Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/04/2014
La tortura non funziona, la Cia ha mentito
La Cia, la maggiore agenzia di intelligence al servizio del governo degli Stati Uniti, ha ingannato per anni il Congresso e l'opinione pubblica del paese omettendo significativi dettagli riguardo alla brutalità dei metodi di interrogatorio usati sotto il presidente George W. Bush ed esagerando l'importanza delle informazioni di intelligence ottenute con tali metodi di vera e propria tortura per giustificare il ricorso alla violenza contro i detenuti, molti dei quali rapiti illegalmente in diversi paesi del mondo dopo l'11 settembre del 2001. E' quanto si legge in un rapporto del Senato degli Stati Uniti pubblicato oggi dal quotidiano Washington Post e frutto di 5 anni di indagini.
Diversi funzionari a conoscenza delle 6.300 pagine di rapporto hanno evidenziato come il Senato sia giunto alla conclusione che le informazioni di intelligence più preziose su al Qaeda, "tra cui quelle che hanno portato all'operazione contro Osama bin Laden nel 2011", non siano state ottenute affatto per mezzo dei brutali metodi della Cia.
"La Cia ha presentato più volte il suo programma sia al Dipartimento di Giustizia che al Congresso sostenendo di aver ottenuto informazioni di intelligence impareggiabili che non sarebbe riuscita ad avere diversamente, e che avrebbero aiutato a sventare complotti terroristici e a salvare migliaia di vite - ha dichiarato un funzionario - tutto questo era vero? La risposta è no".
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24/01/2014
Polonia. Esplode lo scandalo delle prigioni segrete della Cia
Il caso delle prigioni segrete della CIA in Polonia è esploso dopo un articolo pubblicato ieri dal Washington Post. Il giornale statunitense ha rivelato che l'agenzia statunitense avrebbe pagato 15 milioni dollari nel 2003 alla Polonia per installare il più grande "buco nero" della Cia per i prigionieri sospettati di essere di Al Qaeda al di fuori degli Stati Uniti. E proprio in Polonia Khalid Sheikh Mohammed , ritenuto “la mente” degli attentati dell'11 settembre ha subito ben 183 sedute di tortura con il waterboarding dopo la sua cattura.
Secondo il Washington Post, la CIA ha pagato l'agenzia di intelligence polacca 15 milioni dollari come ricompensa per l'installazione della prigione segreta a Stare Kiejkuty nel nord della Polonia. " In una fredda giornata all'inizio del 2003, due agenti di alto livello della CIA sono arrivati presso l'ambasciata degli Stati Uniti a Varsavia per prendere due grandi scatole di cartone, con 15 milioni di dollari in contanti, spediti dalla Germania attraverso un corriere diplomatico. I due uomini hanno messo i cartoni in una macchina che ha attraversato Varsavia fino alla sede dell'intelligence polacca " scrive il Washington Post.
Queste rivelazioni sono state descritte come "ridicole" e " degne di un copione hollywoodiano " da Leszek Miller , il primo ministro polacco. Per il senatore Jozef Pinior che sta seguendo da vicino la questione, queste rivelazioni sono, invece "compromettenti per la Polonia che si è comportata come una repubblica delle banane di fronte gli Stati Uniti. L'alto giudice polacco Andrzej Seremet, da parte sua ritiene che le rivelazioni del giornale americano sono "sensazionali, ma non necessariamente credibili".
Nel dicembre scorso, la Polonia aveva dovuto rispondere alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU) alle accuse di un prigioniero palestinese e di uno saudita, che hanno denunciato di essere stati torturati sul suo territorio prima del loro trasferimento a Guantanamo. Entrambi i ricorrenti, Abu Zubaydah, un palestinese 42 anni, e Abd al - Rahim al- Nashiri, un saudita di 48 anni, chiedono la condanna di Varsavia per "trattamento inumano o degradante "e la privazione illegale della libertà".
Dinanzi alla Corte, il governo polacco ha rifiutato di commentare i contenuti del caso, nascondendosi dietro il “segreto istruttorio” essendoci ancora in corso un'inchiesta su questi fatti. Il procedimento era stato aperto dalla giustizia polacca nel 2008. A seguito di questa udienza, la Corte Europea ha rinviato la sua decisione ad una data non ancora specificata.
Sono stati in totale 54 i paesi (tra cui l'Italia) che hanno collaborato con la CIA nel suo programma di detenzione segreta e tortura di sospetti terroristi dopo gli attentati dell'11 settembre.
Fonte
Secondo il Washington Post, la CIA ha pagato l'agenzia di intelligence polacca 15 milioni dollari come ricompensa per l'installazione della prigione segreta a Stare Kiejkuty nel nord della Polonia. " In una fredda giornata all'inizio del 2003, due agenti di alto livello della CIA sono arrivati presso l'ambasciata degli Stati Uniti a Varsavia per prendere due grandi scatole di cartone, con 15 milioni di dollari in contanti, spediti dalla Germania attraverso un corriere diplomatico. I due uomini hanno messo i cartoni in una macchina che ha attraversato Varsavia fino alla sede dell'intelligence polacca " scrive il Washington Post.
Queste rivelazioni sono state descritte come "ridicole" e " degne di un copione hollywoodiano " da Leszek Miller , il primo ministro polacco. Per il senatore Jozef Pinior che sta seguendo da vicino la questione, queste rivelazioni sono, invece "compromettenti per la Polonia che si è comportata come una repubblica delle banane di fronte gli Stati Uniti. L'alto giudice polacco Andrzej Seremet, da parte sua ritiene che le rivelazioni del giornale americano sono "sensazionali, ma non necessariamente credibili".
Nel dicembre scorso, la Polonia aveva dovuto rispondere alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU) alle accuse di un prigioniero palestinese e di uno saudita, che hanno denunciato di essere stati torturati sul suo territorio prima del loro trasferimento a Guantanamo. Entrambi i ricorrenti, Abu Zubaydah, un palestinese 42 anni, e Abd al - Rahim al- Nashiri, un saudita di 48 anni, chiedono la condanna di Varsavia per "trattamento inumano o degradante "e la privazione illegale della libertà".
Dinanzi alla Corte, il governo polacco ha rifiutato di commentare i contenuti del caso, nascondendosi dietro il “segreto istruttorio” essendoci ancora in corso un'inchiesta su questi fatti. Il procedimento era stato aperto dalla giustizia polacca nel 2008. A seguito di questa udienza, la Corte Europea ha rinviato la sua decisione ad una data non ancora specificata.
Sono stati in totale 54 i paesi (tra cui l'Italia) che hanno collaborato con la CIA nel suo programma di detenzione segreta e tortura di sospetti terroristi dopo gli attentati dell'11 settembre.
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11/09/2013
11 settembre 2001. Un mondo diviso in due
L'11 settembre del 2001 il mondo si divise in due. Esultarono da Bogotà a Jakarta. Si costernarono da Washington a Tokyo. Nei dieci anni precedenti l'11 settembre bombardieri, missili, marines statunitensi avevano colpito in Iraq, Somalia, Jugoslavia, Colombia. La retrospettiva più emblematica di quella divisione è quella del bambino afghano nel film collettivo di vari registi (tra cui Sean Penn, Ken Loach, Amos Gitai, Claude Lelouche) dedicato proprio a quell'evento. Il bambino chiede alla sua maestra, che li aveva riuniti per pregare a causa quanto era accaduto a New York e Washington: “perchè dobbiamo pregare, non capisco”.
Per l'amministrazione statunitense di George Bush l'11 settembre fu “l'evento scatenante” che poteva consentire ai neoconservatori al potere di giocare tutte le loro carte – quelle militari soprattutto – per impedire lo scenario di un declino dell'egemonia mondiale statunitense e di emersione di nuove potenze competitive, uno scenario che avevano messo nero su bianco in un documento del 1992 ed attualizzato con il Pnac (Progetto per un Nuovo Secolo Americano). Le dinamiche della storia dimostrano che il tentativo dei neoconservatori statunitensi di utilizzare gli attacchi dell'11 settembre sul suolo americano per bloccare la tendenza , non sono andati nella direzione desiderata. Al contrario. Il mondo è cambiato, ma stava cambiando già l'11 settembre del 2001.
