Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/09/2021

USA - Via il segreto di Stato sull’11 settembre

Il presidente Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo per togliere il segreto ai documenti legati all’attacco terroristico dell’11 settembre. La decisione a otto giorni dal ventesimo anniversario degli attentati alle Torri Gemelle. Nei giorni scorsi molti familiari delle vittime avevano chiesto, in tono polemico, a Biden di non presentarsi alla cerimonia, se non avesse ordinato la desecretazione dei documenti.
L’ordine esecutivo firmato da Biden chiede al procuratore generale di rendere pubblici nei prossimi sei mesi i documenti declassificati. Quali documenti e declassificati fa chi?
Secondo osservatori e famiglie delle vittime rivelerebbero il coinvolgimento dell’Arabia Saudita.


Verso un po’ verità con 20 anni di ritardo

Joe Biden come promesso ha firmato un decreto in cui ordina la declassificazione di alcuni documenti (quali?), finora top secret relativi alle indagini sugli attacchi dell′11 settembre 2001. I documenti, che secondo molti osservatori e le famiglie delle vittime potrebbero rivelare il presunto coinvolgimento dell’Arabia Saudita, saranno resi pubblici nel giro di sei mesi. Il presidente viene così incontro alle famiglie delle vittime le quali avevano chiesto ripetutamente di declassificare le carte.

Via i segreti o non ti vogliamo vicino

In vista del ventennale degli attacchi inoltre gli avevano anche chiesto di non venire a New York qualora avesse deciso di tenere ancora segreto il dossier. In questi giorni avevano anche chiesto, in una lettera inviata all’ispettore generale del dipartimento della giustizia, di avviare un’indagine sul bureau investigativo per alcune prove che potrebbero essere andate perse o non più rintracciabili.

Quelle prime 28 pagine di segreti

Molti americani pensano che gli attentati dell’11 settembre 2001 non siano stati organizzati “solo” da Osama Bin Laden, ma siano frutto di una più ampia cospirazione che vede coinvolti ambienti vicini alla Casa regnante saudita. Lo aveva scritto nel 2016 la Commissioni Intelligence della Camera e del Senato in un rapporto sulle attività dei Servizi di Intelligence prima e dopo gli attacchi terroristici del settembre 2001. Delle migliaia di pagine del rapporto sull’incapacità dimostrata dalla comunità d’intelligence americana di mettere insieme e analizzare informazioni che avrebbero potuto sventare gli attentati, 28 le pagine chiave protette dal segreto di stato che, dopo proteste e pressioni mediatiche, sono state desecretate da Obama il 15 luglio del 2016.

I pericolosi amici di Trump

Quali segreti i tanto esplosivi in quelle 28 pagine da spingere due presidenti di fedi politiche contrapposte, a coprirle col segreto di Stato? Salvaguardare l’alleanza e i legami economici che uniscono Washington e Riad da oltre mezzo secolo. Scriveva la Commissione: «Mentre si trovavano negli Stati Uniti alcuni dei dirottatori dell’11 settembre ricevettero supporto e assistenza da personaggi che possono ritenersi collegati al governo saudita. Ci sono informazioni da fonti dell’FBI secondo le quali almeno due di questi personaggi erano funzionari dell’intelligence saudita». I due personaggi principali di cui si parla nelle 28 pagine rimaste segrete per un quindicennio sono Omar Bayoumi e Omar Bassnan, cittadini sauditi fuggiti dagli Stati Uniti poche settimane dopo gli attentati di New York e di Washington.

Il plateale coinvolgimento saudita

Secondo l’FBI, Omar Bayoumi era “chiaramente un funzionario dell’intelligence saudita” con uno stipendio pagato sia da compagnie di stato saudite che direttamente dalla moglie dell’ambasciatore, il principe Bandar. Cifre più consistenti quando arriva negli Stati Uniti il commando di 19 terroristi di Al Qaeda che avrebbero poi compiuto gli attentati. È stato sempre Bayoumi che nel 2000 ha accolto a San Diego due dei dirottatori, Nawaf Al Hazmi e Khalid Al Midhar, trovando loro un appartamento in affitto e firmando col suo nome come garante il relativo contratto. Ma, soprattutto, è stato lui ad avergli «fornito informazioni sulle scuole di volo». Anche Omar Bassnan Anche Bassnan riceveva fondi dall’ambasciatore saudita

L’impunità sovrana dei principi assassini

Le 28 pagine contengono molti altri dettagli su personaggi legati al governo saudita con provati legami con Al Qaeda. Uno dei capi di Al Qaeda, Abu Zubaydah, arrestato in Pakistan nel marzo del 2002, aveva indosso al momento della cattura una rubrica telefonica che conteneva, tra l’altro, il numero riservato del principe Bandar (il quale, è bene ricordarlo, si vantava di pranzare almeno una volta alla settimana con il presidente Bush e col vice presidente Dick Cheney) e quello del capo delle sue guardie del corpo. Ed ecco l’accusa gravissima in casa Usa. Secondo l’ex senatore repubblicano Bob Graham, «Il governo federale ha tentato di riscrivere il racconto dell’11 settembre per negare il ruolo dei sauditi in questa orribile storia».

