Se per un'inondazione muoiono diecimila persone in India - per dire - fa meno effetto mediatico da noi che se esplode una caldaia con dei feriti a Viterbo: giornalisticamente è il cosiddetto "morto chilometrico", di ciò che fa notizia e di ciò che non la fa, inteso anche e ormai soprattutto come merce per consumatori e non come "servizio" per i cittadini. E' un criterio spaziale, di distanza, di appeal mediatico, di modalità dell'accaduto, di conseguenze dell'episodio nella sua gravità "relativa", intendo giornalisticamente relativa ecc. Forse è un discorso che si può fare a proposito dell'11 settembre, inteso non come anniversario del golpe militare contro Allende in Cile nel 1973 (reingoiato dalla storia senza troppi sussulti) bensì dell'assai più drammatico attacco alle Twin Towers di cui ricorreva il decennale.
Mediaticamente è stata ovviamente un'orgia di ricordi, cronache, punti di vista, commozioni, speculazioni politiche, contrapposizioni negli Usa tra il Bush ex spernacchiato e l'Obama ex osannato, misurazioni degli effetti di un attentato e delle guerre successive meglio se dichiarate e realizzate per tutt'altri motivi, slogan epocali ("la fine dell'innocenza") e story bord pubblicitari. Massimo Fini, noto per non mandarle a dire, ha sbriciolato il famoso "siamo tutti americani", postumo facilotto e condensatore della tragedia, per ricordare altri morti tra i civili delle guerre e delle colonizzazioni a stelle e strisce, in numeri vertiginosi di fronte ai quali la strage dell'11 settembre aritmeticamente scolora. Aritmeticamente, ma non giornalisticamente, né politicamente, per via di quel "morto chilometrico" elevato a potenza e inteso nel suo senso più pieno.
Qualcuno ha osservato che i media non parlano o non hanno parlato abbastanza dei dubbi sulle versioni ufficiali di quel giorno indimenticabile: è vero fino a un certo punto, da poco meno di dieci anni - hanno cominciato nei mesi successivi all'11 settembre 2001 - girano notizie e video che gettano tonnellate di ombre sulla versione del Pentagono e sulle palesi incongruenze e assurdità di tali ricostruzioni: materiale giornalistico non sufficiente (sembra) a dire come è andata davvero, ma di sicuro ultrasufficiente per affermare che non è andata come ce l'hanno raccontata. Di qui perplessità, interrogativi, tesi su complotti di vario tipo ecc., fino alla recente querelle tra Cia e FBI, di cui comunque anche in Italia si è parlato o parlottato. Il problema è che non è facile smontare versioni ufficiali costruite anche a mezzo stampa con la stessa stampa che le ha costruite.
Quell'attentato si è portato dietro lutti e rovine, oltre alla immane tragedia che è stato, ribadendo la questione esiziale del mondo contemporaneo diviso tra libertà e sicurezza. Questione tutta in piedi anche oggi, ovviamente. Ma superata temo, a giudicare dai contorni di una commozione da decennale che sembrano svanire con esso, dalle preoccupazioni per la crisi dei mercati, del capitalismo, del lavoro, della pagnotta. Forse, negli Usa come da noi come in tutto il mondo, l'anniversario più sentito non è un anniversario, ma una sorta di "diario": dico del giorno per giorno in cui la maggior parte del pianeta è sempre più povero tendendo al misero in molte aree disgraziate, mentre una sempre più ristretta cerchia di super ricchi tenta con difficoltà di tenerlo a bada. Davvero stiamo trattando di libertà e sicurezza, di scontro di civiltà e di religioni belligeranti ? Sicuri? Non siamo piuttosto tutti ostaggi del denaro e del potere personificati da agenti di volta in volta vestiti, travestiti, camuffati diversamente ma facce dello stesso prisma? Altro che morto chilometrico: basta guardar fuori dalla finestra senza bisogno né di aerei kamikaze né di torri che crollino.
Fonte.
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/09/2011
11/09/2011
Le guerre dell'11 settembre.
Com'era prevedibile, il decennale è stato ricordato con notevole fragore mediatico (il povero Allende, invece, continua a non filarselo nessuno). Tuttavia, a distanza di 10 anni, ho l'impressione che buona parte degli strepiti alla Oriana Fallaci inneggianti lo scontro di culture siano andati ampiamente stemperandosi.
Il merito, ovviamente, non sì ascrive al ripensamento degli avvenimenti che hanno condotto a quel disastro (nel cui merito, per fortuna, sì è imposto un notevole scetticismo circa la versione ufficiale dei fatti) ma al cocktail di guerra perenne al terrore con annesse spese militari faraoniche, che hanno in buona sostanza pigiato l'acceleratore sull'autodistruzione di quel capitalismo che un decennio prima sì pavoneggiava per essere rimasto intonso rispetto allo sgretolarsi del "sogno"comunista.