Fonte
Per l'amministrazione statunitense di George Bush l'11 settembre fu “l'evento scatenante” che poteva consentire ai neoconservatori al potere di giocare tutte le loro carte – quelle militari soprattutto – per impedire lo scenario di un declino dell'egemonia mondiale statunitense e di emersione di nuove potenze competitive, uno scenario che avevano messo nero su bianco in un documento del 1992 ed attualizzato con il Pnac (Progetto per un Nuovo Secolo Americano). Le dinamiche della storia dimostrano che il tentativo dei neoconservatori statunitensi di utilizzare gli attacchi dell'11 settembre sul suolo americano per bloccare la tendenza , non sono andati nella direzione desiderata. Al contrario. Il mondo è cambiato, ma stava cambiando già l'11 settembre del 2001.
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12/09/2012
Gli 11 settembre, entrambi, sono lontani
Il ricordo del più grande singolo atto terroristico della Storia, quello di New York, continua intanto a essere rappresentato come il più straordinario esempio di “uso pubblico della Storia”. Appare sempre più chiaro che invece i due eventi sono intimamente legati e fondativi della nostra contemporaneità.
Un’ideologia iniqua, razzista e criminale, il neoconservatorismo, fu infatti capace di usare gli atti terroristici dell’11 settembre 2001, come il nascente Terzo Reich fece con l’incendio del Reichstag nel 1933. Il terrorismo, come spesso accade, fu stabilizzante. Furono demonizzate, col pretesto di questo (Genova ne fu illuminante antefatto), le ragioni dei critici di un modello economico e sociale, i guasti del quale erano già sotto gli occhi di tutti. Il delirio millenarista dei neoconservatori ebbe il pretesto per mettere a ferro e fuoco mezzo mondo. Ben peggio avrebbe fatto, basta ricordare l’allucinante “Asse del male latinoamericano da colpire” o i 40-50 paesi da attaccare millantati da Donald Rumsfeld, se ne avesse avuto il tempo.
Nel giro di pochi anni non un solo leader di quella stagione politica (Bush, Rumsfeld, Tony Blair, José María Aznar, Silvio Berlusconi), a dimostrare in che mani fossimo, mantiene un minimo di credibilità e onorabilità. Riuscirono solo, a prezzo d’inenarrabili tragedie, a dare ancora un po’ di benefit ai loro grandi elettori, stringendoci a coorte nella solidarietà a quel modello che ergevano a simbolo stesso di un Occidente sotto attacco, e che in quella identificazione veniva umiliato. Era così forte, stridente, volgare, la correlazione tra quegli attentati e l’uso pubblico di questi da essere per molti sospetta. Un decennio dopo, i fondamentalismi contrapposti, quello islamico e quello protestante, entrambi oscurantisti e suprematisti, sono impantanati. L’esportazione della Jihad attraverso le bombe non ha prosperato come non ha prosperato la pretesa di usare la supremazia militare per imporre il predominio degli Stati Uniti e dei satelliti di questo sul mondo.
In particolare per il fondamentalismo protestante la nemesi fu feroce. Pretendevano di usare l’11 settembre addirittura per far finire la Storia e imporre a tutto il pianeta il loro modello sociale ed economico e disporre, attraverso l’imposizione con la forza di governi servili (come col fallito golpe in Venezuela dell’11 aprile 2002), di risorse per un altro giro di giostra. Ancora questa settimana un povero cristo è morto a Guantanamo, la base militare statunitense in territorio cubano occupato illegalmente da più di mezzo secolo. Stava lì da oltre dieci anni e non era mai stato incriminato di alcunché, a dimostrazione che al neoconservatorismo di esportare democrazia e stato di diritto non importasse affatto.
La realtà li ha smentiti nelle loro frenesie da dottor Stranamore. Intere regioni del pianeta non rispondono più e quelle che rispondono, come l’Europa, sono in affanno. Neanche i talebani afghani sono stati sconfitti con le armi. I regimi rovesciati, dall’Iraq alla Libia, hanno lasciato spazio a simulacri di democrazia. L’Occidente, nel breve volgere di un decennio, non è più il centro del mondo ma un frammento del mondo multipolare. La Cina, l’India, interi continenti come l’America latina, concertano cammini autonomi senza riconoscere primogeniture. Di “nuovo secolo americano” non parla più nessuno. L’FMI, lungi dall’aver smesso di fare disastri, non è più egemone. Perfino il G8, che ancora a Genova si atteggiava a governo del mondo, è stato di fatto sostituito dal G20, istanza imperfetta ma più rappresentativa, in attesa che le Nazioni Unite cambino o periscano. Soprattutto, la crisi strutturale del modello neoliberale morde lo stesso Occidente. I tecnocrati chiamati al governo applicano le stesse ricette che hanno portato al disastro. Nelle periferie di questo, dal Messico alla Grecia, si palesa come incubo la fine del lavoro evocata da Jeremy Rifkin come sogno meno di vent’anni fa.
Lo spettro della fine del lavoro, che vuol dire fine dell’aspettativa di vita degna per moltitudini di persone, ci riporta al punto di partenza. Fu per risolvere armi alla mano il conflitto tra capitale e lavoro che fu bombardato il palazzo della Moneda a Santiago del Cile quell’11 settembre di 39 anni fa. Arrivarono i Chicago Boys, gli economisti neoliberali venuti dal Nord, che poterono sperimentare sulla carne viva dei lavoratori cileni torturati le loro teorie. Non risolsero ma pretesero di cancellare tale conflitto, incarnato dalla figura alta di Salvador Allende, come cancellarono le libertà sindacali e i diritti umani. Fu con le bombe alla Moneda che si aprì la stagione che portò al delirio d’onnipotenza neoconservatore, attraverso il reaganismo, il thatcherismo, il neoliberismo reale. Proprio in America latina arrivò a indurre carestie in paesi ricchissimi come l’Argentina. Infine, attraverso l’uso strumentale dell’11 settembre 2001, vollero le “guerre infinite” e seminarono la gramigna del nostro presente di declino.
Oggi, nonostante la figura di Allende si stagli ancora per etica, statura politica, visione della complessità, è lontano il Cile dell’Unidad Popular, il Cile dei sindacati e delle organizzazioni di classe, il Cile dell’universalità dei diritti al quale davamo il nome di Socialismo. È lontano ma è allo stesso tempo vicino, come testimoniano i governi integrazionisti latinoamericani e nello stesso Cile gli enormi movimenti studenteschi. È vicino perché, con quel golpe ignominioso, non fu messa fine a un’esperienza di governo in un paese periferico, ma si cancellò una possibilità concreta di progresso per sperimentare e imporre il modello che portò a infinite ingiustizie. È lontano l’11 settembre 1973, ma il Cile popolare ha ancora molto da insegnare. Al contrario il modello dell’11 settembre 2001 è davvero al capolinea.
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11/09/2012
11/09: dopo undici anni gli USA sono ancora in guerra
In un editoriale sul “New York Times” dello scorso giugno, Jimmy Carter ha definito “vergognosa” la politica americana post-11 settembre.
E lo ha fatto citando la violazione della privacy attraverso
“intercettazioni senza precedenti”; gli omicidi mirati da parte della
CIA; la legalizzazione del diritto di detenere indefinitamente i
sospetti terroristi; l’uso continuo dei droni sui civili in Afghanistan, Pakistan, Somalia, Yemen. Per l’ex-presidente si tratta di politiche antiterrorismo
che “violano almeno 10 dei 30 articoli della Dichiarazione Universale
dei Diritti Umani”, e che segnalano che “il nostro Paese non ha più
l’autorità morale per parlare di diritti”.