Poi con Trump amore e affari

Parole molto dure che non hanno comunque guastato le eccellenti relazioni che legano Washington a Riad, rafforzate con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca. Nel 2016, dopo le rivelazioni della Commissione parlamentare, approvata la legge “Giustizia contro gli sponsor del terrorismo” che poteva consentire alle famiglie delle vittime dell’11 settembre di chiedere risarcimenti miliardari al Regno saudita. Scenario improbabile, almeno per ora. Titubanze di Obama, e con Trump alla Casa Bianca la legge si è poi arenata al Senato.

Oltre le ‘28 pagine nere’ che già dicono molto, nel prossimo futuro sarà davvero desecretata la prova definitiva sul coinvolgimento diretto e consapevole del governo del Regno arabo in un atto di guerra contro l’America? E gli Stati Uniti sono pronti a rischiare di dover sconvolgere le loro spesso spregiudicate alleanza in Medio Oriente?

Fonte

02/12/2018

Se n’è andato Bush padre, piange tutta la Cia

George Herbert Bush è morto e, nella nostra tradizione, ci guardiamo bene dal rispettare il comandamento ipocrita del parce sepulto. Una carogna è una carogna, e l’essere andato all’altro mondo – destino comune di tutti i viventi – non cancella le infamie commesse in vita.

Media mainstream e telegiornali ne hanno tessuto le lodi come guerriero, petroliere, capo della Cia (!), ambasciatore, presidente degli Stati Uniti “purtroppo” per un solo mandato, causa la crisi che lo costrinse ad infrangere la sua unica – e perciò famosa – promessa elettorale: “basta aumenti delle tasse”. Omettono di ricordare che fin lì, nella tradizione anglosassone, in campagna elettorale non era “appropriato” parlare di tasse, per il buon motivo che tutti sono capaci di prometterne la diminuzione, ma è poi la congiuntura economica che ti obbliga a fare quel che si può.

Il tono mieloso e vagamente infame con cui viene ricordata la prima guerra del Golfo (una trappola fatta scattare per Saddam – storico alleato Usa nella guerra per procura contro l’Iran – che aveva praticamente ricevuto il via libera da Washington per l’invasione del Kuwait, reo di fregargli il petrolio dai giacimenti sul confine), il ruolo giocato nella “fine della guerra fredda” e successiva caduta dell’URSS, ha messo sullo sfondo altre imprese del fu presidente amerikano.

Una su tutto merita di essere ricordata nel giorno della morte, perché si è trattato della sua sconfitta più dura contro il nemico sulla carta più debole. Cuba.

Nessuno degli zerbini redazionali che hanno riempito colonne di piombo in queste ore ha infatti ritenuto opportuno di ricordare diverse “imprese” che ne avrebbero ridimensionato non poco la “grandezza” e magari sollevato qualche dubbio sulla sua rapidissima santificazione.

Ci sembra perciò obbligatorio ricordarne alcune.

Quella più indicativa riguarda il suolo ruolo come co-organizzatore del fallito attacco a Cuba passato alla storia come Baia dei Porci. Uno sbarco messo in atto da cubani anticastristi addestrati, finanziati, e supportati dalla Cia (di cui era ai vertici, pur gestendo già una propria compagnia petrolifera denominata “Zapata”). L’attacco avvenne utilizzando truppe “terze” per non scatenare la reazione sovietica (allora infatti c’era l’URSS, e vigeva “l’equilibrio del terrore”).

Cuba rimase un suo incubo, ma per quanto si sia ingegnato sta ancora lì.

La seconda concerne invece il suo ruolo nel consolidamento dei rapporti economici e politici con la famiglia saudita Bin Laden (di seguito, in fondo a questo articolo), un rampollo della quale divenne decisamente famoso all’alba del nuovo millennio come fondatore e capo di Al Qaeda, organizzazione terroristica messa su insieme alla Cia per combattere – con successo, stavolta – l’URSS in Afghanistan e poi “rivoltatasi” contro i vecchi padrini.

La storia dei Bush è parzialmente ma istruttivamente ricostruita in quest’altro reportage. E, nel momento in cui tutti ricordano che, pur essendo un repubblicano di destra, non ha mai sopportato Donald Trump, sembra utile ricordare anche le non poche ombre che lo hanno circondato a proposito dell’omicidio di John Fitzgerald Kennedy (suo presidente proprio all’epoca della Baia dei Porci).