La morale di questi 10 anni sta quindi in una bella facciata presa dalla "civiltà" occidentale e probabilmente nella fine di una determinata concezione del mondo e dell'esistenza su questo Pianeta, che seppur embrionalmente inizia a manifestarsi ed è comunque palpabile ad ogni angolo di strada sotto forma di pessimismo e fastidio nei confronti di un decennio che ha smontano tutte le disillusioni maturate nel secondo dopoguerra.
Prima di iniziare il calcolo dei costi - in termini economici e di vite umane perse - delle guerre dell'ultimo decennio, l'editorialista del quotidiano britannico the Guardian Jason Burke si sforza di dare un nome alla serie di conflitti a catena scaturiti dall'attacco alle World Trade Center dell'11 settembre del 2001.
Nessuno dei combattenti della battaglia di Waterloo, argomenta Burke, era consapevole che Waterloo sarebbe stata associata alla fine di Napoleone, né tanto meno i soldati impegnati nella battaglia di Castillon del 1453 potevano immaginare che l'ultimo colpo sferrato agli inglesi avrebbe chiuso la guerra dei Cent'anni e spianato la strada al Rinascimento e all'epoca moderna. Così Burke, scrivendo sul Guardian, propone per i conflitti in corsi, tutti legati tra di essi e responsabili di un nuovo corso mondiale, il nome di "9/11 wars", le guerre dell'11 settembre.
Oltre che sui campi principali di Afghanistan, Pakistan e Iraq, questa guerra si combatte dal Sudan alle Seychelles, dalla Turchia al Tagikistan. Altri scenari preesistenti all'11 settembre, come in Algeria o in Libano, in Arabia Saudita, Yemen o Indonesia hanno preso le connotazioni di quel tipo di guerra, contrapponendo gli ideali occidentali agli inesauribili eserciti di al-Qaeda. Ma chi sta vincendo? Burke non vede un vincitore: al-Qaeda, tutto sommato, non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era preposto. Non una rivolta totale dei musulmani contro l'occidente oppressore, né la creazione di nuovi califfati. E, soprattutto, il diverso approccio di Washington nei confronti del mondo islamico non è quello che speravano di ottenere gli uomini di Osama. Ciò non vuol dire che l'occidente abbia vinto, scrive ancora Burke, ma nemmeno che abbia perso. Fin qui il pensiero dell'opinionista e inviato in sud Asia è condivisibile.
Forse i governi occidentali stanno pareggiando questa partita ma, di sicuro, i loro cittadini hanno già perso. "La forza del terrorismo consiste nel creare una paura eccessiva rispetto alle minacce concrete", afferma Burke; ma a voler guardare bene chi ha veramente guadagnato, sfruttando la situazione, sono i palazzi del potere e la grande industria della guerra e della sicurezza. Hanno avuto gioco facile per stringere la morsa: ben volentieri abbiamo accettato che il bisogno della "sicurezza" prevalesse sulla nostra libertà e sul diritto alla riservatezza, ridotti, entrambe, ai minimi termini. Abbiamo perso anche dal punto di vista economico: la spesa militare, in costante crescita, non conosce battute d'arresto sottraendo risorse vitali ai meccanismi sociali del welfare. Si può pensare di tagliare sulle pensioni, sui sussidi, si può mortificare la sanità, l'istruzione, il mondo del lavoro. È assolutamente vietato, però, togliere un solo centesimo dai budget per guerre e armamenti, entrambi essenziali "per tenere lontano dalle nostre case e dalle nostre città i terroristi", come ama ripetere il ministro La Russa. Eccolo, un esempio eclatante di come "la forza del terrorismo" che consiste "nel creare una paura eccessiva rispetto alle minacce concrete", possa essere utilizzata da chi ci governa per portare avanti politiche spregiudicate a vantaggio di ristrette lobby d'affaristi e speculatori. (Per saperne di più si clicchi qui: 1, 2, 3)
A pagare il prezzo più alto, e su questo non si può non essere d'accordo con Burke, sono state le vittime e i famigliari delle vittime di questa guerra che dura da dieci anni. Le circa tremila vittime dell'attentato alle Torri gemelle, i 190 morti di Madrid (11 marzo 2004), i 52 di Londra (7 luglio 2005); le vittime di Falluja (senza contare gli effetti ancora devastanti per l'utilizzo di fosforo bianco e bombe all'uranio impoverito); dei 24 uomini, donne e bambini vittime della rappresaglia di Harditha per la morte di un sergente statunitense; degli oltre 14 mila civili afgani vittime di "bombe intelligenti", "effetti collaterali", droni imprecisi, ordigni rudimentali; le vittime dei grilletti facili dei contractors privati a Baghdad; i 9 mila morti in Pakistan, i 6.700 soldati della coalizione, i 12 mila poliziotti iracheni, i 3.000 soldati afgani, i 60 mila ribelli (Iraq, Afghanistan e Pakistan), i 1500 contractors privati. La lista stilata dal Guardian è, per stessa ammissione di Burke, ovviamente incompleta e con cifre sicuramente al ribasso di quelle reali. Non possiamo dimenticare, anche se vive, le vittime degli abusi di Bagram, di Abu Ghraib, di Guantanamo. E infine vanno aggiunte altre due vittime di questa guerra globale permanete: la dignità e la solidarietà umana.