Una risposta alle affermazioni di Carter è venuta qualche giorno dopo da parte di John Brennan, senior adviser della Casa Bianca sulle questioni antiterrorismo. Gli attacchi dei droni, ha spiegato, sono perfettamente “legali”, “morali”, persino “saggi” perché consentono di “salvare i nostri uomini e donne in uniforme” e “rimuovere i terroristi dal campo di battaglia”. Brennan ha riaffermato la “trasparenza” della politica americana in tema di terrorismo, aggiungendo che, “anche se al-Qaeda è l’ombra di quello che era”, la war on terror americana non è destinata a concludersi nel futuro immediato.
A 11 anni dalla strage, dunque, la guerra continua. Oggi è però soprattutto il giorno del ricordo e i nomi delle 2977 vittime di Due Torri e Pentagono saranno pronunciati ad alta voce, come sempre, a New York e in tanti altri centri grandi e piccoli. Forse ci sarà un po’ meno intensità, rispetto all’anno scorso, quando cadde il decennale. In tempi di campagna elettorale sono del resto altri i numeri che vengono più spesso ricordati – soprattutto i 23 milioni di americani senza un lavoro – e l’attacco diventa storia condivisa più che cronaca urgente. Si sbaglierebbe comunque ad archiviare come memoria quel giorno di settembre di 11 anni fa. “L’11 settembre rimane tra noi – ci spiega David Cole, uno dei più importanti costituzionalisti americani. E’ l’evento che ha accelerato processi di limitazione delle libertà in atto da decenni. Nessuno, nemmeno l’elezione di un presidente come Barack Obama, è riuscito a frenare il fenomeno”. Norme eccezionali come il Patriot Act, la legge antiterrorismo fatta votare da George Bush all’indomani dell’attacco, “sono ormai diventate patrimonio integrante della legislazione americana”, spiega Cole, e Guantanamo (dove ieri un detenuto è stato trovato morto), nonostante i tentativi di Obama di chiuderlo, rimane attivo e operante, con i suoi 168 sospetti terroristi ancora detenuti, in larga parte privati di habeas corpus e diritto alla difesa. Il loro futuro, con ogni probabilità, dipende dai tribunali militari istituiti da Bush e reintrodotti da Obama.
Proprio su Obama, in questi mesi, si è concentrato il dibattito. Il presidente, costituzionalista di formazione, era stato eletto nel 2008 suscitando favore e speranze nei gruppi per i diritti civili. Nel 2010 Angelo Romero, executive director dell’American Civil Liberties Union, ha però dismesso gli entusiasmi e detto di essere “disgustato” da Obama. In compenso questa amministrazione ha incassato lodi e appoggio da parte dei falchi del precedente governo. Jack Goldsmith, il funzionario del Dipartimento di giustizia che ha personalmente approvato tortura e spionaggio domestico, ha scritto su “New Republic” che Obama è stato più efficace di Bush in tema di lotta al terrorismo. Michael Hayden, ex-direttore della CIA, ha detto che c’è “una continuità potente tra Bush e Obama”. E persino il falco dei falchi, l’ex-vicepresidente Dick Cheney, ha raccontato che Obama si è reso conto “che quello che abbiamo fatto è stato giusto”.
Quello che Obama ha fatto, in effetti, è rendere legale ciò che il suo predecessore aveva mantenuto in una zona grigia, creando al tempo stesso una struttura operativa in larga parte incurante delle protezioni del Bill of Rights. Obama ha oggi il potere di ordinare un assassinio senza dover prima passare da Congresso o tribunali. Obama è stato il primo presidente a festeggiare pubblicamente l’omicidio di un cittadino americano. E’ successo in Virginia, nell’ottobre 2011, quando il presidente ha celebrato l’eliminazione di Anwar al-Awlaki, militante di al-Qaeda nato in New Mexico, contro cui la giustizia americana non ha mai levato alcuna accusa formale. Obama è il primo presidente USA a permettere che un cittadino, americano e non, possa finire in galera indefinitamente e senza accesso a un tribunale. Bush l’aveva fatto ampiamente, con José Padilla e le altre migliaia di arrestati dopo l’11 settembre, senza però mai legalizzare la cosa. Obama è stato più sistematico e ha firmato il National Defense Authorization Act del 2012, che consente di riempire legalmente le carceri dei paesi amici – Bagram, Afghanistan, anzitutto – di sospetti terroristi, senza che il governo americano debba provare nulla.
“Il vero salto di qualità riguarda però le politiche interne”, ci spiega ancora David Cole. Se infatti l’amministrazione Bush aveva rivolto gran parte della sua attenzione all’estero, quella di Obama ha stretto il cerchio all’interno. La National Security Agency sta oggi costruendo tra le montagne dello Utah il più vasto e capillare centro di spionaggio al mondo che, come afferma James Bamforth di Wired.com, avrà il compito di “intercettare, decifrare, analizzare, immagazzinare gran parte dei dati e delle informazioni che transitano per i network mondiali”. Il centro, chiamato genericamente Utah Data Center e costato 2 miliardi di dollari, sarà operativo dal settembre 2013. Certa la collaborazione di provider e società delle telecomunicazioni nazionali, cui il Congresso nel 2008 ha garantito l’immunità nei casi di passaggio non autorizzato al governo USA di informazioni riservate dei loro clienti. Quelle società sono anzi i migliori collaboratori, in quanto la Costituzione limita l’attività di spionaggio del governo, non quella delle società private.
L’involuzione seguita all’11 settembre ha toccato tante altre aree della vita degli americani. C’è stato il giro di vite contro Wikileaks e chi, come il soldato Bradley Manning, ha diffuso informazioni classificate sui modi in cui in questi anni è stata gestita la war on terror – il trattamento particolarmente inumano di Manning, tenuto in isolamento per quasi un anno in un carcere militare della Virginia, è considerato da alcuni come un avvertimento a eventuali altri whistleblowers, delatori, in possesso di informazioni riservate sulle indagini che hanno portato all’uccisione di Osama bin-Laden -. C’è stata la progressiva militarizzazione di gran parte delle agenzie statali e federali, soprattutto dell’ICE, l’Immigration and Customs Enforcement. E c’è stata, per l’appunto, la trasformazione dell’immigrazione da questione sociale in tema di ordine pubblico. Oltre la nota legge anti-immigrati dell’Arizona, hanno sollevato proteste e polemiche le nuove norme delle “Secure Communities” che il governo federale applica da quest’estate a New York, in Massachusetts e in altre zone del Paese, e che hanno portato all’espulsione di migliaia di migranti colpevoli di reati minori o amministrativi.
La lista potrebbe essere ancora lunga e contenere, per esempio, la sostanziale impunità offerta dal Dipartimento di giustizia agli agenti CIA responsabili della morte di prigionieri sotto loro custodia. Solo due tra questi sono stati perseguiti e quindi assolti per la morte di Gul Rahman e Manadel al-Jamal: il primo legato nudo a un muro di cemento gelato della prigione; il secondo fatto penzolare a testa in giù sino a quando del sangue cominciò a fuoriuscire dalla bocca. Le indagini militari avevano accusato gli agenti di omicidio. Il Dipartimento di giustizia, nell’assolverli, ha concluso che “non esistono nei due casi prove sufficienti e al di là di ogni ragionevole dubbio”.
Fonte
Una risposta alle affermazioni di Carter è venuta qualche giorno dopo da parte di John Brennan, senior adviser della Casa Bianca sulle questioni antiterrorismo. Gli attacchi dei droni, ha spiegato, sono perfettamente “legali”, “morali”, persino “saggi” perché consentono di “salvare i nostri uomini e donne in uniforme” e “rimuovere i terroristi dal campo di battaglia”. Brennan ha riaffermato la “trasparenza” della politica americana in tema di terrorismo, aggiungendo che, “anche se al-Qaeda è l’ombra di quello che era”, la war on terror americana non è destinata a concludersi nel futuro immediato.