Un “personaggetto” niente male, insomma, difficile da santificare…

*****

Bush e Bin Laden, soci d’affari e amici per la pelle

di Francesco Piccioni

Quel vecchio pirata di Prescott Bush sarebbe veramente contento di vedere fino a che punto i suoi discendenti hanno assimilato il suo spirito. Lui che nel 1918 guidò un’incursione in un cimitero Apache per prendersi il teschio di Geronimo e farne il trofeo della sua società di studenti, la Skull & Bones (teschio e ossa). Lui che negli anni ’30 – e nei primi ’40 – trafficava con la Luftwaffe fino a vedere tre società di cui era azionista importante sanzionate per aver commerciato col nemico (violando il Trading with Enemy Act). Lui che pranzava quotidianamente con Allen e Foster Dulles (capo della Cia al momento dell’assassinio di John Kennedy) e che aveva convocato il capo della nazione Apache per una cerimonia di restituzione del teschio di Geronimo; finita male, perché provò ad affibbiargli un teschio qualsiasi, offendendolo a morte.

Era certamente contento del primogenito George Herbert, petroliere di scarsa fortuna ma agente della Cia in grado di scalarne la vetta (fu nominato direttore nel ’76) nonostante il non esaltante risultato dello sbarco alla Baia dei Porci, a Cuba, di cui era il coordinatore. Però dimostrò di tenere alle radici texane, al petrolio e alla famiglia, chiamando le tre navi da sbarco Houston, Zapata (la sua prima e scalognata società petrolifera) e Barbara (la moglie). Deve aver sorvolato su quella strana liason del figlio, negli anni ’60, con un costruttore arabo che ogni tanto veniva in Texas e cercava di introdursi nell’alta società locale. In fondo, quel Muhammad Bin Laden lì, non durò poi molto: cadde col suo aereo mentre attraversava il cielo sopra i pozzi che così poca soddisfazione davano al suo prediletto. Era il ’68, il mondo pensava ad altro.

George W., all’inizio, deve avergli dato parecchi grattacapi. Un asino a scuola (la media del “C”, a un passo dalla bocciatura), ultimo all’esame di ammissione alle forze aeree della Guardia Nazionale (giusto per schivare il Vietnam), assiduo frequentatore di bottiglie di bourbon e piste di cocaina. Ma finalmente, anche lui, si lanciava nel business del petrolio. A metà degli anni ’70 fonda la Arbusto (bush, in spagnolo) Energy, raccogliendo come soci un po’ di amici paterni (la Cia ha molti amici). Il suo compagno di scuola e di servizio militare, James Bath, gli procura investimenti da parte di Khaled Bin Mafouz e Salem Bin Laden, il figlio maggiore di Muhammad e nuovo capo della famiglia. Personaggio notevole, il Mafouz. Banchiere della famiglia reale saudita, sposo felice di una sorella di Salem e Osama, gran capo di Relief e Blessed Relief, le due “ong” arabe accusate di essere una copertura per l’organizzazione di Osama.

George, negli affari, è sfortunato. La Arbusto fallisce, si trasforma in Bush Exploration, poi in Spectrum 7. Immancabile arriva sempre la bancarotta. Ma Salem non gli fa mai mancare il suo generoso appoggio. Il successo pare arridergli quando la Harken Energy rileva la Spectrum pagando la sua quota azionaria ben 600.000 dollari. Che corrobora con un contratto di consulenza da 120.000 dollari l’anno. In breve si mette in tasca un milione, mentre la Harken ne perde decine. Ma procura un contratto di trivellazione in mare da parte del Bahrein, battendo Amoco e Esso. E’ il ’91, la guerra del Golfo sta per scoppiare, Bush padre è il presidente; e lo sceicco locale, Khalifa, preferisce non rischiare. Del resto sono anche vecchi amici di famiglia. Khalifa, Bin Mafouz, Salem Bin Laden erano nel board della Bcci quando passavano immensi movimenti di denaro per l’affare Iran-Contra.

Del resto quando, alla fine dell’80, i repubblicani si incontrano segretamente a Parigi con i khomeinisti moderati per ritardare il rilascio degli ostaggi americani a Teheran e fregare così Jimmy Carter alle elezioni, George padre raggiunge di corsa il summit a bordo dell’aereo di Salem Bin Laden. George W. è sfortunato, con i suoi soci. Su quello stesso aereo, nell”88, Salem trova la morte (anche lui) mentre attraversa il cielo sopra i pozzi del Texas. La coincidenza sembra a molti eccessiva, ma l’inchiesta fu molto accurata. Le conclusioni, infatti, non furono mai rese note. Nel frattempo un altro protagonista dell’incontro di Parigi, Amiram Nir – agente del Mossad – muore in un incidente aereo. Nessun sospetto, però: cade in Messico, mica in Texas.

La sfortuna perseguita anche i giornalisti che si occupano dei Bush. Danny Casolaro sta lavorando a un libro (“Untanglig the Octopus”) che ricostruisce la rete degli scandali grandi e piccoli della presidenza paterna. Prima di finirlo, però, decide di suicidarsi “come un incapace”, racconta Steve Mizrach. Stessa sorte per James H. Hatfield, 43 anni, che è riuscito a pubblicare “A fortunate Son: George W. Bush and the making of an American President“. Una biografia non autorizzata che, nel ’99, rivela come George abbia tenuto nascoste le sue frequentazioni con la cocaina. Per la legge del contrappasso, viene trovato morto per overdose in un albergo di Springdale, Arkansas, il 18 luglio di quest’anno.