Fonte.
Il merito, ovviamente, non sì ascrive al ripensamento degli avvenimenti che hanno condotto a quel disastro (nel cui merito, per fortuna, sì è imposto un notevole scetticismo circa la versione ufficiale dei fatti) ma al cocktail di guerra perenne al terrore con annesse spese militari faraoniche, che hanno in buona sostanza pigiato l'acceleratore sull'autodistruzione di quel capitalismo che un decennio prima sì pavoneggiava per essere rimasto intonso rispetto allo sgretolarsi del "sogno"comunista.
La morale di questi 10 anni sta quindi in una bella facciata presa dalla "civiltà" occidentale e probabilmente nella fine di una determinata concezione del mondo e dell'esistenza su questo Pianeta, che seppur embrionalmente inizia a manifestarsi ed è comunque palpabile ad ogni angolo di strada sotto forma di pessimismo e fastidio nei confronti di un decennio che ha smontano tutte le disillusioni maturate nel secondo dopoguerra.
Prima di iniziare il calcolo dei costi - in termini economici e di vite umane perse - delle guerre dell'ultimo decennio, l'editorialista del quotidiano britannico the Guardian Jason Burke si sforza di dare un nome alla serie di conflitti a catena scaturiti dall'attacco alle World Trade Center dell'11 settembre del 2001.
Oltre che sui campi principali di Afghanistan, Pakistan e Iraq, questa guerra si combatte dal Sudan alle Seychelles, dalla Turchia al Tagikistan. Altri scenari preesistenti all'11 settembre, come in Algeria o in Libano, in Arabia Saudita, Yemen o Indonesia hanno preso le connotazioni di quel tipo di guerra, contrapponendo gli ideali occidentali agli inesauribili eserciti di al-Qaeda. Ma chi sta vincendo? Burke non vede un vincitore: al-Qaeda, tutto sommato, non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era preposto. Non una rivolta totale dei musulmani contro l'occidente oppressore, né la creazione di nuovi califfati. E, soprattutto, il diverso approccio di Washington nei confronti del mondo islamico non è quello che speravano di ottenere gli uomini di Osama. Ciò non vuol dire che l'occidente abbia vinto, scrive ancora Burke, ma nemmeno che abbia perso. Fin qui il pensiero dell'opinionista e inviato in sud Asia è condivisibile.
Fonte.
11/09/2010
09/11/xxxx
Non sapendo come meglio spendere gli ultimi 3 minuti di questo 11 settembre 2010, ho ben pensato di tessere qualche riflessione su questa data.
Negli ultimi 9 anni, questo giorno è stata monopolizzato dal cordoglio più o meno unanime per quanto sì verificò nel 2001 a New York e Washington.
A livello personale, preferisco "celebrare" questa ricorrenza ricordando in prima battuta l'11 settembre 1973 che vide andare in fumo buona parte delle speranze di quanti sognavano l'avvento di un po' di socialismo serio nell'emisfero occidentale e solo dopo silenziare mente e cuore ricordando le immagini delle Torri Gemelle che si sbriciolavano in diretta TV, aprendo le porte a un decennio che sarebbe riduttivo definire nero.
Di quel giorno ricordo il sole battente, come fosse agosto, ricordo il cd di Dookie prestatomi da un amico (che non ho più visto...), ricordo un periodo personalmente di merda che in quella giornata pareva allargarsi al mondo, che pensionò con facilità estrema il fare "happy" che aveva pervaso gli anni '90, il decennio dei sogni borghesi, dell'ultima dance decente, delle boy band e della nascita di tanto Hard & Hevy di merda (ci faremo uno speciale, tranquilli! - ndr -), della morte di Faber, della new economy che imbambolò generazioni poi risvegliatesi nell'incubo del precariato, nel mito del cellulare, all'inseguimento del proprio quarto d'ora di celebrità (grazie Andy per questa massima tanto calzante!) che ora si conquista sulla pagine dei social network, dove tutti sono amici ma nessuno si conosce, dove il senso dell'essere è completamente andato a puttane in favore dell'apparire, un apparire che ci è costato caro, perché il mercato impone un prezzo a ogni cosa, compreso lo stile di vita che si regge sulle puttanate che ingrassano le tasche di chi siede agli scranni che contano. Ecco, quindi, che ci si inventa la mussa dei cazzutissimi terroristi che sbriciolano a mo di demolizione controllata due grattacieli dati per indistruttibili e un'ala del Pentagono, per convincere un intero emisfero che la democratizzazione dell'infedele è vitale, salvo finire, come da copione, a essere carne da macello sacrificata agli interessi dei fabbricanti d'armi e dei petrolieri che, con la complicità di un presidente mongoloide, hanno messo sul lastrico la prima economia mondiale per riempire le proprie tasche, senza parlare degli scempi provocati nei teatri di guerra...