A 11 anni dalla strage, dunque, la guerra continua. Oggi è però soprattutto il giorno del ricordo e i nomi delle 2977 vittime di Due Torri e Pentagono saranno pronunciati ad alta voce, come sempre, a New York e in tanti altri centri grandi e piccoli. Forse ci sarà un po’ meno intensità, rispetto all’anno scorso, quando cadde il decennale. In tempi di campagna elettorale sono del resto altri i numeri che vengono più spesso ricordati – soprattutto i 23 milioni di americani senza un lavoro – e l’attacco diventa storia condivisa più che cronaca urgente. Si sbaglierebbe comunque ad archiviare come memoria quel giorno di settembre di 11 anni fa. “L’11 settembre rimane tra noi – ci spiega David Cole, uno dei più importanti costituzionalisti americani. E’ l’evento che ha accelerato processi di limitazione delle libertà in atto da decenni. Nessuno, nemmeno l’elezione di un presidente come Barack Obama, è riuscito a frenare il fenomeno”. Norme eccezionali come il Patriot Act, la legge antiterrorismo fatta votare da George Bush all’indomani dell’attacco, “sono ormai diventate patrimonio integrante della legislazione americana”, spiega Cole, e Guantanamo (dove ieri un detenuto è stato trovato morto), nonostante i tentativi di Obama di chiuderlo, rimane attivo e operante, con i suoi 168 sospetti terroristi ancora detenuti, in larga parte privati di habeas corpus e diritto alla difesa. Il loro futuro, con ogni probabilità, dipende dai tribunali militari istituiti da Bush e reintrodotti da Obama.
Proprio su Obama, in questi mesi, si è concentrato il dibattito. Il presidente, costituzionalista di formazione, era stato eletto nel 2008 suscitando favore e speranze nei gruppi per i diritti civili. Nel 2010 Angelo Romero, executive director dell’American Civil Liberties Union, ha però dismesso gli entusiasmi e detto di essere “disgustato” da Obama. In compenso questa amministrazione ha incassato lodi e appoggio da parte dei falchi del precedente governo. Jack Goldsmith, il funzionario del Dipartimento di giustizia che ha personalmente approvato tortura e spionaggio domestico, ha scritto su “New Republic” che Obama è stato più efficace di Bush in tema di lotta al terrorismo. Michael Hayden, ex-direttore della CIA, ha detto che c’è “una continuità potente tra Bush e Obama”. E persino il falco dei falchi, l’ex-vicepresidente Dick Cheney, ha raccontato che Obama si è reso conto “che quello che abbiamo fatto è stato giusto”.
Quello che Obama ha fatto, in effetti, è rendere legale ciò che il suo predecessore aveva mantenuto in una zona grigia, creando al tempo stesso una struttura operativa in larga parte incurante delle protezioni del Bill of Rights. Obama ha oggi il potere di ordinare un assassinio senza dover prima passare da Congresso o tribunali. Obama è stato il primo presidente a festeggiare pubblicamente l’omicidio di un cittadino americano. E’ successo in Virginia, nell’ottobre 2011, quando il presidente ha celebrato l’eliminazione di Anwar al-Awlaki, militante di al-Qaeda nato in New Mexico, contro cui la giustizia americana non ha mai levato alcuna accusa formale. Obama è il primo presidente USA a permettere che un cittadino, americano e non, possa finire in galera indefinitamente e senza accesso a un tribunale. Bush l’aveva fatto ampiamente, con José Padilla e le altre migliaia di arrestati dopo l’11 settembre, senza però mai legalizzare la cosa. Obama è stato più sistematico e ha firmato il National Defense Authorization Act del 2012, che consente di riempire legalmente le carceri dei paesi amici – Bagram, Afghanistan, anzitutto – di sospetti terroristi, senza che il governo americano debba provare nulla.
“Il vero salto di qualità riguarda però le politiche interne”, ci spiega ancora David Cole. Se infatti l’amministrazione Bush aveva rivolto gran parte della sua attenzione all’estero, quella di Obama ha stretto il cerchio all’interno. La National Security Agency sta oggi costruendo tra le montagne dello Utah il più vasto e capillare centro di spionaggio al mondo che, come afferma James Bamforth di Wired.com, avrà il compito di “intercettare, decifrare, analizzare, immagazzinare gran parte dei dati e delle informazioni che transitano per i network mondiali”. Il centro, chiamato genericamente Utah Data Center e costato 2 miliardi di dollari, sarà operativo dal settembre 2013. Certa la collaborazione di provider e società delle telecomunicazioni nazionali, cui il Congresso nel 2008 ha garantito l’immunità nei casi di passaggio non autorizzato al governo USA di informazioni riservate dei loro clienti. Quelle società sono anzi i migliori collaboratori, in quanto la Costituzione limita l’attività di spionaggio del governo, non quella delle società private.
L’involuzione seguita all’11 settembre ha toccato tante altre aree della vita degli americani. C’è stato il giro di vite contro Wikileaks e chi, come il soldato Bradley Manning, ha diffuso informazioni classificate sui modi in cui in questi anni è stata gestita la war on terror – il trattamento particolarmente inumano di Manning, tenuto in isolamento per quasi un anno in un carcere militare della Virginia, è considerato da alcuni come un avvertimento a eventuali altri whistleblowers, delatori, in possesso di informazioni riservate sulle indagini che hanno portato all’uccisione di Osama bin-Laden -. C’è stata la progressiva militarizzazione di gran parte delle agenzie statali e federali, soprattutto dell’ICE, l’Immigration and Customs Enforcement. E c’è stata, per l’appunto, la trasformazione dell’immigrazione da questione sociale in tema di ordine pubblico. Oltre la nota legge anti-immigrati dell’Arizona, hanno sollevato proteste e polemiche le nuove norme delle “Secure Communities” che il governo federale applica da quest’estate a New York, in Massachusetts e in altre zone del Paese, e che hanno portato all’espulsione di migliaia di migranti colpevoli di reati minori o amministrativi.
La lista potrebbe essere ancora lunga e contenere, per esempio, la sostanziale impunità offerta dal Dipartimento di giustizia agli agenti CIA responsabili della morte di prigionieri sotto loro custodia. Solo due tra questi sono stati perseguiti e quindi assolti per la morte di Gul Rahman e Manadel al-Jamal: il primo legato nudo a un muro di cemento gelato della prigione; il secondo fatto penzolare a testa in giù sino a quando del sangue cominciò a fuoriuscire dalla bocca. Le indagini militari avevano accusato gli agenti di omicidio. Il Dipartimento di giustizia, nell’assolverli, ha concluso che “non esistono nei due casi prove sufficienti e al di là di ogni ragionevole dubbio”.
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26/12/2011
La dottrina nucleare americana tra Washington e Hollywood
Nel marzo 2005, in piena era neo-conservatrice,
l'Amministrazione degli Stati Uniti e le Forze armate americane
stilarono la nuova dottrina nucleare denominata DJNO (Doctrine for Joint
Nuclear Operations) che dettava le regole di ingaggio per l'uso degli
armamenti atomici in uno scenario bellico circoscritto o in caso di
aggressione asimmetrica da parte di entità nemiche.
Conseguente
alla linea di condotta delineata con la "guerra preventiva", gli
armamenti nucleari, intesi durante la guerra fredda quasi unicamente
nella loro funzione di deterrente e come difesa contro eventuali
attacchi atomici nemici massivi, in quella che si prospettava come MAD
(Mutual Assured Destruction), divenivano in quel frangente esplicite
armi tattiche.
Si leggeva nel documento: «È
essenziale che le forze armate statunitensi si preparino all'uso di armi
atomiche, e che siano determinate ad impiegarle se ciò è necessario per
prevenire o per reagire all'uso di armi di distruzione di massa».
Dunque anche la semplice previsione che un eventuale nemico potesse
utilizzare armi di distruzione massa giustificava l'utilizzo di armi
atomiche a scopo preventivo.