Ora tocca a Osama, naturalmente. Sodale non d’affari, ma di operazioni targate Cia. Forse gli altri 52 fratelli avranno qualcosa da obiettare. Ma, direbbe Prescott, in una guerra mondiale c’è spazio a sufficienza per risolvere le beghe tra vecchi soci.

Da “il manifesto”, 25 settembre 2001

Fonte

Un vecchio infame in meno, attendiamo con ansia il decesso del resto della famiglia.

01/08/2015

Altri Bin Laden morti con l'aereo. Per caso...

Sarà un incidente, perché dubitarne... La matrigna e la sorella di Osama Bin Laden sono morte nello schianto dell'aereo privato precipitato ieri nell'Hampshire su un parcheggio mentre era in fase di atterraggio.

Le agenzie di tutto il mondo si sono immediatamente eccitate, dando grande rilievo a quello che sarebbe un normalissimo incidente aereo - peraltro di una di quelle scatolette di lusso che sono i jet privati - se non fosse per l'identità delle due donne.

Il jet saudita, di proprietà della Salem Aviation di Gedda, controllata dalla famiglia Bin Laden - costruttori e petrolieri di origine yemenita - è precipitato nell'Hampshire, sud dell'Inghilterra. Il velivolo stava cercando di atterrare all'aeroporto di Blackbushe, ma è precipitato alla fine della pista, prendendo subito fuoco. Il jet ha distrutto 15 auto parcheggiate nel sito di aste e appartiene a un saudita. Sul luogo si è levata una densa colonna di fumo nero. Morti i quattro che erano a bordo. Il jet era decollato dall'aeroporto di Malpensa. Il velivolo è esploso all'impatto con il suolo.

Non ne sappiamo molto di più. Quel che ci viene da pensare è che la famiglia Bin Laden dovrebbe smettere di usare l'aereo. Il numero dei membri morti in questo modo è davvero altissimo. E anche le coincidenze nominali (l'arrivo era previsto a Blackbushe) sembrano fatte apposta per sollevare le ricorrenti teorie del complotto.

Cui noi, com'è noto non crediamo affatto. Purtroppo, come ci ricorda questo articolo di tredici anni fa, una coincidenza non fa una prova. Ma quando le coincidenze si ripetono, sempre uguali nel tempo, qualche piccolo sospetto diventa legittimo...

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Bush e Bin Laden, soci d'affari e amici per la pelle

di Francesco Piccioni

Quel vecchio pirata di Prescott Bush sarebbe veramente contento di vedere fino a che punto i suoi discendenti hanno assimilato il suo spirito. Lui che nel 1918 guidò un'incursione in un cimitero Apache per prendersi il teschio di Geronimo e farne il trofeo della sua società di studenti, la Skull & Bones (teschio e ossa). Lui che negli anni '30 – e nei primi '40 – trafficava con la Luftwaffe fino a vedere tre società di cui era azionista importante sanzionate per aver commerciato col nemico (violando il Trading with Enemy Act). Lui che pranzava quotidianamente con Allen e Foster Dulles (capo della Cia al momento dell'assassinio di John Kennedy) e che aveva convocato il capo della nazione Apache per una cerimonia di restituzione del teschio di Geronimo; finita male, perché provò ad affibbiargli un teschio qualsiasi, offendendolo a morte.

Era certamente contento del primogenito George Herbert, petroliere di scarsa fortuna ma agente della Cia in grado di scalarne la vetta (fu nominato direttore nel '76) nonostante il non esaltante risultato dello sbarco nella Baia dei Porci, a Cuba, di cui era il coordinatore. Però dimostrò di tenere alle radici texane, al petrolio e alla famiglia, chiamando le tre navi da sbarco Houston, Zapata (la sua prima e scalognata società petrolifera) e Barbara (la moglie). Deve aver sorvolato su quella strana liason del figlio, negli anni '60, con un costruttore arabo che ogni tanto veniva in Texas e cercava di introdursi nell'alta società locale. In fondo, quel Muhammad Bin Laden lì, non durò poi molto: cadde col suo aereo mentre attraversava il cielo sopra i pozzi che così poca soddisfazione davano al suo prediletto. Era il '68, il mondo pensava ad altro.

George W., all'inizio, deve avergli dato parecchi grattacapi. Un asino a scuola (la media del "C", a un passo dalla bocciatura), ultimo all'esame di ammissione alle forze aeree della Guardia Nazionale (giusto per schivare il Vietnam), assiduo frequentatore di bottiglie di bourbon e piste di cocaina. Ma finalmente, anche lui, si lanciava nel business del petrolio. A metà degli anni '70 fonda la Arbusto (bush, in spagnolo) Energy, raccogliendo come soci un po' di amici paterni (la Cia ha molti amici). Il suo compagno di scuola e di servizio militare, James Bath, gli procura investimenti da parte di Khaled Bin Mafouz e Salem Bin Laden, il figlio maggiore di Muhammad e nuovo capo della famiglia. Personaggio notevole, il Mafouz. Banchiere della famiglia reale saudita, sposo felice di una sorella di Salem e Osama, gran capo di Relief e Blessed Relief, le due "ong" arabe accusate di essere una copertura per l'organizzazione di Osama.