Tanti applausi agli Yankee quindi, ma anche a noi europei che gli siamo andati dietro invece di farci i cazzi nostri, magari pensando a riformare uno sviluppo economico che non si regge più sui propri piedi dagli anni '70 e c'intrappola in un'esistenza da produci/consuma/muori (che però sembra piacere a tutti, iPhone docet! - ndr -).
Oggi più che mai, quindi, vivo l'11 settembre come un giorno sì di lutto, ma non per l'orgoglio americano e la "cultura" occidentale, quanto per un sistema che, coscientemente, ha sacrificato aspirazioni e sogni di tutti sull'altare del profitto e ora cerca di risolvere la situazione mascherando la merda sotto il volto nero dell'attuale presidente americano che il grande Totò avrebbe sicuramente salutato con questi toni:
Negli ultimi 9 anni, questo giorno è stata monopolizzato dal cordoglio più o meno unanime per quanto sì verificò nel 2001 a New York e Washington.
A livello personale, preferisco "celebrare" questa ricorrenza ricordando in prima battuta l'11 settembre 1973 che vide andare in fumo buona parte delle speranze di quanti sognavano l'avvento di un po' di socialismo serio nell'emisfero occidentale e solo dopo silenziare mente e cuore ricordando le immagini delle Torri Gemelle che si sbriciolavano in diretta TV, aprendo le porte a un decennio che sarebbe riduttivo definire nero.
Di quel giorno ricordo il sole battente, come fosse agosto, ricordo il cd di Dookie prestatomi da un amico (che non ho più visto...), ricordo un periodo personalmente di merda che in quella giornata pareva allargarsi al mondo, che pensionò con facilità estrema il fare "happy" che aveva pervaso gli anni '90, il decennio dei sogni borghesi, dell'ultima dance decente, delle boy band e della nascita di tanto Hard & Hevy di merda (ci faremo uno speciale, tranquilli! - ndr -), della morte di Faber, della new economy che imbambolò generazioni poi risvegliatesi nell'incubo del precariato, nel mito del cellulare, all'inseguimento del proprio quarto d'ora di celebrità (grazie Andy per questa massima tanto calzante!) che ora si conquista sulla pagine dei social network, dove tutti sono amici ma nessuno si conosce, dove il senso dell'essere è completamente andato a puttane in favore dell'apparire, un apparire che ci è costato caro, perché il mercato impone un prezzo a ogni cosa, compreso lo stile di vita che si regge sulle puttanate che ingrassano le tasche di chi siede agli scranni che contano. Ecco, quindi, che ci si inventa la mussa dei cazzutissimi terroristi che sbriciolano a mo di demolizione controllata due grattacieli dati per indistruttibili e un'ala del Pentagono, per convincere un intero emisfero che la democratizzazione dell'infedele è vitale, salvo finire, come da copione, a essere carne da macello sacrificata agli interessi dei fabbricanti d'armi e dei petrolieri che, con la complicità di un presidente mongoloide, hanno messo sul lastrico la prima economia mondiale per riempire le proprie tasche, senza parlare degli scempi provocati nei teatri di guerra...
Tanti applausi agli Yankee quindi, ma anche a noi europei che gli siamo andati dietro invece di farci i cazzi nostri, magari pensando a riformare uno sviluppo economico che non si regge più sui propri piedi dagli anni '70 e c'intrappola in un'esistenza da produci/consuma/muori (che però sembra piacere a tutti, iPhone docet! - ndr -).
Oggi più che mai, quindi, vivo l'11 settembre come un giorno sì di lutto, ma non per l'orgoglio americano e la "cultura" occidentale, quanto per un sistema che, coscientemente, ha sacrificato aspirazioni e sogni di tutti sull'altare del profitto e ora cerca di risolvere la situazione mascherando la merda sotto il volto nero dell'attuale presidente americano che il grande Totò avrebbe sicuramente salutato con questi toni:
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