Un altro cambiamento
strutturale era relativo alla decisione operativa sull'utilizzo di tali
armi. Mentre precedentemente tale prerogativa era esclusivo appannaggio
del Presidente, da quel momento la decisione ultima spettava ai
comandanti militari sul campo. Il Presidente, in caso di crisi bellica,
si sarebbe limitato a fornire un via libera a priori, consentendo
l'utilizzo di tutti gli armamenti, convenzionali e non, ad appannaggio
della cosiddetta "cassetta degli attrezzi" di cui dispone ogni
comandante. A costui, che in ultima analisi potrebbe essere anche un
generale di brigata, spetterà la decisione discrezionale sull'utilizzo
degli armamenti più appropriati determinati dallo scenario di guerra,
comprese le testate atomiche in sua dotazione.
Questa
discrezionalità era anche figlia delle innovazioni tecnologiche che
avevano portato alla definizione di piccole testate nucleari, cosiddette
mini-nukes, con caratteristiche di estrema flessibilità nell'utilizzo
e, a detta dei vertici militari, «sicure per la popolazione civile». Il
tipo di scenario previsto si attagliava perfettamente ad una possibile
crisi tra Stati Uniti e Iran.
All'inizio di aprile
2010, Barack Obama ha inaugurato un nuovo corso con un documento di 80
pagine (Nuclear Posture Review), stilato con il segretario della Difesa
Robert Gates, il segretario di Stato Hillary Clinton, il capo di stato
maggiore Michael Mullen, il segretario dell'Energia Steven Chou, che ha
parzialmente rivoluzionato la dottrina strategica americana sul nucleare
militare, prevista da George W. Bush, prevedendo la restrizione delle
condizioni nelle quali sarebbe ammesso l'uso dell'atomica.
Da
quel momento gli Stati Uniti si sono impegnati unilateralmente (come
del resto era unilaterale la precedente dottrina) a non utilizzare mai
l'arma nucleare contro un avversario che non la possieda e che rispetti
il Trattato di Non-proliferazione, ma, aveva precisato Obama al "New
York Times", «gli Stati come Iran e Corea del Nord sono esclusi da
questa nuova regola».
Allo stesso modo gli
americani non avrebbero risposto col nucleare ad attacchi chimici,
battereologici, cibernetici, purché non si trattasse di minacce dalla
portata «devastante». Ed in ogni caso si «continueranno a preservare
tutti gli strumenti necessari a garantire la sicurezza del popolo
americano».
In previsione di un 2030 senza armi
atomiche, Obama era quindi giunto ad un accordo, a conclusione di sei
mesi di serrate trattative, per una nuova edizione del Trattato START
con l'altra grande potenza atomica globale, la Russia. Il testo,
ratificato a Praga l'8 aprile 2010 dallo stesso presidente Obama e
dall'omologo Dimitri Medvedev (poi approvato dal Congresso americano a
fine anno), prevede una riduzione di circa il 30% delle ogive detenute
dai due paesi, da 2.200 a 1.500. Il numero di vettori (missili
intercontinentali e a bordo di sommergibili e bombardieri) sarà ridotto
della metà, da1.600 a 800. L'accordo prevede inoltre rispettive
verifiche sul posto delle installazioni nucleari, scambi di dati,
reciproche notifiche sugli armamenti offensivi.
***
Per
un paese come gli Stati Uniti, l'architettura giuridica nazionale ed
internazionale sull'uso delle armi atomiche, o più in generale sul tema
della guerra, è altrettanto importante quanto la costruzione di un
immaginario emotivo per la popolazione.
I legami
tra la filmografia popolare americana e i sentimenti patriottici sono
sempre esistiti, ma a ridosso e dopo l'11 settembre questi rapporti sono
sembrati entrare in una fase evoluta e complessa. Nel periodo classico,
infatti, i film di guerra prodotti a Hollywood avevano soprattutto un
carattere celebrativo, e durante gli anni reaganiani i produttori
sembravano piuttosto odorare il vento e di conseguenza sfornare film e
personaggi che accompagnassero le tendenze della politica e della
società. Per fare un esempio ci si può riferire al Rambo di Sylvester
Stallone, che, da reduce del Vietnam disadattato ed emarginato del primo
episodio, diventa un autentico freedom fighter nei successivi sequel.
Negli
anni immediatamente successivi all'11 settembre, il film di guerra
tornava prepotentemente di moda, tanto da rappresentare 1/3 della
produzione totale. E non erano più i film di guerra classici, di
denuncia o meno, ma comunque pellicole con intenti di ricostruzione
storica o sociale, dai classicissimi Il giorno più lungo sullo sbarco in
Normandia, al corrosivo Il dottor Stranamore di Kubrik, fino ad
Apocalypse Now o Platoon sulla tragedia del Vietnam. I nuovi film
sembravano inserirsi in una sorta di progetto sociologico tendente a
creare modelli che lo spettatore americano medio avrebbe ritrovato poi,
con linguaggi del tutto simili, nei telegiornali e nelle corrispondenze
degli inviati nelle guerre vere. Attraverso quello strumento
potentissimo che è la narrazione emotiva, si potevano ingenerare nella
psicologia dello spettatore paure, desideri di rivalsa e vendetta,
accettazione di schemi culturali.
Non è quindi un
caso che in questi film di nuova generazione, a cavallo dell'anno 2000,
si mescoli guerra e terrorismo e che gli Stati Uniti siano costantemente
sotto la minaccia catastrofica da parte di gruppi terroristici, magari
con l'uso di armi nucleari.
Nel film Broken Arrow
(1996) un ufficiale corrotto dell'aviazione (John Travolta) ruba delle
bombe atomiche per rivenderle sul mercato nero e ne fa esplodere una
come ammonimento; per The Peacemaker (1997) con George Clooney e Nicole
Kidman, l'ambientazione è New York e il terrorista che cerca di far
esplodere nel centro della città un ordigno atomico, acquistato ancora
sul mercato nero, è un serbo; in Attacco al potere (1998), invece,
Denzel Washington è un funzionario dell'FBI che sventa la minaccia
portata contro New York da terroristi arabi. Molto interessante in
questa pellicola è la risposta data dal potere, personificato da un
generale col volto di Bruce Willis, che, contro una campagna di terrore,
decide di sospendere i diritti civili della popolazione in una sorta di
annuncio del Patriot Act post 11 settembre; in The sum of all fears
(titolo particolarmente evocativo, approssimativamente tradotto in
italiano con Al vertice della tensione) un film Paramount del 2002
tratto da un romanzo di Tom Clancy, con Ben Affleck e Morgan Freeman, i
terroristi fanno esplodere una bomba nucleare per uccidere il presidente
degli Stati Uniti e provocare un conflitto con la Russia. La pellicola,
di grande successo popolare negli Usa, diventò anche l'ambientazione
per un videogame, con una penetrante capacità educativa che non si
limitava alle due ore della visione ma diventava addirittura un compagno
di gioco per i ragazzi.
Una bomba atomica può
essere anche un amico. In Armageddon, del 1998, film del filone
catastrofista con i soliti muscolari Bruce Willis e Ben Affleck, sarà
proprio un ordigno nucleare a distruggere il meteorite che minaccia di
cancellare la vita sulla terra.
La familiarità del
pubblico americano con l'uso delle testate atomiche procede nell'ultimo
decennio attraverso le serie televisive di maggior successo, quelle che
entrano direttamente nelle case degli americani. Nella celebre serie
24, in onda sulla emittente Fox dal 2001, le prime stagioni ruotano
attorno al tentativo dell'agente federale Jack Bauer (Kiefer Sutherland)
di salvare Los Angeles dallo scoppio di una bomba atomica; in Jericho,
prodotto dalla CBS, si narrano le vicende post-apocalittiche di una
immaginaria cittadina della provincia americana dopo che le maggiori
città del paese sono state rase al suolo da attacchi atomici; anche in
Lost (ancora della Fox), probabilmente il serial più famoso del
decennio, si viene a scoprire che le surreali alterazioni
spazio-temporali vissute dai protagonisti sono state provocate dallo
scoppio di un ordigno nucleare.