George, negli affari, è sfortunato. La Arbusto fallisce, si trasforma in Bush Exploration, poi in Spectrum 7. Immancabile arriva sempre la bancarotta. Ma Salem non gli fa mai mancare il suo generoso appoggio. Il successo pare arridergli quando la Harken Energy rileva la Spectrum pagando la sua quota azionaria ben 600.000 dollari. Che corrobora con un contratto di consulenza da 120.000 dollari l'anno. In breve si mette in tasca un milione, mentre la Harken ne perde decine. Ma procura un contratto di trivellazione in mare da parte del Bahrein, battendo Amoco e Esso. E' il '91, la guerra del Golfo sta per scoppiare, Bush padre è il presidente; e lo sceicco locale, Khalifa, preferisce non rischiare. Del resto sono anche vecchi amici di famiglia. Khalifa, Bin Mafouz, Salem Bin Laden erano nel board della Bcci quando passavano immensi movimenti di denaro per l'affare Iran-Contra.

Del resto quando, alla fine dell'80, i repubblicani si incontrano segretamente a Parigi con i khomeinisti moderati per ritardare il rilascio degli ostaggi americani a Teheran e fregare così Jimmy Carter alle elezioni, George padre raggiunge di corsa il summit a bordo dell'aereo di Salem Bin Laden. George W. è sfortunato, con i suoi soci. Su quello stesso aereo, nell''88, Salem trova la morte (anche lui) mentre attraversa il cielo sopra i pozzi del Texas. La coincidenza sembra a molti eccessiva, ma l'inchiesta fu molto accurata. Le conclusioni, infatti, non furono mai rese note. Nel frattempo un altro protagonista dell'incontro di Parigi, Amiram Nir – agente del Mossad – muore in un incidente aereo. Nessun sospetto, però: cade in Messico, mica in Texas.

La sfortuna perseguita anche i giornalisti che si occupano dei Bush. Danny Casolaro sta lavorando a un libro ("Untanglig the Octopus") che ricostruisce la rete degli scandali grandi e piccoli della presidenza paterna. Prima di finirlo, però, decide di suicidarsi "come un incapace", racconta Steve Mizrach. Stessa sorte per James H. Hatfield, 43 anni, che è riuscito a pubblicare "A fortunate Son: George W. Bush and the making of an American President". Una biografia non autorizzata che, nel '99, rivela come George abbia tenuto nascoste le sue frequentazioni con la cocaina. Per la legge del contrappasso, viene trovato morto per overdose in un albergo di Springdale, Arkansas, il 18 luglio di quest'anno.

Ora tocca a Osama, naturalmente. Sodale non d'affari, ma di operazioni targate Cia. Forse gli altri 52 fratelli avranno qualcosa da obiettare. Ma, direbbe Prescott, in una guerra mondiale c'è spazio a sufficienza per risolvere le beghe tra vecchi soci.

Da “il manifesto”, 25 settembre 2001

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11/05/2015

L’uccisione di Osama Bin Laden. Seymour Hersh demolisce la “grande bugia"

Il giornalista e Premio Pulitzer Seymour Hersh demolisce quella che a molti era sembrata la grande menzogna, ossia la versione ufficiale dell’uccisione di Osama Bin Laden. Già il modo con cui il cadavere era stato frettolosamente gettato in mare, ufficialmente per evitare pellegrinaggi alla tomba e per rispettare il rito islamico che vuole i cadaveri seppelliti entro il tramonto, era parso quantomeno sospetto.

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, "ha mentito sull'operazione per uccidere Osama Bin Laden" e "nascosto il ruolo delle forze speciali pachistane per prendersi tutti i meriti". E’ questa un parte dell'accusa alle autorità statunitensi esposta da Hersh in un articolo sul London Review of Books. L’articolo esce a quattro anni di distanza dal raid condotto ad Abbottabad. Secondo il giornalista, Obama si sarebbe affrettato ad annunciare al mondo la morte di Osama Bin Laden, al contrario degli accordi presi con i pachistani, creando confusione tra i funzionari dell'intelligence poi costretta a sostenere la ricostruzione dei fatti confezionata da Obama. "Mentire fa parte del modus operandi degli Stati Uniti" ha scritto Seymour Hersh, noto per le sue inchieste, il quale ha basato le sue accuse su alcune fonti statunitensi, tra cui "un alto funzionario dell'intelligence in pensione".

Secondo l'ex giornalista del New York Times, che aveva già accusato Obama nel 2013, definendo la sua versione dei fatti "una grande bugia", i pachistani tenevano Osama Bin Laden prigioniero nel compound di Abbottabad da anni, prima di negoziare con gli statunitensi i termini dell'operazione per uccidere il leader di Al Qaida. La Cia era venuta a sapere del luogo dove si trovava non da un "lavoro di intelligence" e da un spia dentro Al Qaida, come sostenuto dagli statunitensi dopo il raid, ma grazie a un funzionario dell'intelligence pakistana, che sperava così di ottenere la taglia di 25 milioni di dollari.

