonia, entità amministrativa del sud francofono del Belgio, ha approvato ieri una mozione contro la ratifica dell'accordo europeo di libero scambio con il Canada (noto con l'acronimo CETA) mettendone così in discussione l’approvazione. Subito dopo il voto parlamentare il ministro e presidente della Vallonia, il socialista Paul Magnette ha quindi annunciato che non darà mandato al governo federale affinché firmi l'intesa commerciale, a meno che non venga riaperto il negoziato diplomatico sulla dichiarazione interpretativa che deve essere associata al CETA, trattato che prevede l’abolizione di circa il 97% dei dazi doganali attualmente in vigore.
La Costituzione belga prevede che gli accordi internazionali per poter essere implementati dal governo statale debbano essere approvati anche dalle entità federate, oltre che dal Parlamento federale. Negli ultimi giorni, lo stesso Magnette ha ricevuto telefonate da diversi leader europei perché ignorasse il risultato della mozione parlamentare di cui però non può non tenere conto. Anche perché a votare contro la firma dell’accordo – difesa invece a spada tratta dai liberali – è stata anche la regione di Bruxelles-Capitale. E comunque il testo in esame deve essere approvato non solo dai 28 singoli stati ma anche dalla maggioranza del Parlamento Europeo. Per cercare di accelerare l’accettazione del trattato, l’Unione Europea ha deciso, in attesa di tutte le ratifiche statali, di far entrare in vigore il CETA in ‘via provvisoria’ a partire esclusivamente dal parere positivo da parte dei soli governi. Per martedì è stata organizzata una riunione straordinaria dei ministri del Commercio con l’obiettivo di portare a casa il risultato prima che qualche parlamento rimetta tutto in discussione, e sperando che l’entrata in vigore decisa dai governi convinca alcuni dei parlamenti e delle regioni riottose a fare un passo indietro. Il problema ora è che, visto che il governo federale belga non può concedere il suo assenso in virtù del voto della Vallonia e di Bruxelles, il meccanismo previsto dai 28 potrebbe incepparsi.
Da giorni ormai la dichiarazione interpretativa – che di fatto regola l’attuazione dell’accordo – è oggetto di un febbrile negoziato all’interno del quale aumentano progressivamente le critiche, da parte di esponenti politici di vario tipo e di diversi paesi, contro un accordo accusato di favorire le grandi imprese d’oltreoceano a scapito degli interessi degli imprenditori e dei mercati europei e di costituire una vera e propria testa di ponte verso la firma del Ttip, trattato tra Ue e Stati Uniti ai quali sia la Francia sia la Germania hanno posto recentemente un serio stop.
In una prima bozza del testo, l’Unione Europea assicura che «l'intesa preserva la capacità dell'Unione europea, dei suoi stati membri e dello stesso Canada di adottare e applicare le proprie leggi e i propri regolamenti per regolare l'attività economica nell'interesse pubblico». Ma non ci credono molte associazioni dei consumatori, degli agricoltori, degli allevatori, dei ristoratori, organizzazioni sindacali e politiche che accusano i promotori dell’accordo di voler bypassare le legislazioni nazionali che proteggono i cittadini, la salute pubblica, la qualità del lavoro e l’ambiente.
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La Costituzione belga prevede che gli accordi internazionali per poter essere implementati dal governo statale debbano essere approvati anche dalle entità federate, oltre che dal Parlamento federale. Negli ultimi giorni, lo stesso Magnette ha ricevuto telefonate da diversi leader europei perché ignorasse il risultato della mozione parlamentare di cui però non può non tenere conto. Anche perché a votare contro la firma dell’accordo – difesa invece a spada tratta dai liberali – è stata anche la regione di Bruxelles-Capitale. E comunque il testo in esame deve essere approvato non solo dai 28 singoli stati ma anche dalla maggioranza del Parlamento Europeo. Per cercare di accelerare l’accettazione del trattato, l’Unione Europea ha deciso, in attesa di tutte le ratifiche statali, di far entrare in vigore il CETA in ‘via provvisoria’ a partire esclusivamente dal parere positivo da parte dei soli governi. Per martedì è stata organizzata una riunione straordinaria dei ministri del Commercio con l’obiettivo di portare a casa il risultato prima che qualche parlamento rimetta tutto in discussione, e sperando che l’entrata in vigore decisa dai governi convinca alcuni dei parlamenti e delle regioni riottose a fare un passo indietro. Il problema ora è che, visto che il governo federale belga non può concedere il suo assenso in virtù del voto della Vallonia e di Bruxelles, il meccanismo previsto dai 28 potrebbe incepparsi.
Da giorni ormai la dichiarazione interpretativa – che di fatto regola l’attuazione dell’accordo – è oggetto di un febbrile negoziato all’interno del quale aumentano progressivamente le critiche, da parte di esponenti politici di vario tipo e di diversi paesi, contro un accordo accusato di favorire le grandi imprese d’oltreoceano a scapito degli interessi degli imprenditori e dei mercati europei e di costituire una vera e propria testa di ponte verso la firma del Ttip, trattato tra Ue e Stati Uniti ai quali sia la Francia sia la Germania hanno posto recentemente un serio stop.
In una prima bozza del testo, l’Unione Europea assicura che «l'intesa preserva la capacità dell'Unione europea, dei suoi stati membri e dello stesso Canada di adottare e applicare le proprie leggi e i propri regolamenti per regolare l'attività economica nell'interesse pubblico». Ma non ci credono molte associazioni dei consumatori, degli agricoltori, degli allevatori, dei ristoratori, organizzazioni sindacali e politiche che accusano i promotori dell’accordo di voler bypassare le legislazioni nazionali che proteggono i cittadini, la salute pubblica, la qualità del lavoro e l’ambiente.
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