È possibile trarre
un significato profondo da tutte queste tendenze? Sicuramente si è
instillato nel pubblico americano un terrore che si è materializzato
come in un incubo l'11 settembre, allorché la più ricorrente
considerazione tra la popolazione a proposito delle immagini di quel
giorno riguardò, appunto, l'immaginario collettivo: «Sembrava un film,
ma stavolta era vero». E da quel momento si faceva sempre più tangibile
la possibilità che il colpo successivo sarebbe stato con un'arma di
distruzione massiva.
La comunicazione politica di
massa si impossessò immediatamente di quella emozione. Quando si
chiedeva a Bush di fornire le prove che giustificassero l'attacco
all'Iraq, la prova provata, la "pistola fumante", gli spin doctor della
Casa Bianca confezionarono uno splendido discorso per il presidente.
Bush disse che l'inazione era un crimine, poiché dopo l'11 settembre il
fumo della smoking gun poteva assumere la forma di un fungo atomico.
Tale
immagine poetica ebbe un effetto psicologico davvero forte presso
l'opinione pubblica americana, e fu talmente efficace da fare il giro
del mondo. Ma il successo comunicativo non poteva essere così completo
se il terreno non fosse stato sapientemente preparato. Fu poi del tutto
irrilevante che la minaccia nucleare irachena, e quella di ogni altra
arma di distruzione di massa, risultasse completamente inventata. Lo
scopo era stato raggiunto.
Nel contesto attuale,
l'uso immaginifico della bomba assume un duplice significato. Quello
classico, della minaccia distruttrice che giunge dall'esterno; quello
familiare, se non addirittura benevolo, di ritrovata concordia col
concetto di guerra atomica, e quanto sia accettabile da parte degli
Stati Uniti, o dei suoi alleati, il ricorso all'uso di armamenti
nucleari come strumento di difesa, anche preventivo. Dopo 50 anni di
terrore per un possibile olocausto nucleare, si tratta di un epocale
cambiamento culturale. Ma la filmografia popolare non è uno dei mezzi
più efficaci per questo scopo?
14/09/2011
Il morto chilometrico.
Se per un'inondazione muoiono diecimila persone in India - per dire - fa meno effetto mediatico da noi che se esplode una caldaia con dei feriti a Viterbo: giornalisticamente è il cosiddetto "morto chilometrico", di ciò che fa notizia e di ciò che non la fa, inteso anche e ormai soprattutto come merce per consumatori e non come "servizio" per i cittadini. E' un criterio spaziale, di distanza, di appeal mediatico, di modalità dell'accaduto, di conseguenze dell'episodio nella sua gravità "relativa", intendo giornalisticamente relativa ecc. Forse è un discorso che si può fare a proposito dell'11 settembre, inteso non come anniversario del golpe militare contro Allende in Cile nel 1973 (reingoiato dalla storia senza troppi sussulti) bensì dell'assai più drammatico attacco alle Twin Towers di cui ricorreva il decennale.
Mediaticamente è stata ovviamente un'orgia di ricordi, cronache, punti di vista, commozioni, speculazioni politiche, contrapposizioni negli Usa tra il Bush ex spernacchiato e l'Obama ex osannato, misurazioni degli effetti di un attentato e delle guerre successive meglio se dichiarate e realizzate per tutt'altri motivi, slogan epocali ("la fine dell'innocenza") e story bord pubblicitari. Massimo Fini, noto per non mandarle a dire, ha sbriciolato il famoso "siamo tutti americani", postumo facilotto e condensatore della tragedia, per ricordare altri morti tra i civili delle guerre e delle colonizzazioni a stelle e strisce, in numeri vertiginosi di fronte ai quali la strage dell'11 settembre aritmeticamente scolora. Aritmeticamente, ma non giornalisticamente, né politicamente, per via di quel "morto chilometrico" elevato a potenza e inteso nel suo senso più pieno.
Qualcuno ha osservato che i media non parlano o non hanno parlato abbastanza dei dubbi sulle versioni ufficiali di quel giorno indimenticabile: è vero fino a un certo punto, da poco meno di dieci anni - hanno cominciato nei mesi successivi all'11 settembre 2001 - girano notizie e video che gettano tonnellate di ombre sulla versione del Pentagono e sulle palesi incongruenze e assurdità di tali ricostruzioni: materiale giornalistico non sufficiente (sembra) a dire come è andata davvero, ma di sicuro ultrasufficiente per affermare che non è andata come ce l'hanno raccontata. Di qui perplessità, interrogativi, tesi su complotti di vario tipo ecc., fino alla recente querelle tra Cia e FBI, di cui comunque anche in Italia si è parlato o parlottato. Il problema è che non è facile smontare versioni ufficiali costruite anche a mezzo stampa con la stessa stampa che le ha costruite.
Quell'attentato si è portato dietro lutti e rovine, oltre alla immane tragedia che è stato, ribadendo la questione esiziale del mondo contemporaneo diviso tra libertà e sicurezza. Questione tutta in piedi anche oggi, ovviamente. Ma superata temo, a giudicare dai contorni di una commozione da decennale che sembrano svanire con esso, dalle preoccupazioni per la crisi dei mercati, del capitalismo, del lavoro, della pagnotta. Forse, negli Usa come da noi come in tutto il mondo, l'anniversario più sentito non è un anniversario, ma una sorta di "diario": dico del giorno per giorno in cui la maggior parte del pianeta è sempre più povero tendendo al misero in molte aree disgraziate, mentre una sempre più ristretta cerchia di super ricchi tenta con difficoltà di tenerlo a bada. Davvero stiamo trattando di libertà e sicurezza, di scontro di civiltà e di religioni belligeranti ? Sicuri? Non siamo piuttosto tutti ostaggi del denaro e del potere personificati da agenti di volta in volta vestiti, travestiti, camuffati diversamente ma facce dello stesso prisma? Altro che morto chilometrico: basta guardar fuori dalla finestra senza bisogno né di aerei kamikaze né di torri che crollino.
Fonte.
Mediaticamente è stata ovviamente un'orgia di ricordi, cronache, punti di vista, commozioni, speculazioni politiche, contrapposizioni negli Usa tra il Bush ex spernacchiato e l'Obama ex osannato, misurazioni degli effetti di un attentato e delle guerre successive meglio se dichiarate e realizzate per tutt'altri motivi, slogan epocali ("la fine dell'innocenza") e story bord pubblicitari. Massimo Fini, noto per non mandarle a dire, ha sbriciolato il famoso "siamo tutti americani", postumo facilotto e condensatore della tragedia, per ricordare altri morti tra i civili delle guerre e delle colonizzazioni a stelle e strisce, in numeri vertiginosi di fronte ai quali la strage dell'11 settembre aritmeticamente scolora. Aritmeticamente, ma non giornalisticamente, né politicamente, per via di quel "morto chilometrico" elevato a potenza e inteso nel suo senso più pieno.
Qualcuno ha osservato che i media non parlano o non hanno parlato abbastanza dei dubbi sulle versioni ufficiali di quel giorno indimenticabile: è vero fino a un certo punto, da poco meno di dieci anni - hanno cominciato nei mesi successivi all'11 settembre 2001 - girano notizie e video che gettano tonnellate di ombre sulla versione del Pentagono e sulle palesi incongruenze e assurdità di tali ricostruzioni: materiale giornalistico non sufficiente (sembra) a dire come è andata davvero, ma di sicuro ultrasufficiente per affermare che non è andata come ce l'hanno raccontata. Di qui perplessità, interrogativi, tesi su complotti di vario tipo ecc., fino alla recente querelle tra Cia e FBI, di cui comunque anche in Italia si è parlato o parlottato. Il problema è che non è facile smontare versioni ufficiali costruite anche a mezzo stampa con la stessa stampa che le ha costruite.