Nel suo pezzo, Hersh fornisce una spiegazione alternativa del raid stesso e dell'annuncio del presidente Obama dell'uccisione di Bin Laden. In primo luogo, fu un ufficiale dell'intelligence pakistana ad entrare nella ambasciata statunitense ad Islamabad e ad offrire informazioni su dove si trovasse Bin Laden nel mese di agosto del 2010, in cambio voleva i 25 milioni di dollari di ricompensa. L'amministrazione Usa quindi cercò conferme da alti funzionari pakistani e la prova del DNA che l'uomo all'interno del complesso fosse Bin Laden. Ci furono poi lunghe trattative tra gli Stati Uniti e i pakistani sui termini del raid. Insieme con il denaro, gli Stati Uniti avrebbero offerto altre concessioni se il Pakistan avesse collaborato, ma soprattutto se fosse rimasto in silenzio sulla versione ufficiale della missione.

Un pakistano con stretti legami con il gruppo dirigente dell’ISI (i servizi segreti pakistani) ha rivelato a Hersh che “c'era un affare con i vostri ragazzi in alto. Eravamo molto riluttanti, ma doveva essere fatto - non per arricchimento personale, ma perché tutti i programmi di aiuti americani ci avrebbero tagliato fuori. I vostri superiori hanno detto che se non avessimo permesso il raid potevano anche morire di fame e l'ok è stato dato mentre il direttore generale dell’ISI, Ahmed Shuja Pasha era a Washington. L'accordo non era solo per tenere i rubinetti aperti, ma a Pasha è stato detto che ci sarebbero più chicche per noi”.

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24/09/2014

Al Qaeda – Isis l’illusione Usa sul terrorismo usa e getta


E’ davvero tutto e solo ‘Califfato’ l’eversione jihadista oggi? Torniamo ad Al Qaeda: dall’uccisione del fondatore Osama bin Laden la rete qaedista ha mutato strategie, ha nominato nuovi leader e stretto nuove alleanze. Cos’è oggi l’organizzazione terroristica che era la più pericolosa al mondo.

Tutti ricordano l’11 settembre 2001, la data della sfida vincente di Bin Laden alla superpotenza planetaria. Pochi ricordano il primo maggio 2011, quando gli Stati Uniti saldarono il conto personale con Osama bin Laden. Ebbene, da allora nel mondo paranoico dell’integralismo jihadista, molto è cambiato. Interessanti alcuni dettagli rilevati da LookOut, ad esempio il salto generazionale avvenuto. Con un primo distinguo di strategie netto: dal “Far Enemy”, il nemico lontano combattuto da Bin Laden, al “Near Enemy”, il nemico interno contro cui si rivolge invece al-Zawahiri.

C’è uno studio molto interessante di Murad Batal al-Shishani, esperto di terrorismo e movimenti islamisti, in cui osserva che il 70% dei discorsi di Bin Laden era incentrato su ‘crociati ed ebrei’, mentre solo il 10% era diretto a rovesciare i regimi arabo-musulmani considerati ‘apostati’. Al contrario, al-Zawahiri e le molte altre filiazioni regionali di Al Qaeda, si mostrano molto più concentrati sul “nemico vicino”. Il medico egiziano erede di Bin Laden affronta in almeno il 50% dei suoi discorsi i temi di jihadista nazionale prima di unirsi agli appelli generici alla jihad globale.

Anche il terrorismo, nel tempo si adatta e muta. Quello qaedista del dopo Bin Laden, è sempre più invischiato nelle dinamiche specifiche dei singoli teatri nazionali di guerre e insurrezioni. Diventa facile e storico l’esempio Afghanistan e la sua ‘formula magica’. La somma di ‘Islam radicale + petrodollari + CIA + missili Stinger’, che aveva allora fatto miracoli contro l’Urss. Oggi un tentativo decisamente mal riuscito di mix simile è evidente in Siria, divenuta ormai arena di scontro di logiche tribali, settarie, religiose oltre che di dinamiche egemoniche e di supremazia regionale.

Proprio in Siria emerge evidente l’evoluzione della rete qaedista. Un vero e proprio mutamento generazionale. La prima generazione qaedista, quella degli attentati di Nairobi e Dar al-Salam degli anni Novanta, quella del nemico esterno e di un centro di comando stabile nelle basi afghane. La seconda generazione entra in campo dopo l’11 settembre, con l’invasione Usa in Afghanistan e Iraq, che scuote la struttura e costringe alla dispersione dei bersagli dai nemici con un fiorire di reti locali decentralizzate e indipendenti tipo AQAP, AQIM e AQI e altre filiazioni di Al Qaeda prima di IS.