Quell'attentato si è portato dietro lutti e rovine, oltre alla immane tragedia che è stato, ribadendo la questione esiziale del mondo contemporaneo diviso tra libertà e sicurezza. Questione tutta in piedi anche oggi, ovviamente. Ma superata temo, a giudicare dai contorni di una commozione da decennale che sembrano svanire con esso, dalle preoccupazioni per la crisi dei mercati, del capitalismo, del lavoro, della pagnotta. Forse, negli Usa come da noi come in tutto il mondo, l'anniversario più sentito non è un anniversario, ma una sorta di "diario": dico del giorno per giorno in cui la maggior parte del pianeta è sempre più povero tendendo al misero in molte aree disgraziate, mentre una sempre più ristretta cerchia di super ricchi tenta con difficoltà di tenerlo a bada. Davvero stiamo trattando di libertà e sicurezza, di scontro di civiltà e di religioni belligeranti ? Sicuri? Non siamo piuttosto tutti ostaggi del denaro e del potere personificati da agenti di volta in volta vestiti, travestiti, camuffati diversamente ma facce dello stesso prisma? Altro che morto chilometrico: basta guardar fuori dalla finestra senza bisogno né di aerei kamikaze né di torri che crollino.
Fonte.
11/09/2011
Le guerre dell'11 settembre.
Com'era prevedibile, il decennale è stato ricordato con notevole fragore mediatico (il povero Allende, invece, continua a non filarselo nessuno). Tuttavia, a distanza di 10 anni, ho l'impressione che buona parte degli strepiti alla Oriana Fallaci inneggianti lo scontro di culture siano andati ampiamente stemperandosi.
Il merito, ovviamente, non sì ascrive al ripensamento degli avvenimenti che hanno condotto a quel disastro (nel cui merito, per fortuna, sì è imposto un notevole scetticismo circa la versione ufficiale dei fatti) ma al cocktail di guerra perenne al terrore con annesse spese militari faraoniche, che hanno in buona sostanza pigiato l'acceleratore sull'autodistruzione di quel capitalismo che un decennio prima sì pavoneggiava per essere rimasto intonso rispetto allo sgretolarsi del "sogno"comunista.
La morale di questi 10 anni sta quindi in una bella facciata presa dalla "civiltà" occidentale e probabilmente nella fine di una determinata concezione del mondo e dell'esistenza su questo Pianeta, che seppur embrionalmente inizia a manifestarsi ed è comunque palpabile ad ogni angolo di strada sotto forma di pessimismo e fastidio nei confronti di un decennio che ha smontano tutte le disillusioni maturate nel secondo dopoguerra.
Prima di iniziare il calcolo dei costi - in termini economici e di vite umane perse - delle guerre dell'ultimo decennio, l'editorialista del quotidiano britannico the Guardian Jason Burke si sforza di dare un nome alla serie di conflitti a catena scaturiti dall'attacco alle World Trade Center dell'11 settembre del 2001.
Nessuno dei combattenti della battaglia di Waterloo, argomenta Burke, era consapevole che Waterloo sarebbe stata associata alla fine di Napoleone, né tanto meno i soldati impegnati nella battaglia di Castillon del 1453 potevano immaginare che l'ultimo colpo sferrato agli inglesi avrebbe chiuso la guerra dei Cent'anni e spianato la strada al Rinascimento e all'epoca moderna. Così Burke, scrivendo sul Guardian, propone per i conflitti in corsi, tutti legati tra di essi e responsabili di un nuovo corso mondiale, il nome di "9/11 wars", le guerre dell'11 settembre.
Oltre che sui campi principali di Afghanistan, Pakistan e Iraq, questa guerra si combatte dal Sudan alle Seychelles, dalla Turchia al Tagikistan. Altri scenari preesistenti all'11 settembre, come in Algeria o in Libano, in Arabia Saudita, Yemen o Indonesia hanno preso le connotazioni di quel tipo di guerra, contrapponendo gli ideali occidentali agli inesauribili eserciti di al-Qaeda. Ma chi sta vincendo? Burke non vede un vincitore: al-Qaeda, tutto sommato, non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era preposto. Non una rivolta totale dei musulmani contro l'occidente oppressore, né la creazione di nuovi califfati. E, soprattutto, il diverso approccio di Washington nei confronti del mondo islamico non è quello che speravano di ottenere gli uomini di Osama. Ciò non vuol dire che l'occidente abbia vinto, scrive ancora Burke, ma nemmeno che abbia perso. Fin qui il pensiero dell'opinionista e inviato in sud Asia è condivisibile.
Forse i governi occidentali stanno pareggiando questa partita ma, di sicuro, i loro cittadini hanno già perso. "La forza del terrorismo consiste nel creare una paura eccessiva rispetto alle minacce concrete", afferma Burke; ma a voler guardare bene chi ha veramente guadagnato, sfruttando la situazione, sono i palazzi del potere e la grande industria della guerra e della sicurezza. Hanno avuto gioco facile per stringere la morsa: ben volentieri abbiamo accettato che il bisogno della "sicurezza" prevalesse sulla nostra libertà e sul diritto alla riservatezza, ridotti, entrambe, ai minimi termini. Abbiamo perso anche dal punto di vista economico: la spesa militare, in costante crescita, non conosce battute d'arresto sottraendo risorse vitali ai meccanismi sociali del welfare. Si può pensare di tagliare sulle pensioni, sui sussidi, si può mortificare la sanità, l'istruzione, il mondo del lavoro. È assolutamente vietato, però, togliere un solo centesimo dai budget per guerre e armamenti, entrambi essenziali "per tenere lontano dalle nostre case e dalle nostre città i terroristi", come ama ripetere il ministro La Russa. Eccolo, un esempio eclatante di come "la forza del terrorismo" che consiste "nel creare una paura eccessiva rispetto alle minacce concrete", possa essere utilizzata da chi ci governa per portare avanti politiche spregiudicate a vantaggio di ristrette lobby d'affaristi e speculatori. (Per saperne di più si clicchi qui: 1, 2, 3)
A pagare il prezzo più alto, e su questo non si può non essere d'accordo con Burke, sono state le vittime e i famigliari delle vittime di questa guerra che dura da dieci anni. Le circa tremila vittime dell'attentato alle Torri gemelle, i 190 morti di Madrid (11 marzo 2004), i 52 di Londra (7 luglio 2005); le vittime di Falluja (senza contare gli effetti ancora devastanti per l'utilizzo di fosforo bianco e bombe all'uranio impoverito); dei 24 uomini, donne e bambini vittime della rappresaglia di Harditha per la morte di un sergente statunitense; degli oltre 14 mila civili afgani vittime di "bombe intelligenti", "effetti collaterali", droni imprecisi, ordigni rudimentali; le vittime dei grilletti facili dei contractors privati a Baghdad; i 9 mila morti in Pakistan, i 6.700 soldati della coalizione, i 12 mila poliziotti iracheni, i 3.000 soldati afgani, i 60 mila ribelli (Iraq, Afghanistan e Pakistan), i 1500 contractors privati. La lista stilata dal Guardian è, per stessa ammissione di Burke, ovviamente incompleta e con cifre sicuramente al ribasso di quelle reali. Non possiamo dimenticare, anche se vive, le vittime degli abusi di Bagram, di Abu Ghraib, di Guantanamo. E infine vanno aggiunte altre due vittime di questa guerra globale permanete: la dignità e la solidarietà umana.
Fonte.
Il merito, ovviamente, non sì ascrive al ripensamento degli avvenimenti che hanno condotto a quel disastro (nel cui merito, per fortuna, sì è imposto un notevole scetticismo circa la versione ufficiale dei fatti) ma al cocktail di guerra perenne al terrore con annesse spese militari faraoniche, che hanno in buona sostanza pigiato l'acceleratore sull'autodistruzione di quel capitalismo che un decennio prima sì pavoneggiava per essere rimasto intonso rispetto allo sgretolarsi del "sogno"comunista.
La morale di questi 10 anni sta quindi in una bella facciata presa dalla "civiltà" occidentale e probabilmente nella fine di una determinata concezione del mondo e dell'esistenza su questo Pianeta, che seppur embrionalmente inizia a manifestarsi ed è comunque palpabile ad ogni angolo di strada sotto forma di pessimismo e fastidio nei confronti di un decennio che ha smontano tutte le disillusioni maturate nel secondo dopoguerra.
Prima di iniziare il calcolo dei costi - in termini economici e di vite umane perse - delle guerre dell'ultimo decennio, l'editorialista del quotidiano britannico the Guardian Jason Burke si sforza di dare un nome alla serie di conflitti a catena scaturiti dall'attacco alle World Trade Center dell'11 settembre del 2001.
Oltre che sui campi principali di Afghanistan, Pakistan e Iraq, questa guerra si combatte dal Sudan alle Seychelles, dalla Turchia al Tagikistan. Altri scenari preesistenti all'11 settembre, come in Algeria o in Libano, in Arabia Saudita, Yemen o Indonesia hanno preso le connotazioni di quel tipo di guerra, contrapponendo gli ideali occidentali agli inesauribili eserciti di al-Qaeda. Ma chi sta vincendo? Burke non vede un vincitore: al-Qaeda, tutto sommato, non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era preposto. Non una rivolta totale dei musulmani contro l'occidente oppressore, né la creazione di nuovi califfati. E, soprattutto, il diverso approccio di Washington nei confronti del mondo islamico non è quello che speravano di ottenere gli uomini di Osama. Ciò non vuol dire che l'occidente abbia vinto, scrive ancora Burke, ma nemmeno che abbia perso. Fin qui il pensiero dell'opinionista e inviato in sud Asia è condivisibile.
Fonte.
11/09/2010
09/11/xxxx
Non sapendo come meglio spendere gli ultimi 3 minuti di questo 11 settembre 2010, ho ben pensato di tessere qualche riflessione su questa data.
Negli ultimi 9 anni, questo giorno è stata monopolizzato dal cordoglio più o meno unanime per quanto sì verificò nel 2001 a New York e Washington.
A livello personale, preferisco "celebrare" questa ricorrenza ricordando in prima battuta l'11 settembre 1973 che vide andare in fumo buona parte delle speranze di quanti sognavano l'avvento di un po' di socialismo serio nell'emisfero occidentale e solo dopo silenziare mente e cuore ricordando le immagini delle Torri Gemelle che si sbriciolavano in diretta TV, aprendo le porte a un decennio che sarebbe riduttivo definire nero.
Di quel giorno ricordo il sole battente, come fosse agosto, ricordo il cd di Dookie prestatomi da un amico (che non ho più visto...), ricordo un periodo personalmente di merda che in quella giornata pareva allargarsi al mondo, che pensionò con facilità estrema il fare "happy" che aveva pervaso gli anni '90, il decennio dei sogni borghesi, dell'ultima dance decente, delle boy band e della nascita di tanto Hard & Hevy di merda (ci faremo uno speciale, tranquilli! - ndr -), della morte di Faber, della new economy che imbambolò generazioni poi risvegliatesi nell'incubo del precariato, nel mito del cellulare, all'inseguimento del proprio quarto d'ora di celebrità (grazie Andy per questa massima tanto calzante!) che ora si conquista sulla pagine dei social network, dove tutti sono amici ma nessuno si conosce, dove il senso dell'essere è completamente andato a puttane in favore dell'apparire, un apparire che ci è costato caro, perché il mercato impone un prezzo a ogni cosa, compreso lo stile di vita che si regge sulle puttanate che ingrassano le tasche di chi siede agli scranni che contano. Ecco, quindi, che ci si inventa la mussa dei cazzutissimi terroristi che sbriciolano a mo di demolizione controllata due grattacieli dati per indistruttibili e un'ala del Pentagono, per convincere un intero emisfero che la democratizzazione dell'infedele è vitale, salvo finire, come da copione, a essere carne da macello sacrificata agli interessi dei fabbricanti d'armi e dei petrolieri che, con la complicità di un presidente mongoloide, hanno messo sul lastrico la prima economia mondiale per riempire le proprie tasche, senza parlare degli scempi provocati nei teatri di guerra...
Tanti applausi agli Yankee quindi, ma anche a noi europei che gli siamo andati dietro invece di farci i cazzi nostri, magari pensando a riformare uno sviluppo economico che non si regge più sui propri piedi dagli anni '70 e c'intrappola in un'esistenza da produci/consuma/muori (che però sembra piacere a tutti, iPhone docet! - ndr -).
Oggi più che mai, quindi, vivo l'11 settembre come un giorno sì di lutto, ma non per l'orgoglio americano e la "cultura" occidentale, quanto per un sistema che, coscientemente, ha sacrificato aspirazioni e sogni di tutti sull'altare del profitto e ora cerca di risolvere la situazione mascherando la merda sotto il volto nero dell'attuale presidente americano che il grande Totò avrebbe sicuramente salutato con questi toni:
Negli ultimi 9 anni, questo giorno è stata monopolizzato dal cordoglio più o meno unanime per quanto sì verificò nel 2001 a New York e Washington.
A livello personale, preferisco "celebrare" questa ricorrenza ricordando in prima battuta l'11 settembre 1973 che vide andare in fumo buona parte delle speranze di quanti sognavano l'avvento di un po' di socialismo serio nell'emisfero occidentale e solo dopo silenziare mente e cuore ricordando le immagini delle Torri Gemelle che si sbriciolavano in diretta TV, aprendo le porte a un decennio che sarebbe riduttivo definire nero.
Di quel giorno ricordo il sole battente, come fosse agosto, ricordo il cd di Dookie prestatomi da un amico (che non ho più visto...), ricordo un periodo personalmente di merda che in quella giornata pareva allargarsi al mondo, che pensionò con facilità estrema il fare "happy" che aveva pervaso gli anni '90, il decennio dei sogni borghesi, dell'ultima dance decente, delle boy band e della nascita di tanto Hard & Hevy di merda (ci faremo uno speciale, tranquilli! - ndr -), della morte di Faber, della new economy che imbambolò generazioni poi risvegliatesi nell'incubo del precariato, nel mito del cellulare, all'inseguimento del proprio quarto d'ora di celebrità (grazie Andy per questa massima tanto calzante!) che ora si conquista sulla pagine dei social network, dove tutti sono amici ma nessuno si conosce, dove il senso dell'essere è completamente andato a puttane in favore dell'apparire, un apparire che ci è costato caro, perché il mercato impone un prezzo a ogni cosa, compreso lo stile di vita che si regge sulle puttanate che ingrassano le tasche di chi siede agli scranni che contano. Ecco, quindi, che ci si inventa la mussa dei cazzutissimi terroristi che sbriciolano a mo di demolizione controllata due grattacieli dati per indistruttibili e un'ala del Pentagono, per convincere un intero emisfero che la democratizzazione dell'infedele è vitale, salvo finire, come da copione, a essere carne da macello sacrificata agli interessi dei fabbricanti d'armi e dei petrolieri che, con la complicità di un presidente mongoloide, hanno messo sul lastrico la prima economia mondiale per riempire le proprie tasche, senza parlare degli scempi provocati nei teatri di guerra...
Tanti applausi agli Yankee quindi, ma anche a noi europei che gli siamo andati dietro invece di farci i cazzi nostri, magari pensando a riformare uno sviluppo economico che non si regge più sui propri piedi dagli anni '70 e c'intrappola in un'esistenza da produci/consuma/muori (che però sembra piacere a tutti, iPhone docet! - ndr -).
Oggi più che mai, quindi, vivo l'11 settembre come un giorno sì di lutto, ma non per l'orgoglio americano e la "cultura" occidentale, quanto per un sistema che, coscientemente, ha sacrificato aspirazioni e sogni di tutti sull'altare del profitto e ora cerca di risolvere la situazione mascherando la merda sotto il volto nero dell'attuale presidente americano che il grande Totò avrebbe sicuramente salutato con questi toni:
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