La ‘terza generazione’ - analisi LookOut - è quella delle Primavere Arabe che scuotono il fondamento ideologico delle violenza necessaria, alla base della filosofia di Al Qaeda. Dopo di che l’uccisione di Bin Laden assesta il colpo di grazia alla rete globale e al comando centrale. Ma è il progetto di Al Qaeda in Siria a segnare l’avvio della “quarta generazione”, il futuro stesso dell’Organizzazione e la sua momentanea sconfitta rispetto a Isis. Tutto reso possibile dall’implicito consenso occidentale che, come la CIA in Afghanistan, ha pensato di poter sfruttare i qaedisti come soci nella lotta ad Assad.

L’Al Qaeda che conoscevamo non esiste più. Oggi l’espressione più efficace di jihad è praticata in forme diverse da Isis. E come osserva lo studioso di terrorismo J. M. Berger, la nuova Al Qaeda è sempre radicale, estremista e violenta e fa terrorismo ma ha la sua prima strategia sul campo di battaglia, sempre più simile a un esercito di combattenti in prima linea. Resta ancora traccia dell’impronta originaria di Al Qaeda cui in qualche modo al-Zawahiri cerca di richiamarsi, ma nel mondo della rivolta jihadista assoluta oggi vince il Califfo. Col rischio di dover rimpiangere il passato.

Fonte

Il rischio secondario, ma non per importanza, è che la corrente di al-Zawahiri, sentendosi in minoranza, per riacquistare peso, imbocchi la via della recrudescenza dello scontro, come di fatto sta avvenendo a seguito della chiamata alle armi degli islamici indiani.
Questa diventerà l'ennesima emergenza con cui il mondo dovrà fare i conti, sempre ringraziando l'avventurismo delle amministrazioni occidentali tutte, ovviamente.

01/04/2013

Bin Laden porta male

E' morto un altro dei componenti del commando che uccise, secondo la versione ufficiale, Osama Bin Laden (strano come i nomi famosi passino nel quasi nulla in così poco tempo).

Brett D. Shadle, 31 anni, lo scorso giovedì si è schiantato al suolo nel deserto dell'Arizona. Stava facendo dei lanci d'addestramento a bassa quota. Si sarebbe scontrato con un altro soldato dei Navy Seal, che invece è ancora vivo e in “condizioni stabili”.

È una maledizione molto selettiva, quella che ha colpito i 25 componenti del gruppo – il «Team Six» - indicati come protagonisti dell'incursione di Abbottabad, maggio 2011, che mise fine alla storia del fondatore di Al Qaeda, quel principe saudita che aveva combattuto i sovietici in Afghanistan assistito proprio dagli americani.

Dei 25 membri del “dream team”, infatti, ne sono rimasti in vita ora soltanto due. Che si può immaginare vivano ora nel terrore. Un “incidente” con un elicottero Chinook ne aveva infatti eliminati ben 22 pochi mesi dopo l'evento dell'anno.

Uno dei due sopravvissuti, Matt Bissonnette, sotto lo pseudonimo di Mark Owen ha invece scritto il libro, No easy day, poi diventato la base del film Zero dark thirty, di Kathryn Bigelow. Bissonette, accusato di aver rivelato troppi dettagli della missione che si discostavano dalla versioni dell'amministrazione Obama, è stato già minacciato di morte. Per sua fortuna non è più un militare Usa, visto che è stato congedato “con disonore”. La sua eventuale morte non potrà dunque essere addebitata a “tragico incidente in servizio”.

Si è attribuito da solo il ruolo di esecutore materiale dell'uccisione di Bin Laden. Ed ora, a parte i proventi non certo limitati del suo libro (compresi i diritti venduti per un film colossal) va lamentando di essere rimasto “senza assistenza”. In un mondo pieno di jihadisti...

Fonte

Quando si dice i casi della vita...

11/09/2011

Le guerre dell'11 settembre.

Com'era prevedibile, il decennale è stato ricordato con notevole fragore mediatico (il povero Allende, invece, continua a non filarselo nessuno). Tuttavia, a distanza di 10 anni, ho l'impressione che buona parte degli strepiti alla Oriana Fallaci inneggianti lo scontro di culture siano andati ampiamente stemperandosi.
Il merito, ovviamente, non sì ascrive al ripensamento degli avvenimenti che hanno condotto a quel disastro (nel cui merito, per fortuna, sì è imposto un notevole scetticismo circa la versione ufficiale dei fatti) ma al cocktail di guerra perenne al terrore con annesse spese militari faraoniche, che hanno in buona sostanza pigiato l'acceleratore sull'autodistruzione di quel capitalismo che un decennio prima sì pavoneggiava per essere rimasto intonso rispetto allo sgretolarsi del "sogno"comunista.
La morale di questi 10 anni sta quindi in una bella facciata presa dalla "civiltà" occidentale e probabilmente nella fine di una determinata concezione del mondo e dell'esistenza su questo Pianeta, che seppur embrionalmente inizia a manifestarsi ed è comunque palpabile ad ogni angolo di strada sotto forma di pessimismo e fastidio nei confronti di un decennio che ha smontano tutte le disillusioni maturate nel secondo dopoguerra.



Prima di iniziare il calcolo dei costi - in termini economici e di vite umane perse - delle guerre dell'ultimo decennio, l'editorialista del quotidiano britannico the Guardian Jason Burke si sforza di dare un nome alla serie di conflitti a catena scaturiti dall'attacco alle World Trade Center dell'11 settembre del 2001.
Nessuno dei combattenti della battaglia di Waterloo, argomenta Burke, era consapevole che Waterloo sarebbe stata associata alla fine di Napoleone, né tanto meno i soldati impegnati nella battaglia di Castillon del 1453 potevano immaginare che l'ultimo colpo sferrato agli inglesi avrebbe chiuso la guerra dei Cent'anni e spianato la strada al Rinascimento e all'epoca moderna. Così Burke, scrivendo sul Guardian, propone per i conflitti in corsi, tutti legati tra di essi e responsabili di un nuovo corso mondiale, il nome di "9/11 wars", le guerre dell'11 settembre.
Oltre che sui campi principali di Afghanistan, Pakistan e Iraq, questa guerra si combatte dal Sudan alle Seychelles, dalla Turchia al Tagikistan. Altri scenari preesistenti all'11 settembre, come in Algeria o in Libano, in Arabia Saudita, Yemen o Indonesia hanno preso le connotazioni di quel tipo di guerra, contrapponendo gli ideali occidentali agli inesauribili eserciti di al-Qaeda. Ma chi sta  vincendo? Burke non vede un vincitore: al-Qaeda, tutto sommato, non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era preposto. Non una rivolta totale dei musulmani contro l'occidente oppressore, né la creazione di nuovi califfati. E, soprattutto, il diverso approccio di Washington nei confronti del mondo islamico non è quello che speravano di ottenere gli uomini di Osama. Ciò non vuol dire che l'occidente abbia vinto, scrive ancora Burke, ma nemmeno che abbia perso. Fin qui il pensiero dell'opinionista e inviato in sud Asia è condivisibile.
Forse i governi occidentali stanno pareggiando questa partita ma, di sicuro, i loro cittadini hanno già perso. "La forza del terrorismo consiste nel creare una paura eccessiva rispetto alle minacce concrete", afferma Burke; ma a voler guardare bene chi ha veramente guadagnato, sfruttando la situazione, sono i palazzi del potere e la grande industria della guerra e della sicurezza. Hanno avuto gioco facile per stringere la morsa: ben volentieri abbiamo accettato che il bisogno della "sicurezza" prevalesse sulla nostra libertà e sul diritto alla riservatezza, ridotti, entrambe, ai minimi termini. Abbiamo perso anche dal punto di vista economico: la spesa militare, in costante crescita, non conosce battute d'arresto sottraendo risorse vitali ai meccanismi sociali del welfare. Si può pensare di tagliare sulle pensioni, sui sussidi, si può mortificare la sanità, l'istruzione, il mondo del lavoro. È assolutamente vietato, però, togliere un solo centesimo dai budget per guerre e armamenti, entrambi essenziali "per tenere lontano dalle nostre case e dalle nostre città i terroristi", come ama ripetere il ministro La Russa. Eccolo, un esempio eclatante di come "la forza del terrorismo" che consiste "nel creare una paura eccessiva rispetto alle minacce concrete", possa essere utilizzata da chi ci governa per portare avanti politiche spregiudicate a vantaggio di ristrette lobby d'affaristi e speculatori. (Per saperne di più si clicchi qui: 1, 2, 3)
A pagare il prezzo più alto, e su questo non si può non essere d'accordo con Burke, sono state le vittime e i famigliari delle vittime di questa guerra che dura da dieci anni. Le circa tremila vittime dell'attentato alle Torri gemelle, i 190 morti di Madrid (11 marzo 2004), i 52 di Londra (7 luglio 2005); le vittime di Falluja (senza contare gli effetti ancora devastanti per l'utilizzo di fosforo bianco e bombe all'uranio impoverito); dei 24 uomini, donne e bambini vittime della rappresaglia di Harditha per la morte di un sergente statunitense; degli oltre 14 mila civili afgani vittime di "bombe intelligenti", "effetti collaterali", droni imprecisi, ordigni rudimentali; le vittime dei grilletti facili dei contractors privati a Baghdad; i 9 mila morti in Pakistan, i 6.700 soldati della coalizione, i 12 mila poliziotti iracheni, i 3.000 soldati afgani, i 60 mila ribelli (Iraq, Afghanistan e Pakistan), i 1500 contractors privati. La lista stilata dal Guardian è, per stessa ammissione di Burke, ovviamente incompleta e con cifre sicuramente al ribasso di quelle reali. Non possiamo dimenticare, anche se vive, le vittime degli abusi di Bagram, di Abu Ghraib, di Guantanamo. E infine vanno aggiunte altre due vittime di questa guerra globale permanete: la dignità e la solidarietà umana.

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